Art. 41 della Costituzione: l’impresa privata come regola.

Art. 41 della Costituzione Italiana:

L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
(Già artt. 37 e 39 del progetto, discusso ed approvato nella seduta del 13 maggio)

In “la Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori” (a cura di V. Falzone – F. Palermo – F. Cosentino), Oscar Mondadori, 1976, ed. fuori commercio, alla pagina 140 e segg. vengono riportate le osservazioni e conclusioni dei lavori preparatori, sull’argomento oggetto dell’articolo.

Riportiamo il testo originale:

“”I due articoli del progetto da cui deriva la formula definitiva avevano in comune l’obiettivo di armonizzare l’attività economica privata con il fine pubblico: la sola differenza stava in ciò che, mentre l’art. 39 aveva per oggetto un fine negativo, cioè impedire che l’attività economica privata potesse recare danno all’utile pubblico, l’art. 37 mirava al coordinamento dell’attività privata con il fine pubblico, quindi aveva una finalità positiva.
Con la formulazione definitiva, affermata nel primo comma la libertà dell’iniziativa e dell’impresa privata, sono stati posti in luce, nel secondo comma, i limiti, per così dire, passivi, di principi e criteri che l’iniziativa deve rispettare, e nel terzo comma i limiti attivi, cioè quelli che la legge può imporre ai fini del coordinamento (A.C., pag 3936). L’impresa privata, in altri termini, costituisce la regola, in quanto non leda l’interesse pubblico, e in tal caso è garantita dalla Costituzione (3. Sc., pag. 110). La formulazione dei primi due commi non fu contestata e l’Assemblea la approvò quasi senza discussione.
Al terzo comma, l’on. Arata propose l’inserzione della parola “piani” dopo controlli, precisando che la sua proposta aveva non “lo scopo di porre all’Assemblea una perentoria alternativa fra il sistema liberale e quello socialista, fra la iniziativa economica privata e la coercizione burocratica di Stato, fra capitalismo nella sua forma pura e pianificazione integrale”, ma soltanto il fine di disciplinare “quegli interventi o interventismi di Stato, che oggi campeggiano in tutti i Paesi” (A.C., pag. 3934); l’on. Taviani osservò di non vedere i motivi per i quali la parola “piani” dovesse essere inserita nel testo costituzionale dal momento che nell’espressione “i controlli” si prevede già un intervento dello Stato, “e non è detto che questo intervento debba essere sempre fatalmente empirico” (A.C., pag. 3935). Si addivenne a una formula concordata – poi definitivamente approvata – accettata a nome della Commissione dall’on. Ruini, il quale osservò che “l’idea base è quella del coordinamento, in quanto nessuna economia può ormai prescindere da interventi statali; il comunismo puro e il liberalismo puro sono due ipotesi e schemi astratti che non si riscontrano mai nella realtà… La realtà è sempre una sintesi, una risultante della vita economica” (A.C., pag. 3936).
L’on. Einaudi propose di aggiungere il seguente comma: “La legge non è strumento di formazione di monopoli economici; e ove questi esistano li sottopone al pubblico controllo a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta”. Il proponente osservò che il male più profondo della società presente non è la mancanza di programmi e di piani, ma è invece l’esistenza di monopoli, danno supremo dell’economia moderna, cha dà alti prezzi, produzione ridotta e quindi disoccupazione (A.C., pag. 3939). L’on. Ruini, per la Commissione, osservò fra l’altro che la Costituzione già prevede la nazionalizzazione dei monopoli (art. 43); e l’emendamento, posto in votazione, non fu approvato.””

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