EuroGrecia, debito pubblico, manipolazioni monetarie e democrazia

Come molti prevedevano, Tzipras in primis, la negoziazione EU-Grecia continua indefinitivamente e porterà a dilazioni di pagamento ben oltre i limiti del razionale economico.

Lo spazio per una convergenza è angusto, quasi obbligato. I soldi dei cittadini europei sono sostanzialmente persi. Per gli Amministratori Pubblici EU si tratta ora di salvare la faccia con i propri cittadini.

Gli AP europei sono sotto pressione (forse) per la necessità di dimostrare ai cittadini europei che:

  • l’investimento sulla Grecia in EU non è stato sbagliato,
  • credono veramente che il debito pubblico vada restituito (sarebbe una novità)
  • intendono neutralizzare il ricatto umanitario agendo sui fattori dell’economia invece di brandeggiare la  brutale sospensione del sussidio allo stile di vita greco. La sproporzione rispetto al valore aggiunto del lavoro greco (economia reale) non giustifica le pene che deriverebbero dalla brutalità. Tzipras peraltro gioca tutto su questa irrealistica e machista brutalità, specialmente germanica.

Gli AP greci al contrario hanno una incivile, ma favorevole, posizione nella negoziazione. Simile a quella del racket dei semafori che fa lacrimosamente chiedere aiuto ai poveracci che forse ha provveduto a storpiare per lo scopo.

I sintomi sono preoccupanti e dimostrano che la Grecia non è un caso particolare dovuto solamente alle pessime caratteristiche civili e sociali dei greci e dei loro Amministratori Pubblici. I sintomi riguardano l’Europa:

  1. Il debito greco dovrebbe essere pagato, a condizioni correnti, in tempi talmente lunghi che in sostanza non si paga, ma si rinnova; con un certo piacere del sistema finanziario il cui core-business è il credito/debito. Il fenomeno greco non è affatto solitario in Europa. Solo una grande svalutazione di massa potrà ricondurre il debito entro limiti gestibili. Purtroppo l’esito sarebbe a vantaggio prevalente degli ultra-indebitati e a deja vu che fanno paura. L’inflazione è molto dannosa, ma non tanto quanto lo psico-machismo che allora l’ha prodotta.
  2. Per poter pagare il debito pubblico i cittadini greci dovrebbero produrre beni e servizi in volume sufficiente da fornire una base fiscale imponibile adeguata a sostenere la spesa pubblica e il peso finanziario del debito (restituzione del capitale e costi). Il PIL greco generato dall’economia reale è risibile rispetto al PIL generato dalla sproporzionata spesa pubblica che, come è noto, è solo un giroconto dalle tasche di uno alle tasche di un altro; cioè non produce alcun valore aggiunto. In sintesi la proporzione fra spesa dell’Amministrazione Pubblica, impegni finanziari ed economia reale è una piramide rovesciata che mai, in queste condizioni, consentirà ai greci di pagare alcunchè ai propri creditori. Al contrario il rischio è che la piramide rovesciata greca trascini tutta l’Europa in un buco nero finanziario crescente e irrecuperabile.
  3. Gli Amministratori Pubblici Europei si sono guardati bene dal soppesare il “rischio controparte” (il debitore è nelle condizioni di pagare?). Il sospetto è che le decisioni (di sussidiare oltremisura la Grecia) siano state prese dagli AP EU sulla base di accordi commerciali (one-to-one), utili ad alcuni Stati e non ad altri; fermo restando che i soldi prestati senza garanzie sono di tutti i cittadini EU. Il sistema motivazionale spinge gli AP, europei e locali, a prendersi un vantaggio immediato e scaricare i rischi sugli AP delle future tornate elettorali. E anche alle future generazione come oramai frequentemente accade nel presente, per le decisioni passate.
  4. Non pago il debito perchè affamerei i miei cittadini, purtroppo è una verità; di breve termine, ma una verità. L’attuale situazione di ricatto è il risultato della ben nota logica motivata dall’acquisto del consenso elettorale con i soldi dei cittadini. I greci non producono PIL da economia reale, ma pare che gli “educated” AP Europei non se ne siano accorti. Guardando al risultato immediato entro i loro orticelli, hanno finto di non vedere che sarebbero stati obbligati a continuare a pagare il ricattatore. O forse, hanno visto e non si sono proccupati (tanto pagano i cittadini).
  5. Lo schema greco si colloca in un contesto EU, e forse mondiale, di un perverso sistema motivazionale degli AP (crisi della democrazia):
    1. Il taglio della spesa pubblica produce un immediato taglio del PIL cioè dei redditi dei cittadini e, in via indiretta, delle imprese. Perché mai gli AP in carica dovrebbero suicidarsi politicamente tagliando la spesa pubblica corrente?
    2. Il taglio della spesa pubblica corrente aumenta lo spazio per gli investimenti. Questi, se bene organizzati e controllati, producono PIL da economia reale, ma solo dopo anni. Il che è un vantaggio solo per gli AP delle future tornate elettorali. Perché gli AP correnti dovrebbero sacrificarsi per il successo degli AP futuri?

Bastiat diceva che lo Stato è quella finzione secondo la quale tutti cercano di campare a spese degli altri. Purtroppo il sistema motivazionale degli AP, e sfortunatamente anche di molti cittadini, riflette proprio questa logica.

  1. Le dichiarate ragioni economico-politiche fondanti l’EU stanno nel principio: unire le forze in modo che
    1. gli Stati meno performanti migliorino più velocemente della media (diminuzione delle disparità)
    2. la prosperità complessiva aumenti.

La dura realtà è che l’EU si sta muovendo in direzione opposta.

Ad esempio negli ultimi anni il debito pubblico EU è esploso in piena contraddizione rispetto all’obiettivo di ridurre, o contenere, il debito pubblico di ciascuno Stato entro il 60% del PIL. È naturale che gli AP di ciascuno Stato trovino difficile ridurre il debito, anche solo diminuirne il tasso di crescita. Mentre è coerente, con le motivazioni politiche, aumentare la spesa pubblica verso una minore disparità fra Stati, peccato che il baricentro  punti non al 60% ma al massimo debito (fra il 100% e il 135%).

Gli AP hanno buon gioco politico nel giustificare l’aumento del debito pubblico con la crisi finanziaria perdurante. I fatti tuttavia smentiscono il ritornello politico che non regge. I fatti dicono che il debito pubblico è cresciuto, in percentuale e in volume, aumentando le già notevoli disparità iniziali fra i grandi Stati e i piccoli Stati. I grandi e i forti si sono guardati bene dal “tirare su” gli Stati deboli.

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Richiamiamo l’attenzione sull’inclinazione della crescita del debito e sulla scala dimensionale dei due grafici/gruppi. L’Irlanda è un’eccezione da approfondire.

Pare ovvio che una crescente distanza fra piccoli e grandi, forti e deboli, nord e sud, aumenti il rischio “crepa nella diga”.

È necessario e urgente che l’Europa chiarisca gli intenti concreti dei suoi singoli membri, che progetti un’Amministrazione unitaria che realmente aumenti la prosperità delle singole parti e di tutti (fare ricchi sé stessi e gli altri). Diversamente la corsa al debito pubblico, alle manipolazioni monetarie (svalutazioni sproporzionate), sbriciolerà quel poco e traballante messo in piedi di una possibile Europa.

Naturalmente salvare l’Europa ha senso solo se anche i cittadini credono che l’economia reale debba avere dimensione prevalente e proporzionata sull’economia di Stato (Amministrazione Pubblica) e sugli impegni finanziari (restituzione del debito). Per ora tutto indica il contrario: quasi tutti i grandi Stati Europei sembrano una grande Grecia destinata a campare “alla Bastiat” invece che sulla creazione di valore reale e diffuso.

La ruspa esattoriale

C’era una volta un limite al pignoramento dello stipendio o della pensione fissato per lasciare al debitore un margine di sopravvivenza. Il decreto “Salva Italia”(1.10.2012 del Governo Monti) ha imposto che le pensioni confluiscano direttamente ed automaticamente dall’Istituto di Previdenza su un conto corrente che il pensionato è costretto ad attivare. Così Equitalia ha il diritto, e lo esercita con spietata crudeltà, di effettuare il pignoramento non nei limiti di un quinto presso l’ente erogatore, ma dell’intero importo della pensione una volta che questa sia versata sul conto corrente.Un prelievo coatto che, sempre più spesso, viene esercitato in modo inversamente proporzionale all’ammontare della pensione. Infatti, ad essere perseguita con particolare rigore è l’evasione  realizzata da piccoli imprenditori, artigiani e pensionati in quanto si tratta di fasce con scarse possibilità di difendersi da eventuali “disguidi” che possono assumere carattere estorsivo e che non dispongono di stuoli di consulenti che ne tutelino le ragioni. Abbiamo, quindi, un’amministrazione, spietata con i deboli, diventa morbida con i forti. Uno Stato Robin Hood alla rovescia, ruba ai poveri per dare ai ricchi.  Equitalia, in caso di debiti di un pensionato con il fisco, pignora tutte le somme depositate sul conto corrente, la cui apertura è condizione sine qua non per vedersi accreditare la pensione, col pretesto che su quel conto potrebbero essere confluiti anche altre somme. In tal modo, blocca il conto corrente negando il diritto alla sussistenza garantito dalla Costituzione ai pensionati costringendoli a ricorrere al giudice per far sbloccare il conto. Come al solito, l’incapacità del legislatore demanda al giudice ordinario la soluzione del problema ma il danno è già fatto. Il blocco del conto lascia il suo titolare nell’impossibilità di affrontare le spese quotidiane, per il periodo che intercorre tra la notifica all’istituto dell’atto e l’udienza di dichiarazione avanti il giudice. Per stare tranquillo il pensionato deve, lo stesso giorno dell’accredito, ritirare dall’istituto l’intero importo della pensione. Si tratta di atti intimidatori di Equitalia che, avendo accesso a tutte le informazioni per accertare i redditi, le situazioni patrimoniali e per conoscere la provenienza degli accrediti e la consistenza del conto corrente, esercita in modo improprio le sue prerogative. Il suo accanirsi, quindi, è ancor più odioso perché esercitato sulle fasce deboli costretti a vivere i giorni della pensione come un incubo e sotto tortura.

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È vero: tagliare la spesa pubblica, taglia il PIL e perciò i redditi.

La frase “riduzione della spesa pubblica” funziona come la frase “apriti sesamo”; solo che invece di aprire la porta del tesoro, parte un risponditore automatico: “cattivone asociale, questo non si deve fare perché”:

  1. C’è il rischio che insieme alla spesa pubblica si taglino i servizi ai cittadini
  2.  A ogni taglio alla spesa corrisponde una riduzione del PIL.

Sul primo punto la banale osservazione è che tagliare gli sprechi e la corruzione è una decisione Read more

I Segreti della COVIP

L’ente di controllo COVIP ha effettuato il “monitoraggio” sugli investimenti delle casse previdenziali dei professionisti, per il terzo anno, ma i risultati non sono disponibili, come non lo sono stati per il passato, per i professionisti: 20 casse di previdenza che gestiscono patrimoni vicini ai 60 miliardi per 1.400.000 professionisti. Dal 2012 i rapporti (con analisi, confronti, dettagli rilevanti) della COVIP non sono resi pubblici dalle singole casse previdenziali e dal ministero competente (MinLavoro); non è chiaro quali ragioni impediscano la diffusione di dati essenziali per comprendere come sono gestiti “soldi” dei singoli contribuenti e risparmiatori che serviranno alla loro pensione futura.

Corrado Griffa, pubblicato su “Una tazzina di caffè…” su www.smartweek.it giovedì 4 giugno 2015

Sconti fiscali per i fondi pensione

Dal Blog di Sodo Caustico del 16 Maggio 2015. Per la fonte clicca qui

 

Emanato il decreto MEF che prevede uno sconto fiscale per i fondi pensione e le Casse previdenziali che investano in progetti a medio-lungo termine nell’economia reale; attuando la misura prevista nella legge di Stabilità 2015, il beneficio fiscale si concreta nella riduzione dell’aliquota pagata sul rendimento annuo delle gestione dei fondi pensione (dal 20% all’11%) e delle Casse (dal 26% al 20%), attraverso il meccanismo del versamento ad aliquota “piena” e la successiva richiesta di rimborso attraverso il credito di imposta, attingendo ad un “fondo plafond” di 80 milioni di euro annui (con ulteriori tecnicismi in caso di eccedenza delle richieste di rimborso).

Per almeno 5 anni fondi e Casse dovranno detenere azioni, obbligazioni, OICR che investono in “infrastrutture turistiche, culturali, ambientali, idriche, stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sanitarie, immobiliari pubbliche non residenziali, delle telecomunicazioni, comprese quelle digitali, e della produzione e trasporto di energia”.

Gli ultimi dati disponibili indicano un patrimonio detenuto dalle forme di previdenza complementare di 63.960 milioni di euro, oggi per il 4,6% investito in azioni, per il 18,8% in titoli di stato, per il 33,4% in OICR.

Sodo Caustico

L’economia è governata dal Tar?

Mai come in questo periodo si ha l’impressione che l’apparato statale sia prigioniero della propria inefficienza e dell’incapacità della classe politica di ridurre la spesa pubblica. La delega fiscale, che ha preso forma nei tre decreti delegati approvati dal Consiglio dei ministri, è ancora un Vaso di Pandora e i giudizi sul modo in cui viene affrontata l’annosa questione dell’abuso di diritto sono contrastanti. Nel frattempo ci pensano i giudici, nel bene e nel male, a scardinare alcune certezze.

Molti lettori si ricorderanno la sentenza della Corte Costituzionale di febbraio che ha dichiarato illegittima la nomina di 767 dirigenti dell’Agenzia delle Entrate, in quanto promossi senza rispettare i principi normativi che regolano l’iter di carriera e prevedono concorsi pubblici. Oltre allo scandalo provocato dal constatare che i controllori della probità fiscale degli italiani a casa propria distribuivano prebende all’italiana, subito si pose il problema se ali atti firmati dai dirigenti illegittimamente nominati avrebbero potuto essere dichiarati nulli. Si rischiano difatti migliaia di accertamenti vaporizzati dalla mancanza di poteri di chi li aveva disposti.

Quando mai! La direttrice dell’Agenzia, Orlandi, e – con minore veemenza – il ministro Padoan subito avvertirono i contribuenti di non “sprecare i propri soldi” iniziando ricorsi inutili perché gli atti erano validi, anzi validissimi. Malauguratamente in Italia tuttora esistono persone disposte ad investire il proprio denaro per far valere i propri diritti e così un contribuente monzese ha ottenuto una sentenza dalla Commissione tributaria provinciale di Milano che sembra smentire le granitiche certezze del governo e dei suoi burocrati.

I giudici ambrosiani, infatti, hanno ritenuto che un avviso di accertamento firmato da un presunto dirigente il cui nome risultava nell’elenco di quelli individuati dal Consiglio di Stato tra i promossi irregolarmente sia invalido. Tali atti devono essere firmati da personale di “carriera direttiva” e tale non era il funzionario nel caso di specie. Orbene, una sentenza da sola non costituisce un precedente inespugnabile ed è possibile che altri magistrati esprimano pareri diversi. I responsabili politici e dell’amministrazione, però, è bene che d’ora in poi si limitino a profondersi in sentite scuse per il malfunzionamento della Pubblica amministrazione e non si ergano da imputati a giudici.

Un caso inquietante emerge invece dal Tar di Roma. A fronte della legittima richiesta di una ricorrente di vedersi liquidato un indennizzo dovuto dal ministero della Salute a partire dal 2009, i togati capitolini hanno stabilito che in effetti il diritto al risarcimento non si poteva negare, ma senza gli interessi di mora. Invero, il codice del processo amministrativo (c.p.a.) stabilisce che il resistente (la Pa) non deve pagare somme di denaro quando “ciò sia manifestamente iniquo” o “non sussistono altre ragioni ostative”.

Ebbene tali ragioni sono state individuate nelle oggettive condizioni economiche (“debitamente documentate”) in cui versa il ministero, nonché “la notoria situazione di congiuntura che ha imposto severi tagli alla spesa pubblica onde evitare la paventata insolvenza degli enti pubblici”. A leggere questo passo si rimane sbalorditi. Dimentichiamoci un momento la valutazione bizzarra che il Tar compie sui “severi tagli alla spesa” (ma che ne sa? Negli anni la spesa corrente non è mai diminuita), in ogni caso il principio è strabiliante: i pubblici amministratori non sanno tenere i conti in ordine e quindi è giusto che non paghino i debiti? Lo sgomento aumenta quando si capisce che questa linea di pensiero non è nuova poiché già altre decisioni del Tribunale amministrativo avevano sancito il principio nel 2014 e nel 2012.

Si tratta però di una discrezionalità intollerabile: in primis non possono essere giudici amministrativi a decidere quando esistono “oggettive condizioni economiche” che impediscono di pagare. Di oggettivo non c’è nulla in una valutazione siffatta. Inoltre, uno squilibrio tra lo Stato creditore che esige dal cittadino il dovuto ed uno debitore che se non ha il denaro non paga, non solo ferisce il senso di giustizia ma rischia di creare una catastrofe.

Chi comprerebbe più i titoli del debito pubblico italiano o degli enti locali se un domani, appellandosi all’art. 114 del c.p.a., la Regione X o il Comune Y potessero rifiutarsi di pagare gli interessi? Chi parteciperebbe agli appalti pubblici, correndo questi rischi rispetto ai propri compensi (speriamo che nessuno straniero legga questa sentenza)?

È probabile che l’interpretazione che i giudici amministrativi hanno dato della norma sia distorta e, appunto, “manifestamente iniqua”. Se ci fossero dubbi intervenga subito il governo o il Parlamento a rimediare ad una simile stortura. E, ancora una volta, profonde scuse per come viene trattato il cittadino e il principio disuguaglianza di fronte alla legge non sarebbero sgradite.

Alessandro De Nicola

Su Repubblica

La spesa pubblica italiana: fra storia, realtà e mito (della Spending Review)

“”Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse””, Maffeo Pantaleoni (Frascati, 1857 – Milano,1924)

Così diceva l’economista, politologo e senatore del Regno d’Italia. Perché citare un uomo morto quasi un secolo fa, vi chiederete? Perché le sue parole sono incredibilmente attualissime se le coniughiamo alla cronaca politica.
La Cgia di Mestre ha calcolato che ammontano a 1,5 miliardi di euro i tagli ai comuni in conseguenza della spending review. I più penalizzati da questa operazione saranno quelli di Cosenza, Napoli, Siena e Firenze.
È questo il modo giusto per tagliare una spesa pubblica fuori controllo come quella italiana? Per rispondere a questa domanda, occorre prima capire come è composta e come è cambiata nel tempo.

L’evoluzione della spesa pubblica italiana

La definizione di spesa pubblica include spese correnti, interessi e investimenti: nel 2014 è stata di 817,5 miliardi di euro, pari al 51,1% del PIL. Nel 1954 era il 25%, poi è via via cresciuta negli anni: ha superato il 30% nel 1996, il 40% nel 1981, ha sfondato quota 50% nel 1990, è ridiscesa sotto il 50% nel 1997, per poi tornare saldamente sopra il 50% dal 2012.
Prima osservazione: dal 1954, in nessun anno le entrate (imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali, altri ricavi) sono state superiori alle spese, questo ha determinato una serie ininterrotta di “deficit” (con una differenza massima fra spese ed entrate di 11,6 punti di PIL nel 1988).
Le entrate fiscali erano 23,1% del PIL nel 1954, hanno superato il 40% nel 1990, sono il 48,1% del PIL nel 2014. Se “sommiamo” tutti i deficit dal 1954 al 2014, arriviamo a un valore che è 3,15 volte il PIL italiano del 2014.
Spesa pubblica: un confronto europeo
La spesa pubblica italiana è assai elevata in assoluto e in percentuale del PIL, ma quando la si raffronta a livello europeo troviamo delle inaspettate sorprese.
Come dicevamo in Italia la spesa pubblica totale (tutte le spese correnti inclusi stipendi, investimenti, pensioni, sussidi, interessi) è pari al 51,1% del PIL. In Francia tocca il 57,3%, in Svezia il 54,6%, in Belgio il 54,1% (la Germania fa meglio: 44,1%). Se si analizza la spesa pubblica primaria (che esclude pensioni e interessi, conseguenze dei governi del passato), la percentuale sul PIL della spesa italiana è il 28,8%: la Svezia è al 41,9%, la Francia al 39,1%, la Germania al 30,1%.
Una seconda osservazione è quindi che in Italia il costo per interessi e per pensioni è più elevato che in altri paesi europei, poiché “vale” il 20% di PIL, mentre in Germania il 14% e in Svezia il 12,7%.

 

La composizione della spesa pubblica italiana

Dalla sua analisi si traggono utili osservazioni. Al governo e alla politica l’arduo compito di utilizzarle in modo corretto (purtroppo la storia degli ultimi 60 anni depone in senso contrario).
Gli 817,5 miliardi di spesa pubblica del 2014, per livello di governo, sono così composti (fonte: Istat):
• 323,7 miliardi (il 39,6%) per la previdenza (pensioni);
• 264,9 miliardi (il 32,4%) per costi delle amministrazioni centrali (ministeri, giustizia, difesa…);
• 111,2 miliardi (il 13,6%) per la sanità;
• 66,2 miliardi (l’8,2%) per i comuni;
• 41,7 miliardi (il 5,1%) per le regioni (esclusa la sanità, sopra indicata);
• 9,8 miliardi (l’1,2%) per le province (recentemente oggetto di una norma di abolizione da parte del Governo Renzi).
Nella spesa pubblica sono inclusi gli investimenti, che per il 2014 sono stati 31,1 miliardi di euro (il 3,8% del totale della spesa pubblica), per la maggior parte effettuati dagli enti locali (572,2 miliardi, il 70%) e poi a quelli centrali (201,9 miliardi, il 25,8%). Gli investimenti per la difesa sono stati 8,9 miliardi. Dove tagliare?

 

Quale spending review per l’Italia?

Una spending review ben fatta dovrebbe concentrarsi su tutte le voci di spesa, per quanto difficile possa essere incidere su voci come le pensioni, che assorbono 40 euro per ogni 100 spesi dallo stato.
I mezzi e gli strumento dovrebbero essere indicati dalla politica e non solo dalla tecnica. L’azione del governo si è sinora concentrata su una voce “facile” come quella delle province, forse perché toccava solo l’1,2% del totale della spesa, ma aveva un suo peso mediatico, dando l’idea che “si faceva sul serio”.
Tuttavia per uno Stato che negli ultimi 60 anni ha speso sempre più di quanto ha incassato ci vuole ben altro, anche se forse un deficit del 3% (differenza fra il 51,1% di spesa sul PIL e il 48,1% di entrate fiscali sul PIL) non è che “una goccia in un mare” di risorse sottratte ai cittadini in 60 anni.

Non tornano anche a voi in mente le dotte parole di Pantaleoni?

 

Se lo Stato controlla la nostra vita

La sensibilità delle persone, in materia di privacy, è cosa ben strana. Ci preoccupano tantissimo social network e giganti del web. Se stiamo sviluppando una qualche perplessità, non è perché Twitter o Facebook sappiano molte cose di noi più di quante non fossero note, ad altri, anche prima. Sui social network noi distribuiamo opinioni e fotografie con la stessa liberalità che usavamo al bar o alle feste di famiglia.

Amazon conosce le nostre abitudini, ma né più né meno del nostro libraio di fiducia.

Ciò che comincia ad inquietarci è il fatto che queste aziende sono enormi, e riuniscono enormi quantità di dati, che riguardano una popolazione assai vasta. Che facciano alcunché di male, è tutto da dimostrare. Ma nutrire una sorta di pregiudizio negativo verso le organizzazioni di così grande dimensione non sembra irragionevole. Ci spaventa la scala: ci spaventa sentirci soli, piccoli, impotenti, davanti a un colosso. Ci spaventa ciò che di noi stiamo sicuramente rivelando senza accorgercene, e ci irrita che qualcuno possa trarne beneficio senza che ce ne accorgiamo.

Per questo è tanto più sorprendente che non ci sia nessuno che alza un sopracciglio, se invece è lo Stato a sapere tutto di noi: nello specifico, tutto sulle nostre finanze, e senza che ci abbia mai chiesto di acconsentire al trattamento dei dati.

Tuttavia, il segreto bancario è morto e sepolto, dentro e fuori i confini delle nazioni, e nessuno ha recitato una prece. Già oggi lo Stato può facilmente farci i conti in tasca: consumi, investimenti, debiti. Nel giro di un paio d’anni questo varrà anche al di fuori del territorio su cui è sovrano. C’è poco da prendersela con l’Agenzia delle Entrate, il trend è internazionale. Grazie ad un accordo promosso dall’Ocse, dal 2017 le autorità fiscali di quaranta Stati potranno inviarsi dati relativi ai contribuenti residenti, con una procedura amministrativa che prescinde dall’esistenza di un’indagine della magistratura. Fra i Paesi coinvolti, anche Argentina, Ungheria, e Russia. Poco importa se basta un minimo di memoria storica a suggerire a un argentino di tenere lontano dal suo governo i suoi risparmi, o se dissidenti ungheresi e russi hanno l’esigenza di proteggersi (e di proteggere i propri fondi) da leader non precisamente liberali. Lo scambio d’informazioni sarà, per l’appunto, automatico.

Vale, certo, la giustificazione universale per qualsiasi misura poliziesca: gli onesti non hanno nulla da temere. A dire il vero, anche i più integerrimi qualcosa da temere ce l’avrebbero: la straordinaria concentrazione di potere che si produce, in capo ad organizzazioni che possono essere informate, in tempo reale, di ogni e qualsiasi transazione economica. Questa «concentrazione» di informazione e potere è la stessa cosa che in molti trovano spaventosa quando si parla di Google o di Amazon, che – orrore – sa giorno per giorno come si consuma la mia passione per la fantasy di George R.R. Martin.

Ci pare invece più accettabile e più «normale» che gli Stati sappiano al centesimo di euro quanto ritiriamo al bancomat, quanto spendiamo per vestirci, la rata del mutuo, eccetera.

Perché questo accade, è presto detto. Abbiamo la percezione che siano problemi dei ricchi, che a noialtri dovrebbero interessare poco o punto. Perché abbia senso essere sleali col fisco, bisogna che ci sia un patrimonio da occultare. C’è da dire che «ricchi» sono sempre gli altri. Nella Russia di Stalin, per essere kulako, contadino proprietario e dunque nemico di classe, era sufficiente possedere due mucche.

Oggi, è un’idea molto diffusa che la burocrazia fiscale si stia attrezzando per prendere all’amo i pesci grossi, trascurando di passare ai raggi X quelli piccoli. Parrebbe un ragionamento di buon senso: val la pena concentrare risorse, per andare a prendersi il bottino più sostanzioso. E tuttavia, non è sempre così: si pensi a quanto avvenuto a quell’operaio pisano che si è trovato alla porta l’Agenzia delle Entrate, perché era andato due volte in crociera nel corso dello stesso anno. Troppe vacanze, per il reddito di quella famiglia: o così almeno, è apparso a dei funzionari, senz’altro ben intenzionati.

E’ facile sorridere di un eccesso di zelo, ma ciò che conta sono i meccanismi che lo hanno reso possibile. La tracciabilità «assoluta» rappresenta un cambiamento epocale. Chiamiamola pure «trasparenza», ma implica un potere di sorvegliare le nostre vite che i più tremendi regimi del Novecento neanche si sognavano.

* Twitter @amingardi / lastampa

Coop, sapete qual è il loro peso nell’economia italiana?

L’articolo qui ripreso è stato pubblicato da AdviseOnlyBlog in data 7 Aprile 2015 nella rubrica #IlGraffio con il titolo “La Coop sei tu (ecco il peso nell’economia italiana)”.

Clicca qui per l’articolo

Le cooperative sono decisamente una realtà importante del nostro paese, fin dalla nascita della Repubblica. Esse, infatti, presentano un riconoscimento ufficiale direttamente nella Costituzione, l’art 45 recita: “la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazioni”.

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Italia, coi conti in disordine non c’è futuro

Il dramma italiano ha un nome preciso: mancanza di crescita, poca creazione di ricchezza, bassa produttività e innovazione, poche opportunità offerte e premiate per merito. Un altro amaro primato italico è quello del numero di giovani inattivi, che non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere. Sono chiamati «i NEET»: Not in Education, Employment or Training. Gli amari primati non finiscono qui: il «bel Paese» presenta una burocrazia farraginosa e inefficiente che fa il paio con una spesa pubblica folle, sprecona e insostenibile. L’Italia ovviamente risulta poco appetibile per eventuali investitori stranieri e impone un vero e proprio salasso a chi ha già avviato un’impresa sul territorio tricolore.

È sempre più necessario ricordare le basi della logica e del buonsenso: un Paese coi conti del passato in disordine — scaricati sui figli — non può avere presente, e si gioca il futuro — dei figli divenuti adulti. Se la Commissione UE agisse fino in fondo come una burocrazia, e giudicasse i governi europei sulla base dei numeri nudi senza metterli in prospettiva, l’Italia sarebbe già finita nei guai, ancor più grossi d’ora. È noto che la spesa pubblica italiana supera ormai gli 800 miliardi d’euro e che oltre il 28% della spesa nazionale, ad esempio, finisce a pagare le pensioni d’anzianità. Il fondamentale e necessario riequilibrio della dissestata finanza pubblica italiana non può che passare attraverso un serio e puntuale processo di revisione della spesa. Lo sentiamo dire da anni, e i più intellettualmente onesti, che prediligono lo studio dei numeri al populismo, tentano di spiegarlo a ogni occasione, precisando che è anche una strada per tornare a rendere più efficiente e competitivo il Paese in cui viviamo.

Il dibattito pubblico in Italia sulla spending review è da qualche anno animato dalla presenza dei «commissari ad hoc», figure tecniche che gli ultimi governi hanno nominato per stilare piani d’«efficientamento» e tagli di spesa, figli di una coerente revisione dei costi. L’ultima spending review, curata dal commissario Carlo Cottarelli e — pareva — acquisita dal governo, scese da un potenziale impatto pari al 4% degli 800 miliardi a un misero 1% o, nella migliore delle ipotesi, 1,75%. Senza contare che l’iniziale vincolo di non impiegare le risorse della spending review per finanziare nuova spesa pubblica fu poi cancellato col bonus 80 euro di Renzi.

Ora le puntate della saga I commissari alla spending review, scaricato Cottarelli, si arricchiscono ancor di più, perché l’esecutivo ha scelto d’affidare la regia dei tagli al consigliere economico di Palazzo Chigi, Yoram Gutgeld. Diametralmente opposta all’approccio dei «tagli lineari», l’ormai nota spending review può effettivamente costituire un’occasione per riconsiderare il capitolo dell’enorme e inefficace spesa pubblica tricolore, contribuendo a adottare soluzioni orientate al miglioramento dell’azione pubblica anche in un’ottica di coesione sociale. Ciò detto, però, da Giarda a Cottarelli una lunga sequenza di tentativi illustra il fallimento di tale progetto e l’incapacità di ridurre la longa manus del Leviatano pubblico, tutt’altro che intenzionato a dimagrire, perdendo potere. A tale scopo, sarebbe particolarmente necessario porre attenzione sul tema del potere locale e della spesa degli enti territoriali. Si tratterebbe d’usare la necessità e opportunità di una profonda revisione di questa spesa per stilare nuove strategie più efficaci d’investimento dei soldi raccolti con le tasse e dai trasferimenti centrali, non solo per ridurre l’ammontare della spesa locale, ma anche ri-orientarla allo scopo di rendere i territori più vivibili per chi ci vive e lavora, nonché più attraenti per potenziali investitori esterni. Noi italiani siamo però sempre alla ricerca di capri espiatori e scorciatoie, rifuggendo sistematicamente scelte responsabili e a volte dolorose. Un esempio è il piano per disboscare la giungla delle società partecipate, ancora inattuato. Intanto le spese dello Stato continuano a lievitare, e saranno, tra l’altro, indispensabili 16 miliardi di tagli per evitare l’aumento dell’IVA previsto dalle clausole di salvaguardia. Clausole di salvaguardia con cui, come ricordato di recente dalla Corte dei conti, le ultime manovre finanziarie hanno sostituito i tagli di spesa, rinviandoli al futuro.

La verità è che la colpa della nostra crisi è tutta nostra, e se vogliamo tirarcene fuori dobbiamo scegliere noi di fare dei sacrifici, guardando al futuro e ai figli che verranno. La corruzione, le mafie, il clientelismo, l’alto costo dell’energia, la carenza d’infrastrutture, la saturazione dei tribunali, il carico fiscale sul lavoro, la mancanza di meritocrazia, l’instabilità politica, l’assurda spesa pubblica e l’inefficienza della burocrazia sono i nostri problemi; altro che euro, liberismo e Frau Merkel. E in questo cupo scenario hanno purtroppo buon gioco demagoghi e farabutti a salire su palchi e tribune elettorali, ergendosi a novelli tribuni della plebe e gettando fumo negli occhi delle persone, che troppo spesso hanno rinunciato a informarsi per conoscere il mondo che le circonda, approfondendo i temi dibattuti sulla loro pelle.

Ronald Wilson Reagan, 40º presidente degli Stati Uniti d’America, soleva dire che un contribuente è uno che lavora per lo Stato, ma senz’avere vinto un concorso pubblico. Tocca sempre a chi ci vive, in un Paese, scegliere quale tipo di contribuente essere, e temo non sia una coincidenza il costante aumento del flusso d’italiani che si trasferiscono all’estero. Il caso più eclatante è quello di Londra, dove la comunità italiana ha raggiunto il mezzo milione di persone.