SE LA POLITICA CONDIZIONA IL DESTINO DI POSTE ITALIANE

Mentre impazzano il risiko bancario, il poker della legge di stabilità e la roulette del referendum, c’è una partita trasversale in corso che riassume efficacemente il perché quando la politica si addentra nella “giungla” del mercato quasi mai il risultato è benefico per l’economia.
Stiamo parlando di Poste italiane, azienda quotata in mano per il 65% allo Stato, guidata dall’amministratore delegato Francesco Caio. Chiariamo subito che non parleremo qui della conduzione aziendale da parte dell’attuale management: la bontà della stessa la giudicheranno gli investitori che, a onor del vero, al momento non sembrano scontenti.

Andiamo con ordine. In ottobre 2015 Poste è stata quotata in borsa e lo Stato ha collocato, ad un prezzo inferiore di quanto sperava, il 35,3% del suo capitale, incassando circa 3 miliardi di euro. Qualche mese dopo, il Mef decideva di conferire il 35% del suo pacchetto azionario a Cassa Depositi e Prestiti, controllata a sua volta dallo Stato all’80% e dalle fondazioni bancarie al 20%. L’idea era di vendere il residuo 29,7% in mano statale attraverso un’offerta pubblica di vendita in Borsa ed incassare circa 2,5 miliardi per abbattere un pochino il debito pubblico, essendo comunque il controllo governativo della società assicurato in futuro dal bastione Cdp.

Bene, anzi benino perché non ci sono motivi per non privatizzare completamente le Poste, ma, visto che la società è molto attiva ed è diventata azionista anche di imprese private come la Sgr Anima, più sono numerosi gli investitori privati, più Poste è tenuta a conformare il suo comportamento a logiche di mercato, magari allentando il rapporto con regolatori e politici.

Orbene, l’ulteriore vendita di azioni da parte del governo sarebbe dovuta accadere prima della fine dell’anno (anche per contabilizzare nel 2016 i suoi pur modesti effetti sul debito pubblico) ed era già pronto lo schema di decreto del presidente del consiglio contenente i criteri di privatizzazione e le modalità di dismissione dell’ulteriore quota.

Invece, qualche giorno fa, a margine di un convegno, il capo della segreteria tecnica del ministro Padoan, Pagani, ha dichiarato che non è possibile fornire una tempistica per la cessione del rimanente 29,7% citando i mitici “tempi tecnici” che sempre affiorano in questi casi e l’individuazione del momento di mercato più opportuno. Il 14 settembre il sottosegretario alle telecomunicazioni Giacomelli ha dichiarato che ora non “c’è necessità di un’operazione di questo tipo”. Il vice ministro Morando ha chiosato ieri parlando di un allungamento dei tempi per accompagnare meglio la ristrutturazione. Tre esponenti del governo, tre motivi diversi.

In realtà, si accavallano numerose ipotesi aggiuntive quali cause del ritardo: prima fra tutte la possibile acquisizione da parte di Poste di Pioneer, la società di gestione del risparmio attualmente in mano ad Unicredit ed il cui valore è stimato tra i 2,5 e 3 miliardi; Giacomelli stesso, peraltro, ha parlato delle “ulteriori potenzialità espansive” di Poste. Inoltre, poiché i sindacati hanno espresso la più ferma contrarietà alla diminuzione della quota in mano pubblica (citando, udite, udite “il quadro finanziario internazionale”!) e il referendum costituzionale è alle porte (e quindi il governo non ha bisogno di aprire un altro fronte coi sindacati), si potrebbe logicamente inferire che un rinvio è politicamente opportuno.

Può darsi che nessuna di queste ragioni esista, o che ognuna concorra in parte, ma le lezioni che possiamo comunque trarre sono tre.

Primo: non esiste “un momento giusto” in cui vendere che il legislatore sarebbe in grado di prevedere per una sua superiore capacità di analisi. La scusa che la situazione di mercato non era buona l’abbiamo sentita numerose volte, magari poco prima di un crollo delle quotazioni i cui effetti negativi si sarebbero potuti evitare vendendo subito.

Qualcuno dice che comprando Pioneer Poste acquisterebbe valore e allora tanto vale aspettare: ne saremmo lieti ma se, ad esempio, la società di Unicredit venisse strapagata, il titolo Poste perderebbe. Se ci fosse bisogno di un aumento di capitale per concludere l’acquisto, questo sarebbe probabilmente a sconto e così via. Insomma, chi può dirlo?

Secondo: la proprietà pubblica genera sempre problemi di conflitto. Un polo Pioneer-Poste potrebbe essere l’affare del secolo, ma si creerebbe il più grande gestore italiano di titoli del debito pubblico controllato proprio dall’emittente di questi titoli: più aumenta la distanza proprietaria tra i due, meglio è.

Terzo: dove c’è l’ingombrante presenza del Leviatano, maggiore è l’ingerenza politica, in questo caso esemplificata dal barrage dei sindacati, che rende ostaggio le imprese di decisioni che al posto di massimizzarne l’efficienza e la redditività, hanno di mira il consenso sociale o elettorale.

Intendiamoci, inutile essere ingenui, in Italia persino le imprese completamente private intrecciano le loro scelte alle decisioni della classe politica: e allora forse possiamo capire perché è 25 anni che non riusciamo a fermare il declino del Belpaese.

adenicola@ adamsmith. it

Banche: Una nuova authority? Meglio di no

Con una ciclicità che avrebbe reso felice Giambattista Vico, quando in Italia scoppiano scandali finanziari la cui origine viene ricondotta anche alla scarsa capacità di prevenzione e repressione di comportamenti illeciti da parte dei controllori pubblici si apre il dibattito sulla loro riforma.

Oggi, sull’onda del salvataggio delle quattro banche (Etruria, Marche, Ferrara e Chieti) che ha portato alla prima applicazione delle regole del bail-in (secondo le quali obbligazionisti non garantiti, azionisti e correntisti sopra i 100.000 euro partecipano alle perdite in caso di insolvenza della banca) e del quasi azzeramento del valore delle azioni dei soci di Popolare Vicenza e Veneto Banca, riappare la domanda se le authority abbiano fatto il loro dovere e se non sia il caso di cambiarle.

Glissiamo sulla prima questione: piovono accuse su Banca d’Italia e Consob (anche per alcune scelte discutibili e dichiarazioni un po’ improvvide del presidente della Commissione, Vegas), ma è troppo presto per dare giudizi definitivi.

Si può invece cercare di capire se sia il caso di riformare i controlli pubblici a tutela di investitori e risparmiatori tenendo conto che, invero, l’ordinamento giuridico presenta un fitto reticolo di norme, agenzie ed istituti a protezione delle cosiddette parti deboli. Limitandoci al campo bancario, assicurativo e finanziario, ricordiamo che oltre a Banca d’Italia e Consob (competenti per banche, intermediari e mercati finanziari ma con funzioni a volte incrociate quando la normativa guarda alla finalità dei controlli più che ai soggetti controllati), sono presenti l’Ivass (assicurazioni, oggi una costola di BankItalia), Covip (fondi pensione) e l’Autorità Antitrust (pubblicità ingannevole e commercio in genere ma con incursioni nel campo assicurativo-finanziario). Inoltre, sono stati istituiti sia l’Arbitro Bancario e Finanziario, organismo di risoluzione stragiudiziale delle controversie banche-cliente, sia la Camera di Conciliazione e Arbitrato nonché l’Arbitro per le Controversie Finanziarie presso la Consob con simili compiti. Naturalmente, rimane ferma la competenza del giudice ordinario civile cui ci si può rivolgere con l’assistenza di un’associazione di consumatori (finanziate dallo Stato) che può agire anche in caso di class action , prevista dalla legge anche se di difficile azionabilità. Per i casi più gravi, non dimentichiamoci l’attività di procure e tribunali penali.

Questo apparato poggia su un corpus normativo protettivo del cliente (nonostante le giuste polemiche sulla mancanza nei prospetti degli scenari probabilistici) e che sta sempre di più incidendo anche sul governo societario delle banche (di cui per le più grandi ora si occupa con severità, la Bce), degli intermediari e delle società quotate.

C’è bisogno di qualcosa di più, come ad esempio un autorità apposita per i consumatori sulla scorta di quanto si sta sperimentando negli Stati Uniti? Se tale agenzia avesse anche un potere regolamentare, si creerebbe un ente che sarebbe legislatore e pubblico ministero, difetto già insito in Consob e Banca d’Italia Inoltre, non è scontato che il cavaliere bianco dei consumatori farebbe la scelta giusta in loro favore: fino a poco tempo fa si pensava, ad esempio, che i fogli illustrativi dovessero essere dettagliatissimi (e nessuno leggeva niente) e non chiari e sintetici come si tende a preferire ora. I regolamentatori, ci insegna la scuola di public choice , hanno un interesse ad acquisire più potere e autoperpetuarsi: un’agenzia solo pro-clienti, sarebbe naturalmente propensa a vedere le cose unilateralmente, creando inutili (e spesso dannosi) intoppi burocratici ed eccesso di regolamentazione.

Last but not least, nel lungo periodo intermedio di passaggio di consegne tra le autorità esistenti, restie a perdere funzioni, e quella nuova, l’attività istituzionale sarebbe quasi certamente bloccata se non schizofrenica. Migliorare il coordinamento tra autorità di vigilanza nonché l’efficienza e la competenza dei tribunali; attuare intelligentemente (guardandosi dagli eccessi di zelo) la normativa europea; impegnarsi per una maggiore consapevolezza del risparmiatore; assicurare la trasparenza degli intermediari (la trasformazione in spa delle popolari è stata una bella mossa): sono tutti passi che si debbono intraprendere ma in modo incrementale. Le palingenesi non si realizzano mai: figuriamoci se l’obbiettivo è l’apparato burocratico italiano.

Ancora su stagnazione secolare

Molti articoli, come questo, pur partendo da prospettive diverse tendono a sostenere un’interpretazione convergente: eccesso di “inventario” finanziario improduttivo.

Fenomeno che viene chiamato in molti altri modi: eccesso di capitale in circolazione, troppa massa monetaria, troppi debiti da pagare, capitale che cresce più del lavoro o del GDP (in particolare quello pro capite), bassa produttività, e in altri modi. Insomma il sistema starebbe riassorbendo l’enorme massa monetaria artificiosamente e inutilmente creata negli ultimi trent’anni. Il problema si aggrava anche perché mentre l’enorme massa di denaro si riduce, si riducono anche le persone che campano sulla movimentazione del denaro, in una spirale la cui rotazione è molto difficile da invertire.
Ma forse gli elementi che colpiscono maggiormente sono:

  • L’efficienza sui costi di produzione – La globalizzazione ha consentito gigantesche efficienze spostando la produzione in aree dove il lavoro costa meno. Il risultato è stato un generale abbassamento dei costi cioè dei prezzi (deflazione). Il fenomeno non può che essere transitorio, dato che la ridistribuzione della ricchezza fra Paesi ricchi e Paesi emergenti colmerà il divario sul costo del lavoro, ma i tempi di allineamento fra le economie globali sono lunghi.
  • L’efficienza dell’economy sharing – La disintermediazione, la smaterializzazione (es: prodotti editoriali, amministrativi, bancari), lo spossessamento dovuto alla condivisione dei mezzi, abbatte la domanda dei mezzi. Non si tratta solo del bike-sharing, ma anche per esempio dello sharing dei voli aerei a favore della saturazione dei velivoli. Paradossalmente il sistema abbassa i costi diminuendo la domanda di mezzi invece di aumentarla come è accaduto nel passato.
  • L’efficienza energetica – Gli altissimi costi, semi-monopolistici, dell’energia hanno spinto la ricerca a trovare soluzioni per abbassarne i consumi (trasporti, forme di energia, ecc.). È un altro abbattimento della domanda che espelle dal sistema i produttori di energia ad alto prezzo e riduce la domanda di mezzi energivori.
  • La saturazione della domanda – Non si può comprare più di un certo numero di cellulari procapite o altri ammennicoli che sembrano ad alta innovazione, ma in realtà sono solamente grandi volumi di prodotti venduti massivamente alla popolazione mondiale che a loro volta indirettamente aumentano l’efficienza del sistema globale
  • La velocità della produzione – La capacità produttiva si misura anche in capacità di consegnare grandi quantità di prodotti in tempi brevissimi. Il che implica un’enorme capacità produttiva utilizzata in intervalli di tempo compressi. È una capacità produttiva costosa e perciò va alimentata da un flusso continuo di nuovi prodotti che non ci sono né vengono richiesti dal mercato.

In sintesi, alla popolazione servono prodotti e servizi realmente innovativi, mentre il sistema continua a produrre oggetti e servizi scarsamente attrattivi. Decisamente i più grandi “consumatori” di denaro sono i governi che per lo più producono servizi a valore aggiunto veramente molto basso, salvo che nei rari casi di innovazione, spesso tecnologica, per esempio nei sistemi di intelligence e di security e nei sistemi della salute. L’efficienza della globalizzazione e dello sharing è ancora lontana dalla soglia del massimo “risparmio”. Continuerà a mietere fabbriche e lavoro. Non si tratterebbe quindi di scarsità di domanda, ma di eccesso di offerta accompagnata da un’offerta finanziaria anche più ingombrante.

Qual è dunque la ricetta per tornare a crescere in produttività e in GDP procapite?
Nessuno lo sa. Ma forse gli ingredienti della ricetta vanno ricercati nella troppo rara e troppo poco distribuita disponibilità del capitale di conoscenza che da sempre è il motore primario dell’innovazione e della migliore qualità della vita (domanda e offerta).

La “giungla” delle 11 mila partecipate pubbliche nel rapporto Istat

Di Francesco Bruno

Rapporto ISTAT sulle partecipate

“10.964 unità”, è questa la cifra indicata nel report pubblicato dall’Istat lunedì 16 novembre sulle società che presentavano una forma di partecipazione pubblica in Italia nel 2013. Per fare un semplice e banale paragone con i partner dell’Eurozona, la Francia (che in quanto a intervento dello Stato nell’economia sa il fatto suo) ne conta circa un migliaio.

Il secondo dato che attira subito dopo l’attenzione nella lettura del report, è che le società attive sono state 7.767, quindi vi erano 3.197 imprese con partecipazione pubbliche inattive, che impiegavano il 2,7% degli addetti totali (tra queste anche un migliaio di imprese fuori dal Registro Asia Imprese da cui il report ha estratto i dati). Inevitabile chiedersi immediatamente perché si debba mantenere partecipazioni pubbliche in imprese inattive e sarebbe molto interessante scoprire se nel corso degli ultimi due anni siano avvenute le doverose dismissioni dalle stesse.

Terzo dato, nelle unità con partecipazioni pubbliche operavano quasi un milione di persone(927.559), un milione di tessere elettorali per quanto interessa alla politica. Agevole capire il perché è così arduo razionalizzare tali partecipazioni in maniera efficiente.

Ma il report dice anche altro.

Utili e perdite

Con riguardo alle società sottoposte a controllo pubblico, il bilancio di esercizio è stato in utile per i due terzi, mentre il 23% ha fatto registrare una perdita. Le migliori performance di bilancio si segnalano nei settori di fornitura dell’acqua, nella gestione dei rifiuti e nell’erogazione di gas ed energia elettrica, mentre le maggiori perdite si rilevano nel settore dei traporti.

Nel 2013, le società controllate hanno prodotto utili per circa due miliardi di euro e perdite maggiori al miliardo. Il saldo complessivo è quindi positivo. Ma restano diverse ombre dietro i dati.

Innanzitutto, le perdite sono molto pesanti. Un miliardo di euro che finisce inevitabilmente a gravare sulla fiscalità generale, perché gli enti pubblici sono costretti a destinare risorse al risanamento dei bilanci. Si badi bene che si tratta di società che nella quasi totalità dei casi opera in regime di monopolio e con l’apporto di erogazioni pubbliche. Sentendo parlare spessissimo di “fallimenti del mercato”, vien da chiedersi perché nel mercato privato le imprese in perdita finiscono inevitabilmente per fallire, mentre lo stesso destino non tocchi alle società controllate da enti pubblici. “Per garantire i servizi pubblici essenziali” si potrebbe facilmente obiettare. Ma una società che non è in grado di evitare perdite di esercizio nonostante erogazioni di fondi pubblici e regimi di monopolio, sarà in grado di offrire un buon servizio ai cittadini? Difficile da credere.

Secondariamente, anche sul versante delle società in utile non si può ritenere che sia tutto oro qualcosa che luccica. In primis è doveroso far notare nuovamente che si tratta di società che ricevono erogazioni pubbliche, che operano in regime quasi esclusivo di monopolio e in settore altamente remunerativi, come quelli della fornitura di energia e gas. Se fossero in perdita anche tali società…..

Inoltre, quando si valuta il costo delle partecipate per i cittadini, non si può non tener conto anche delle tariffe applicate da queste aziende che vediamo nelle nostre bollette. Sarebbe minore questo costo in caso di apertura al mercato e alla concorrenza? Difficile dare risposte secche, ma sicuramente se la liberalizzazione e la dismissione delle quote pubbliche venisse eseguita correttamente, è probabile che gli utenti ci guadagnerebbero.

L’opinione della Corte dei Conti

Nella relazione depositata il 22 luglio 2015 dalla Corte dei Conti – Sezione delle Autonomie inerente “Gli Organismi partecipati degli enti territoriali”, sono molte le summenzionate ombre evidenziate dalla magistratura contabile.

Per brevità, le più rilevanti:

  1. Nei bilanci 2013 delle società a totale controllo pubblico, la Corte individua importanti squilibri tra le Regioni in merito a utili (di seguito “U”) e perdite (di seguito “P). In particolare il riferimento è a Lazio (U 4,4, mln – P 31,9 mln), Umbria (U 6,4 mln – P 32,7 mln), Molise (U 292 mila – P 2,9 mln), Campania (U 4,6 mln – P 24,3 mln), Calabria (U 798 mila – P 7,4 mln).
  2. In Calabria, Basilicata, Campania e Sicilia il costo del lavoro incide pesantemente sul costo della produzione, anche in modo superiore al 50%. Il dato è probabilmente dovuto al fenomeno delle assunzioni inutilidecise dalla mala-politica che controlla dette società.
  3. La Corte evidenzia che nelle società a totale partecipazione pubblica il fattore tecnologico è meno prevalente di quello umano. Anche qui la produttività fa spazio a esigenze occupazionali e di consenso politico.
  4. Dalle analisi si ricavano perfino molti casi di eccedenze delle erogazioni pubbliche rispetto al valore della produzione. Inoltre l’ente pubblico affidatario spesso riconosce alla partecipata altri finanziamenti ordinari e straordinari, nonché contributi per ripianare le perdite. In tali situazioni il peso della partecipazione è eccessivamente gravoso per le finanze dell’ente pubblico.

Da questi dati emergono alcune criticità importanti inerenti le società a totale controllo pubblico, nelle quali è la politica a prendere tutte le decisioni. Ma anche le società dove il controllo pubblico non è totale o è minoritario destano forti preoccupazioni di sostenibilità finanziaria. I risultati possono indignarci, ma non devono sorprenderci. Il politico razionale pensa alla sua rielezione ed ha quindi un incentivo ad allargare il suo consenso, a danno delle casse pubbliche ovviamente.

Cosa si può fare

Tanto, tantissimo. Non servono genialate, Carlo Cottarelli – come tanti altri – ha già suggerito cosa si dovrebbe fare nelle sue memorie pre-licenziamento senza giusta causa.

Cosa si può fare concretamente? Assolutamente nulla se manca la volontà politica. Il Rottamatore avrebbe dovuto ridurle a mille, ma Palazzo Chigi favorisce l’oblio.

Affinché la riduzione delle partecipazioni pubbliche in società private avvenga, è necessario che questo risulti conveniente per la politica. Evidentemente al momento questo non avviene perché le misure di efficientamento della spesa pubblica non godono di un favore popolare che sia superiore o almeno pari al malumore generato dai tagli (ricordare il milione di addetti).

Probabilmente è errato anche il messaggio comunicativo trasmesso. I tagli indiscriminati generano tensioni e paure per un’eventuale diminuzione nel livello di alcuni servizi fondamentali che svolgono le partecipate. Si dovrebbe far capire che mentre esistono dei casi dove tali aziende vanno chiuse o dove è necessario che l’ente pubblico controllante ceda il controllo o il non controllante dismetta le sue quote, ve ne sono tanti altri dove non si deve necessariamente decurtare le erogazioni pubbliche: i soldi possono rimanere gli stessi, ma si può spenderli meglio.

Inoltre, a mo’ di esempio, se si fa capire che queste società hanno bisogno di investire in tecnologie innovative piuttosto che assumere scriteriatamente, forse sarà più facile incontrare il favore popolare.

Il messaggio potrebbe altresì far leva sui benevoli effetti della concorrenza per gli utenti, derivante da un’aperura al libero mercato della gestione di servizi notoriamente affidati ad aziende pubbliche: se si fa capire che la liberalizzazione degli affidamenti dei servizi può comportare unariduzione cospicua delle tariffe, il cittadino potrebbe essere maggiormente favorevole al cambiamento.

Ovviamente non è facile convincere il contribuente, il quale resta preoccupato, perché l’esperienza gli insegna che spesso in Italia specialmente la privatizzazione di aziende pubbliche o a controllo pubblico è coincisa con il passaggio da un monopolio pubblico a uno privato. La sfida diventa quindi quella della totale trasparenza delle gare e di una migliore regolamentazione sul conflitto d’interessi.

Trovare l’incentivo giusto che convinca la politica a farsi spazio nella giungla delle partecipate, tagliare molti rami e potandone altri, è una sfida senz’altro difficile, ma non impossibile, perché in fondo sarebbe sufficiente rendere l’intervento popolare e il politico razionale reagirebbe di conseguenza.

Se questo non avverrà, continueremo invece a narrare di perdite che aumentano, di numeri esorbitanti e ci consoleremo alla sera ascoltando i Guns N’Roses (https://www.youtube.com/watch?v=o1tj2zJ2Wvg).

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Scavare buche e poi riempirle: l’uovo di Colombo della crescita economica

UNO dei mantra più ripetuti dai politici di ogni colore e da molti commentatori è che condizione indispensabile per una maggiore crescita economica è far ripartire gli investimenti pubblici. E, per rafforzare il concetto, si sottolinea che l’Italia è terzultima in Europa, seguita solo da Grecia e Portogallo, come percentuale di spesa pubblica dedicata agli investimenti rispetto al Pil. Il piano Juncker è stato presentato come una occasione di sviluppo e non passa giorno in cui i ministri non annuncino deroghe intelligenti al Patto di Stabilità per permettere ai Comuni di spendere in infrastrutture, nuovi stanziamenti per metropolitane, strade, ferrovie, tram, fibre ottiche e ogni opera che renda più efficiente il Paese in attesa della possibile apoteosi dell’investimento infrastrutturale, vale a dire le Olimpiadi di Roma del 2024.

Ma è proprio vero, per utilizzare il paradosso keynesiano, che mettere uomini a scavare buche e poi riempirle genera reddito? Partiamo da due recenti episodi. Il primo è l’audizione del ministro Delrio del 20 aprile sull’autostrada Pedemontana, progetto vecchio di lustri che avrebbe dovuto decongestionare il traffico nell’Alta Lombardia nell’affollata area tra Milano, Como e Varese. Ebbene, la parte finora realizzata di strada non attira traffico sufficiente, il 30% in meno rispetto al budget, nonostante sconti ed esenzioni distribuiti a pioggia agli automobilisti poco inclini a pagare il pedaggio. Lo Stato ha già stanziato per l’opera 1,245 miliardi con contributi a fondo perduto ed è previsto un ulteriore sconto fiscale di quasi 400 milioni. Nonostante in teoria i 4,2 miliardi previsti per il completamento dell’autostrada (schizzati a 5,87 se si comprendono gli oneri finanziari) dovrebbero essere in gran parte messi a disposizione da privati, finora la parte del leone l’hanno avuta i contribuenti, avendo lo Stato versato ben 900 milioni. Né sorte migliore sembra arridere alla Brebemi, che collega Milano a Brescia ed è in cronica perdita di esercizio. Minacciando sfracelli, i soci privati della società concessionaria sono riusciti ad ottenere nel 2015 ben 320 milioni da Stato e Regioni e l’allungamento della concessione per sei anni con la garanzia che alla fine lo Stato rileverà la tratta per 1,25 miliardi.

Questi investimenti hanno creato o distrutto valore? Uno studio del 2014 di tre economisti, Maffii, Parolin e Ponti, esaminando una lista di progetti costosi ed inefficienti, ha concluso che le “grandi opere”, presentate dai governi come fiore all’occhiello dell’investimento pubblico, sono caratterizzate da alcuni elementi poco lusinghieri. Primo: sistematica assenza di valutazioni negative nelle analisi costi-benefici rese note al pubblico; secondo, scarsità di tali analisi; terzo, assoluta mancanza di terzietà delle stesse, che perdono così di credibilità in quanto eseguite da «portatori di interessi favorevoli della fattibilità dell’opera analizzata»; quarto, assenza di analisi comparative. Le conseguenze sono ovvie: scorretta definizione del progetto da attuare e delle soluzioni proposte, carenza di alternative, previsioni di domanda sovrastimate.

Un bell’esempio di come una semplice analisi comparativa potrebbe fare miracoli è fornito dalla linea Alta Velocità Milano-Venezia. Nel 2005 il costo stimato per l’opera era di 8,6 miliardi. Nel 2014 era schizzato a 13,368 miliardi, quasi 5 in più! Notevoli i 1202 milioni per il collegamento con l’aeroporto di Montichiari vicino Brescia: zero voli passeggeri e solo un paio al giorno per la posta (vogliamo dimenticarci gli inutili, deserti aeroporti in perdita di cui è disseminata l’Italia, da Siena a Pescara?). Le tratte padane orientali hanno un costo superiore a quelle occidentali, Torino-Milano e a quelle appenniniche Firenze-Bologna. Se poi facciamo la comparazione di costo per chilometro con Francia e Spagna, i binari italiani vengono pagati multipli rispetto a quelli franco-iberici.

Esempi eclatanti che vanno inquadrati in un contesto più ampio? Meglio di no. Sia lo studio del Fondo Monetario Internazionale del 2015 che quello della Banca Mondiale del 2014 mettono in luce la scarsa efficienza dei nostri investimenti pubblici a causa di aggiramento delle leggi, decisioni prese per motivi elettorali, corruzione, ritardi, innalzamento dei costi e bassa qualità di quanto realizzato. Solito pregiudizio anti- italiano? Chissà. Certo è che nell’Allegato sulle infrastrutture al recente Def 2106, annunciando nuovi criteri di valutazione e velocizzazione delle opere pubbliche, il governo ha sottolineato carenza nella progettazione che porta a realizzazioni di bassa qualità; polverizzazione delle risorse; incertezza dei finanziamenti, addebitabile, tra l’altro, alla necessità di reperire risorse a causa dell’aumento dei costi delle opere ed ai contenziosi in fase di aggiudicazione ed esecuzione dei lavori; rapporti conflittuali con i territori dovuti anche all’incertezza sull’utilità delle opere.

Insomma, quando sentiamo magnificare le buche keynesiane, non occorrerà essere filosofi liberisti per ricordarci che, quando si impugna il badile, di sicuramente pubblici ci sono i fondi sovvenzionati dai contribuenti, mentre i benefici sono spesso privatamente allocati tra politici, burocrati ed appaltatori.

adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Weidmann ha ragione, ma si comporta come chi ha torto.

Weidmann (Bundesbank) ha ragione, ma le sue parole sono dialettica pelosa.
In sostanza Weidmann dice che l’Europa soffre di un grave deficit esecutivo che origina da una carente capacità politica continentale. Secondo il suo discorso, ma non secondo il suo intimo pensiero, l’Europa è debole e incapace di produrre politiche continentali in contrasto di interesse con le riemergenti logiche nazionalisitiche.
Tutto il suo lungo ragionamento è incentrato su esempi di conflitto fra interessi nazionalistici, italiani in particolare, e interessi dell’Europa della quale lui sembra proporsi paladino.
Come mai allora non sceglie di concretamente seguire la strada che lui stesso predica? Perché non sceglie di spingere sulla costruzione di un’Europa politica ed esecutiva?

Non c’è che una risposta: Weidmann non è dal lato giusto della storia. E nemmeno la Merkel.

Eppure hanno ragione sull’Italia, sua altri paesi incapaci di portarsi alla pari degli altri, sulla debolezza dell’Europa che dovrebbe tenere a bada gli zombi-nazionalismi.

È necessario rifare la democrazia e rifare l’Europa, prima che sia troppo tardi.

Il coraggio di privatizzare

La più famosa vendita di gioielli della corona avvenne nel 1885 quando la Repubblica Francese, previa rinuncia di Enrico di Borbone, cedette quelli della monarchia transalpina. Dopo la Rivoluzione e Napoleone, per molti anni si era verificata un’alternanza tra repubblica, monarchia e dittatura militare (Napoleone III). Vendere le gemme reali, oltre ad un effetto benefico per le casse statali, ebbe un alto valore simbolico: la Francia aveva chiuso il suo plurisecolare rapporto con re e regine.
Ed in effetti, ogni qualvolta lo Stato vende i suoi gioielli dovrebbe prefiggersi un duplice scopo: risanare il bilancio pubblico, abbattendo il debito, e recidere i suoi legami con il sistema economico. Ciò significa, come puntualizza anche l’ex commissario alla spesa pubblica Cottarelli nel suo libro “Il Macigno”, che, esclusi i sempre più rari casi di “fallimento di mercato”, privatizzando il governo restituisce efficienza al sistema economico.

In primis, diminuendo la sua bulimia di capitali per finanziare il debito, lo Stato li rende disponibili ai privati che li impiegheranno in modo più redditizio. In questo momento storico i tassi sono bassi e, piene di sofferenze, le banche finanziano a fatica, ma non è una situazione che durerà per sempre. La situazione è aggravata dal fatto che le attività delle pubbliche amministrazioni a causa della cattiva gestione rendono pochissimo. Ricorda Cottarelli che, secondo gli ultimi dati disponibili, quando i tassi di interesse viaggiavano al 5-6%, i beni pubblici rendevano l’1%.

In secondo luogo, tagliando il cordone ombelicale con le imprese, lo Stato incentiva la liberalizzazione del mercato. Mentre in caso di privilegi od esclusive concesse a società in mano pubblica ci sarà sempre la scusa dell’interesse generale che rende ammissibile il monopolio, quando i proprietari sono privati la giustificazione non regge più. Non a caso porti, ferrovie, poste sono gli ambiti dove più tenaci resistono le protezioni legislative.

Se poi la società è già in competizione con i privati non c’è una ragione al mondo per mantenere la proprietà del governo: si rischia solo di favorire la concorrenza sleale (ad esempio, si presta denaro più volentieri a chi ha la garanzia dello Stato), la commistione con la politica e il regolatore nonché scelte determinate non da ragioni di efficienza ma elettorali.

Trasferire solo quote di minoranza, poi, ha un effetto positivo ed uno negativo. Il primo è che sopratutto in caso di quotazione in borsa si sottopone la società pubblica ad un po’ di disciplina del mercato azionario e se ne aumenta la trasparenza. Il negativo è che se l’impresa gode di privilegi normativi si raddoppiano coloro i quali sono interessati a mantenerli: lo Stato e gli azionisti privati di minoranza.

Purtroppo, se analizziamo il Def presentato in aprile non sembra esserci traccia di questa logica. Per cominciare, gli obbiettivi sono pochissimo ambiziosi: si intende procedere a privatizzazioni per 3 anni per circa 8 miliardi l’anno, lo 0,5% del Pil, un’inezia. Calcolare cosa si può immettere nel mercato non è semplice, ma le stime più recenti indicano da 300 a 450 miliardi, tra beni mobili e immobili, e solo perché non si ha abbastanza coraggio nello sdemanializzare enormi proprietà immobiliari. Inoltre, l’unica iniziativa concreta citata sembra essere l’alienazione di partecipazioni di minoranza di Enav e Ferrovie (pubblicizzazione di risparmio privato, la chiamerebbe qualcuno) e la presa non viene mollata su nient’altro. Se poi il piano di fusione Ferrovie-Anas proseguisse, ti saluto privatizzazione…

Fuori programma, qualche giorno fa, il ministro dell’Economia Padoan ha detto che si sta pensando a immettere sul mercato un’ulteriore tranche di Poste ma, per carità, senza perdere il controllo o spacchettare banca, assicurazioni e servizio postale (neanche treni e binari, se è per quello). Qualche parola viene spesa nel Def sugli immobili pubblici e grande vaghezza è riservata alle municipalizzate dove si insiste con “l’efficientamento” (anche nel programma di Andropov, presentato al Comitato Centrale del Pcus nel novembre 1982, si prospettava qualcosa di simile per l’industria sovietica) ma non sulla loro cessione. D’altronde, se si va in giro per l’Italia a sentire i programmi dei candidati sindaci delle grandi città, quelli che promettono di sbarazzarsi di un po’ di aziende locali sono pochi e timidissimi nel dirlo.

Liberalizzare e privatizzare: sono queste le due scelte che veramente denotano la volontà riformatrice di un governo. Ripararsi dietro concetti come la strategicità di un’impresa o l’esistenza di fallimenti di mercato serve solo a nascondere un ben più grande fallimento, almeno lui veramente strategico, quello dello Stato.

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I gemelli del gol

Pulici e Graziani, oppure Mancini e Vialli. Le coppie dei “gemelli del gol” son rimaste impresse nella memoria degli italiani perché da sole caratterizzavano squadre altrimenti non da primato e che grazie ad esse riuscivano a vincere lo scudetto, come il Torino e la Sampdoria .

Ebbene, anche l’economia italiana, se solo la classe politica lo volesse, potrebbe puntare sui suoi gemelli del gol per uscire dalle secche di stagnazione, basso tasso di occupazione, emigrazione dei migliori, alto debito pubblico e carico fiscale. Stiamo parlando di liberalizzazioni e privatizzazioni, le grandi assenti dall’azione di governo di Renzi e, per la verità, anche degli altri governi del XXI secolo.
Per trovare una spinta decisa e coerente e non episodica nella direzione della concorrenza e dell’apertura al capitale privato, bisogna infatti risalire alla seconda metà degli anni ’90 i quali, forse non a caso, sono gli ultimi in cui, nonostante le tasse per l’Europa, si sia verificata una crescita del PIL debolina ma almeno degna di questo nome.
Consideriamo in primis perché è meglio avere dei gemelli invece che un solo grande centravanti alla Higuain. La ragione è semplice: la combinazione dei due  è più fruttuosa.
Le privatizzazioni servono a ridurre il debito pubblico, ma non solo. Infatti, quando le società pubbliche vengono quotate si introduce la disciplina dei mercati finanziari, fatta sia di regole di governance che di requisiti di efficienza. Se arrivano investitori stranieri portano il loro bagaglio di know-how, rete commerciale o brevetti utilissimi a fini di sinergia e di redditività ma anche per la formazione del personale italiano. L’assenza dello Stato nell’azionariato evita fenomeni di scelta di investimenti aziendali a fini elettorali e non economici, di selezione di manager per motivi di appartenenza politica, di commistione con i regolatori, nominati o influenzati dalla stessa classe politica. Senza mano pubblica si evita la concorrenza sleale con le società private, le quali, ad esempio, faranno sicuramente più fatica a trovare finanziamenti bancari od obbligazionari in assenza della garanzia della proprietà statale.
Bene, ma questi vantaggi sarebbero sicuramente diminuiti se l’azienda privatizzata continuasse ad essere un monopolista, magari concessionario pubblico protetto dalla competizione. Oppure se i prezzi del mercato in cui opera fossero amministrati da un’ autorità pubblica che elevasse pure barriere regolamentari all’entrata di nuovi concorrenti. E se questa società dovesse ricorrere a professionisti a loro volta privilegiati normativamente e poco efficienti o si  approvvigionasse da società oligopoliste o monopoliste, probabilmente si troverebbe a dover competere con gli stranieri con un handicap di partenza.
Ecco perché liberalizzazioni e privatizzazioni se vanno di pari passo son più benefiche che da sole. E nel Belpaese è facile capire da dove un governo veramente riformatore dovrebbe cominciare.
Innanzi  tutto dovrebbe sbarazzarsi e fare in modo che gli enti locali si sbarazzino di tutte le imprese che già operano in regime di concorrenza attuale o potenziale. Non c’è una sola motivazione vagamente teorica (del tipo il servizio di pubblico interesse che può essere reso solo da un monopolista) per mantenere di proprietà del Leviatano (o della CDP)  aziende come ENEL, Eni, Saipem, Snam, Finmeccanica, Poste, Trenitalia, Poligrafico, Rai, gli aeroporti, le stazioni, i porti, le public utility  locali  e quant’altro.
A maggior ragione va sfoltito il patrimonio immobiliare pubblico, operazione in passato non riuscita per mancanza di volontà politica. Ad oggi si dice che il valore degli immobili statali immettibili sul mercato sarebbe di soli 2,7 miliardi perché per gli altri ci sarebbero vincoli demaniali di vario genere. Appunto, i vincoli non sono un noumeno kantiano dell’edificio, ma qualcosa che la legge ha stabilito, basta cambiarla.
Per i settori produttivi prima menzionati  alcune delle liberalizzazioni contenute nel ddl concorrenza che giace in Parlamento sono direttamente utili: i prezzi dell’energia, l’apertura di nuove stazioni di servizio, il recapito dei plichi giudiziari. Altre, quelle relative alle professioni, le farmacie, le assicurazioni, le telecomunicazioni e le banche creano il giusto contesto competitivo. Altre ancora, espunte dal ddl, sui porti, i trasporti pubblici, i fondi pensione, i farmaci di fascia C sono rilevanti nei due sensi.
Insomma, per riprendere la strada dello sviluppo l’economia italiana ha bisogno di molti gol. Una vita da mediano traccheggiando a centrocampo oggi non assicura più la salvezza ma la retrocessione in serie B.
Alessandro De Nicola
@aledenicola

Se la coperta è corta bisogna privatizzare

Il Pil cresce poco, tagliare le spese è difficile. 
Per ridurre il debito non resta che vendere aziende (grandi e piccole) e immobili in mano allo Stato.

Nonostante il governo ostenti un certo ottimismo sulla situazione economica all’insegna del motto “finalmente siamo ripartiti”, in realtà le ragioni per un cauto pessimismo si stanno accavallando.

Prima di tutto la crescita, fermatasi nel 2015 allo 0,8% e per quest’anno prevista ben al di sotto dell’1,6% stimato dal governo (1,3% secondo la media degli organismi sondata dall’“Economist”). Poi l’inflazione, inchiodata allo 0,1% nel 2015 e probabilmente stabile anche nell’anno in corso. Un aumento dei prezzi così flebile fa sì che la crescita nominale del Pil non stia dietro al deficit e quindi il debito pubblico cresca in proporzione più velocemente del Pil. Insomma, se quest’ultimo aumenta di 0,9 % (0,8 +0,1) e il deficit è del 2,6% (come nel 2015) ovviamente il debito si appesantisce più velocemente del Pil e il rapporto tra i due, oggi all’incirca il 133%, è destinato a peggiorare. Il recente rapporto della Commissione Ue, peraltro, non vede rischi a breve (1 anno) per la sostenibilità del debito italiano ma, pur basandosi su stime economiche più ottimiste delle attuali, è preoccupato per il medio termine.

Se a ciò aggiungiamo che l’occupazione a tempo indeterminato è salita un po’ grazie agli sgravi contributivi introdotti dal Jobs Act, ma il tasso di occupazione complessivo (vale a dire, quante persone effettivamente lavorano) è rimasto più o meno dov’era, ecco che il quadro comincia a diventare più fosco.
Si dice che il governo, per uscire dalla trappola della crescita anemica, voglia tentare la carta di un sostanzioso taglio alle tasse sul reddito, anticipando al 2017 la riduzione delle aliquote Irpef prevista per il 2018. In effetti, anche il presidente della Bce Draghi ha ammonito che la politica monetaria ha i suoi limiti e che per riprendere un percorso virtuoso sono necessari abbassamenti delle imposte in parallelo a decurtazioni della spesa e riforme strutturali. Orbene, queste ultime sembrano un po’ in mezzo al guado giacché il disegno di legge sulla concorrenza è fermo in Parlamento, la Ue ci multerà per il nostro ostinato rifiuto a mettere in gara le concessioni balneari, la riforma della Pa è una scommessa piuttosto che una realtà e #labuonascuola finora è stata una buona operazione di assunzioni pubbliche.

Sul fronte spending review non c’è da farsi molte illusioni. Già il balletto delle cifre provenienti da Corte dei Conti, istituti di ricerca come Unimpresa e commissari alla spesa è deprimente: secondo l’ultimo Bollettino Economico di Banca d’Italia, poi, nel 2016, a legislazione invariata, il saldo della spesa pubblica dovrebbe portare a una sua diminuzione di ben 360 milioni, con lo strabiliante contributo di 41 milioni in meno di spesa corrente, lo 0,0025% del Pil. Wow!

Se si vuole procedere ad una sforbiciata ai tributi che abbia impatto sull’economia (25-30 miliardi) senza incorrere non solo nelle ire della Commissione Ue, ma soprattutto in quella dei mercati (ricordate? Nelle fasi di turbolenza finanziaria di qualche settimana fa, l’Italia ha subito visto salire lo spread) che si può fare, allora?

Ovviamente procedere a una più robusta potatura delle uscite pubbliche e ad un ambizioso piano di privatizzazioni che scalfisca il debito pubblico. Il Mef si è dichiarato felice di aver raggiunto l’anno scorso il traguardo di incassi per privatizzazioni pari allo 0,4% del Pil (6,5 miliardi di cui 1,3 da un rimborso di capitale di Enav e il rimborso dei Monti bond di Mps privatizzazioni per modo di dire). Si tratta di risultati che non possono assolutamente bastare. Lo Stato, tutt’oggi proprietario di beni pubblici per centinaia di miliardi, deve rassegnarsi a perdere velocemente il controllo di grandi e piccole imprese, procedere all’alienazione degli immobili senza incorrere nelle farse normative degli ultimi anni (messa in vendita, ma senza cambiare la destinazione), predisporre incentivi più stringenti della flebile legge Madia affinché gli enti locali si liberino delle loro partecipazioni.

La coperta è troppo corta: se per coprirci meglio riusciamo anche ad attrarre capitale di rischio e togliere il Leviatano da ciò che non è di sua competenza, tanto meglio. Altrimenti nemmeno il pessimismo sarà più cauto.

Riforma Madia, non tutte le partecipate si porta via

Uno dei rari bersagli che ha sempre accumunato, almeno nelle intenzioni, il governo Renzi con la pattuglia di bizzarri liberisti pur presente nel nostro paese, è quello delle società partecipate. Sin dai tempi della Leopolda le quasi 8.000 imprese, che secondo l’Istat (ma per il ministero delle Pari opportunità sono 10.000: il povero commissario alla revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, non si raccapezzava) sono in mano pubblica, hanno costituito un elemento duraturo (seppure intermittente, un po’ come quegli amori estivi che rinascono a ogni bella stagione sotto lo stesso ombrellone) della demonologia renziana. Tuttavia, finora poco o nulla era stato fatto per razionalizzare, sfoltire, chiudere, vendere, accorpare questa enorme galassia di enti che, con stipendi manageriali un po’ ridotti e con qualche risparmiuccio qui e là, han continuato tranquilli a sopravvivere e in taluni casi a prosperare. Ecco perché, quando nel prossimo consiglio dei ministri del 15 gennaio verrà presentata la “Riforma Madia”, il capitolo delle partecipate susciterà una particolare attenzione.

In cosa consiste la riforma? I capisaldi degni di attenzione sono tre: guadagna o chiudi, il potere in mano a una persona sola, obbligo di non proliferazione.

Partiamo dall’ultimo pilastro: le pubbliche amministrazioni non potranno più costituire o partecipare a società (e in ogni caso solo s.r.l e s.p.a.) che non debbano costruire un’opera pubblica; non si dedichino all’autoproduzione di beni o servizi strumentali agli enti pubblici; non abbiano come oggetto sociale la produzione o gestione (anche in coabitazione con privati) di servizi di interesse generale. Questi servizi sono individuati dalla legge in modo un po’ ampio e quindi è vero che difficilmente un Comune potrà produrre prosciutti, ma molte altre cose rimangono incluse. Nella bozza di decreto fin qui circolata, si parla infatti di attività di produzione o fornitura di beni o servizi che sarebbero svolte dal mercato “a condizioni differenti in termini di accessibilità fisica ed economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza che le amministrazioni pubbliche assumono come necessarie” per soddisfare i bisogni della comunità e “garantire l’omogeneità dello sviluppo e della coesione sociale”. Beh, è facile capire che una pubblica amministrazione un po’ audace può far rientrare nel concetto di tutto: da internet alla pay tv, dalle librerie ai supermercati. Manca un bel panificio in centro città? ci pensa il sindaco! Dopotutto, non bisogna essere Manzoni per capire cosa succede quando a Novembre nel giorno di San Martino manca il pane  in piazza Cordusio a Milano… Il fatto che le società in cui può partecipare lo Stato e gli altri enti debbano essere una s.r.l o una s.p.a. non è di grande ostacolo, basta trasformare quelle che oggi sono cooperative o società in accomandita. La prescrizione che le imprese con meno di un milione di fatturato o più amministratori che dipendenti debbano essere vendute o liquidate, sarà pure facilmente aggirabile tramite fusioni e accorpamenti. E’ vero che la costituzione e l’acquisto di partecipazioni in società da parte di un ente pubblico deve passare il vaglio della Corte dei Conti e dell’Autorità Antitrust, tuttavia il diniego da parte della Corte non è chiaro se abbia il potere di bloccare la delibera ed in secondo luogo il Tar potrà pur sempre dire che la valutazione del Comune, della Regione o del Governo rientra nell’ambito di una inevitabile discrezionalità di alta amministrazione difficile da smontare se non nei casi più eclatanti.

Staremo a vedere. Un po’ più efficace sembra essere il requisito “guadagna o chiudi” per quelle società che hanno chiuso in rosso 4 degli ultimi 5 anni. Anche dimenticandoci il trucchetto della fusione, stiamo parlando di casi probabilmente non frequentissimi e rimediabili con contratti di servizi più generosi. Vengono poi liquidate le scatole vuote che per 3 anni non compiono atti di gestione o non presentano il bilancio. Anche in questo caso l’alternativa della presentazione del bilancio è un’inutile scappatoia, perché in teoria basterà depositare un bilancino da foglio Excel per uscire dalla categoria a rischio. E’ pur vero che le amministrazioni dovranno annualmente approntare un piano di razionalizzazione delle proprie partecipazioni sottoposto all’occhiuto vaglio dell’ennesima authority di vigilanza e che le società partecipate potranno fallire come tutte le altre. Insomma, qualcosa succederà, ma bisognerà contare molto sulla volontà politica perché la legge non venga interpretata in modo cavilloso e dilatorio.

Infine la donna sola al comando (utilizzare la vetusta espressione “uomo solo al comando” avrebbe sicuramente comportato un intervento indignato della Presidenta Onorevola Boldrini). Salvo che per le società quotate, tutte le altre avranno un solo amministratore unico a meno che i gli enti proprietari decidano diversamente per ragioni di “adeguatezza organizzativa” e pur sempre rispettando il famigerato “equilibrio di genere”. Niente pensionati in consiglio e retribuzione determinata in parte avendo riguardo alla dimensione della società, in parte in base ai risultati. L’amministratore unico assicura qualche risparmio ma, salvo che in piccole società, non è una scelta gestionale intelligente. Ci sarà un motivo per il quale le imprese private hanno dei consigli di amministrazione ed è quello di far sì che il management esecutivo possa essere consigliato e controllato da suoi pari. Il problema è di eliminare il controllo pubblico e decurtare il numero di società esistenti, non dotarle di meno amministratori, anche perché rimane la solita discrezionalità, che è un po’ la piaga della legge, di fare esattamente il contrario appellandosi a vaghe esigenze organizzative.

Mettiamola così: le intenzioni della riforma non sono malvagie (nel preambolo si fa un gran parlare di concorrenza e mercato). Sembra che il governo, però, non fidandosi del fatto che le buone intenzioni fossero prese troppo sul serio abbia lasciato delle scappatoie anche per chi ne avesse di cattive.

@Aledenicola