D3.0 – Articolo 4 – La Repubblica Italiana

Articolo 4 – La Repubblica Italiana

  • Noi Cittadini Italiani intendiamo regolare i rapporti fra di noi e con le nostre Società, fra noi e i Cittadini del Mondo e le loro Società; per questo scopo ci siamo aggregati in una Società che chiamiamo Repubblica Italiana
  • Noi Cittadini Italiani aderiamo incondizionatamente alla Società Repubblica Italiana e alla sua qui presente Costituzione.

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Chiarito nell’Articolo 3 che l’Italia è il territorio entro i cui confini agisce la giurisdizione italiana, ne consegue che la Repubblica Italiana è la Società dei Cittadini Italiani qui costituita con lo scopo di regolare i comportamenti dei Cittadini, italiani e non, sul territorio italiano.

Nella vigente Costituzione, non è prevista l’Assemblea dei Cittadini Sovrani (La Repubblica Italiana) che è parzialmente surrogata da alcune forme di consultazione diretta come il referendum.

L’Amministrazione della Repubblica Italiana e dell’Italia è affidata allo Stato, che è una Società che raggruppa tutte le persone dedite al funzionamento degli organi dello Stato.

 

 

Liberare la PA

I Casi di due aziende, Phase e Buzzoole, di cui si è parlato recentemente, testimoniano che, salvo rare eccezioni di eccellenza e straordinario impegno civico, la Pubblica amministrazione italiana è ancora incagliata e rappresenta uno, se non il principale, ostacolo alla crescita dell’economia e allo sviluppo di una società sana.

Permane una situazione in cui vi sono ancora persone poco motivate o poco preparate e vi è una grande confusione normativa che si accompagna ad una definizione di obiettivi poco chiari.

Bellissimo è stato il recente editoriale di Sabino Cassese che ha spiegato con grande lucidità come uno dei problemi della macchina statale sia l’eccessiva invadenza del Legislatore e della Politica in questioni troppo tecniche e di dettaglio che finiscono per ingessare l’operatività della macchina amministrativa invece di dare degli strumenti concreti per agire. Su questo immobilismo qualcuno prospera, mentre il cittadino e le aziende attendono invano servizi efficaci, che gli facciano perdere meno tempo, a cui si aggiunge un’eccezionale pressione fiscale a loro carico.

I buoni casi di amministrazione sono proprio quelli in cui i gestori, commissari o dirigenti riescono, per varie ragioni (urgenza, specificità o situazioni contingenti) a liberarsi del controllo oppressivo delle norme e delle formalità applicando criteri di buon senso e non formalismi bizantini. Per contro i casi di corruzione, invece che puniti severamente e in modo rapido, vengono utilizzati per irrigidire ancora di più le norme senza poi avere degli strumenti chiari di controllo e di verifica dei risultati degli enti pubblici.

Proprio pochissimi giorni fa è stato pubblicato il testo definitivo del decreto di modifica del D.Lgs. 33/2013 di revisione delle disposizioni in materia di trasparenza, con cui si introduce anche quello che pomposamente abbiamo voluto definire il Freedom of Information Act, o FOIA, italiano.

Esso rappresenta un passo indietro sulla trasparenza a favore del cittadino perché nel D.Lgs. 22/2013 era esercitabile per i cittadini il diritto civico alla trasparenza, mentre ora esso è stato limato e ridimensionato, introducendo un’eccessiva burocrazia.

Appare altresì grave e negativo che gli obblighi di pubblicazione a cui devono sottostare le pubbliche amministrazioni, già in essere grazie all’implementazione della sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti web delle PA, saranno sostituiti da informazioni da pubblicare a link e/o banche dati che non sono state definite ne indicate. A tutto questo si aggiungono tipologie di accesso differenti (ben tre!) che complicheranno ulteriormente i diritti dei cittadini ad avere accesso ai dati.

Come dice quindi giustamente Cassese, la prima cosa da fare per avere una Pubblica amministrazione più efficiente è di liberarla dal controllo di regole troppo specifiche e puntuali.

Secondariamente il Legislatore e la Politica devono garantire alcune importanti condizioni per cui la macchina amministrativa possa funzionare.

La prima condizione è di avere una Leadership credibile. Ovvero qualcuno ai vertici che possa vantare risultati concreti, competenze e il rispetto della comunità professionale, semplici endorsement politici o l’aver superato esami formali non basta.

La seconda condizione è che la macchina amministrativa si basi sull’ascolto dei dipendenti pubblici, e questo non significa che bisogna barattare il silenzio connivente del personale con un rinnovo contrattuale o un piccolo aumento o la sicurezza del posto fisso. Significa che il personale deve essere ascoltato, coinvolto, motivato e responsabilizzato.

Il terzo punto è la Meritocrazia. Serve avere dei Meccanismi premiali veri, non premi a pioggia, e un’opportuna flessibilità organizzativa per spostare chi non è adatto ad una mansione e dare maggiore responsabilità a chi merita. Questo perché uno dei fenomeni tipici della Pa italiana è la grande variabilità dei risultati come dimostrano i test Invalsi, le performance dei Tribunali, della Scuola e della Sanità.

L’ultimo punto, forse il più importante, è l’utilizzo del Giudizio del cittadino come principale barometro del successo o insuccesso di un ente e di un’organizzazione. Non avendo un mercato o dei competitor gli enti pubblici devono mostrare in modo trasparente quali sono i propri obiettivi e se e come li hanno raggiunti ed avere dei sistemi di monitoraggio della soddisfazione del cittadino nell’utilizzo dei servizi. Se ci fossero questi strumenti emergerebbero differenze di risultato e sarebbe possibile premiare chi Merita in modo importante.

Aspettiamo quindi con speranza il Testo Unico del Pubblico Impiego in prossima uscita e auspichiamo che possa tenere in considerazione questi punti, per dare completamento, dopo due anni, ad una riforma che sia una vera opera di Liberazione nazionale della Pubblica Amministrazione.

Una riforma che metta al centro la soddisfazione del Cittadino e non del Legislatore.

Boggian e Tumietto di Forum Meritocrazia

 

109 a.c Teutoni e Timbri migrano in Italia

Intorno al 110 a.c. quattro popolazioni migrarono dallo Jutland verso sud: i Teutoni, gli Ambroni, i Timbri e i Cimbri. Si scontrarono spesso con i romani in dure battaglie dagli esiti alterni; le flessibili le tecniche di guerriglia dei germanici furono molto efficaci. La storia ci racconta che il condottiero romano Mario alla fine prevalse, ma sappiamo anche che le tribù semi-pacificate si dispersero insediandosi in tutto centro nord Italia. I Cimbri di fermarono nell’attuale Veneto prevalentemente nella zona oggi chiamata dei “Sette Comuni”. Degli Ambroni si sono perse le tracce, ma pare che, dopo le pesanti sconfitte subite, si siano mescolati con le popolazioni celtiche del nordovest. I Timbri invece si infiltrarono oltre le linee difensive romane tanto che se ne trovano numerosissime tracce nella stessa Roma.

Le recenti ricerche storiche hanno messo in luce un falso storico: i Teutoni non sono stati ricacciati a nord dal grande condottiero romano Mario. I ritrovamenti archeologici dimostrano che i Teutoni furono invece cacciati via dai Timbri. Non solo, i Timbri spinsero a Est anche i Cimbri finchè questi non riuscirono a bloccarli al confine veneto per almeno un secolo.

I reperti trovati dagli archeologi e dagli storici hanno anche messo in luce le efficacissime tecniche di invasione e di occupazione dei Timbri. Magistrale è la descrizione che Ennio Flaiano dà dell’episodio nel quale il capotribù timbro risponde a una proposta del capotribù teutone: Gli presentano il progetto per lo snellimento della burocrazia. Ringrazia vivamente. Deplora l’assenza del modulo “H”. Conclude che trasmetterà il progetto, per un sollecito esame, all’ufficio competente, che sta giusto in quel momento creando.

Firma e Timbro.

È tutto vero, i Teutoni, i Cimbri, gli Ambroni. Forse non del tutto i Timbri, ma è provato che i Timbri prima hanno occupato Roma, e da lì tutto il Paese. A tutt’oggi siamo bloccati a ogni piè sospinto da infiniti timbri.

Europa: Decentramento degli allevamenti di maiali

Gli allevamenti di maiali sono problematici per molti motivi anche relativi all’inquinamento. In parallelo all’industria inquinante, la risposta europea è stata il decentramento verso la periferia o verso i Paesi extra-europei.

Domanda per i nostri Amministratori Pubblici: al decentramento corrisponde anche un aumento della soglia dei controlli veterinari e sanitari sugli allevamenti e sulle importazioni?

 

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Libertà economica e fuga dalla povertà: la lezione di Deirdre McCloskey

Di Luciano Capone su Strade

Gli economisti, a partire da Milton Friedman che ha reso popolare il motto, insegnano che “non esistono pasti gratis”. Ma, secondo Deirdre McCloskey, se c’è qualcosa di simile a un lungo e abbondante pasto gratis è proprio quello che abbiamo avuto la fortuna di ricevere noi seduti nel momento giusto della storia e nel posto giusto del tavolo.

Si tratta dei frutti ricevuti in dono dalla rivoluzione capitalista, di cui la storica dell’economia statunitense ha descritto la genesi e i risultati nella monumentale trilogia The Bourgeois Era (è in prossima uscita The bourgeois equality, il terzo volume dopo The bourgeois virtues e The bourgeois dignity). Ospite dell’Istituto Bruno Leoni in una conferenza sui temi dell’Expo, quindi sulla capacità e sui metodi per nutrire il pianeta, l’economista e storica dell’Università dell’Illinois ha spiegato con dati ed evidenze alla mano perché la libertà di innovazione e scambiare (in sintesi, il capitalismo) sia il miglior modo per nutrire il pianeta e far uscire gli individui dalla povertà.

All’inizio dell’800, agli albori della rivoluzione industriale, “il reddito medio in Italia era di 3 dollari al giorno, ora è di 80-90 dollari” dice McCloskey. Per millenni l’umanità ha vissuto con meno di 3 dollari al giorno, convivendo con la scarsità, la precarietà, i rischi continui di carestie ed epidemie, poi all’improvviso dopo l’800 a partire dall’Europa nordorientale c’è stata un’esplosione della capacità di produrre ricchezza, beni, servizi e miglioramento degli standard di vita, che può essere sintetizzata con la crescita del reddito disponibile del 3000%.

Ovviamente l’incremento del Pil pro-capite ci segnala solo una parte del miglioramento della qualità della vita, che è stato ancora superiore. McCloskey ricorda il racconto di Robert Fogel, premio Nobel dell’economia, che da bambino negli anni ‘30 dopo essere andato a fare la spesa per la madre era costretto a lavare gli spinaci per mezz’ora perché pieni di sabbia. I miglioramenti della qualità del cibo non entrano nel Pil, ma hanno migliorato le condizioni di salute e di vita di milioni di persone. Il “cibo buono di una volta” oltre a essere spesso pieno di sabbia era un cibo molto costoso, lo “Slow food” anche allora era un lusso per i più ricchi e a differenza di oggi i poveri non avevano alternative a buon mercato. La maggior parte delle persone passava la vita a lavorare per mangiare, l’agricoltura familiare e di sussistenza tanto elogiate oggi dai movimenti slow e per la decrescita non erano un’oasi bucolica ma una prigione di povertà e privazioni: 4 persone su cinque lavoravano la terra per sfamare se stessi e un’altra persona che faceva altro, ora il tasso di occupazione nell’agricoltura nei paesi sviluppati è sceso dall’80% abbondantemente sotto al 5%. Ciò vuol dire che gli individui hanno conquistato la libertà di dedicarsi ad altro, di soddisfare altri desideri e bisogni, di sganciarsi dalla schiavitù della terra lasciando l’agricoltura a chi ha voglia e capacità per farla al meglio.

Tutto questo è stato possibile grazie all’incredibile aumento della produttività, alla capacità di innovare, di fare di più con meno, produrre più cibo utilizzando meno risorse e lavoro: la rivoluzione industriale in agricoltura e nel settore alimentare ha prodotto cibo in abbondanza e a basso prezzo. Le persone che oggi che spendono normalmente il 5-10% del proprio reddito per mangiare sono molto più ricche dei ricchi di 150 anni fa che per alimentarsi consumavano il 50% dei propri guadagni. McCloskey chiama questa incredibile trasformazione nel reddito e nei consumi “The Great Enrichment”, che è l’equivalente del “Great Escape” di cui parla il nuovo premio Nobel Angus Deaton nel suo ultimo libro (edito in Italia dal Mulino) “La grande fuga”: il grande arricchimento della società borghese e capitalista ha rappresentato la “grande fuga dalla deprivazione e dalla morte precoce” del genere umano.

Per continuare ad arricchirsi e a scappare dalla povertà è logico continuare a fare ciò che ha dato ottimi risultati (innovazione scientifica e tecnologica, diritti, libertà d’impresa, libertà di commercio) e respingere ciò che non funziona (protezionismo, autarchia, agricoltura familiare e di sussistenza, redistribuzione). Ancora oggi, come ricordano sia McCloskey che Deaton, ci sono centinaia e centinaia di milioni di persone che vivono con molto meno di 3 dollari al giorno, ma la differenza rispetto a 200 anni fa (30 anni fa per i paesi in via di sviluppo) è che adesso povertà e scarsità non ci sembrano più la condizione naturale dell’umanità, ma un’intollerabile e ingiusta situazione da cui è possibile fuggire.

Luciano Capone su Strade

Il cibo è roba seria, mica roba da Expo.

Una esposizione mondiale che parla di cibo, parla solo di una metà del tema: manca il suo complemento, l’assenza di cibo che colpisce, in modo episodico e più generalmente endemico, 2 miliardi di persone nel mondo su 7 miliardi che è la popolazione mondiale, quasi 1 essere vivente su 3, spesso un bambino in età pre-infantile ed infantile, in aree geografiche ben delimitate, come l’Africa sub-sahariana, il resto dell’Africa, ampie zone dell’Asia, l’India; su 805 milioni di affamati, quelli che non hanno una razione di cibo giornaliera (spesso saltuaria e non tutti i giorni, sempre insufficiente e ben inferiore alle 2.200 calorie quotidiane richieste per un adulto, che sono 700 per un bambino sino a 1 anni. 1.500 calorie a 5 anni), 295 milioni vivono in India dove rappresentano il 16% della popolazione; 135 milioni è il numero stimato degli affamati cinesi; nel c.d. Altro Mondo si concentrano 790 milioni di affamati: 1 essere umano ogni 9.

Parlare di cibo significa allora prima di tutto parlare del suo contrario: la fame.
Tema spesso affrontato in modo ideologico, sulla spinta di valori religiosi, etici, sociali, “perbenisti”.

Proviamo a declinare il tema in modo diverso, cercando di evidenziare alcuni punti:
Quale cibo mangia l’uomo?

Dove e perché c’è una carenza di cibo?

La tecnica agricola odierna sarebbe in grado di limitare, o cancellare, la fame nel mondo?

Le risorse alimentari disponibili sono prodotte in modo efficiente?

Salvo rare eccezioni, l’alimentazione umana di base è composta di cereali, che non apportano proteine sufficienti; in una chiave di accrescimento della disponibilità e della qualità del cibo, la prima cosa che si aggiunge sono i legumi; seguono i tuberi; quando il tenore di vita aumenta, si aggiungono gli oli; infine, si passa alla carne ed altri proteine animali (uova, latticini). Tre quarti del cibo consumato nel pianeta è fatto di riso, grano, mais; metà di tutto quanto mangiano i 7 miliardi di esseri umani è rappresentato da riso.
Nell’impero romano, un ettaro di terreno produceva 300 chili di cereali, ed un contadino poteva lavorare in media 3 ettari, quindi poteva produrre quasi 1 tonnellata di cereali; nel medioevo, un ettaro produceva 600 chili annui, ogni contadino poteva lavorare in media 4 ettari, producendo 2,4 tonnellate annue di cereali; negli Stati Uniti a metà del secolo scorso 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate; sempre negli States, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per ogni contadino; nell’Africa sub-sahariana, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi 700 chili annui. La produttività di 2.000 anni fa, 2.000 volte meno rispetto ad un agricoltore del XXI secolo.
Trasferire la tecnologia di un paese “avanzato” in un paese “non avanzato” è difficile: servono investimenti (che i singoli contadini dell’ Altro Mondo non possono permettersi, visto il loro stato di indigenza), serve terra da coltivare (ed i singoli contadini poveri spesso non hanno nemmeno un piccolo pezzo di terra di proprietà, in paesi dove la proprietà della terra si sta concentrando per svariati motivi, nessuno commendevole), servono concimi, semi, attrezzi che risultano troppo spesso troppo cari, impossibili da acquistare per i singoli contadini.
Parlare di cibo significa comprendere le tecniche di produzione, migliorarle per incrementare la resa, adottarle ed introdurle nel maggior numero di terreni coltivabili.
Mangiare animali, nel nostro mercato globale, è un lusso, che comincia a diffondersi in aree di recente sviluppo economico, come la Cina ed ampie zone del Sud Est asiatico (i paesi che crescono); mangiare carne mette l’uomo in competizione con gli animali nella scelta di che cosa mangiare; seppure per millenni gli animali abbiano mangiato erba, oggi essi mangiano gli stessi alimenti che rientrano nella dieta dell’uomo: soia, mais, altri cereali.

I bovini, 50 anni fa, erano 700 milioni: oggi sono 1.400 milioni, il doppio. Sono necessarie 4 calorie vegetali per produrre 1 caloria di pollo, 6 per 1 caloria di maiale, 10 per una caloria di bovino od agnello.
Occorrono 1.500 litri per produrre 1 chilo di mais, 15.000 litri per produrre 1 chilo di carne bovina. 1 ettaro di terra buona può produrre 35 chili di proteine vegetali, che scendono a 7 chili se utilizzate come alimento per animali.
In termini economici, mangiare carne significa “appropriarsi” di risorse vegetali che potrebbero bastare per 5 o 10 persone.
Negli ultimi decenni, il consumo di carne è raddoppiato rispetto alla popolazione, il consumo di uova è triplicato. L’allevamento di animali copre l’80% della superficie agricola coltivabile (a tecnologia attuale), assorbe il 40% della produzione mondiale di cereali ed il 10% delle risorse idriche del pianeta.
Il cibo, essenziale per la sopravvivenza, diviene sempre più una non-scelta, per mancanza di capacità di reddito o impossibilità di coltivare e produrre, per chi non ha accesso a “basic stuff and food” come acqua, cereali, legumi, tutti alimenti essenziali per la sua salute ed il suo sviluppo.
Parlare di cibo significa valutare come allocare la ripartizione dei terreni fra alimenti diversi, se convenga destinare i terreni alla produzione di cereali vegetali frutta e legumi, oppure destinarli alla produzione di mangime per animali, che a loro volta diventeranno cibo per l’uomo.

Il business del cibo – agricoltura, manifattura alimentare – costituisce soltanto il 6 per cento dell’economia mondiale: una minuzia, quantità dieci volte minori rispetto al settore dei servizi.
Il 43 per cento della popolazione economicamente attiva del mondo – circa 1,4 miliardi di persone – è costituita da agricoltori.
Demografia, peso economico e necessità reale sono stranamente lontani.
(Breve digressione: l’agricoltura – l’agricoltura dei poveri, zappa e vanga – è un’attività estremamente fisica, dove gli uomini possono avere un vantaggio: le donne si sforzano, cercano di fare alcune cose, ma è chiaro che spetta agli uomini nutrire la famiglia, e tutto questo produce un’idea della vita. La sottomissione femminile aveva una sua contropartita molto precisa: in cambio – dialettica del padrone e dello schiavo – l’uomo dava da mangiare alla donna. Nelle società opulente rompere con quest’idea può essere più semplice, più fattibile; in mondi arretrati, come nell’Africa sub-sahariana od in ampie zone del Sud-Est asiatico, si complica).

La malnutrizione è legata, con un filo esile ma fermo, allo stato di salute della popolazione.

Gli Stati Uniti spendono 8.600 US$ l’anno per abitante in sanità, la Francia 4.950, l’Argentina 890, la Colombia 432, l’India 8 dollari (che scendono a 4 a Bombay/Mumbai, il Niger 5 dollari; nel paese africano più povero, nel 2009 c’erano 583 medici, uno ogni 28.000 abitanti, scesi a 349 nel 2010, uno ogni 43.000 abitanti, quando in un paese medio (come Ecuador, Filippine, Sudafrica) la media è uno ogni 1.000 abitanti. In paesi “problematici”, molti medici sono emigrati, spesso scappati: la migrazione di chi sa, o vuole scappare dalla miseria e dalle malattie, produce ulteriore miseria. In Niger, ogni donna ha in media 7 figli (il tasso di fertilità più alto al mondo), ed un bambino su 7 muore prima di compiere 5 anni, quando la media dei paesi definiti ricchi è uno su 150. A Bombay/Mumbai 1/3 dei bambini è denutrito. La fame interessa 2 miliardi di persone nel mondo, circa 1/3 della popolazione della Terra; queste persone non mangiano a sufficienza, sono malnutriti, e questo endemico sottosviluppo colpisce principalmente i piccoli, che hanno necessità di mangiare almeno 700 calorie al giorno sotto l’anno di vita, 1.000 fino a 2 anni, 1.600 sino a 5 anni; un adulto necessita da 2.000 a 2.700 calorie giornaliere; sotto queste soglie, si patisce la fame. “L’eliminazione , ogni anno, di decine di milioni di uomini, donne e bambini ad opera della fame è lo scandalo del nostro secolo. Ogni 5 secondi un bambino sotto i 10 anni muore di fame (…). Allo stato attuale, l’agricoltura mondiale potrebbe nutrire senza problemi 12 miliardi di essere umani, quasi il doppio della popolazione mondiale” secondo la relazione “Destruction massive” dell’ex-relatore speciale ONU per il diritto all’alimentazione.

La carenza strutturale, endemica, di cibo è una concausa del progressivo inurbanesimo: oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, in città, dove ci si trasferisce nella aspettativa, fallace, di trovare un lavoro, una casa, migliori condizioni di vita. Ma come anticipato in “Il pianeta degli slum” di Mike Davis, “le città del futuro (…) saranno in gran parte costruite di mattoni grezzi, paglia, plastica riciclata, blocchi di cemento e legname di recupero. Al posto delle città di luce che si slanciano verso il cielo, gran parte dei mondo urbano del XXI secolo vivrà nello squallore, circondato da inquinamento, escrementi e sfacelo.””; nel 1950 c’erano 85 città del mondo che superavano il milione di abitanti, nel 2015 saranno 550; delle 25 città che superano gli 8 milioni, 22 si trovano nell’ Altro Mondo, e sono quelle che crescono di più: ma nella maggior parte di queste città, tre quarti della crescita si deve a costruzioni marginali in terreni occupati: le baraccopoli. In tutta l’India, per citare un caso significativo per un paese che fa parte dei BRIC, 160 milioni di persone vivono in una baraccopoli. In una baraccopoli non ci sono acqua corrente, luce, fogne; la mancanza di bagni crea problemi sanitari enormi: 2 morti si 5 sono da ascriversi ad infezioni causate da parassiti portati da acqua inquinata (con cui si cucina, quando c’è da cucinare) ed assenza di fogne.

Nel mondo, 2,5 miliardi di persone vivono senza fogne, e muoiono senza fogne. In queste condizioni, anche il cibo è inquinato, quando c’è.
Parlare di cibo significa partire dalla sua assenza, dalla sua cattiva qualità, dalle modalità del suo stoccaggio e del suo trattamento.

Domande aperte; troppo spesso ricevono risposte chiuse.

Siamo quello che mangiamo?

Salvo rare eccezioni, l’alimentazione umana di base è composta di cereali, che non apportano proteine sufficienti; in una chiave di accrescimento della disponibilità e della qualità del cibo, la prima cosa che si aggiunge sono i legumi; seguono i tuberi; quando il tenore di vita aumenta, si aggiungono gli oli; infine, si passa alla carne ed altri proteine animali (uova, latticini). Tre quarti del cibo consumato nel pianeta è fatto di riso, grano, mais; metà di tutto quanto mangiano i 7 miliardi di esseri umani è rappresentato da riso.
Nell’impero romano, un ettaro di terreno produceva 300 chili di cereali, ed un contadino poteva lavorare in media 3 ettari, quindi poteva produrre quasi 1 tonnellata di cereali; nel medioevo, un ettaro produceva 600 chili annui, ogni contadino poteva lavorare in media 4 ettari, producendo 2,4 tonnellate annue di cereali; negli Stati Uniti a metà del secolo scorso 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate; sempre negli States, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per ogni contadino; nell’Africa sub-sahariana, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi 700 chili annui. La produttività di 2.000 anni fa, 2.000 volte meno rispetto ad un agricoltore del XXI secolo.
Mangiare animali, nel nostro mercato globale, è un lusso, che comincia a diffondersi in aree di recente sviluppo economico, come la Cina ed ampie zone del Sud Est asiatico (i paesi che crescono); mangiare carne mette l’uomo in competizione con gli animali nella scelta di che cosa mangiare; seppure per millenni gli animali abbiano mangiato erba, oggi essi mangiano gli stessi alimenti che rientrano nella dieta dell’uomo: soia, mais, altri cereali.
I bovini, 50 anni fa, erano 700 milioni: oggi sono 1.400 milioni, il doppio. Sono necessarie 4 calorie vegetali per produrre 1 caloria di pollo, 6 per 1 caloria di maiale, 10 per una caloria di bovino od agnello.
Occorrono 1.500 litri per produrre 1 chilo di mais, 15.000 litri per produrre 1 chilo di carne bovina. 1 ettaro di terra buona può produrre 35 chili di proteine vegetali, che scendono a 7 chili se utilizzate come alimento per animali.
In termini economici, mangiare carne significa “appropriarsi” di risorse vegetali che potrebbero bastare per 5 o 10 persone.
Negli ultimi decenni, il consumo di carne è raddoppiato rispetto alla popolazione, il consumo di uova è triplicato. L’allevamento di animali copre l’80% della superficie agricola coltivabile (a tecnologia attuale), assorbe il 40% della produzione mondiale di cereali ed il 10% delle risorse idriche del pianeta.
Il cibo, essenziale per la sopravvivenza, diviene sempre più una non-scelta, per mancanza di capacità di reddito o impossibilità di coltivare e produrre, per chi non ha accesso a “basic stuff and food” come acqua, cereali, legumi, tutti alimenti essenziali per la sua salute ed il suo sviluppo.

Il dramma della malnutrizione: la fame.

Parlare di “fame”: malnutrizione, a diversi livelli di intensità e quindi di impatto immediato sulla capacità di resistere ad esistere: sino a domani? Sino a quando? Domande che per una vasta quantità di essere umani (quanti vivono, per approssimazione, nell’emisfero Nord) sono retoriche e prive di senso, sono la realtà quotidiana di miliardi di esseri umani, la cui sorte individuale resta, resterà “fuori radar”.

Fame si coniuga con salute, condizioni di vita accettabili, od almeno tollerabili. Esiste uno stretto legame, di andata e ritorno, fra stato di salute e livello di nutrizione (per molti, malnutrizione).

Facciamo riferimento ad alcune passi tratti da “La fame” di Martin Caparros, Einaudi, 2014-2015.

Gli Stati Uniti spendono 8.600 US$ l’anno per abitante in sanità, la Francia 4.950, l’Argentina 890, la Colombia 432, il Niger 5 dollari; nel paese africano più povero, nel 2009 c’erano 583 medici, uno ogni 28.000 abitanti, scesi a 349 nel 2010, uno ogni 43.000 abitanti, quando in un paese medio (come Ecuador, Filippine, Sudafrica) la media è uno ogni 1.000 abitanti. Molti medici sono emigrati, spesso scappati: la migrazione di chi sa, o vuole scappare dalla miseria e dalle malattie, produce ulteriore miseria. In Niger, ogni donna ha in media 7 figli (il tasso di fertilità più alto al mondo), ed un bambino su 7 muore prima di compiere 5 anni, quando la media dei paesi definiti ricchi è uno su 150.

La fame interessa 2 miliardi di persone nel mondo, circa 1/3 della popolazione della Terra; queste persone non mangiano a sufficienza, sono malnutriti, e questo endemico sottosviluppo colpisce principalmente i piccoli, che hanno necessità di mangiare almeno 700 calorie al giorno sotto l’anno di vita, 1.000 fino a 2 anni, 1.600 sino a 5 anni; un adulto necessita da 2.000 a 2.700 calorie giornaliere; sotto queste soglie, si patisce la fame.

“L’eliminazione , ogni anno, di decine di milioni di uomini, donne e bambini ad opera della fame è lo scandalo del nostro secolo. Ogni 5 secondi un bambino sotto i 10 anni muore di fame (…). Allo stato attuale, l’agricoltura mondiale potrebbe nutrire senza problemi 12 miliardi di essere umani, quasi il doppio della popolazione mondiale” secondo la relazione “Destruction massive” dell’ex-relatore speciale ONU per il diritto all’alimentazione.

Il business del cibo – agricoltura, manifattura alimentare – costituisce soltanto il 6 per cento dell’economia mondiale: una minuzia, quantità dieci volte minori rispetto al settore dei servizi. La cosa curiosa è che questa minuzia definisca tutto il resto; senza questa minuzia, non esisterebbe nulla di tutto il resto. E il 43 per cento della popolazione economicamente attiva del mondo – circa 1,4 miliardi di persone – è costituita da agricoltori. Demografia, peso economico e necessità reale sono stranamente lontani, non si incrociano, restano distanti e stranieri.

L’agricoltura – l’agricoltura dei poveri, zappa e vanga – è un’attività estremamente fisica, dove gli uomini possono avere un vantaggio: le donne si sforzano, cercano di fare alcune cose, ma è chiaro che spetta agli uomini nutrire la famiglia, e tutto questo produce un’idea della vita. La sottomissione femminile aveva una sua contropartita molto precisa: in cambio – dialettica del padrone e dello schiavo – l’uomo dava da mangiare alla donna. Nelle società opulente rompere con quest’idea può essere più semplice, più fattibile; in mondi come questo (nel Sahel, Africa sub-sahariana; nota) si complica: ma qui non dev’essere facile neppure essere un uomo: dover provvedere e non avere provviste, fallire di continuo.

Il MIPA: una gran bella holding.

Il MIPA (Ministero delle Politiche Agricole), il ministero che governa l’agricoltura italiana, attraverso un numero (imprecisato) di enti, società ed agenzie è anche azionista di molte imprese agricole, gestore dei fondi agricoli europei e molto altro. Nomi come ISA, AGEA, SIN, SIAN, INEA, ISMEA, AGECONSULT, CRA suonano come scioglilingua, forse per mettere in imbarazzo, e ci riescono.

Una breve sintesi di 2 enti significativi: AGEA ed ISA.

L’ AGEA, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, è demandata a gestire 27 miliardi di euro di aiuti PAC (il Piano Agricolo Comunitario della UE) per gli anni 2014-2020, cioè 4 miliardi di euro annui, ma nel frattempo è stata commissariata, dopo che è stata (tardivamente) rilevata una maxi-truffa (dossier falsificati per trattenere fondi),  denunciata (inutilmente) da anni sia dalle organizzazioni agricole che dalla Corte de Conti (“ conti truccati”,  verrebbe da commentare).

L’ ISA, Istituto per Sviluppo Agroalimentare, è una società partecipata al 100% dal Ministero delle Politiche Agricole (MIPA), che interviene nel capitale di società del settore italiane: sinora, ha sviluppato 138 progetti, con oltre 500 milioni di investimenti, generando 91,6 milioni di dividendi per il MIPA nel periodo 2012-2014; fra gli investimenti effettuati, si annoverano interventi sul capitale e/o sul debito in Bisol (spumanti e vini, partecipata del gruppo Lunelli/Ferrari), Granarolo, Conserve Italia, Gruppo Italiano Vini, Ferrarini, Orogel, Italcarni, Spreafico, Amadori, Rigoni, Mataluni; l’ultimo annunciato ad inizio luglio 2015 nella Carnj Coop del gruppo Fileni (avicola) con un aumento di capitale di 10 milioni di euro; ben 38 progetti finalizzati, dal 2006. Ortofrutta, zootecnia, vino insieme fanno l’80% degli interventi fatti, per il 35% in Emilia Romagna e per il 21,8% in Veneto. ISA debutta nella distribuzione e logistica dei prodotti agricoli e della pesca, rafforzando l’impegno del MIPA nel settore distributivo-logistico.

ISA è, a tutti gli effetti, la “investment company” pubblica dell’agricoltura italiana. Un piccolo “fondo sovrano” che investe solo nell’agricoltura nazionale, che si muove “sotto traccia” rispetto ai più noti Fondo di Investimento Italiano (FII) e Fondo Strategico Italiano (FSI, oggetto di un precedente #IlGraffio), ma sempre sotto la occhiuta guida della mano pubblica, chiamiamola MEF e CDP, o MIPA.

Va bene, anzi benissimo, sostenere l’agricoltura nazionale; ma con quale logica? Sulla base di quale disegno industriale e di filiera? E le imprese concorrenti delle “138 best-in-class” non avranno nulla da ridire? O vorranno partecipare al banchetto? Ed i cittadini, che ne sanno e che ne pensano?

Nell’epoca del (primo) Ventennio, vigeva l’aurea regola “mangia, e taci”.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog