Art. 38 della Costituzione: di assistenza e previdenza.

Art. 38 della Costituzione Italiana:

Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siamo preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.
(già art. 34 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 10 maggio)

In “la Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori” (a cura di V. Falzone – F. Palermo – F. Cosentino), Oscar Mondadori, 1976, ed. fuori commercio, alla pagina 132 e segg. vengono riportate le osservazioni e conclusioni dei lavori preparatori, sull’argomento oggetto dell’articolo.

Ci soffermiamo in particolare sui comma primo e secondo, riportando dal testo originale:

“”Il testo definitivo, che si discosta sensibilmente dal progetto, ebbe una complessa elaborazione a causa delle molteplici proposte di coloro che si preoccuparono soprattutto di porre le basi per una sostanziale riforma dell’attuale ordinamento previdenziale (n.d.r.: vigente nel 1946); ma tali proposte non avevano contenuto costituzionale, sicché il relatore Ghidini, nel respingerle, osservò che la Costituzione aveva inteso “con la formulazione dell’art. 38 di mettere in luce la differenza che corre fra assistenza e previdenza nonché di stabilire il campo entro il quale si devono attuare le due provvidenze”, e di “stabilire chi siano i titolari sia del diritto all’assistenza e alla previdenza, sia dell’obbligo correlativo”.
L’on. Mazzei propose la soppressione delle parole “al mantenimento e”, osservando che lo Stato “deve assumere solo gli impegni che può effettivamente mantenere” senza riconoscere ancora un diritto del cittadino “che, oltre tutto, sarebbe uno stranissimo diritto, il diritto ad essere mantenuti dallo Stato!”; ma il relatore Ghidini non accettò la proposta (poi respinta in sede di votazione) e affermò che (A.C. pagg. 3855-6) “la Costituzione ha creduto di porre questo obbligo (dello Stato) del mantenimento, il quale potrà essere ridotto anche al puro necessario, appunto perche si tratta del diritto alla vita, del diritto fondamentale, di un bisogno insopprimibile”.
La formula adottata dalla 3. Sc. Suonava così: “Ogni cittadino che, a motivo dell’età, dello stato fisico o mentale o di contingenze di carattere generale, si trovi nell’impossibilità di lavorare, ha diritto di ottenere dalla collettività mezzi adeguati di assistenza”; l’on. Togni a tal proposito affermò di “non aver voluto affrontare il problema molto dibattuto se l’assistenza e la previdenza debbano essere a carico dello Stato o della produzione ovvero a carico dell’uno e dell’altra”, perché a suo avviso la questione riveste un “carattere secondario che dovrà essere comunque precisato dalla legge speciale; essenziale è l’affermazione che spetta alla collettività di tutelare, ecc.” (3. Sc., pag. 21). La 1.Sc., a sua volta, aveva deliberato che “Chiunque è inabile o … senza sua colpa è incapace di lavoro ha diritto ad avere la sua esistenza assicurata dallo Stato”. Dal coordinamento delle due formule risultò il testo definitivo del primo comma.
Pertanto, ove si consideri anche l’ultimo comma: “L’assistenza privata è libera”, accettato dalla Commissione perché – affermò il relatore Ghidini – “non pensiamo che lo Stato debba avere dell’assistenza un monopolio” (A. C., pag. 3837) e contenuto nel testo concordato proposto dai Gruppi più importanti dell’Assemblea, si deduce un obbligo generale dello Stato a provvedere al mantenimento oltre che all’assistenza dei cittadini inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi necessari alla vita.
Nel secondo comma rispetto al progetto furono abolite le parole “in ragione del lavoro che prestano”, perché, secondo il proponente on. Lanconi, “il legislatore futuro abbia una libertà più ampia e possa adottare i criteri che gli appariranno più adatti alla situazione e più efficaci”, e per non costringere la futura legislazione in materia di previdenza e assicurazione sociale a seguire soltanto i criteri “di assistenza mutualistica” che sono oggi in vigore. L’on. De Maria propose di aggiungere a “malattia” la specificazione “generica o professionale”, ma non vi insistette dopo la dichiarazione del relatore che “la semplice parola malattia è ampia e comprende tutti i casi, sia le malattie generiche sia quelle professionali”; mentre l’Assemblea respinse l’emendamento aggiuntivo dell’on. Merighi: “e in caso di morte la famiglia ha diritto alla pensione” dopo che l’on. Laconi ebbe dichiarato di non accettarlo – pur condividendone lo spirito – perché non si trattava di materia costituzionale. Va rilevato che l’on. Laconi parlò sempre in questa sede a nome dei firmatari del testo concordato, accettato dalla Commissione, e cioè dei deputati appartenenti ai Gruppi parlamentari più numerosi dell’Assemblea.
(…)
Il quarto comma subì le critiche serrate dei sostenitori della tesi che lo Stato non debba accollarsi il gravissimo onere dell’assistenza e della previdenza sociale. Fu rilevato che: la complessità dell’organizzazione e l’insufficienza dell’attuale ordinamento (Camangi) impongono che la Costituzione non cristallizzi la situazione quale è oggi; non bisogna creare una assolutamente illusoria fiducia nello Stato (Zuccarini), ché così facendo non si fa opera di elevazione sociale delle classi operaie; bisogna affidare agli stessi lavoratori la gestione degli istituti previdenziali. Questi ed altri argomenti furono controbattuti in sede di dichiarazioni di voto sull’emendamento Camangi che suonava così: “a tali provvidenze provvedono, con l’eventuale concorso dello Stato, organi ed istituti gestiti o controllati dai lavoratori interessati”. L’on. Di Vittorio affermò di non poter accettare “un concetto privatistico di assicurazione”, in quanto è necessario in questo campo “un concetto di Stato perché il concetto di previdenza non può essere disgiunto dal concetto di solidarietà fra tutti i lavoratori”; l’on. Corbino dichiarò di non potere votare la formula Camangi “in parte per le ragioni espresse dall’on. Di Vittorio, ma soprattutto perché ci troviamo di fronte a cifre dell’ordine di grandezza tale che non si può ammettere che lo Stato si debba disinteressare di questa gestione”; e infine l’on. Dominedò intese “che la formula costituzionale lascia aperta, in sede di futuro sviluppo legislativo, la disciplina di una possibile partecipazione dei lavoratori”. L’emendamento Camangi non fu approvato (a.C., pag. 3842).
Dell’ultimo comma si è già detto; solo v’è da aggiungere che, nell’interpretazione degli onorevoli Laconi e Cingolani, i quali parlarono a nome dei presentatori della formula approvata dall’Assemblea, il termine assistenza, in questo caso, comprende anche il concetto di previdenza.””

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