Un miliardo all’anno (senza bilanci) nella palude della formazione

FONDI INTERPROFESSIONALI PER LA FORMAZIONE
PROBLEMI E PROPOSTE D’INTERVENTO

Il settore della formazione per i dipendenti delle aziende prevede oggi due canali di finanziamento:
– i bandi regionali (prevalentemente L. 236)
– i Fondi Interprofessionali, organismi di emanazione del Ministero del Lavoro, gestiti dalle Parti Sociali (triplice, UGL, sindacato autonomo ecc.), in accordo con le associazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio ecc.).

I Fondi hanno forma associativa, natura giuridica privata e quindi nessun obbligo di deposito dei bilanci, che però annualmente il Ministero del Lavoro esige, ma non pubblica.

Le risorse utilizzate dai Fondi sono però di natura pubblica, come un Parere del Consiglio di Stato di settembre 2015 ha dovuto specificare, per le evidenti arbitrarietà generatesi.

Provengono infatti dalle società iscritte al Fondi attraverso lo 0,30% trattenuto dagli stipendi dei dipendenti e versato all’INPS mensilmente (980 milioni di euro nel 2014), che la legge 388 del 2000 (governo D’Alema) destina obbligatoriamente alla formazione.

Tali risorse sono girate ai Fondi dall’INPS quando l’azienda indica, nell’Uniemens mensile con il versamento dei contributi, il codice di uno dei Fondi prescelti per l’iscrizione (attualmente sono 21).
Il denaro può essere richiesto dall’azienda al Fondo solo dietro presentazione di un progetto (andando in bando o attingendo ad un conto formativo autonomo, come accade in genere per le grandi imprese: 300 dipendenti generano circa 15.000 euro, massa critica minima per aprirli).
Questa attività, complessa, è nella maggior parte dei casi delegata ad un ente formativo scelto dall’azienda e quindi da questa remunerato per le attività concretamente svolte (la presentazione del progetto, l’erogazione e organizzazione), da rendicontare con contratti e fatture ai Fondi stessi.
Gli enti formativi sono in genere microimprese con l’obbligo di deposito dei bilanci e di certificazione di qualità per gli accreditamenti presso il Fondo.
Finora non sono state previste però norme che obblighino a rendere visibili conflitti di interesse tra enti formativi e Fondi (evidenti e frequenti) e contratti che ne disciplinano il rapporto in modo congruo e trasparente, soprattutto per il procacciamento clienti.

Le risorse trattenute dagli stipendi dall’INPS per la formazione, pari allo 0,30% dello stipendio, ammontano mediamente a circa 80 euro lordi annui a dipendente.

L’INPS ha dichiarato che il trattenuto globale è di stato di circa 980 milioni di euro nel 2014, ma il riversato ai 21 Fondi è di soli 800 milioni di euro, poiché circa il 20-25% delle aziende italiane non risulta ancora iscritto a nessun Fondo, e lascerebbe in INPS quindi circa 200 milioni di euro.
Il netto a disposizione del sistema aziende, tenuto conto del riversato di 800 milioni, ammonterebbe però a poco meno di 600 milioni di euro (50 euro netti a dipendente), perché i Fondi trattengono per prassi (e non previsioni normative) circa il 30% del lordo maturato in INPS dalle aziende.

Purtroppo non essendo reso pubblico e trasparente il capitolato tra INPS e Fondi, non è comunque possibile sapere oggi con precisione quale sia il reale trattenuto dagli stipendi.

“Il Fatto”, in un articolo del 2014 sui Fondi, stima che possa essere anche dell’1% rispetto allo 0,30% normativamente previsto, quindi almeno tre volte superiore (circa 2,6 miliardi di euro rispetto agli 800 milioni ufficiali riversati ai Fondi).

Non è possibile neppure controllare il reale girato netto alle singole aziende, perché queste non possono accedere direttamente ai propri dati di cumulato, operazione possibile disponendo di una semplice password che il Ministero, con apposita direttiva, dovrebbe consentire all’INPS di fornire.
Né possono disporre di un contratto che le tuteli e specifichi il trattenuto netto rispetto al lordo maturato, perché i Fondi si arrogano il diritto di non riconoscerlo.
Le aziende invece sono costrette a documentare con onerose rendicontazioni le attività formative svolte, soggette a revisioni da parte di commercialisti e a visite ispettive da parte dei Fondi.

Parimenti agli enti formativi è negato un contratto che li tuteli per le attività di procacciamento clienti svolte a supporto dei Fondi e di sostentamento di costi di struttura. I Fondi, si sottolinea, sono associazioni che raramente superano i 15 dipendenti, non potrebbero procacciare e presidiare da soli migliaia di iscritti. Agli enti indipendenti è quindi negato un diritto legittimo, mentre forse per le “reti” amiche formalizzare questo diritto sarebbe persino inopportuno. Per gli accreditamenti, necessari per operare con i Fondi, è però richiesto agli enti formativi di esibire i bilanci e onerose certificazioni di qualità.

Altra lacuna nei controlli è quella in merito alle restituzioni del denaro inutilizzato per la formazione.
La legge prevede che dopo due anni di inutilizzo da parte delle aziende i Fondi abbiano un anno di tempo per appropriarsene a metterlo a disposizione degli altri iscritti tramite bandi. Trascorso il triennio il denaro non usato dovrebbe essere restituito all’INPS. Ad oggi non risultano attivi controlli INPS o Ministeriali in merito.
Parimenti si potrebbe quindi supporre per il flusso di denaro riversato dall’INPS alle Regioni per i bandi formativi regionali, sempre più esiguo, che dovrebbe essere alimentato non solo dallo 0,30% delle aziende non iscritte a nessun Fondo ma anche dal flusso di restituzioni dell’inutilizzato dai Fondi.

Poiché lo 0,30% trattenuto per la formazione è un sottoinsieme dell’1,61% trattenuto dagli stipendi per la formazione e disoccupazione (una massa oltre 4 volte superiore), tale situazione lascia purtroppo intendere che vi possano essere analoghi mancati controlli per l’allocazione del denaro effettivamente impiegato per i disoccupati (se lo 0,30% vale circa 980 milioni di euro, 1,61% versato in INPS peserebbe per oltre 5 miliardi).

Il Ministero interpellato più volte nel corso degli ultimi due anni su questi temi, anche con un’apposita interrogazione a cura dell’onorevole Walter Rizzetto, non risponde e soprattutto non norma come la dirigenza INPS ha evidenziato sia necessario, avendo questa solo potere solo di eseguire i dettami ministeriali.
Urge dunque un’operazione di trasparenza e di produzione normativa affinché:

1. i capitolati tra INPS e Fondi siano resi pubblici per capire il reale girato dai Fondi alle aziende, al netto del trattenuto dichiarato (circa il 30%)
2. sia resa accessibile alle aziende la Procedura Fondi Report dell’INPS, tramite il cassetto previdenziale, affinché mensilmente le aziende possano controllare autonomamente il proprio cumulato e il netto girato, senza dover chiedere autoreferenzialmente ai Fondi
3. siano resi obbligatori format contrattuali a tutela dei terzi, imprese ed enti formativi, che interfacciano i Fondi, affinché le condizioni applicate nei rapporti siano trasparenti e non discriminatorie
4. per l’iscrizione delle aziende ai Fondi deve essere resa obbligatoria la firma del legale rappresentante, onde evitare adesioni effettuate dai consulenti del lavoro, tecnicamente possibili, senza interpellare i clienti
5. si realizzi un libro bianco, con la collaborazione di tutti gli attori del mercato (enti, aziende ecc.) per la corretta interpretazione di norme e circolari sul tema formazione
6. sia istituita un’Autorità, un arbitro realmente sopra le parti e privo di conflitti di interesse (con Ministero, INPS, sindacati, enti datoriali) per le dialettiche tra Fondi e aziende ma anche tra Fondi ed enti formativi.

Si sottolinea anche la necessità di normare sui criteri per i prelievi forzosi per la CIG, effettuati dal’INPS a monte dei Fondi nel triennio precedente, ancora in parte in corso, arbitrariamente, a valle, dato che i maturati censiti dall’INPS, per problemi contabili, sono stati comunicati con un ritardo di un biennio. Occorre si specifichi che i Fondi debbano attingere all’inutilizzato e non ai conti formativi autonomi delle aziende, quelle normalmente attive e virtuose.

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Dott.ssa Patrizia Del Prete

Laureata in Economia Applicata a Torino (Facoltà di Scienze Politiche, Indirizzo Economico), master in Marketing e Comunicazione, Scuola di Giornalismo e PR, ha lavorato dal 91 al 2001 nel Gruppo Bancario Sanpaolo, prima per la SP Formazione Spa (società di training e consulenza manageriale, per conto della quale seguiva il Cimark, consorzio della SAA di Torino per l’Innovazione del Marketing), poi nel settore della pianificazione strategica e controllo di gestione, della comunicazione e infine come responsabile del marketing del sito Internet della Banca

Trasferitasi a Milano, ha operato nel 2001 e 2002 come manager per D&C  Financial Communication, successivamente in Net Brain, società di consulenza strategica del mondo Internet, per la quale ha vinto la gara per il concept di marketing e i contenuti del sito WEB del gruppo Carrefour del 2003.

Nel 2004, come marketing manager, ha seguito lo start up del gruppo americano Nationwide (Europewide), curandone l’immagine corporate e ideando gli strumenti per la vendita dei prodotti.

Negli anni successivi ha poi operato come dirigente in un’impresa di marketing della fidelizzazione (Royal & Loyal) e in un ente formativo (Italiaindustria).

Nel 2009 ha fondato Consophia (www.consophia.it), società di formazione e consulenza indipendente, certificata da Accredia per attività di training e placement, specializzata nel  reperimento fondi per il finanziamento di formazione, coaching e consulenza. Consophia si occupa anche nella implementazione, su richiesta, di piani formativi “chiavi in mano” in tutte le aree, oltre che di progetti di comunicazione e marketing innovativi, con il supporto di assessment propedeutici, finanziabili con fondi.

Diritti o privilegi?

Carlo Lottieri  torna, su Affari Pubblici, in tema di “Diritti acquisiti” con razionalità e coerenza rispetto alla scelta che i cittadini quoatidianamente fanno di adeguare i propri comportamenti alla Costituzione, incluso il metodo per cambiarla. Riportiamo qui di seguito l’articolo con un solo commento di merito.

Il riferimento ai diritti naturali ha una sua logica ideale, che a nostro avviso va letta in senso concreto atto di accettazione della Costituzione: senza alcuna necessità di fare riferimento a inesistenti sovranità e diritti di ordine superiore, i cittadini hanno determinato da sè stessi che la convivenza sia regolata dal grande accordo che chiamiamo Costituzione e dal sistema legislativo, normativo e giuridico che ne consegue.

——-  Di Carlo Lottieri su Affari Pubblici ——

Quando si tenta di riformare in senso liberale le istituzioni, in Italia come altrove, spesso ci si scontra con l’idea che una serie di cambiamenti verrebbero a ledere diritti acquisiti. Quei cambiamenti sarebbero, per tale motivo, illegittimi e andrebbero rigettati.
In tutto questo c’è qualcosa di illogico e anche linguisticamente discutibile. I diritti individuali non sono “acquisibili”, perché sono in realtà originari o, come si dice con una terminologia classica, “naturali”. Ogni uomo ha un diritto naturale su di sé e per questo motivo la schiavitù è ingiusta. Per lo stesso motivo ognuno ha diritto a essere proprietario. Di cosa? Ecco: qui entra in campo la titolarità, perché ognuno ha diritto a essere proprietario di quei titoli che ha acquisito in maniera legittima grazie a doni, scambi, retribuzioni, ecc.

I diritti sono insomma connaturati all’uomo, mentre i titoli si acquisiscono. E come si acquisiscono, ovviamente, si possono perdere. Io sono proprietario di una casa (ho un titolo legittimo su di essa) e ovviamente perdo tale titolo nel momento in cui la dono o la vendo. A rigore, allora, non vi sono diritti acquisiti, ma solo titoli. Ed esattamente di titoli che si parla quando – nel linguaggio corrente – si vuole impedire questa o quella riforma.

Un caso classico è quello dei prepensionati o dei vitalizi d’oro assicurati agli uomini politici. In un caso come nell’altro non è di diritti in senso proprio che si parla (non stiamo parlando di prerogative che spettino a ogni uomo in quanto uomo), ma appunto di titoli: e per giunta di titoli ottenuti non in virtù di scambi o contratti tra privati, ma grazie a decisioni politiche del tutto arbitrarie.
In altre parole, se compro un’abitazione ho un titolo di proprietà forte su di essa, quale risultato di un negozio tra privati. Se invece ricevo una pensione di 4 mila euro al mese perché per cinque anni sono stato consigliere regionale, in questo caso è diverso: un atto di volontà politica mi ha attribuito un privilegio o una facoltà. In altre parole, ho la possibilità di esigere ogni mese che ognuno dei miei concittadini destini a me – ad esempio – un centesimo di quanto produce in modo tale che io possa godere di questo vitalizio.
Ho un diritto a tutto ciò? No. Non c’è alcun diritto in gioco.

Ho un titolo che è stato “costruito” politicamente a mio favore. E che ovviamente può essere cancellato da un altro atto politico di segno opposto: dalla decisione, ad esempio, di abolire questi privilegi che i politici si sono auto attribuiti (nel caso dei vitalizi post-elezione) o che hanno attribuito ad altri (nel caso delle pensioni-baby).

Detto questo è egualmente chiaro che non si può mettere esattamente sullo stesso piano molte modeste baby-pensioni e i super-assegni che i politici hanno deciso mensilmente di regalarsi. Per giunta molti tra di coloro che sono andati in pensione prima dei quarant’anni oggi non sono più in condizione di lavorare. Per tale motivo, negare loro la pensione che ricevono significa togliere a queste persone ogni mezzo di assistenza, dopo aver assicurato loro – con un privilegio definito per via legislativa – che avrebbero ricevuto quella pensione vita natural durante.

Sul piano politico la situazione è caotica, socialmente delicata, e non è facile trovare una via d’uscita. Ma stiamo parlando di titoli ottenuti politicamente, insomma: di privilegi, e non già di diritti acquisiti. Sapere che le cose stanno in questi può quanto meno aiutare a mettere la discussione sui giusti binari.

La ruspa esattoriale

C’era una volta un limite al pignoramento dello stipendio o della pensione fissato per lasciare al debitore un margine di sopravvivenza. Il decreto “Salva Italia”(1.10.2012 del Governo Monti) ha imposto che le pensioni confluiscano direttamente ed automaticamente dall’Istituto di Previdenza su un conto corrente che il pensionato è costretto ad attivare. Così Equitalia ha il diritto, e lo esercita con spietata crudeltà, di effettuare il pignoramento non nei limiti di un quinto presso l’ente erogatore, ma dell’intero importo della pensione una volta che questa sia versata sul conto corrente.Un prelievo coatto che, sempre più spesso, viene esercitato in modo inversamente proporzionale all’ammontare della pensione. Infatti, ad essere perseguita con particolare rigore è l’evasione  realizzata da piccoli imprenditori, artigiani e pensionati in quanto si tratta di fasce con scarse possibilità di difendersi da eventuali “disguidi” che possono assumere carattere estorsivo e che non dispongono di stuoli di consulenti che ne tutelino le ragioni. Abbiamo, quindi, un’amministrazione, spietata con i deboli, diventa morbida con i forti. Uno Stato Robin Hood alla rovescia, ruba ai poveri per dare ai ricchi.  Equitalia, in caso di debiti di un pensionato con il fisco, pignora tutte le somme depositate sul conto corrente, la cui apertura è condizione sine qua non per vedersi accreditare la pensione, col pretesto che su quel conto potrebbero essere confluiti anche altre somme. In tal modo, blocca il conto corrente negando il diritto alla sussistenza garantito dalla Costituzione ai pensionati costringendoli a ricorrere al giudice per far sbloccare il conto. Come al solito, l’incapacità del legislatore demanda al giudice ordinario la soluzione del problema ma il danno è già fatto. Il blocco del conto lascia il suo titolare nell’impossibilità di affrontare le spese quotidiane, per il periodo che intercorre tra la notifica all’istituto dell’atto e l’udienza di dichiarazione avanti il giudice. Per stare tranquillo il pensionato deve, lo stesso giorno dell’accredito, ritirare dall’istituto l’intero importo della pensione. Si tratta di atti intimidatori di Equitalia che, avendo accesso a tutte le informazioni per accertare i redditi, le situazioni patrimoniali e per conoscere la provenienza degli accrediti e la consistenza del conto corrente, esercita in modo improprio le sue prerogative. Il suo accanirsi, quindi, è ancor più odioso perché esercitato sulle fasce deboli costretti a vivere i giorni della pensione come un incubo e sotto tortura.

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I Segreti della COVIP

L’ente di controllo COVIP ha effettuato il “monitoraggio” sugli investimenti delle casse previdenziali dei professionisti, per il terzo anno, ma i risultati non sono disponibili, come non lo sono stati per il passato, per i professionisti: 20 casse di previdenza che gestiscono patrimoni vicini ai 60 miliardi per 1.400.000 professionisti. Dal 2012 i rapporti (con analisi, confronti, dettagli rilevanti) della COVIP non sono resi pubblici dalle singole casse previdenziali e dal ministero competente (MinLavoro); non è chiaro quali ragioni impediscano la diffusione di dati essenziali per comprendere come sono gestiti “soldi” dei singoli contribuenti e risparmiatori che serviranno alla loro pensione futura.

Corrado Griffa, pubblicato su “Una tazzina di caffè…” su www.smartweek.it giovedì 4 giugno 2015

Sconti fiscali per i fondi pensione

Dal Blog di Sodo Caustico del 16 Maggio 2015. Per la fonte clicca qui

 

Emanato il decreto MEF che prevede uno sconto fiscale per i fondi pensione e le Casse previdenziali che investano in progetti a medio-lungo termine nell’economia reale; attuando la misura prevista nella legge di Stabilità 2015, il beneficio fiscale si concreta nella riduzione dell’aliquota pagata sul rendimento annuo delle gestione dei fondi pensione (dal 20% all’11%) e delle Casse (dal 26% al 20%), attraverso il meccanismo del versamento ad aliquota “piena” e la successiva richiesta di rimborso attraverso il credito di imposta, attingendo ad un “fondo plafond” di 80 milioni di euro annui (con ulteriori tecnicismi in caso di eccedenza delle richieste di rimborso).

Per almeno 5 anni fondi e Casse dovranno detenere azioni, obbligazioni, OICR che investono in “infrastrutture turistiche, culturali, ambientali, idriche, stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sanitarie, immobiliari pubbliche non residenziali, delle telecomunicazioni, comprese quelle digitali, e della produzione e trasporto di energia”.

Gli ultimi dati disponibili indicano un patrimonio detenuto dalle forme di previdenza complementare di 63.960 milioni di euro, oggi per il 4,6% investito in azioni, per il 18,8% in titoli di stato, per il 33,4% in OICR.

Sodo Caustico

La spesa pubblica italiana: fra storia, realtà e mito (della Spending Review)

“”Qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L’abilità consiste nel ridurre le spese, dando nondimeno servizi efficienti, corrispondenti all’importo delle tasse””, Maffeo Pantaleoni (Frascati, 1857 – Milano,1924)

Così diceva l’economista, politologo e senatore del Regno d’Italia. Perché citare un uomo morto quasi un secolo fa, vi chiederete? Perché le sue parole sono incredibilmente attualissime se le coniughiamo alla cronaca politica.
La Cgia di Mestre ha calcolato che ammontano a 1,5 miliardi di euro i tagli ai comuni in conseguenza della spending review. I più penalizzati da questa operazione saranno quelli di Cosenza, Napoli, Siena e Firenze.
È questo il modo giusto per tagliare una spesa pubblica fuori controllo come quella italiana? Per rispondere a questa domanda, occorre prima capire come è composta e come è cambiata nel tempo.

L’evoluzione della spesa pubblica italiana

La definizione di spesa pubblica include spese correnti, interessi e investimenti: nel 2014 è stata di 817,5 miliardi di euro, pari al 51,1% del PIL. Nel 1954 era il 25%, poi è via via cresciuta negli anni: ha superato il 30% nel 1996, il 40% nel 1981, ha sfondato quota 50% nel 1990, è ridiscesa sotto il 50% nel 1997, per poi tornare saldamente sopra il 50% dal 2012.
Prima osservazione: dal 1954, in nessun anno le entrate (imposte dirette, imposte indirette, contributi sociali, altri ricavi) sono state superiori alle spese, questo ha determinato una serie ininterrotta di “deficit” (con una differenza massima fra spese ed entrate di 11,6 punti di PIL nel 1988).
Le entrate fiscali erano 23,1% del PIL nel 1954, hanno superato il 40% nel 1990, sono il 48,1% del PIL nel 2014. Se “sommiamo” tutti i deficit dal 1954 al 2014, arriviamo a un valore che è 3,15 volte il PIL italiano del 2014.
Spesa pubblica: un confronto europeo
La spesa pubblica italiana è assai elevata in assoluto e in percentuale del PIL, ma quando la si raffronta a livello europeo troviamo delle inaspettate sorprese.
Come dicevamo in Italia la spesa pubblica totale (tutte le spese correnti inclusi stipendi, investimenti, pensioni, sussidi, interessi) è pari al 51,1% del PIL. In Francia tocca il 57,3%, in Svezia il 54,6%, in Belgio il 54,1% (la Germania fa meglio: 44,1%). Se si analizza la spesa pubblica primaria (che esclude pensioni e interessi, conseguenze dei governi del passato), la percentuale sul PIL della spesa italiana è il 28,8%: la Svezia è al 41,9%, la Francia al 39,1%, la Germania al 30,1%.
Una seconda osservazione è quindi che in Italia il costo per interessi e per pensioni è più elevato che in altri paesi europei, poiché “vale” il 20% di PIL, mentre in Germania il 14% e in Svezia il 12,7%.

 

La composizione della spesa pubblica italiana

Dalla sua analisi si traggono utili osservazioni. Al governo e alla politica l’arduo compito di utilizzarle in modo corretto (purtroppo la storia degli ultimi 60 anni depone in senso contrario).
Gli 817,5 miliardi di spesa pubblica del 2014, per livello di governo, sono così composti (fonte: Istat):
• 323,7 miliardi (il 39,6%) per la previdenza (pensioni);
• 264,9 miliardi (il 32,4%) per costi delle amministrazioni centrali (ministeri, giustizia, difesa…);
• 111,2 miliardi (il 13,6%) per la sanità;
• 66,2 miliardi (l’8,2%) per i comuni;
• 41,7 miliardi (il 5,1%) per le regioni (esclusa la sanità, sopra indicata);
• 9,8 miliardi (l’1,2%) per le province (recentemente oggetto di una norma di abolizione da parte del Governo Renzi).
Nella spesa pubblica sono inclusi gli investimenti, che per il 2014 sono stati 31,1 miliardi di euro (il 3,8% del totale della spesa pubblica), per la maggior parte effettuati dagli enti locali (572,2 miliardi, il 70%) e poi a quelli centrali (201,9 miliardi, il 25,8%). Gli investimenti per la difesa sono stati 8,9 miliardi. Dove tagliare?

 

Quale spending review per l’Italia?

Una spending review ben fatta dovrebbe concentrarsi su tutte le voci di spesa, per quanto difficile possa essere incidere su voci come le pensioni, che assorbono 40 euro per ogni 100 spesi dallo stato.
I mezzi e gli strumento dovrebbero essere indicati dalla politica e non solo dalla tecnica. L’azione del governo si è sinora concentrata su una voce “facile” come quella delle province, forse perché toccava solo l’1,2% del totale della spesa, ma aveva un suo peso mediatico, dando l’idea che “si faceva sul serio”.
Tuttavia per uno Stato che negli ultimi 60 anni ha speso sempre più di quanto ha incassato ci vuole ben altro, anche se forse un deficit del 3% (differenza fra il 51,1% di spesa sul PIL e il 48,1% di entrate fiscali sul PIL) non è che “una goccia in un mare” di risorse sottratte ai cittadini in 60 anni.

Non tornano anche a voi in mente le dotte parole di Pantaleoni?

 

Tutto sulla previdenza complementare

Dopo aver delineato come funziona il sistema pensionistico pubblico e come sono i conti dell’INPS, descriviamo ora il sistema pensionistico privato e le forme di previdenza complementare.

I diversi tipi di sistema pensionistico privato

Considerato che la pensione pubblica non assicura, né assicurerà in futuro, un adeguato tenore di vita, i lavoratori possono (o meglio: devono) scegliere di destinare una parte del proprio risparmio alla costruzione di una rendita aggiuntiva, versando volontariamente dei contributi alle forme pensionistiche complementari.

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La verità sui conti e sulla gestione dei contributi dell’Inps

6,7 miliardi di euro.

A tanto ammonta il deficit dell’INPS, stando al bilancio preventivo 2015 che deve essere esaminato dal CIV (il Comitato di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS). Come mai? E come gestisce l’INPS tutti i contributi versati dai lavoratori?

Come l’INPS gestisce i contributi versati?

La Legge 335 del 1995 ha previsto che la pensione sia calcolata esclusivamente con il sistema di calcolo contributivo per i lavoratori privi di anzianità contributiva al 1° gennaio 1996 e per i lavoratori che esercitano la facoltà di opzione al sistema di calcolo contributivo. Ma ne siamo proprio sicuri?

A pagina 111 del Rapporto Annuale INPS troviamo la risposta: “Sul piano delle modalità di finanziamento, il modello pensionistico obbligatorio nel nostro paese si configura come un sistema a ripartizione, in cui l’onere pensionistico è ripartito sui lavoratori correnti: i contributi dei lavoratori attivi vengono immediatamente utilizzati per pagare le pensioni ai lavoratori in quiescenza. In quanto tale, il metodo a ripartizione subisce le oscillazioni del dato occupazionale, del livello retributivo degli assicurati e dell’andamento demografico”.

Le somme dei contributi sono quindi immediatamente utilizzate per pagare le pensioni ai pensionati: non c’è nessuna politica di gestione finanziaria, nessuna allocazione dei contributi a un “conto individuale”.

Inutile pensare a stime attuariali, stime finanziarie sui rendimenti delle attività finanziarie (che stanno in cassa per pochi giorni, giusto per arrivare a fine mese e pagare le pensioni…), profili di rischio e di investimento sulla base dell’età del lavoratore in servizio e della personale propensione al rischio, modelli di investimento a lungo termine e quanto faccia parte della normale dotazione di strumenti del gestore di patrimoni. L’INPS non ha né competenze né ruoli e funzioni di gestione finanziaria; siamo al “tanto entra, tanto esce”.

Ma ancora più allarmante è quello che riguarda le pensioni dei dipendenti pubblici.

Gli accantonamenti pensionistici per i dipendenti pubblici

Fino al 31 dicembre 1995 i trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato (CTS) e degli enti locali (CPDEL) erano a carico dello Stato, non esistendo una cassa previdenziale.

Dal 1° gennaio 1996 si è istituita presso l’INPDAP la gestione separata del trattamento pensionistico dei dipendenti dello Stato (Cassa Trattamenti Pensioni Statali, CTPS), prevedendo che la Pubblica Amministrazione versasse l’intera contribuzione all’INPDAP.

Non era previsto alcun trasferimento del capitale contributivo virtualmente accantonato negli esercizi precedenti nel bilancio statale. Si stabilì un apporto dello Stato a favore della gestione relativa, finalizzato a garantire il pagamento dei trattamenti pensionistici statali ponendo a carico dello Stato i trattamenti relativi, sino al 2007.

Dal 2008 (Legge Finanziaria 2008) è stato eliminato tale apporto finanziario alla CTPS, causando un disavanzo finanziario in costante crescita: 5.627 milioni nel 2009, 6.221 milioni nel 2010, 8.456 nel 2011.

L’INPDAP è stato abolito il 31 dicembre 2011, con trasferimento degli obblighi all’INPS. Il debito cumulato dall’INPDAP per le anticipazioni erogate era di 25 miliardi a fine 2011.

Con la Legge di Stabilità 2012 sono stati ripristinati meccanismi di finanziamento statale a sostegno delle gestioni ex-INPDAP ed è stata costituita presso l’INPS la gestione degli interventi assistenziali e di sostegno della gestione previdenziali (GIAS), con oneri a carico dello Stato.

In sintesi: non ci sono stati accantonamenti pensionistici per i dipendenti pubblici sino a tutto il 1995. La PA è stata inadempiente per decenni; lo squilibrio conseguente è stato coperto, ed è ancora coperto, dalla fiscalità generale: le tasse sui redditi che i cittadini pagano allo stato sono in parte utilizzati per pagare le pensioni di dipendenti statali, pensioni che non sono state coperte da accantonamenti, sia a carico dei dipendenti che del datore di lavoro “Stato”; situazione destinata a proseguire negli anni futuri. Esaminiamo ora l’entità del “trasferimento dalla tasca dei cittadini alle tasche dei pensionati pubblici”: il disavanzo INPS.

I conti dell’INPS

Esaminando il bilancio dell’INPS del 2013 scopriamo che nel 2013 il 52,9% è costituito dai contributi previdenziali; di questi, il 73% sono contributi dei dipendenti privati.

Inoltre, il saldo fra entrate contributive (i contributi versati dai dipendenti privati e dai dipendenti di lavoro privati, dai dipendenti pubblici) e uscite (pensioni pagate) è costantemente negativo. Lo vediamo in tabella (dati espressi in milioni di euro).

2012 2013
Entrate contributive 208.076 209.995
Pensioni 261.487 266.887
Deficit -53.411 -56.892

Sia le gestioni dei dipendenti privati che le gestioni dei dipendenti pubblici sono in deficit strutturale, rispettivamente per 48.079 e 9.027 milioni di euro.

Pensioni 266.887
Gestione privata 201.410
Gestione dipend. pubblici 64.531
Gestione ex-ENPALS 946
Entrate contributive 209.995
Gestione privata 153.331
Gestione dipend. pubblici 55.504
Gestione ex-ENPALS 1.160
Deficit gestione privata -48.079
Deficit gest. dip. pubblici -9.027
Surplus ex-ENPALS 214

Data la dinamica demografica di un progressivo invecchiamento della popolazione italiana, non vi sono ragionevoli aspettative di ridurre tali deficit. Nel 2012, per ogni 100 pensioni, vi erano 131 contribuenti (lavoratori in servizio); nel 2013 tale rapporto è sceso a 129,2. Il rapporto era superiore a 500 negli anni ‘50.

Il quadro diviene ancora più difficile laddove si consideri il peso importante rivestito dalle prestazioni assistenziali sul totale delle uscite dell’INPS. Queste prestazioni sono erogate prelevando le somme relative dal “monte contributivo” dei dipendenti in servizio: si tratta quindi di spese non coperte da specifici accantonamenti, che vanno a “sottrarre” risorse finanziarie al sistema pensionistico.

La spesa assistenziale per erogazione di pensioni assistenziali e per l’invalidità civile è stata così composta nel 2012 e 2013 (dati espressi in milioni di euro).

2012 2013
Invalidi civili 16.662 17.428
Altre prestazioni (assegni sociali, vitalizi) 8.119 7.899
Spesa assistenziale totale 24.781 25.327

Cosa aspettarci per il futuro dall’INPS?

Nulla di buono. In chiave prospettica, l’andamento demografico (si innalza l’età media della popolazione, e quindi si estende il periodo di permanenza nella condizione di pensionato/a) e occupazionale (si riduce il rapporto fra lavoratori e pensionati) aggiungono difficoltà e problemi per un sistema pensionistico, in particolare per un sistema in cronico deficit finanziario.

La pratica attuariale e statistica indurrebbero il legislatore e il gestore pensionistico obbligatorio pubblico a rivedere la struttura di base del sistema, che oggi non è in grado di auto-sostenersi, dovendo ricorrere al sostegno dello Stato, che a sua volta attinge alla fiscalità generale. Il futuro è ancora più fosco e occorre metter mano allo schema prima che esso “salti per aria”.

Corrado Griffa

Da AdviseOnly-#IlGraffio del 16 Febbraio 2015: http://it.adviseonly.com/blog/economia-e-mercati/riflessioni-sulleconomia/ilgraffio-conti-e-gestione-contributi-inps/

Sai come calcolare la tua pensione?

I risparmiatori che investono in fondi comuni sanno porre le “domande giuste” ai gestori dei loro investimenti. Non avviene altrettanto con il maggiore “gestore di risparmi” (forzosi, aggiungiamo) in Italia: l’INPS. Cercheremo di accompagnarvi nella scoperta di questo sistema in 4 puntate, rispondendo ad alcune domande a cui difficilmente si trova risposta.

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Il lavoro non è (solo) un contratto.

Le questioni sul tavolo sono sempre le stesse: diritti, fisco, formazione, previdenza. E la politica finalmente sembra essersi accorta che c’è un problema sugli autonomi, un vero e proprio esercito che conta due milioni di persone che lavorano, che creano impresa e sviluppo, non solo per se stessi. E che per anni sono stati visti con il sospetto e la diffidenza di chi concepisce il mercato ed il mercato del lavoro secondo schemi e semplificazioni che oggi hanno sempre meno ragione di esistere. Read more