Il nostro buon senso: P.A. uber alles e l’alibi delle “richieste dell’Europa”

Una delle frasi più ritrite e controproducenti che i governanti hanno ripetuto in questi anni è stata “ce lo chiede l’Europa”. Di solito la si pronunciava per giustificare l’aggiustamento dei conti pubblici, come se il non andare in bancarotta fosse un sacrificio che compivamo per Bruxelles e non per noi stessi. Le riforme e un bilancio statale in ordine ci sono chiesti dal buon senso, invece, qualità di cui a volte politici e sindacalisti difettano in modo strabiliante.
Prendiamo il diritto del lavoro. L’appena pubblicato rapporto sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni pone l’Italia in una posizione molto bassa rispetto al resto d’Europa quanto a flessibilità del mercato occupazionale e ad efficacia della normativa. La speranza di chi lo legge è che, non avendo gli estensori fatto in tempo a considerare le riforme sui contratti a tempo determinato e il Jobs Act, nei prossimi anni la situazione possa migliorare.

Classifica ed efficienza potrebbero peraltro ulteriormente progredire visto quanto ha stabilito pochi giorni fa la Corte di Cassazione e cioè che il nuovo articolo 18 si applica anche ai lavoratori statali. In altre parole, come era evidente a molti, salvo che a buona parte della classe politica e soprattutto al ministro Madia, non è logico che per i nuovi assunti del settore pubblico non siano valide le disposizioni che rendono meno complicato il loro licenziamento. D’altronde, come avevano fin da subito notato il senatore Ichino e il sottosegretario Zanetti, e ha ora ribadito la Suprema Corte, Il Testo unico sul pubblico impiego prevede che lo Statuto dei lavoratori si applica nella “forma vigente” anche ai rapporti di lavoro pubblico.

Bene, cosa avrebbe fatto un governo sinceramente riformatore a questo punto? Salvato dal dovere legiferare sul punto dalla Corte di Cassazione, avrebbe incassato il risultato e la storia sarebbe finita lì. Invece, l’ineffabile ministra insiste che secondo lei (celebre giuslavorista) il Jobs Act non vale per il settore pubblico e comunque le cose verranno messe a posto dalla sua prossima riforma della P.A. Peccato che, se così accadesse, potrebbero addirittura aprirsi profili di incostituzionalità per disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati. Insomma, contro il buon senso non solo ci si rifiuta di introdurre un po’ di efficienza nella P.A. ma si vogliono aprire le porte a un periodo di incertezze e ricorsi che durerebbe per anni.

Ma la fantasia dei politici è ancor più fervida. Infatti, approfittando dell’esame del disegno di legge per l’attuazione delle direttive comunitarie, un gruppo di deputati trasversali, Pd e Pdl, grillini e leghisti, ispirati dall’ex ministro Damiano e dalla ex presidente del Lazio Polverini, entrambi sindacalisti, ha introdotto una serie di modifiche alla normativa sugli appalti pubblici che adesso dovranno essere discusse in Senato.

In particolare, nel momento in cui viene cambiato l’appaltatore, diventerebbe obbligatorio utilizzare, almeno parzialmente, «manodopera o personale a livello locale ovvero in via prioritaria gli addetti già impiegati nel medesimo appalto »; inoltre si dovrebbe assicurare «la continuità dei livelli occupazionali ». Non paghi, per gli appalti ad «alta intensità di manodopera» i nostri eroi hanno previsto l’applicazione, per ciascun comparto, del «contratto collettivo nazionale di lavoro che presenta le migliori condizioni per i lavoratori» e l’introduzione di «clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato ». A commentare questi emendamenti si è quasi imbarazzati, perché all’insensatezza dei proponimenti si aggiunge una certa ignoranza dell’ordinamento. Ad esempio, obbligare ad assumere gente del posto va contro la libertà di circolazione delle persone e dei lavoratori sancita dai trattati europei. Anche la clausola luddista per la quale, pur se un appaltatore ha migliore tecnologia e quindi per fare lo stesso lavoro ha bisogno di meno persone, deve necessariamente garantire la continuità occupazionale, va contro quanto stabilito dalla Corte di Giustizia Europea. I giudici di Lussemburgo hanno difatti stabilito già dal 1991 che sono vietate le normative nazionali che inducono le imprese «a non servirsi della tecnologia moderna, con conseguente aumento dei costi delle operazioni e ritardi nella loro esecuzione». Con l’emendamento della Camera se il nuovo appaltatore disponesse di personale più capace e volenteroso del precedente, dovrebbe rinunciarvi: che bella giustizia sociale.

In generale si tratta di clausole o risibili, tipo quella di applicare il Ccnl più favorevole ai lavoratori “a prescindere”, come avrebbe detto Totò, da ciò che vogliono le associazioni rappresentative delle parti, o tese a scoraggiare l’efficienza e ad aumentare i costi per la P.a.

Purtroppo, la trasversalità di questa cultura dell’inefficienza e del populismo è impressionante: forse è a causa di ciò che per molto tempo ancora, invece che reclamare riforme incisive che facciano ripartire il Paese perché ce lo impone il buon senso, saremo costretti a dire che “ce lo chiede l’Europa”.

adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Un miliardo all’anno (senza bilanci) nella palude della formazione

FONDI INTERPROFESSIONALI PER LA FORMAZIONE
PROBLEMI E PROPOSTE D’INTERVENTO

Il settore della formazione per i dipendenti delle aziende prevede oggi due canali di finanziamento:
– i bandi regionali (prevalentemente L. 236)
– i Fondi Interprofessionali, organismi di emanazione del Ministero del Lavoro, gestiti dalle Parti Sociali (triplice, UGL, sindacato autonomo ecc.), in accordo con le associazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio ecc.).

I Fondi hanno forma associativa, natura giuridica privata e quindi nessun obbligo di deposito dei bilanci, che però annualmente il Ministero del Lavoro esige, ma non pubblica.

Le risorse utilizzate dai Fondi sono però di natura pubblica, come un Parere del Consiglio di Stato di settembre 2015 ha dovuto specificare, per le evidenti arbitrarietà generatesi.

Provengono infatti dalle società iscritte al Fondi attraverso lo 0,30% trattenuto dagli stipendi dei dipendenti e versato all’INPS mensilmente (980 milioni di euro nel 2014), che la legge 388 del 2000 (governo D’Alema) destina obbligatoriamente alla formazione.

Tali risorse sono girate ai Fondi dall’INPS quando l’azienda indica, nell’Uniemens mensile con il versamento dei contributi, il codice di uno dei Fondi prescelti per l’iscrizione (attualmente sono 21).
Il denaro può essere richiesto dall’azienda al Fondo solo dietro presentazione di un progetto (andando in bando o attingendo ad un conto formativo autonomo, come accade in genere per le grandi imprese: 300 dipendenti generano circa 15.000 euro, massa critica minima per aprirli).
Questa attività, complessa, è nella maggior parte dei casi delegata ad un ente formativo scelto dall’azienda e quindi da questa remunerato per le attività concretamente svolte (la presentazione del progetto, l’erogazione e organizzazione), da rendicontare con contratti e fatture ai Fondi stessi.
Gli enti formativi sono in genere microimprese con l’obbligo di deposito dei bilanci e di certificazione di qualità per gli accreditamenti presso il Fondo.
Finora non sono state previste però norme che obblighino a rendere visibili conflitti di interesse tra enti formativi e Fondi (evidenti e frequenti) e contratti che ne disciplinano il rapporto in modo congruo e trasparente, soprattutto per il procacciamento clienti.

Le risorse trattenute dagli stipendi dall’INPS per la formazione, pari allo 0,30% dello stipendio, ammontano mediamente a circa 80 euro lordi annui a dipendente.

L’INPS ha dichiarato che il trattenuto globale è di stato di circa 980 milioni di euro nel 2014, ma il riversato ai 21 Fondi è di soli 800 milioni di euro, poiché circa il 20-25% delle aziende italiane non risulta ancora iscritto a nessun Fondo, e lascerebbe in INPS quindi circa 200 milioni di euro.
Il netto a disposizione del sistema aziende, tenuto conto del riversato di 800 milioni, ammonterebbe però a poco meno di 600 milioni di euro (50 euro netti a dipendente), perché i Fondi trattengono per prassi (e non previsioni normative) circa il 30% del lordo maturato in INPS dalle aziende.

Purtroppo non essendo reso pubblico e trasparente il capitolato tra INPS e Fondi, non è comunque possibile sapere oggi con precisione quale sia il reale trattenuto dagli stipendi.

“Il Fatto”, in un articolo del 2014 sui Fondi, stima che possa essere anche dell’1% rispetto allo 0,30% normativamente previsto, quindi almeno tre volte superiore (circa 2,6 miliardi di euro rispetto agli 800 milioni ufficiali riversati ai Fondi).

Non è possibile neppure controllare il reale girato netto alle singole aziende, perché queste non possono accedere direttamente ai propri dati di cumulato, operazione possibile disponendo di una semplice password che il Ministero, con apposita direttiva, dovrebbe consentire all’INPS di fornire.
Né possono disporre di un contratto che le tuteli e specifichi il trattenuto netto rispetto al lordo maturato, perché i Fondi si arrogano il diritto di non riconoscerlo.
Le aziende invece sono costrette a documentare con onerose rendicontazioni le attività formative svolte, soggette a revisioni da parte di commercialisti e a visite ispettive da parte dei Fondi.

Parimenti agli enti formativi è negato un contratto che li tuteli per le attività di procacciamento clienti svolte a supporto dei Fondi e di sostentamento di costi di struttura. I Fondi, si sottolinea, sono associazioni che raramente superano i 15 dipendenti, non potrebbero procacciare e presidiare da soli migliaia di iscritti. Agli enti indipendenti è quindi negato un diritto legittimo, mentre forse per le “reti” amiche formalizzare questo diritto sarebbe persino inopportuno. Per gli accreditamenti, necessari per operare con i Fondi, è però richiesto agli enti formativi di esibire i bilanci e onerose certificazioni di qualità.

Altra lacuna nei controlli è quella in merito alle restituzioni del denaro inutilizzato per la formazione.
La legge prevede che dopo due anni di inutilizzo da parte delle aziende i Fondi abbiano un anno di tempo per appropriarsene a metterlo a disposizione degli altri iscritti tramite bandi. Trascorso il triennio il denaro non usato dovrebbe essere restituito all’INPS. Ad oggi non risultano attivi controlli INPS o Ministeriali in merito.
Parimenti si potrebbe quindi supporre per il flusso di denaro riversato dall’INPS alle Regioni per i bandi formativi regionali, sempre più esiguo, che dovrebbe essere alimentato non solo dallo 0,30% delle aziende non iscritte a nessun Fondo ma anche dal flusso di restituzioni dell’inutilizzato dai Fondi.

Poiché lo 0,30% trattenuto per la formazione è un sottoinsieme dell’1,61% trattenuto dagli stipendi per la formazione e disoccupazione (una massa oltre 4 volte superiore), tale situazione lascia purtroppo intendere che vi possano essere analoghi mancati controlli per l’allocazione del denaro effettivamente impiegato per i disoccupati (se lo 0,30% vale circa 980 milioni di euro, 1,61% versato in INPS peserebbe per oltre 5 miliardi).

Il Ministero interpellato più volte nel corso degli ultimi due anni su questi temi, anche con un’apposita interrogazione a cura dell’onorevole Walter Rizzetto, non risponde e soprattutto non norma come la dirigenza INPS ha evidenziato sia necessario, avendo questa solo potere solo di eseguire i dettami ministeriali.
Urge dunque un’operazione di trasparenza e di produzione normativa affinché:

1. i capitolati tra INPS e Fondi siano resi pubblici per capire il reale girato dai Fondi alle aziende, al netto del trattenuto dichiarato (circa il 30%)
2. sia resa accessibile alle aziende la Procedura Fondi Report dell’INPS, tramite il cassetto previdenziale, affinché mensilmente le aziende possano controllare autonomamente il proprio cumulato e il netto girato, senza dover chiedere autoreferenzialmente ai Fondi
3. siano resi obbligatori format contrattuali a tutela dei terzi, imprese ed enti formativi, che interfacciano i Fondi, affinché le condizioni applicate nei rapporti siano trasparenti e non discriminatorie
4. per l’iscrizione delle aziende ai Fondi deve essere resa obbligatoria la firma del legale rappresentante, onde evitare adesioni effettuate dai consulenti del lavoro, tecnicamente possibili, senza interpellare i clienti
5. si realizzi un libro bianco, con la collaborazione di tutti gli attori del mercato (enti, aziende ecc.) per la corretta interpretazione di norme e circolari sul tema formazione
6. sia istituita un’Autorità, un arbitro realmente sopra le parti e privo di conflitti di interesse (con Ministero, INPS, sindacati, enti datoriali) per le dialettiche tra Fondi e aziende ma anche tra Fondi ed enti formativi.

Si sottolinea anche la necessità di normare sui criteri per i prelievi forzosi per la CIG, effettuati dal’INPS a monte dei Fondi nel triennio precedente, ancora in parte in corso, arbitrariamente, a valle, dato che i maturati censiti dall’INPS, per problemi contabili, sono stati comunicati con un ritardo di un biennio. Occorre si specifichi che i Fondi debbano attingere all’inutilizzato e non ai conti formativi autonomi delle aziende, quelle normalmente attive e virtuose.

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Dott.ssa Patrizia Del Prete

Laureata in Economia Applicata a Torino (Facoltà di Scienze Politiche, Indirizzo Economico), master in Marketing e Comunicazione, Scuola di Giornalismo e PR, ha lavorato dal 91 al 2001 nel Gruppo Bancario Sanpaolo, prima per la SP Formazione Spa (società di training e consulenza manageriale, per conto della quale seguiva il Cimark, consorzio della SAA di Torino per l’Innovazione del Marketing), poi nel settore della pianificazione strategica e controllo di gestione, della comunicazione e infine come responsabile del marketing del sito Internet della Banca

Trasferitasi a Milano, ha operato nel 2001 e 2002 come manager per D&C  Financial Communication, successivamente in Net Brain, società di consulenza strategica del mondo Internet, per la quale ha vinto la gara per il concept di marketing e i contenuti del sito WEB del gruppo Carrefour del 2003.

Nel 2004, come marketing manager, ha seguito lo start up del gruppo americano Nationwide (Europewide), curandone l’immagine corporate e ideando gli strumenti per la vendita dei prodotti.

Negli anni successivi ha poi operato come dirigente in un’impresa di marketing della fidelizzazione (Royal & Loyal) e in un ente formativo (Italiaindustria).

Nel 2009 ha fondato Consophia (www.consophia.it), società di formazione e consulenza indipendente, certificata da Accredia per attività di training e placement, specializzata nel  reperimento fondi per il finanziamento di formazione, coaching e consulenza. Consophia si occupa anche nella implementazione, su richiesta, di piani formativi “chiavi in mano” in tutte le aree, oltre che di progetti di comunicazione e marketing innovativi, con il supporto di assessment propedeutici, finanziabili con fondi.

Diritti o privilegi?

Carlo Lottieri  torna, su Affari Pubblici, in tema di “Diritti acquisiti” con razionalità e coerenza rispetto alla scelta che i cittadini quoatidianamente fanno di adeguare i propri comportamenti alla Costituzione, incluso il metodo per cambiarla. Riportiamo qui di seguito l’articolo con un solo commento di merito.

Il riferimento ai diritti naturali ha una sua logica ideale, che a nostro avviso va letta in senso concreto atto di accettazione della Costituzione: senza alcuna necessità di fare riferimento a inesistenti sovranità e diritti di ordine superiore, i cittadini hanno determinato da sè stessi che la convivenza sia regolata dal grande accordo che chiamiamo Costituzione e dal sistema legislativo, normativo e giuridico che ne consegue.

——-  Di Carlo Lottieri su Affari Pubblici ——

Quando si tenta di riformare in senso liberale le istituzioni, in Italia come altrove, spesso ci si scontra con l’idea che una serie di cambiamenti verrebbero a ledere diritti acquisiti. Quei cambiamenti sarebbero, per tale motivo, illegittimi e andrebbero rigettati.
In tutto questo c’è qualcosa di illogico e anche linguisticamente discutibile. I diritti individuali non sono “acquisibili”, perché sono in realtà originari o, come si dice con una terminologia classica, “naturali”. Ogni uomo ha un diritto naturale su di sé e per questo motivo la schiavitù è ingiusta. Per lo stesso motivo ognuno ha diritto a essere proprietario. Di cosa? Ecco: qui entra in campo la titolarità, perché ognuno ha diritto a essere proprietario di quei titoli che ha acquisito in maniera legittima grazie a doni, scambi, retribuzioni, ecc.

I diritti sono insomma connaturati all’uomo, mentre i titoli si acquisiscono. E come si acquisiscono, ovviamente, si possono perdere. Io sono proprietario di una casa (ho un titolo legittimo su di essa) e ovviamente perdo tale titolo nel momento in cui la dono o la vendo. A rigore, allora, non vi sono diritti acquisiti, ma solo titoli. Ed esattamente di titoli che si parla quando – nel linguaggio corrente – si vuole impedire questa o quella riforma.

Un caso classico è quello dei prepensionati o dei vitalizi d’oro assicurati agli uomini politici. In un caso come nell’altro non è di diritti in senso proprio che si parla (non stiamo parlando di prerogative che spettino a ogni uomo in quanto uomo), ma appunto di titoli: e per giunta di titoli ottenuti non in virtù di scambi o contratti tra privati, ma grazie a decisioni politiche del tutto arbitrarie.
In altre parole, se compro un’abitazione ho un titolo di proprietà forte su di essa, quale risultato di un negozio tra privati. Se invece ricevo una pensione di 4 mila euro al mese perché per cinque anni sono stato consigliere regionale, in questo caso è diverso: un atto di volontà politica mi ha attribuito un privilegio o una facoltà. In altre parole, ho la possibilità di esigere ogni mese che ognuno dei miei concittadini destini a me – ad esempio – un centesimo di quanto produce in modo tale che io possa godere di questo vitalizio.
Ho un diritto a tutto ciò? No. Non c’è alcun diritto in gioco.

Ho un titolo che è stato “costruito” politicamente a mio favore. E che ovviamente può essere cancellato da un altro atto politico di segno opposto: dalla decisione, ad esempio, di abolire questi privilegi che i politici si sono auto attribuiti (nel caso dei vitalizi post-elezione) o che hanno attribuito ad altri (nel caso delle pensioni-baby).

Detto questo è egualmente chiaro che non si può mettere esattamente sullo stesso piano molte modeste baby-pensioni e i super-assegni che i politici hanno deciso mensilmente di regalarsi. Per giunta molti tra di coloro che sono andati in pensione prima dei quarant’anni oggi non sono più in condizione di lavorare. Per tale motivo, negare loro la pensione che ricevono significa togliere a queste persone ogni mezzo di assistenza, dopo aver assicurato loro – con un privilegio definito per via legislativa – che avrebbero ricevuto quella pensione vita natural durante.

Sul piano politico la situazione è caotica, socialmente delicata, e non è facile trovare una via d’uscita. Ma stiamo parlando di titoli ottenuti politicamente, insomma: di privilegi, e non già di diritti acquisiti. Sapere che le cose stanno in questi può quanto meno aiutare a mettere la discussione sui giusti binari.

Stipendi bassi? Serve il rotore del valore aggiunto

Perché in Italia gli stipendi sono bassi? Perché sono come gli elicotteri:
A – Pochi sanno come farli alzare in volo
B – Molti preferiscono la medietà del suolo
C – Il lavoro dei “mediatori del lavoro” è mediare (stare nella media)
D – Tutt’e tre

La metafora – L’elicottero si presta bene alla metafora per vari motivi, alcuni divertenti:

  1. La leva al centro non si chiama “cloche”, si chiama “ciclico”; parola che ricorda il ciclo di trasformazione che genera valore aggiunto
  2. L’altra strana leva laterale si chiama “collettivo” e comanda tutte le pale contemporaneamente
  3. Per volare non si può assolutamente spostare un solo comando, devono essere mossi tutti insieme contemporaneamente, in equilibrio
  4. Se l’elicottero sale, salgono anche gli stipendi. Se scende anche gli stipendi scendono.

Ciascun Cittadino, persona fisica o giuridica-impresa, è paragonabile a un elicottero. Ciascuno genera valore aggiunto, o lo consuma. Tutti insieme fanno uno stormo, a terra o in volo.

Gli AP non fanno crescere il GDP/GDPpc– Gli AP producono qualcosa che vale tanto quanto costa (*); perciò niente valore aggiunto e niente aumento di GDPpc (compenso medio per persona). Al massimo gli AP facilitano, oppure ostacolano manovrando coefficienti lineari (tasse e tassi, con moneta) all’economia reale. Spesso seguendo i suggerimenti degli “economisti degli aggregati” i cui interlocutori preferenziali sono gli AP (Amministratori Pubblici), globali e nazionali, e i generali del Sistema Finanziario.

Difficilmente i Cittadini riescono a individuare realmente chi facilita e chi ostacola; riescono però a comprendere che gli AP sono costosi, ma servono. Più precisamente: dovrebbero servire. Il dubbio che veramente servano viene quando variano le tasse, i tassi, la moneta e, nel 99% dei casi, abbassano il GDPpc. Se lo stormo volasse i Cittadini non se ne accorgerebbero, ma quando lo stormo è bloccato a terra, l’orizzonte è basso e le montagne dei costi si vedono benissimo.

Gli Italiani fanno il GDP? Gli economisti sono concordi: da decenni gli italiani producono poco o nessun valore aggiunto. Lo stormo è bloccato a terra. Non tutti lo sono, ma quei i Cittadini che sono in grado di generare valore sono molti meno di quelli che lo consumano. Il risultato complessivo tende quindi al ribasso. Sarebbe bello che molti di più generassero più valore di quanto ne consumino. È per questo che qui cerchiamo di capire la formula magica di quelli che generano valore aggiunto (di nuovo: i coefficienti lineari tasse, tassi e moneta che tanto appassionano il dibattito sono solo costose leve secondarie).

La cattiva notizia è che nessuno conosce un metodo certo per aggiungere valore. La seconda cattiva notizia è che il principio generatore di valore è il lavoro. La terza cattiva notizia è che, a causa di insegnamenti mal erogati e mal recepiti, molte persone credono che basti pedalare, possibilmente poco, per creare valore aggiunto; la dura realtà è che pedalare è fatica, ma non necessariamente è lavoro (**).

Il rotore del valore aggiunto – Il motore del valore aggiunto può essere rappresentato in molti modi, questa volta abbiamo scelto “Il rotore del valore aggiunto”.  È composto da 4 pale predisposte in modo che a ogni rotazione l’elicottero prenda un po’ di quota. La quota corrisponde alla misura del patrimonio/valore corrente. Se fossimo fisici, diremmo che salendo l’elicottero accumula energia cinetica. Un certo numero di economisti invece direbbe che il lavoro ben congegnato produce patrimonio/valore aggiunto. Insomma, se il rotore gira bene, le pale spingono in su l’elicottero, il valore aggiunto, il patrimonio, la crescita, i compensi e molto altro:

  1. Persone preparate – Per fare un prodotto innovativo, attrattivo vendibile ad un prezzo vantaggioso serve la cooperazione di persone istruite, preparate, esperte, capaci di accedere, utilizzare, assemblare conoscenze e materiali.
    • Il più attivo trasformatore esistente sulla superficie della Terra è l’uomo. Un certo numero, non piccolo, di persone dispongono di un micidiale strumento di trasformazione che, senza sollecitazioni particolari, progetta e fa produrre beni e servizi di tutti i tipi. Uso la parola “micidiali” perché talvolta gli uomini producono più mali e che beni.
    • L’uomo è strabiliante; è in grado di far cooperare innumerevoli persone e macchine, che lui stesso ha costruito; fa eseguire loro migliaia di operazioni diverse. Ci vuole più di un dizionario per elencarle: tagliare, cucire, piegare, imparare, pensare, cucinare, spedire in alto, scrivere, ricordare, avvitare, insegnare, stampare, ……
  2. Conoscenze
    • Conoscenze libere – I nostri predecessori ci hanno messo a disposizione un’enormità di conoscenze, liberamente e gratuitamente accessibili: la ruota, il fuoco, la stampa, la ricetta del risotto, ecc.
    • Conoscenze Proprietary(Rassegniamoci: gli italiani hanno insegnato l’allegretto andante, gli anglofoni hanno insegnato l’IP-Intellectual Property). Non tutte le conoscenze sono libere, alcune conoscenze sono “proprietary”. Se si desidera usare le conoscenze proprietary, è necessario provare ad acquisirne i diritti d’uso.
    • Densità di conoscenze – Tanto più dense, e facilmente accessibili, sono le conoscenze dell’ecosistema, tanto maggiore è la probabilità che l’elicottero voli più in alto; più l’ambiente è denso di conoscenze, più è probabile che lì sia prodotto maggiore valore aggiunto.
  3. Materiali – Naturalmente è meglio acquistarli al prezzo il più basso possibile (il caso del giorno è il petrolio – basso prezzo, alta spinta economica). Una volta poteva succedere che fosse sufficiente estrarre certi materiali senza altro costo che quello del lavoro; con la fine del colonialismo e con la progressiva riduzione dei regimi autoritari non è più possibile; bisogna comprarli sul sempre più libero mercato
  4. Compensi crescenti, più elevate sono le capacità delle persone, più sono ricercate le loro competenze, più sono bene compensate. Più le persone sono gratificate dal lavoro che fanno, più sono professionalmente e personalmente motivate e più sono spinte a innovare, inventare, studiare, scoprendo e inventando nuova conoscenza. Più le persone producono valore aggiunto, maggiori sono i loro compensi (***).

Patrimonio/valore Ad ogni giro del rotore nuovo patrimonio/valore viene aggiunto al patrimonio/valore pre-esistente. Ciascun umano, ciascuna impresa, utilizza quante più conoscenze possibili, le miscela ordinatamente con risorse fisiche ed energia con l’esito di ottenere un manufatto/servizio che prima non esisteva e nuova conoscenza che prima non c’era. Nuovi beni e nuove conoscenze vanno a sommarsi al patrimonio pre-esistente di valore e di conoscenza. Una parte del Patrimonio di valore e di conoscenza viene reimmesso in circolo per alimentare il moto del rotore e si può chiamare “circolante”. E una parte si accumula immobile. L’Italia ha avuto grandissimi generatori di patrimonio/valore; tanto che oggi i cittadini italiani sono fra i primi in classifica mondiale per ricchezza pro-capite. Il problema è che da oltre dieci anni consumiamo patrimonio/risparmi invece di aggiungerne.

Compensi crescenti, o calanti? – Se l’elicottero sale, anche ciascuna pala sale. Ovvietà non ovvia, perché se una delle pale inizia a scendere, prima o poi scende tutto l’elicottero. A tal proposito può essere interessante analizzare quale “pala” può dare il maggior contributo alla quota dell’elicottero e alla qualità della vita.

  • Il costo dei materiali, per quando bravi siano i compratori dell’ufficio acquisti, il risultato finale non può scostarsi troppo dalla media di mercati mondiali. Il mondo è sempre più globalizzato con meno confini, meno valute, con più circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, non ha più bisogno delle vie della seta e delle spezie per connettere mercati con prezzi diversi. Quasi tutto è raggiungibile, con relativa abbondanza, a prezzi simili e sempre più bassi. Il mondo è sempre più efficiente. Lo sharing (bike, car, devices, ecc ) e la circular economy riducono enormemente scarti e inefficienze. Nel contempo i rubinetti che controllano le scarsità (cioè i prezzi forzosi) sono sempre meno numerosi (es: petrolio). Le materie prime e i semilavorati a basso valore aggiunto non possono modificare di molto il valore aggiunto finale.
  • Il patrimonio iniziale (pre-esistente) è un essenziale facilitatore iniziale. Nonostante tutto, anche i mercati finanziari tendono ad essere più efficienti e il denaro può essere “affittato” a prezzi simili ovunque.
  • La conoscenza è potenzialmente infinita. Risiede nei singoli individui e nell’ecosistema. Si sposta facilmente verso i luoghi più confacenti all’innovazione e dove le persone sono meglio compensate per la loro conoscenza. Anche se il mondo è più alfabetizzato, con gradi di conoscenza distribuiti e simili, la conoscenza rimane la leva che può indurre le più ampie variazioni di valore. La distribuzione massiva della conoscenza esistente è ormai efficientissima; il web ha rimosso le barriere all’accesso ad un prezzo bassissimo (esclusi i paesi autoritari e arretrati). La distribuzione di alta qualità (sistema educativo universitario) è invece strumento costoso, non facilmente accessibile, piuttosto “localizzato”. I punti di generazione di conoscenza, i Centri di Ricerca e Sviluppo, sono ancora meno accessibili, spesso protetti da filtri per difenderne la natura “proprietary” (scarsa e a prezzi/compensi alti). Ve ne sono di pubblici e di privati. La loro densità territoriale e la loro attrattività sono essenziali per la crescita. “Essenziali” vuol dire che se sono nella media o sotto la media il declino collettivo è assicurato. Anche i recenti studi e dibattiti sulla “stagnazione secolare” tendono a confermare che se da una parte il divario di conoscenza tende a livellarsi, dall’altra la densità di conoscenze è la più promettente leva di crescita.  È la principale leva che può aumentare il GDPpc, i compensi per capita.

—- Note —-

(*) L’incremento del GDPpc prodotto dalla PA è, per ragionevole convenzione internazionale, pari al suo costo. E’ un criterio ragionevole perchè molti dei servizi, come la difesa, la diplomazia, ecc non hanno nè un momento di cessione fra le parti né ovviamente hanno un prezzo di cessione. Però i princìpi della contabilità richiedono che la “partita doppia” sia sempre “quadrata”.  Convenzionalmente perciò si assume che vi sia un’effettiva cessione complessiva annuale (chiusura annua del bilancio) nel quale il “valore di cessione” è fissato pari al costo. Perciò il GDP/GDPpc della PA può aumentare solo, ed esattamente, tanto quanto aumentano, o diminuiscono, i costi. In pratica: più l’amministrazione pubblica aumenta i compensi a sé stessa più il GDP/GDPpc aumenta; e viceversa. In entrambi i casi non aumentano nè il valore aggiunto, né la crescita, né la produttività; semmai decrescono perchè tante più persone lavorano per la PA, tante più vengono sottratte da attività che invece possono, e dovrebbbero, produrre valore aggiunto. Le regole della contabilità per la PA sono fissate, chiare e condivise. La discussione filosofica-economica-politica sull’uso della PA, e delle sue leve-coefficienti-lineari, può oscillare dallo “stimolo” al “freno” che la spesa pubblica può fornire all’economia reale. Torniamo quindi a quanto può fare il manovratore di tasse, tassi e moneta: può “stimolare”, verso l’alto o verso il basso, applicando coefficienti all’economia reale, ma non può direttamente produrre variazioni di valore aggiunto.

(**) Nel linguaggio comune, la parola ‘’lavoro ‘’ è applicata a qualsiasi forma di attività che sia in grado di produrre un risultato. Se non c’è risultato, non c’è nemmeno lavoro, solo spreco di energie.  http://www.rosarioberardi.it/sitoberardi/centralielettrichenew/schede%20didattiche/unitapprendienergia.pdf.

(***) Nei manipolati miti metropolitani ancora vive la distorta interpretazione secondo dal quale la produttività si ottiene solamente forzando più ore di lavoro. In realtà la produttività aumenta più facilmente se il “prodotto/servizio” contiene un’alta densità di know-how distintivo. Fenomeno che si può facilmente riscontrare dei settori ad alta densità di conoscenza come i comparti farmaceutici, info-tech, aerospaziali, difesa (industria), ecc.

Il Whistleblowing può impattare nella P.A in chiave meritocratica? *

Nicolò Boggian (Direttore del ThinkTank Forum della Meritocrazia)
e
Michele Vitali (Membro Advisory Board Transparency Italia)

La Meritocrazia consente alle organizzazioni di lavorare in modo efficace e di contrastare la Corruzione in maniera “naturale”. I tentativi del legislatore di affrontare il fenomeno con sempre nuovi strumenti normativi rischiano di essere vani se non si creano le condizioni per cui nella Pubblica Amministrazione i dipendenti finalmente sentano di poter crescere professionalmente, di essere valorizzati e stimati per il proprio lavoro e di fidarsi l’uno dell’altro.

Senza Fiducia e Meritocrazia le leggi, infatti, spesso non vengono applicate in attesa eterna di Decreti attuativi o regolamenti interni, o comunque rimangono distanti da come vengono agiti i comportamenti reali. E’ quindi importante considerare come le persone vivono realmente nel loro ambiente organizzativo e come interagiscono tra di loro.  Senza un clima favorevole, senza Meritocrazia e senza un reale coinvolgimento delle persone, le leggi da sole spesso non colgono l’obiettivo. Per questo motivo insieme a Great Place To Work abbiamo deciso di allargare la nostra analisi sulla percezione della Meritocrazia nelle aziende di matrice culturale italiana anche all’interno della P.A.

Non a totale sorpresa, il Forum non ha ancora trovato un solo ente disposto ad interrogare i propri dipendenti sulla loro percezione del proprio ambiente di lavoro. Abbiamo perciò agito in maniera parallela e siamo riusciti, tramite un campionamento casuale, a stimare la percezione che i dipendenti pubblici hanno della Meritocrazia nel loro luogo di lavoro (Buona Leadership, Valorizzazione, Collaborazione, Premio al Merito) e a compararla con le aziende private e con le migliori organizzazioni in Italia.
Questi i risultati di sintesi:

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Come si vede dal grafico, solo 1 dipendente su 5 crede che vi sia Meritocrazia nella Pa contro i migliori casi in Italia (spesso multinazionali) in cui ben 4 persone su 5 credono che vi sia Meritocrazia.
La tesi di fondo è quindi confermata: in un contesto percepito in modo così negativo, la Corruzione non può che nascere e diffondersi indipendentemente dagli strumenti anche seri, ma spesso tardivi, che vengono introdotti dal legislatore (vedasi il portale anticorruzione Anac).

Per aggredire la Corruzione prima che diventi endemica (e non solo pesantemente diffusa) all’interno della P.A. bisognerebbe aggredire quindi la quasi inesitente Meritocrazia che è una delle principali concause principali della Corruzione. Incentrare quindi il dibattito  sulla Corruzione nella PA e non sul buon funzionamento della macchina pubblica può avere effetti perversi. Lo stesso dibattito pubblico sulla Corruzione ha da un lato l’effetto benefico di porre infatti attenzione al problema, dall’altro rischia di minare alla base la possibilità di imporre rapidamente maggiore Meritocrazia. La Meritocrazia in un organizzazione non può nascere infatti in un asfissiante sistema di regole, per lo più spesso opache e di applicazione incerta, ma si avvantaggia di una maggiore valorizzazione e autonomia responsabile delle Persone. Proprio dalle Persone, in particolare quelle straordinariamente impegnate di Transparency Italia, nasce il progetto Whistleblowing come strumento “non normativo” di risposta alla Corruzione. In meno di sette mesi di sperimentazione della piattaforma (certificata da 4 certificatori indipendenti tedeschi e americani) ALAC -Allerta Anti Corruzione è confortante sapere che ci sono già state 109 segnalazioni di valenza “Buona” o addirittura “OTTIMA”.

Consideriamo ancora più significativo che la maggioranza delle segnalazioni proviene dal Centro Sud Italia, di cui intorno al 50% generate in Lazio e Campania.

Il Whistleblowing si è quindi già dimostrato uno strumento utile e semplice, che può servire ad evidenziare situazione critiche e ad intervenire. Con il Whistleblowing si può diffondere l’esempio di chi con coraggio ha denunciato casi di corruzione per incentivare comportamenti onesti e “sconsigliare” i Corrotti. Questi casi di eroi civili vanno poi quanto più possibile raccontati e premiati nel rispetto della privacy e della sicurezza di chi denuncia casi di Corruzione. Tuttavia bisogna però dire che il Whistleblowing non può garantire da solo che non si ripetano casi di abuso se non si creano delle condizioni di reale Meritocrazia: “prevenire” è sempre meglio che “intervenire”

Da questo punto di vista uno dei fattori più importanti per la diffusione della Meritocrazia nella P.A. è la selezione e valutazione della Leadership. Questa non deve essere influenzata (troppo) dal criterio della fedeltà politica, ma dalla professionalità e dai risultati ottenuti. La fedeltà politica o la prossimità al potere senza un metodo trasparente di selezione tendono infatti a distruggere la Fiducia nelle organizzazioni e la possibilità di introdurre criteri oggettivi di valutazione delle performance. Oltre alla selezione del vertice, che è appunto strategica, importante è l’introduzione di sistemi di crescita interna trasparenti e di agevolazione del turnover. In questo senso sembrano positive le riforme annunciate dal governo (ruolo unico, 4+2), che potenzialmente introducono un mercato della dirigenza. Queste riforme andrebbero probabilmente estese a strati più ampi dei dipendenti pubblici, dando la possibilità a tutti di poter crescere, ma anche di poter essere licenziati o di poter scegliere di lavorare nel settore Privato.

Infine per agevolare la Meritocrazia sarebbe necessario creare le condizioni perché vi sia Trasparenza sui risultati delle amministrazioni e sulla percezione dei servizi da parte del cittadino. Da questo punto di vista, come nel caso della Scuola, sono le stesse famiglie e i cittadini a dover diventare più esigenti, e gli enti di controllo a dover fornire i dati in modo appunto trasparente e semplice (addirittura eccedendo ove appena possibile i “minimi di legge”). La qualità del servizio è infatti un ottimo segnale di Meritocrazia e di conseguenza di scarsa Corruzione.
La sola Anticorruzione senza Meritocrazia e Trasparenza purtroppo non basta più così come le leggi senza le persone giuste che le applichino.

Nicolò Boggian – Direttore Forum della Meritocrazia
Michele Vitali – Membro Advisory Board Transparency Italia

*Atti del Convegno organizzato da Aidp Pa e Transparency International “A che punto siamo col Whistleblowing? – Istruzioni e casi reali”

Siamo quello che mangiamo?

Salvo rare eccezioni, l’alimentazione umana di base è composta di cereali, che non apportano proteine sufficienti; in una chiave di accrescimento della disponibilità e della qualità del cibo, la prima cosa che si aggiunge sono i legumi; seguono i tuberi; quando il tenore di vita aumenta, si aggiungono gli oli; infine, si passa alla carne ed altri proteine animali (uova, latticini). Tre quarti del cibo consumato nel pianeta è fatto di riso, grano, mais; metà di tutto quanto mangiano i 7 miliardi di esseri umani è rappresentato da riso.
Nell’impero romano, un ettaro di terreno produceva 300 chili di cereali, ed un contadino poteva lavorare in media 3 ettari, quindi poteva produrre quasi 1 tonnellata di cereali; nel medioevo, un ettaro produceva 600 chili annui, ogni contadino poteva lavorare in media 4 ettari, producendo 2,4 tonnellate annue di cereali; negli Stati Uniti a metà del secolo scorso 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate; sempre negli States, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per ogni contadino; nell’Africa sub-sahariana, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi 700 chili annui. La produttività di 2.000 anni fa, 2.000 volte meno rispetto ad un agricoltore del XXI secolo.
Mangiare animali, nel nostro mercato globale, è un lusso, che comincia a diffondersi in aree di recente sviluppo economico, come la Cina ed ampie zone del Sud Est asiatico (i paesi che crescono); mangiare carne mette l’uomo in competizione con gli animali nella scelta di che cosa mangiare; seppure per millenni gli animali abbiano mangiato erba, oggi essi mangiano gli stessi alimenti che rientrano nella dieta dell’uomo: soia, mais, altri cereali.
I bovini, 50 anni fa, erano 700 milioni: oggi sono 1.400 milioni, il doppio. Sono necessarie 4 calorie vegetali per produrre 1 caloria di pollo, 6 per 1 caloria di maiale, 10 per una caloria di bovino od agnello.
Occorrono 1.500 litri per produrre 1 chilo di mais, 15.000 litri per produrre 1 chilo di carne bovina. 1 ettaro di terra buona può produrre 35 chili di proteine vegetali, che scendono a 7 chili se utilizzate come alimento per animali.
In termini economici, mangiare carne significa “appropriarsi” di risorse vegetali che potrebbero bastare per 5 o 10 persone.
Negli ultimi decenni, il consumo di carne è raddoppiato rispetto alla popolazione, il consumo di uova è triplicato. L’allevamento di animali copre l’80% della superficie agricola coltivabile (a tecnologia attuale), assorbe il 40% della produzione mondiale di cereali ed il 10% delle risorse idriche del pianeta.
Il cibo, essenziale per la sopravvivenza, diviene sempre più una non-scelta, per mancanza di capacità di reddito o impossibilità di coltivare e produrre, per chi non ha accesso a “basic stuff and food” come acqua, cereali, legumi, tutti alimenti essenziali per la sua salute ed il suo sviluppo.

God save the Queen! Quando basse tasse ed alti salari si dan la mano.

Nella eterna, quindi inconcludente, discussione sul “modello di sviluppo” che l’Italia deve assumere, irrompe la eterodossa esperienza inglese, che al grido di “alti salari, basse tasse, welfare ridotto” vede il governo inglese proseguire la tappa di avvicinamento a livelli di tassazione assai bassi: oggi la “corporate tax”, l’imposta sugli utili societari, è stata portata al 20%, ma nelle intenzioni dello Scacchiere di Londra potrebbe scendere al 15% entro il 2020 (avvicinandosi a quel 12,5% che la vicina Irlanda impone alle imprese che hanno sede nella repubblica irlandese). Livelli da sogno per le imprese italiane, che con simili aliquote confidiamo possano “fare miracoli”.

Questo “modello” sociale ha consentito evoluzioni importanti: PIL inglese in crescita del 2,4% nel 2014 e nel 2015 (previsione), disavanzo in calo al 3,7%, occupazione in trend positivo, tutti segni che il risanamento dei conti inglesi sembra avviato verso il successo.

Alcune soluzioni sembrano difficilmente trasferibili nel contesto italiano: tagli al “welfare”, con riduzioni su assegni familiari, assegni per l’abitazione, sussidi per gli studenti.

Invece, le modifiche apportate al mercato del lavoro sono significative e col segno “+”: il governo conservatore ha fissato il salario orario minimo, “living wage” in lingua locale (ma tutti lo comprendono), dei lavoratori di almeno 25 anni di età a 7,20 sterline orarie (era 6,50 sino ad ora), con ulteriore previsione di adeguamento a 9 sterline orarie entro il 2020: nelle intenzioni governative, la ridotta tassazione sugli utili aziendali dovrebbe consentire alle imprese di trasferirne parte dei benefici ai dipendenti sotto forma di aumento dei salari, accompagnato da una esenzione totale di imposta sui redditi sino a 11.000 sterline annue.

Mettere in diretta relazione, nelle intenzioni e quel che più conta nella pratica, la bassa tassazione sul reddito di impresa con la aspettativa “razionale” di un trasferimento di una quota di “rendita” dal “capitale” al “lavoro” ci sembra una ottima proposizione: in attesa di vedere la sua concreta applicazione, ne facciamo l’elogio, confidando che abbia successo, un grande successo, in Gran Bretagna: e che da questo successo nasca anche un “effetto imitazione” per il nostro legislatore.

God save the Queen!

La ruspa esattoriale

C’era una volta un limite al pignoramento dello stipendio o della pensione fissato per lasciare al debitore un margine di sopravvivenza. Il decreto “Salva Italia”(1.10.2012 del Governo Monti) ha imposto che le pensioni confluiscano direttamente ed automaticamente dall’Istituto di Previdenza su un conto corrente che il pensionato è costretto ad attivare. Così Equitalia ha il diritto, e lo esercita con spietata crudeltà, di effettuare il pignoramento non nei limiti di un quinto presso l’ente erogatore, ma dell’intero importo della pensione una volta che questa sia versata sul conto corrente.Un prelievo coatto che, sempre più spesso, viene esercitato in modo inversamente proporzionale all’ammontare della pensione. Infatti, ad essere perseguita con particolare rigore è l’evasione  realizzata da piccoli imprenditori, artigiani e pensionati in quanto si tratta di fasce con scarse possibilità di difendersi da eventuali “disguidi” che possono assumere carattere estorsivo e che non dispongono di stuoli di consulenti che ne tutelino le ragioni. Abbiamo, quindi, un’amministrazione, spietata con i deboli, diventa morbida con i forti. Uno Stato Robin Hood alla rovescia, ruba ai poveri per dare ai ricchi.  Equitalia, in caso di debiti di un pensionato con il fisco, pignora tutte le somme depositate sul conto corrente, la cui apertura è condizione sine qua non per vedersi accreditare la pensione, col pretesto che su quel conto potrebbero essere confluiti anche altre somme. In tal modo, blocca il conto corrente negando il diritto alla sussistenza garantito dalla Costituzione ai pensionati costringendoli a ricorrere al giudice per far sbloccare il conto. Come al solito, l’incapacità del legislatore demanda al giudice ordinario la soluzione del problema ma il danno è già fatto. Il blocco del conto lascia il suo titolare nell’impossibilità di affrontare le spese quotidiane, per il periodo che intercorre tra la notifica all’istituto dell’atto e l’udienza di dichiarazione avanti il giudice. Per stare tranquillo il pensionato deve, lo stesso giorno dell’accredito, ritirare dall’istituto l’intero importo della pensione. Si tratta di atti intimidatori di Equitalia che, avendo accesso a tutte le informazioni per accertare i redditi, le situazioni patrimoniali e per conoscere la provenienza degli accrediti e la consistenza del conto corrente, esercita in modo improprio le sue prerogative. Il suo accanirsi, quindi, è ancor più odioso perché esercitato sulle fasce deboli costretti a vivere i giorni della pensione come un incubo e sotto tortura.

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I Segreti della COVIP

L’ente di controllo COVIP ha effettuato il “monitoraggio” sugli investimenti delle casse previdenziali dei professionisti, per il terzo anno, ma i risultati non sono disponibili, come non lo sono stati per il passato, per i professionisti: 20 casse di previdenza che gestiscono patrimoni vicini ai 60 miliardi per 1.400.000 professionisti. Dal 2012 i rapporti (con analisi, confronti, dettagli rilevanti) della COVIP non sono resi pubblici dalle singole casse previdenziali e dal ministero competente (MinLavoro); non è chiaro quali ragioni impediscano la diffusione di dati essenziali per comprendere come sono gestiti “soldi” dei singoli contribuenti e risparmiatori che serviranno alla loro pensione futura.

Corrado Griffa, pubblicato su “Una tazzina di caffè…” su www.smartweek.it giovedì 4 giugno 2015

Disoccupati e potenziali lavoratori.

Nel Rapporto ISTAT presentato alla Camera, il confronto fra il 2008 ed il 2014, periodo di “sette anni della grande crisi”, evidenzia che nel 2008 i disoccupati erano 1.664.000, a fine 2014 sono 3.226.000, un +93,9% pari a 1.562.000 unità; la distribuzione geografica è indice delle difficoltà sia storiche che congiunturali: alla fine dello scorso anno il 47,0% dei disoccupati era nel Mezzogiorno (era il 52,7% nel 2008), il 19,1% nel Centro (il 18,6% nel 2008), il 33,9% nel Nord (il 28,7% nel 2008).

A tali numeri, vanno ad aggiungersi i “lavoratori potenziali”, quanti non hanno una occupazione, non sono censiti come disoccupati, e non cercano attivamente un lavoro: sono 4.457.000 in tutta Italia (dato fine 2014), erano 2.758.000 nel 2008.

“Mancano all’appello” quasi 8 milioni di possibili occupati: dare lavoro a tutti è impresa ardua, ma “conseguire un tasso di occupazione uguale a quello europeo significherebbe per il nostro paese un incremento di circa 3 milioni e mezzo di occupati”.

Questo articolo è apparso su www.smartweek.it  nella rubrica “Una tazzina di caffè…” martedì 26.5.2015