Quando le entrate fiscali sono insufficienti, che fare?

“”Le entrate (del fisco francese, ndr) del 1783 erano state inferiori al previsto e in parte già spese per pagare i debiti di guerra e la macchina burocratica. A ciò si aggiungevano svariati milioni che dovevano essere rimborsati ai titolari di assegni statali emessi negli anni precedenti.

Che fare?

L’unica ricetta era aumentare il costo del denaro e immettere sul mercato nuovi titoli per attirare investitori, soprattutto stranieri.

E poi?

Incentivare l’economia con il finanziamento di opere pubbliche e la creazione di porti franchi per facilitare il commercio. (…) a preoccupare seriamente Luigi XVI non era in quel frangente la politica estera quanto le finanze del suo Regno. Il 28 agosto (1786) il ministro (delle Finanze, ndr) Calonne gli aveva presentato un memorandum prospettando quella che appariva come l’unica terapia in grado di sanare l’erario e preservare intatta la monarchia: “Sire, occorre prendere delle decisioni forti, forse impopolari, ma necessarie. L’unico rimedio per evitare la crisi è di porre un freno agli abusi e ai privilegi e stabilire una equità di tutti i francesi innanzi alle imposte, indipendentemente dal loro ceto di appartenenza.” (…)

Era di moda lagnarsi di tutto. Essere in servizio a Corte appariva sempre più noioso. Gli ufficiali della guardia del corpo si lamentavano di dover indossare l’uniforme tutto il giorno, le dame della Real Casa non sopportavano di restare a Versailles tutta la settimana. Il massimo del bon ton era crucciarsi dei propri doveri continuando tuttavia a trarne profitto. Tutti i legami, gli impegni erano allentati e, purtroppo, era proprio la classe dominante a dare il cattivo esempio.””

 

Antonio Spinosa, “Luigi XVI. L’ultimo sole di Versailles”

 

Ogni secolo hai suoi dossier, pdf o non pdf …

“” Con le economie volute da Necker (ministro delle Finanze del re di Francia Luigi XVI, ndr) fluivano nelle casse dello Stato 36 milioni di lire e senza aggravi per il contribuente.

Tuttavia, i nobili lo accusavano di aver cancellato l’opulenza di Versailles e sminuiti il potere stesso della monarchia (…). Luigi XVI lo difendeva a spada tratta e gli scriveva in un bigliettino del 19 settembre 1780: “Monsieur Necker, continuate nella vostra azione riformatrice, e state sicuro che Noi vi sosterremo. Contate sulla Nostra fermezza”. (…)

Nel gennaio del 1781 il ministro Necker preparava un colpo di scena teso a cambiare radicalmente il farraginoso sistema tributario, un meccanismo che fino ad allora aveva permesso alla monarchia di non dare conto al popolo dell’uso fatto del denaro proveniente dalle imposte. Dal primo giorno del suo mandato il ginevrino si era imposto come parola d’ordine “trasparence” e, per onorare un simile impegno, aveva deciso di rendere noto il bilancio statale. Il 19 febbraio, presso l’editore Panckouke, faceva pubblicare una brochure di centosedici pagine intitolata Le compte rendu du roi. Vi erano riportate in buon ordine le astronomiche cifre sperperate dalla Corte negli ultimi ani in prebende, pensioni, feste ed altre assurdità. In un sol giorno, di quel libricino si vendevano seimila copie e, non appena terminata la prima tiratura, una gran folla si precipitava dal tipografo costringendolo a stamparne altre centomila.

Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, così plaudiva: “Per questo libretto in lettere d’oro, io vi considero, Signor Necker, un genio, un dio tutelare, un amante dell’umanità che sa farsi adorare in ogni sua azione”.

Furibondi, invece, erano Vergennes e Maurepas (2 ministri del re, ndr), che giudicavano l’iniziativa del collega come una pugnalata al cuore dell’assolutismo monarchico. Il responsabile degli Esteri, nel riferirsi al Rendiconto, parlava di una “publication républicaine”, di un “attentat criminel contre la monarchie très-chrétienne”.

A screditare Necker scendeva in campo il conte di Provenza (fratello del re, ndr) insieme al suo intendente Cromot du Bourg dando alle stampe un Mémoire secret in cui si svelavano i propositi futuri del direttore delle Finanze, compresa l’idea di conferire maggior potere alle Assemblées provinciales e indebolire i Parlamenti. Il libello faceva esplodere la rabbia di aristocratici e di magistrati del Regno, i quali temevano di essere nuovamente sollevati dal loro incarico come era già avvenuto sotto Luigi XV. Il sovrano taceva, sebbene non apparisse più disposto a difendere Necker, al quale negava persino alcune udienze.

Così, il 19 maggio, un sabato, il ginevrino si recava a Marly per incontrare il re e rassegnare le proprie dimissioni. Poiché Luigi non si faceva trovare, egli, preso da un sentimento d’ira misto a rassegnazione, consegnava il billet de démission nella mani di Maria Antonietta. Aveva scritto: “La conversazione con M. de Maurepas non mi consente di altro se non di rimettere le dimissioni a Vostra Maestà. Ho l’animo rattristato, e oso sperare che Vostra Maestà si degnerà di conservare un ricordo degli anni felici, del faticoso lavoro svolto insieme e soprattutto dello zelo senza limiti con cui mi sono votato nel servirla. Necker”. (…)

La notizia delle dimissioni di Necker faceva il giro di Parigi. Per comprendere le reazioni dell’opinione pubblica, ecco le parole del abrone Frédéric Melchior de Grimm nella Correspondance littéraire adressée à un souverain de l’Allemagne: “La domenica mattina, il 20 maggio, si seppe che il Necker aveva rinunciato al ministero. A ciò si era preparati da tempo a causa delle dicerie che circolavano nella città e a Corte. I viali, i caffè, i luoghi pubblici brulicavano di gente, tuttavia regnava uno straordinario silenzio. Quei primi momenti di stupore pari al dolore di una famiglia che ha perso l’oggetto e il sostegno di ogni speranza. Mai un ministro ha portato nel suo ritiro gloria più pura e più integra di Necker, e mai ha ottenuto più ampia testimonianza della benevolenza e dell’ammirazione del popolo”.

(…) i francesi continuavano a sperare in un ritorno di Necker. Nobili e borghesi si recavano in processione a rendergli visita a Saint-Ouen, come testimonia Madame de Stael (sua figlia, ndr): “Tutta la Francia si recava da mio padre: i grandi signori, il clero, i magistrati, i negozianti, i letterati. Egli ricevette più di cinquecento lettere da amministrazioni e corporazioni di provincia che esprimevano rispetto e devozione come per nessun altro uomo politico. Giuseppe II (imperatore d’Austria, ndr), Caterina II (di Russia, ndr) e persino Maria Carolina di Napoli scrissero a papà per offrirgli la direzione delle loro finanze, ma egli aveva un cuore troppo francese per accogliere i loro inviti (…) Turgot, e ora mio padre, sono stati rovesciati per l’influenza dei Parlamenti che non vogliono né la soppressione dei privilegi in materia di imposte né la creazione di assemblee provinciali. Il re Luigi ha creduto bene di scegliere il suo nuovo ministro delle Finanze nel corpo del Parlamento per non aver nulla più da temere da quell’istituzione.”.””

Antonio Spinosa, “Luigi XVI. L’ultimo sole di Versailles”, pg. ”, pg. 96, 98-99, 100-101.

 

L’Arte? È “Voluntary”

Da Smartweek.it del 26 Marzo 2015: http://www.smartweek.it/fatto-del-giorno/larte-e-voluntary/

 

Dal 2009, le opere d’arte detenute all’estero vanno indicate nel quadro RW in dichiarazione dei redditi; in caso di opere non dichiarate, la sanzione varia dal 3% al 15% del costo o del valore delle opere, per ogni anno di omessa dichiarazione (sanzione raddoppiate se le opere sono detenute in paesi “black list”). Per poter vendere, in futuro, le opere, il collezionista dovrà essere in regola con le regole sul monitoraggio fiscale ed antiriciclaggio. Le norme sulla c.d. “voluntary disclosure” si applicano, quindi, anche alle opere d’arte detenute all’estero; gli anni rilevanti per la procedura vanno dal 2004 al 2013; in caso di acquisti fatti all’estero con disponibilità estere non dichiarate, si dovrà procedere alla regolarizzazione, con relative sanzioni. Se per le opere di rilevante valore, acquistate in aste, la prova dell’acquisto potrà venire da certificato o fattura della casa d’aste o della galleria, per le altre opere acquistate da privati potrà essere utilizzato il contratto di assicurazione (se stipulato).

A che serve il Viagra ? Anche per comprare il consenso !

Con il disegno di legge sulla concorrenza, presentato il 20 febbraio 2015 il Governo cerca di superare l’ansia da consenso e la paura di non farcela ricorrendo al viagra al medicinale, cioè, che rappresenta larga parte del fatturato dei farmaci di fascia “C”. Per spartirsi il quale, il cui giro d’affari è di oltre 3,2 miliardi di euro, si combatte da anni la guerra tra farmacie e parafarmacie.  Come avevano fatto prima di lui Bersani, nel 2006, e Monti, nel 2012, anche Renzi ha dovuto arrendersi davanti alle solide mura delle farmacie tradizionali, legiferando sulla base della l mercato e le farmacie continuano a mantenere l’esclusiva della vendita di questa tipologia di farmaci. I quali sono di largo consumo, prescritti con ricetta bianca, non mutuabili, pagati cash direttamente dal cittadini e non soggette ai lentissimi rimborsi del Servizio Sanitario Nazionale. Il pretesto, per giustificare una scelta clientelare, è il cittadino che forse sarebbe più protetto se fosse restituita ai farmacisti l’esclusiva della vendita dei profilattici. Invero, il testo del Ddl è stato redatto con la testa nell’urna e per assecondare la potente lobby farmaceutica. Come di consueto, il governo sposta il fatturato, migliorando o peggiorando le condizioni di vita di una categoria ai danni dell’altra, senza tenere in alcun conto gli utenti, a beneficio dei quali un mercato concorrenziale dovrebbe operare. Infatti,  i farmacisti che lavorano nelle parafarmacie e nei corner della grande distribuzione sono laureati ed iscritti all’albo come i loro colleghi delle farmacie tradizionali. La cui situazione è emblematica di come l’accordo tra politica e categorie, infischiandosene dell’interesse generale, possa stritolare il cittadino col pretesto di difenderlo. Nonostante il farmacista si limiti, ormai, a consegnare al cliente i medicinali prescritti nella ricetta, verificando, come un qualsiasi alimentarista, che il prodotto non sia scaduto, il settore è ingessato come ai tempi degli antichi speziali che raccoglievano erbe e preparavano medicamenti. I titolari di farmacia, inoltre, operano, attraverso una convenzione, come punti vendita fornendo gratuitamente ai portatori di ricetta i medicinali al cui pagamento provvederà la Regione.  La quale acquista i medicinali con uno sconto medio del 55% e li concede alle farmacie riconoscendo loro un aggio del 12% calcolato non sul prezzo d’acquisto ma sul prezzo pieno. Quindi, l’onere è della Regione e i farmacisti percepiscono gli utili senza correre alcun rischi. Un  marchingegno creato nell’interesse dei cittadini. Comunque, ai farmacisti sono concessi altri due privilegi feudali: la griglia protettiva sul territorio, la cd. pianta organica, e la trasmissibilità in linea dinastica della licenza.  La prima è uno strumento che, vincola l’apertura di farmacie al numero dei residenti ai danni degli utenti, che vorrebbero l’apertura del maggior numero di esercizi possibile. Niente da fare. Lo Stato si sostituisce al mercato nel decidere il numero di esercizi necessari.  La seconda consente agli eredi del farmacista deceduto un lasso di tempo, che il Governo Monti ha ridotto a trenta mesi, per vendere la farmacia nel caso non avessero i requisiti per gestirla. Ma la Presidente di Federfarma, senza rendersi conto che si tratta di attività svolte in concessione e senza tema di cadere nel ridicolo, afferma convinta “Io penso che qualsiasi attività possa passare di padre in figlio. Avviene così per qualsiasi impresa”. Purtroppo, non c’è nulla di più pericoloso di un potere legislativo usato come arma impropria nelle mani di chi risponde solo a se stesso.

http://ilcappio.com/?p=710 di Riccardo Cappello
Perchè gli ordini professionali soffocano l’economia italiana

#Tasse è la parola ambigua del giorno

Pensavamo che oltre alla morte, le tasse fossero l’unica cosa certa. Invece ieri sera un influente personalità parlamentare e governativa ha posto un’interessante domanda: le tasse sono un prezzo per un servizio?

La domanda instillava il dubbio che potesse essere rimossa la separazione fra economia di mercato ed economia monopolistica, in particolare quella dello Stato. I più maliziosi hanno inteso che fosse un tentativo di ricollocare lo Stato fra i Cittadini (persone fisiche e persone giuridiche) che operano secondo le regole del mercato. Read more

#Fisco è la parola ambigua del giorno

Il termine fisco evoca pensieri non sempre gradevoli e qualifica il rapporto Cittadino-Amministratori Pubblici, la reciproca fiducia e la reciproca trasparenza.

Il termine “fiscus”, trova le sue radici nel diritto romano in cui designava: il complesso dei beni dell’imperatore, di provenienza pubblica e devoluti a pubblici scopi, sottoposti a un diritto privilegiato (privilegium fisci) e distinti dal suo patrimonio privato”

Già allora la quantità del prelievo fiscale e l’allocazione delle risorse estratte dal pubblico erano diritto discrezionale dell’imperatore. La pratica fiscale non è cambiata moltissimo, e nel nostro Paese meno che in altri.

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#Inflazione

Molti ne parlano, altri ascoltano, interpretano, prendono decisioni, ma non è affatto detto che condividano lo stesso inequivoco, solido significato come accade per la parola “sasso.”

Secondo le teorie economiche, inflazione significa l’aumento generale dei prezzi di beni e servizi in una economia durante un determinato periodo. …….. Ne risulta che l’inflazione equivale alla perdita di valore della moneta – svalutazione monetaria – per cui il potere d’acquisto del denaro si riduce.

In coda all’articolo vi sono molte altre definizioni per la parola “inflazione”, più o meno simili. Da esse deduciamo che molti sono i fattori che insieme concorrono all’inflazione:
……. l’aumento generale dei prezzi ….frase che lascia intendere che l’inflazione è il risultato di una rilevazione dei prezzi dei quali si fa poi una media. Utopico anche solo immaginare l’enormità dello sforzo quantitativo per rilevare i prezzi di miliardi di manufatti (beni e servizi) che vengono comprati e venduti continuamente. Ciò nonostante la genialità umana ha trovato i modi, per la verità convenzionali, per stimare la media dei prezzi. Come possiamo vedere, alcune parti dell’Economia, con la E maiuscola, sono più spesso filosofico-approssimative che scientifiche.
……durante un determinato periodo…..l’inflazione non misura i prezzi, ma la differenza di prezzi all’inizio e alla fine del periodo osservato. Il concetto sottostante sarebbe che è un bene che i prezzi aumentino perché potrebbe essere il sintomo che l’economia cresce (ammesso che sia inequivoco cosa si intende per ”economia”).
……in una economia…il campione, l’ambito della rilevazione, è chiuso in una sorta di confine che isola un certo numero di umani dal resto dell’umanità; ma attenzione perché potrebbe non essere la stessa “economia” di cui si parla al punto precedente.
…… alla perdita di valore della moneta…..frase dai molteplici significati impliciti, contraddittori e annodati insieme come i serpenti di Lacoonte. L’intepretazione più semplice, e clamorosamente fuorviante, è che “stampando” carta moneta il valore dei manufatti aumenta. Ovviamente è la moneta che vale meno e non i manufatti che valgono di più. Segnaliamo che anche l’espressione “stampare moneta”, non essendo affatto corrispondente ai fatti, è del tutto fuorviante e confondente.

Tutte le definizioni si assomigliano abbastanza, in particolare nella loro sfuggente vaghezza e perché rarissime si soffermano sul fatto sostanziale che il prezzo di un manufatto dipende prevalentemente da tre fattori:
– quanta conoscenza è stata accumulata, e riusata, per produrre quel manufatto; il costo di quella conoscenza (acquisti e lavoro) forma il costo del manufatto che è la componente largamente preponderate del suo prezzo
– il prezzo è il risultato di una compravendita in cui il venditore e il compratore si sono esercitati a definire l’attrattività del manufatto. In termini misurabili: il venditore opera per definire il minimo prezzo al quale cedere il manufatto al compratore; quest’ultimo opera per fissare il massimo prezzo al quale comprare. Quando minimo dell’uno coincide col massimo dell’altro, il prezzo è definito e la transazione si conclude.
– fra il venditore e il compratore si sono inseriti altri attori (il Sistema Finanziario, l’Amministrazione Pubblica, ecc.) che con l’interposizione, e spesso manipolazione, di vari coefficienti (moneta, tassi e tasse) modificano i prezzi.

L’inflazione, insieme a sua cugina la deflazione, galleggia nel grande mare delle asimmetrie informative, delle incertezze, delle vaghezze, degli equivoci veri e voluti.

PS Per i più pazienti, determinati, e speriamo partecipanti al gioco della chiarezza, proviamo a porre domande, e risposte provocatorie, per diradare nebbie e cortine fumogene. A partire da alcuni post come
http://www.italiaperta.info/a-chi-piace-linflazione-e-la-deflazione/
http://www.italiaperta.info/il-coefficiente-lineare-sui-prezzi-cap-2/

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Qualche definizione dai dizionari

1. econ. Processo di costante e generalizzato rialzo dei prezzi, che determina una diminuzione del potere d’acquisto della moneta: lotta all’i.; tasso d’i. || i. strisciante, quando la diminuzione del potere d’acquisto è costante ma contenuta | i. galoppante, quando il potere d’acquisto diminuisce in modo vistoso e rapido
2. Aumento progressivo del livello medio generale dei prezzi, o anche diminuzione progressiva del potere di acquisto (cioè del valore) della moneta. Il fenomeno può avere molteplici cause, sia reali sia monetarie, e assumere forme differenti. Per es., si definisce i. strisciante un aumento modesto (inferiore al 10%), ma prolungato dei prezzi; i. galoppante un aumento rapido e irrefrenabile degli stessi e iper-i. un aumento particolarmente sostenuto (superiore al 50% al mese)
3. I prezzi aumentano e, talvolta, diminuiscono. L’inflazione indica il fenomeno per il quale col passare del tempo i prezzi di acquisto dei prodotti e dei servizi tendono in genere ad aumentare. Tuttavia, in alcuni periodi si può verificare una riduzione dei prezzi, definita deflazione. Particolare attenzione viene rivolta da parte degli economisti ai fenomeni di inflazione e deflazione per comprendere le cause ed elaborare interventi che permettano di controllarli e di valutarne gli effetti sull’economia. Con il termine inflazione si indica l’aumento nel tempo dei prezzi. Per misurare tale incremento si utilizza il tasso di inflazione ricavato in base a una formula matematica che permette di confrontare i prezzi di uno stesso bene in due diversi anni.
4. Secondo le teorie economiche, inflazione significa l’aumento generale dei prezzi di beni e servizi in una economia durante un determinato periodo. In generale con inflazione si definisce l’inflazione dei prezzi, ovvero l’aumento del livello generale dei prezzi. Ne risulta che l’inflazione equivale alla perdita di valore della moneta – svalutazione monetaria – per cui il potere d’acquisto del denaro si riduce. Come parametro dell’inflazione si usa il tasso d’inflazione. Il tasso d’inflazione viene normalmente calcolato tramite l’indice dei prezzi al consumo (CPI) ed equivale alla percentuale (annua) di variazione dell’indice dei prezzi. Per poter mettere a confronto l’inflazione dei paesi appartenenti all’Unione Europea, Eurostat pubblica l’indice dei prezzi al consumo armonizzato (HICP). Su inflation.eu viene riportata l’inflazione attuale come pure l’inflazione storica, sulla base del CPI e dell’HICP per paese (paesi UE). Gli economisti imputano l’inflazione innanzitutto al relativo aumento della liquidità primaria. Se circola una maggior quantità di moneta e i consumatori hanno così più denaro da spendere, la domanda di beni e servizi aumenterà. Se la produzione non cresce proporzionalmente, i prezzi aumenteranno. L’inflazione tuttavia può anche verificarsi dato che l’aumento dei prezzi d’acquisto, i costi di produzione, i prezzi d’importazione o le aliquote d’imposta vengono calcolati nel prezzo da pagare per beni e servizi. –

Sussidi? No, grazie. Meno assistenzialismo, più concorrenza

Antonluca Cuoco – coordinatore del team di Salerno-Campania di ItaliAperta ci invia il suo articolo.

Lo scopo di un’impresa, di produzione o di servizi, è creare occupazione? No, lo scopo di un’impresa è generare profitti. Questa è l’essenza del capitalismo, e grazie ai profitti l’impresa cresce e investe. Ma l’occupazione? L’occupazione è un mezzo, non un fine: senza occupati, chi produrrebbe? Dunque, quando un imprenditore pretende sovvenzioni o privilegi vari a spese della collettività — ad esempio i bagnini d’Ostia o i tassisti di Milano o i farmacisti d’Italia tutta — in nome dell’occupazione, racconta una fesseria. E, quando Comune, Regione, Stato concedono quelle sovvenzioni o privilegi in nome della salvaguardia dell’occupazione, commettono un errore madornale, poiché:

1) l’intervento diretto distorce il mercato e finisce in grottesche forme di spreco di soldi pubblici (vedi il paradosso della politica keynesiana delle buche da scavare e far riempire subito dopo);

2) un’attività che chiede sovvenzioni o privilegi non è un’attività efficiente, dunque prima o poi è costretta a chiudere, con grande spreco di soldi pubblici.

Se invece efficiente lo è, e chiedendo le sovvenzioni vuol solo agire a costi inferiori rispetto alla concorrenza, attuale o potenziale, allora vedersele concesse implica una concorrenza sleale che magari farà chiudere altre imprese più efficienti ma meno ammanicate. Così il sistema produttivo ristagna, le tasse schizzano in alto, anche a causa delle sovvenzioni e privilegi concessi a pochi (ma buoni in campagna elettorale), e sempre più cittadini restano alla canna del gas.

That’s Italy, e in tale scenario la narrazione (lo storytelling, direbbe qualcuno) «democrazia contro tecnocrazia» è appassionante oltreché sconfortante quando si parla della necessità di riformare questo Stato da capo a piede, come un calzino bucato. Nello storytelling demagogico e cialtrone, il «diritto di decidere» viene sottratto ai popoli per la vendetta d’entità misteriose, i «mercati», che si divertirebbero a calpestarne le prerogative. A questi «mercati», gli Stati, fra cui ad esempio Italia e Grecia, hanno per anni chiesto prestiti, che per definizione un bel momento devono essere poi ripagati. Questi prestiti li hanno chiesti per «decidere», ma in realtà è stato fatto per «rimandare sine die» ovvero decidere stanziamenti, programmi, sussidi.

Se uno Stato decide d’elargire più sussidi ad alcune categorie e finanziare più aiuti alle aziende, può sempre farlo aumentando le tasse. Normalmente, in democrazia, la popolazione poi si accorge di tale costo di «solidarietà», «investimenti» e «Stato sociale» e, quando accade, può liberamente scegliere se premiare o no la scelta di politica economica. In alcuni Paesi più evoluti, con un tasso d’alfabetizzazione più alto, e abituati a tassi di competitività maggiori, la popolazione potrebbe pensare che è meglio vivere in un Paese dove la spesa pubblica è un po’ meno generosa, ma le persone possono decidere da sé che fare di una quota maggiore dei propri redditi. Rieccoci quindi al punto di partenza e su quale sia lo scopo di un’impresa e su come i cittadini di uno Stato possano influenzare la domanda di sussidi e assistenzialismo oppure no. Sono le persone comuni e le idee lasciate libere di correre a creare la base del capitalismo. Sono le idee che hanno prodotto innovazioni come l’elettricità, la radio, i sistemi idraulici, non i sussidi e le prebende (scaricate sulla collettività scambiata per la maschera di Pantalone).

L’uguaglianza come questione etica è una sciocchezza. Etico è ridurre la povertà. Il divario tra poveri e ricchi non conta. Stabilire regole per diminuire le differenze non aiuta. La riduzione della povertà deriva dalla crescita economica. Svolgere tali riflessioni però è raro; cogliere questi beneficî è controintuitivo; supportare analisi e proposte del genere è marziano, in Italia. Occorre domandarsi perché, e in gran parte la ragione è legata al pessimo sistema d’informazione, soffocato da un duopolio becero, anche qui drogato di sussidi. Quando il giornalismo non è pienamente indipendente dal potere politico ed economico e la legislazione che regola i mezzi d’informazione non è trasparente, finisce che i media non informano i cittadini adeguatamente. Le sovvenzioni ai giornali, ad esempio, pur se finalizzate a garantire l’arricchimento del panorama dell’informazione, di fatto hanno ostacolato la competizione fra operatori realmente meritevoli, consentendo invece la sopravvivenza di soggetti non sempre idonei a esprimere contenuti di qualità o di generale interesse. La concorrenza può invece svilupparsi nell’àmbito dell’editoria online, a condizione che a tale àmbito non vengano applicate le misure assistenzialistiche che hanno finora minato il settore della stampa cartacea. Il grado d’informazione sulla realtà circostante è un elemento vitale per stabilire le priorità e aiutare i cittadini a valutare l’efficacia delle politiche pubbliche. Se ci teniamo, dimostriamolo rivendicando meno assistenzialismo, più concorrenza.

Antonluca Cuoco

Twitter: @antonluca_cuoco

Il lavoro non è (solo) un contratto.

Le questioni sul tavolo sono sempre le stesse: diritti, fisco, formazione, previdenza. E la politica finalmente sembra essersi accorta che c’è un problema sugli autonomi, un vero e proprio esercito che conta due milioni di persone che lavorano, che creano impresa e sviluppo, non solo per se stessi. E che per anni sono stati visti con il sospetto e la diffidenza di chi concepisce il mercato ed il mercato del lavoro secondo schemi e semplificazioni che oggi hanno sempre meno ragione di esistere. Read more

PRJ #1 – Dimezzare il costo dell’energia – Bozza

Fantaprogretto Italo-Europeo #1: dimezzare il costo dell’energia

  • Obiettivo: riduzione del costo dell’energia del 50%
  • Metodo: QE fiscale focalizzato
  • Organizzazione delle risorse:
    • Infrastruttura: una rete di Centri di Ricerca sul territorio italiano, naturalmente parte del network internazionale Read more