Francesco Griffo: una storia di standard, tecnologia, economia, conoscenza e libertà.

La damnatio memoriae colpì il nome di Francesco Griffo, l’uomo che letteralmente scrisse una parte fondamentale dell’arte della scrittura per la stampa. Quotidianamente sotto i nostri occhi scorrono file di caratteri che lui ha inventato e che sono all’origine della storia dei font.

Bene conosciamo la grandezza degli antichi romani nelle loro qualità maestre: l’ingegneria, la logistica, l’efficienza. Standarizzarono tutto: le unità di misura, lo “scartamento” delle strade e la larghezza dei carri, la scrittura, il diritto e con questo l’organizzazione sociale, la moneta, la lingua, l’idraulica, l’esercito, il fisco, il servizio postale e tanti altri standard ancora in uso che ci rendono la vita più facile.
Quando cadde l’Impero, trascinò con sè tutto il Mediterraneo. Oltre trecento anni di secoli bui dovettero trascorrere prima della riunificazione dell’Europa. Il baricentro questa volta fu Aachen (Aquisgrana, vicina a Maastricht). Proprio lì, il forse ancora analfabeta Carlo Magno decise che in ogni monastero europeo vi fosse una scuola per insegnare a leggere e a scrivere. Decretò anche la fine della babele grafica della scrittura; ordinò di progettare e diffondere il primo font standard europeo: la carolina, l’archetipo di tutti i caratteri stampati nelle lingue occidentali.
Ci vollero altri seicento anni di accumulazione di invenzioni per dare adeguata consistenza al substrato necessario all’esplosiva invenzione di Gutenberg: gli standard che consentivano la stampa.

Nei secoli oscuri del Medioevo qualche inventore, dotato di visone notturna, aveva reso la carta adatta alla stampa; era ancora molto costosa, ma evitava la macellazione di intere greggi di pecore per ogni singola copia di un libro. Nel contempo il millenario torchio divenne più forte, più piccolo e più preciso grazie all’utilizzo di molte componenti prodotte dalla metallurgia (perfezionata da altri che aguzzavano la vista nel buio di quei secoli). La metallurgia apportò anche la lega di metallo morbido adatto ai caratteri mobili. Eppure, forse perché allora non ci si vedeva tanto bene, l’idea di Gutenberg, e del suo dimenticato socio Fust, non appariva molto pratica. Agli uomini prudenti infatti sembrava che l’equipaggiamento per stampare, l’enorme lavoro per incidere i caratteri e tutto il resto avrebbe avuto un costo spropositato, non inferiore a quello del minuzioso lavoro dei monaci amanuensi sulla pergamena.

Era proprio un problema di vista, gli uomini prudenti non avevano notato l’impennata di domanda di un certo libro. Da meno di trent’anni infatti la rivoluzione protestante aveva scardinato il controllo dell’élite sulle poche costosissime Bibbie per giunta scritte in una lingua sconosciuta ai più. Fino ad allora il testo fondante della religione dei popoli europei era stato, senza l’aiuto degli intermediari, inaccessibile; dopo la liberazione di Wittenberg (e la disintermediazione), i singoli europei potevano leggere la Bibbia nella loro lingua preferita, e perfino tenerne una copia in casa. L’acume imprenditoriale di Gutenberg e Fust mise a fuoco l’enormità quantitativa della domanda.

La loro rivoluzione stava nell’avere messo insieme varie tecnologie da utilizzare con l’arte nella quale erano entrambi esperti: l’incisione orafa. Tutto era disponibile e pronto per l’esplosione. Mancava giusto la rottura di quel sottile diaframma che separava l’idea dalla realtà concreta. Era un diaframma di dubbi, di incertezze il cui superamento richiedeva coraggio e un po’ di follia. (Ac)cadde nel 1455.

Ogni rivoluzione mirata a riorganizzare la società in tempi brevi, porta con sé fenomeni distruttivi. In quei decenni l’Europa fu attraversata da feroci rivolte e guerre politico-religiose. Pochi anni dopo le prime stampe, anche Gutenberg ebbe la sua tipografia distrutta.

Nel frattempo la mercantile Serenissima Repubblica Veneziana, patria di straordinarie libertà sociali, religiose e politiche, si trovava al centro di mille pacifiche rivoluzioni economiche. Bisanzio cadeva con la lentezza dovuta alla vastità del suo patrimonio; era così grande che ci voleva molto tempo per spenderlo tutto. Forse questo ci ricorda qualcosa a proposito del nostro Paese, ma è un’altra storia. All’epoca Venezia era la prima beneficiaria della debolezza di Bisanzio. Altra ricchezza le derivava, già prima del Mille, dal noleggio delle flotte militari e commerciali per i traffici sud-nord. Talvolta partecipava essa stessa alle “rapine” (es. la crociata del 1209 dalla quale derivano i famosi cavalli di bronzo, le colonne, i tetrarchi, il paliotto di San Marco e molto molto altro).

Più o meno all’epoca di Gutenberg, il cardinale greco-ortodosso e cattolico (sic!) Bessarione (cittadino onorario di Venezia) aveva lasciato in eredità a Venezia la sua immensa biblioteca personale che fu il fondo all’origine della biblioteca marciana tutt’oggi visitabile in Piazza San Marco. Le culture Bizantina, Italiana dell’antichità, Musulmana, Europea si incrociavano nei porti della Serenissima depositandovi ad ogni passaggio non poca ricchezza monetaria, ma specialmente un’immensità di ricchezze culturali diverse, grazie alla straordinaria libertà e tolleranza di cui godevano i suoi cittadini. Per esempio, l’inquisizione papalina non poteva esercitare alcun potere nel territorio veneziano; i veneziani erano orgogliosi difensori dell’indipendenza da Roma del loro Patriarca di Aquileia, un pari del Papa come ora lo è Alessio II. Esiste presso che un unico caso di interferenza papalina su Venezia, quando il Papa riuscì a farsi consegnare Giordano Bruno.

Gli sconvolgimenti europei aggiunsero a Venezia un’altra sorgente alimentante il suo floridissimo mercato: tutti coloro che volevano stampare libri proibiti in patria, potevano farlo a Venezia; anche Erasmo da Rotterdam stampò a Venezia. In quegl’anni di favorevolissimo humus, Aldo Manuzio frequentava l’amico Pico della Mirandola e altri dotti italiani e mediterranei. Manuzio, che era un imprenditore colto ed efficace, si era scelto un motto molto veneziano: festine lente; che tradotto in italiano significa: affrettati lentamente, ma il concetto è anche più efficacemente reso dall’espressione veneziana: avanti pian, quasi indrio. Principio che Manuzio applica con perseverante prudenza per esempio quando si mette in società con Nicolas Jenson, maestro della Zecca di Tours che aveva studiato la tecnologia dei caratteri mobili per conto del Re di Francia e aveva scelto Venezia per impiantarvi la prima tipografia fuori dei confini germanici. Manuzio si era preoccupato di coinvolgere nella società la famiglia dei dogi Barbarigo, un appoggio che in materia di cultura e annessi rischi pesava non poco. In somma, il minimo investimento, il minimo rischio, inizialmente più per passione che per denaro ma tutt’altro che privi di intento imprenditoriale. Con l’enormità di materiale editoriale proveniente dal mediterraneo e ora anche dall’Europa, in breve tempo Manuzio portò via la leadership tedesca sulla nuova tecnologia. Fu l’ultima volta che accadde? Anche questa è un’altra storia.
Ancora una volta un uomo seppe vedere cose che altri non avevano visto; Manuzio individuò e combinò sapientemente molti fattori; non ultimo la qualità della stampa che non dipendeva solamente dai macchinari, dalla carta e dai testi da pubblicare. Dipendeva anche dall’efficienza del sistema (prezzi bassi che allargavano il mercato) e dall’arte del pubblicare (capitale di conoscenza e inventori). Come abbiamo visto, molti avevano contribuito a fornire i singoli tasselli del puzzle. Gli incisori dei caratteri e delle figure furono il collante estetico ed efficienziale del sistema di stampa.
Le nebbie della damnatio memoriae hanno nascosto a lungo i meriti di Francesco Griffo, grande incisore bolognese che riordinò e rese standard molti aspetti della stampa. Uniformò la punteggiatura fornendo così un’interpretazione facilitata delle frasi più complesse. L’interpunzione consentiva infatti di pre-sezionare le frasi, qualificare e contornare ciascun concetto. Griffo, e Manuzio, sentivano la necessità di venire incontro al cittadino-lettore dal quale non esigevano la dotta erudizione degli intellettuali. La più grande invenzione di Griffo tuttavia fu il corsivo (letra grifa, oggi internazionalmente chiamato italic) che non solo era bello, ma anche accorciava sensibilmente la lunghezza delle righe; in altri termini rese possibile ridurre il costo e la dimensione dei libri; un efficientamento che riduce i prezzi e le difficoltà d’uso. Francesco Griffo inventò inoltre una moltitudine di bei font che troviamo nei nostri computer chiamati con nomi moderni come ad esempio il Garamond.
Francesco Griffo purtroppo restò impicciato in vicende personali che agli occhi dell’etica contemporanea sarebbero probabilmente accettabili, ma all’epoca gli costarono la morte per impiccagione e la conseguente damnatio memoriae. Solo Manuzio è rimasto nella memoria collettiva e viene ricordato come l’unico campione stampatore del mondo occidentale.

Molti sono gli insegnamenti che la Storia lascia intrecciati in questa narrazione; elencarli richiede senz’altro molto più del tempo e dello spazio dedicato a questo post. Ciascuno però può distillare quanto vede e immagina dalle parole e fra le righe.

Il “bene comune” denaro e la relatività

Il denaro non è un “bene comune”. Il denaro, più precisamente una specifica valuta, è di proprietà del sistema bancario che la adotta.

La principale fonte di reddito del sistema bancario è l’affitto del denaro. La massa monetaria affittata viene chiamata con due termini diversi a seconda del punto di vista (relatività):

  1. “credito” se osservata dal punto di vista di chi presta il denaro
  2. “debito” se osservata dal punto di vista di chi si indebita o “prende a prestito”.

I ricavi del sistema bancario sostanzialmente dipendono dalla dimensione:

  1. del tasso di interesse (affitto)
  2. della massa monetaria “affittata”.

Il sistema bancario aumenta la massa monetaria concedendo più credito; e viceversa. L’aumento della massa monetaria:

  • oltre la soglia della domanda di credito, diminuisce il valore della moneta
  • inferiore alla soglia della domanda di credito, aumenta il valore della moneta.

In questo caso si usano due parole diverse (inflazione e deflazione) a seconda del punto di osservazione (relatività); semplificando:

  • deflazione: il valore della valuta sale quando il prezzo dei manufatti scende
  • inflazione: il valore della valuta scende quando il prezzo dei manufatti sale.

Per ovvii motivi, il sistema bancario tende a preferire l’aumento della massa monetaria e dell’inflazione. I cittadini-consumatori preferiscono invece la diminuzione dei prezzi dei manufatti (prezzi dei consumi) e un  valore costante della valuta (valore dei compensi e dei risparmi). Le imprese hanno un punto di vista ancora diverso che possiamo approfondire altrove.

Conclusioni:

  • la “relatività dei punti di osservazione”, e l’uso ambiguo di parole apparentemente uguali parole (polisemia), rende complicato per i cittadini comprendere le logiche del sistema bancario/finanziario
  • tutti i cittadini sono contemporaneamente consumatori, produttori e finanziari; questa condizione li pone in schizofrenico conflitto di interesse con sè stessi a seconda del cappello che indossano in ogni specifico momento (per esempio: vogliono tassi alti (rendimenti alti) quando depositano (affittano) alle banche i loro risparmi, ma vogliono tassi bassi o nulli quando contraggono un debito/mutuo). Questo e il punto precedente sono spesso ampio terreno per l’inganno
  • in ogni caso, il denaro non è un bene comune, ma è di proprietà del sistema bancario che lo crea, lo distrugge e ne cambia il valore alla (sua) bisogna.

The tragedy of the commons – Lo scempio dei beni comuni

Non si sa cosa veramente siano i “beni comuni” se non che sono al centro di elucubrazioni astratte “perfette”, disturbate solamente dai deboli segnali che provengono dalla realtà.

Sui beni comuni pesa la malagestione che paradossalmente discende dall’idea (“moralmente buona”) che un “bene comune” debba essere gestito da un vertice più efficace ed equo dei cittadini o delle loro associazioni.

I beni diventano “comuni” con lo scopo di essere negligentemente abbandonati nelle mani di “tutti”, cioè di nessuno. Un atto di fuga e di irresponsabilità sfruttato da opachi portatori di interessi oscuri.

I beni comuni sono al centro del conflitto fra il potere centralizzato e il potere (democraticamente) distribuito.

Lo spreco e lo sfruttamento dei beni comuni in nome del bene comune: ecco la tragedia perfetta dei beni comuni.

I Beni Comuni oltre i Luoghi Comuni

L’ideologia dei beni comuni è entrata ormai nel linguaggio accademico, politico e culturale. Intorno ad essa sono nati e cresciuti movimenti, associazioni, iniziative che si propongono di diffonderla tra la società civile e di mettere in atto pratiche ad essa ispirate, vedendovi la premessa per lo svilupparsi di rapporti sociali basati sulla condivisione, sulla solidarietà e su forme partecipate di democrazia.
Ma cosa sono i beni comuni? E in cosa si distinguono dagli altri modi di gestire i beni? Cos’ha di diverso e cosa implica una forma di solidarietà basata sul benicomunismo, rispetto alle altre forme di coordinamento sociale?
Venerdì 4 Marzo ne parliamo a Salerno presso l’Arco Catalano in via dei Mercanti 67, con Carlo Lottieri (Istituto Bruno Leoni) e Luigi Caramiello (Università Federico II di Napoli) introdotti e moderati da Antonluca Cuoco (collaboratore di Il Denaro & Strade OnLine).
La nozione di beni comuni che viene solitamente proposta manca di basi solide e coerenti ed offre contributi assai modesti alla comprensione sia dei molteplici intrecci che legano la sfera privata a quella comune.
L’ideologia dei beni comuni, accompagnata alle confuse e variegate iniziative nate intorno ad essa, si rivela come il tentativo di dare una veste seducentemente nuova a idee vecchie e a modelli assai poco originali di intervento pubblico.
L’analisi critica si estende a una serie di casi concreti di grande attualità come quelli del cibo, dell’acqua, del suolo, della città, dell’ambiente, delle conoscenze, dei beni culturali e delle comunicazioni.

Liberiamo i beni culturali. Intervista a Nannipieri. Fatti e proposte.

L’Italia ha un patrimonio artistico record: 5mila tra musei, monumenti e aree archeologiche, con 49 siti Unesco. Un dato esemplificativo che viene dal Sud offre però, ancora oggi, una amarissima riflessione: nel 1997 visitarono la Reggia di Caserta 1,1 milioni di persone, nel 2013 meno della metà: 531mila.La cultura non è, infatti, né un obbligo né un diritto, ma un desiderio. Nessun museo, biblioteca o cattedrale può veramente essere preservato, senza che siano le persone – con le comunità di cui fanno parte – a volerlo. Analizzando l’attuale gestione statale dei beni artistici e culturali, e l’indice di affezione e disaffezione presente, è oggi straordinariamente necessario riflettere sull’importanza della libertà di azione, di gestione e di cooperazione dei cittadinisenza che vi sia un ente superiore che ne orienti le scelte. Il senso ultimo dell’arte non è solo un belvedere, ma piuttosto un sentire partecipato: se abbiamo consapevolezza di ciò tocca a noi persone e comunità, dimostrarlo. Purtroppo le scelte dei decisori politici continuano a preferire ricette già fallite, i cui costi si rivelano “amabilmente” scaricati sulla collettività: stanziare aiuti a fondo perduto ad enti in stato di emergenza. Garantire, ad esempio, altrifinanziamenti a Pompei significa non voler capire il problema: Pompei, la Reggia di Caserta, Siti museali vari, non hanno bisogno semplicemente di altri soldi ma di capacità di reperirli e spenderli efficacemente. Hanno necessità che si costituisca attorno ad essi istituzioni autonome e indipendenti, non al guinzaglio del Ministero, che ne gestiscano le attività, reperendone i fondi e, con cittadini e amministrazioni locali, possano liberamente sviluppare progetti e iniziative. Se la gestione funzionerà, avranno quindi successo e proseguiranno a creare valore aggiunto, altrimenti toccherà cambiare, sempre puntando allaefficienza e valorizzazione dei beni, cogliendo i segnali dal mercato e non da leggi e regolamenti. La politica perderebbe così la possibilità di effettuarenomine clientelari e di orientare la scelta dei manager e tutto ciò andrebbe a beneficio del cittadino: utente e contribuente. Va peraltro chiarito che il ruolo del pubblico, nel settore della cultura, resta importante. Il pubblico deve controllare infatti che i gestori a cui è affidata la gestione del proprio patrimonio culturale rispettino le regole. E’ però soltanto scegliendo di dare autonomia di spesa e progettualità agli enti culturali che si incentivano soluzioni virtuose e redditizie, stimolando anche offerte innovative. Le ciambelle di salvataggio per i siti in difficoltà – come tutti i provvedimenti che ampliano l’azzardo morale – non risolvono i problemi, anzi li inaspriscono nel tempo, recando danni enormi al nostro patrimonio artistico. La cronaca recente continua a rappresentarci una drammatica situazione di degrado e perdita di opportunità: ne è un esempio la mancata apertura del sito di Pompei a capodanno, pare lasciando 2.000 turisti fuori dai cancelli (tra l’altro nel giorno in cui l’85% dei vigili urbani di Roma andava al lavoro per motivi di salute).A Pompei fa più danno lo Stato che il Vesuvio, con questa sottocultura assistenzialista e sindacatocratica che continua a colpire letalmente il “Belpaese”. Johann Wolfgang Goethe, durante il suo secondo viaggio in Italia nel 1829, scriveva: “L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero. C’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, dell’altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.” Luca Nannipieri è un saggista e scrittore che si occupa di arte e beni culturali, studiando soluzioni innovative per poterli valorizzare e con lui condividiamo alcune riflessioni sullo stato attuale del settore in Italia e delle possibili aree di miglioramento.

Di tutto il Patrimonio archeologico-artistico del nostro Paese, d’inestimabile valore, una buona parte spesso versa in condizioni di degrado ed abbandono mentre avrebbe bisogno di essere riscoperto, valorizzato e restituito alla fruizione di tutti. Perché non accade ciò?

In Italia, come in altri paesi europei, sta avvenendo una crescita bulimica dei musei e dei luoghi musealizzati: tra il 1900 e il 1950 sono stati aperti 250 musei, tra il 1950 e il 2000 sono stati inaugurati 2600 musei, ovvero più di 10 volte tanti, e dal 2000 al 2006 sono stati creati 1182 musei. Ovvero in soli 6 anni sono nati 4 volte la quantità di musei aperti nella prima metà del Novecento. A questi numeri si aggiungono 46.025 beni architettonici, 5.600 siti archeologici, 8.500 borghi storici. A fronte di questo, le leggi vigenti (il Codice dei Beni culturali) non lasciano spazi agevoli per la libera iniziativa di associazioni, comitati, aziende, consorzi, cooperative, fondazioni, che potrebbero generare indotto, lavoro, occupazione, ricerca attorno a questo patrimonio. La conseguenza è la depressione di molti siti culturali ad aree di abbandono e degrado. Si inaugurano, ma poi non si hanno gli strumenti normativi per renderli luoghi vivi, propulsori di interessi, progetti, profitti, sperimentazioni.

Tra le idee per render vivi i siti museali e le bellezze italiane – uniche al mondo – quali esempi suggeriresti e quali casi di successo conosci? Riusciremo a trasformare i luoghi in nostri luoghi, e le rovine in spazi di entusiasta e libera conoscenza?

La mia proposta di legge che sta al Senato corre su questi binari: rendere i siti culturali degli enti autonomi e indipendenti, la cui gestione è affidata a società o associazioni non pubbliche, con la precisa clausola che ricevano soldi pubblici in proporzione a quanto trovano individualmente. Così si premia una gestione virtuosa e sperimentale, che cerca di coinvolgere cittadini, turisti e sponsor. Inoltre, occorre attenuare molti degli attuali divieti e vincoli che deprimono ad oggi le azioni propositive sui siti stessi e che consegnano un potere di interdizione e di decisione extra ordinario alla Soprintendenza.

Casi positivi?

Sono pochi: dal Lucca Center of Contemporary Art alla Domus romana sempre in lucchesia, dal Museo Cappella Sansevero a Napoli alla Fondazione Musei Civici di Venezia. Sono tutti accomunati dal fatto che sono esperienze o private o miste, pubblico/private.

Un tuo libro ha per titolo “Libertà di cultura” ma è il sottotitolo quello che meglio ispira all’azione: “meno stato e più comunità per arte e ricerca”. Come agire?

Lo Stato crea inevitabilmente una meccanica verticistica del potere, che accentra le decisioni e moltiplica l’apparato burocratico. Il risultato è che su Pompei non si sa mai di chi sia la colpa: ogni decisione si perde in un labirinto di cariche, ruoli, autorità che confliggono tra loro e creano paralisi. Vogliamo svoltare? Trasformiamo Pompei, come gli altri numerosi siti culturali, in strutture autonome dal Ministero, a bilancio interno, con un consiglio di gestione che ruota quinquennalmente, a seconda dei risultati qualitativi e quantitativi ottenuti. Il sito di Ercolano con la fondazione Packard e quello di Stabiae con la fondazione RAS (Restoring Ancient Stabiae) sono molto più attivi della ministeriale gestione di Pompei.

Sembra esser opinione diffusa che solo lo Stato possa gestire i beni culturali. Cosa accade in altri paesi occidentali?

Ogni paese ha una tradizione e una legislazione diverse: la Francia ha una giurisdizione improntata ad una presenza dello Stato-Nazione molto marcata, messa in atto da un robusto Ministère de la Culture et de la communication e dal filiale Institut national du patrimoine (INP), che centralizzano la tutela e la valorizzazione del patrimonio. Al lato opposto, con un’opposta visione, vi è la Svizzera, con una conservazione e gestione delle evidenze monumentali e paesaggistiche molto cantoniera, molto decentralizzata.

E’ possibile rileggere la millenaria storia del patrimonio storico-artistico come una lenta e progressiva affermazione del concetto di persona e delle sue capacità uniche ed irripetibili?

Per secoli gli artigiani e le loro maestranze che facevano le cattedrali, i bassorilievi, le sculture, gli affreschi, i codici miniati, lavoravano da anonimi. Poi, sedimentazione dopo sedimentazione, iniziano a firmarsi dall’XI-XII secolo (in Italia, ad esempio, gli scultori Biduino, Wiligelmo, maestro Nicolò o l’architetto Diotisalvi), iniziano cioè ad affermare che la persona conta, che è insopprimibile, che il loro lavoro dovesse avere una paternità riconosciuta. La storia liberale ha un suo capitolo decisivo proprio in questi artisti-artigiani che, nell’atto della loro firma, rivendicano l’inviolabilità del loro essere creatori e del loro essere individui.

Il tuo progetto di riforma per la valorizzazione dei beni artistici e storici prevede un cambiamento della Costituzione e delle leggi, l’abolizione delle Soprintendenze e degli Istituti centrali: in che modo dovrà esser correttamente implementato? Il bando internazionale per la direzione dei principali musei italiani in che direzione va?

La Costituzione deve essere modificata nei suoi articoli 9 e 117 affinché si arrivi ad un superamento radicale dell’attuale sistema di tutela. Le soprintendenze andranno pian piano soppresse per far nascere una tutela bricolage che nasce dai territori e che organicamente ad essi si definisce. Ad una tutela censoria, comandata dall’alto, dovrà pian piano sostituirsi una tutela e una vita effettiva dei musei e dei siti culturali che germinano in stretto rapporto con le libere insorgenze delle persone. Il bando per la direzione dei maggiori musei pubblici italiani, voluto dal ministro Franceschini, è stato purtroppo impostato assai male: quale personalità dal profilo internazionale lascerebbe i suoi incarichi in aziende,  holding,  banche,  fondazioni,  gruppi  editoriali,  per  un  lavoro  che  frutta  quanto  quello  di  un commercialista medio di provincia? Davvero possiamo pensare che un dirigente di Amazon, un responsabile della  National  Geographic,  o  i  vari  dirigenti del  Louvre,  lascino i  loro incarichi  per  prenderne uno malpagato? Il criterio opportuno sarebbe stato quello di uno stipendio graduato in base ai risultati ottenuti, secondo parametri preventivi decisi concordemente.

Coi tuoi reportage hai posto l’attenzione sul tema del contrabbando illegale di opere d’arte, proveniente dai saccheggi dei siti archeologici e musei del Medio Oriente e dell’Africa sahariana e mediterranea, ad opera degli integralisti islamici, per finanziarsi. Quando è grave la situazione e quali sono gli interlocutori possibili per non vedere scomparire una tale quantità di ricchezza?

I paesi in cui avviene questa distruzione delle testimonianze preislamiche o giudicate offensive verso Maometto sono finora Iraq, Siria, Libia, Mali, Libano, Egitto, Indonesia, Nigeria, Niger, Cisgiordania, Striscia di Gaza, Afghanistan, Pakistan, India, ma può allargarsi a molti altri Stati dallo Yemen all’Uzbekistan, dall’Azerbaijan all’Arabia Saudita o alla Somalia. Abbattimenti e cariche di esplosivo sono avvenute anche in Algeria, Tunisia, Kurdistan. Il saccheggio delle opere d’arte finisce nel mercato nero, con un giro d’affari che arriva a 2 miliardi di euro. E’ dunque una risorsa finanziaria importante per i diversi gruppi di fondamentalisti islamici, al pari della droga o dei rapimenti. Gli interlocutori inevitabilmente saranno quegli Stati, siano essi anche con basso o modesto tasso di democrazia, come la Giordania o la Turchia, nei quali i gruppi musulmani più integralisti sono però contenuti. Le guerre si scongiurano anche trattando con i più malleabili dei nostri nemici.

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Antonluca Cuoco Salernitano, nato nel 1978, laureato nel 2003 in Economia Aziendale, cresciuto tra Etiopia, Svizzera e Regno Unito. Dal 1990 vive in Italia: è un “terrone 3.0”. Si occupa di marketing e comunicazione nel mondo dell’elettronica di consumo tra Italia e Spagna. Pensa che il declino del nostro paese si arresterà solo se cominceremo finalmente a premiare merito, concorrenza e legalità, al di là di inutili, quando non dannose, ideologie. Twitter @antonluca_cuoco

De Ruggeri, Sindaco di Matera, sarà all’evento: Rianimare Ginosa. Rianimare l’Italia.

Comunicato Stampa

LA CULTURA NON E’ NE’ UN OBBLIGO NE’ UN DIRITTO MA UN DESIDERIO
Rianimare Ginosa. Rianimare l’Italia.
Teatro Alcanices, Ginosa. 20 dicembre 2015

Nessun museo, biblioteca o cattedrale può veramente essere preservato, senza che siano le persone – con le comunità di cui fanno parte – a volerlo.
Non compaiono quasi mai in televisione, non hanno voce sui grandi giornali eppure chi ha occhi per vedere li può scoprire ogni giorno: attorno a quella piccola chiesa, a quella scuola, a quella statua, a quell’archivio impolverato e mal custodito. Eccola l’Italia da rianimare e salvare. l’Italia delle persone che, unendosi, se ne prendono cura.
Il 20 dicembre alle 18.00 c/o il Teatro Alcanices di Ginosa (Ta) si terrà l’incontro, promosso dalla associazione nazionale Italia Aperta, dal titolo “La Cultura non è né un obbligo né un diritto ma un desiderio” che sarà l’occasione per discutere anche della città di Ginosa e della sua gravina, purtroppo in stato di abbandono.
Il peso dello Stato deve pian piano regredire e permettere che le comunità si riapproprino dei loro patrimoni e territori e trasformino le loro culture come meglio credono, senza che vi sia un supervisore superiore che ne orienti le scelte con divieti o appoggi.
Ne dibatteranno ospiti nazionali e locali –che operano sul mercato globale – come: Luca Nannipieri (saggista ed esperto di beni culturali, opinionista su Panorama e il Giornale oltre che conduttore della rubrica “SOS Patrimonio artistico” su RaiUno, al Caffè di UnoMattina); Angelo Inglese (imprenditore ginosino); Gianluca De Martino (giornalista freelance e membro della ass.ne Pompei2033); Sergio Ragone (giornalista Linkiesta e Huffington Post) moderati da Antonluca Cuoco (direttore marketing e membro della ass.ne Italia Aperta), Margareta Berg (Imprenditrice).

La Ginosa da salvare e valorizzare, come l’Italia ricca di bellezze uniche, è la Ginosa delle persone che, unendosi, se ne prendono cura.
Se si vogliono recuperare le abitazioni cavernicole e le chiese rupestri in totale abbandono a Ginosa, così come i tanti siti abbandonati in tutta la penisola italica, occorre che chi ci vive si impegni in prima persona e smetta di attendere salvifici interventi dall’alto.
Ci ricordiamo Matera negli anni ’60: chi avrebbe detto allora che sarebbe diventata capitale della cultura in Europa nel 2019. Come immaginare Ginosa nel 2029? E la Puglia intera? Ed il Sud tutto? Rianimare Ginosa è anche una metafora per Rianimare l’Italia.
L’Italia che vorremmo è un paese che oggi non esiste, un paese che non c’è. Italia Aperta, non è solo una associazione ma anche un ambizioso strumento di aggregazione e di condivisione che, grazie al senso civico e la competenza dei suoi aderenti, mette a nudo irregolarità, asimmetrie, contraddizioni e logiche distorte che ostacolano il libero mercato, la concorrenza, il merito e la trasparenza.

Voi AP eletti passate – Noi AP cooptati manebimus optime

Pubblichiamo volentieri questo stralcio del discorso del Prof Fausto Capelli (Università di Parma) particolarmente affine allo spirito di ItaliAperta. Una sintetica connessione fra comportamenti, partecipazione associativa dei cittadini e i loro vischiosi “frenatori”: i marioli di sistema. Buona lettura.

Chi trascura gli interessi della generalità dei cittadini
Comincerei,  quindi,  con  un’illuminante  definizione  della  “politica” contenuta in un celebre aforisma di  Paul Valéry, che si attaglia perfettamente al nostro tema: «La politica è l’arte di impedire ai cittadini di occuparsi delle cose che li riguardano». La verità di questa massima è immediatamente percepita dagli italiani che hanno avuto modo di sperimentare, nel corso degli ultimi cento anni, alcune delle forme più deleterie di organizzazione politica: da quella fondata  sulla  dittatura  del  partito unico di  stampo fascista,  a  quella  fondata sulla dittatura di tutti i partiti fra loro coalizzati nella difesa dei propri interessi contro gli interessi della generalità dei cittadini.

1.  POLITICI
Chi entra in politica in Italia e fa politica di professione, finisce per interessarsi alla soluzione dei suoi problemi e di quelli del proprio gruppo, non di quelli della generalità dei cittadini. Anche la persona più disinteressata, che intende far politica di mestiere, è in effetti inesorabilmente condotta ad intrecciare  i  propri interessi privati a quelli pubblici con i quali entra in rapporto. La  conseguenza,  facilmente  prevedibile, è  stata magistralmente descritta dal filosofo americano John Dewey in un suo saggio del 1927: « Coloro che si occupano di politica non smettono di essere uomini; hanno interessi  personali e interessi  di  gruppo da servire: quelli  della  famiglia, della cerchia e della classe alle quali essi appartengono». (1) La massima di John Dewey vale sotto tutte le latitudini, ma gli effetti in essa descritti sono ancor più funesti in Italia che altrove, a causa dell’impatto che la notorietà esercita sui nostri uomini politici.
a.  La notorietà
L’impatto  più  deleterio esercitato dalla  notorietà sull’uomo  politico, anche quando sia sprovvisto di potere effettivo, si riconosce nel fatto che gli trasforma la vita in una commedia, con la conseguenza che, come ricorda Ennio  Flaiano, anche  una  persona fondamentalmente onesta, entrando in politica, diventa  un commediante. Chi  possiede  un  minimo di capacità di introspezione psicologica, non fa fatica a trovare sistematiche conferme di tale verità in una serie infinita di esempi. Se  all’inconveniente appena segnalato,  che  riguarda  la  quasi  totalità degli uomini politici italiani, si aggiunge lo scarso livello di preparazione culturale che caratterizza buona parte di essi, si comprende come la categoria dei nostri uomini politici non sia portata a tutelare gli interessi della generalità dei cittadini, segnatamente nei settori nei quali tali interessi si manifestano, con maggior frequenza, nella loro forma più viva e sentita.
b.  L’arroganza del potere
Se poi alle conseguenze funeste della notorietà si accompagnano quelle dell’arroganza connessa all’esercizio del potere che consente di mettere le mani sul pubblico denaro, è fatale che la situazione ulteriormente si deteriori (2). Agli  uomini  politici  che  esercitano  il  potere  come  legislatori  ed amministratori pubblici, Federico Bastiat  ha dedicato una massima micidiale che aiuta a capire che cosa avviene generalmente in Italia quando si arriva a maneggiare il pubblico denaro: «Quando il comprare e il vendere dipendono dalle leggi, i primi ad essere comprati e venduti sono i legislatori».

2.  BUROCRATI
Strettamente connessa e funzionalmente collegata a quella degli uomini politici, opera in Italia un’altra categoria di soggetti ugualmente restìa ad impegnarsi nella tutela degli interessi della generalità dei cittadini. Si tratta della categoria dei burocrati, che in Italia si distingue per aver offerto agli umoristi molte  più  occasioni  di  formulare  arguti e taglienti aforismi sui loro difetti e sulle loro carenze di quante probabilmente siano state offerte agli umoristi di tutti gli altri Paesi.
a.  I giudizi sulla burocrazia
La più feroce e massacrante battuta contro i burocrati italiani  è sicuramente  questa, coniata da Mino  Maccari: «Nella  Pubblica amministrazione se  scoprono che  sei  onesto, sei  fottuto!».  Ad  essa  fa  seguito  una sconsolata ammissione dello stesso  Mino Maccari: «L’unica cosa di progressivo che funziona nel sistema pubblico italiano, è la paralisi». A tali battute funge quindi giustamente da coronamento l’amaro consiglio di Ennio Flaiano: «Se hai un problema che può essere risolto soltanto dalla burocrazia, ti conviene cambiare problema».
b.  Gli effetti della burocrazia
In  realtà, quasi tutti i cittadini italiani hanno avuto modo di acquisire esperienze tali da poter testimoniare, fatte salve ovviamente le straordinarie eccezioni che sempre sorprendono chi riesce ad incontrarle, quale sia, di regola, il grado di inefficienza e di inefficacia delle prestazioni della nostra burocrazia, a tutti i livelli, quando deve impegnarsi in attività di tutela degli interessi della generalità dei cittadini.

3.  ORGANISMI SINDACALI E CORPORATIVI
Infine, la terza categoria di soggetti cui occorre far riferimento, è quella degli organismi sindacali e corporativi. Si tratta di organismi che perseguono il precipuo obiettivo di tutelare gli interessi dei propri associati ricorrendo all’utilizzo di tutti gli strumenti legalmente consentiti.
a.  I difetti
A differenza, quindi, delle prime due categorie, che dovrebbero prendersi  cura  degli  interessi  della  generalità  dei  cittadini  e  non  lo  fanno,  la terza categoria deve curare gli interessi dei propri associati e lo fa, senza infingimenti, anche  contro  gli  interessi  della  generalità  dei  cittadini. Ciò che caratterizza questa categoria è la fissità nel tempo, dovendo perdurare salda nei suoi principi e nei suoi fondamenti: se cambia, teme di sgretolarsi, perdendo potere.
b.  Le critiche
Per questa categoria, e per i membri degli organismi sindacali e corporativi che essa comprende, può  valere  pertanto la  massima  dedicata  da Winston  Churchill  ai faziosi: «Non possono cambiare idea e non intendono cambiare argomento».

4.  CONCLUSIONI
Le tre categorie sopra menzionate (dei politici, intesi anche come rappresentanti pubblici istituzionali, dei burocrati, nonché dei sindacati e delle corporazioni), sono quelle che generalmente detengono il potere e sono legittimate ad esercitarlo in quattro importanti settori nei quali  appare rilevante l’interesse pubblico che concerne la generalità dei cittadini. Si tratta dei  settori  che  riguardano:  (1)  la  tutela  dei  beni  culturali,  (2)  la  tutela dell’ambiente, (3) le problematiche sociali e (4) le problematiche sanitarie.

Chi tutela gli interessi della generalità dei cittadini?
In questi settori, come è noto, sono attive diverse Associazioni, Fondazioni ed  Organizzazioni  di  varia  natura  che  operano  in  Italia  a  livello nazionale, nonché una miriade di piccoli enti ed organismi, strutturati in molteplici forme associative, che svolgono la loro attività a livello locale avvalendosi, soprattutto, dell’apporto di collaboratori volontari.
1.  LE  ASSOCIAZIONI,  LE  FONDAZIONI  E  LE  ORGANIZZAZIONI  OPERANTI  A LIVELLO NAZIONALE E LOCALE
Per menzionare alcuni esempi, noti a tutti, ricordiamo che nel settore della tutela dei beni culturali operano, a livello nazionale, benemerite Associazioni come il  FAI  (Fondo Ambiente Italiano),  Italia Nostra  e il  Touring Club  che svolgono attività con interventi di rilievo per tutelare il patrimonio culturale italiano. Nel settore della tutela dell’ambiente operano in modo analogo, a livello nazionale, insieme ad altre organizzazioni molto attive, il  CAI  (Club Alpino Italiano), la LIPU  (Lega Italiana Protezione Uccelli), la stessa Italia Nostra e il WWF Italia (Fondo mondiale per la natura)(3).
Anche negli altri due settori (sociale e sanitario), sono presenti come è noto, diversi Enti, numerose Fondazioni ed Organizzazioni che operano a livello nazionale a favore  delle persone bisognose, dei disabili, delle persone inferme e dei malati gravi (4). In tali settori sono pure attive molteplici piccole  Associazioni  che  svolgono  la loro attività a livello locale, perseguendo finalità specifiche.
2.  I SETTORI DI ATTIVITÀ
Per sintetizzare in modo rapido quali interventi vengano effettuati dalle Associazioni, dalle Fondazioni e dalle Organizzazioni predette, nei settori di loro specifica competenza, possiamo fornire alcuni esempi in forma schematica.
a.  Settore dei beni culturali
Per quanto riguarda il  settore dei beni culturali, tutti sono al corrente delle iniziative meritorie del FAI, di Italia Nostra e del Touring Club, che consentono, con l’apporto di volontari, di restaurare e recuperare beni importanti, di  sostenere  l’attività  di  organizzazioni valide, trascurate dall’amministrazione  pubblica  e  di  tenere  aperte  molte  strutture, ugualmente neglette dall’amministrazione, che sarebbero condannate a rimanere chiuse.
b.  Settore dell’ambiente
Per quanto concerne l’ambiente, non si contano le iniziative del  CAI, della  LIPU,  di  Italia Nostra,  del  WWF  Italia  e di altre Associazioni che si sono  rivelate  preziose  ed  efficaci  a  sostegno  dell’attività  di  protezione dell’ambiente.
c.  Settore sociale
Lo  stesso  si  può  dire  delle  numerose  iniziative  intraprese  nel settore sociale, che vanno da quelle importanti programmate a livello nazionale, ai circoscritti interventi locali. A quest’ultimo proposito si possono ricordare, a  titolo  di  esempio, gli  interventi effettuati dalle  famiglie  per  aiutare  le scuole pubbliche frequentate dai loro figli. Suscita veramente stupore, ed anche tenerezza, leggere sui giornali che alcune famiglie provvedono a rimettere in sesto le scuole dei loro figli, sistemando i pavimenti sconnessi e i soffitti scrostati, imbiancando le pareti, aggiustando gli infissi e rifornendo addirittura i bagni della carta igienica mancante.
d.  Settore sanitario
Nel settore sanitario, infine, l’apporto delle Associazioni risulta molto valido  per i sostegni  forniti,  ma  sarebbe  sicuramente  provvidenziale  se queste Associazioni potessero intervenire e prestare aiuto anche nei posti di pronto soccorso che il nostro sistema sanitario ha trasformato in veri e propri luoghi di pena e sofferenza per tutti, per i pazienti e i loro congiunti, per i medici e gli infermieri che vi lavorano.

I cambiamenti politici da introdurre
Nei  settori  sopra  ricordati, le  Associazioni, le  Fondazioni e  le Organizzazioni che abbiamo in precedenza  menzionato, forniscono però le loro prestazioni volontarie in posizione di subalternità, quando si occupano  di questioni di interesse generale regolate da discipline normative ed assoggettate al rilascio di autorizzazioni di competenza della pubblica amministrazione.
1.  LA SITUAZIONE ATTUALE
Per  portare  alcuni  esempi  ricavati  dai  giornali,  possiamo  riferirci,  in particolare, alle iniziative di cittadini che intendono ovviare, mediante i loro interventi, alle carenze delle pubbliche amministrazioni locali. Spesso si ha infatti notizia che gruppi di cittadini si rivolgono alle competenti autorità per essere autorizzati a ripulire e a sistemare angoli di giardini pubblici frequentati da  persone che li utilizzano in modo distorto e sconveniente, abbandonandovi siringhe usate ed altri oggetti che li rendono infrequentabili. Le Autorità, che non sono in grado di impedire il deterioramento dei luoghi  pubblici,  accolgono  “graziosamente”  le  istanze  dei  cittadini,  che vengono così autorizzati a provvedere, a loro spese, al ripristino e alla salvaguardia del decoro pubblico.
2.  GLI  EFFETTI  DELL’APPLICAZIONE  DELL’ART.  118,  ULTIMO  COMMA, DELLA COSTITUZIONE
Questo  è  il  punto. In  casi  del  genere i cittadini non devono essere “graziosamente” abilitati ad intervenire in via subalterna per ovviare alle carenze della pubblica amministrazione, ma devono invece essere  legittimati a farlo  in  via sussidiaria. C’è una norma della Costituzione italiana che lo prevede. L’art. 118, ultimo comma, della Costituzione stabilisce infatti che: « Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà» 5. La norma si riferisce dunque allo «svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà» (6). È quindi necessario  dare  attuazione alla  norma appena riportata mediante una  legge che stabilisca i confini entro  i quali i cittadini e le Associazioni da  essi formate possano agire ed operare.
a.  Gli obiettivi perseguiti
L’obiettivo non deve essere ovviamente quello di sostituire i cittadini e le loro Associazioni  alla  Pubblica  Amministrazione nei casi nei  quali quest’ultima non sia in grado di svolgere in modo adeguato le proprie funzioni nei settori di interesse generale in precedenza elencati, ma  bensì quello di stabilire che i cittadini e le loro Associazioni sono legittimati ad operare, in  sinergia con la  Pubblica  Amministrazione, nei  casi  nei  quali l’interesse generale lo richieda, in presenza di evidenti carenze nello svolgimento delle funzioni pubbliche. L’apporto che può essere fornito, in tali casi, dai cittadini e dalle loro Associazioni alla pubblica amministrazione, si rivela indubbiamente prezioso per individuare i problemi da risolvere, per proporre le soluzioni da adottare, per discutere le modalità di intervento dei tecnici e degli esperti, per  provvedere  alla  raccolta  dei  finanziamenti necessari, per  procedere all’esecuzione dei controlli sulle attività programmate e su quelle svolte.
b.  Le modalità applicabili
Può accadere, ad esempio, per quanto riguarda la protezione dei beni culturali  ed  ambientali,  che  in  molti  casi,  per  i  problemi relativi, non  si trovi una soluzione appropriata perché manca la volontà “politica” di risolverli o, in molti altri casi, perché mancano le risorse o perché non sono state individuate le soluzioni corrette da adottare. In tali casi l’apporto delle Associazioni appena ricordate, che potrebbero organizzarsi in forma di ONLUS, sarebbe indubbiamente di grande utilità ed efficacia, perché queste Associazioni sono generalmente formate da gente che «ci crede», vale a dire da persone che hanno un obiettivo da raggiungere e il loro interesse è quello di raggiungerlo, a differenza dei  partiti politici e degli  organismi sindacali e corporativi che hanno soltanto lo scopo di difendere i propri interessi.
c.  L’apporto dei professionisti
A queste Associazioni possono fornire il loro sostegno professionisti, manager, imprenditori e dirigenti di  enti  pubblici e privati che  abbiano terminato la loro vita attiva e si trovino a riposo o in pensione. In effetti, molte persone anziane che si trovano in buona salute e sono mentalmente attive, sarebbero felici di  poter  rendersi utili alla collettività, mettendo a disposizione delle Associazioni appena indicate le loro competenze, le loro conoscenze e la loro professionalità.
d.  La collaborazione con le imprese
È da ritenere inoltre che tali Associazioni, se ben gestite, potrebbero anche instaurare proficui rapporti con imprese appartenenti all’eccellenza dell’imprenditoria italiana che si sono distinte  per il livello delle loro prestazioni innovative  raggiunto  sui mercati del mondo intero. Anche questi imprenditori, dotati di menti aperte e capaci di visioni lungimiranti, sarebbero probabilmente propensi a mettere a disposizione le proprie conoscenze per  risolvere problemi che riguardano gli interessi della generalità dei cittadini. Il loro apporto potrebbe anche estendersi ad attività finalizzate a reperire i finanziamenti e le risorse indispensabili per la realizzazione dei progetti.
e.  La messa a disposizione delle risorse
È noto che in Italia nessuno (con poche eccezioni) è disposto a fornire denaro a sostegno di interventi su beni pubblici, se a gestirli è la sola pubblica amministrazione, perché nessuno, in Italia, si fida dello Stato, delle Regioni e  dell’intero apparato pubblico. L’inserimento di Associazioni legittimate ad operare per risolvere problemi di interesse generale, potrebbe quindi invogliare molte persone a fornire quelle risorse che esse sarebbero in grado di gestire in sinergia con la Pubblica Amministrazione e sul cui impiego sarebbero legittimate ad esercitare gli opportuni controlli.
f.  Il coinvolgimento dei giovani
L’avvio di iniziative come quelle in precedenza descritte potrebbe anche determinare benefici effetti sui giovani dal punto di vista psicologico. Il  disagio  giovanile, ampiamente diffuso tra i giovani d’oggi,  molti  dei quali sono convinti di trovarsi ai margini della società, li induce a tenere posizioni di permanente contrasto con la stessa società. Ciò determina in loro la  perdita di interesse per ogni iniziativa, uno stato di perdurante risentimento e di continua frustrazione, nonché il venir meno di ogni ideale. Il loro coinvolgimento in iniziative come quelle sopra descritte, potrebbe risvegliare in loro l’interesse a realizzare obiettivi che considerano validi e il desiderio di rendersi utili alla società, rinunciando così a sprecare il proprio tempo rimanendo inoperosi. Che  molti  giovani  si  sentano  indotti  a prestare la propria attività nei settori sopra menzionati, si può agevolmente dedurre dal grande impegno da essi profuso nel portare aiuto alle vittime di gravi calamità (inondazioni, terremoti e simili) (7).

La costituzione delle ONLUS
Il problema sta quindi nel disciplinare, in termini giuridici vincolanti, i poteri riconosciuti alle Associazioni nelle quali anche i giovani potrebbero operare. In particolare, per far in modo che le Associazioni, da costituire in forma di ONLUS, possano garantire, nella loro composizione e nello svolgimento della loro attività, il raggiungimento degli obiettivi in precedenza descritti, occorrerà introdurre alcune regole  precise.  Ad  esempio,  si  potrebbe  stabilire  che  ciascuna  ONLUS,  per  essere  legittimata  ad  agire  ai sensi  dell’art.  118,  ultimo  comma,  della  Costituzione,  dovrebbe  avere all’interno  del  proprio Consiglio  direttivo almeno tre esponenti nominati di comune accordo dalle Associazioni che operano, a livello nazionale, da almeno dieci anni, nel settore nel quale l’ONLUS intende operare. In caso di divergenze o di conflitto di interessi, le questioni potrebbero essere risolte ricorrendo ad una soluzione arbitrale secondo una procedura previamente stabilita.
1.  CAMPI D’ATTIVITÀ DELLE ONLUS
Una volta costituita, l’ONLUS  potrebbe operare ed avviare opportune iniziative  nei  diversi  settori  in  precedenza elencati. A  seconda del  settore prescelto e delle competenze acquisite, una ONLUS potrebbe avviare iniziative, ad esempio (1) in campo culturale, nel caso in cui debba essere salvato un affresco in una chiesa esposta all’umidità, (2) in campo ambientale, nel caso in cui debba essere ripristinata un’area danneggiata dall’inquinamento del suolo, (3) in campo sociale, nel caso in cui sia necessario intervenire per realizzare asili nido o strutture di assistenza per l’infanzia; (4) in  campo sanitario, per portare rimedio a storture evidenti del nostro sistema che danneggiano in modo insostenibile i cittadini-pazienti e le loro famiglie.
2.  FUNZIONI DI CONTROLLO DELLE ONLUS
A ben vedere, l’attività svolta in varie parti dell’intero territorio dello Stato, da Associazioni (ONLUS) legittimate ad operare in stretto contatto con gli uffici pubblici per affrontare i numerosi e complessi problemi che si presentano nei settori in precedenza elencati, potrebbe anche rappresentare un formidabile  strumento di controllo sul funzionamento della pubblica amministrazione. Ed è proprio questo che le tre categorie di soggetti in precedenza considerate (politici,  burocrati, nonché  organismi  sindacali  e corporativi) vogliono soprattutto evitare. Non  vogliono,  in  particolare,  che i cittadini, ribaltando il contenuto dell’aforisma  di  Paul Valéry sopra  riportato, arrivino ad occuparsi delle cose che li riguardano. Il loro interesse è quindi quello di neutralizzare ogni pretesa di intervento finalizzata a mettere in luce e ad affrontare carenze ed inefficienze nel funzionamento del sistema pubblico allo scopo di porvi rimedio. Poiché nei settori sopra elencati, l’attività della nostra amministrazione viene di regola svolta ricorrendo all’impiego del denaro pubblico, si comprende benissimo l’interesse ad opporsi a controlli attenti e rigorosi 8.

Gli effetti e i risultati del cambiamento “politico”
L’attività delle Associazioni sopra menzionate potrebbe quindi costituire una nuova forma di controllo democratico che viene a colmare, seppur in modo parziale e settoriale, una lacuna evidente nel sistema dei controlli sull’attività della pubblica amministrazione. Nel sistema dei controlli sull’attività della pubblica amministrazione non è mai stato, infatti,  possibile in Italia far funzionare i controlli interni preventivi.
1.  I CONTROLLI REPRESSIVI
Da  noi  funzionano  soltanto i controlli esterni repressivi, quelli della magistratura che arrivano però sempre tardi, quando le violazioni sono già state commesse. Si tratta infatti dei controlli effettuati dalla magistratura penale, che scopre l’avvenuta malversazione o l’avvenuta corruzione con il successivo avvio dei procedimenti penali che terminano con le richieste di condanna dei colpevoli (9). Strumenti per contrastare in via preventiva la malversazione e la corruzione, con lo scopo di impedire lo sperpero del pubblico denaro, in Italia non sono mai stati invece seriamente utilizzati ed applicati. Eppure c’è un settore nel quale i controlli preventivi vengono applicati in modo rigoroso, consentendo  di  raggiungere  risultati  straordinari. Si tratta del settore alimentare. Negli anni ’80, in conseguenza dello scandalo del metanolo nel vino, i prodotti alimentari italiani non uscivano dai nostri confini perché il sistema dei controlli, allora in vigore su tali prodotti, appariva inaffidabile. A partire dalla metà degli anni ’90, quando è stato introdotto il sistema dei controlli preventivi, in conseguenza dell’applicazione della  normativa europea, la  situazione  è  radicalmente  mutata e il  settore alimentare, anche grazie alle esportazioni, è diventato il secondo comparto italiano, dopo la meccanica, per quanto riguarda il Prodotto interno lordo (10).
2.  I CONTROLLI PREVENTIVI
Il  sistema  dei  controlli  preventivi, applicato  nel  settore  alimentare, comporta che all’interno di ogni impresa di produzione e di distribuzione di  prodotti  alimentari, deve  essere  nominato, dall’impresa  medesima, un controllore interno, posto alle sue dipendenze, che assume ogni responsabilità di natura civile, penale e amministrativa per le violazioni che dovessero  verificarsi  all’interno dell’impresa  con  riferimento, soprattutto, alle violazioni in materia di sicurezza alimentare. Per questo, i controllori interni, sottoposti, a loro volta, alla vigilanza dei controllori esterni, rappresentati dalle autorità pubbliche di controllo, sono stati in grado, come sopra ricordato, di realizzare risultati veramente eccezionali.

Valutazioni finali e conclusive (sulla Prima Parte)
Orbene, nei settori nei quali i cittadini, tramite le Associazioni in precedenza  ricordate, fossero legittimati a svolgere le attività di collaborazione sinergica con la pubblica amministrazione sopra descritte, sarebbe possibile praticare tecniche di controllo in parte analoghe a quelle praticate nel settore  alimentare  che,  come  abbiamo visto, si  basano sull’applicazione congiunta dei controlli interni e dei controlli esterni. Ma l’avvio di una collaborazione sinergica, come quella sopra ricordata, basata sull’art. 118, ultimo comma, della Costituzione, con la possibilità  di  introdurre  meccanismi in grado di coinvolgere i cittadini tramite le loro  Associazioni  (ONLUS),  in  un  sistema  di  controllo  esteso  all’intero territorio dello Stato, potrebbe aprire la strada ad una nuova forma di democrazia intesa come un patto democratico che sia in grado, da un lato, di porre un freno allo strapotere dei partiti e a quello dell’abnorme apparato pubblico ormai screditato in modo irreparabile, nonché, dall’altro lato, di coinvolgere il mondo produttivo rappresentato  dalle imprese e dalle professioni in iniziative ed attività volte veramente a tutelare l’interesse della generalità dei cittadini (11).

Il libro di Daniele Manacorda
Mi avvedo di aver parlato di tutto tranne che del libro di Daniele Manacorda, della  cui presentazione questo Convegno si deve occupare. Non ho rimorsi, però, sapendo che dopo di me illustri relatori parleranno del libro con grande competenza e maggiore autorità. I miei apprezzamenti, come giurista, vanno soprattutto alla chiarezza con cui gli obiettivi perseguiti dall’autore sono stati raggiunti e al modo in cui il problema di fondo è stato centrato e sviscerato, mettendone in risalto l’essenza  vera.  Devo  aggiungere  che  la  prosa  è  eccellente,  appassionata, ironica nella giusta misura e di sicuro impatto. Il libro di  Daniele Manacorda  offre,  quindi,  una lettura illuminante e merita la più grande diffusione. Se questi apprezzamenti mi esentano dall’approfondire le particolarità del libro, alcune delle quali sono state esaminate nel mio intervento, non mi esimono però dall’accennare ad altre particolarità che hanno preceduto la  sua  stessa  redazione. Ho conosciuto tempo fa il Prof. Manacorda leggendo  un  suo  articolo,  apparso  su  La  Repubblica,  che  mi  aveva  favorevolmente impressionato perché, come professore di archeologia, era giunto a conclusioni simili a quelle alle quali ero pervenuto io  stesso  come giurista. Gli ho scritto quindi una lettera ed è cominciato uno scambio di corrispondenza e di idee. Come diceva  George B. Shaw, se io ho un’idea  e tu hai un’idea e ce le scambiamo, entrambi possediamo due idee: ciò che non può succedere se si scambiano oggetti. Fuor di metafora, il giurista può influenzare l’archeologo e l’archeologo, a sua volta, può influenzare il giurista. In diversi punti della mia relazione si nota l’influenza dello  studioso dell’arte  e in alcuni passi del libro si scopre l’influenza del giurista. Ma non intendo procedere oltre.
Per concludere,  mi limito a riportare un passo del menzionato articolo di  Daniele  Manacorda,  apparso  su  La  Repubblica  del  1º  agosto  2014: «L’amministrazione  pubblica  della  tutela  dei  beni  culturali  richiede  una riforma  radicale,  che  è  d’ordine  culturale,  prima  ancora  che  politico  e amministrativo,  per  metterla  al  passo  con  la società del XXI secolo. Un nuovo «sistema del servizio di tutela» richiede la partecipazione di più attori  e  richiede  un  ribaltamento  di  concezioni  nel  rapporto  fra  Pubblica amministrazione  e  cittadinanza.  Una  tutela  contestuale,  intesa  come  sistema inclusivo, servizio pubblico, luogo della ricerca e della formazione condivise, comunicazione e democratizzazione della cultura, superamento di una concezione elitaria e gelosa del patrimonio, richiede la chiamata a raccolta di tutte le energie positive del paese, con l’obiettivo di creare una rete  diffusa  di  gestione  socialmente  allargata  del  patrimonio.  (…) L’amministrazione pubblica deve smetterla di difendere l’Italia dagli italiani.  Corrotti  e  corruttori,  ignoranti  devastatori  del  patrimonio  ci  sono sempre  stati.  Ma  c’è  un’enorme  fetta  di  Paese  pronta  a  difendere  con  i denti il futuro del patrimonio, sol che le si faccia intendere che si è capita la  lezione: che l’Italia  è  loro. Con  loro  occorre  allearsi.  Stato,  regioni, comuni, università, associazionismo culturale, singoli cittadini  per il bene comune  sanno  di  avere  di  fronte  due  avversari  agguerriti: i marioli di sempre  e  la  conservazione culturale  scontenta  del  presente, ma paurosa del futuro». In questo passo si trova, come è agevole comprendere, il germe che farà nascere il libro del quale si parlerà in questo Convegno.

Fausto Capelli


1.Cfr. J. DEWEY,  The Public and its Problems, New York,  H. Holt, 1927, p. 76 (trad. italiana, Comunità  e  potere,  Firenze,  Ed.  La  Nuova  Italia,  1971).  Sul  punto  v.  L.  INFANTINO,  Alexis  de Tocqueville: metodo, conoscenza e conseguenze politiche, Roma, Luiss Edizioni, 2002, p. 55 s.
2.Cfr.  MAX  WEBER,  La  politica  come  professione,  Roma,  Armando,  1997,  p.  33:  «Chi  fa politica aspira al potere: potere come mezzo al servizio di altri obiettivi, ideali o egoistici, o potere “in senso stretto”, cioè per godere del senso di prestigio che esso conferisce».  Riferendosi ad un celebre passo tratto da  Il principe, di N.  MACHIAVELLI  (capitolo XVIII), S.PETRUCCIANI,  Modelli di filosofia politica, Torino, Einaudi, 2003, p. 21,  così si esprime: «Se chi fa politica è un attore in
lotta con altri per il potere, allora costui deve aspettarsi che i suoi competitori usino, contro di lui, tutti  i  mezzi  che  consentono  loro  di  combattere  vittoriosamente  la  lotta  per  il  potere».   Secondo Jean Monnet bisogna diffidare di chi dice «Io sarò qualcuno nella vita» e fidarsi invece di chi dice «Io farò qualcosa nella vita».
3.Con riferimento alle attività delle Associazioni e Fondazioni benemerite indicate nel testo, si veda  F.  CAPELLI,  Rilancio  dell’attività  economica  in  Italia  attraverso  la  valorizzazione  dei  beni culturali, in  Diritto comunitario e degli scambi internazionali, 2013, p. 281 ss. spec. p. 283 ss. Un esempio di recupero e valorizzazione di beni culturali è quello avviato dagli “Amici del CIDNEO Onlus” di Brescia: si tratta di recuperare e valorizzare un importante complesso, comprendente un castello, su un’altura che domina la città di Brescia.
4.Per  quanto  riguarda  le  iniziative  che  possono  essere  avviate  nei  settori  culturale,  sociale  e sanitario,  si  vedano  quelle  intraprese  dalla  FONDAZIONE  ROMA,  efficacemente  descritte  dal  suo Presidente, Prof. Emmanuele F. M. Emanuele, nella relazione dal titolo: «Progetto “Big Society”: una  grande  opportunità  per  la  società  civile»,  pubblicata  in  Diritto  comunitario  e  degli  scambi internazionali, 2011, p.585 ss.
5.Un’analisi  sotto  il  profilo  giuridico,  della  portata  dell’art.  118  ultimo  comma  della Costituzione, è contenuta nel Commentario alla Costituzione, a cura di  R.  BIFULCO,  A.  CELOTTO  e M. OLIVETTI, Utet, 2006, p. 2350 ss.
6.Per quanto riguarda la portata dell’art. 118 ultimo comma della Costituzione, sotto il profilo “politico-amministrativo”,  cfr.  E.  F.  M.  EMANUELE,  Il  terzo  pilastro.  Il  “non-profit”  motore  del nuovo  welfare,  Napoli,  ESI,  2008,  p.  475;  si  veda  anche  F.  CAPELLI,  Valutazioni  critiche  e riflessioni  propositive  sulla  relazione  di  E.  F.  M.  Emanuele,  dedicata  al  progetto  Big  Society (o Terzo pilastro), in Diritto comunitario e degli scambi internazionali, 2011, p. 604 ss.
7.Si vedano, per quanto riguarda il coinvolgimento dei giovani e il loro recupero nella società, le importanti iniziative avviate nel Rione Sanità a Napoli, descritte da  Don Antonio Loffredo  nel suo bel libro: Noi del Rione Sanità, Segrate, Mondadori, 2013
8.Secondo  Milton Friedman, Premio Nobel dell’economia del 1976, il denaro pubblico, che è denaro altrui speso per interessi altrui, è quello che viene speso con la minor oculatezza, a differenza del denaro proprio, speso per interessi propri. Ne consegue che chi spende denaro pubblico non gradisce essere controllato.
9.Come si può dedurre da quanto riportato nella nota precedente, dove c’è il maneggio di denaro pubblico lì si annida la corruzione. Si vedano a tale proposito i contributi inseriti nel volume: «Una battaglia di civiltà e per lo sviluppo. Combattere la corruzione e prevenire lo sperpero del pubblico denaro», Editoriale Scientifica, Napoli, 2012.
10.Cfr. sul punto F.  CAPELLI,  Trasparenza e lotta alla corruzione:  necessità di avviare corsi di formazione  in  materia  di  controlli  all’interno  della  Pubblica  Amministrazione,  in  Diritto comunitario e degli scambi internazionali, 2013, p. 565 ss.
11.Potrebbe costituire una forma di democrazia  esercitata in modo da ispirarsi ad  un controllo democratico  come lo intendeva  THOMAS  JEFFERSON, in  Le risoluzioni  del Kentucky: «La fiducia è sempre madre del dispotismo: la libertà politica è fondata sul sospetto e non sulla fiducia. È il sospetto e non la fiducia che ci impone di stabilire precisi limiti costituzionali al  fine di  vincolare quelli ai quali affidiamo il potere». Dopo T. Jefferson, un altro grande studioso liberale e uomo politico,  Benjamin  Constant,  è  arrivato  alle  stesse  conclusioni  affermando:  «Ogni  buona costituzione è un atto di sfiducia». Sui rapporti tra democrazia e ambiente cfr. F. CAPELLI, Ambiente e democrazia: un’integrazione al dibattito, in Rivista giuridica dell’Ambiente, 2011, p. 41 ss.

Sintesi dell’intervento di FAUSTO CAPELLI al Convegno tenutosi a Napoli il 6 marzo 2015 presso la sede della Casa Editrice “Editoriale Scientifica”,  in occasione della presentazione del libro di  Daniele Manacorda  “L’Italia agli  italiani  –  Istruzioni ed ostruzioni per il Patrimonio culturale” (Edipuglia, Bari, 2014)

Ritratto di gentildonna nelle vesti di Lucrezia

Il nostro twitt su questo quadro ha ricevuto 8600 sguardi e abbiamo ritenuto di ringraziare per l’attenzione ripubblicando con un minimo di commento.

Ritratto di gentildonna nelle vesti di Lucrezia
Autore: Lorenzo Lotto
Anno: forse 1553
Dimensioni: 95,9 x 110,5
Dove: National Gallery Londra

Sarebbe affascinante se la protagonista fosse la veneziana Lucrezia Valier, moglie di un Pesaro; ma è solo un’ipotesi indiziaria. Invece è più solida l’iconografia. La gentildonna è raffigurata con i riferimenti a quell’altra Lucrezia, eroina romana che si pugnalò al petto per non poter sopportare il disprezzo che le persone dell’epoca provavano per le donne violentate. Per fortuna il ‘500 è lontano, ma certi sentimenti non sono ancora cancellati. L’umanità apprende e cambia con grandissima lentezza.
Lucrezia guarda dritto negli occhi l’osservatore e sembra sia affermare sia chiedergli un’opinione che attende con espressione interrogativa e severa.
L’acconciatura, la cuffia a ciambella, i riccioli, i nastri ricamati, sono tipici delle donne maritate. I gioielli e la complessa e ricca veste ricordano un’elevata posizione sociale.
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La mano sinistra propone una stampa della Lucrezia romana. La sua mano destra mostra sia la stampa sia la lettera con la scritta: “Non debba alcuna donna impudica sopravvivere all’esempio di Lucrezia”. Per sgombrare il campo da ogni interpretazione ambigua, il mazzetto di violaciocche sul tavolo dichiara che la Lucrezia esercita virtù coniugali e castità. Infatti la sinuosità della posizione non ha nulla di sensuale; sembra piuttosto pensata per dare dinamicità diagonale ad un ritratto che altrimenti sarebbe immobile.
Nemmeno l’ampia scollatura è sensuale; al contrario la collana è spostata, e lo stesso il velo, in modo da offrire il petto all’autosacrificio proprio come la Lucrezia suicida.

L’opera è stata prestata alla National Gallery di Londra dalla Pinacoteca Civica di Ancona in un quadro di amichevoli reciproci scambi.

L’Arte? È “Voluntary”

Da Smartweek.it del 26 Marzo 2015: http://www.smartweek.it/fatto-del-giorno/larte-e-voluntary/

 

Dal 2009, le opere d’arte detenute all’estero vanno indicate nel quadro RW in dichiarazione dei redditi; in caso di opere non dichiarate, la sanzione varia dal 3% al 15% del costo o del valore delle opere, per ogni anno di omessa dichiarazione (sanzione raddoppiate se le opere sono detenute in paesi “black list”). Per poter vendere, in futuro, le opere, il collezionista dovrà essere in regola con le regole sul monitoraggio fiscale ed antiriciclaggio. Le norme sulla c.d. “voluntary disclosure” si applicano, quindi, anche alle opere d’arte detenute all’estero; gli anni rilevanti per la procedura vanno dal 2004 al 2013; in caso di acquisti fatti all’estero con disponibilità estere non dichiarate, si dovrà procedere alla regolarizzazione, con relative sanzioni. Se per le opere di rilevante valore, acquistate in aste, la prova dell’acquisto potrà venire da certificato o fattura della casa d’aste o della galleria, per le altre opere acquistate da privati potrà essere utilizzato il contratto di assicurazione (se stipulato).

L’ultima predica di San Marco ad Alessandria D’Egitto

 

 


 

 

L’ultima predica di San Marco ad Alessandria D’Egitto
Gentile e Giovanni Bellini
1504-1507
olio su tela 347×770 cm
Milano Pinacoteca di Brera
San MArco ad Alessanria

La storia e il narratore si trovano entrambi nel telero di quasi 30 mq, ancora gigantesco nonostante la riduzione delle dimensioni che troncò le torri, i minareti e gli edifici dello sfondo.
Eccolo lì Gentile Bellini; in primo piano vestito di rosso come i confratelli della Scuola di San Marco. Era famoso per il suo dono di cronista dettagliato e grande narratore delle meravigliose storie di un’Italia che dava il meglio di sé. Orgogliosamente diceva che il collare d’ oro, che qui gli pende sul petto, era dono del sultano Maometto II, da lui stesso ritratto nel 1479 a Costantinopoli su incarico della Serenissima Repubblica. Bellini ascolta concentrato il discorso di San Marco nell’immaginaria grande piazza di Alessandria d’Egitto.

Nell’antichità Alessandria d’Egitto, con la sua mitica biblioteca, era stata la capitale della conoscenza. Gli obelischi, i minareti, le cubiche luminose facciate ocra dei palazzi in stile mediorientale, proiettano l’osservatore in uno spazio tanto affollato e colorato che se ne sentono i forti odori speziati. Sullo sfondo passano diversi animali africani; c’è perfino una giraffa al guinzaglio che passeggia davanti alla grande chiesa che chiesa non è. Sembra Santa Sofia trasformata in moschea, ma sembra anche di più la Basilica di San Marco a Venezia. I tondi archi rampanti gotico-arabeggianti evocano, ma sulle guglie invece delle croci ci sono le mezze lune.

Si crede che Marco sia morto martire ad Alessandria d’Egitto. È possibile che, più o meno ventottenne, ne abbia visto la prima distruzione intorno al 48 d.c.. Nel 642 gli ottomani, in dirompente espansione, l’avevano distrutta per l’ennesima volta. Nel 1492, quarant’anni anni dopo la conquista della terza Gerusalemme (Costantinopoli – 1453), la Scuola di San Marco assegna il contratto a gentile Bellini. Nel 1507, a cura del figlio Giovanni Bellini, finalmente appare San Marco che, da un pulpito dalle raffinate decorazioni, parla ai nuovi martirizzatori della cristianità, .

maometto IIC’è un’atmosfera strana nella grande piazza.

La scimitarra per la decapitazione, alla cinta del giannizzero di schiena, attende di tagliare la testa sull’ara-patibolo. Un ripetuto martirio sta per colpire il Vescovo di Alessandria e la sua Chiesa. Alle spalle di San Marco una importante delegazione di dignitari veneziani, mercanti tedeschi, e anche Dante, ascoltano ogni parola di San Marco, con impassibile postura da negoziatori in un territorio difficile.  Nei precedenti mille anni, i veneziani avevano tratto immense ricchezze dalle relazioni con Costantinopoli.

Maometto II aveva imposto una discontinuità nei rapporti di forza. I dignitari sono attenti, quasi irrigiditi, impersonano appunto i comportamenti professionali degli inventori della diplomazia protocollare del futuro Occidente. Sono lì per trovare un punto di convergenza fra l’antica potenza Veneziana e gli emergenti ottomani. Senza volerlo, Venezia rappresentava la nuova Europa di fronte al nuovo Oriente.

 

Gli orientali sfilano pacifici esibendo abiti e copricapi, maschili e femminili, esotici, fantasiosi, colorati, lucenti, sfolgoranti. Tutt’altro che ostili, sostano incuriositi o distratti dai loro affari. Un gruppo di donne musulmane accovacciate per terra sono in ascolto di san Marco; le più intraprendenti si avvicinano al palco per ascoltare meglio le parole di Marco. Gli ottomani sono pacifici e consci della loro forza.

Non lo sapevano, ma Lepanto era vicina.

Curiosità: nell’828 le spoglie di San Marco furono trafugate con uno stratagemma da due mercanti veneziani e trasportate a Venezia, nascoste in una cesta di ortaggi e di carne di maiale. Poco iniziò la costruzione della Basilica di San Marco che ancora oggi ospita le sue reliquie. C’è però chi sostiene che quelle spoglie siano in realtà di Alessandro Magno.