Cosa firmano le Banche a Bankitalia (“Lettera di Attestazione”)

Eccovi la Lettera di Attestazione: su base mensile, ogni Banca/Cassa di Risparmio invia i dati contabili completi di ogni segnalazione alla “Vigilanza” di Banca d’Italia, accompagnati da una lettera carica di autocertificazioni.

Siamo talmente antipatici che Vi offriamo il testo della Circolare del 2008 (specificamente Circolare n. 272 del 30 luglio 2008 “Matrice dei Conti” intestata a “Vigilanza Bancaria e Finanziaria”) perché la data in questione era a metà nell’anno-spartiacque, tra la crisi Bear Sterns (marzo 2008) e quella di Lehman (settembre 2008) e, questo Vi interessa di sicuro, all’incirca META’ delle Obbligazioni Subordinate “in default” non erano ancora state emesse.

FAC–SIMILE DI LETTERA DI ATTESTAZIONE DELLA BANCA (allegato A)

Alla Banca d’Italia – Amministrazione Centrale (Servizio Supervisione Gruppi Bancari ) ____ (denominazione della banca) _____ (codice ABI)

Con la presente comunicazione si attesta che le segnalazioni di Vigilanza che questa banca trasmette a codesto Istituto ai sensi delle vigenti istruzioni si basano sui dati della contabilità e del sistema informativo aziendale.    (n.d.r Si tratta perciò dei dati interni alla singola banca, non degli Auditors)

Le suddette segnalazioni, che derivano dall’attivazione delle procedure di elaborazione dei dati approvate dai competenti organi aziendali, esprimono la situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’ente scrivente.    (n.d.r. Si tratta quindi di cifre dettagliatissime calcolate dalla singola banca coerenti con il ruolo che la singola banca si è data entro il sistema)

In particolare, si precisa che, al fine di assicurare la necessaria coerenza dei dati segnalati con le risultanze della contabilità e del sistema informativo aziendale, sono stati predisposti appositi strumenti di controllo interno che prevedono anche forme di rendicontazione sintetica per i responsabili aziendali. (n.d.r. Si dà per autocertificato che la singola banca sia dotata di sistemi di controllo e reporting adeguati)

Si rende noto che il contenuto della presente comunicazione è stato portato a conoscenza del consiglio di amministrazione.      (n.d.r. Si certifica che tutti, al vertice, sono stati informati e sono a conoscenza delle cifre rappresentate, inclusi i consiglieri non esecutivi di CdA)

Il Presidente del consiglio d’amministrazione (o di altro organo equipollente) _______(Firma)__________

Il Presidente del collegio sindacale (o di altro organo equipollente)         _________(Firma) __________

Il Direttore generale                                                                           _____(Firma)__________________

Il Dirigente preposto/capo contabile (2)                                     ____________(Firma) ______________

_ – – – – – – – – – – – – – – – – – – — – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – -(fine dell’Allegato A)———-

Orbene, non c’è nulla di anomalo in ciò che si chiede di firmare a persone fisiche che ricoprono i ruoli menzionati in un settore sottoposto ad Autorizzazione ed intensa Supervisione.

Ciò che è anomalo è che, in presenza di andamenti in progressivo deterioramento oltre il trend del mercato geografico di riferimento, o di cifre evidentemente manipolate in maniera ottimistica (in assenza di adeguati accantonamenti per rischi su crediti ), od ancora peggio, di transazioni in flagrante “conflitto di interessi” (prestiti a parti correlate, inclini a non essere facilmente rimborsati), l’inazione della Banca d’Italia sembra aver permesso a codesti personaggi che firmarono MENSILMENTE LA “LETTERA DI ATTESTAZIONE” di continuare per un bel po’ (oltre la PRIMA ISPEZIONE) l’esercizio dell’attività bancaria !

L’unica mossa per prevenire questi drammi (che si ripetono dall’inizio degli anni Ottanta) sarebbe una azione di cambio totale ed eclatante nella qualità di tanti Consigli di Amministrazione e del management bancario.

Inoltre, in caso di Ispezioni Generali che mostrino le classiche fattispecie di “conflitti di interesse” e “distrazione di fondi” e “riciclaggio”, si deve giungere alla pronta azione di detenzione (stante il rischio di fuga e di inquinamento delle prove), vista la elevata pericolosità sociale, il tutto accompagnato dal blocco preventivo di beni fino al secondo grado di parentela (grado da Codice Civile, state tranquilli: significa in pratica solo “parenti strettissimi di primo grado” in linguaggio corrente…. più le cosiddette intestazioni “alle varie teste di legno” e a persone affettivamente vicine, cioè in vulgata corrente, “le amanti presenti ….o passate” ).

——————————–

Post scriptum: È dal 1996 che la nuova “Matrice dei Conti”, studiata da Bankitalia, venne imposta progressivamente a quasi tutte le quattrocento banche di allora (le Casse Rurali e Artigiane avevano giustamente un trattamento più semplice).

Fu dichiarato dal MinTesoro che era stata definita dagli esperti “la seconda migliore Matrice di Reporting al mondo” dopo quella americana

Quel pasticciaccio brutto delle 4 banche (altre 10 in arrivo?)

Purtroppo quella che era destinata ad essere l’ennesima storia di malgoverno bancario e di clienti e soci gabbati, ha assunto i colori della tragedia a causa del povero pensionato di Civitavecchia che si è tolto la vita, umiliato per sentirsi tradito dalla “sua” Banca Popolare dell’Etruria che gli aveva venduto obbligazioni rivelatesi carta straccia.

In questi casi le notizie si sovrappongono con le dichiarazioni, da quelle roboanti delle solite associazioni dei consumatori a quelle di politici ed esponenti di governo, le audizioni si infittiscono e alla fine rimangono le foto sui giornali del risparmiatore che innalza il cartello contro le banche predatrici.

Anche questa volta, si potrebbe concludere, è colpa del liberismo.

Cerchiamo di riassumere la situazione. Come è noto, 4 banche sull’orlo del collasso (Etruria, Carife, Marche e Carichieti) vengono salvate attraverso un decreto del governo di fine novembre. I crediti inesigibili o in sofferenza, 8,5 miliardisvalutati dell’83%, vengono trasferiti ad una bad bank che dovrà cederli a qualche professionista del ramo eil resto verrà amministrato da 4 good bank con un unico presidente, l’ex Unicredit Nicastro. A fare le spese del salvataggio saranno azionisti ed obbligazionisti “subordinati” (con nessuna garanzia) delle Quattro e il sistema bancario che verserà, attraverso il Fondo di Risoluzione alimentato dalle altre banche,  3,6 miliardi per capitalizzare quelle fallite. Naturalmente gli istituti sperano di recuperare almeno in parte il loro investimento e nel frattempo la UE ha dato l’Ok al piano non ravvisando aiuti di Stato. In altre parole, si è azionato in anticipo, secondo la “narrazione” prevalente, il meccanismo di “bail-in”, in vigore in tutta Europa a partire dal 2016, che fa ricadere il peso delle crisi bancarie sugliazionisti, creditori e depositanti “ricchi”.

Tuttavia, poiché  gli obbligazionisti subordinati rappresentano 800 milioni di euro in titoli, il governo ha preannunciato un “aiuto umanitario” per i più disagiati.

Tutto bene quindi? Andiamo con ordine. In primisnon è vero che, come declamato dal governo, la soluzione sia a costo zero per il contribuente. Le banche riceveranno agevolazioni fiscali sull’Ires eIrap valutate approssimativamente in un miliardo di euro. Soldi in meno che verranno recuperati o con nuove tasse, o tagli alle spese (come no, mi par di vederlo il governo) o ulteriore debito. Inoltre, la CDP garantirà fino a 400 milioni di euro in caso di mancato recupero dai crediti incagliatidelle somme previste.

Secondo punto. Come è successo in ogni altra crisi bancaria italiana recente, il problema dei crac risiede nella cattiva governance degli istituti. E, non sorprendentemente, anche in questo caso si tratta di banchette popolari (del territorio, cioè degli ammanicati del territorio) o casse di risparmio in mano a fondazioni autoreferenziali, vale a dire quelle entità che esercitano il credito con un sistema di governo contrario a quanto i dannati mercatisti, fan di soci capitalisti veri che si scambiano le azioni in borsa ed esercitano controlli, vanno predicando.

Terzo. L’ABI(come Bankitalia) ha ragione a lamentarsi della rigidità europea a non voler attivare il Fondo Interbancario per ristrutturare le Quattro, ma dovrà rapidamente capire che poiché d’ora innanzi sono i denari degli associati e dei loro azionisti a rischio, sarà opportuno esercitare una forte moral suasione diffondere best practicecon molta convinzione, arrivando a sanzionareal proprio interno chi si comporta in modo bizzarro ed opaco.

Quarto: non si capisce perché, come sostiene Banca d’Italia,  i piccoli risparmiatorisiano altrettanto meritevoli di protezione dei contribuenti . In cosa gli obbligazionisti di una banca differiscono da quelli di una società industriale? Peraltro, abbiamo sommerso il mondo della finanza di regolamentazione: la normativaMifid prevede la compilazione di moduli, spiegazioni alla clientela, la sua classificazione in diversi profili di rischio. O si ammette, come dicono i più selvaggi liberisti, che tutta questa fuffa non serve a niente e bastano il diritto privato e quello penale severamente applicati, oppure, chi dopo tutti gli scandali passati continuava a comprare titoli ad alto rendimento e firmava senza leggere tutto ciò che gli veniva messo sotto il naso, può meritare comprensione, compatimento, ma non risarcimento. Con quali criteri poi? L’ISEE (l’indicatore di ricchezza)? A che livello? Al momento dell’acquisto o della perdita? Fino a che ammontare? È indifferente se nei bondè stato investito tutto il patrimonio o solo il 10%? E nel futuro come si potrà rifiutare un simile trattamento a chiunque abbia perso i soldi in quanto azionista o obbligazionista di una società industriale o commerciale fallita, o sia stato truffato da un Madoffall’amatriciana o perché il valore del suo immobile è calato?

Infine, le associazioni dei consumatori, dopo aver protestato contro la nuova legge del  bail-in (a loro evidentemente sta bene che per i fallimenti paghino tutti i cittadini, con tipica privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite), ora si indignano per i compensi dei nuovi amministratori delle Quattro e minacciano di andare alla Corte dei Conti. Scoraggiante esempio di pauperismo inefficiente, anelante a pagare poco dei professionisti che si assumono rischi e mettono al servizio le loro competenze che il mercato pagherebbe altrettanto o di più, senza contare che questa volta ci sono degli azionisti veri i quali sono liberi di determinare la retribuzione senza interferenze. Se vuoi risparmiare puoi sempre mettere degli incapaci senza prospettive o reputazione alla guida delle imprese (e a volte, soprattutto nel passato per le imprese pubbliche, si mettevano degli inetti pagandoli molto), ma,  come dicono in America, if you pay nuts you get monkeys. Se paghinoccioline, ottieni solo scimmie.

Più greggio per tutti: la rivoluzione shale negli USA, le reazioni dell’OPEC e dell’OCSE

La lettura del bollettino 296 della Banca d’Italia ispira alcune considerazioni di geoconcorrenza, geopolitica e perciò di geoeconomia. Read more

Vade retro, bad-bank !

Traiamo spunto dalle dichiarazione del presidente della Fondazione Cariplo, dottor Guzzetti, riportate nell’articolo su MilanoFinanza di mercoledì 28 ottobre 2015 e qui di seguito riprese: “”Invece le Fondazioni di origine bancarie possono anche investire in un’eventuale bad bank se questa rispetterà le due regole fissate dalla legge: la garanzia degli investimenti e la loro redditività. “In linea teorica”, ha osservato Guzzetti, “se si realizzerà una bad bank e gli investimenti in questo strumento rispetteranno questi due requisiti, ogni Fondazione potrà decidere di investire in quest’attività”. Le Fondazioni potrebbero, dunque, partecipare al veicolo di gestione delle sofferenze, la cui creazione è ancora oggetto di trattative tra il governo italiano e la Commissione europea, a patto che vengano rispettati i requisiti previsti per questi enti.””

Siamo contrari alla creazione di una “bad bank di sistema”, ed in particolare ad una partecipazione delle Fondazioni Bancarie all’azionariato della “bad bank” stessa.

Come stanno le banche italiane?

Guardiamo ad alcuni dati, aggiornati al I semestre 2014 (ultimo dato disponibile):

170 miliardi è il valore dei prestiti in sofferenza, su un totale di 1.240 miliardi di euro di prestiti alla clientela;

103 miliardi sono gli incagli (situazioni di temporanea difficoltà, che comprendono prestiti scaduti da oltre 270 giorni, o che rappresentano oltre il 10% dell’importo affidato);

305 miliardi è il totale delle sofferenze (dal 2015 cambiano le regole di classificazione dei crediti deteriorati, ma non il loro accertamento), pari al 24,6% dei prestiti alla clientela.

La Banca d’Italia ha rilevato come le “posizione deteriorate” siano il 18,7% del prestiti, 2 punti percentuali sopra la media UE, e che il tasso di copertura attraverso accantonamenti fatti (coverage ratio) sia il 32%, 10 punti in meno della media UE e complessivamente pari all’88,9% del patrimonio delle banche italiane (che in molti casi hanno realizzato aumenti di capitale per reintegrare il patrimonio di vigilanza, l’ultimo dopo il Comprehensive Assessment della BCE).

Si tratta di un fardello – cresciuto negli anni recenti in coincidenza (e a causa) della crisi economica nazionale – che limita la capacità di fare credito, poiché impone accantonamenti di bilancio e quindi allocazione di capitale su posizione non performing (da cui il nome NPL, acronimo di Non Performing Loans) a detrimento dei prestiti performing verso la clientela. Una delle cause del credit crunch.

Come noto, il mercato del NPL consiste nella cessione a terzi di crediti non performing, a un prezzo di mercato che rappresenti il punto di incontro fra domanda degli investitori interessati al NPL e l’offerta da parte delle banche. Tale mercato vale circa 3 miliardi, meno dell’1,5% delle sofferenze. Lo smobilizzo dei crediti in sofferenza potrebbe ricostituire la capacità delle banche di erogare credito.

Che cosa impedisce lo sviluppo di un mercato NPL in Italia?

Fra gli ostacoli, sono indicate norme e procedure lente di recupero crediti, norme fiscali che limitano o rendono poco efficiente “portare a perdita” i crediti in sofferenza. Da qui, la richiesta di interventi legislativi che portino a uno snellimento normativo.

Che cosa pensano di fare Banca d’Italia e le banche italiane?

La soluzione avanzata è quella della “bad bank”: una struttura cui trasferire, in tutto o in parte rilevante, le sofferenze bancarie.

La proposta si incentra sulla costituzione di una società-veicolo, con un capitale relativamente modesto (si parla di un capitale iniziale di 3 miliardi) cui partecipi anche lo Stato (si presume, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanza o tramite la CDP, la Cassa Depositi e Prestiti). Le banche conferenti sarebbero i maggiori azionisti, accanto a nuovi soci privati. La bad bank porterebbe in pancia i crediti deteriorati sino a 50 miliardi e si finanzierebbe sul mercato con bond garantiti dallo Stato.

Al momento, non sono ancora noti i criteri per la valorizzazione dei prestiti in sofferenza da trasferire: saranno “acquistati” al loro valore netto attuale o al netto degli accantonamenti già effettuati? Ad un ipotetico valore di realizzo? Chi procederebbe alla valutazione del valore di realizzo? Tutti questi quesiti dovranno trovare confronto e soluzioni coerenti con l’obiettivo finale: rendere nuovamente “bancabile” l’attivo delle banche italiane.

I pro della “bad bank”

Con la “bad bank”, una percentuale significativa delle sofferenze bancarie (sino a 50 miliardi, su totali 170 miliardi) sarebbe “venduta” a un soggetto terzo, ripristinando la capacità di erogare credito per le banche.

Il “prezzo” di acquisto non sarebbe fissato da “criteri di mercato” ma dalla volontà delle banche e del “veicolo” (che è partecipato, fra l’altro, dalle banche stesse) senza diretto e fattuale riferimento all’ipotetico valore di realizzo (tipico delle operazioni di NPL, fatte a valori di mercato), secondo una logica “di sistema”; il veicolo  — a nostro avviso — si trova inoltre in (palese) “conflitto di interessi”;

Contemporaneamente, le banche potranno “portare a perdita” l’eventuale minore valore fra valore netto a bilancio (dopo gli accantonamenti già fatti) e valore di cessione dei crediti.

Secondo Banca d’Italia l’operazione non dovrebbe gravare sulle casse pubbliche e dovrebbe vedere il coinvolgimento delle banche alla copertura dei costi dell’operazione, che dovrebbe essere remunerativa del sostegno pubblico.

I contro della “bad bank”

Una soluzione di sistema non è una soluzione di mercato: il prezzo di un NPL fissato dall’incontro fra domanda e offerta rappresenta il punto di incontro “giusto” per consentire vantaggi a chi vende (incasso immediato) e chi compra (un prezzo che sconta la probabilità di recuperare il credito nominale).

Esistono operatori specializzati (tutti esteri, al momento, anche a causa dell’arretratezza del mercato italiano) che “sanno di che si tratta” e che sembrano quindi poter rappresentare il soggetto in grado di dare il giusto prezzo, in modo autonomo e indipendente a un NPL o a un pacchetto di NPL. Non si vede come una “bad bank”, di nuova costituzione, possa dotarsi di tali competenze in tempi rapidi, e in assenza di conflitti di interesse.

Non si comprende la logica di pubblicizzare le perdite, attraverso la concessione di garanzie statali a favore di soggetti, siano essi gli azionisti delle banche come le Fondazioni Bancarie (che sono 88 ed ancora detengono partecipazioni rilevanti in molte banche), siano essi soggetti partecipati da banche private. A mio avviso, la “band bank” nella versione italiana è una soluzione contro il mercato, con assunzione di un rischio a carico del pubblico che si pone anche, potenzialmente, in contrasto con la normativa europea sul libero esercizio di impresa e sugli aiuti di Stato.

Inoltre, la presenza nell’azionariato delle banche (o peggio, degli azionisti delle banche stesse), le stesse banche che hanno erogato a suo tempo i crediti ora trasferiti alla “bad bank”, rappresenta un elemento di debolezza: chi non ha saputo erogare credito correttamente, come potrebbe recuperarlo correttamente?

In sintesi, siamo favorevole allo smobilizzo dei NPL, ma non a una “bad bank” con un intervento pubblico rilevante, come sarebbe nel caso di una garanzia pubblica. Siamo contrari a un intervento di CDP, che non deve divenire una “nuova IRI” e che a ben altri obiettivi deve orientare la sua area di intervento. I NPL vanno venduti sul mercato, al miglior offerente, ai prezzi che potranno essere determinati dall’incrocio fra offerta (vendita) e domanda (acquisto).

Ulteriore elemento di riflessione assai critica è l’annunciata creazione di una holding dotata di un capitale di 1.500 milioni di euro, per il salvataggio, il rilancio e la successiva cessione sul mercato nell’arco di 2-3 anni di Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Marche e Banca Popolare dell’Etruria, le 3 crisi bancarie che per gravità e dimensioni preoccupano assai il mondo del credito e Bankitalia insieme a MEF e Fondo Interbancario di tutela dei depositi, FITB), salvataggio che dovrebbe, nelle intenzioni, completarsi inesorabilmente entro il 31.12.2015, visto che dal 1.1.2016 si applicherà il “bail-in”. In totale, l’intero piano di risanamento potrebbe aggirarsi sui 2.200 milioni di euro. Ricordiamo che per dar vita al piano è necessaria l’entrata in vigore del decreto legislativo che consegue al recepimento della direttiva UE/Brrd, che prevede: come procedere al nuovo riparto di competenze sulle crisi bancarie tra BCE, Bankitalia, MEF; il ruolo dei fondi di tutela; la possibilità di utilizzo dei titoli subordinati anche al di fuori di “bail-in”.

Crediamo che se e quando una banca ha sbagliato nel “fare banca” sia bene che essa esca dal mercato, che gli azionisti ne sopportino le conseguenze, che i manager bancari siano più attenti nel concedere credito e nell’evitare l’ “azzardo morale” (smettendo quindi di confidare nell’aiuto del sistema).

Quelle privatizzazioni a metà

LA QUOTAZIONE in Borsa di Poste Italiane si è dunque chiusa con successo, se la completa sottoscrizione delle azioni disponibili per gli investitori è il parametro con il quale misurare l’esito favorevole o il fallimento dell’offerta, ma senza “botto” rispetto al valore di offerta delle azioni (6,75 euro).
È il caso di chiedersi però se i governi italiani da qualche anno a questa parte seguano una politica coerente in materia di privatizzazioni. Berlusconi, Monti, Letta e ora Renzi a qualche dichiarazione di intenti hanno fatto seguire ben pochi fatti, per lo più senza dare l’impressione di mirare a degli obiettivi di policy (come si usa oggi dire) se non quello di fare un po’ di cassa.

Andiamo con ordine. A cosa serve privatizzare? Certamente uno scopo dell’alienazione dei beni pubblici è quello di incassare denaro fresco per abbattere il debito pubblico (che in Italia, è bene ricordarlo, si aggira sul 135% del Pil).

Il ministro Padoan nella successione di Def prodotti dal Mef (gli acronimi a volte son poetici) si è allora prefisso di incamerare incassi derivanti da privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil (10 miliardi). Orbene, per il 2015 la cifra complessiva ricavata da Enel e Poste dovrebbe aggirarsi sui 6 miliardi, mancando il bersaglio nonostante il governo si sia posto un traguardo molto modesto, considerando che, nonostante la difficoltà delle stime, i beni pubblici vendibili, aziende ed immobili, siano valutati in diverse centinaia di miliardi (più di 100 miliardi solo le partecipazioni in società quotate o public utilities).

Inoltre, dai ragionamenti che provengono dal governo, sembrano assenti le altre ragioni che militano a favore delle privatizzazioni.

Infatti, passare la mano ai privati dovrebbe migliorare l’efficienza delle imprese e del mercato stesso. Gli investitori, la Borsa e le banche sono giudici severi delle società quotate: si richiede una maggiore trasparenza, i crediti vengono concessi con più oculatezza (non c’è la garanzia implicita dello Stato ripianatore dei debiti), i consigli di amministrazione prevedono la presenza di indipendenti, i privilegi che i sindacati pubblici riescono ad ottenere sono diminuiti, le assunzioni non seguono criteri elettorali e i risultati negativi vengono puniti con il ribasso del valore delle azioni.

Anche quando non si procede ad una quotazione ma ad una vendita ad un compratore specifico, si interrompe comunque il legame con l’amministrazione pubblica (e i regolatori) con quello che ciò comporta in termini di minor protezione dell’impresa e quindi di ristabilimento di una concorrenza leale con i soggetti privati. Anzi, per essere compiutamente benefiche, le alienazioni di aziende pubbliche, sia ad hoc che tramite quotazione, andrebbero precedute da una liberalizzazione del mercato di riferimento, aprendolo a nuovi entranti o rendendo il terreno di gioco uguale per quelli che già ci sono.

Non dimentichiamoci inoltre il capitolo corruzione e malversazione, che le tristi vicende dell’Atac o dell’Anas sono lì a ricordarci. È ovvio che non è affatto vero che le imprese private siano composte da angeli e quelle statali da ladri, ci mancherebbe (e d’altra parte ci sono ottimi manager in entrambe le tipologie di aziende). La differenza consiste nel fatto che se non si controllano bene le frodi a danno delle società private ci rimettono gli azionisti che per l’appunto pretendono controlli e rendono le truffe piuttosto rare; nel caso delle aziende pubbliche siamo tutti noi a perderci e i corrotti sono spesso fiduciari del potere politico che li ha nominati. Meno imprese pubbliche, meno corruzione (naturalmente stiamo parlando di quella passiva, in cui ci rimette la società, non di quella attiva in cui l’imprenditore è corruttore).

Lo Stato italiano che fa?

Per ora non sembra che voglia mollare la presa sulle leve dell’economia reale né smettere di concedere privilegi alle proprie controllate. Abbiamo già detto che gli incassi sono bassi e inferiori al previsto ed in più il Leviatano non perde il controllo delle sue partecipate (anche la quotazione di Fincantieri nel 2014 ha mantenuto le leve del comando a Roma). Lo stesso schema sarà adottato per Ferrovie ed Enav. E in questi due ultimi casi come in Poste, l’assetto regolatorio non è mutato. Alla società guidata da Francesco Caio è stato mantenuto fino al 2017 l’ingiustificato monopolio delle consegne degli atti giudiziari che il ddl concorrenza voleva togliere, si sono consentiti aumenti di tariffa e rilassamenti dei tempi standard di consegna, gli si paga ed anzi si estende l’ambito (con la bizzarra “posta prioritaria premium”) del servizio universale senza metterlo a gara, gli si consente infine di profittare della sua rete per l’attività bancaria.

Stessa inamovibilità della regolamentazione pare prospettarsi per Ferrovie e Enav: l’assetto concorrenziale non è destinato a cambiare di una virgola, mantenendo ad esempio l’integrazione tra rete ferroviaria e Trenitalia.

Le 8000 partecipate che dovevano diventare 1000 son lì che aspettano, tutte 8000, e non appare alla vista nessun tentativo di riformare il disgraziato esito del referendum del 2011 per inchiodare “Sorella Acqua” ad un destino pubblico (monopolista, inefficiente, costoso).

Peraltro, alcuni difetti dell’approccio italiano alle privatizzazioni hanno conseguenze negative pure sull’obiettivo principale di far cassa. Sapendo che è preclusa la possibilità di diventare maggioranza, gli investitori sono disposti a pagare di meno le azioni. Constatando che si tengono insieme attività aziendali che andrebbero invece valorizzate singolarmente (banca, assicurazioni, telefonia mobile e consegna di cartoline, per dire), non aiuta a sostenere il prezzo del conglomerato. Per inciso: se una società che gode di privilegi normativi o regolamentari viene semi- privatizzata, si raddoppiano i gruppi di interesse interessati a mantenere lo status quo; al governo si aggiungono difatti i nuovi soci privati, il peggiore dei mondi possibili.

Lo Stato-imprenditore viene vagheggiato da molti, ma l’evidenza e la logica ci dicono che i governi non riescono a far fruttare le aziende quanto i privati ed introducono distorsioni alla concorrenza, diminuendo così il benessere di tutta la comunità. Meglio che ognuno faccia il suo mestiere, che i politici già fan fatica a fare il loro.

Twitter @aledenicola adenicola@adamsmith.it

Portogallo, la troika è passata di qui…

Oggi le elezioni in Portogallo. Evviva i portoghesi.
Dopo il salvataggio di 78 miliardi di euro a metà del 2011 e dopo anni di governo della troika, il Portogallo è uscito dal programma di aiuti internazionali da poco più di un anno, senza chiedere ulteriore sostegno a Ue-Fmi e Bce, cercando così di riconquistare ulteriore fiducia sui mercati finanziari.

«La ripresa economica del Portogallo sta continuando nel 2015, spinta dalle esportazioni, dai consumi interni e negli ultimi mesi anche dall’aumento degli investimenti. Per l’intero 2015 si prevede una crescita dell’1,6%», scrive l’Fmi.
«Non c’era alternativa al percorso di rigore che abbiamo scelto, eravamo veramente a un passo dall’abisso ma ce l’abbiamo fatta raggiungendo obiettivi di bilancio e completando riforme che sembravano irrealizzabili: dal mercato del lavoro alle liberalizzazioni in molti settori fino alle privatizzazioni», ha detto il premier Coelho, che rivincerà le elezioni.
Nella crisi gli schieramenti in campo non sono cambiati: non c’è un equivalente di Syriza e nemmeno un Grillo, non c’è un Podemos.
un anno fa ero a Lisboa e fu una splendida esperienza e scoperta quella del popolo portoghese: fiero, preparato ed orientato al lavoro e sacrificio piuttosto che alle lamentele, scuse e capri espiatori.
PS
This weekend I had the pleasure to meet Adolfo Mesquita Nunes (former secretary of state of tourism) and had another proof of why the Portuguese are an amazing example of success, also facing hard times.

Federico Cartelli – Tasse: pagare tutti per pagare meno? Una leggenda

La lotta all’evasione è il primo punto: se paghiamo tutti, paghiamo meno.» Matteo Renzi, che di propaganda se n’intende, alla fine s’è giocato il jolly, e ha messo sul piatto l’immancabile crociata contro l’evasione fiscale, accompagnata dal solito ritornello: se tutti pagassero fino all’ultimo centesimo di tasse, la pressione fiscale diminuirebbe. Una favola che è stata puntualmente raccontata da ogni governo succedutosi negli ultimi anni, dapprima impegnato ad annunciare una serie di misure volte ad abbassare le tasse e finanziate dal recupero dell’evasione, e poi altrettanto puntuale nel disattenderle. Anzi, con una beffa ben nota: la pressione fiscale non è affatto scesa; è aumentata. Questa mancata diminuzione è dovuta al fatto che la lotta all’evasione non sta dando i frutti sperati? Ebbene, no. La lotta all’evasione e il recupero delle somme derivanti dai controlli conoscono ormai da tempo un consolidato trend positivo. Una bugia? No, una realtà dimostrata da numeri ufficiali:

150921 08

Prendendo in esame il Rapporto sulla realizzazione delle strategie di contrasto all’evasione fiscale, si possono notare numeri molto interessanti. Gli incassi da attività d’accertamento e di controllo dal 2006 – anno in cui ha preso il via il sistema di misurazione basato sugli incassi – al 2013 mostra un progressivo aumento: dai 4,3 miliardi d’euro riscossi nel 2006, s’è arrivati a più di tre volte tanto, 13,1 miliardi d’euro, nel 2013. Per ciò che concerne il dato del 2014 – ancora non presente nella tabella – esso segna un ulteriore balzo in avanti. Come dichiarato dalla direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, lo scorso anno è stato segnato un nuovo record, che ha ritoccato al rialzo il già sorprendente dato del 2013. Sono stati riscossi, infatti, ben 14,1 miliardi d’euro, molto al di sopra della cifra prudenziale di 3,8 miliardi d’euro indicata dal governo nella Legge di Stabilità. Inoltre, i mancati introiti sono diminuiti dell’8% negli ultimi dodici anni. Dunque, la domanda sorge spontanea: dove sono finiti questi soldi?

Di tanto in tanto mi capita di discutere con persone ossessionate dall’evasione fiscale. Le lascio sfogare per alcuni minuti, lascio che espongano il loro punto di vista, poi tranquillamente inizio a snocciolare i dati che ho appena esposto. Dati che non m’invento io, per fare demagogia, ma che, come potete vedere, sono verificabili e forniti direttamente dall’Agenzia delle Entrate. Poi chiedo all’interlocutore: dove sono finiti tutti questi soldi che sono stati recuperati, e il cui ammontare aumenta d’anno in anno? Sono serviti a diminuire la pressione fiscale su famiglie e imprese? Sono serviti per finanziare una spending review? Sono serviti per sostenere le fasce più disagiate? Sono serviti per una qualsiasi riforma strutturale della quale si sono visti risultati tangibili? A questo punto l’interlocutore inizia ad arrampicarsi sugli specchi. E così concludo rivolgendogli una domanda un po’ cattivella: non è che questa storia del «pagare tutti per pagare meno» è solo una favola per mantenere buono il popolino? Benvenuti nel mondo reale.

Il segreto di Pulcinella è che questi soldi recuperati finiscono nella pancia del Leviatano o, tuttalpiù, servono a finanziare qualche marchetta elettorale del valore di 80 euro l’una. La verità è che non c’è altra soluzione se non quella di tagliare la spesa pubblica: per ogni euro di spesa pubblica in meno, un euro in meno di tasse. Ma un euro «vero», non uno «sgravo fiscale»: perché in Italia abbiamo il problema di non riuscire proprio a chiamare le cose col loro nome. Uno «sgravo fiscale» non è un taglio della tasse. Stiamo ancora aspettando «il più grande taglio delle tasse mai operato da un governo», che era stato annunciato lo scorso autunno, ma ora il volantino del RenziWorld propone una nuova offerta per Natale: l’eliminazione della tasse sulla casa. Che, c’è da scommetterci, verrà fatta a deficit, e non tagliando la spesa pubblica. Tanto paga Pantalone, e mal che vada si può sempre andare a caccia di commercianti che non fanno lo scontrino.

di Federico Cartelli su AffariPubblici.org

#Contribuente

Anche se non lo credete, “contribuente” è una parola ambigua. È decisamente bifronte, dall’alto in basso. Da sinistra e da destra la prospettiva sembra invece essere la stessa: riscuotere quanto più possibile, dove è più facile riscuotere; dove non si riesce, indebitare i giovani di oggi e di domani; con la motivazione che è “la legge della concorrenza con gli altri Stati” (n.d.r. destra, sinistra e populisti concordano che questo sia un appropriato uso della parola concorrenza; la storia invece ci spiega in che modo questo genere di concorrenza si sia risolto nella maggior parte dei casi).

Nei dizionari italiani viene rappresentato, quasi esclusivamente, il punto di vista dall'”alto”. Gli esempi:

  • Il contribuente è un soggetto che, ai sensi del diritto tributario statale, è tenuto al versamento di tributi, contribuendo così al finanziamento delle casse dello Stato ovvero alla copertura delle sue uscite finanziarie (spesa pubblica).
  • Il Contribuente è più specificamente designato come il soggetto passivo al quale fanno capo le posizioni giuridiche soggettive sia positive (diritti) che negative (doveri) nei confronti del Fisco (amministrazione tributaria), in relazione ad un’obbligazione di imposta (imposta è quel tributo che si caratterizza per la sua funzione tipica di attuare il concorso alla spesa pubblica). (n.d.r. notare che imposta è una parola per niente equivoca, è proprio “imposta dall’alto”)
  • Contribuente è chi deve, a norma di legge, pagare le tasse.
  • contribüènte è chi paga tributi di qualsiasi genere e, in partic., chi (persona fisica o giuridica) paga imposte e contributi prelevati coattivamente dagli enti pubblici.
  • Contribuente è cittadino in quanto tenuto a pagare il suo contributo allo Stato sotto forma di tasse e imposte

Non crediamo sia necessario dilungarsi molto sul concetto secondo il quale contribuire più che dovuto è comandato e sul concetto che il contributo va a beneficio dello Stato. I dizionari sono chiari: il cittadino contribuisce e lo Stato incassa.

Il contribuente suddito – Il rapporto di sudditanza è chiarissimo. La sudditanza è ancora più palese nell’aleatorietà della tassazione e nella raccolta delle imposte. Lo Stato non è affatto in grado di imporre le tasse a tutti, semplicemente le esige da coloro che ritengono giusto pagare le tasse o non sono nella condizione di evaderle. È notoria l’iniquità dello Stato verso chi paga il dovuto; è notoria tanto quanto la sua distratta inefficacia nella ricossione verso gli sfacciati che non hanno alcuna intenzione di contribuire.  In altri termini, lo Stato si manifesta come una forza verticale, iniqua, brutale. Nella guerra fiscale fra chi non intende pagare e lo Stato, ci deve essere qualcosa che non va, perchè lo Stato, che dovrebbe essere più forte,  perde invece abbastanza frequentemente. Ci ripromettiamo di esplorare il punto in un altro momento. Al contrario non possiamo, nè vogliamo, dimenticare l’area grigia di persone che ritengono giustificabile non pagare le tasse per ragione della rabbia che i taxpayer provano ogni qual volta vedono i loro sudati soldi sperperati nella corruzione e nell’arrogante inefficienza oltre che dell’iniquità di trattamento fra “presunti pari”. Sull’imposizione fiscale e sulla riscossione lo Stato si manifesta come un sovrano forte e arrogante; oltre che irrispettoso, anzi disinteressato all’equità fra cittadini “presunti pari”.

Che questo sia il modello civico più diffuso e ampiamente praticato, è nei numeri. È un pò meno chiara, anzi è proprio opaca, la motivazione per la quale anche moltissimi cittadini gradiscono il modello sudditante. Qualcuno azzarda che rubare all’intermediario, lo Stato, pesi meno sulla coscienza che rubare direttamente ai concittadini. In effetti, se così fosse, lo Stato sarebbe un modello  di esattoria coerente con le aspettative dei cittadini che maggiormente interloquiscono con lo Stato. Una vasta parte del Paese, a destra e a sinistra, accetta volentieri il sistema verticale con le sue “apparenti” disfunzioni. Molti traggono vantaggi notevoli, diretti (evasione) e indiretti (spesa pubblica dirottata nelle loro tasche). Pochi sembrano apprezzare la “pariteticità” e la “responsabilità”.

Il contribuente sovrano – Il più noto dei modelli che riflettono il significato “di pariteticità e di responsabilità” è chiamato: “No representation without taxation”. Assomiglia ad un patto fra pari espresso con una frase idiomatica che si potrebbe tradurre più o meno così: Cittadino, tu puoi chiedere un servizio agli altri cittadini a condizione che tu contribuisca alla copertura del suo costo. Insomma ogni cittadino chiede cooperazione agli altri cittadini, da pari a pari. Pariteticità. Il Cittadino sovrano sottopone ad altri cittadini sovrani un’idea, una necessità, una proposta.

Il concetto è di modesta comprensibilità e di scarso successo nel nostro Paese, forse a causa di un altro più intuitivo e comprensibile  principio (più diffuso e meglio accetto): è più comodo spostare i soldi dalle tasche degli degli altri alle proprie, che creare valore per sè e per gli altri. (cfr Cipolla).Vorremmo sottolineare che tutto ciò ha ben poco a che fare con la solidarietà; si tratta infatti dell’antichissimo, storico modello socio-economico a-somma-zero (*), spacciato per generoso e ospitale dalla vulgata familistico-tribale per dissimulare il suo profondo egosimo.

Il post è stato stimolato da questo articolo  “No representation without taxation”.

Mentre questo articolo dell’Economist analizza il fenomeno ben oltre il quasi inesitente dibattito italiano in materia.

(*) I giochi a somma zero non cambiano la somma totale posseduta dai giocatori; cambia invece la sua distribuzione fra i giocatori.

 

 

 

Diritti o privilegi?

Carlo Lottieri  torna, su Affari Pubblici, in tema di “Diritti acquisiti” con razionalità e coerenza rispetto alla scelta che i cittadini quoatidianamente fanno di adeguare i propri comportamenti alla Costituzione, incluso il metodo per cambiarla. Riportiamo qui di seguito l’articolo con un solo commento di merito.

Il riferimento ai diritti naturali ha una sua logica ideale, che a nostro avviso va letta in senso concreto atto di accettazione della Costituzione: senza alcuna necessità di fare riferimento a inesistenti sovranità e diritti di ordine superiore, i cittadini hanno determinato da sè stessi che la convivenza sia regolata dal grande accordo che chiamiamo Costituzione e dal sistema legislativo, normativo e giuridico che ne consegue.

——-  Di Carlo Lottieri su Affari Pubblici ——

Quando si tenta di riformare in senso liberale le istituzioni, in Italia come altrove, spesso ci si scontra con l’idea che una serie di cambiamenti verrebbero a ledere diritti acquisiti. Quei cambiamenti sarebbero, per tale motivo, illegittimi e andrebbero rigettati.
In tutto questo c’è qualcosa di illogico e anche linguisticamente discutibile. I diritti individuali non sono “acquisibili”, perché sono in realtà originari o, come si dice con una terminologia classica, “naturali”. Ogni uomo ha un diritto naturale su di sé e per questo motivo la schiavitù è ingiusta. Per lo stesso motivo ognuno ha diritto a essere proprietario. Di cosa? Ecco: qui entra in campo la titolarità, perché ognuno ha diritto a essere proprietario di quei titoli che ha acquisito in maniera legittima grazie a doni, scambi, retribuzioni, ecc.

I diritti sono insomma connaturati all’uomo, mentre i titoli si acquisiscono. E come si acquisiscono, ovviamente, si possono perdere. Io sono proprietario di una casa (ho un titolo legittimo su di essa) e ovviamente perdo tale titolo nel momento in cui la dono o la vendo. A rigore, allora, non vi sono diritti acquisiti, ma solo titoli. Ed esattamente di titoli che si parla quando – nel linguaggio corrente – si vuole impedire questa o quella riforma.

Un caso classico è quello dei prepensionati o dei vitalizi d’oro assicurati agli uomini politici. In un caso come nell’altro non è di diritti in senso proprio che si parla (non stiamo parlando di prerogative che spettino a ogni uomo in quanto uomo), ma appunto di titoli: e per giunta di titoli ottenuti non in virtù di scambi o contratti tra privati, ma grazie a decisioni politiche del tutto arbitrarie.
In altre parole, se compro un’abitazione ho un titolo di proprietà forte su di essa, quale risultato di un negozio tra privati. Se invece ricevo una pensione di 4 mila euro al mese perché per cinque anni sono stato consigliere regionale, in questo caso è diverso: un atto di volontà politica mi ha attribuito un privilegio o una facoltà. In altre parole, ho la possibilità di esigere ogni mese che ognuno dei miei concittadini destini a me – ad esempio – un centesimo di quanto produce in modo tale che io possa godere di questo vitalizio.
Ho un diritto a tutto ciò? No. Non c’è alcun diritto in gioco.

Ho un titolo che è stato “costruito” politicamente a mio favore. E che ovviamente può essere cancellato da un altro atto politico di segno opposto: dalla decisione, ad esempio, di abolire questi privilegi che i politici si sono auto attribuiti (nel caso dei vitalizi post-elezione) o che hanno attribuito ad altri (nel caso delle pensioni-baby).

Detto questo è egualmente chiaro che non si può mettere esattamente sullo stesso piano molte modeste baby-pensioni e i super-assegni che i politici hanno deciso mensilmente di regalarsi. Per giunta molti tra di coloro che sono andati in pensione prima dei quarant’anni oggi non sono più in condizione di lavorare. Per tale motivo, negare loro la pensione che ricevono significa togliere a queste persone ogni mezzo di assistenza, dopo aver assicurato loro – con un privilegio definito per via legislativa – che avrebbero ricevuto quella pensione vita natural durante.

Sul piano politico la situazione è caotica, socialmente delicata, e non è facile trovare una via d’uscita. Ma stiamo parlando di titoli ottenuti politicamente, insomma: di privilegi, e non già di diritti acquisiti. Sapere che le cose stanno in questi può quanto meno aiutare a mettere la discussione sui giusti binari.