Alitalia, Telecom, Avio Spazio il ritorno delle nazionalizzazioni

14 ottobre, 2013 13:43

SI È APERTA UNA STAGIONE DI NUOVO INTERVENTISMO STATALE NELL’ECONOMIA, GIUSTIFICATA DA ARGOMENTI DEBOLI, GIÀ SENTITI E SPESSO SMENTITI DAI FATTI

L’ultima grande ondata di nazionalizzazioni e salvataggi del mondo occidentale risale alla crisi del 2008-2009. Salvo l’eccezione della General Motors, all’epoca i governi iniettarono liquido soprattutto in banche ed assicurazioni, dalla Royal Bank of Scotland alla AIG, per evitare che l’intero sistema finanziario collassasse dopo il fallimento di Lehman Brothers. Allora, come ora, andava molto di moda l’espressione ‘rischio sistemico’. Incredibile dictu, l’Italia fu il paese il cui governo intervenne meno. Nonostante Mps il valore sul Pil dei fondi statali immessi nel sistema bancario, rimase di gran lunga il più basso dell’Ocse. Negli ultimi tempi, invece, lo Stato imprenditore sembra essersi preso la sua rivincita. Il Fondo Strategico Italiano (il cui azionista di riferimento é la Cdp) ha comprato Ansaldo Energia da Finmeccanica, dichiarando di voler rigirare una quota maggioritaria alla coreana Doosan, a patto di mantenere poteri di codecisione. É di appena giovedì la clamorosa notizia dell’ingresso di Poste Italiane e forse di altri soggetti pubblici nell’azionariato di Alitalia sull’orlo del fallimento. Ma non basta: il ministro Saccomanni annuncia la privatizzazione di immobili attraverso una cessione … alla Cdp che provvederà in futuro a trovare qualche acquirente. Telecom viene acquisita dagli spagnoli di Telefonica e subito si é precisato che il governo italiano potrà esercitare il suo Golden power, il potere di veto, rispetto a cessioni che riguardino la rete telefonica ed anche

per quest’ultima si invoca l’intervento di Cdp. Persino per Avio Spazio, di proprietà per l’85% del fondo inglese Cinven e per il 15% di Finmeccanica, paventando l’ingresso di stranieri, ed in assenza di candidati compratori italiani, si vuole dirigere il risparmio postale tra le stelle o quantomeno porre severi lacciuoli al futuro forestiero che sostituirà quello attuale. Può essere che tutto questo interventismo sia frutto di coincidenza, o che rifletta invece un nuovo corso per il quale a parole il governo continua a recitare il mantra delle privatizzazioni e nella realtà acquista direttamente o indirettamente sempre maggiore potere nelll’economia. Quali sono le ragioni principali che giustificano tale attivismo? In sostanza la premessa é che lo Stato non può esimersi dall’intervenire quando si é in presenza di aziende ‘strategiche’ per l’economia italiana. Se sono sane bisogna evitare che vengano ‘depredate’ dagli stranieri, se sono malate é necessario non farle affondare con gravi danni per l’occupazione e lasciando praterie aperte, ancora una volta, alle invasioni barbariche. Vediamo di capire se tali giustificazioni hanno punti deboli. Prima di tutto, e salvo eccezioni, l’investimento straniero in un paese porta benefici. Non dimentichiamo che i venditori italiani, pubblici o privati, ricevono soldi che pensano di poter utilizzare meglio rispetto al loro investimento nella società venduta. La compravendita é un atto a somma positiva, alloca al meglio le risorse e anche quando non lo fa, é impossibile che sia ex ante un governo a saperlo meglio delle parti coinvolte. Inoltre, la presenza di aziende o azionisti esteri in un paese porta anche know-how, competenze, apertura verso altri mercati, sinergie, formazione: tutti elementi positivi che diventano patrimonio dei locali ed aumentano il Pil. La Gran Bretagna non ha più un industria automobilistica nazionale, ma produce molte più auto nippo-tedesco-americane di prima grazie alle condizioni competitive che i costruttori vi trovano. Non é un caso che le economie in salute abbiano spesso un alto tasso di investimenti esteri e quelle malandate no (non sempre: in Germania il tasso di investimenti è basso). Inoltre, se il contesto del paese ospitante é competitivo dal punto di vista fiscale, normativo, infrastrutturale, dell’ordine pubblico e così via, l’eventuale forestiero non ha il benché minimo interesse a svuotare la propria filiale italiana. Controprova? La Fiat compra, investe e costruisce all’estero e in Italia mantiene una presenza riluttante dovuta più alla sua storia che al suo futuro: il bello é che gli stessi politici che temono gli stranieri si lamentano con Marchionne dello scarso attaccamento alla patria. Infine l’esperienza empirica ci dice che in media le imprese pubbliche sono meno redditizie delle private (e quindi meno benefiche per l’economia nazionale) per motivi noti: interferenze politiche e eccessivo peso dei sindacati, nonostante condizioni di maggior favore che possono ottenere da banche e regolatori facendo concorrenza sleale ai privati. E la strategicità? É una definizione che viene appioppata ad insindacabile giudizio del Principe, con risvolti a volte patetici: ancora risuonano nelle orecchie i moniti di Berlusconi – per la verità ripresi ancor oggi da Formigoni- che descrivevano masse di ignari turisti cinesi e giapponesi spostati a visitare la Tour Eiffel mentre in cuor loro avrebbero preferito passeggiare tra le tombe degli antichi eroi le cui gesta costruirono la nostra millenaria Civiltà.

Alessandro De Nicola

da “la Repubblica” del 14 ottobre 2013

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