#Bene strategico è l’espressione ambigua di oggi

La parafrasi ambigua di oggi è “bene strategico”.

Il significato è falsamente intuitivo. Spesso viene usato come sinonimo di “importante”. Proprio qui sta l’ambiguità: importante per chi e per quale obiettivo.

Nei principali dizionari la più comune definizione della parola “strategico” riguarda le discipline militari: obiettivo strategico, posizione strategica, elemento strategico, di importanza fondamentale in quanto determina l’andamento e la risoluzione del conflitto. Poiché per risoluzione del conflitto si intende la vittoria bellica, si presume che sia strategico tutto quanto è utile al raggiungimento della vittoria; tuttavia alcuni elementi sono più rilevanti di altri e perciò assumono il titolo di “strategico”. In passato la vittoria bellica si misurava in chilometri quadrati conquistati, in popolazione acquisita, in bottino di guerra. Ora i benefici bellici si misurano in modo un pò diverso, ma non troppo diverso.

Dall’ambiente bellico, l’uso di “strategico” trasla in ambiti nei quali la competizione è meno estrema come ad esempio le competizioni sportive, lo studio, l’innovazione, le imprese, la società.  In quegli spazi, gli obiettivi sono un po’ meno nettamente identificabili, la parola strategico tende ad assumere il significato di “importante”, un po’ meno essenziale e un po’ più negoziabile. Gli obiettivi, meno drastici, rendono meno deterministica, metodologica, scientifica l’individuazione degli elementi essenziali. Tuttavia anche in questi contesti la vittoria è misurabile in margine e fatturato per le imprese, in medaglie e premi per le competizioni sportive, in posti di lavoro ben retribuiti o gratificanti per lo studioso.

Anche in ambiente politico l’uso della parola strategico è intenso. Gli obiettivi della politica si intrecciano nella competizioni fra parti(ti) e nel fare la cosa giusta (per i cittadini). La partia non può che essere giocata su ampli gradi di indefinizione, sul non detto, sulla dissimulazione degli obiettivi. La distillazione degli obiettivi e degli “elementi strategici” diventa più fluida, talvolta addirittura controproducente.

Distinguiamo ad esempio due situazioni piuttosto caratterizzate:

–          Le elezioni – Nel periodo elettorale, il politico si candida e concorre alla posizione di amministratore pubblico. L’obiettivo è chiaro e ben definito: vincere e acquisire il ruolo di amministratore pubblico. Sono anche chiari i fattori essenziali alla vittoria elettorale; il primo fra tutti una grande massa di persone che lo sostiene. Conosciamo abbastanza bene quali siano i fattori di convincimento degli elettori che variano a seconda dell’interesse dei cittadini; dall’estremo a) del vantaggio immediato già nel corso delle elezioni, all’estremo z) del più romantico vantaggio comune e sociale da raggiungere grazie alla buona amministrazione che “certamente” l’eligendo porrà in essere, salvo la colpa degli altri che non glielo lasceranno fare.

–          L’amministrazione –  Una volta eletto, il politico diventerà strabico perché dovrà pensare a vincere le prossime elezioni e nel contempo cercare di sopravvivere agli inevitabili dolori che l’amministrazione duramente propone ed esige.

Che il mestiere del politico sia un mestiere impossibile, lo diceva anche Freud. Nel romantico immaginario di molti cittadini, l’amministratore pubblico dovrebbe esercitare il suo ruolo candido, puro, equo, eticamente elevato nell’interesse generale dei cittadini, prima di tutto nella giustizia e poi nel portafoglio. Nella dura realtà, che talvolta travalica il limte dei comportamenti discutibili, l’amministratore pubblico cerca di premiare i suoi elettori, purtroppo spesso a scapito di tutti gli altri. Quando i numeri sono troppo contrari all’economia equa, e al buon senso, improvvisamente emergono una moltitudine di aggettivi strategici fra i quali svetta “l’italianità strategica”.

Faccio mia la definizione del Prof. A.Carnevale Caffè: ”in politica, un bene diventa strategico quando non si riesce a far quadrare i numeri”.