ALITALIA. ALTRO GIRO, ALTRA CORSA, ALTRO REGALO

A quanto racconta il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Maurizio Lupi, il governo avrebbe favorito l’ennesimo salvataggio (ma guai a chiamarlo così) di Alitalia a fronte di due precise richieste: “una discontinuità con la precedente gestione” e “una profonda revisione del piano industriale”. L’insensatezza dell’intera operazione sta tutta in questa frase. La discontinuità col passato e il piano per il futuro, e fa bene Roberto Perotti a rammentare ciò che dovrebbe invece essere ovvio, si chiedono (e soprattutto si ottengono) prima, non dopo, aver messo mano al portafogli.
Soprattutto quando il portafogli in questione è quello di qualcun altro.

Poste Italiane, che apre il portafogli per 75 milioni di euro, è una SpA controllata dal Tesoro per il 100%. Quindi i soldi che contribuiscono al salvataggio di Alitalia sono, ancora una volta e con tutta evidenza, soldi degli italiani. Anche se non verranno utilizzati fondi provenienti da buoni o libretti postali, ma, come si afferma, “le risorse finanziarie per l’investimento saranno reperite esclusivamente dalla liquidità disponibile di Poste”. E tutto ciò a fronte di nulla. Nessuna discontinuità con il passato e nessun piano industriale all’orizzonte, ma solo la generica richiesta di farci avere qualche buona notizia per il futuro.

Ed è molto difficile che buone notizie possano arrivare, da una società che in poco più di quattro anni, come ricorda Andrea Giuricin su queste pagine, ha divorato la bellezza di un miliardo e 138 milioni, praticamente la totalità del capitale immesso da Air France e dai capitani coraggiosi nel 2008. E che perde quote di mercato ad un ritmo vertiginoso. Di fronte ad un disastro di questa portata, la richiesta del governo somiglia a quella – altrettanto credibile – che potrebbe fare la madre di un tossicodipendente al quale ha appena sganciato il necessario per la dose quotidiana: “mi raccomando, ragazzo mio, questa volta non ti comprare la droga”. Con l’attenuante, per la madre, della buona fede e della disperazione.

A futura memoria rimangono, scolpiti nella pietra, gli obiettivi economico finanziari della compagnia illustrati appena a luglio scorso dall’AD Gabriele Del Torchio, in un comunicato ritrovato e segnalato da formiche.net: pareggio del margine operativo nel 2014, pareggio di bilancio nel 2015, utile di bilancio nel 2016. Ed ossequi alla signora.

Altri 225 milioni dovrebbero essere immessi nel capitale di Alitalia dai soci privati, compresa Air France (per contribuire ad incrementare il valore di una società che è comunque destinata ad acquisire? E infatti è proprio dalla compagnia franco olandese che sono arrivate dure condizioni, fino ad oggi le uniche) mentre sarebbero previste linee di credito per 200 milioni da parte delle solite banche “di sistema”. Che, tradotto, significa che altri 200 milioni di euro di liquidità verranno sottratti al sistema delle imprese italiane per garantire la sopravvivenza, per un altro giro di giostra, di una azienda in evidente ed avanzato stato di decomposizione. Proprio quello di cui c’era bisogno.

 

Giordano Masini

da “Strade”

http://stradeonline.it/18-editoriale/55-alitalia-altro-giro-altra-corsa-altro-regalo

Alitalia, Telecom, Avio Spazio il ritorno delle nazionalizzazioni

SI È APERTA UNA STAGIONE DI NUOVO INTERVENTISMO STATALE NELL’ECONOMIA, GIUSTIFICATA DA ARGOMENTI DEBOLI, GIÀ SENTITI E SPESSO SMENTITI DAI FATTI

L’ultima grande ondata di nazionalizzazioni e salvataggi del mondo occidentale risale alla crisi del 2008-2009. Salvo l’eccezione della General Motors, all’epoca i governi iniettarono liquido soprattutto in banche ed assicurazioni, dalla Royal Bank of Scotland alla AIG, per evitare che l’intero sistema finanziario collassasse dopo il fallimento di Lehman Brothers. Allora, come ora, andava molto di moda l’espressione ‘rischio sistemico’. Incredibile dictu, l’Italia fu il paese il cui governo intervenne meno. Nonostante Mps il valore sul Pil dei fondi statali immessi nel sistema bancario
, rimase di gran lunga il più basso dell’Ocse. Negli ultimi tempi, invece, lo Stato imprenditore sembra essersi preso la sua rivincita. Il Fondo Strategico Italiano (il cui azionista di riferimento é la Cdp) ha comprato Ansaldo Energia da Finmeccanica, dichiarando di voler rigirare una quota maggioritaria alla coreana Doosan, a patto di mantenere poteri di codecisione. É di appena giovedì la clamorosa notizia dell’ingresso di Poste Italiane e forse di altri soggetti pubblici nell’azionariato di Alitalia sull’orlo del fallimento. Ma non basta: il ministro Saccomanni annuncia la privatizzazione di immobili attraverso una cessione … alla Cdp che provvederà in futuro a trovare qualche acquirente. Telecom viene acquisita dagli spagnoli di Telefonica e subito si é precisato che il governo italiano potrà esercitare il suo Golden power, il potere di veto, rispetto a cessioni che riguardino la rete telefonica ed anche

per quest’ultima si invoca l’intervento di Cdp. Persino per Avio Spazio, di proprietà per l’85% del fondo inglese Cinven e per il 15% di Finmeccanica, paventando l’ingresso di stranieri, ed in assenza di candidati compratori italiani, si vuole dirigere il risparmio postale tra le stelle o quantomeno porre severi lacciuoli al futuro forestiero che sostituirà quello attuale. Può essere che tutto questo interventismo sia frutto di coincidenza, o che rifletta invece un nuovo corso per il quale a parole il governo continua a recitare il mantra delle privatizzazioni e nella realtà acquista direttamente o indirettamente sempre maggiore potere nelll’economia. Quali sono le ragioni principali che giustificano tale attivismo? In sostanza la premessa é che lo Stato non può esimersi dall’intervenire quando si é in presenza di aziende ‘strategiche’ per l’economia italiana. Se sono sane bisogna evitare che vengano ‘depredate’ dagli stranieri, se sono malate é necessario non farle affondare con gravi danni per l’occupazione e lasciando praterie aperte, ancora una volta, alle invasioni barbariche. Vediamo di capire se tali giustificazioni hanno punti deboli. Prima di tutto, e salvo eccezioni, l’investimento straniero in un paese porta benefici. Non dimentichiamo che i venditori italiani, pubblici o privati, ricevono soldi che pensano di poter utilizzare meglio rispetto al loro investimento nella società venduta. La compravendita é un atto a somma positiva, alloca al meglio le risorse e anche quando non lo fa, é impossibile che sia ex ante un governo a saperlo meglio delle parti coinvolte. Inoltre, la presenza di aziende o azionisti esteri in un paese porta anche know-how, competenze, apertura verso altri mercati, sinergie, formazione: tutti elementi positivi che diventano patrimonio dei locali ed aumentano il Pil. La Gran Bretagna non ha più un industria automobilistica nazionale, ma produce molte più auto nippo-tedesco-americane di prima grazie alle condizioni competitive che i costruttori vi trovano. Non é un caso che le economie in salute abbiano spesso un alto tasso di investimenti esteri e quelle malandate no (non sempre: in Germania il tasso di investimenti è basso). Inoltre, se il contesto del paese ospitante é competitivo dal punto di vista fiscale, normativo, infrastrutturale, dell’ordine pubblico e così via, l’eventuale forestiero non ha il benché minimo interesse a svuotare la propria filiale italiana. Controprova? La Fiat compra, investe e costruisce all’estero e in Italia mantiene una presenza riluttante dovuta più alla sua storia che al suo futuro: il bello é che gli stessi politici che temono gli stranieri si lamentano con Marchionne dello scarso attaccamento alla patria. Infine l’esperienza empirica ci dice che in media le imprese pubbliche sono meno redditizie delle private (e quindi meno benefiche per l’economia nazionale) per motivi noti: interferenze politiche e eccessivo peso dei sindacati, nonostante condizioni di maggior favore che possono ottenere da banche e regolatori facendo concorrenza sleale ai privati. E la strategicità? É una definizione che viene appioppata ad insindacabile giudizio del Principe, con risvolti a volte patetici: ancora risuonano nelle orecchie i moniti di Berlusconi – per la verità ripresi ancor oggi da Formigoni- che descrivevano masse di ignari turisti cinesi e giapponesi spostati a visitare la Tour Eiffel mentre in cuor loro avrebbero preferito passeggiare tra le tombe degli antichi eroi le cui gesta costruirono la nostra millenaria Civiltà.

Alessandro De Nicola

da “la Repubblica” del 14 ottobre 2013

L’insostenibile pesantezza dell’IVA

Il cerchio si chiude? il sottosegretario al’Economia Pierpaolo Baretta ha dichiarato: “Di patrimoniale non si parla più per ragioni politiche (…) Oggi si potrebbe riproporre in tono non moralistico e vessatorio, ma in maniera intelligente. Io sono per una discussione esplicita: chiediamo agli italiani un contributo alla crescita, che riguardi tutti, un contributo alla crescita ovviamente proporzionale al reddito. Ognuno per le sue possibilità, dunque. In questo
modo avremmo fondi da investire per lo sviluppo e il rilancio del nostro paese, tutti assieme”. Parole in libertà o volontà governativa?
Da quando il governo Letta si é insediato, il binomio cancellazione dell’IMU e blocco dell’aumento dell’IVA è stato il tema principale della politica economica. Sull’IMU il PDL ha ottenuto la sua vittoria di immagine ma non è ancora chiaro da dove verranno i soldi per la copertura del mancato introito. Ad esempio, il funzionamento della futura service tax è tuttora ignoto e, se i suoi introiti dovessero sostanzialmente equivalere a quelli dell’IMU, la riduzione del peso del fisco sarebbe una presa in giro.
Lo stesso dicasi per l’IVA. Il mancato aumento della stessa porterebbe a minori entrate per 1 miliardo, che su un totale di spesa pubblica superiore ad 800 miliardi non sembrano tanti, eppure il governo dispera di farcela.
A ciò si aggiunga che il nuovo mantra che dovrebbe accontentare Confindustria e sindacati è quello della decurtazione del cuneo fiscale, cioè delle tasse sul lavoro. Purein questo caso grandi annunci e promesse, ma di come concretamente realizzare la manovra non c’è traccia.
Il ministro Saccomanni è giustamente preoccupato di non sfondare la linea del Piave del 3% di deficit di bilancio. Paventa le dimissioni, ma finora, più che vaticinare l’ineluttabilità dell’aumento dell’IVA, non ha fatto. Abbassare la uscite statali non sembra rientrare nel suo orizzonte, altrimenti avrebbe presentato al governo un serio piano di riduzione, articolato per capitoli di spesa, con una tempistica realizzabile, sufficiente a bilanciare l’abbassamento delle entrate per IMU, IVA e tasse sul lavoro. Se il suo piano fosse stato bocciato, allora si sarebbe dimesso. Così si fa in un paese normale. Invece…
I partiti maggiori fanno ammuina. Il PDL oscilla tra roboanti anatemi contro la burocrazia europea (Gasparri) con qualche esponente che non disdegna di sforare il limite del 3% e il “piano Brunetta”. In cosa consiste? Per lo più in nuove tasse! Attraverso la rivalutazione delle quote delle banche italiane in Banca d’Italia e un’imposizione del 16% sulla differenza, si ricaverebbero 4 miliardi. Con la rivalutazione dei cespiti di impresa, 1 miliardo di nuove entrate. Inoltre, con l’anticipazione delle accise dovute dalle imprese, altri 1,5 miliardi, essendo questo peraltro un mero trucco contabile. Poi: rinvio delle spese per gli investimenti per un risparmio di un miliardo: anche qui, un trucchetto di bilancio in attesa di tempi migliori. Inoltre, vendita di patrimonio dello stato per 1 miliardo. Buona idea, ma risparmieremmo solo gli interessi sul debito pubblico, circa 45 milioni l’anno il che, tradotto per l’ultimo trimestre del 2013, vuol dire 11 milioni. Altra soluzione avanzata da Brunetta é la vendita di partecipazioni in aziende pubbliche (niente paura, alla CDP, nessuna vera privatizzazione) per un miliardo, con un altro bel risparmio di 11 milioni. Si fa purtroppo confusione tra stato patrimoniale e conto economico. Ebbene, il PDL, cane da guardia del fisco, propone un mix di nuove tasse, maquillage ragionieristici e 22 milioni di minori interessi e lo descrive come una risposta “seria” per “riportare l’Italia su un sentiero virtuoso di crescita”. Che avrebbero proposto se scherzavano?
Il PD è in preda alla solita confusione. Epifani è decisamente il migliore. Il segretario Dem ha infatti dichiarato: “Passiamo il tempo a parlare di IMU e di IVA e non parliamo di investimenti in italia. Le imprese estere non investono perché sono preoccupate della giustizia civile e amministrativa e della burocrazia”. E questo che c’entra? Detto dall’ex segretario della CGIL, poi, che della efficienza, meritocrazia e competitività all’interno dell’apparato burocratico italiano è stata sempre la vessillifera… Fassina ripercorre il solito ritornello: per bloccare l’IVA facciamo pagare l’IMU al 10% delle case più belle. Insomma, tassa contro tassa ed in più irrealizzabile. Roberto Speranza, capogruppo alla Camera, si “augura” che il governo faccia il possibile per evitare l’aumento. D’altronde, nomen, omen. Franceschini va sul sicuro e dichiara “per stare nei parametri europei o si aumenta la pressione fiscale o si taglia, sapendo che saran dolori”. Ora, non si capisce perché più tributi dovrebbero essere meno dolorosi di meno spese, ma almeno il ministro si rifugia in Lapalisse e non può essere contraddetto.
E i 5 Stelle? Se un povero cittadino volesse sapere cosa hanno in mente loro? A meno che non ci si trasformi in topo di biblioteca degli atti parlamentari, impossibile saperlo. Gli epigoni della democrazia digitale non pubblicano niente. Allora ecco qualche dichiarazione qui e là: aumentare l’imposta sulle rendite finanziarie dal 20 al 25%. Oppure(Marco Corti): pasti gratis per tutti. Esclusione della componente lavoro dalla base imponibile IRAP; tassazione agevolata per straordinari, premi produttività, 13ma e 14ma; eliminazione acconti Irpef comunale; rateizzazione conguaglio fiscale di fine anno; esclusione dalla tassazione dei ticket restaurant; deducibili degli abbonamenti ai servizi pubblici di trasporto e così via. Come si copre? Non si sa. E chi se lo chiede é probabilmente un complottista della Bilderberg.
Il più sensato sembra essere il vice-ministro Catricalà che si dice disposto a tagli lineari alla spesa pubblica sufficienti a evitare l’aumento dell’IVA. I tagli lineari non sono il massimo, ma in questo paese pare che nessuno abbia il coraggio delle scelte.
Nessuno, salvo il nostro sottosegretario Baretta, il quale ha tirato fuori dal cilindro la patrimoniale. Che poi, a ben pensarci, secondo la sua descrizione, non è una patrimoniale la quale si applica, per l’appunto, sul patrimonio, ma una sovrattassa sui redditi, come quella già applicata dal governo Monti e che comuni e regioni stanno elargendo a man bassa. Un po’ di precisione per favore: se proprio volete somministrare la purga, che sia almeno per via orale, non attraverso il naso. Quello dei contribuenti viene menato già abbastanza dalla classe politica.

Alessandro De Nicola
da “La Repubblica” del 27 settembre 2013

La madre di tutti i conflitti

Nata nel 1905 all’epoca della nazionalizzazione delle ferrovie esistenti in Italia, poi Azienda Autonoma sotto il controllo del Ministero dei Trasporti, in seguito ente pubblico economico, il 12 agosto 1992 le Ferrovie dello Stato furono oggetto di una improbabile privatizzazione formale divenendo società per azioni posseduta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (oggi, MEF). In conseguenza delle norme europee che prevedevano la separazione fra infrastrutture e gestione della rete, se ne avviò un processo di ristrutturazione che nel dicembre 2000
si sostanziò nella creazione di una holding (Ferrovia dello Stato Spa – FS) e di società operative, le più note Trenitalia per il trasporto di merci e passeggeri (posseduta al 100%), e Rete Ferroviaria Italiana – RFI per la rete e le stazioni (posseduta al 100%; in seguito, le 13 più importanti confluirono in Grandi Stazioni, oggi 59.99% di FS). Processo invero ampiamente insufficiente, laddove si pensi che in FS coesistono 2 nature che ne fanno un animale “contro natura”: proprietà della rete e concedente la rete in gestione operativa (RFI); concessionario che gestisce il traffico passeggeri e merci (Trenitalia). Un “unicum” che meriterebbe una ampia valutazione sulla assenza di trasparenza del sistema (e basterebbe leggerne il bilancio per averne conferma) e sulla assenza dei c.d. “basics” di una politica di concorrenza (quando mai?).
La struttura del trasporto ferroviario italiano è presto sintetizzato: MEF possiede la totalità di FS (holding), che a sua volta possiede la società proprietaria della rete (RFI, al 100%; inclusa la linea ad alta velocità, a suo tempo in TAV), la società di gestione passeggeri e merci (Trenitalia, al 100%), una società di ingegneria ferroviaria (Italferr, al 100%), il 59.99% di Grandi Stazioni, partecipazioni italiane ed estere (Francia, Germania, Rep. Ceca, Romania, Serbia, Montenegro, Serbia, Polonia, Africa, Asia, America del Sud) operanti nel trasporto sia ferroviario che su gomma. Accanto alla “filiera FS” esiste una Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria (ANSF) che poco appare, e forse poco ha da fare: sotto il controllo del Ministero delle Infrastrutture, ANSF si occupa di definire il riordino del quadro normativo in materia di sicurezza della circolazione ferroviaria, verificare l’applicazione delle norme adottate, validare processi autorizzativi e omologativi di sistemi, sottosistemi e componenti, rilasciare i certificati di sicurezza alle Imprese Ferroviarie e le autorizzazioni di sicurezza ai Gestori dell’Infrastruttura.
Nel trasporto passeggeri e merci si è avviata una timida concorrenza, oggi rappresentata da NTV, Deutsche Bahn, SNCF, Trenord (che opera in regime di concessione esclusiva nell’hinterland milanese).
Quanto vale FS?
16.742 km di strade ferrate, dove i gestori terzi utilizzano la rete nazionale per il 15.1% della sua capacità (in particolare, operatori di alta velocità).
Nel 2012 Ricavi di 7.511 milioni, costi operativi di 6.310 milioni, costo del lavoro 3.877 milioni con 71.930 dipendenti con uno costo-azienda di 53.900 euro/dipendente, EBITDA/MOL di 1.918 milioni. I ricavi di Trenitalia (trasporto Italia ed estero) sono 5.498 milioni con un EBITDA di 1.360 milioni, mentre RFI (infrastrutture) ha ricavi di 2.663 milioni con un EBITDA di 378 milioni ed investimenti (2012) di 2.836 milioni. Nel bilancio di FS non sono chiariti con precisione i “perimetri” delle attività c.d. di mercato, né vengono evidenziati (e questo ci sembra peccato grave) i flussi di pagamenti effettuati da Trenitalia a RFI per l’utilizzo della rete (c.d. pedaggi), elemento che consentirebbe di comprenderne i rispettivi “economics”; e governo ed “authorities” si guardano bene dal richiederli a FS … (una stima è sotto-riportata, infra).
FS riceve contributi diretti dallo stato per servizi resi in regime di sussidiarietà (514 milioni nel 2012) e dalle regioni (1.725 milioni) per il servizio passeggeri reso localmente. Il servizio regionale meriterebbe un adeguato approfondimento, che ci ripromettiamo di fare in un prossimo futuro.
Il capitale investito netto di FS è di 45.804 milioni, di cui 30.547 milioni rappresentato da terreni, fabbricati, infrastrutture ferroviarie e portuali; anche per questi dati, inutile cercare chiarimenti nel bilancio di FS. Gli investimenti 2012 sono stati 3.891 milioni (consolidato).
Nel bilancio 2012 di FS, RFI è valutata 32 miliardi, Trenitalia 1.654 milioni; FS ha debiti finanziari di 9.068 milioni ed un patrimonio netto di 36.736 milioni.
Un dato interessante è la distinzione, per macro-aree, delle attività: nel 2012, il Trasporto ha avuto ricavi da terzi per 6.189 milioni, ricavi inter-settoriali di 287 milioni, per un totale di ricavi operativi di 6.476 milioni, costo del lavoro di 2.181 milioni ed EBITDA di 1.431 milioni; le Infrastrutture hanno avuto ricavi verso terzi di 1.519 milioni, ricavi inter-settoriali di 1.148 milioni, per un totale di ricavi operativi di 2.667 milioni, costo del lavoro di 1.533 milioni, EBITDA di 365 milioni. In assenza di dati puntuali, si può ipotizzare che l’utilizzo della rete da parte di Trenitalia abbia un corrispettivo annuo di 1.148 milioni.
Poca informazione trasparente, poche informazioni sui controlli di MEF ed ANSF, assenza di riferimenti ad interventi della UE, tante domande che possiamo riassumere:
1. perché MEF possiede la holding FS? Perché FS possiede entrambe le “gambe” delle infrastrutture e della gestione operativa?
2. quali garanzie MEF ha messo in atto per assicurare una, seppure limitata, forma di apertura al mercato? Avendo la proprietà di rete e gestione, ed assumendo entrambe le funzioni di concedente e di concessionario della rete, esistono ampie ragioni per ritenere insufficiente, se non inesistente, una qualsiasi forma di concorrenza: che cosa intendono fare governo ed UE al riguardo?
3. come il governo intende superare l’evidente conflitto di interessi fra infrastrutture (rete) e gestione passeggeri e merci? Come superare il monopolio di settore?
4. quali sono gli “economics” reali di RFI e Trenitalia, in particolare per quanto riguarda i loro rapporti di servizio in evidente conflitto di interessi?
5. il livello di servizio offerto da Trenitalia è generalmente valutato come inadeguato dall’utenza: una privatizzazione di Trenitalia non può prescindere da un piano di miglioramento del servizio.
6. è praticabile una netta separazione della proprietà di FRI e Trenitalia, attraverso la privatizzazione di Trenitalia? È sostenibile mantenere la proprietà della rete in mano pubblica? Poniamo questa domanda anche avuto riguardo all’analoga questione della “rete telefonica”; riteniamo possibile, e valido sotto vari aspetti, mantenere la proprietà pubblica nelle reti ferroviaria e telefonica; ma allo stesso tempo chiediamo che i canoni relativi alla concessione siano regolati a condizioni di mercato, che potranno uniformarsi ad un dei principali criteri, il modello “price cap” ed il modello “cost plus” (rinviamo ad una più precisa precisazione tecnica).
7. in caso di privatizzazione di Trenitalia (trasporto), come è possibile intervenire sui criteri della “concessione”? con quali orizzonti temporali e durata? Con quali obblighi per la manutenzione ordinaria e straordinaria?
8. “last but not least”: quanto vale Trenitalia? Probabilmente fra 3.5 e 4.5 miliardi di euro, sulla base dei dati 2012, e circa 3 volte il valore di carico in bilancio; ma in una gara aperta, tale valore potrebbe crescere in modo importante; non è un valore tale da far saltare di gioia, ma ci sembra allineato a quello di analoghi operatori gestori.
Come sempre, basta volere. Ma è quello che latita, in questo paese. Una piccola spintarella …

 

Privatizzare è un po’ morire…

Proseguiamo il nostro viaggio nelle privatizzazioni che non riescono a realizzarsi con un grazioso riferimento a Fintecna, la holding nata nel 1992 per allocare società pubbliche da dismettere, e posta in liquidazione nel 2000: se 13 anni vi paiono tanti …
Nel novembre 2012 la Cassa Depositi e Prestiti ha acquistato da MinEconomia
il 100% di Fintecna per un corrispettivo (provvisorio, come sempre nel nostro paese) di 1.592 milioni, pari al 60% del patrimonio netto a fine 2011: in pratica, con uno sconto del 40%; il restante prezzo sarà dovuto se e nella misura in cui sia “ritenuto congruo” da CDP (con la stessa procedura CDP ha acquistato Sace e Simest da MinEconomia). Un buon affare? Ricordiamo che CDP non è considerata nel perimetro della PA e quindi il suo debito non è considerato debito pubblico.
Che cosa ha in pancia Fintecna? Immobili (stimati in bilancio 1 miliardo di euro), stabilimenti dismessi (quindi, vuoti) delle ex-industrie di stato dell’acciaio e della manifattura tabacchi, villaggi turistici, alberghi, l’ex-sede del Poligrafico dello Stato ai Parioli, una partecipazioni di controllo del 90,36% in Fincantieri, l’1,46% di Air France-Klm, l’1,7% di Ansaldo Sts. Il bilancio 2011 ha visto un fatturato consolidato di 2.508,2 milioni ed un utile di 67,93 milioni che ha consentito alla capogruppo di pagare un dividendo di 30 milioni; disponibilità liquida di 1.291 milioni. 10.336 dipendenti (di cui 9.976 in Fincantieri) dipendono da questa “vacca sacra”, “nata per morire” (come ripete il suo presidente pro-tempore, da molto tempo ormai: ma che altro possiamo attenderci …) ma che dimostra ancora una certa “resilienza”.

 

Viva l’invecchiamento della popolazione

Una delle principali sfide del XXI secolo: secondo calcoli accurati, l’aspettativa di vita sale costantemente di 2,5 anni per decennio, dal 1840; l’obiettivo di vivere sino a 100 anni potrebbe non essere lontano: fine secolo. Risultato immediato di migliori tenore e stile di vita, istruzione, accesso alle cure mediche.

L’evidente incremento dell’aspettativa di vita chiede di rivedere il concetto di longevità ed il modello
di società: se nel XX secolo abbiamo assistito ad una redistribuzione della ricchezza fra nazioni ceti ed individui, nel XXI secolo la grande redistribuzione sarà in termini di orario di lavoro e tempo libero: se sappiamo di vivere 100 anni, 90-95 dei quali in buona salute fisica e mentale, ne deriva che “spalmeremo” il nostro tempo in modo nuovo fra studio, lavoro, famiglia ed educazione dei figli, tempo libero.

Sarà importante garantire che questa diversa allocazione non mini l’equilibrio del welfare e l’equità fra le generazioni; sappiamo che è molto più facile tutelare i diritti delle generazioni viventi (esse votano) rispetto a quelli delle generazioni future.

In termini economici, le sfide ci appaiono epocali: ci saranno crescenti necessità di accumulare risparmi nel corso della vita lavorativa per assicurarsi una (piacevole) vecchiaia, e questa richiesta di maggiore tutela sarà prevedibilmente indirizzata verso forme di investimento individuale; aumento della popolazione attiva ed incremento del “montante pensionistico” porteranno ad un aumento della “domanda di investimento” in azioni, obbligazioni societarie, obbligazioni del debito pubblico, altri beni (fondi di varia natura, immobili, opere d’arte,..); a fronte di una maggiore domanda, l’ “offerta” dovrà allinearsi e “seguire la domanda”. Se l’offerta non fosse allineata con la domanda, la richiesta crescente di investimenti “sicuri” (sia finanziari che non finanziari, immobili, opere d’arte) porterà ad un aumento del loro prezzo, comprimendone il rendimento: “it’s economy, my friend!”. Sarà una sfida per chi investe e per chi gestisce gli investimenti.

Gli investitori si confrontano già oggi con mercati azionari globali: le borse mondiali capitalizzano 57.200 miliardi di dollari, con un peso crescente dei mercati asiatici che hanno da tempo superato con 24.200 miliardi quelli delle aree americane, che sono a 17.600 miliardi (di cui 14.800 NYSE), e presto saranno 2 volte i mercati europei, fermi a 15.400 (EMEA): i capitali si dirigono dove vi sono opportunità di investimento e di rendimento in società e paesi che crescono, meglio tanto che poco. La capitalizzazione dei mercati obbligazionari e di stato è di ammontare equivalente, mentre il controvalore di fondi di investimento tradizionali, private equity ed hedge funds potrebbe essere un multiplo del totale. Cui aggiungere il “valore” di strumenti derivati stimabili in 25.000-30.000  miliardi (le sole prime 20 banche europee ne hanno sottoscritti per 6.000 miliardi). Un potenziale “mare” di strumenti finanziari fra i 300.000 ed i 350.000 miliardi di dollari. Stime del valore di immobili non sono disponibili; la “massa”di possibili investimenti ha con troppi zeri.

Nei  “mala tempora” che viviamo, vediamo quindi una luce in fondo al tunnel: la richiesta di nuove forme di investimento potrebbe essere un forte detonatore di crescita economica, meno aleatoria e più costante; laddove milioni di individui ricercano forme di accumulazione dei loro risparmi si creeranno opportunità di investimento in realtà industriali nuove, ci saranno nuove imprese che nasceranno per produrre nuovi “beni”, sia materiali che immateriali.

La “macchina del progresso”: starà alla lungimiranza dei governanti indirizzarla al meglio. La speranza, come si dice, è sempre l’ultima a morire.

 

Il Ministero di Harry Potter

Da quando è entrato in carica il governo Letta non ha lesinato annunci.
Il ministro Saccomanni, in particolare,sembra presiedere uno di quei dicasteri che si trovano nei libri di Harry Potter e che potremmo chiamare il Ministero delle Buone Intenzioni: privatizzeremo qualcosa, toglieremo l’Imu, non aumenteremo l’Iva, ridurremo la spesa, distribuiremo cioccolata e così via.
Il nodo cruciale però è uno solo: tagliare la spesa pubblica. Ce lo continuano a dire tutti, il Fondo Monetario, la UE, l’OCSE, e da ultimo Peter Praet, capoeconomista della BCE i quali, che ci piaccia o no, hanno più influenza sugli investitori nostrani ed internazionali di Vendola o Fassina: questo vuol dire che finché non si vedranno passi decisi in quella direzione continueranno a permanere dubbi sulla solvibilità del nostro paese, lo spread non diminuirà e gli imprenditori stranieri non varcheranno le Alpi.
Inoltre, senza lanciarci in diatribe stile Krugman-Resto del Mondo sugli effetti benefici o malefici dell’eccessiva spesa pubblica, per l’Italia la finanza allegra dal lato delle uscite negli ultimi 20 anni non ha certo portato fortuna, anzi.
A questo punto scattano i meccanismi giustificazionisti di chi afferma però che dire di decurtare le spese è giusto, ma insomma, alla fine proprio non si può toccare niente. Il simbolo di questo fallimento politico ed intellettuale è probabilmente rappresentato dall’ex ministro Pietro Giarda il quale sembra aver passato molti anni ad esercitarsi con la spending review per giungere ad un nulla di fatto. Un’altra affermazione che si sente spesso è che se non fosse per gli interessi sul debito la nostra spesa pubblica sarebbe  uguale alla media degli altri paesi europei. Orbene, l’Europa non è un bell’esempio di crescita e peraltro gli unici che hanno tassi di sviluppo ragionevoli sono nazioni che han tagliato le spese come Germania e Svezia, e comunque gli interessi sul debito esistono e non spariranno solo lamentandosene.
Eppure, in un bilancio statale che prevede 810 miliardi di uscite c’è sicuramente molto da tagliare da subito. Se pensassimo ad una riduzione per il 2014 equivalente all’1% del PIL si libererebbero risorse pari a 16 miliardi.
Da dove cominciare? In primis dai sussidi alle imprese che ogni anno ammontano a circa 33-35 miliardi di euro. Secondo lo studio di Giavazzi-Schivardi, commissionato dal governo Monti, circa 10 miliardi sono immediatamente eliminabili, in quanto forniti ad imprese che operano senza oneri di servizio pubblico. In realtà si potrebbe agire anche su molto del resto: i pesanti contributi alle imprese di trasporto, ad esempio, derivano dalla mancanza di concorrenza, prezzi irrealistici del servizio e inefficienza. Per farla breve, ammettiamo di non poter eliminare subito tutti i 10 miliardi in quanto molti escono dai rivoli delle amministrazioni locali e diamoci come obiettivo 6,6 miliardi, i 2/3.
Se poi il governo tagliasse l’IRAP di 10 miliardi, misura molto più utile di altre, risparmierebbe incredibilmente 3 miliardi. Il 30% del gettito è infatti di provenienza delle pubbliche amministrazioni anch’esse soggette alla tassa.
Se vengono approvati gli interventi in materia di eliminazione dei finanziamenti ai partiti politici e ai loro giornali, riduzione dei parlamentari e dei loro stipendi, delle spese delle camere, degli organi istituzionali (inclusi ambasciate e rappresentanze estere delle regioni), si possono risparmiare tranquillamente 400 milioni. Le stime (ultima quella di Andrea Giuricin per l’Istituto Bruno Leoni) dei benefici sull’eliminazione delle province si aggirano sui 2 miliardi, ma prevedendo che per fine del 2014 non si arrivi alla fine dell’iter e ci siano costi di transizione attestiamoci ad 1 miliardo.
Secondo i calcoli del giornalista economico Cobianchi ci sono ancora 3127 “enti inutili” che ci costano 7 miliardi l’anno e 7.000 società controllate da enti locali che solo di amministratori (24.000), revisori dei conti et similia incidono per 2,5 miliardi. Basterebbe fondere il 25% di tali società (e da qui a fine 2014 si può fare, basta la volontà politica) e accorpare o eliminare un quarto degli enti inutili e risparmieremmo, magari eliminando nel frattempo la Motorizzazione civile che fa più o meno le stesse cose dell’ACI, altri 2,5 miliardi.
Procedendo alla vendita di beni pubblici, imprese ed immobili, per 20 miliardi, risparmieremmo 1 miliardo di interessi (anche se lo Stato riceverebbe meno dividendi) e con ogni probabilità ne avrebbe un benefico effetto lo spread, in quanto il debito pubblico italiano verrebbe considerato più sostenibile. Ricordiamo che lo 0,1% di tasso di interesse in meno equivale a 2 miliardi di euro l’anno. Ceteris paribus, la cessione di beni combinata a uno spread minore dello 0,1/0,15% sono circa altri 2,5 miliardi tendenziali.
Ecco, siamo arrivati a 16 miliardi senza nemmeno cominciare a razionalizzare la spesa per acquisti delle PA, la sanità, i dipendenti pubblici (alcuni dei quali godono di ampi privilegi) o accorpare le migliaia di inutili comuni sotto i 5000 abitanti (sono quasi 6000!). Le pensioni, poi, rappresentano ancora il 16% del PIL, la riforma Fornero è un palliativo che anche nel futuro le porterà a livelli di incidenza sul PIL molto alti. Dimentichiamoci, poi, i falsi invalidi e tutto quanto rappresenta lotta a sprechi e corruzione che dovrebbe essere intrapreso da qualsiasi governo di buon senso. Se si cominciassero ad emanare provvedimenti seri in questi settori qualche effetto benefico ci sarebbe nel 2014 il resto negli anni a venire.
Ridurre la spesa, risparmiando sui costi di intermediazione e lasciando direttamente in mano i soldi ad imprese e cittadini si può, basta volerlo e nemmeno c’é bisogno del Ministero della Magia.

Alessandro De Nicola
Da “La Repubblica” del 26 luglio 2013

Vendere subito la RAI

Il portavoce del governo greco Simos Kedikoglou, ha annunciato martedì la chiusura della radiotelevisione pubblica, ERT, nonché il licenziamento di tutti i suoi 2.500 dipendenti. Nonostante il premier Samaras abbia poi aperto ad una parziale ripresa delle attività, si tratta di uno shock notevole: l’emittente statale ellenica fa parte della vita quotidiana di ogni greco quanto la Rai per noi italiani.

Eppure, nell’ambito del programma di privatizzazioni imposto ad Atene dalla troika di Fondo Monetario, BCE e Commissione Europea, anche la stazione TV non si è salvata. Verrà ristrutturata in vista della vendita e saranno riassunti solo i dipendenti indispensabili e che accetteranno nuovi contratti di lavoro meno onerosi per l’azienda.

ERT era il classico buco nero che costava ad un paese piccolo ed impoverito come la Grecia 300 milioni di euro l’anno di sussidi pubblici (in linea con l’Italia, dove, con una popolazione quasi 6 volte superiore, il canone frutta alla Rai poco più di 1,7 miliardi, essendo però il reddito medio dei greci inferiore al nostro). Inoltre, gli sprechi dell’emittente erano diventati leggendari e quindi il governo, per tagliare il nodo gordiano, ha deciso di prendere una misura draconiana.

Ebbene, se poniamo lo sguardo sulle vicende di casa nostra, forse potremmo prendere delle utili lezioni da quanto sta succedendo nella nazione culla della civiltà occidentale. La prima é che anche in un paese dove la tradizione dell’intervento statale in economia é forte e radicato culturalmente, quando le circostanze lo impongono, vengono smantellati i Tabù. Fortunatamente l’Italia non é nelle condizioni disastrate della Grecia, ma più si tarda a prendere certe decisioni, più quando si assumono esse sono dolorose, drastiche e meno redditizie di quanto avrebbero potuto essere.

Inoltre, quanto avviene ad Atene ci deve indurre a riflettere specificamente sulla RAI. La proprietà pubblica é protetta dall’innaturale alleanza tra due fazioni contrapposte: il “Partito RAI” , dominante nel centrosinistra e il “Partito Mediaset” del centrodestra. Ad entrambi fa comodo avere da un lato una radiotelevisione pubblica dominata dai partiti e con un impianto politico-culturale delle trasmissioni “di sinistra”, e dall’altro un impresa che non si comporti da vero concorrente del polo televisivo privato evitando di sottrargli risorse pubblicitarie.

Questo connubio ha fatto si che, per quanto professionali possano talvolta essere i presidenti e direttori generali RAI e nonostante la presenza al suo interno di ottimi giornalisti, autori e trasmissioni, l’andazzo prevalente sia sempre quello del carrozzone. L’ultimo bilancio approvato, quello del 2012, é stato particolarmente negativo: ricavi per 2.786,5 milioni di euro, quindi meno 211,8 mln di euro rispetto al 2011, e ciò nonostante i grandi eventi sportivi (Europei di calcio e Olimpiadi); la perdita di esercizio è stata di 244,6 milioni di euro rispetto ai 4 milioni di attivo del 2011 e la posizione finanziaria netta risulta negativa per 366,2 milioni di euro con un aggravio di 93,8 milioni.

Anche Mediaset ha avuto risultati (meno) negativi – la crisi c’é per tutti- ma naturalmente, se si prende il lungo periodo, i conti economici del Biscione non sono comparabili a quelli RAI. Nel triennio 2009-2011, nonostante abbia incassato circa 5 miliardi di canone, l’azienda televisiva statale ha infatti avuto perdite complessive per 156 milioni: deprimente.

La riscossione del canone, poi, origina una grande ingiustizia sociale. L’evasione dello stesso é stimata dalla stessa emittente pubblica in mezzo miliardo di euro, facendo ricadere in modo eclatante sulle spalle dei soliti poveri fessi onesti il peso della tassa.

Chi difende la funzione di servizio pubblico della RAI, inoltre, non ha tanti buoni argomenti. Non occorre nemmeno citare la diretta televisiva del matrimonio di Valeria Marini o il tanto trash che viene trasmesso o peggio le inchieste della Corte dei Conti o dei PM su presunti sprechi o fatturazioni gonfiate.

Invero,é il concetto stesso che lega proprietà statale a servizio pubblico ad essere sbagliato. In molti altri settori (telecomunicazioni e altre public utilities) gli operatori privati svolgono la loro attività gravati da oneri di servizio pubblico (in alcuni casi chiamato “universale”) senza troppi problemi. Oppure, a voler essere pratici, basterebbe affidare ad una fondazione governata da consiglieri indipendenti e sovvenzionata con pochissimo denaro pubblico i canali digitali di Rai News e Rai Storia e avremmo risolto il problema.

Privatizzando la RAI faremmo affluire verso le casse dello Stato denaro utile ad abbattere il debito pubblico e i relativi interessi (alcune stime preliminari ponevano il valore dell’azienda tra i 3 e i 4 miliardi), solleveremmo i cittadini da una inutile gabella che genera fenomeni di evasione ed ha importanti costi di riscossione, elimineremmo perdite di gestione che in ultima analisi paga il contribuente, toglieremmo le mani dei partiti politici dall’informazione e favoriremmo la concorrenza e l’innovazione nel settore televisivo.

Ci pensi bene il PD: i grillini, seppur nelle loro modalità confuse, sono favorevoli alla dismissione. Scelta Civica come potrebbe opporsi? Tra l’altro, il portavoce Della Vedova presentò una proposta di legge per la privatizzazione e pure il responsabile del programma Ichino è favorevole. Chi rimarrebbe ad obiettare alla vendita? Il partito liberale di massa, vale a dire il PDL, per mantenere il duopolio imperfetto in cui nomina anche i consiglieri di amministrazione dell’azienda concorrente di quella del suo leader? E che figura ci farebbe? Al PD conviene chiamare il bluff: sarebbe un raro caso in cui ad un vantaggio politico tattico si accompagnerebbe un beneficio non irrilevante per il paese.

(di Alessandro De Nicola)