Art. 47 della Costituzione: la tutela del risparmio.

Art. 47 della Costituzione Italiana:

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.
Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà della abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.

(Già art. 44 del progetto, discusso e approvato nella seduta del 19 maggio).
In “la Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori” (a cura di V. Falzone – F. Palermo – F. Cosentino), Oscar Mondadori, 1976, ed. fuori commercio, alla pagina 152 e seg. vengono riportate le osservazioni e conclusioni dei lavori preparatori, sull’argomento oggetto dell’articolo.

Riportiamo il testo originale:

“”Al termine della discussione in Assemblea il presidente della Commissione on. Ruini osservò che s’era fatto una specie “di esame di coscienza … in un momento così grave come questo in cui (il Paese) si accinge a darsi una nuova Costituzione” e avvertì che la Carta costituzionale rischiava di diventare “un memorandum e un elenco”, talché non sarebbe stato alieno dall’acconsentire alla soppressione dell’articolo in esame (A.C., pag. 4039). L’aver conservato l’articolo stesso dimostra la preoccupazione dei costituenti di porre una remora di natura costituzionale ai gravi disastri monetari che il paese, nel giro di trent’anni, ha dovuto subire alla fine di due guerre mondiali: preoccupazione che balza evidente da tutti gli interventi nella discussione.
La formula definitiva (salvo modifiche formali) si deve all’on. Zerbi il quale, come tutti gli altri, si fece eco della “tragedia di tutta la nostra generazione di piccoli risparmiatori che negli ultimi trent’anni o poco più ha veduto il potere di acquisto della lira ridotto ad un centoquarantesimo della lira del 1913” (A.C., pag. 4025). Illustrando particolarmente la proposta, l’on. Zerbi aggiunse che la formula è “esemplificativa” e indica fra i mezzi più idonei l’accesso del risparmio alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario. A proposito di quest’ultima forma di investimento si potrebbe obiettare – osservò il proponente – che la legislazione attuale non vi pone alcuna remora e che “le borse valori spalancano indiscriminatamente le proprie porte a chiunque abbia denaro in cerca di impiego”; tuttavia è indiscutibile che in concreto fattori di varia natura hanno fin qui operato nel senso di convogliare il risparmio popolare verso investimenti a reddito fisso, “ossia verso quegli impieghi che già la prima inflazione aveva largamente falcidiato, e che questa seconda ha ormai pressoché annichilito” (A.C., pag. 3027). La remora, se non in norme legislative, si è avuta invece nella scarsa competenza del singolo risparmiatore a valutare serenamente i rischi tecnici ed economici connessi all’investimento azionario e alla limitata dimensione dei singoli risparmi personali o familiari che non consente di assorbire un pacchetto azionario costituito da impieghi opportunamente ripartiti fra i vari settori produttivi per trarne un dividendo medio sufficientemente remunerativo. Come rimediarvi? Seguendo l’esempio inglese dell’investment trust, “organismo di concentrazione del risparmio, capace di attuare accorti assortimenti di investimento e di rischi azionari ed obbligazionari, pronto a mutare tempestivamente gli investimenti medesimi in rapporto alle mutabili tendenze del mercato monetario e finanziario”. Questo metodo potrebbe utilmente essere diffuso in Italia sia nella forma tradizionale, sia nella forma di grandi cooperative di investimento, le quali in varia guisa potrebbero coordinare le finalità caratteristiche dell’investment trust con quella di holding popolare oppure di impiegati e operai risparmiatori (A.C., pag. 4027).
La formula Zerbi conteneva anche la locuzione “investimenti reali” alla quale l’on. Ruini non ritenne particolarmente di accedere e che lo stesso proponente dichiarò di abbandonare; inoltre l’on. Ruini non accettando l’emendamento, disse che le tre forme di investimento indicate costituivano una limitazione della norma. Ma l’on. Zerbi, in sede di dichiarazione di voto, che l’elencazione, nell’intenzione sua e degli altri firmatari della proposta, “non è limitativa bensì esemplificativa delle più consuete forme di investimento popolare oppure di quelle forme alle quali particolarmente si pensa” (A.C., pag. 4044). L’Assemblea votandola intese quindi accettare questa interpretazione.
L’on. Einaudi propose l’aggiunta: “a tal fine è garantito il rispetto della clausola oro”, appunto per garantire i creditori contro le svalutazioni monetarie; l’on. Ruini, pur non disconoscendo la portata dell’affermazione, osservò che la clausola dovrebbe aver valore fra lo Stato e i privati e fra i privati. Ora “possono avvenire frane e sconvolgimenti superiori ad ogni volontà. Lo ha esperimentato l’America di Roosevelt. Vi sono casi nei quali lo Stato non può mantenere i suoi impegni e allora come si fa a imporre il rispetto della clausola negli impegni privati?” (A.C., pag. 4041); e disse di non poter accettare l’emendamento. Il proponente ribatté osservando che il suo emendamento era “permissivo e non obbligatorio”; e, quanto alla impossibilità da parte dello Stato di mantenere fede alla clausola, dichiarò che “una affermazione lealmente esplicita da parte dello Stato (in questo senso) è cosa che fa onore al debitore e non turba affatto il suo credito” (A.C., pag. 4045). L’emendamento, posto in votazione, non fu approvato.
Vi furono altre proposte minori o non accettate dall’Assemblea, fra le altre quella dell’on. Persico: “Ogni impegno dello Stato versi i suoi creditori è inviolabile”, che riecheggia una disposizione dello Statuto albertino e proposta con gli stessi intendimenti dell’emendamento Einaudi sulla clausola oro. L’on. Ruini non l’accettò; posta in votazione, non fu approvata dall’Assemblea.””

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