#”Il conflitto di interesse” è l’espressione ambigua di oggi

La democrazia si fonda sulle convergenze di interesse. Il conflitto di interesse è una forma di convergenza di interesse, sgradita.

L’espressione “conflitto di interesse” ha in sé una carica esplosiva di irrisolta ambiguità.

Molti sembrano sapere con chiarezza cosa intendono per “conflitto di interesse”.   Ma sono piuttosto scarse le definizioni razionali e ben argomentate. I dizionari non aiutano quasi per nulla.
Accade spesso con le parole profondamente infisse nella parte più primitiva del nostro cervello; in quel luogo dove vivono parole che non hanno nulla di ovvio e che comandano i nostri comportamenti fondamentali. Read more

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

«Uno dei più grandi dibattiti del nostro tempo riguarda quanto del vostro denaro debba essere speso dallo Stato e quanto ne dobbiate conservare e spendere per la vostra famiglia.

Non dimentichiamoci mai questa verità fondamentale: lo Stato non ha altre fonti di denaro se non il denaro che la gente guadagna per proprio conto.

Se lo Stato intende spendere di più, lo può fare soltanto prendendo in prestito i vostri risparmi o tassandovi di più. E non è un buon modo di pensare ritenere che sarà qualcun altro a pagare, quel qualcun altro siete voi.

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

La prosperità non giungerà attraverso l’invenzione di sempre nuovi programmi di spesa pubblica, non diventerete più ricchi ordinando alla banca un nuovo libretto d’assegni.

Nessuna nazione è mai diventata più ricca tassando i suoi cittadini oltre la loro possibilità di pagare.

Noi abbiamo il dovere di assicurarci che ogni singolo penny che raccogliamo con le tasse sia speso saggiamente e bene».

 

Parole pronunciate il 14.10.1983 da un primo ministro (non italiano).

La ruspa esattoriale

C’era una volta un limite al pignoramento dello stipendio o della pensione fissato per lasciare al debitore un margine di sopravvivenza. Il decreto “Salva Italia”(1.10.2012 del Governo Monti) ha imposto che le pensioni confluiscano direttamente ed automaticamente dall’Istituto di Previdenza su un conto corrente che il pensionato è costretto ad attivare. Così Equitalia ha il diritto, e lo esercita con spietata crudeltà, di effettuare il pignoramento non nei limiti di un quinto presso l’ente erogatore, ma dell’intero importo della pensione una volta che questa sia versata sul conto corrente.Un prelievo coatto che, sempre più spesso, viene esercitato in modo inversamente proporzionale all’ammontare della pensione. Infatti, ad essere perseguita con particolare rigore è l’evasione  realizzata da piccoli imprenditori, artigiani e pensionati in quanto si tratta di fasce con scarse possibilità di difendersi da eventuali “disguidi” che possono assumere carattere estorsivo e che non dispongono di stuoli di consulenti che ne tutelino le ragioni. Abbiamo, quindi, un’amministrazione, spietata con i deboli, diventa morbida con i forti. Uno Stato Robin Hood alla rovescia, ruba ai poveri per dare ai ricchi.  Equitalia, in caso di debiti di un pensionato con il fisco, pignora tutte le somme depositate sul conto corrente, la cui apertura è condizione sine qua non per vedersi accreditare la pensione, col pretesto che su quel conto potrebbero essere confluiti anche altre somme. In tal modo, blocca il conto corrente negando il diritto alla sussistenza garantito dalla Costituzione ai pensionati costringendoli a ricorrere al giudice per far sbloccare il conto. Come al solito, l’incapacità del legislatore demanda al giudice ordinario la soluzione del problema ma il danno è già fatto. Il blocco del conto lascia il suo titolare nell’impossibilità di affrontare le spese quotidiane, per il periodo che intercorre tra la notifica all’istituto dell’atto e l’udienza di dichiarazione avanti il giudice. Per stare tranquillo il pensionato deve, lo stesso giorno dell’accredito, ritirare dall’istituto l’intero importo della pensione. Si tratta di atti intimidatori di Equitalia che, avendo accesso a tutte le informazioni per accertare i redditi, le situazioni patrimoniali e per conoscere la provenienza degli accrediti e la consistenza del conto corrente, esercita in modo improprio le sue prerogative. Il suo accanirsi, quindi, è ancor più odioso perché esercitato sulle fasce deboli costretti a vivere i giorni della pensione come un incubo e sotto tortura.

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Più che derivati, angeli e demoni.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio su AdviseOnlyBlog in data 10 giugno 2015

I “derivati”, definiti anni orsono “armi di distruzione di massa” dall’Oracolo di Omaha Warren Buffett, sono costantemente cresciuti negli anni, sull’onda di “de-regulation”, aumento delle tecniche di utilizzo, “investment appetite” di banche ed investitori. Read more

#Disuguaglianza è la parola ambigua di oggi

La minacciosa parola “disuguaglianza” risuona e riverbera seminando indignazione e ostilità per le diseguaglianze.

Il richiamo alla maggiore uguaglianza è costantemente rinforzato dal Presidente della Repubblica, dal Papa e da numerose altre forze sociali, politiche, civili ed economiche. I media ci informano delle quotidiane disuguaglianze (etero-religiose, etero-etniche, etero-qualsiasi cosa) ragione di immense tragedie.
La disuguaglianza è il problema numero uno che minaccia la coesione sociale. Read more

Il lavoro è il punto d’origine del valore aggiunto

Non credo esista un solo economista al mondo che non concordi. Il lavoro trasforma, utilizza ciò che già c’è per produrre ciò che non c’era. I processi di trasformazione sono l’essenza del nostro universo e l’universo è incapace di stare fermo.

Il lavoro:

  1. nel “patrimonio pre-esistente di beni e di conoscenza”
  2. individua e seleziona quella particolare parte di conoscenza che chiamiamo “capacità di fare”
  3. e la applica per trasformare la materia e la conoscenza con il risultato di:
    1. consumare parte del “patrimonio pre-esistente”
    2. creare un “nuovo patrimonio di beni e conoscenze e anche di nuovo saper fare”.
  4. per ricominiciare da capo.

Ad ogni ciclo, la differenza fra il valore del patrimonio iniziale e quello finale è il valore aggiunto.
Anche su questo punto quasi tutti concordano, ma solo fin qui.

Non mi risulta che gli economisti abbiano ancora trovato un metodo credibile per misurare il “valore aggiunto” definito in questi termini. Il problema è che esistono incommensurabili aree di “non misurabilità”. Per esempio, come si fa a dare un valore alla ruota? Non quella della mia bicicletta che è perfettamente valorizzabile, ma quella del “saper fare e saper far funzionare” una ruota.
Da qualche parte deve esserci un metodo per risolvere il problema.
Il grande fan della semplicità Guglielmo di Ockham ci porgerebbe il suo rasoio per separare l’inutile astratto (da trascurare) dall’essenziale sul quale concentrarci. Nel nostro caso: trascurare il valore del patrimonio riutilizzabile gratuitamente, perciò da tutti, e misurare solamente il differenziale del patrimonio che distingue una persona da un’altra.
Quel differenziale si può perfettamente valorizzare nel momento in cui la persona che “possiede” quello specifico know-how lo rende disponibile a chi è disposto a pagarlo un prezzo equo (il valore del know-how o anche del lavoro).

Per vie inconsuete ci ricongiungiamo concettualmente al GDP (Gross Domestic Product, in italiano PIL) che misura il valore aggiunto procapite e nazionale. Nella pratica però è solo una somiglianza perchè il calcolo del PIL non contiene le variazioni del patrimonio; al contrario contiene i compensi provenienti anche da sussidi e welfare. Per esemplificare, in questi anni il PIL greco non solo è inferiore alle spese, ma è in gran parte pagato dai prestiti dall’estero; parte troppo piccola del PIL viene dal valore-aggiunto dell’industria nazionale. Nei conti pubblici questa distinzione non è calcolata nè pubblicata. Avrei qualche altro esempio nazionale che però rinvio ad altri momenti.

La sfida successiva è quindi calcolare il GDP con la distinzione fra lavoro-a valore-aggiunto da quello che invece è altro.

Non se ne abbiano a male gli economisti-veri se riprendo, allegramente ma non troppo, la direzione di ricerca indicata da Cipolla, secondo il quale ciascuna persona produce valore (o disvalore) in relazione a queste categorie di comportamenti:

  • gli Stupidi sono efficacemente e imprevedibilmente in grado di fare danno a sé stessi e agli altri. Questa categoria di comportamenti, singoli o reiterati, brucia valore. Di più se pagati per farlo. Qualcuno di questi comportamenti è riconosciuto anche dall’Amministrazione della Giustizia che talvolta ne calcola il disvalore e punisce chi adotta tali comportamenti.
  • I Banditi e gli Sprovveduti che traferiscono valore da una tasca all’altra in una sorta di gioco a somma zero. Il trasferimento aumenta il patrimonio dell’uno a spese dell’altro, ma lascia il patrimonio totale quasi invariato. Il “quasi” è dovuto al lavoro impegnato nel trasferimento che non aggiunge valore al totale, piuttosto ne toglie un pochino, come le zero della roulette al casinò. Dev’essere per questo che la sola circolazione del denaro, senza valore aggiunto, fa declinare i sistemi economici che adottano “la mera circolazione del denaro” come principio economico fondante. In molti di questi comportamenti l’Amministrazione della Giustizia riconosce casi contro la legge e ne calcola il danno. Al quale danno talvolta si somma il costo delle pene conseguenti che certamente bruciano valore.
  • Gli Intelligenti, anche inconsapevoli, con il loro lavoro producono beneficio a sé e agli altri. Spesso lasciati soli, talvolta ostacolati nel loro appassionato sforzo, essi aumentano il patrimonio proprio e quello degli altri.

Gli economisti-veri avranno mille argomentazioni contro queste considerazioni eccessivamente elementari. Spero che qualcuno contribuisca seriamente a spiegare, con parole di semplicità adeguata a noi non-economisti, cosa vuol dire lavoro e valore aggiunto.

Nell’attesa di nuove scoperte della “non scienza dell’economia degli aggregati”, tutta la mia simpatia e sostegno va a quelle persone che lavorano producendo valore aggiunto per tutti nonostante l’azione corastante delle altre categorie.

Uber-taxi La sentenza intelligente che servirebbe ai tassisti

PURTROPPO va così. L’unica sentenza che avrei visto volentieri, quella che poteva spazzare via l’iniquo aggio dell’8% che Equitalia si riconosce sulle somme incassate coattivamente senza alcun legame con l’attività realmente svolta per la riscossione, non è stata emessa.

È invece arrivata l’ordinanza del tribunale di Milano sul caso Uber, la compagnia di trasporto passeggeri che ha rivoluzionato la mobilità urbana nel mondo e che ha scatenato controversie legali di ogni genere. Sotto accusa il servizio UberPop, che permette agli utenti di trovare attraverso la app della società autisti anche occasionali e a prezzi convenienti. I guidatori sono selezionati dall’azienda secondo criteri piuttosto rigorosi (minimo di punti sulla patente, nessun precedente penale, automobile moderna, eccetera) e dopodiché sono sottoposti ad un rating di gradimento da parte dei clienti, visibile a tutti e che, se non abbastanza positivo, può portare all’esclusione dell’autista dal circuito Uber.
I tassisti milanesi hanno presentato ricorso al Tribunale di Milano asserendo che la multinazionale americana aveva organizzato un servizio in concorrenza sleale con le auto bianche. Secondo i loro avvocati, mentre per guidare un taxi bisogna ottenere la licenza, la cessione della stessa sul mercato secondario può avvenire a prezzi elevati (anche con cifre a cinque zeri), si deve ottenere un’abilitazione professionale, stipulare assicurazioni particolari, installare un tassametro, dedicare l’automobile solo al servizio pubblico e le tariffe sono concordate con il comune, gli autisti di Uber possono evitare tutti questi adempimenti e quindi operare in dumping e illecitamente, facendo concorrenza sleale. Il giudice ha sostanzialmente accolto questa impostazione e ha inibito alla società, che ha preannunciato ricorso, di utilizzare la sua app.

La causa è in corso e quindi sarebbe inappropriato commentare sulla bontà della logica giuridica dell’ordinanza. Tuttavia qualche riflessione sulle argomentazioni economiche la si può fare.

Innanzi tutto il giudice afferma che «l’effetto del servizio prestato è quello di offrire un’alternativa più economica al servizio taxi, e cioè di esaudire ad un prezzo minore la medesima esigenza di spostamento dell’utente da qualsiasi punto di partenza». Considerando che non è stato rimproverato ad Uber alcun disservizio (del tipo più autisti ubriachi della media dei tassisti o percentuale più alta di incidenti stradali), a questo punto dovrebbe scattare l’applauso. Innovazione, prestazioni meno care e probabilmente migliori visto la popolarità tra i consumatori, stessa sicurezza, trasparenza sulla qualità del servizio, tariffe parametrate al gioco della domanda e dell’offerta (Uber le può cambiare a seconda del numero di richieste), maggiore occupazione e libertà di scelta: raramente un’attività economica riesce a combinare tutto questo.

Eppure, il giudice, aggiungendo considerazioni un po’ discutibili come il possibile aumento di inquinamento determinato da Uber (impressione non supportata da studi o ricerche) e che il pericolo per i tassisti deriva anche dal fatto che Expo porta maggiore lavoro a Milano (logica controintuitiva: se c’è più domanda non è meglio ci sia altrettanta offerta? E se invece il ricorso fosse stato a Bari il pericolo era minore?) ha per ora bloccato Uber.

Cosa farebbe allora un legislatore intelligente di fronte alla prova provata che tutte le pastoie amministrative imposte ai tassisti non servono a nulla se non a creare un oligopolio, visto che basta un’applicazione informatica a soddisfare il consumatore senza grandi problemi? Cercherebbe una soluzione transitoria per l’incumbent, che non è un moloc monopolista ma un insieme di piccoli artigiani che hanno investito i loro risparmi e le cui preoccupazioni non possono essere ignorate, e liberalizzerebbe tutto il resto, con un minimo di requisiti tipo quelli che già Uber applica volontariamente.

Un legislatore intelligente e che agisse nell’interesse pubblico, appunto.

Twitter @aledenicola

I piccoli azionisti e la beffa dell’aumento di capitale di Mps

Quando il corso delle azioni e i risultati di un’azienda non vanno bene, il patrimonio soffre, le società si trovano a dover raccogliere nuovo capitale presso nuovi azionisti, e troppo spesso lo fanno con risultati diluitivi. Lo ha fatto ad esempio Mps, che oggi, lunedì 25 maggio, avvia un aumento di capitale da 3 miliardi di euro, a fronte di una capitalizzazione di 2,5 miliardi.

Che cosa è la diluizione di capitale? Come funziona? Quali conseguenze per i piccoli azionisti?

Come funziona la diluizione di capitale
La raccolta di capitale avviene con l’emissione di nuove azioni, mantenendo un elevato rapporto fra il numero delle azioni da emettere ed il numero delle azioni in circolazione, allo scopo di massimizzare il valore dello sconto per i sottoscrittori rispetto al valore delle azioni in circolazione. Con questo trucco (nel vero senso della parola), si rende attraente ciò che non lo è (la società e le sue azioni), consentendo operazioni che diversamente non sarebbero interessanti per gli investitori. Coloro che hanno già investito nella società, si trovano così, volenti o nolenti, costretti a partecipare all’aumento di capitale. Si tratta quindi di operazioni legittime, ma discutibili.
In questi anni Consob ha ripetutamente annunciato, ma non ancora deliberato, interventi/azioni/raccomandazioni per impedire, od almeno limitare, la prassi di aumenti iper-diluitivi. Un controllore che controlla poco, troppo poco?
Dal 2009 in poi, operazioni diluitive, od iper-diluitive, sono state oltre 25, da Seat PG a Banca Italease, Pirelli RE, Tiscali, sino a MPS nel 2014 ed ora nuovamente nella primavera 2015. Quest’ultima è particolarmente emblematica e val la pena approfondirla.

L’aumento di capitale di Mps e le sue conseguenze per i piccoli risparmiatori
In un’operazione diluitiva, sono emesse nuove azioni per un ammontare rilevante, spesso superiore al controvalore della quotazione attuale. Nel caso di MPS, il prezzo di emissione dell’attuale aumento di capitale è largamente inferiore a quello attuale. Nel 2014 MPS emise 5 miliardi a uno sconto del 35,5% (calcolato sul TERP, il prezzo teorico dell’azione dopo lo stacco del diritto di opzione). Quello annunciato ora è un aumento per 3 miliardi con uno sconto del 38,9% sul TERP, a valle di un raggruppamento che significa che saranno convertite/raggruppate in 1 azione ben 20 azioni possedute, con l’offerta di 10 nuove azioni ogni azione posseduta (quotazione al momento dell’annuncio: 9,38 euro/azione).
I piccoli azionisti, già falcidiati dagli anni orribili della Grande Recessione e dalle conseguenze dell’aumento di capitale iper-diluitivo del 2014 (bruciato in meno di un anno, con tanti complimenti al management) hanno davanti tre alternative, nessuna delle quali è particolarmente allettante:
1. se non aderiranno all’aumento di capitale, vedranno ancora diminuire il valore delle azioni possedute;
2. se parteciperanno all’aumento, dovranno metter mano al portafoglio;
3. potrebbero infine vendere i diritti di opzione rappresentativi di un numero di azioni inferiore a quello delle nuove azioni in emissione, a prezzi probabilmente “super-scontati” se non “ridicoli”.

Emissioni iper-diluitive sono funzionali al cambio di governance, o almeno a un suo assestamento coerente con gli obiettivi del management o di un gruppo di azionisti, talora non ancora di controllo ma che puntano a diventarlo e che investono a sconto rispetto alle quotazioni attuali. Il tutto a detrimento dei piccoli azionisti e degli azionisti che non hanno le risorse, o le intenzioni, di aderire alla nuova chiamata alle azioni.

Un particolare non secondario: queste emissioni sono assistite da consorzi di garanzia organizzati da banche, che assicurano il buon esito dell’operazione, troppo spesso senza far sapere in anticipo chi sarà il soggetto finale che sottoscriverà le azioni. Non ci resta che confidare che le azioni non finiscano nei portafogli di fondi di investimento gestiti da SGR vicine alle banche collocatrici, nel più classico e ripetuto conflitto di interessi. Quello vero, che tocca le tasche degli (ignari?) investitori

Pubblicatosu su AdviseOnlyBlog il 25 maggio 2015

# “Corpi intermedi” è l’espressione ambigua di oggi – Gli ultracorpi intermedi

Da piccolo sono stato impressionato dal film “gli ultracorpi”. Ancora oggi quando sento parlare di corpi, specie se intermedi, mi spavento.

I corpi intermedi sono fatti della stessa materia dei poteri forti. I poteri forti sono entità animistiche, nascoste nelle foschie dei boschi, che si rivelano più per gli effetti sul mondo reale che per manifestazione di esistenza fisica. Read more

L’economia è governata dal Tar?

Mai come in questo periodo si ha l’impressione che l’apparato statale sia prigioniero della propria inefficienza e dell’incapacità della classe politica di ridurre la spesa pubblica. La delega fiscale, che ha preso forma nei tre decreti delegati approvati dal Consiglio dei ministri, è ancora un Vaso di Pandora e i giudizi sul modo in cui viene affrontata l’annosa questione dell’abuso di diritto sono contrastanti. Nel frattempo ci pensano i giudici, nel bene e nel male, a scardinare alcune certezze.

Molti lettori si ricorderanno la sentenza della Corte Costituzionale di febbraio che ha dichiarato illegittima la nomina di 767 dirigenti dell’Agenzia delle Entrate, in quanto promossi senza rispettare i principi normativi che regolano l’iter di carriera e prevedono concorsi pubblici. Oltre allo scandalo provocato dal constatare che i controllori della probità fiscale degli italiani a casa propria distribuivano prebende all’italiana, subito si pose il problema se ali atti firmati dai dirigenti illegittimamente nominati avrebbero potuto essere dichiarati nulli. Si rischiano difatti migliaia di accertamenti vaporizzati dalla mancanza di poteri di chi li aveva disposti.

Quando mai! La direttrice dell’Agenzia, Orlandi, e – con minore veemenza – il ministro Padoan subito avvertirono i contribuenti di non “sprecare i propri soldi” iniziando ricorsi inutili perché gli atti erano validi, anzi validissimi. Malauguratamente in Italia tuttora esistono persone disposte ad investire il proprio denaro per far valere i propri diritti e così un contribuente monzese ha ottenuto una sentenza dalla Commissione tributaria provinciale di Milano che sembra smentire le granitiche certezze del governo e dei suoi burocrati.

I giudici ambrosiani, infatti, hanno ritenuto che un avviso di accertamento firmato da un presunto dirigente il cui nome risultava nell’elenco di quelli individuati dal Consiglio di Stato tra i promossi irregolarmente sia invalido. Tali atti devono essere firmati da personale di “carriera direttiva” e tale non era il funzionario nel caso di specie. Orbene, una sentenza da sola non costituisce un precedente inespugnabile ed è possibile che altri magistrati esprimano pareri diversi. I responsabili politici e dell’amministrazione, però, è bene che d’ora in poi si limitino a profondersi in sentite scuse per il malfunzionamento della Pubblica amministrazione e non si ergano da imputati a giudici.

Un caso inquietante emerge invece dal Tar di Roma. A fronte della legittima richiesta di una ricorrente di vedersi liquidato un indennizzo dovuto dal ministero della Salute a partire dal 2009, i togati capitolini hanno stabilito che in effetti il diritto al risarcimento non si poteva negare, ma senza gli interessi di mora. Invero, il codice del processo amministrativo (c.p.a.) stabilisce che il resistente (la Pa) non deve pagare somme di denaro quando “ciò sia manifestamente iniquo” o “non sussistono altre ragioni ostative”.

Ebbene tali ragioni sono state individuate nelle oggettive condizioni economiche (“debitamente documentate”) in cui versa il ministero, nonché “la notoria situazione di congiuntura che ha imposto severi tagli alla spesa pubblica onde evitare la paventata insolvenza degli enti pubblici”. A leggere questo passo si rimane sbalorditi. Dimentichiamoci un momento la valutazione bizzarra che il Tar compie sui “severi tagli alla spesa” (ma che ne sa? Negli anni la spesa corrente non è mai diminuita), in ogni caso il principio è strabiliante: i pubblici amministratori non sanno tenere i conti in ordine e quindi è giusto che non paghino i debiti? Lo sgomento aumenta quando si capisce che questa linea di pensiero non è nuova poiché già altre decisioni del Tribunale amministrativo avevano sancito il principio nel 2014 e nel 2012.

Si tratta però di una discrezionalità intollerabile: in primis non possono essere giudici amministrativi a decidere quando esistono “oggettive condizioni economiche” che impediscono di pagare. Di oggettivo non c’è nulla in una valutazione siffatta. Inoltre, uno squilibrio tra lo Stato creditore che esige dal cittadino il dovuto ed uno debitore che se non ha il denaro non paga, non solo ferisce il senso di giustizia ma rischia di creare una catastrofe.

Chi comprerebbe più i titoli del debito pubblico italiano o degli enti locali se un domani, appellandosi all’art. 114 del c.p.a., la Regione X o il Comune Y potessero rifiutarsi di pagare gli interessi? Chi parteciperebbe agli appalti pubblici, correndo questi rischi rispetto ai propri compensi (speriamo che nessuno straniero legga questa sentenza)?

È probabile che l’interpretazione che i giudici amministrativi hanno dato della norma sia distorta e, appunto, “manifestamente iniqua”. Se ci fossero dubbi intervenga subito il governo o il Parlamento a rimediare ad una simile stortura. E, ancora una volta, profonde scuse per come viene trattato il cittadino e il principio disuguaglianza di fronte alla legge non sarebbero sgradite.

Alessandro De Nicola

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