Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

Il governo non sa giocare al lotto.

Il lotto è un gioco d’azzardo, negli anni passati assai lucroso per le casse dello stato: la raccolta ha toccato gli 11.689 milioni di euro nel 2004 (massimo del decennio), per poi scendere ai 7.315 milioni nel 2005 e stabilizzarsi a 6.629 milioni nel 2014; per l’erario, sono lontani i 4.909 milioni incassati nel 2004, massimo da cui ci si è allontanati per scendere sino a 1.104 milioni nel 2014. La gestione del gioco è soggetta a concessione, in scadenza l’8 giugno 2016; il governo ha fatto un bando di gara per la nuova concessione, prevista in 9 anni, con una base d’asta di 700 milioni.

Il Consiglio di Stato ha bloccato l’iter di gara, formulando una serie di rilievi all’operato governativo; emerge forte la sensazione che il governo abbia operato con dilettantesca faciloneria; procediamo con ordine all’esame dei rilievi, cui il governo dovrà dare puntuale e rapida risposta, se vorrà incassare – come previsto nel bando e come lo stato delle finanze impone – la metà dei 700 milioni entro il 31 dicembre 2015 dall’aggiudicatario della gara.

Il primo rilievo: i requisiti per la partecipazione alla procedura di selezione appaiono al Consiglio di Stato “”per taluni versi eccessivi, tanto da figurare come clausole escludenti””; in termini concreti, fissati per escludere alcuni contendenti, a vantaggio di altri. Il requisito della capacità economica e finanziaria è determinato, ad avviso del Consiglio di Stato, in modo non congruo, “”ben oltre il frutto di ordinarie percentuali di incasso (aggio) parametrate sull’ammontare della raccolta di gioco””.

Un secondo rilievo attiene al requisito della capacità tecnico-organizzativa, richiedendo ai partecipanti alla gara la realizzazione, negli ultimi 3 esercizi, di una raccolta di gioco di oltre 500 milioni per tipologie di giochi effettuati tramite terminali: “”non si riesce a comprendere la ratio che ha ispirato la fissazione di tali rilevanti requisiti””, potendo, in tal modo, “”verificarsi una sorta di barriera all’entrata, in palese controtendenza rispetto alle raccomandazioni”” europee, che stigmatizzano la prassi di inserire nei capitolati degli oneri creati su misura al fine di favorire determinati offerenti. Da qui, la richiesta al governo di coordinare norme europee e bando di gara.

Terzo rilievo: il Consiglio di Stato chiede al governo che venga inserito nel capitolato l’espresso impegno a mantenere le infrastrutture tecnologiche, l’hardware, il software necessari alla realizzazione del gioco entro i confini degli stati europei: libertà di stabilimento in paesi UE, ma controllo sull’operato del gestore e mantenimento dell’imposizione fiscale da parte italiana.

Il quarto rilievo attiene alla previsione, contestata, della proroga unilaterale di 1 anno (al termine dei previsti 9 di vigore della concessione) considerata “”eccessivamente discrezionale e generica””, anche perché il bando non specifica per quante volte la proroga possa essere concessa.

Quinto rilievo: il Consiglio di Stato ritiene generica la previsione che la garanzia provvisoria possa presentata fornendo titoli di stato, senza specificarne qualità, rating e solidità, elementi essenziali in caso di escussione della garanzia.

Sesto rilievo: il bando non specifica i requisiti richiesti a banche ed assicurazioni chiamate a prestare la garanzia provvisoria e la garanzia definitiva, estesa sino a 75 milioni, a sostegno del buon esito dell’aggiudicazione e del suo corretto adempimento da parte del vincitore la gara.

Ulteriori rilievi vari portano la lista a 9, uno in meno dei comandamenti: nel bando il Consiglio di Stato non trova adeguate specifiche sulle richieste esperienza delle risorse dedicate alla gestione del gioco, capacità di gestire l’aggiornamento su reti, capacità di gestire reti diverse in parallelo per eventuali periodi transitori.

Una bocciatura che impone al governo ed ai Monopoli di Stato di porre rapido rimedio al bando di gara, per poterlo portare a realizzazione ed aggiudicazione entro la fine del 2015, pena la perdita di una delle entrate previste dal patto di stabilità entro l’anno, con effetti significativi sui conti pubblici (anche dopo la bocciatura, ampiamente prevedibile, del “reverse charge” per la grande distribuzione, che ha sottratto 728 milioni alle previsioni governative). Aggiungendo altre misure varie, il “buco” cui il governo potrebbe dover far fronte è vicino ai 1.400 milioni.

Si fa largo la sensazione che il governo e la pubblica amministrazione siano fatti di professionisti del dilettantismo, incapaci di mettere in fila un provvedimento chiaro ed a prova di esame da parte dell’organo dedicato al controllo degli atti governativi; ma poiché a pensare male si fa peccato, ma purtroppo spesso si azzecca, il dubbio è che il bando di gara per la concessione del gioco del lotto sia stato pensato a tavolino con il preciso scopo di escludere alcuni concorrenti e favorire i soliti noti. Il libero mercato resta sempre fuori dalla porta, ed allora “vincere” è come giocare un numero secco al lotto: non esce mai.

Merkel dixit: non più Grexit

Il conflitto politico (cioè fra amministratori pubblici) è rientrato e la crisi greca sembra avviata verso qualcosa, anche se non si sa cosa. I media non trovano più nulla di interessante da dire, a parte qualche post-battutaccia sulla grande recita degli ultra nazi-marxisti-leninisti. I media sono alla ricerca di nuovi scoop insaporiti col sale dell’estate. Sarà un Frexit? Un Brexit? Un Itaxit o un Portexit? I grandi economisti stanno facendo le prove generali  per lanciare il tormentone estivo. Read more

Mini-econoregole: Il debito a banda larga

Il debito è a banda limitata, nella quantità e nel tempo.
Il debito è lo specchio del credito; sebbene non indispensabile, è un utile acceleratore dell’innovazione e del valore aggiunto.

Le istruzioni per l’uso ci avvertono però di alcuni pericolosi rischi:

  • Il debito non è a banda larga. ATTENZIONE: non superare la soglia della restituibilità (*)
  • Il debito/credito va impiegato solo per la produzione valore aggiunto (non usare a copertura della spesa corrente).

Quando il debito supera questi limiti, il fallimento è irreversibile e si paga con la perdita della libertà (**).

Sono regole semplici e di basilare buonsenso;  sono invece capovolte dagli Amministratori Pubblici che decidono in modo totalmente avverso. I gravissimi danni ai cittadini, nel presente e nella storia, sono evidenti; eppure anche molti cittadini si sono lasciati convincere che il debito a banda larga, smisurato, è cosa buona e utile. Misteri dell’umanità.

(*)  Nei recenti decenni il Sistema Finanziario ci ha fatto credere che il debito “si rinnova”, non si restituisce. Il senso completo della frase è invece che il debito viene nel tempo eroso dall’inflazione e perciò sparisce. Non ci è stato spiegato dal Sistema Finanziario che l’inflazione è una sorta di tassa lineare che lima risparmi e compensi. Anche i Governi tendono a farci credere alla stessa favola; d’altra parte questa favola offre grande convenienza nel giustificare indebitamenti pericolosi per la libertà dei cittadini.

(**)  La libertà è la sintesi delle aspirazioni dell’uomo, dalla possibilità di realizzare una piccola aspirazione alla vita stessa.

God save the Queen! Quando basse tasse ed alti salari si dan la mano.

Nella eterna, quindi inconcludente, discussione sul “modello di sviluppo” che l’Italia deve assumere, irrompe la eterodossa esperienza inglese, che al grido di “alti salari, basse tasse, welfare ridotto” vede il governo inglese proseguire la tappa di avvicinamento a livelli di tassazione assai bassi: oggi la “corporate tax”, l’imposta sugli utili societari, è stata portata al 20%, ma nelle intenzioni dello Scacchiere di Londra potrebbe scendere al 15% entro il 2020 (avvicinandosi a quel 12,5% che la vicina Irlanda impone alle imprese che hanno sede nella repubblica irlandese). Livelli da sogno per le imprese italiane, che con simili aliquote confidiamo possano “fare miracoli”.

Questo “modello” sociale ha consentito evoluzioni importanti: PIL inglese in crescita del 2,4% nel 2014 e nel 2015 (previsione), disavanzo in calo al 3,7%, occupazione in trend positivo, tutti segni che il risanamento dei conti inglesi sembra avviato verso il successo.

Alcune soluzioni sembrano difficilmente trasferibili nel contesto italiano: tagli al “welfare”, con riduzioni su assegni familiari, assegni per l’abitazione, sussidi per gli studenti.

Invece, le modifiche apportate al mercato del lavoro sono significative e col segno “+”: il governo conservatore ha fissato il salario orario minimo, “living wage” in lingua locale (ma tutti lo comprendono), dei lavoratori di almeno 25 anni di età a 7,20 sterline orarie (era 6,50 sino ad ora), con ulteriore previsione di adeguamento a 9 sterline orarie entro il 2020: nelle intenzioni governative, la ridotta tassazione sugli utili aziendali dovrebbe consentire alle imprese di trasferirne parte dei benefici ai dipendenti sotto forma di aumento dei salari, accompagnato da una esenzione totale di imposta sui redditi sino a 11.000 sterline annue.

Mettere in diretta relazione, nelle intenzioni e quel che più conta nella pratica, la bassa tassazione sul reddito di impresa con la aspettativa “razionale” di un trasferimento di una quota di “rendita” dal “capitale” al “lavoro” ci sembra una ottima proposizione: in attesa di vedere la sua concreta applicazione, ne facciamo l’elogio, confidando che abbia successo, un grande successo, in Gran Bretagna: e che da questo successo nasca anche un “effetto imitazione” per il nostro legislatore.

God save the Queen!

La Corte ha deciso: Mettere a dieta il Leviatano

“Si scontrano due posizioni: La prima è quella di chi sostiene che le imprese pubbliche possono fare qualunque cosa purché non abbiano perdite e non siano sovvenzionate. La seconda è che le imprese pubbliche devono operare solo quando esistono forti motivi per pensare che imprese private non possano fare la stessa cosa.

Ci deve essere, in altre parole, un ‘fallimento del mercato”. Così scrive nel suo ultimo libro, parlando delle società con capitale pubblico, Carlo Cottarelli, ex commissario del governo alla spesa pubblica, ora felicemente ritornato al Fondo Monetario Internazionale. L’economista precisa che i confini del fallimento di mercato sono mobili: una volta si pensava che i privati non fossero in grado di garantire l’approvvigionamento del latte o la presenza di farmacie, oggi non è più così. E Cottarelli è fin troppo generoso, poiché nel corso degli anni si è scoperto che televisione, telecomunicazioni, trasporti, poste, energia, gas e persino la zecca di stato erano settori che potevano benissimo essere gestiti in concorrenza da operatori privati; che alcuni “monopoli naturali” non erano tali e che i presunti fallimenti del mercato molto più spesso erano causati del governo il quale, come minimo, aveva instaurato un cattivo sistema di regolamentazione. Insomma, benché in Italia larghi settori dell’economia siano ancora in mano pubblica e, grazie alla certosina opera di Cassa Depositi e Prestiti, il perimetro tenda addirittura ad allargarsi, in generale le giustificazioni teoriche e morali della proprietà statale delle imprese sono collassate e la classe politica si affida alla voce stonata di chi difende “strategicità” e “italianità” di certe aziende.

Questa consapevolezza non si è però diffusa fino al punto tale da dar vita ad un ripensamento più profondo di quale sia il ruolo dello Stato all’interno della società e dell’economia. In Italia non si verifica nulla di simile all’approccio adottato dal governo conservatore britannico il quale, avendo già ridotto la spesa pubblica al 40,8% del PIL (nel Belpaese è superiore al 50%), conta di portarla al 35 % nel prossimo quinquennio, vicina a livelli “americani”. Lo stesso Cottarelli ha sempre avanzato delle proposte molto più tese ad eliminare gli sprechi (cosa buona e giusta, per carità) che a limitare le funzioni attualmente svolte dalla mano pubblica.
A sorpresa, a porre il problema ci ha pensato la Corte dei Conti, la nostra magistratura contabile. Nella sua prolusione di presentazione del rendiconto generale dello Stato per il 2014, la relatrice Laterza ha ricordato prima di tutto alcune amare verità.
Infatti, nonostante il gran parlare di “tagli selvaggi” che si è fatto in questi anni, la realtà ci dice che negli ultimi anni la spesa pubblica si è appunto mantenuta al di sopra del 50% del PIL e il governo ha spremuto di tasse i contribuenti. Inoltre, nel quadriennio 2009-2014 il minore indebitamento (-34 miliardi) è risultato derivare da un aumento di entrate di 55 miliardi compensato da un incremento di 16 miliardi di spesa primaria e di 6 miliardi per gli interessi sul debito. E laddove sono crollati gli investimenti, sono schizzate le spese per le pensioni.
Insomma, i tradizionali strumenti di contenimento del deficit sembrano non funzionare e, in assenza di privatizzazioni, lo stock del debito pubblico continua ad aumentare. Ecco perché la Corte dei Conti ha osato pronunciare l’impronunciabile: “Il necessario contributo (alla crescita economica) ancora atteso dalla riduzione della spesa pubblica… non può eludere la scelta di fondo di porre limiti alla prestazione di alcuni servizi pubblici in una condizione di permanente squilibrio tra costi e ricavi”. Chiaro no? Lo Stato deve fare meno e, per non lasciare dubbi, i magistrati contabili, dopo aver ribadito le necessità di diminuire le tasse (“restituire capacità di spesa a famiglie e imprese”), sferrano il colpo finale “Un duraturo controllo della spesa pubblica può ormai difficilmente prescindere dalla questione del perimetro dell’intervento pubblico” il che comporta “riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici” sulla base di “una riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo”.
A memoria, nessun partito presente in Parlamento negli ultimi 40 anni (da quando cioè è esplosa la spesa) né alcuna istituzione ha pronunciato parole così chiare. Gli interessi costituiti e il calcolo elettorale sono freni quasi insuperabili ad un taglio graduale delle uscite e sempre più viene da sospettare che si debba ridurre il campo di gioco per liberare risorse da investire produttivamente: riformare completamente il sistema previdenziale, con una minima pensione garantita dallo Stato ed il resto affidato a fondi, certamente regolamentati e vigilati, che possano reinvestire nell’economia; pagare solo ai veramente meno abbienti le prestazioni sanitarie, lasciando spazio alle assicurazioni e alle mutue sanitarie, più adatte a controllare i costi; sbarazzarsi dell’equazione servizio pubblico = proprietà pubblica. Si tratta sicuramente di un “vaste programme” avrebbe ironicamente celiato De Gaulle. Tuttavia, le cure fatte di imposte e piccole sforbiciate finora non hanno funzionato e il nostro paese, che ha una classe imprenditoriale imbattibile nell’innovare e adattarsi, ristagna e va peggio di tutti gli altri. La Corte dei Conti ha reso un grande servizio, se lo si saprà cogliere: pensare l’impensabile è la maniera migliore per progredire.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola
Pubblicato su Repubblica

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

«Uno dei più grandi dibattiti del nostro tempo riguarda quanto del vostro denaro debba essere speso dallo Stato e quanto ne dobbiate conservare e spendere per la vostra famiglia.

Non dimentichiamoci mai questa verità fondamentale: lo Stato non ha altre fonti di denaro se non il denaro che la gente guadagna per proprio conto.

Se lo Stato intende spendere di più, lo può fare soltanto prendendo in prestito i vostri risparmi o tassandovi di più. E non è un buon modo di pensare ritenere che sarà qualcun altro a pagare, quel qualcun altro siete voi.

Il denaro pubblico non esiste, esiste soltanto il denaro dei contribuenti.

La prosperità non giungerà attraverso l’invenzione di sempre nuovi programmi di spesa pubblica, non diventerete più ricchi ordinando alla banca un nuovo libretto d’assegni.

Nessuna nazione è mai diventata più ricca tassando i suoi cittadini oltre la loro possibilità di pagare.

Noi abbiamo il dovere di assicurarci che ogni singolo penny che raccogliamo con le tasse sia speso saggiamente e bene».

 

Parole pronunciate il 14.10.1983 da un primo ministro (non italiano).

EuroGrecia, debito pubblico, manipolazioni monetarie e democrazia

Come molti prevedevano, Tzipras in primis, la negoziazione EU-Grecia continua indefinitivamente e porterà a dilazioni di pagamento ben oltre i limiti del razionale economico.

Lo spazio per una convergenza è angusto, quasi obbligato. I soldi dei cittadini europei sono sostanzialmente persi. Per gli Amministratori Pubblici EU si tratta ora di salvare la faccia con i propri cittadini.

Gli AP europei sono sotto pressione (forse) per la necessità di dimostrare ai cittadini europei che:

  • l’investimento sulla Grecia in EU non è stato sbagliato,
  • credono veramente che il debito pubblico vada restituito (sarebbe una novità)
  • intendono neutralizzare il ricatto umanitario agendo sui fattori dell’economia invece di brandeggiare la  brutale sospensione del sussidio allo stile di vita greco. La sproporzione rispetto al valore aggiunto del lavoro greco (economia reale) non giustifica le pene che deriverebbero dalla brutalità. Tzipras peraltro gioca tutto su questa irrealistica e machista brutalità, specialmente germanica.

Gli AP greci al contrario hanno una incivile, ma favorevole, posizione nella negoziazione. Simile a quella del racket dei semafori che fa lacrimosamente chiedere aiuto ai poveracci che forse ha provveduto a storpiare per lo scopo.

I sintomi sono preoccupanti e dimostrano che la Grecia non è un caso particolare dovuto solamente alle pessime caratteristiche civili e sociali dei greci e dei loro Amministratori Pubblici. I sintomi riguardano l’Europa:

  1. Il debito greco dovrebbe essere pagato, a condizioni correnti, in tempi talmente lunghi che in sostanza non si paga, ma si rinnova; con un certo piacere del sistema finanziario il cui core-business è il credito/debito. Il fenomeno greco non è affatto solitario in Europa. Solo una grande svalutazione di massa potrà ricondurre il debito entro limiti gestibili. Purtroppo l’esito sarebbe a vantaggio prevalente degli ultra-indebitati e a deja vu che fanno paura. L’inflazione è molto dannosa, ma non tanto quanto lo psico-machismo che allora l’ha prodotta.
  2. Per poter pagare il debito pubblico i cittadini greci dovrebbero produrre beni e servizi in volume sufficiente da fornire una base fiscale imponibile adeguata a sostenere la spesa pubblica e il peso finanziario del debito (restituzione del capitale e costi). Il PIL greco generato dall’economia reale è risibile rispetto al PIL generato dalla sproporzionata spesa pubblica che, come è noto, è solo un giroconto dalle tasche di uno alle tasche di un altro; cioè non produce alcun valore aggiunto. In sintesi la proporzione fra spesa dell’Amministrazione Pubblica, impegni finanziari ed economia reale è una piramide rovesciata che mai, in queste condizioni, consentirà ai greci di pagare alcunchè ai propri creditori. Al contrario il rischio è che la piramide rovesciata greca trascini tutta l’Europa in un buco nero finanziario crescente e irrecuperabile.
  3. Gli Amministratori Pubblici Europei si sono guardati bene dal soppesare il “rischio controparte” (il debitore è nelle condizioni di pagare?). Il sospetto è che le decisioni (di sussidiare oltremisura la Grecia) siano state prese dagli AP EU sulla base di accordi commerciali (one-to-one), utili ad alcuni Stati e non ad altri; fermo restando che i soldi prestati senza garanzie sono di tutti i cittadini EU. Il sistema motivazionale spinge gli AP, europei e locali, a prendersi un vantaggio immediato e scaricare i rischi sugli AP delle future tornate elettorali. E anche alle future generazione come oramai frequentemente accade nel presente, per le decisioni passate.
  4. Non pago il debito perchè affamerei i miei cittadini, purtroppo è una verità; di breve termine, ma una verità. L’attuale situazione di ricatto è il risultato della ben nota logica motivata dall’acquisto del consenso elettorale con i soldi dei cittadini. I greci non producono PIL da economia reale, ma pare che gli “educated” AP Europei non se ne siano accorti. Guardando al risultato immediato entro i loro orticelli, hanno finto di non vedere che sarebbero stati obbligati a continuare a pagare il ricattatore. O forse, hanno visto e non si sono proccupati (tanto pagano i cittadini).
  5. Lo schema greco si colloca in un contesto EU, e forse mondiale, di un perverso sistema motivazionale degli AP (crisi della democrazia):
    1. Il taglio della spesa pubblica produce un immediato taglio del PIL cioè dei redditi dei cittadini e, in via indiretta, delle imprese. Perché mai gli AP in carica dovrebbero suicidarsi politicamente tagliando la spesa pubblica corrente?
    2. Il taglio della spesa pubblica corrente aumenta lo spazio per gli investimenti. Questi, se bene organizzati e controllati, producono PIL da economia reale, ma solo dopo anni. Il che è un vantaggio solo per gli AP delle future tornate elettorali. Perché gli AP correnti dovrebbero sacrificarsi per il successo degli AP futuri?

Bastiat diceva che lo Stato è quella finzione secondo la quale tutti cercano di campare a spese degli altri. Purtroppo il sistema motivazionale degli AP, e sfortunatamente anche di molti cittadini, riflette proprio questa logica.

  1. Le dichiarate ragioni economico-politiche fondanti l’EU stanno nel principio: unire le forze in modo che
    1. gli Stati meno performanti migliorino più velocemente della media (diminuzione delle disparità)
    2. la prosperità complessiva aumenti.

La dura realtà è che l’EU si sta muovendo in direzione opposta.

Ad esempio negli ultimi anni il debito pubblico EU è esploso in piena contraddizione rispetto all’obiettivo di ridurre, o contenere, il debito pubblico di ciascuno Stato entro il 60% del PIL. È naturale che gli AP di ciascuno Stato trovino difficile ridurre il debito, anche solo diminuirne il tasso di crescita. Mentre è coerente, con le motivazioni politiche, aumentare la spesa pubblica verso una minore disparità fra Stati, peccato che il baricentro  punti non al 60% ma al massimo debito (fra il 100% e il 135%).

Gli AP hanno buon gioco politico nel giustificare l’aumento del debito pubblico con la crisi finanziaria perdurante. I fatti tuttavia smentiscono il ritornello politico che non regge. I fatti dicono che il debito pubblico è cresciuto, in percentuale e in volume, aumentando le già notevoli disparità iniziali fra i grandi Stati e i piccoli Stati. I grandi e i forti si sono guardati bene dal “tirare su” gli Stati deboli.

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Richiamiamo l’attenzione sull’inclinazione della crescita del debito e sulla scala dimensionale dei due grafici/gruppi. L’Irlanda è un’eccezione da approfondire.

Pare ovvio che una crescente distanza fra piccoli e grandi, forti e deboli, nord e sud, aumenti il rischio “crepa nella diga”.

È necessario e urgente che l’Europa chiarisca gli intenti concreti dei suoi singoli membri, che progetti un’Amministrazione unitaria che realmente aumenti la prosperità delle singole parti e di tutti (fare ricchi sé stessi e gli altri). Diversamente la corsa al debito pubblico, alle manipolazioni monetarie (svalutazioni sproporzionate), sbriciolerà quel poco e traballante messo in piedi di una possibile Europa.

Naturalmente salvare l’Europa ha senso solo se anche i cittadini credono che l’economia reale debba avere dimensione prevalente e proporzionata sull’economia di Stato (Amministrazione Pubblica) e sugli impegni finanziari (restituzione del debito). Per ora tutto indica il contrario: quasi tutti i grandi Stati Europei sembrano una grande Grecia destinata a campare “alla Bastiat” invece che sulla creazione di valore reale e diffuso.

La ruspa esattoriale

C’era una volta un limite al pignoramento dello stipendio o della pensione fissato per lasciare al debitore un margine di sopravvivenza. Il decreto “Salva Italia”(1.10.2012 del Governo Monti) ha imposto che le pensioni confluiscano direttamente ed automaticamente dall’Istituto di Previdenza su un conto corrente che il pensionato è costretto ad attivare. Così Equitalia ha il diritto, e lo esercita con spietata crudeltà, di effettuare il pignoramento non nei limiti di un quinto presso l’ente erogatore, ma dell’intero importo della pensione una volta che questa sia versata sul conto corrente.Un prelievo coatto che, sempre più spesso, viene esercitato in modo inversamente proporzionale all’ammontare della pensione. Infatti, ad essere perseguita con particolare rigore è l’evasione  realizzata da piccoli imprenditori, artigiani e pensionati in quanto si tratta di fasce con scarse possibilità di difendersi da eventuali “disguidi” che possono assumere carattere estorsivo e che non dispongono di stuoli di consulenti che ne tutelino le ragioni. Abbiamo, quindi, un’amministrazione, spietata con i deboli, diventa morbida con i forti. Uno Stato Robin Hood alla rovescia, ruba ai poveri per dare ai ricchi.  Equitalia, in caso di debiti di un pensionato con il fisco, pignora tutte le somme depositate sul conto corrente, la cui apertura è condizione sine qua non per vedersi accreditare la pensione, col pretesto che su quel conto potrebbero essere confluiti anche altre somme. In tal modo, blocca il conto corrente negando il diritto alla sussistenza garantito dalla Costituzione ai pensionati costringendoli a ricorrere al giudice per far sbloccare il conto. Come al solito, l’incapacità del legislatore demanda al giudice ordinario la soluzione del problema ma il danno è già fatto. Il blocco del conto lascia il suo titolare nell’impossibilità di affrontare le spese quotidiane, per il periodo che intercorre tra la notifica all’istituto dell’atto e l’udienza di dichiarazione avanti il giudice. Per stare tranquillo il pensionato deve, lo stesso giorno dell’accredito, ritirare dall’istituto l’intero importo della pensione. Si tratta di atti intimidatori di Equitalia che, avendo accesso a tutte le informazioni per accertare i redditi, le situazioni patrimoniali e per conoscere la provenienza degli accrediti e la consistenza del conto corrente, esercita in modo improprio le sue prerogative. Il suo accanirsi, quindi, è ancor più odioso perché esercitato sulle fasce deboli costretti a vivere i giorni della pensione come un incubo e sotto tortura.

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È vero: tagliare la spesa pubblica, taglia il PIL e perciò i redditi.

La frase “riduzione della spesa pubblica” funziona come la frase “apriti sesamo”; solo che invece di aprire la porta del tesoro, parte un risponditore automatico: “cattivone asociale, questo non si deve fare perché”:

  1. C’è il rischio che insieme alla spesa pubblica si taglino i servizi ai cittadini
  2.  A ogni taglio alla spesa corrisponde una riduzione del PIL.

Sul primo punto la banale osservazione è che tagliare gli sprechi e la corruzione è una decisione Read more