Art. 42 della Costituzione: proprietà pubblica, collettiva o privata?

Art. 42 della Costituzione Italiana:

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.
(Già art. 38 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 13 maggio).

In “la Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori” (a cura di V. Falzone – F. Palermo – F. Cosentino), Oscar Mondadori, 1976, ed. fuori commercio, alla pagina 141 e segg. vengono riportate le osservazioni e conclusioni dei lavori preparatori, sull’argomento oggetto dell’articolo.

Riportiamo il testo originale:

“”Si discusse molto in sottocommissione sulla formulazione del primo comma e i testi approvati dalla 1. e dalla 3. Sc. suonavano rispettivamente così: “I beni economici di consumo e i mezzi di produzione possono essere in proprietà di cooperative, di istituzioni e dello Stato”; “I beni economici possono essere oggetto di proprietà privata, cooperativistica e collettiva”; e dal coordinamento dei due testi si arrivò alla formula definitiva del primo comma.
L’on. Bibolotti propose: “La proprietà è pubblica. Collettiva e privata”, ma il relatore Ghidini, non accettando l’aggiunta osservò che il termine “collettiva” dal punto di vista giuridico è improprio, in quanto “coglie l’aspetto economico dell’istituto della proprietà piuttosto che l’aspetto giuridico”; e alla proposta dello stesso deputato di aggiungere che i beni economici possono essere di proprietà anche delle cooperative, obiettò che “non si può ancora dire che la cooperativa rappresenti un tertium genus nel campo del diritto di proprietà. E’ bensì un qualcosa di intermedio fra la proprietà pubblica e quella privata sotto il profilo economico ma non sotto il profilo giuridico” (A.C., pag. 3951).
Riconosciuto il diritto di proprietà, la Costituzione, vincolando il legislatore a dettare norme che garantiscano la proprietà privata, ha posto il problema dei limiti entro i quali il diritto stesso deve avere una forma e un contenuto. Il primo comma, preso a sé, potrebbe far supporre che si sia rimasti sulla base individualistica, che invece è superata dall’affermazione che “la società ha il diritto di regolare i rapporti allo scopo di garantire quelle che sono le funzioni del diritto di proprietà e non soltanto la funzione personale, ma anche quella sociale, in quanto è evidente che la proprietà privata non ha il solo scopo della garanzia della libertà del singolo, ma ha anche quello di servire al bene della società” (3. Sc., pag 68). “L’interesse sociale è preminente sull’interesse individuale e particolare”: con questa motivazione l’on. Ghidini, per la Commissione, non accettò un emendamento dell’on. Colitto il quale voleva che si dicesse al secondo comma: “anche allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. E lo stesso on. Ghidini si dichiarò nettamente contrario a tutti gli emendamenti nei quali il concetto di “limite” si riferiva “in modo chiaro, espresso e preciso all’uso e al godimento, mentre invece il testo lo riferisce alla proprietà”. L’on. Corbino fra gli altri aveva proposto un emendamento in questo senso, intendendo “spostare il significato della parola limiti, che nel testo proposto dalla Commissione si dovrebbe riferire allo scopo di assicurare la funzione sociale della proprietà” (A.C., pagg. 3946 e 3951).
Quanto al terzo comma molto si discusse in sottocommissione sul significato da dare alla dizione “salvo indennizzo”, e vi fu chi propose, in quella sede e poi in Assemblea, l’aggiunta di una specificazione (equo o giusto). Nella 3. Sc. L’on. Taviani, relatore, sostenne la tesi che non dovesse parlarsi di “equo” indennizzo (intendendosi con l’aggettivo equo una misura dell’indennizzo. Proporzionata al valore economico del bene al momento dell’esproprio), che altrimenti “si impedirebbe di fare la riforma agraria… Il termine indennizzo senza l’aggettivo equo ha un senso preciso che si riallaccia a quanto venne praticato nelle riforme agrarie dell’altro dopo guerra, calcolando il valore dei terreni nella moneta pre-bellica, senza tener conto della svalutazione (3. Sc., pag. 126). In Assemblea, l’on. Perlingieri tornò sull’argomento proponendo la formula “contro giusto indennizzo”. Giustificò l’emendamento con la preoccupazione che in commissione s’era “proposto di abolire la parola giusto (equo) in quanto la proprietà dovrebbe essere indennizzata con moneta riportata al suo valore pre-bellico”, e, aggiunse che non avrebbe insistito sull’emendamento qualora la Commissione gli avesse dato assicurazione che la soppressione di questa specificazione non avrebbe avuto il valore che invece le si era attribuito in sottocommissione. L’on. Ghidini, per la Commissione, prima della votazione, precisò: “V’è stata su questo attributo giusto, prima in seno alla 3. Sc., dopo in sede di coordinamento e poi di commissione plenaria, una lunga discussione. Abbiamo eliminato l’aggettivo giusto perché il concetto di giusto è implicito nel concetto di indennizzo. Anche la più recente giurisprudenza è di questo avviso: l’indennizzo, perché sia tale, non può essere ingiusto. Siamo d’accordo che la Costituzione non è un telegramma per doverci risparmiare le parole; ma il superfluo lo dobbiamo eliminare” (A.C., pag 3950). L’on. Perlingieri si dichiarò soddisfatto e ritirò la sua proposta; e l’Assemblea votò il testo del progetto con l’interpretazione datane dalla Commissione.
Al quarto comma furono proposti emendamenti i quali, parlando di successione legittima e testamentaria, non facevano cenno alcuno dei diritti dello Stato. L’on. Grassi propose anzi la soppressione di tutto il comma osservando: in via generale di non comprendere i motivi per cui la Costituzione debba occuparsi di uno solo dei modi di acquisto della proprietà – la successione mortis causa – quando è stato già detto che la legge “determina i modi di acquisto della proprietà”; e in particolare mettendo in luce i pericoli che si avrebbero “se il fisco dovesse diventare coerede nelle successioni” entrando nei rapporti familiari più stretti: “lo Stato si mantenga come terzo, richieda dei prelievi sul valore dell’asse ereditario, ma non come compartecipe” (A.C., pag. 3949).
L’on. Ghidini, rispondendo alle varie obiezioni, osservò: “per quanto riguarda i diritti dello Stato … debbo dire che è verissimo che nella legislazione civile attuale, come in quella precedente, il concetto era contemplato in duplice forma: sotto la forma dello Stato legittimario (nel caso che non vi siano parenti sino al 6° grado), come sotto il profilo della tassa di successione (che non è una vera e propria tassa ma è piuttosto un prelievo sul capitale). Con questa disposizione la Commissione ha voluto lasciare adito alla possibilità di innovazioni anche nel campo del diritto successorio, specialmente per quanto riguarda lo Stato. La Commissione non ignora che vi è una tendenza diretta ad aumentare i diritti dello Stato sulle eredità, e il meno che potevamo fare era di lasciare aperta la strada ad eventuali innovazioni”.
L’Assemblea non approvò la soppressione della frase “e i diritti dello Stato sulle eredità”, accogliendo quindi il principio (dichiarazione di voto dell’on. Taviani a nome della maggioranza del suo Gruppo) che “la parte che lo Stato preleva sotto forma di imposta di successione ha uno scopo sociale oltre che fiscale”.

 

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