#Rivoluzione

La parola ambigua di oggi è rivoluzione.

Alla parola rivoluzione le papille gustative sembrano percepire un sapore positivo, dolciastro, un riflesso pavloviano, quasi fisiologico, eccitato. Forse dipende da quella adrenalinica sensazione di potersi ribellare alle imposizioni del prìncipe e alla sudditanza.

Avrebbe potuto essere così uno o due secoli fa. Ma ora sappiamo che quasi tutte le rivoluzioni seguono un percorso feroce e terribile.

  • Governanti vanitosi, avidi, incapaci perfino di perseguire i propri personali obiettivi, comprimono la qualità della vita dei propri concittadini a tali livelli di insopportabilità da costringerli alla violenza.
  • Parte allora la rivoluzione che consiste prevalentemente nella parossistica caccia e sanguinosa distruzione del Prìncipe e dei suoi compari.
  • La violenza rivoluzionaria genera disgregazione sociale e caos. Le persone più carismatiche emergono perché sembrano rappresentare la nuova società, più uguale e più solidale.
  • A quel punto il nuovo potere, che emerge dal caos, deve dimostrare di saper garantire la romantica uguaglianza e solidarietà; più concretamente deve alzare la qualità della vita.

Mission impossible.

Lo dimostra la mitizzata rivoluzione francesce che sostituì un potere centralizzato con uno ancor più centralizzato, grande quanto quasi tutta l’Europa. Il metodo fu la guerra. Un’altra sequenza di guerre fu necessaria per eliminare quella forzata e mai gradita uniformità. La restaurazione sembrò essere la soluzione più accettabile per tutti; gli ingredienti furono: a) qualche piccola libertà in più b) la rinuncia al grande romantico, utopico, illuministico sogno di libertà assoluta c) una nuova stabilità entro la quale i cittadini potevano ricominciare ad arricchirsi e a vivere secondo i loro usi.

La storia ripetè la sua grande lezione: le persone rinunciano alla stabilità solo se costrette. La stabilità è (quasi) sempre preferita alla libertà.

Il ‘900 fu il secolo delle rivoluzioni e degli psicopatici. Le guerre “riparatrici” si moltiplicarono su scala planetaria. Sangue mondiale come mai si era mai visto prima.

Non è da escludere che quel sapere dolciastro indotto dalla parola rivoluzione, non sia veramente il desiderio della libertà, ma sia il ricordo del sapore della paura e del sangue.

Non tutte le popolazioni però hanno avuto bisogno di azzeranti rivoluzioni. I paesi del Nord Europa per esempio hanno subito un basso tasso di rivoluzioni. Senza rivoluzioni sono riuscite, con una straordinaria trasformazione: a diventare democrazie ad alto GDPpercapita. Fra le più ammirate democrazie. Il cambiamento è stato così progressivo che a tutt’oggi non sentono la necessità di cambiare categoria e vanno orgogliose di essere Regni.

Quelle popolazioni, quei governanti, hanno adottato metodi di amministrazione pragmatici, flessibili, “evoluzionari”. A mente aperta hanno accettato i singoli cambiamenti così come si sono presentati, senza alcuna progettualità centralizzata. Ad ogni singolo cambiamento hanno fatto esperienza per cambiare ancora poco dopo. Hanno mostrato quella darwiniana capacità di adattarsi tempestivamente al divenire delle cose, delle menti, dei cuori.

Una domanda: come mai noi mediterranei guardiamo, spesso con una certa invidia, il modello franco-germanico (tradizionalmente portatore di idee rivoluzionarie) invece di studiare le democrazie Nord Europee?