L’insostenibile pesantezza dell’IVA

Il cerchio si chiude? il sottosegretario al’Economia Pierpaolo Baretta ha dichiarato: “Di patrimoniale non si parla più per ragioni politiche (…) Oggi si potrebbe riproporre in tono non moralistico e vessatorio, ma in maniera intelligente. Io sono per una discussione esplicita: chiediamo agli italiani un contributo alla crescita, che riguardi tutti, un contributo alla crescita ovviamente proporzionale al reddito. Ognuno per le sue possibilità, dunque. In questo
modo avremmo fondi da investire per lo sviluppo e il rilancio del nostro paese, tutti assieme”. Parole in libertà o volontà governativa?
Da quando il governo Letta si é insediato, il binomio cancellazione dell’IMU e blocco dell’aumento dell’IVA è stato il tema principale della politica economica. Sull’IMU il PDL ha ottenuto la sua vittoria di immagine ma non è ancora chiaro da dove verranno i soldi per la copertura del mancato introito. Ad esempio, il funzionamento della futura service tax è tuttora ignoto e, se i suoi introiti dovessero sostanzialmente equivalere a quelli dell’IMU, la riduzione del peso del fisco sarebbe una presa in giro.
Lo stesso dicasi per l’IVA. Il mancato aumento della stessa porterebbe a minori entrate per 1 miliardo, che su un totale di spesa pubblica superiore ad 800 miliardi non sembrano tanti, eppure il governo dispera di farcela.
A ciò si aggiunga che il nuovo mantra che dovrebbe accontentare Confindustria e sindacati è quello della decurtazione del cuneo fiscale, cioè delle tasse sul lavoro. Purein questo caso grandi annunci e promesse, ma di come concretamente realizzare la manovra non c’è traccia.
Il ministro Saccomanni è giustamente preoccupato di non sfondare la linea del Piave del 3% di deficit di bilancio. Paventa le dimissioni, ma finora, più che vaticinare l’ineluttabilità dell’aumento dell’IVA, non ha fatto. Abbassare la uscite statali non sembra rientrare nel suo orizzonte, altrimenti avrebbe presentato al governo un serio piano di riduzione, articolato per capitoli di spesa, con una tempistica realizzabile, sufficiente a bilanciare l’abbassamento delle entrate per IMU, IVA e tasse sul lavoro. Se il suo piano fosse stato bocciato, allora si sarebbe dimesso. Così si fa in un paese normale. Invece…
I partiti maggiori fanno ammuina. Il PDL oscilla tra roboanti anatemi contro la burocrazia europea (Gasparri) con qualche esponente che non disdegna di sforare il limite del 3% e il “piano Brunetta”. In cosa consiste? Per lo più in nuove tasse! Attraverso la rivalutazione delle quote delle banche italiane in Banca d’Italia e un’imposizione del 16% sulla differenza, si ricaverebbero 4 miliardi. Con la rivalutazione dei cespiti di impresa, 1 miliardo di nuove entrate. Inoltre, con l’anticipazione delle accise dovute dalle imprese, altri 1,5 miliardi, essendo questo peraltro un mero trucco contabile. Poi: rinvio delle spese per gli investimenti per un risparmio di un miliardo: anche qui, un trucchetto di bilancio in attesa di tempi migliori. Inoltre, vendita di patrimonio dello stato per 1 miliardo. Buona idea, ma risparmieremmo solo gli interessi sul debito pubblico, circa 45 milioni l’anno il che, tradotto per l’ultimo trimestre del 2013, vuol dire 11 milioni. Altra soluzione avanzata da Brunetta é la vendita di partecipazioni in aziende pubbliche (niente paura, alla CDP, nessuna vera privatizzazione) per un miliardo, con un altro bel risparmio di 11 milioni. Si fa purtroppo confusione tra stato patrimoniale e conto economico. Ebbene, il PDL, cane da guardia del fisco, propone un mix di nuove tasse, maquillage ragionieristici e 22 milioni di minori interessi e lo descrive come una risposta “seria” per “riportare l’Italia su un sentiero virtuoso di crescita”. Che avrebbero proposto se scherzavano?
Il PD è in preda alla solita confusione. Epifani è decisamente il migliore. Il segretario Dem ha infatti dichiarato: “Passiamo il tempo a parlare di IMU e di IVA e non parliamo di investimenti in italia. Le imprese estere non investono perché sono preoccupate della giustizia civile e amministrativa e della burocrazia”. E questo che c’entra? Detto dall’ex segretario della CGIL, poi, che della efficienza, meritocrazia e competitività all’interno dell’apparato burocratico italiano è stata sempre la vessillifera… Fassina ripercorre il solito ritornello: per bloccare l’IVA facciamo pagare l’IMU al 10% delle case più belle. Insomma, tassa contro tassa ed in più irrealizzabile. Roberto Speranza, capogruppo alla Camera, si “augura” che il governo faccia il possibile per evitare l’aumento. D’altronde, nomen, omen. Franceschini va sul sicuro e dichiara “per stare nei parametri europei o si aumenta la pressione fiscale o si taglia, sapendo che saran dolori”. Ora, non si capisce perché più tributi dovrebbero essere meno dolorosi di meno spese, ma almeno il ministro si rifugia in Lapalisse e non può essere contraddetto.
E i 5 Stelle? Se un povero cittadino volesse sapere cosa hanno in mente loro? A meno che non ci si trasformi in topo di biblioteca degli atti parlamentari, impossibile saperlo. Gli epigoni della democrazia digitale non pubblicano niente. Allora ecco qualche dichiarazione qui e là: aumentare l’imposta sulle rendite finanziarie dal 20 al 25%. Oppure(Marco Corti): pasti gratis per tutti. Esclusione della componente lavoro dalla base imponibile IRAP; tassazione agevolata per straordinari, premi produttività, 13ma e 14ma; eliminazione acconti Irpef comunale; rateizzazione conguaglio fiscale di fine anno; esclusione dalla tassazione dei ticket restaurant; deducibili degli abbonamenti ai servizi pubblici di trasporto e così via. Come si copre? Non si sa. E chi se lo chiede é probabilmente un complottista della Bilderberg.
Il più sensato sembra essere il vice-ministro Catricalà che si dice disposto a tagli lineari alla spesa pubblica sufficienti a evitare l’aumento dell’IVA. I tagli lineari non sono il massimo, ma in questo paese pare che nessuno abbia il coraggio delle scelte.
Nessuno, salvo il nostro sottosegretario Baretta, il quale ha tirato fuori dal cilindro la patrimoniale. Che poi, a ben pensarci, secondo la sua descrizione, non è una patrimoniale la quale si applica, per l’appunto, sul patrimonio, ma una sovrattassa sui redditi, come quella già applicata dal governo Monti e che comuni e regioni stanno elargendo a man bassa. Un po’ di precisione per favore: se proprio volete somministrare la purga, che sia almeno per via orale, non attraverso il naso. Quello dei contribuenti viene menato già abbastanza dalla classe politica.

Alessandro De Nicola
da “La Repubblica” del 27 settembre 2013

Il Ministero di Harry Potter

Da quando è entrato in carica il governo Letta non ha lesinato annunci.
Il ministro Saccomanni, in particolare,sembra presiedere uno di quei dicasteri che si trovano nei libri di Harry Potter e che potremmo chiamare il Ministero delle Buone Intenzioni: privatizzeremo qualcosa, toglieremo l’Imu, non aumenteremo l’Iva, ridurremo la spesa, distribuiremo cioccolata e così via.
Il nodo cruciale però è uno solo: tagliare la spesa pubblica. Ce lo continuano a dire tutti, il Fondo Monetario, la UE, l’OCSE, e da ultimo Peter Praet, capoeconomista della BCE i quali, che ci piaccia o no, hanno più influenza sugli investitori nostrani ed internazionali di Vendola o Fassina: questo vuol dire che finché non si vedranno passi decisi in quella direzione continueranno a permanere dubbi sulla solvibilità del nostro paese, lo spread non diminuirà e gli imprenditori stranieri non varcheranno le Alpi.
Inoltre, senza lanciarci in diatribe stile Krugman-Resto del Mondo sugli effetti benefici o malefici dell’eccessiva spesa pubblica, per l’Italia la finanza allegra dal lato delle uscite negli ultimi 20 anni non ha certo portato fortuna, anzi.
A questo punto scattano i meccanismi giustificazionisti di chi afferma però che dire di decurtare le spese è giusto, ma insomma, alla fine proprio non si può toccare niente. Il simbolo di questo fallimento politico ed intellettuale è probabilmente rappresentato dall’ex ministro Pietro Giarda il quale sembra aver passato molti anni ad esercitarsi con la spending review per giungere ad un nulla di fatto. Un’altra affermazione che si sente spesso è che se non fosse per gli interessi sul debito la nostra spesa pubblica sarebbe  uguale alla media degli altri paesi europei. Orbene, l’Europa non è un bell’esempio di crescita e peraltro gli unici che hanno tassi di sviluppo ragionevoli sono nazioni che han tagliato le spese come Germania e Svezia, e comunque gli interessi sul debito esistono e non spariranno solo lamentandosene.
Eppure, in un bilancio statale che prevede 810 miliardi di uscite c’è sicuramente molto da tagliare da subito. Se pensassimo ad una riduzione per il 2014 equivalente all’1% del PIL si libererebbero risorse pari a 16 miliardi.
Da dove cominciare? In primis dai sussidi alle imprese che ogni anno ammontano a circa 33-35 miliardi di euro. Secondo lo studio di Giavazzi-Schivardi, commissionato dal governo Monti, circa 10 miliardi sono immediatamente eliminabili, in quanto forniti ad imprese che operano senza oneri di servizio pubblico. In realtà si potrebbe agire anche su molto del resto: i pesanti contributi alle imprese di trasporto, ad esempio, derivano dalla mancanza di concorrenza, prezzi irrealistici del servizio e inefficienza. Per farla breve, ammettiamo di non poter eliminare subito tutti i 10 miliardi in quanto molti escono dai rivoli delle amministrazioni locali e diamoci come obiettivo 6,6 miliardi, i 2/3.
Se poi il governo tagliasse l’IRAP di 10 miliardi, misura molto più utile di altre, risparmierebbe incredibilmente 3 miliardi. Il 30% del gettito è infatti di provenienza delle pubbliche amministrazioni anch’esse soggette alla tassa.
Se vengono approvati gli interventi in materia di eliminazione dei finanziamenti ai partiti politici e ai loro giornali, riduzione dei parlamentari e dei loro stipendi, delle spese delle camere, degli organi istituzionali (inclusi ambasciate e rappresentanze estere delle regioni), si possono risparmiare tranquillamente 400 milioni. Le stime (ultima quella di Andrea Giuricin per l’Istituto Bruno Leoni) dei benefici sull’eliminazione delle province si aggirano sui 2 miliardi, ma prevedendo che per fine del 2014 non si arrivi alla fine dell’iter e ci siano costi di transizione attestiamoci ad 1 miliardo.
Secondo i calcoli del giornalista economico Cobianchi ci sono ancora 3127 “enti inutili” che ci costano 7 miliardi l’anno e 7.000 società controllate da enti locali che solo di amministratori (24.000), revisori dei conti et similia incidono per 2,5 miliardi. Basterebbe fondere il 25% di tali società (e da qui a fine 2014 si può fare, basta la volontà politica) e accorpare o eliminare un quarto degli enti inutili e risparmieremmo, magari eliminando nel frattempo la Motorizzazione civile che fa più o meno le stesse cose dell’ACI, altri 2,5 miliardi.
Procedendo alla vendita di beni pubblici, imprese ed immobili, per 20 miliardi, risparmieremmo 1 miliardo di interessi (anche se lo Stato riceverebbe meno dividendi) e con ogni probabilità ne avrebbe un benefico effetto lo spread, in quanto il debito pubblico italiano verrebbe considerato più sostenibile. Ricordiamo che lo 0,1% di tasso di interesse in meno equivale a 2 miliardi di euro l’anno. Ceteris paribus, la cessione di beni combinata a uno spread minore dello 0,1/0,15% sono circa altri 2,5 miliardi tendenziali.
Ecco, siamo arrivati a 16 miliardi senza nemmeno cominciare a razionalizzare la spesa per acquisti delle PA, la sanità, i dipendenti pubblici (alcuni dei quali godono di ampi privilegi) o accorpare le migliaia di inutili comuni sotto i 5000 abitanti (sono quasi 6000!). Le pensioni, poi, rappresentano ancora il 16% del PIL, la riforma Fornero è un palliativo che anche nel futuro le porterà a livelli di incidenza sul PIL molto alti. Dimentichiamoci, poi, i falsi invalidi e tutto quanto rappresenta lotta a sprechi e corruzione che dovrebbe essere intrapreso da qualsiasi governo di buon senso. Se si cominciassero ad emanare provvedimenti seri in questi settori qualche effetto benefico ci sarebbe nel 2014 il resto negli anni a venire.
Ridurre la spesa, risparmiando sui costi di intermediazione e lasciando direttamente in mano i soldi ad imprese e cittadini si può, basta volerlo e nemmeno c’é bisogno del Ministero della Magia.

Alessandro De Nicola
Da “La Repubblica” del 26 luglio 2013