Federico Cartelli – Tasse: pagare tutti per pagare meno? Una leggenda

La lotta all’evasione è il primo punto: se paghiamo tutti, paghiamo meno.» Matteo Renzi, che di propaganda se n’intende, alla fine s’è giocato il jolly, e ha messo sul piatto l’immancabile crociata contro l’evasione fiscale, accompagnata dal solito ritornello: se tutti pagassero fino all’ultimo centesimo di tasse, la pressione fiscale diminuirebbe. Una favola che è stata puntualmente raccontata da ogni governo succedutosi negli ultimi anni, dapprima impegnato ad annunciare una serie di misure volte ad abbassare le tasse e finanziate dal recupero dell’evasione, e poi altrettanto puntuale nel disattenderle. Anzi, con una beffa ben nota: la pressione fiscale non è affatto scesa; è aumentata. Questa mancata diminuzione è dovuta al fatto che la lotta all’evasione non sta dando i frutti sperati? Ebbene, no. La lotta all’evasione e il recupero delle somme derivanti dai controlli conoscono ormai da tempo un consolidato trend positivo. Una bugia? No, una realtà dimostrata da numeri ufficiali:

150921 08

Prendendo in esame il Rapporto sulla realizzazione delle strategie di contrasto all’evasione fiscale, si possono notare numeri molto interessanti. Gli incassi da attività d’accertamento e di controllo dal 2006 – anno in cui ha preso il via il sistema di misurazione basato sugli incassi – al 2013 mostra un progressivo aumento: dai 4,3 miliardi d’euro riscossi nel 2006, s’è arrivati a più di tre volte tanto, 13,1 miliardi d’euro, nel 2013. Per ciò che concerne il dato del 2014 – ancora non presente nella tabella – esso segna un ulteriore balzo in avanti. Come dichiarato dalla direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, lo scorso anno è stato segnato un nuovo record, che ha ritoccato al rialzo il già sorprendente dato del 2013. Sono stati riscossi, infatti, ben 14,1 miliardi d’euro, molto al di sopra della cifra prudenziale di 3,8 miliardi d’euro indicata dal governo nella Legge di Stabilità. Inoltre, i mancati introiti sono diminuiti dell’8% negli ultimi dodici anni. Dunque, la domanda sorge spontanea: dove sono finiti questi soldi?

Di tanto in tanto mi capita di discutere con persone ossessionate dall’evasione fiscale. Le lascio sfogare per alcuni minuti, lascio che espongano il loro punto di vista, poi tranquillamente inizio a snocciolare i dati che ho appena esposto. Dati che non m’invento io, per fare demagogia, ma che, come potete vedere, sono verificabili e forniti direttamente dall’Agenzia delle Entrate. Poi chiedo all’interlocutore: dove sono finiti tutti questi soldi che sono stati recuperati, e il cui ammontare aumenta d’anno in anno? Sono serviti a diminuire la pressione fiscale su famiglie e imprese? Sono serviti per finanziare una spending review? Sono serviti per sostenere le fasce più disagiate? Sono serviti per una qualsiasi riforma strutturale della quale si sono visti risultati tangibili? A questo punto l’interlocutore inizia ad arrampicarsi sugli specchi. E così concludo rivolgendogli una domanda un po’ cattivella: non è che questa storia del «pagare tutti per pagare meno» è solo una favola per mantenere buono il popolino? Benvenuti nel mondo reale.

Il segreto di Pulcinella è che questi soldi recuperati finiscono nella pancia del Leviatano o, tuttalpiù, servono a finanziare qualche marchetta elettorale del valore di 80 euro l’una. La verità è che non c’è altra soluzione se non quella di tagliare la spesa pubblica: per ogni euro di spesa pubblica in meno, un euro in meno di tasse. Ma un euro «vero», non uno «sgravo fiscale»: perché in Italia abbiamo il problema di non riuscire proprio a chiamare le cose col loro nome. Uno «sgravo fiscale» non è un taglio della tasse. Stiamo ancora aspettando «il più grande taglio delle tasse mai operato da un governo», che era stato annunciato lo scorso autunno, ma ora il volantino del RenziWorld propone una nuova offerta per Natale: l’eliminazione della tasse sulla casa. Che, c’è da scommetterci, verrà fatta a deficit, e non tagliando la spesa pubblica. Tanto paga Pantalone, e mal che vada si può sempre andare a caccia di commercianti che non fanno lo scontrino.

di Federico Cartelli su AffariPubblici.org

#Contribuente

Anche se non lo credete, “contribuente” è una parola ambigua. È decisamente bifronte, dall’alto in basso. Da sinistra e da destra la prospettiva sembra invece essere la stessa: riscuotere quanto più possibile, dove è più facile riscuotere; dove non si riesce, indebitare i giovani di oggi e di domani; con la motivazione che è “la legge della concorrenza con gli altri Stati” (n.d.r. destra, sinistra e populisti concordano che questo sia un appropriato uso della parola concorrenza; la storia invece ci spiega in che modo questo genere di concorrenza si sia risolto nella maggior parte dei casi).

Nei dizionari italiani viene rappresentato, quasi esclusivamente, il punto di vista dall'”alto”. Gli esempi:

  • Il contribuente è un soggetto che, ai sensi del diritto tributario statale, è tenuto al versamento di tributi, contribuendo così al finanziamento delle casse dello Stato ovvero alla copertura delle sue uscite finanziarie (spesa pubblica).
  • Il Contribuente è più specificamente designato come il soggetto passivo al quale fanno capo le posizioni giuridiche soggettive sia positive (diritti) che negative (doveri) nei confronti del Fisco (amministrazione tributaria), in relazione ad un’obbligazione di imposta (imposta è quel tributo che si caratterizza per la sua funzione tipica di attuare il concorso alla spesa pubblica). (n.d.r. notare che imposta è una parola per niente equivoca, è proprio “imposta dall’alto”)
  • Contribuente è chi deve, a norma di legge, pagare le tasse.
  • contribüènte è chi paga tributi di qualsiasi genere e, in partic., chi (persona fisica o giuridica) paga imposte e contributi prelevati coattivamente dagli enti pubblici.
  • Contribuente è cittadino in quanto tenuto a pagare il suo contributo allo Stato sotto forma di tasse e imposte

Non crediamo sia necessario dilungarsi molto sul concetto secondo il quale contribuire più che dovuto è comandato e sul concetto che il contributo va a beneficio dello Stato. I dizionari sono chiari: il cittadino contribuisce e lo Stato incassa.

Il contribuente suddito – Il rapporto di sudditanza è chiarissimo. La sudditanza è ancora più palese nell’aleatorietà della tassazione e nella raccolta delle imposte. Lo Stato non è affatto in grado di imporre le tasse a tutti, semplicemente le esige da coloro che ritengono giusto pagare le tasse o non sono nella condizione di evaderle. È notoria l’iniquità dello Stato verso chi paga il dovuto; è notoria tanto quanto la sua distratta inefficacia nella ricossione verso gli sfacciati che non hanno alcuna intenzione di contribuire.  In altri termini, lo Stato si manifesta come una forza verticale, iniqua, brutale. Nella guerra fiscale fra chi non intende pagare e lo Stato, ci deve essere qualcosa che non va, perchè lo Stato, che dovrebbe essere più forte,  perde invece abbastanza frequentemente. Ci ripromettiamo di esplorare il punto in un altro momento. Al contrario non possiamo, nè vogliamo, dimenticare l’area grigia di persone che ritengono giustificabile non pagare le tasse per ragione della rabbia che i taxpayer provano ogni qual volta vedono i loro sudati soldi sperperati nella corruzione e nell’arrogante inefficienza oltre che dell’iniquità di trattamento fra “presunti pari”. Sull’imposizione fiscale e sulla riscossione lo Stato si manifesta come un sovrano forte e arrogante; oltre che irrispettoso, anzi disinteressato all’equità fra cittadini “presunti pari”.

Che questo sia il modello civico più diffuso e ampiamente praticato, è nei numeri. È un pò meno chiara, anzi è proprio opaca, la motivazione per la quale anche moltissimi cittadini gradiscono il modello sudditante. Qualcuno azzarda che rubare all’intermediario, lo Stato, pesi meno sulla coscienza che rubare direttamente ai concittadini. In effetti, se così fosse, lo Stato sarebbe un modello  di esattoria coerente con le aspettative dei cittadini che maggiormente interloquiscono con lo Stato. Una vasta parte del Paese, a destra e a sinistra, accetta volentieri il sistema verticale con le sue “apparenti” disfunzioni. Molti traggono vantaggi notevoli, diretti (evasione) e indiretti (spesa pubblica dirottata nelle loro tasche). Pochi sembrano apprezzare la “pariteticità” e la “responsabilità”.

Il contribuente sovrano – Il più noto dei modelli che riflettono il significato “di pariteticità e di responsabilità” è chiamato: “No representation without taxation”. Assomiglia ad un patto fra pari espresso con una frase idiomatica che si potrebbe tradurre più o meno così: Cittadino, tu puoi chiedere un servizio agli altri cittadini a condizione che tu contribuisca alla copertura del suo costo. Insomma ogni cittadino chiede cooperazione agli altri cittadini, da pari a pari. Pariteticità. Il Cittadino sovrano sottopone ad altri cittadini sovrani un’idea, una necessità, una proposta.

Il concetto è di modesta comprensibilità e di scarso successo nel nostro Paese, forse a causa di un altro più intuitivo e comprensibile  principio (più diffuso e meglio accetto): è più comodo spostare i soldi dalle tasche degli degli altri alle proprie, che creare valore per sè e per gli altri. (cfr Cipolla).Vorremmo sottolineare che tutto ciò ha ben poco a che fare con la solidarietà; si tratta infatti dell’antichissimo, storico modello socio-economico a-somma-zero (*), spacciato per generoso e ospitale dalla vulgata familistico-tribale per dissimulare il suo profondo egosimo.

Il post è stato stimolato da questo articolo  “No representation without taxation”.

Mentre questo articolo dell’Economist analizza il fenomeno ben oltre il quasi inesitente dibattito italiano in materia.

(*) I giochi a somma zero non cambiano la somma totale posseduta dai giocatori; cambia invece la sua distribuzione fra i giocatori.

 

 

 

Diritti o privilegi?

Carlo Lottieri  torna, su Affari Pubblici, in tema di “Diritti acquisiti” con razionalità e coerenza rispetto alla scelta che i cittadini quoatidianamente fanno di adeguare i propri comportamenti alla Costituzione, incluso il metodo per cambiarla. Riportiamo qui di seguito l’articolo con un solo commento di merito.

Il riferimento ai diritti naturali ha una sua logica ideale, che a nostro avviso va letta in senso concreto atto di accettazione della Costituzione: senza alcuna necessità di fare riferimento a inesistenti sovranità e diritti di ordine superiore, i cittadini hanno determinato da sè stessi che la convivenza sia regolata dal grande accordo che chiamiamo Costituzione e dal sistema legislativo, normativo e giuridico che ne consegue.

——-  Di Carlo Lottieri su Affari Pubblici ——

Quando si tenta di riformare in senso liberale le istituzioni, in Italia come altrove, spesso ci si scontra con l’idea che una serie di cambiamenti verrebbero a ledere diritti acquisiti. Quei cambiamenti sarebbero, per tale motivo, illegittimi e andrebbero rigettati.
In tutto questo c’è qualcosa di illogico e anche linguisticamente discutibile. I diritti individuali non sono “acquisibili”, perché sono in realtà originari o, come si dice con una terminologia classica, “naturali”. Ogni uomo ha un diritto naturale su di sé e per questo motivo la schiavitù è ingiusta. Per lo stesso motivo ognuno ha diritto a essere proprietario. Di cosa? Ecco: qui entra in campo la titolarità, perché ognuno ha diritto a essere proprietario di quei titoli che ha acquisito in maniera legittima grazie a doni, scambi, retribuzioni, ecc.

I diritti sono insomma connaturati all’uomo, mentre i titoli si acquisiscono. E come si acquisiscono, ovviamente, si possono perdere. Io sono proprietario di una casa (ho un titolo legittimo su di essa) e ovviamente perdo tale titolo nel momento in cui la dono o la vendo. A rigore, allora, non vi sono diritti acquisiti, ma solo titoli. Ed esattamente di titoli che si parla quando – nel linguaggio corrente – si vuole impedire questa o quella riforma.

Un caso classico è quello dei prepensionati o dei vitalizi d’oro assicurati agli uomini politici. In un caso come nell’altro non è di diritti in senso proprio che si parla (non stiamo parlando di prerogative che spettino a ogni uomo in quanto uomo), ma appunto di titoli: e per giunta di titoli ottenuti non in virtù di scambi o contratti tra privati, ma grazie a decisioni politiche del tutto arbitrarie.
In altre parole, se compro un’abitazione ho un titolo di proprietà forte su di essa, quale risultato di un negozio tra privati. Se invece ricevo una pensione di 4 mila euro al mese perché per cinque anni sono stato consigliere regionale, in questo caso è diverso: un atto di volontà politica mi ha attribuito un privilegio o una facoltà. In altre parole, ho la possibilità di esigere ogni mese che ognuno dei miei concittadini destini a me – ad esempio – un centesimo di quanto produce in modo tale che io possa godere di questo vitalizio.
Ho un diritto a tutto ciò? No. Non c’è alcun diritto in gioco.

Ho un titolo che è stato “costruito” politicamente a mio favore. E che ovviamente può essere cancellato da un altro atto politico di segno opposto: dalla decisione, ad esempio, di abolire questi privilegi che i politici si sono auto attribuiti (nel caso dei vitalizi post-elezione) o che hanno attribuito ad altri (nel caso delle pensioni-baby).

Detto questo è egualmente chiaro che non si può mettere esattamente sullo stesso piano molte modeste baby-pensioni e i super-assegni che i politici hanno deciso mensilmente di regalarsi. Per giunta molti tra di coloro che sono andati in pensione prima dei quarant’anni oggi non sono più in condizione di lavorare. Per tale motivo, negare loro la pensione che ricevono significa togliere a queste persone ogni mezzo di assistenza, dopo aver assicurato loro – con un privilegio definito per via legislativa – che avrebbero ricevuto quella pensione vita natural durante.

Sul piano politico la situazione è caotica, socialmente delicata, e non è facile trovare una via d’uscita. Ma stiamo parlando di titoli ottenuti politicamente, insomma: di privilegi, e non già di diritti acquisiti. Sapere che le cose stanno in questi può quanto meno aiutare a mettere la discussione sui giusti binari.

Il governo non sa giocare al lotto.

Il lotto è un gioco d’azzardo, negli anni passati assai lucroso per le casse dello stato: la raccolta ha toccato gli 11.689 milioni di euro nel 2004 (massimo del decennio), per poi scendere ai 7.315 milioni nel 2005 e stabilizzarsi a 6.629 milioni nel 2014; per l’erario, sono lontani i 4.909 milioni incassati nel 2004, massimo da cui ci si è allontanati per scendere sino a 1.104 milioni nel 2014. La gestione del gioco è soggetta a concessione, in scadenza l’8 giugno 2016; il governo ha fatto un bando di gara per la nuova concessione, prevista in 9 anni, con una base d’asta di 700 milioni.

Il Consiglio di Stato ha bloccato l’iter di gara, formulando una serie di rilievi all’operato governativo; emerge forte la sensazione che il governo abbia operato con dilettantesca faciloneria; procediamo con ordine all’esame dei rilievi, cui il governo dovrà dare puntuale e rapida risposta, se vorrà incassare – come previsto nel bando e come lo stato delle finanze impone – la metà dei 700 milioni entro il 31 dicembre 2015 dall’aggiudicatario della gara.

Il primo rilievo: i requisiti per la partecipazione alla procedura di selezione appaiono al Consiglio di Stato “”per taluni versi eccessivi, tanto da figurare come clausole escludenti””; in termini concreti, fissati per escludere alcuni contendenti, a vantaggio di altri. Il requisito della capacità economica e finanziaria è determinato, ad avviso del Consiglio di Stato, in modo non congruo, “”ben oltre il frutto di ordinarie percentuali di incasso (aggio) parametrate sull’ammontare della raccolta di gioco””.

Un secondo rilievo attiene al requisito della capacità tecnico-organizzativa, richiedendo ai partecipanti alla gara la realizzazione, negli ultimi 3 esercizi, di una raccolta di gioco di oltre 500 milioni per tipologie di giochi effettuati tramite terminali: “”non si riesce a comprendere la ratio che ha ispirato la fissazione di tali rilevanti requisiti””, potendo, in tal modo, “”verificarsi una sorta di barriera all’entrata, in palese controtendenza rispetto alle raccomandazioni”” europee, che stigmatizzano la prassi di inserire nei capitolati degli oneri creati su misura al fine di favorire determinati offerenti. Da qui, la richiesta al governo di coordinare norme europee e bando di gara.

Terzo rilievo: il Consiglio di Stato chiede al governo che venga inserito nel capitolato l’espresso impegno a mantenere le infrastrutture tecnologiche, l’hardware, il software necessari alla realizzazione del gioco entro i confini degli stati europei: libertà di stabilimento in paesi UE, ma controllo sull’operato del gestore e mantenimento dell’imposizione fiscale da parte italiana.

Il quarto rilievo attiene alla previsione, contestata, della proroga unilaterale di 1 anno (al termine dei previsti 9 di vigore della concessione) considerata “”eccessivamente discrezionale e generica””, anche perché il bando non specifica per quante volte la proroga possa essere concessa.

Quinto rilievo: il Consiglio di Stato ritiene generica la previsione che la garanzia provvisoria possa presentata fornendo titoli di stato, senza specificarne qualità, rating e solidità, elementi essenziali in caso di escussione della garanzia.

Sesto rilievo: il bando non specifica i requisiti richiesti a banche ed assicurazioni chiamate a prestare la garanzia provvisoria e la garanzia definitiva, estesa sino a 75 milioni, a sostegno del buon esito dell’aggiudicazione e del suo corretto adempimento da parte del vincitore la gara.

Ulteriori rilievi vari portano la lista a 9, uno in meno dei comandamenti: nel bando il Consiglio di Stato non trova adeguate specifiche sulle richieste esperienza delle risorse dedicate alla gestione del gioco, capacità di gestire l’aggiornamento su reti, capacità di gestire reti diverse in parallelo per eventuali periodi transitori.

Una bocciatura che impone al governo ed ai Monopoli di Stato di porre rapido rimedio al bando di gara, per poterlo portare a realizzazione ed aggiudicazione entro la fine del 2015, pena la perdita di una delle entrate previste dal patto di stabilità entro l’anno, con effetti significativi sui conti pubblici (anche dopo la bocciatura, ampiamente prevedibile, del “reverse charge” per la grande distribuzione, che ha sottratto 728 milioni alle previsioni governative). Aggiungendo altre misure varie, il “buco” cui il governo potrebbe dover far fronte è vicino ai 1.400 milioni.

Si fa largo la sensazione che il governo e la pubblica amministrazione siano fatti di professionisti del dilettantismo, incapaci di mettere in fila un provvedimento chiaro ed a prova di esame da parte dell’organo dedicato al controllo degli atti governativi; ma poiché a pensare male si fa peccato, ma purtroppo spesso si azzecca, il dubbio è che il bando di gara per la concessione del gioco del lotto sia stato pensato a tavolino con il preciso scopo di escludere alcuni concorrenti e favorire i soliti noti. Il libero mercato resta sempre fuori dalla porta, ed allora “vincere” è come giocare un numero secco al lotto: non esce mai.

Merkel dixit: non più Grexit

Il conflitto politico (cioè fra amministratori pubblici) è rientrato e la crisi greca sembra avviata verso qualcosa, anche se non si sa cosa. I media non trovano più nulla di interessante da dire, a parte qualche post-battutaccia sulla grande recita degli ultra nazi-marxisti-leninisti. I media sono alla ricerca di nuovi scoop insaporiti col sale dell’estate. Sarà un Frexit? Un Brexit? Un Itaxit o un Portexit? I grandi economisti stanno facendo le prove generali  per lanciare il tormentone estivo. Read more

Mini-econoregole: Il debito a banda larga

Il debito è a banda limitata, nella quantità e nel tempo.
Il debito è lo specchio del credito; sebbene non indispensabile, è un utile acceleratore dell’innovazione e del valore aggiunto.

Le istruzioni per l’uso ci avvertono però di alcuni pericolosi rischi:

  • Il debito non è a banda larga. ATTENZIONE: non superare la soglia della restituibilità (*)
  • Il debito/credito va impiegato solo per la produzione valore aggiunto (non usare a copertura della spesa corrente).

Quando il debito supera questi limiti, il fallimento è irreversibile e si paga con la perdita della libertà (**).

Sono regole semplici e di basilare buonsenso;  sono invece capovolte dagli Amministratori Pubblici che decidono in modo totalmente avverso. I gravissimi danni ai cittadini, nel presente e nella storia, sono evidenti; eppure anche molti cittadini si sono lasciati convincere che il debito a banda larga, smisurato, è cosa buona e utile. Misteri dell’umanità.

(*)  Nei recenti decenni il Sistema Finanziario ci ha fatto credere che il debito “si rinnova”, non si restituisce. Il senso completo della frase è invece che il debito viene nel tempo eroso dall’inflazione e perciò sparisce. Non ci è stato spiegato dal Sistema Finanziario che l’inflazione è una sorta di tassa lineare che lima risparmi e compensi. Anche i Governi tendono a farci credere alla stessa favola; d’altra parte questa favola offre grande convenienza nel giustificare indebitamenti pericolosi per la libertà dei cittadini.

(**)  La libertà è la sintesi delle aspirazioni dell’uomo, dalla possibilità di realizzare una piccola aspirazione alla vita stessa.

God save the Queen! Quando basse tasse ed alti salari si dan la mano.

Nella eterna, quindi inconcludente, discussione sul “modello di sviluppo” che l’Italia deve assumere, irrompe la eterodossa esperienza inglese, che al grido di “alti salari, basse tasse, welfare ridotto” vede il governo inglese proseguire la tappa di avvicinamento a livelli di tassazione assai bassi: oggi la “corporate tax”, l’imposta sugli utili societari, è stata portata al 20%, ma nelle intenzioni dello Scacchiere di Londra potrebbe scendere al 15% entro il 2020 (avvicinandosi a quel 12,5% che la vicina Irlanda impone alle imprese che hanno sede nella repubblica irlandese). Livelli da sogno per le imprese italiane, che con simili aliquote confidiamo possano “fare miracoli”.

Questo “modello” sociale ha consentito evoluzioni importanti: PIL inglese in crescita del 2,4% nel 2014 e nel 2015 (previsione), disavanzo in calo al 3,7%, occupazione in trend positivo, tutti segni che il risanamento dei conti inglesi sembra avviato verso il successo.

Alcune soluzioni sembrano difficilmente trasferibili nel contesto italiano: tagli al “welfare”, con riduzioni su assegni familiari, assegni per l’abitazione, sussidi per gli studenti.

Invece, le modifiche apportate al mercato del lavoro sono significative e col segno “+”: il governo conservatore ha fissato il salario orario minimo, “living wage” in lingua locale (ma tutti lo comprendono), dei lavoratori di almeno 25 anni di età a 7,20 sterline orarie (era 6,50 sino ad ora), con ulteriore previsione di adeguamento a 9 sterline orarie entro il 2020: nelle intenzioni governative, la ridotta tassazione sugli utili aziendali dovrebbe consentire alle imprese di trasferirne parte dei benefici ai dipendenti sotto forma di aumento dei salari, accompagnato da una esenzione totale di imposta sui redditi sino a 11.000 sterline annue.

Mettere in diretta relazione, nelle intenzioni e quel che più conta nella pratica, la bassa tassazione sul reddito di impresa con la aspettativa “razionale” di un trasferimento di una quota di “rendita” dal “capitale” al “lavoro” ci sembra una ottima proposizione: in attesa di vedere la sua concreta applicazione, ne facciamo l’elogio, confidando che abbia successo, un grande successo, in Gran Bretagna: e che da questo successo nasca anche un “effetto imitazione” per il nostro legislatore.

God save the Queen!

La Corte ha deciso: Mettere a dieta il Leviatano

“Si scontrano due posizioni: La prima è quella di chi sostiene che le imprese pubbliche possono fare qualunque cosa purché non abbiano perdite e non siano sovvenzionate. La seconda è che le imprese pubbliche devono operare solo quando esistono forti motivi per pensare che imprese private non possano fare la stessa cosa.

Ci deve essere, in altre parole, un ‘fallimento del mercato”. Così scrive nel suo ultimo libro, parlando delle società con capitale pubblico, Carlo Cottarelli, ex commissario del governo alla spesa pubblica, ora felicemente ritornato al Fondo Monetario Internazionale. L’economista precisa che i confini del fallimento di mercato sono mobili: una volta si pensava che i privati non fossero in grado di garantire l’approvvigionamento del latte o la presenza di farmacie, oggi non è più così. E Cottarelli è fin troppo generoso, poiché nel corso degli anni si è scoperto che televisione, telecomunicazioni, trasporti, poste, energia, gas e persino la zecca di stato erano settori che potevano benissimo essere gestiti in concorrenza da operatori privati; che alcuni “monopoli naturali” non erano tali e che i presunti fallimenti del mercato molto più spesso erano causati del governo il quale, come minimo, aveva instaurato un cattivo sistema di regolamentazione. Insomma, benché in Italia larghi settori dell’economia siano ancora in mano pubblica e, grazie alla certosina opera di Cassa Depositi e Prestiti, il perimetro tenda addirittura ad allargarsi, in generale le giustificazioni teoriche e morali della proprietà statale delle imprese sono collassate e la classe politica si affida alla voce stonata di chi difende “strategicità” e “italianità” di certe aziende.

Questa consapevolezza non si è però diffusa fino al punto tale da dar vita ad un ripensamento più profondo di quale sia il ruolo dello Stato all’interno della società e dell’economia. In Italia non si verifica nulla di simile all’approccio adottato dal governo conservatore britannico il quale, avendo già ridotto la spesa pubblica al 40,8% del PIL (nel Belpaese è superiore al 50%), conta di portarla al 35 % nel prossimo quinquennio, vicina a livelli “americani”. Lo stesso Cottarelli ha sempre avanzato delle proposte molto più tese ad eliminare gli sprechi (cosa buona e giusta, per carità) che a limitare le funzioni attualmente svolte dalla mano pubblica.
A sorpresa, a porre il problema ci ha pensato la Corte dei Conti, la nostra magistratura contabile. Nella sua prolusione di presentazione del rendiconto generale dello Stato per il 2014, la relatrice Laterza ha ricordato prima di tutto alcune amare verità.
Infatti, nonostante il gran parlare di “tagli selvaggi” che si è fatto in questi anni, la realtà ci dice che negli ultimi anni la spesa pubblica si è appunto mantenuta al di sopra del 50% del PIL e il governo ha spremuto di tasse i contribuenti. Inoltre, nel quadriennio 2009-2014 il minore indebitamento (-34 miliardi) è risultato derivare da un aumento di entrate di 55 miliardi compensato da un incremento di 16 miliardi di spesa primaria e di 6 miliardi per gli interessi sul debito. E laddove sono crollati gli investimenti, sono schizzate le spese per le pensioni.
Insomma, i tradizionali strumenti di contenimento del deficit sembrano non funzionare e, in assenza di privatizzazioni, lo stock del debito pubblico continua ad aumentare. Ecco perché la Corte dei Conti ha osato pronunciare l’impronunciabile: “Il necessario contributo (alla crescita economica) ancora atteso dalla riduzione della spesa pubblica… non può eludere la scelta di fondo di porre limiti alla prestazione di alcuni servizi pubblici in una condizione di permanente squilibrio tra costi e ricavi”. Chiaro no? Lo Stato deve fare meno e, per non lasciare dubbi, i magistrati contabili, dopo aver ribadito le necessità di diminuire le tasse (“restituire capacità di spesa a famiglie e imprese”), sferrano il colpo finale “Un duraturo controllo della spesa pubblica può ormai difficilmente prescindere dalla questione del perimetro dell’intervento pubblico” il che comporta “riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici” sulla base di “una riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo”.
A memoria, nessun partito presente in Parlamento negli ultimi 40 anni (da quando cioè è esplosa la spesa) né alcuna istituzione ha pronunciato parole così chiare. Gli interessi costituiti e il calcolo elettorale sono freni quasi insuperabili ad un taglio graduale delle uscite e sempre più viene da sospettare che si debba ridurre il campo di gioco per liberare risorse da investire produttivamente: riformare completamente il sistema previdenziale, con una minima pensione garantita dallo Stato ed il resto affidato a fondi, certamente regolamentati e vigilati, che possano reinvestire nell’economia; pagare solo ai veramente meno abbienti le prestazioni sanitarie, lasciando spazio alle assicurazioni e alle mutue sanitarie, più adatte a controllare i costi; sbarazzarsi dell’equazione servizio pubblico = proprietà pubblica. Si tratta sicuramente di un “vaste programme” avrebbe ironicamente celiato De Gaulle. Tuttavia, le cure fatte di imposte e piccole sforbiciate finora non hanno funzionato e il nostro paese, che ha una classe imprenditoriale imbattibile nell’innovare e adattarsi, ristagna e va peggio di tutti gli altri. La Corte dei Conti ha reso un grande servizio, se lo si saprà cogliere: pensare l’impensabile è la maniera migliore per progredire.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola
Pubblicato su Repubblica

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

«Uno dei più grandi dibattiti del nostro tempo riguarda quanto del vostro denaro debba essere speso dallo Stato e quanto ne dobbiate conservare e spendere per la vostra famiglia.

Non dimentichiamoci mai questa verità fondamentale: lo Stato non ha altre fonti di denaro se non il denaro che la gente guadagna per proprio conto.

Se lo Stato intende spendere di più, lo può fare soltanto prendendo in prestito i vostri risparmi o tassandovi di più. E non è un buon modo di pensare ritenere che sarà qualcun altro a pagare, quel qualcun altro siete voi.

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

La prosperità non giungerà attraverso l’invenzione di sempre nuovi programmi di spesa pubblica, non diventerete più ricchi ordinando alla banca un nuovo libretto d’assegni.

Nessuna nazione è mai diventata più ricca tassando i suoi cittadini oltre la loro possibilità di pagare.

Noi abbiamo il dovere di assicurarci che ogni singolo penny che raccogliamo con le tasse sia speso saggiamente e bene».

 

Parole pronunciate il 14.10.1983 da un primo ministro (non italiano).