#Identità

È il 1998.
Un distinto signore pianifica un viaggio turistico per l’Europa Centrale (Svizzera, Austria, Germania); richiede agli appositi uffici visti turistici di tre mesi. Presenta allo scopo il suo passaporto con una foto in cui appare fin troppo serio, il numero identificativo del documento è ben visibile, la firma del funzionario statale sovratimbrata, composizioni olografiche e striscioline metalliche molto “security” rendono quasi allegro il documento. Un’infinità di dettagli tecnico identificativi possono essere evidenziati in molti diversi modi, dai raggi ultravioletti, all’esame visivo dei timbri e della scrittura a mano. Il passaporto è quasi nuovo, per cui se ne leggono bene tutte le parti, anche quelle utilizzate attraversando altri confini.
Il viaggiatore, ottenuti e come d’abitudine meticolosamente verificati i visti, percorre con la consueta precisione e attenzione tutti i luoghi previsti dal suo itinerario.
Al compimento del tour, all’aeroporto, il distinto signore presenta il suo colorato, metallizzato superverificabile passaporto del British Honduras ed è immediatamente arrestato.
Il funzionario, appassionato di geografia, sa che il British Honduras non esiste.
Storia vera.

Appartenenza

Per un tempo lunghissimo l’umanità è vissuta con successo anche senza la CI (Carta d’Identità). Nel lunghissimo tempo che ci unisce ai nostri lontanissimi avi, il senso dell’identità (essere omologhi ai propri familiari o alla propria etnia) è sempre stato tanto profondo e radicato che quando si è sentita la necessità di un documento ID è stato chiamato “Carta d’Identità”. Quel documento certifica l'”identità” di chi si riconosce l’uno nell’altro.  Si dice che fu Napoleone ad inventarla, ma non funzionò; pare a causa delle insufficienti tecnologiche, organizzazione e “durata” dell’impero. Da allora quasi tutti i tentativi ebbero l’intento di “certificare l’appartenenza”. La Carata d’Identità è prevalentemente servita a separare gli “identici” di una etnia, omogenea anche nella religione, da altre etnie, inevitabilmente inferiori moralmente e fisicamente. “Noi buoni” con diritti superiori e “loro cattivi” praticamente senza diritti.

La Carta dei Diritti umani del ’48 e molte Costituzioni uscenti dalla WWII dichiarano che le democrazie sono il luogo delle diversità religiose, somatiche, etniche, di opinione, di lingua e inoltre che il diritto del singolo individuo prevale su qualsiasi organizzazione a partire dalla famiglia per arrivare allo Stato. Ciò nonostante, fino a tempi recentissimi, sono sopravvissute usanze e leggi di “appartenenza”  che forse ancora sopravvivono.  Ad esempio fino a pochissimo tempo fa, il 2010, in Italia la carta d’identità non era necessaria per i bambini e i ragazzi al di sotto dei 14 anni; si dava infatti per scontato che essi “appartenessero” ad una famiglia e, non tanto più indietro nel tempo, al capofamiglia.

Entro in confini nazionali la CI serviva dunque a distinguere i cittadini di classe A, con pieni diritti pieni da quelli di classe B, con diritti limitati, generosamente e paternalmente “accolti” da quelli di classe A.

Il distinguo, che esisteva fin da prima dell’antichità, aveva creato un paradosso. Prima dell’era della democrazia, gli stranieri potevano essere solo visitatori dotati di “visto” e “passaporto” oppure morti perchè pericolosi nemici o spie nemiche. Gli “stranieri in casa”, essendo stati accolti, non potevano essere trattati da persone inferiori, minacciose e cattive come invece potevano essere trattati gli “stranieri fuori casa”. In tempi antichissimi venne inventata una pragmatica soluzione: la sacra ospitalità. Fino a quando l’ospite era “gradito” ospite in casa, era sacro e intoccabile; più di un amico o di un vicino, ma meno di un parente. Ancora oggi, in molte popolazione permane la cultura della “sacra rituale accoglienza” dell’ospite come fatto straordinario ed eclatante. Nel tempo l’ospitalità è invece diventata normale consuetudine di rispetto, dentro e fuori dei confini della casa e dello Stato, alla pari di chiunque, familiari, amici, cittadini e stranieri.

Nei Paesi, dove da secoli si praticano comportamenti sempre più democratici, come ad esempio nei paesi dove vige la Common Law, si può notare un interessante fenomeno: ai cittadini la carta d’identità risulta istintivamente antipatica. Non se ne conosce la ragione, ma circola l’ipotesi che la libertà individuale includa anche il diritto di cambiare aspetti che invece noi latini consideriamo essenziali. In USA non sono mai riusciti a dare vita ad una CI. Clamoroso il caso UK dove nel 2011 venne abolita e vennero distrutti gli archivi delle CI costituiti a partire dal tentativo del 2006. L’ipotesi, non verificata, alla base del fastidio “identificatorio” pare derivi dall’idea che l’identità sia riconoscibile dalla sola presenza, cioè con l’essere presenti di persona (una sorta di habeas corpus?) e appunto riconoscibili nelle proprie caratteristiche visibili. Non è compito dell’individuo farsi riconoscere, ma è chi lo richiede che deve “identificare”. Il fastidio della “registrazione” pare stia nell’intolleranza verso lo “Stato che tutto controlla”. In quelle culture vengono preferiti strumenti di identificazione correlati alle specifiche “necessità di servizio” quali il “numero della previdenza” (USA), o la patente di guida o il passaporto.

Con l’esplosione del traffico passeggeri dopo la WWII e con l’inizio dell’era del terrorismo, per ragioni di sicurezza si è reso necessario svolgere accurati controlli di identità. Quasi la totalitò dei cittadini consapevolmente si sottopone alla registrazione informatica dei propri dati come l’anagrafica, la fotografia, le impronte, la retina, la forma del corpo e del viso. Il fabbisogno di sicurezza ha fatto passare in seconda priorità un principio di libertà, declinato forse più teoricamente che utilmente. La registrazione della propria identità è divenata uno strumento di sicurezza individuale e collettiva. L’uso di identità rubate, o false, è diventato reato in quanto sintomo concreto di crimini contro la persona, i più gravi. Anche il mancato riconoscimento nelle situazioni topiche è diventato sintomo di voler nascondere le proprie intenzioni pubbliche.

Senza entrare nel merito di quanto sia eticamente corretto farsi riconoscere o pretendere di riconoscere, il significato di “identità” è passato dall’ “appartenenza” alle “caratteristiche specifiche del singolo individuo”, tali appunto da definirne la singolarità identica solo a sè stessa.  La singolarità consente di dimostrare di essere individualmente titolari dei diritti umani e dei diritti acquisiti in virtù della Costituzione del Paese del quale si è cittadini o del Paese nel quale si transita.

Provocazione: le leggi inutili decadano

L’ennesimo articolo, questa volta di Gavin Jones su Reuters, che spiega perché emettere leggi (potere legislativo) in Italia è più uno sport elettorale che il metodo che i cittadini usano per regolare i rapporti fra di loro (entro i confini e fuori dai confini).

Noi italiani le conosciamo bene quelle ragioni; e pare ci vada bene così.
Se veramente desiderassimo cambiare, saremmo famosi per fare che le cose accadano e non per il chiacchiericciante, inconcludente, folkloristico mugugno che i giullari nostrani ed esteri si divertono a raccontare.

Molte potenti lobby hanno interesse che le leggi siano inestricabili e incomprensibili. L’apparato dell’Amministrazione della Giustizia è uno dei principali responsabili dell’inefficienza della catena di trasmissione fra il decisore (il potere legislativo) e i cittadini. Preceduto nella responsabilità solo da chi le leggi le scrive: gli uffici legislativi.  L’infernale apparato burocratico si ispira a principi di condotta che i Cittadini vorrebbero conoscere, ma pare sia troppo complicato spiegarglieli in italiano lineare. I Cittadini, si sa, non sono in grado di comprendere l’esoterico sapere occulto degli sciamani. Allo stato attuale gli uffici legislativi non sono esposti alla trasparenza e, già solo per questo, sono sospettati di operare in direzione opposta all’interesse dei Cittadini; gira voce che addirittura lavorino contro l’interesse del “legislatore” e anche dell’apparato di Amministrazione della Giustizia. Il risultato è che abbiamo più leggi di qualsiasi altro paese OCSE e che il nostro apparato della Giustizia è azzoppato e si colloca al 147° posto su 189 Paesi analizzati dalla World Bank.

Non è vero però che tutti i Cittadini italiani gradiscono di essere sistematicamente gli ultimi e di regredire nella scala della qualità della vita che invece da decenni accelera su scala globale. Un numero sempre maggiore di cittadini italiani chiede agli amministratori pubblici di cambiare marcia e di innescare una logica auto-aggiustante che rimuova l’inutile, incrostato, vischioso, dannoso “colesterolo” nelle arterie della Giustizia.

Al momento le leggi sono approvate dopo alcuni controlli essenziali (es. la copertura finanziaria) e da mille altri che verificano la coerenza col passato (es.“letto l’articolo xxxx”, articoli misteriosi per gli sciamani burocrati del sancta santorum del tempio del diritto).

Molti in passato hanno sostenuto che ripulire le arterie dalle incrostazioni (cancellare le precedenti leggi) avrebbe rimosso il problema.  Rimuovere il colesterolo dalle arterie è importante, ma è molto più importante rimuovere i comportamenti di un’alimentazione sbagliata: se si immettono leggi che devono essere coerenti col passato, è ovvio che il colesterolo si riforma in men che non si dica.

È necessario capovolgere il modus operandi corrente che privilegia le coerenze col passato. Il presente e il futuro devono prevalere sul passato. L’esperienza passata non va buttata; al contrario la storia è essenziale fondamento del futuro. Ma il mondo cambia e tutto va riletto alla luce del sentire del presente per costruire il futuro. Il burocrate azzeccagarbugli fedele al suo passato, non può prevalere sul legislatore che immaginiamo sia più vicino alle esigenze dei cittadini.  Non si può bloccare il presente perché qualcuno nel passato la pensava come si pensava nel passato. Bisogna fare il contrario: il presente prevalga sul passato, come il parere degli uomini di oggi prevale sul parere degli “anziani”. Gli “anziani” raccontino la storia, ma gli uomini del presente facciano la storia.

Ecco una proposta provocatoria: Quando il legislatore emette una legge, tutte le precedenti ad essa correlate decadono.

La burocrazia sciamanica esegua, senza interferire, riallineando il pregresso in funzione del futuro. Un’alimentazione legislativa autopulente contribuirà alla Giustizia, con la G maiuscola, più di qualsiasi ideologia.

Indagati, arrestati e corrotti sembrano dilagare. Responsabilità dei singoli e di organizzazioni.

Regioni e Comuni: indagati, arrestati e corrotti sembrano dilagare, facendo ombra, sui media, ai tanti amministratori locali che fanno il loro lavoro con onestà e dedizione. Quando il malaffare è così diffuso, la colpa è da imputare non ai singoli ma al sistema che li esprime: in primis quello dei partiti. Non a caso si è riacceso il dibattito sulla regolamentazione del sistema partitico: da più parti si sente dire che serve una disciplina normativa che garantisca trasparenza e integrità dei meccanismi decisionali e di selezione all’interno dei partiti. Eppure i fatti raccontano altro: quante volte al giovane preparato, ma sconosciuto, da Roma si è preferito candidare il “feudatario” del posto, il personaggio in vista, che controlla, non a caso, migliaia di voti? Suona ipocrita, dopo, accusare i territori, dopo averli condizionati dal centro: i votifici, che fanno comodo in periodo elettorale, prima o poi presentano un conto che sono chiamati a pagare tutti i partiti, poco importa se a livello centrale o periferico. Per recuperare credito presso gli elettori alcuni esponenti, anche di spicco, della maggioranza –e non solo – hanno presentato nuovi progetti di legge sui partiti, stavolta mirati su trasparenza e integrità. Eppure, quando noi lo abbiamo proposto, due anni fa, non abbiamo trovato molto ascolto dai parlamentari né attenzione dai media. Per tutti era più comodo seguire la moda, che all’epoca era gridare contro il finanziamento pubblico dei partiti. Si diceva che era quello la causa di tutti i mali della politica italiana e lo scalpo che i partiti esibirono davanti all’opinione pubblica fu il decreto legge 149 del 2013, poi provato con legge 12 nel febbraio del 2014. Il risultato è che non solo i finanziamenti pubblici sono stati aboliti parzialmente (sono rimasti, tra gli altri, i finanziamenti ai Gruppi Parlamentari), ma i mali d ei partiti sono lontani dall’essere risolti. Non solo: ci si accorge solo ora che il maggiore ricorso dei politici ai finanziamenti privati ha comportato la necessità di una regolamentazione in grado di evitare rischi di opacità finanziaria e di ingerenza dei singoli finanziatori nelle decisioni politiche. Così, dopo appena due anni il Parlamento deve di nuovo mettere mano alla riforma dei partiti su tutti quegli aspetti che ha volutamente tralasciato nel 2013, ma le cui conseguenze sono tornate a intorbidire i governi di non poche Regioni e Comuni. Non ci piace dirlo, ma abbiamo avuto ragione noi, nel 2013, a presentare un progetto di legge – A.C. 1325 dell’8 luglio 2013 – che già allora teneva conto di quella necessità di trasparenza e integrità di cui politici e giornalisti sono dovuti tornare a occuparsi oggi. Abbiamo avuto ragione non perché eravamo bravi, ma perché bastava attenersi alle direttive che l’Europa, tramite il Group of States against Corru ption, ci indica da anni per risanare la nostra politica e allontanare la corruzione dalla vita pubblica italiana. Se oggi i partiti fanno sul serio, anziché presentare nuove proposte di legge sull’onda dell’emotività del momento, riprendano la nostra proposta: basteranno pochi emendamenti per dotare il nostro Paese di una legge sui partiti a prova di anticorruzione. In poco tempo.
Qui la proposta di legge ispirata alle proposte di Fondazione Etica

La curiosa indifferenza per l’approvazione Europea del TTIP

IN UN’ATMOSFERA di curiosa indifferenza generale, il Parlamento Europeo ha approvato una lista di raccomandazioni alla Commissione Europea per la conduzione delle trattative con gli Stati Uniti al fine di firmare il Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (Ttip). Il Trattato, la cui negoziazione sta andando avanti un po’ a singhiozzo da due anni, dovrebbe abbattere le tariffe doganali tra Europa e Usa, eliminare le barriere regolamentari all’importazione di beni e servizi e istituire degli standard comuni.

Nonostante i dazi tra le due sponde dell’Atlantico siano relativamente bassi, tuttavia, essendo l’interscambio pari a più di 850 miliardi di euro, anche piccole diminuzioni hanno effetti significativi. Gli investimenti diretti tra i due blocchi superano poi i 3 mila miliardi di euro.

Gli ostacoli non tariffari possono invece essere molto più dannosi: ad esempio, se le regole di sicurezza per gli autoveicoli differiscono, per poter esportare un automobile si devono apporre così tanti cambiamenti che alla fine il prezzo non è più competitivo. Oppure, può esserci una chiusura alla partecipazione a certi appalti pubblici per imprese non nazionali (o dell’Unione) o quote riservate ad aziende locali. Questo tipo di impedimenti è particolarmente punitivo per le piccole e medie imprese che non hanno le economie di scala per adempiere ai requisiti regolamentari né la forza di installarsi in pianta stabile, magari in joint-venture con un autoctono, per partecipare alle gare.

Gli standard normativi sono altrettanto importanti: regole comuni o quantomeno compatibili su materie come la proprietà intellettuale, l’antitrust, la denominazione di origine dei prodotti (materia delicatissima per noi italiani), l’energia, le norme doganali, le misure sanitarie e fitosanitarie, semplificano enormemente la vita delle aziende, le quali possono così utilizzare un solo processo produttivo, chiedere una singola autorizzazione, tenere comportamenti coerenti senza timori che siano illeciti in un posto e permessi in un altro, commercializzare i medesimi prodotti.

È sempre difficile quantificare i vantaggi di un trattato di libero scambio e, con tipico pragmatismo britannico, la House of Lords l’ha non solo notato ma ha anche ironizzato sulla scarsa presa che la prospettiva di un aumento dello 0,5% del Pil può esercitare sull’elettorato. Ciò detto, la Commissione Europea ha calcolato un beneficio di una maggiore crescita annua di 120 miliardi di euro per l’economia del Vecchio Continente (pari allo 0,5% del Pil) e di 95 miliardi per gli Usa. Il centro studi Prometeia ha quantificato un beneficio di 5,6 miliardi per l’economia italiana e la creazione di 30.000 posti di lavoro. Un grande effetto positivo indiretto, inoltre, lo si ha grazie alla maggior reciproca concorrenzialità dei mercati domestici.

Naturalmente ci sono temi controversi, alcuni dettati da rigurgiti di protezionismo, ad esempio l’esclusione di alcuni servizi dal patto e la clausola di salvaguardia in caso di “troppe importazioni”; altri dal terrore semi-irrazionale che circonda temi come gli Ogm; altri ancora meramente tecnici, ad esempio relativamente al tribunale arbitrale per la risoluzione delle dispute tra imprese e Stati che violino il trattato. Sono questi punti su cui il Parlamento Europeo ha tirato il freno a mano.

Quello che non dovrebbe sfuggire, però, è che i rischi di una mancata firma sono comunque più alti di quelli della conclusione di un Ttip seppur edulcorato come lo vorrebbe il consesso di Strasburgo.

Infatti, un’intesa tra le due sponde dell’Atlantico, i due blocchi economici tuttora più forti al mondo, farebbe sì che le regole del commercio internazionale non potrebbero che ispirarsi agli ideali moderni, democratici e di tutela della salute e dei consumatori che gli europei condividono con gli Usa. Inoltre, poiché Washington sta trattando un simile accordo con i paesi del Pacifico è nostro interesse primario che l’asse dell’attenzione e degli investimenti americani non volti le spalle all’Europa. Una grande area di libero commercio renderebbe poi sempre più evidente il grande valore dell’appartenenza all’Unione.

Una tantum l’Italia ha un rappresentante capace e liberale che si occupa del dossier, il vice-ministro Calenda. L’importante è non lasciarlo solo: il governo deve perciò fare tutto il possibile perché in sede di Consiglio Europeo prevalga una linea liberalizzatrice e magari dimostrare lo stesso impegno profuso per l’Italicum o il Jobs Act nello spiegare all’opinione pubblica perché il Trattato conviene sia ai nostri ideali che al nostro portafoglio.

adenicola@adamsmith.it Twitter @aledenicola

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Merkel dixit: non più Grexit

Il conflitto politico (cioè fra amministratori pubblici) è rientrato e la crisi greca sembra avviata verso qualcosa, anche se non si sa cosa. I media non trovano più nulla di interessante da dire, a parte qualche post-battutaccia sulla grande recita degli ultra nazi-marxisti-leninisti. I media sono alla ricerca di nuovi scoop insaporiti col sale dell’estate. Sarà un Frexit? Un Brexit? Un Itaxit o un Portexit? I grandi economisti stanno facendo le prove generali  per lanciare il tormentone estivo. Read more

Se la banca “salta”, meglio il “bail-out” o il “bail-in”?

Dal 1.1.2016 cambiano le regole europee per i salvataggi bancari, che passano dal “bail-out” (quelli fatti dallo stato, con i soldi dei contribuenti) al “bail-in” (a carico di azionisti, obbligazionisti, alcune tipologie di depositanti).

Vediamo di approfondire di che si tratta, quali banche copre, con quali procedure, ricordando che poiché entrerà progressivamente in vigore dal prossimo anno, difficilmente potrà coprire le banche greche in caso di “Grexit”.

Sino al caso-Cipro (crisi delle banche cipriote, estate 2012), per le autorità di vigilanza bancaria europee valeva il principio che la crisi di una banca era un evento da affrontare attraverso un intervento della “mano pubblica” per la ragione che la stabilità finanziaria del sistema, e quindi delle singole banche, deve essere assicurata “whatever it takes”: e quindi, interventi dello stato nell’azionariato (emblematici i casi come Citigroup negli USA che hanno immesso 563 miliardi US$ come capitale ed assicurato 1.800 miliardi US$ come ulteriore garanzia per le banche salvate; Lloyd’s e RBS in UK che sono state nazionalizzate e ricapitalizzate per 115 miliardi di Sterline; i 47 miliardi di euro che la Germania ha speso per salvare banche tedesche; i casi spagnoli ed irlandesi; in molti casi, gli investimenti sono stati restituiti, con profitto per i singoli stati), “cordone sanitario” (“moral suasion” della banca centrale che chiama una banca “amica” a rilevare la banca “fallita”), il tutto finanziato da fondi pubblici, quindi dai soldi dei contribuenti.

Questo si chiama “bail-out”.

Nel “dopo-Cipro”, le autorità europee hanno modificato il loro approccio, prevedendo (c.d. secondo pilastro dell’Unione Bancaria europea) la creazione di un Meccanismo Unico di Risoluzione delle Crisi (SRM) che riguarderà le banche aderenti al Meccanismo di Vigilanza Unica (SSM, gestito dalla BCE), che sono quelle definite “significative”, in totale 200 gruppi bancari (13 italiani), che rappresentano l’85% degli attivi del sistema (anche se sono il 3% del numero delle 3.700 banche europee, che per la restante parte continuano ad essere vigilate dalle autorità nazionali: la Banca d’Italia per il nostro paese).

Saranno gli azionisti delle banche, seguiti nell’ordine dagli obbligazionisti (quanti hanno investito in “bond” bancari) e dai depositanti (oltre i 100.000 euro di deposito) a “pagare il conto” dei fallimenti bancari, il tutto entro il limite dell’8% del valore delle passività delle banche (l’8% è, fra l’altro, la percentuale di capitale richiesto alle banche dalle “regole di Basilea”). Quindi, azionisti e privati copriranno eventuali perdite sino all’8%.

Per interventi sopra l’8%, è previsto l’intervento dello “strumento” (che è il terzo pilastro dell’Unione Bancaria europea) del Fondo Unico di Risoluzione (SRF) che sarà unico per tutta la UE (alimentato dai singoli fondi nazionali, ove esistenti) e che i singoli stati costituiranno con prelievi sulle banche a livello nazionale, con la previsione di una dotazione iniziale di 55 miliardi di euro, da raccogliere nei primi 10 anni (entro il 2025). Si prevede che l’intervento del SRF sia nell’intorno del 5% degli “asset” della banca in difficoltà.

Nel caso questa “rete di protezione” non fosse sufficiente, potrebbe essere richiesto un intervento dell’ESM (il ben noto “fondo salva-stati”).

Siamo quindi entrati nell’era del “bail-in”: da oggi, chi è azionista, o sottoscrive azioni, obbligazioni di una banca, o ne è un depositante importante (definibile come chi abbia oltre 100.000 euro di deposito e/o certificati di deposito bancari) sa che in caso di fallimento, il conto lo paga lui (o lei), senza poter chiedere l’intervento dello stato, o delle sue autorità, invocando la “stabilità del sistema”.

Condividiamo il “nuovo corso” (nella sua filosofia: i prossimi “default” diranno se il sistema sarà ben adottato); sarà sufficiente per “istruire” azionisti ed investitori sull’effettivo rischio dell’investimento, togliendo loro la protezione dell’ “azionista di ultima istanza”, che sono tutti i cittadini contribuenti?

Altrettanto rilevante: i manager bancari saranno più attenti nel concedere credito e nell’evitare l’ “azzardo morale”?

Infine, non dobbiamo dimenticare che nel nostro paese sopravvive la vecchia pratica delle banche italiane nello “sponsorizzare” l’investimento in  “obbligazioni bancarie”, che d’ora in avanti saranno chiamate a coprire i fabbisogni di capitale in caso di insolvenza. Per tutti gli investitori: “massima attenzione”.

Le rivoluzione, come si sa, sono spesso a metà: se il conto verrà pagato prima da azionisti ed obbligazionisti privati (e depositanti importanti), i singoli stati saranno comunque chiamati a dare la loro parte, coi fondi di salvataggio e liquidazione, e poi indirettamente tramite il “fondo salva-stati” ESM.

Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog

L’arbitro bancario.

Aumentano i ricorsi presentati all’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) da parte di risparmiatori e clienti di banche ed intermediari finanziari, sempre più spesso assistiti da un legale: nei primi 4 m4si del 2015, nel 55% dei casi. Nel 2014, i ricorsi presentati sono stati 11.237, in aumento del 43% sul 2013, una crescita in parte legata a tematiche relative a cessioni del quinto delle stipendio e pensioni, seguite da carte di credito e debito, bancomat, prestiti: usura, interessi di mora, commissioni (come nel caso di istruttoria veloce); diversi casi relativi ad ipoteche, utlizzo fraudolento dei mezzi di pagamento. Il 52% dei ricorsi è contro banche (Barclays con 871 ricorsi, Unicredit 801, BNL 353), il 22% verso le Poste (che con 2.445 ricorsi “brilla” come primo soggetto cui sono stati rivolti rilievi), 23% verso intermediari finanziari ex art 107 e 106 TUB (Prestitalia 721 ricorsi, Fiditalia 260, Apulia Prontoprestito 199). Nella relazione annuale dell’ABF viene ricordato come l’assistenza legale sia legata sia a casi che diversamente non sarebbero stati portati all’attenzione dell’ABF, sia a casi complessi che ne hanno richiesto la presenza.

Parti deboli contro parti forti.

 

Pubblicato l’8.7.2015 su smartweek

A Roma sudditi impotenti subiscono i prepotenti

Chi chiede continuamente, a gran voce, “più regole” sarebbe bene fosse il primo a rispettarle, le regole. Invece così non è: perlomeno in Italia.
È il caso di quanto sta succedendo al trasporto pubblico di Roma. Da giorni, i macchinisti della rete metropolitana stanno interrompendo il servizio pubblico di trasporto senza aver indetto uno sciopero formale, ma semplicemente incrociando le braccia.

Romani e turisti si sono trovati ad aspettare la metropolitana anche per un’ora, senza alcun preavviso, nemmeno un biglietto ai tornelli.
Sul sito Atac, si legge che i rallentamenti sembrano dovuti a iniziative individuali «dovute all’applicazione anche al personale operativo del sistema automatico di rilevazione delle presenze». In soldoni, alcuni (quanti?) dipendenti non vogliono sottostare al controllo dei tornelli per la presa e l’uscita dal servizio. Perché il messaggio arrivi chiaro e tondo, semplicemente si rifiutano di lavorare.
Si tratta di legittimo esercizio del diritto di sciopero per protestare contro una nuova condizione lavorativa, peraltro di evidente buon senso? A noi sembra più interruzione di pubblico servizio.
La differenza è chiara, norme alle mano. La legislazione, già in vigore, impone determinate formalità perché l’astensione dal lavoro sia legittimo esercizio di un diritto. Formalità che, a Roma, sono state bellamente ignorate: nessuno ha dato preavviso, nessuno ha apertamente indetto uno sciopero, la Commissione nazionale per gli scioperi non ha certificato un servizio minimo garantito.
Cosa diremmo di un’azienda privata che, ricevuta in appalto la fornitura di un servizio essenziale, decidesse unilateralmente di smettere di occuparsene, per spuntare un contratto migliore?
Nessuno “assolverebbe” il proprietario o il manager dell’impresa.
In questo caso, abbiamo davanti dei dipendenti di una società pubblica che scelgono di non lavorare, per protesta contro il controllo del rispetto dell’orario di lavoro. Nonostante un articolo del codice penale che qualifica tale comportamento come reato, nonostante una legge che prevede quali sono le forme di contestazione legittime, nonostante un’autorità indipendente chiamata a sorvegliare sul rispetto di tale legge.
Non sono “regole” anche queste? Perché non fa nemmeno notizia, che vengano bellamente ignorate?
L’amara risposta sta nel fatto che le relazioni sociali e industriali nel nostro paese sono stabilite a prescindere dalle “regole”. I sindacati le invocano per gli altri: ma quelle che riguardano loro non sono che un accidente passeggero.
Non bastano le leggi e le autorità di controllo perché si risponda delle proprie responsabilità. Occorre che il circuito venga attivato. Occorrerebbe, nel caso romano, la immediata risposta dell’azienda pubblica, e se questa non dovesse avvenire, l’immediata risposta del Comune di Roma e del suo sindaco, al quale i vertici dell’azienda pubblica rispondono. L’afonia dell’una e dell’altro ne certifica non solo l’indifferenza nei confronti del cittadini: ma anche, quel che è peggio, la debolezza verso i prepotenti.
Nel frattempo, gli utenti del monopolistico servizio pubblico, al di là di tentare la disperata via di denuncia di interruzione di pubblico servizio, non hanno alternative.
Sono sudditi impotenti: privi della libertà di scegliere una concorrenza che non c’è, umiliati dalla prepotenza di chi si sottrae, indisturbato, al più banale dei controlli.

L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni del 6 Luglio 2015

La Corte ha deciso: Mettere a dieta il Leviatano

“Si scontrano due posizioni: La prima è quella di chi sostiene che le imprese pubbliche possono fare qualunque cosa purché non abbiano perdite e non siano sovvenzionate. La seconda è che le imprese pubbliche devono operare solo quando esistono forti motivi per pensare che imprese private non possano fare la stessa cosa.

Ci deve essere, in altre parole, un ‘fallimento del mercato”. Così scrive nel suo ultimo libro, parlando delle società con capitale pubblico, Carlo Cottarelli, ex commissario del governo alla spesa pubblica, ora felicemente ritornato al Fondo Monetario Internazionale. L’economista precisa che i confini del fallimento di mercato sono mobili: una volta si pensava che i privati non fossero in grado di garantire l’approvvigionamento del latte o la presenza di farmacie, oggi non è più così. E Cottarelli è fin troppo generoso, poiché nel corso degli anni si è scoperto che televisione, telecomunicazioni, trasporti, poste, energia, gas e persino la zecca di stato erano settori che potevano benissimo essere gestiti in concorrenza da operatori privati; che alcuni “monopoli naturali” non erano tali e che i presunti fallimenti del mercato molto più spesso erano causati del governo il quale, come minimo, aveva instaurato un cattivo sistema di regolamentazione. Insomma, benché in Italia larghi settori dell’economia siano ancora in mano pubblica e, grazie alla certosina opera di Cassa Depositi e Prestiti, il perimetro tenda addirittura ad allargarsi, in generale le giustificazioni teoriche e morali della proprietà statale delle imprese sono collassate e la classe politica si affida alla voce stonata di chi difende “strategicità” e “italianità” di certe aziende.

Questa consapevolezza non si è però diffusa fino al punto tale da dar vita ad un ripensamento più profondo di quale sia il ruolo dello Stato all’interno della società e dell’economia. In Italia non si verifica nulla di simile all’approccio adottato dal governo conservatore britannico il quale, avendo già ridotto la spesa pubblica al 40,8% del PIL (nel Belpaese è superiore al 50%), conta di portarla al 35 % nel prossimo quinquennio, vicina a livelli “americani”. Lo stesso Cottarelli ha sempre avanzato delle proposte molto più tese ad eliminare gli sprechi (cosa buona e giusta, per carità) che a limitare le funzioni attualmente svolte dalla mano pubblica.
A sorpresa, a porre il problema ci ha pensato la Corte dei Conti, la nostra magistratura contabile. Nella sua prolusione di presentazione del rendiconto generale dello Stato per il 2014, la relatrice Laterza ha ricordato prima di tutto alcune amare verità.
Infatti, nonostante il gran parlare di “tagli selvaggi” che si è fatto in questi anni, la realtà ci dice che negli ultimi anni la spesa pubblica si è appunto mantenuta al di sopra del 50% del PIL e il governo ha spremuto di tasse i contribuenti. Inoltre, nel quadriennio 2009-2014 il minore indebitamento (-34 miliardi) è risultato derivare da un aumento di entrate di 55 miliardi compensato da un incremento di 16 miliardi di spesa primaria e di 6 miliardi per gli interessi sul debito. E laddove sono crollati gli investimenti, sono schizzate le spese per le pensioni.
Insomma, i tradizionali strumenti di contenimento del deficit sembrano non funzionare e, in assenza di privatizzazioni, lo stock del debito pubblico continua ad aumentare. Ecco perché la Corte dei Conti ha osato pronunciare l’impronunciabile: “Il necessario contributo (alla crescita economica) ancora atteso dalla riduzione della spesa pubblica… non può eludere la scelta di fondo di porre limiti alla prestazione di alcuni servizi pubblici in una condizione di permanente squilibrio tra costi e ricavi”. Chiaro no? Lo Stato deve fare meno e, per non lasciare dubbi, i magistrati contabili, dopo aver ribadito le necessità di diminuire le tasse (“restituire capacità di spesa a famiglie e imprese”), sferrano il colpo finale “Un duraturo controllo della spesa pubblica può ormai difficilmente prescindere dalla questione del perimetro dell’intervento pubblico” il che comporta “riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici” sulla base di “una riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo”.
A memoria, nessun partito presente in Parlamento negli ultimi 40 anni (da quando cioè è esplosa la spesa) né alcuna istituzione ha pronunciato parole così chiare. Gli interessi costituiti e il calcolo elettorale sono freni quasi insuperabili ad un taglio graduale delle uscite e sempre più viene da sospettare che si debba ridurre il campo di gioco per liberare risorse da investire produttivamente: riformare completamente il sistema previdenziale, con una minima pensione garantita dallo Stato ed il resto affidato a fondi, certamente regolamentati e vigilati, che possano reinvestire nell’economia; pagare solo ai veramente meno abbienti le prestazioni sanitarie, lasciando spazio alle assicurazioni e alle mutue sanitarie, più adatte a controllare i costi; sbarazzarsi dell’equazione servizio pubblico = proprietà pubblica. Si tratta sicuramente di un “vaste programme” avrebbe ironicamente celiato De Gaulle. Tuttavia, le cure fatte di imposte e piccole sforbiciate finora non hanno funzionato e il nostro paese, che ha una classe imprenditoriale imbattibile nell’innovare e adattarsi, ristagna e va peggio di tutti gli altri. La Corte dei Conti ha reso un grande servizio, se lo si saprà cogliere: pensare l’impensabile è la maniera migliore per progredire.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola
Pubblicato su Repubblica

Tutti i pericoli di una Corte interventista

I giudici costituzionali hanno un ruolo sempre più rilevante. E questo rende quasi impossibile per i governi attuare politiche di bilancio

La Corte Costituzionale Italiana, al pari delle consorelle tedesca e americana (basti pensare alle recenti sentenze su legittimità del Quantitative easing, Obamacare e matrimonio gay), sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nei pubblici affari.

I nostri giudici supremi, infatti, stanno continuando a influenzare profondamente la politica economica del paese. Dopo aver determinato l’incostituzionalità del blocco delle pensioni più alte e della Robin Tax, questa volta i togati del Palazzo della Consulta si sono esercitati su un tema che a chi non appartiene al sacerdozio dei giureconsulti apparirebbe fuori dalla loro portata: gli stipendi pubblici.

La questione è nota: dal 2010 i salari dei dipendenti pubblici sono bloccati per legge salvo che per progressioni di carriera. Tale provvedimento è stato reiterato fino a tutto il 2015 e contro di esso sono insorti i sindacati sostenendone l’illegittimità costituzionale. Se la Corte avesse dato loro ragione con effetti retroattivi, le casse dello Stato rischiavano, secondo l’Avvocatura Generale, un buco di ben 35 miliardi di euro, una catastrofe.

Cosa ha deciso allora il nostro Giudice delle leggi? Con uno scarno comunicato datato 24 giugno, ci ha informato che, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, è stata dichiarata «l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico». In altre parole, bisogna rinegoziare i contratti collettivi con le maestranze, ma l’assenza di effetti retroattivi evita il pagamento degli arretrati. Pare che la Corte (la sentenza non è stata ancora pubblicata) abbia tenuto in conto l’argomento avanzato dall’Avvocatura dello Stato secondo cui l’articolo 81 della Costituzione, imponendo il pareggio di bilancio, impedisse il pagamento dei 35 miliardi. Meno male, ma i dubbi non mancano.

Primo: da quando la contrattazione collettiva è materia costituzionale? La contrattazione e ancor di più il suo esito è affare delle parti coinvolte, non un obbligo sancito dalla suprema legge della Nazione. E non si dica che mentre i privati possono rimanere a becco asciutto, invece i dipendenti pubblici sono protetti dalla Costituzione: questa sì sarebbe una violazione del principio di uguaglianza, anche a voler dimenticare che tutt’oggi la media degli stipendi dei dipendenti pubblici è più alta di quella dei privati e dal 1995 al 2010 il tasso di aumento dei primi ha di gran lunga sopravanzato i secondi.

Secondo: nel passato il blocco fu ritenuto legittimo dalla Consulta. Leggendo il rinvio del giudice di Roma che solleva la questione di costituzionalità, si capisce però che in precedenza era per periodi più brevi. Ah sì? Quindi la Corte si arroga di decidere per quanti anni le esigenze di contenimento della spesa pubblica giustificano un provvedimento del governo? Questo è un potere da legislatore, non da giudice.

Terzo: la retroattività. Ormai la Corte fa un uso sempre più frequente del concetto di incostituzionalità sopravvenuta (utilizzato anche quando è stata dichiarata illegittima la Robin Tax) che invece dovrebbe essere impiegato molto raramente ed in casi eccezionalissimi. Ciò che è nullo nullum producit effectum, dicevano i giureconsulti romani. Inoltre, l’incostituzionalità “sopravvenuta” è utilizzata a singhiozzo: non per la pronuncia sulle pensioni, ad esempio. E anche se l’ex presidente della Consulta, Mirabelli, ha cercato di distinguere i tre casi, non c’è dubbio che dal punto di vista del legislatore l’incertezza continua su cosa è legittimo e cosa no e quali effetti la illegittimità possa avere sulle casse dello Stato, alla lunga rende difficilissima qualsiasi politica di bilancio.

Il legislatore ha ovviamente le sue colpe: le norme sono scritte in modo disdicevole, a volte sono retroattive, altre non coordinate con le quelle in vigore. Tuttavia è necessario pensare a un meccanismo di tecnica legislativa che restituisca certezza del diritto (a esempio, potrebbe servire un parere preventivo sulle leggi come quello che emana il Conseil Constitutionnel francese). Già gli investitori si lamentano per la lunghezza e l’incertezza dei procedimenti ordinari, figuriamoci cosa accadrebbe se nessuno potesse essere certo della sopravvivenza stessa delle leggi emanate dal nostro Parlamento.

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