Gli scambi internazionali non si fermano. Meglio partecipare agli accordi o subire quelli degli altri?

L’ENNESIMA sessione di negoziati tra Unione europea e Stati Uniti relativa al Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, meglio conosciuto come Ttip, si è conclusa con lenti progressi ma non sufficienti a imprimere una svolta a una trattativa che ormai va avanti da anni tra frenate ed accelerazioni. Tuttavia, l’attenzione dell’opinione pubblica europea si è solo recentemente concentrata sulle vicende di questo partenariato, sull’onda del sentimento populistico e no-global che la pervade.
Alcuni temi che vengono negoziati tra Usa ed Europa e dove ci sono legittime divergenze, normali e presenti anche quando si contratta il prezzo di un appartamento, vengono presentati come complotti di “informi” multinazionali a scapito delle piccole imprese e dei cittadini. Si agita lo spettro di danni alla salute dei consumatori, di cessione di sovranità a tribunali arbitrali privati e così via.

Ma come funziona in realtà e a cosa serve la politica commerciale europea? Prima di tutto è bene sapere che l’Unione europea ha competenza esclusiva sul commercio internazionale. In altre parole non c’è la possibilità per l’Italia di fare un accordo separato con gli Usa, il Canada o chicchessia. Ciò rappresenta sicuramente un vantaggio, perché fa sì che economie tutto sommato simili e con un corpus di norme comuni possano negoziare con altre nazioni in una posizione più forte. Inoltre, nel corso degli anni si è formato un gruppo di funzionari specializzati e sofisticati che sono in grado di capire i vari dossier con maggiore maestria dei singoli paesi: uno dei problemi posti da Brexit al Regno Unito è proprio quello di dover partire da zero nel ricostruire un dipartimento in grado di prendere in mano i complessi argomenti del commercio internazionale. Lo svantaggio è che, siccome non si possono completamente ignorare i governi, alcune posizioni protezionistiche di nazioni importanti (la Francia, ad esempio) diventano di tutti.

Con le sempre maggiori difficoltà incontrate dal Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, a concludere accordi globali che abbassino le tariffe e soprattutto le barriere non tariffarie, la Ue è progressivamente più impegnata in negoziati bilaterali con singoli Stati o associazioni di Paesi (come l’Asean, l’area di libero scambio del sud-est asiatico). Si tratta di una tendenza mondiale: non solo la Russia negozia free trade agreement con la Cina e l’India e queste tra di loro, ma sorgono come funghi trattati multilaterali, unioni doganali (in Africa e nel Pacifico si nota un particolare dinamismo), persino monete uniche o codici di commercio transnazionali (ancora una volta la giovane Africa va veloce).

Il trattato più importante recentemente firmato è il Tpp, tra gli Usa e un nutrito numero di Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, dal Giappone all’Australia, passando per Nuova Zelanda, Messico, Malesia, Singapore, Cile e così via. Gli Stati Uniti però devono ancora ratificarlo e, con le politiche neo-protezioniste proclamate da Trump e da Hillary Clinton, la sua entrata in vigore non è così certa.

L’Unione europea non sta con le mani in mano: nel 2011 ha concluso un patto di libero scambio con la Corea del Sud (il primo con un Paese asiatico) che ha avuto effetti spettacolari. Infatti le esportazioni di merci europee sono aumentate in meno di 5 anni del 55% (con percentuali più alte per quelle liberalizzate anche solo parzialmente) da 30 a 47 miliardi di euro, e anche la Corea ha aumentato il suo export, benché quello che prima era un deficit commerciale per il Vecchio continente si sia trasformato in un surplus di 6 miliardi di euro. Simili exploit si sono registrati nella prestazione transfrontaliera di servizi.

Bruxelles ha poi firmato il Ceta, vale a dire il trattato con il Canada, che ora, con curiosa procedura, dovrà passare non solo per il Parlamento europeo ma per tutti i parlamenti nazionali, dando così potere di ricatto a chiunque e come minimo allungando i tempi di entrata in vigore. Infine, l’Unione sta negoziando altri importanti accordi con il Giappone ( Japan Free Trade Agreement) , la Cina ( China Investment Agreement) e sta rivedendo trattati già in vigore o è seduta a nuovi tavoli con l’America Latina (Mercosur), l’Africa soprattutto Occidentale e l’Asia meridionale.

Perché sarebbe importante fare presto e concludere le negoziazioni in corso? Prima di tutto perché più si aspetta più si ritardano i benefici che ad esempio il libero scambio con la Corea ha reso evidenti. Inoltre, in un mondo in cui nel futuro prevedibile (agli scenari a 30 anni non ho mai creduto, ed empiricamente direi che è uno scetticismo ragionevole) il peso di Cina, India e Africa è destinato a crescere di più di quello dell’Europa, è bene che le regole del gioco del commercio mondiale siano impostate ora con quei Paesi con cui condividiamo valori e strutture politiche. Se oggi come europei facciamo storie sulla presunta inflessibilità americana al tavolo delle trattative (che peraltro verte su punti non essenziali del Ttip), forse non abbiamo idea di cosa vorrà dire tra qualche anno sedersi al tavolo con diplomatici cinesi rappresentanti un Pil doppio del nostro.

@aledenicola

Banche: Una nuova authority? Meglio di no

Con una ciclicità che avrebbe reso felice Giambattista Vico, quando in Italia scoppiano scandali finanziari la cui origine viene ricondotta anche alla scarsa capacità di prevenzione e repressione di comportamenti illeciti da parte dei controllori pubblici si apre il dibattito sulla loro riforma.

Oggi, sull’onda del salvataggio delle quattro banche (Etruria, Marche, Ferrara e Chieti) che ha portato alla prima applicazione delle regole del bail-in (secondo le quali obbligazionisti non garantiti, azionisti e correntisti sopra i 100.000 euro partecipano alle perdite in caso di insolvenza della banca) e del quasi azzeramento del valore delle azioni dei soci di Popolare Vicenza e Veneto Banca, riappare la domanda se le authority abbiano fatto il loro dovere e se non sia il caso di cambiarle.

Glissiamo sulla prima questione: piovono accuse su Banca d’Italia e Consob (anche per alcune scelte discutibili e dichiarazioni un po’ improvvide del presidente della Commissione, Vegas), ma è troppo presto per dare giudizi definitivi.

Si può invece cercare di capire se sia il caso di riformare i controlli pubblici a tutela di investitori e risparmiatori tenendo conto che, invero, l’ordinamento giuridico presenta un fitto reticolo di norme, agenzie ed istituti a protezione delle cosiddette parti deboli. Limitandoci al campo bancario, assicurativo e finanziario, ricordiamo che oltre a Banca d’Italia e Consob (competenti per banche, intermediari e mercati finanziari ma con funzioni a volte incrociate quando la normativa guarda alla finalità dei controlli più che ai soggetti controllati), sono presenti l’Ivass (assicurazioni, oggi una costola di BankItalia), Covip (fondi pensione) e l’Autorità Antitrust (pubblicità ingannevole e commercio in genere ma con incursioni nel campo assicurativo-finanziario). Inoltre, sono stati istituiti sia l’Arbitro Bancario e Finanziario, organismo di risoluzione stragiudiziale delle controversie banche-cliente, sia la Camera di Conciliazione e Arbitrato nonché l’Arbitro per le Controversie Finanziarie presso la Consob con simili compiti. Naturalmente, rimane ferma la competenza del giudice ordinario civile cui ci si può rivolgere con l’assistenza di un’associazione di consumatori (finanziate dallo Stato) che può agire anche in caso di class action , prevista dalla legge anche se di difficile azionabilità. Per i casi più gravi, non dimentichiamoci l’attività di procure e tribunali penali.

Questo apparato poggia su un corpus normativo protettivo del cliente (nonostante le giuste polemiche sulla mancanza nei prospetti degli scenari probabilistici) e che sta sempre di più incidendo anche sul governo societario delle banche (di cui per le più grandi ora si occupa con severità, la Bce), degli intermediari e delle società quotate.

C’è bisogno di qualcosa di più, come ad esempio un autorità apposita per i consumatori sulla scorta di quanto si sta sperimentando negli Stati Uniti? Se tale agenzia avesse anche un potere regolamentare, si creerebbe un ente che sarebbe legislatore e pubblico ministero, difetto già insito in Consob e Banca d’Italia Inoltre, non è scontato che il cavaliere bianco dei consumatori farebbe la scelta giusta in loro favore: fino a poco tempo fa si pensava, ad esempio, che i fogli illustrativi dovessero essere dettagliatissimi (e nessuno leggeva niente) e non chiari e sintetici come si tende a preferire ora. I regolamentatori, ci insegna la scuola di public choice , hanno un interesse ad acquisire più potere e autoperpetuarsi: un’agenzia solo pro-clienti, sarebbe naturalmente propensa a vedere le cose unilateralmente, creando inutili (e spesso dannosi) intoppi burocratici ed eccesso di regolamentazione.

Last but not least, nel lungo periodo intermedio di passaggio di consegne tra le autorità esistenti, restie a perdere funzioni, e quella nuova, l’attività istituzionale sarebbe quasi certamente bloccata se non schizofrenica. Migliorare il coordinamento tra autorità di vigilanza nonché l’efficienza e la competenza dei tribunali; attuare intelligentemente (guardandosi dagli eccessi di zelo) la normativa europea; impegnarsi per una maggiore consapevolezza del risparmiatore; assicurare la trasparenza degli intermediari (la trasformazione in spa delle popolari è stata una bella mossa): sono tutti passi che si debbono intraprendere ma in modo incrementale. Le palingenesi non si realizzano mai: figuriamoci se l’obbiettivo è l’apparato burocratico italiano.

Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

Liberare la PA

I Casi di due aziende, Phase e Buzzoole, di cui si è parlato recentemente, testimoniano che, salvo rare eccezioni di eccellenza e straordinario impegno civico, la Pubblica amministrazione italiana è ancora incagliata e rappresenta uno, se non il principale, ostacolo alla crescita dell’economia e allo sviluppo di una società sana.

Permane una situazione in cui vi sono ancora persone poco motivate o poco preparate e vi è una grande confusione normativa che si accompagna ad una definizione di obiettivi poco chiari.

Bellissimo è stato il recente editoriale di Sabino Cassese che ha spiegato con grande lucidità come uno dei problemi della macchina statale sia l’eccessiva invadenza del Legislatore e della Politica in questioni troppo tecniche e di dettaglio che finiscono per ingessare l’operatività della macchina amministrativa invece di dare degli strumenti concreti per agire. Su questo immobilismo qualcuno prospera, mentre il cittadino e le aziende attendono invano servizi efficaci, che gli facciano perdere meno tempo, a cui si aggiunge un’eccezionale pressione fiscale a loro carico.

I buoni casi di amministrazione sono proprio quelli in cui i gestori, commissari o dirigenti riescono, per varie ragioni (urgenza, specificità o situazioni contingenti) a liberarsi del controllo oppressivo delle norme e delle formalità applicando criteri di buon senso e non formalismi bizantini. Per contro i casi di corruzione, invece che puniti severamente e in modo rapido, vengono utilizzati per irrigidire ancora di più le norme senza poi avere degli strumenti chiari di controllo e di verifica dei risultati degli enti pubblici.

Proprio pochissimi giorni fa è stato pubblicato il testo definitivo del decreto di modifica del D.Lgs. 33/2013 di revisione delle disposizioni in materia di trasparenza, con cui si introduce anche quello che pomposamente abbiamo voluto definire il Freedom of Information Act, o FOIA, italiano.

Esso rappresenta un passo indietro sulla trasparenza a favore del cittadino perché nel D.Lgs. 22/2013 era esercitabile per i cittadini il diritto civico alla trasparenza, mentre ora esso è stato limato e ridimensionato, introducendo un’eccessiva burocrazia.

Appare altresì grave e negativo che gli obblighi di pubblicazione a cui devono sottostare le pubbliche amministrazioni, già in essere grazie all’implementazione della sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti web delle PA, saranno sostituiti da informazioni da pubblicare a link e/o banche dati che non sono state definite ne indicate. A tutto questo si aggiungono tipologie di accesso differenti (ben tre!) che complicheranno ulteriormente i diritti dei cittadini ad avere accesso ai dati.

Come dice quindi giustamente Cassese, la prima cosa da fare per avere una Pubblica amministrazione più efficiente è di liberarla dal controllo di regole troppo specifiche e puntuali.

Secondariamente il Legislatore e la Politica devono garantire alcune importanti condizioni per cui la macchina amministrativa possa funzionare.

La prima condizione è di avere una Leadership credibile. Ovvero qualcuno ai vertici che possa vantare risultati concreti, competenze e il rispetto della comunità professionale, semplici endorsement politici o l’aver superato esami formali non basta.

La seconda condizione è che la macchina amministrativa si basi sull’ascolto dei dipendenti pubblici, e questo non significa che bisogna barattare il silenzio connivente del personale con un rinnovo contrattuale o un piccolo aumento o la sicurezza del posto fisso. Significa che il personale deve essere ascoltato, coinvolto, motivato e responsabilizzato.

Il terzo punto è la Meritocrazia. Serve avere dei Meccanismi premiali veri, non premi a pioggia, e un’opportuna flessibilità organizzativa per spostare chi non è adatto ad una mansione e dare maggiore responsabilità a chi merita. Questo perché uno dei fenomeni tipici della Pa italiana è la grande variabilità dei risultati come dimostrano i test Invalsi, le performance dei Tribunali, della Scuola e della Sanità.

L’ultimo punto, forse il più importante, è l’utilizzo del Giudizio del cittadino come principale barometro del successo o insuccesso di un ente e di un’organizzazione. Non avendo un mercato o dei competitor gli enti pubblici devono mostrare in modo trasparente quali sono i propri obiettivi e se e come li hanno raggiunti ed avere dei sistemi di monitoraggio della soddisfazione del cittadino nell’utilizzo dei servizi. Se ci fossero questi strumenti emergerebbero differenze di risultato e sarebbe possibile premiare chi Merita in modo importante.

Aspettiamo quindi con speranza il Testo Unico del Pubblico Impiego in prossima uscita e auspichiamo che possa tenere in considerazione questi punti, per dare completamento, dopo due anni, ad una riforma che sia una vera opera di Liberazione nazionale della Pubblica Amministrazione.

Una riforma che metta al centro la soddisfazione del Cittadino e non del Legislatore.

Boggian e Tumietto di Forum Meritocrazia

 

L’assioma di Knight e gli #economisti

[il] ragionamento degli economisti… che gli uomini lavorino per sforzarsi di uscire dai guai è almeno per metà un capovolgimento dei fatti. Le cose per cui si lavora sono causa di fastidi tanto spesso quanto di soddisfazione; con la medesima ingegnosità ci si mette e si esce dai guai, ed in ogni caso ci si resta… Un uomo che non ha nulla di cui preoccuparsi nell’immediato si dà da fare per creare qualcosa, si getta in qualche gioco che lo assorba, si innamora, si prepara a conquistare qualche nemico, oppure caccia i leoni, cerca di raggiungere il polo nord o quant’altro[1].

[1]                   F.H. Knight, The Ethics of Competition, New York, Harper & Bros., 1936, p. 32.

TTIP – I nazionalismi, i populismi e le lotte elettorali, tutti d’accordo: meglio litigare!

Io credo fermamente che un uomo di stato debba conoscere i principali dettami della scienza economica; o per lo meno saper ascoltare coloro che tali dettami conoscono. Quando essi ignorano tali dettami, commettono grandi errori: costringono gli agricoltori a coltivare prodotti comparativamente più costosi e si aspettano poi che il prodotto netto dell’agricoltura nazionale aumenti. Ingiungono agli industriali di scemar con ogni mezzo il costo dei prodotti della loro industria e proibiscono loro di acquistare anche all’estero materie prime, macchine e altri strumenti”. Per questa sua frase contro l’autarchia e la “battaglia del grano”, Umberto Ricci, economista liberale della prima metà del ‘900, dopo essersi già dimesso dall’Accademia dei Lincei per non giurare fedeltà al fascismo, nel 1934 perse la cattedra universitaria e andò in esilio a insegnare al Cairo e a Istanbul.

Oggi la situazione non è certo la stessa, ma i venti che spirano contro il libero commercio sono ripresi vigorosi. Si è creata infatti in Europa un’alleanza tra gli eredi del fascismo e del comunismo (entrambe in versione democratica e 2.0, certo) che, appoggiati da certi esponenti di una pluri-millenaria tradizione religiosa (la religione in sé niente ebbe da dire sui vantaggi comparativi del libero scambio, salvo dover intervenire deus ex machina quando – per difetto della distribuzione commerciale dell’epoca – mancarono pani e pesci nei pressi del Mare di Galilea e il vino alle nozze di Cana) e da concreti interessi economici di industrie inefficienti, ha organizzato una vera e propria crociata contro l’apertura delle frontiere, che trova un bersaglio ideale nel Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) in negoziazione tra Stati Uniti e Unione europea.

Per carità, anche negli Stati Uniti la chioma argentea di un vecchio socialista ciarliero e quella cotonata di un astuto trombone miliardario stanno sferrando pesanti attacchi contro il libero scambio, ma questo non ci è di consolazione, semmai aggrava lo sconforto. La conservazione e l’ideologia hanno sempre frenato le innovazioni anche più ovvie (basti pensare ai luddisti inglesi) ma certamente risulta strano che in epoca di piena globalizzazione, dove si è perennemente connessi o in viaggio e si acquistano gadget, macchinari e servizi provenienti da ogni parte del mondo, si sia sviluppata una repulsione così irrazionale nei confronti del commercio. Fortunatamente la quasi totalità degli economisti ancora accetta l’assunto che il “free trade” è benefico per tutte le nazioni, sia che importino sia che esportino. L’intuizione la possiamo far risalire alle parole che, mentre era predominante la teoria mercantilista, Adam Smith scrisse nella “Ricchezza delle nazioni”: “E’ la massima di ogni uomo prudente, a capo della sua famiglia, di non cercare mai di fare a casa ciò che gli costerà più fare che andare a comprare”.

Ma torniamo al Ttip. Porterà vantaggi economici? Finora la stragrande maggioranza degli studi (Cepii, Cepr, Fondazione Bertelsmann, World Trade Institute, Atlantic Council) dice di sì. In prospettiva, dallo 0,3 allo 0,5 per cento del pil di crescita in più all’anno (un’enormità, soprattutto per paesi a basso tasso di sviluppo come l’Italia) equamente distribuita tra Europa e America. E’ vero che questi studi sono a volte un po’ simpatetici e in più stimano anche gli effetti dell’eliminazione di barriere non tariffarie, più difficili da calcolare dell’abbassamento dei dazi doganali, ma tant’è. E comunque l’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri. Il fatto che su alcuni argomenti le parti non siano d’accordo (come l’apertura alle merci europee negli appalti americani o la denominazione di origine controllata di cibo e vino) è la scoperta dell’acqua calda: cosa si negozierebbe altrimenti?

Il Ttip porterà senza dubbio anche vantaggi politici. Prima di tutto impedirà la deriva degli Stati Uniti verso il Pacifico: ricordiamoci che il Trans-Pacific Partnership (Tpp), accordo con 11 stati affacciati su quell’oceano, è già stato firmato. Anche il più convinto anti-yankee non può avere piacere che l’Europa abbia scarsa influenza su Washington e che il mercato americano sia meno accogliente verso le merci del Vecchio continente. Inoltre, le regole del commercio internazionale è meglio scriverle insieme, tra paesi democratici e a economia di mercato, piuttosto che doverle negoziare in posizione disunita con paesi che prendono i loro interessi molto sul serio, come Cina, Russia e India, e che hanno sistemi di valori non proprio coincidenti con i nostri.

Pericoli del Ttip? “Ogm, carni con ormoni, polli alla candeggina, esperimenti sugli animali per testare i cosmetici!”. Ora, a prescindere dal fatto che, per esempio, sugli ogm il pragmatico approccio americano sarebbe migliore di quello europeo che è “prudente” e abbastanza antiscientifico, la Commissione europea e molti governi hanno ribadito varie volte che questi argomenti non sono negoziabili; anzi, la commissaria per il Commercio, Cecilia Malmström, esagerando, ha affermato che le regolamentazioni potranno essere solo più stringenti, non meno (che razza di liberale! Il presupposto è che più si regola meglio è).

Insomma, crescita economica, convenienza politica, rischi limitati e persino concordanza tra gli studiosi sulla teoria dei vantaggi comparativi del libero scambio: cosa potrebbe fermare il Trattato? Il populismo e la legge di Murphy, che nella scienza economica è stata così teorizzata dall’accademico di Princeton, Alan Blinder: “Gli economisti hanno la minima influenza sulle politiche dove ne sanno di più e sono maggiormente in accordo; hanno la massima influenza sulle politiche dove ne capiscono di meno e litigano nel modo più veemente”. Appunto.

Google, Vestager, Ricossa e le imperfezioni del pensiero perfettista

È di mercoledì scorso la notizia della contestazione da parte della Commissione Europea  nei confronti di Google per aver abusato della sua posizione dominante, imponendo a chi  utilizza le piattaforme Android l’installazione di alcune app (tra cui Google Chrome). Il Commissario alla concorrenza, Vestager, nella sua conferenza stampa ha affermato che è dovere delle istituzioni europee garantire la libera concorrenza per poter assicurare l’innovazione che genera a sua volta crescita economica.

Lo stesso mercoledì, si è tenuto a Roma, organizzato dalla Fondazione Einaudi, un convegno (con una bella relazione introduttiva di Lorenzo Infantino) che commemorava l’economista torinese Sergio Ricossa recentemente scomparso. Naturalmente, i due eventi non sono legati se non idealmente, perché Ricossa sarebbe stato certamente d’accordo con  quanto detto dalla Vestager, ma avrebbe sollevato dubbi sul fatto che a preservare la  competizione debba essere un’autorità pubblica.

L’economista torinese, infatti, aveva sviluppato una teoria dell’imprenditore sulla falsariga degli insegnamenti della scuola austriaca di economia (i cui principali esponenti sono Hayek e Mises) che giudicava con scetticismo l’intervento del governo anche quando effettuato a fin di bene, per proteggere il mercato. La base del ragionamento di Ricossa parte dalla divisione filosofica tra “perfettisti” e “imperfettisti”. I primi pensano che si possa raggiungere la Città di Dio in terra, sia essa la società comunista marxiana o una teocrazia o una economia semi-statica  di gente civilizzata che! guidata da civil servant illuminati,  ha bisogni spirituali e non volgari (più o meno la concezione di Keynes). Gli imperfettisti, invece, pensano che la società non abbia uno scopo finale ma sia la somma di fini individuali che si possono realizzare in una condizione di libertà . Non ci sono pianificatori che possono prevedere dove e come si evolverà l’umanità e nemmeno l’economia. Sotto quest’ultimo profilo, anche il concetto di “equilibrio” neoclassico, vale a dire la situazione in cui domanda e offerta combaciano in un contesto di concorrenza perfetta raggiungendo un prezzo per l’appunto “di equilibrio”, non è realistico.

L’economia progredisce proprio perché sconvolge in continuazione gli equilibri presistenti. Ciò che era ottimo vent’anni fa non lo è più ora, nuovi bisogni emergono e nuovi prodotti, prima nemmeno immaginati, invadono prepotentemente il mercato. E chi rende possibile questo incessante progresso? L’imprenditore, figura che assomma in sé la distruzione creatrice Schumpeteriana, che attraverso nuove tecnologie rende obsoleto il sistema di produzione precedente, e l’intuito e la fantasia teorizzata da un altro economista “austriaco”, Kirzner. L’imprenditore si accorge prima degli altri che un nuovo servizio o una nuova merce potrebbe soddisfare un’esigenza non ancora espressa. Si pensi ad AirBnb. Le case vuote esistevano, i turisti e gli uomini d’affari pure, internet anche, eppure c’è voluto l’intuito di qualcuno per mettere insieme le tre cose e creare un servizio popolarissimo e in continua espansione.

Tuttavia, secondo Ricossa non bisogna dimenticare che chi vince nel gioco concorrenziale è qualcuno che lo fa per diventare temporaneamente un monopolista. Se però sussistono condizioni per le quali non ci sono barriere normative in un contesto di piena libertà di impresa, questo non deve spaventare: prima o poi la fantasia di qualche innovatore renderà il prodotto del monopolista obsoleto ed in ogni caso la semplice minaccia farà sì che l’operatore dominante non ne approfitti troppo (o, come dice Ricossa, “non dorma sugli allori”) pena l’ingresso di un concorrente che gli soffi quote di mercato.

Questa visione, astrattamente coerente, deve essere temperata dalla constatazione che nell’economia reale non può esserci l’equilibrio neoclassico, ma nemmeno una completa assenza di vincoli legislativi (ad esempio, la protezione della proprietà intellettuale, per altri versi utile) che non consolidino le posizioni di monopolio. Posizioni che il monopolista tenderà a trincerare facendo un uso anche politico del suo sovraprofitto, cercando di influenzare il regolatore e il legislatore. Ed in più esiste il fattore tempo: persino l’Impero Romano crollò, ma non possiamo aspettare l’arrivo di Odoacre ogni volta
che si crea un monopolio.

Il contenzioso Google-Commissione UE è destinato a durare a lungo e può darsi che il colosso di Mountain View abbia abusato della sua posizione dominante. Ma gli ammonimenti di Ricossa rimangono validi e ci aiutano a mantenere il giusto scetticismo nei confronti di chiunque pretenda di rendere qualcosa di umano perfetto. Fosse anche il mercato.

Alessandro De Nicola
Presidente Adam Smith Society
adenicola@adamsmith.it

Il coraggio di privatizzare

La più famosa vendita di gioielli della corona avvenne nel 1885 quando la Repubblica Francese, previa rinuncia di Enrico di Borbone, cedette quelli della monarchia transalpina. Dopo la Rivoluzione e Napoleone, per molti anni si era verificata un’alternanza tra repubblica, monarchia e dittatura militare (Napoleone III). Vendere le gemme reali, oltre ad un effetto benefico per le casse statali, ebbe un alto valore simbolico: la Francia aveva chiuso il suo plurisecolare rapporto con re e regine.
Ed in effetti, ogni qualvolta lo Stato vende i suoi gioielli dovrebbe prefiggersi un duplice scopo: risanare il bilancio pubblico, abbattendo il debito, e recidere i suoi legami con il sistema economico. Ciò significa, come puntualizza anche l’ex commissario alla spesa pubblica Cottarelli nel suo libro “Il Macigno”, che, esclusi i sempre più rari casi di “fallimento di mercato”, privatizzando il governo restituisce efficienza al sistema economico.

In primis, diminuendo la sua bulimia di capitali per finanziare il debito, lo Stato li rende disponibili ai privati che li impiegheranno in modo più redditizio. In questo momento storico i tassi sono bassi e, piene di sofferenze, le banche finanziano a fatica, ma non è una situazione che durerà per sempre. La situazione è aggravata dal fatto che le attività delle pubbliche amministrazioni a causa della cattiva gestione rendono pochissimo. Ricorda Cottarelli che, secondo gli ultimi dati disponibili, quando i tassi di interesse viaggiavano al 5-6%, i beni pubblici rendevano l’1%.

In secondo luogo, tagliando il cordone ombelicale con le imprese, lo Stato incentiva la liberalizzazione del mercato. Mentre in caso di privilegi od esclusive concesse a società in mano pubblica ci sarà sempre la scusa dell’interesse generale che rende ammissibile il monopolio, quando i proprietari sono privati la giustificazione non regge più. Non a caso porti, ferrovie, poste sono gli ambiti dove più tenaci resistono le protezioni legislative.

Se poi la società è già in competizione con i privati non c’è una ragione al mondo per mantenere la proprietà del governo: si rischia solo di favorire la concorrenza sleale (ad esempio, si presta denaro più volentieri a chi ha la garanzia dello Stato), la commistione con la politica e il regolatore nonché scelte determinate non da ragioni di efficienza ma elettorali.

Trasferire solo quote di minoranza, poi, ha un effetto positivo ed uno negativo. Il primo è che sopratutto in caso di quotazione in borsa si sottopone la società pubblica ad un po’ di disciplina del mercato azionario e se ne aumenta la trasparenza. Il negativo è che se l’impresa gode di privilegi normativi si raddoppiano coloro i quali sono interessati a mantenerli: lo Stato e gli azionisti privati di minoranza.

Purtroppo, se analizziamo il Def presentato in aprile non sembra esserci traccia di questa logica. Per cominciare, gli obbiettivi sono pochissimo ambiziosi: si intende procedere a privatizzazioni per 3 anni per circa 8 miliardi l’anno, lo 0,5% del Pil, un’inezia. Calcolare cosa si può immettere nel mercato non è semplice, ma le stime più recenti indicano da 300 a 450 miliardi, tra beni mobili e immobili, e solo perché non si ha abbastanza coraggio nello sdemanializzare enormi proprietà immobiliari. Inoltre, l’unica iniziativa concreta citata sembra essere l’alienazione di partecipazioni di minoranza di Enav e Ferrovie (pubblicizzazione di risparmio privato, la chiamerebbe qualcuno) e la presa non viene mollata su nient’altro. Se poi il piano di fusione Ferrovie-Anas proseguisse, ti saluto privatizzazione…

Fuori programma, qualche giorno fa, il ministro dell’Economia Padoan ha detto che si sta pensando a immettere sul mercato un’ulteriore tranche di Poste ma, per carità, senza perdere il controllo o spacchettare banca, assicurazioni e servizio postale (neanche treni e binari, se è per quello). Qualche parola viene spesa nel Def sugli immobili pubblici e grande vaghezza è riservata alle municipalizzate dove si insiste con “l’efficientamento” (anche nel programma di Andropov, presentato al Comitato Centrale del Pcus nel novembre 1982, si prospettava qualcosa di simile per l’industria sovietica) ma non sulla loro cessione. D’altronde, se si va in giro per l’Italia a sentire i programmi dei candidati sindaci delle grandi città, quelli che promettono di sbarazzarsi di un po’ di aziende locali sono pochi e timidissimi nel dirlo.

Liberalizzare e privatizzare: sono queste le due scelte che veramente denotano la volontà riformatrice di un governo. Ripararsi dietro concetti come la strategicità di un’impresa o l’esistenza di fallimenti di mercato serve solo a nascondere un ben più grande fallimento, almeno lui veramente strategico, quello dello Stato.

adenicola@ adamsmith. it
Twitter @aledenicola

I gemelli del gol

Pulici e Graziani, oppure Mancini e Vialli. Le coppie dei “gemelli del gol” son rimaste impresse nella memoria degli italiani perché da sole caratterizzavano squadre altrimenti non da primato e che grazie ad esse riuscivano a vincere lo scudetto, come il Torino e la Sampdoria .

Ebbene, anche l’economia italiana, se solo la classe politica lo volesse, potrebbe puntare sui suoi gemelli del gol per uscire dalle secche di stagnazione, basso tasso di occupazione, emigrazione dei migliori, alto debito pubblico e carico fiscale. Stiamo parlando di liberalizzazioni e privatizzazioni, le grandi assenti dall’azione di governo di Renzi e, per la verità, anche degli altri governi del XXI secolo.
Per trovare una spinta decisa e coerente e non episodica nella direzione della concorrenza e dell’apertura al capitale privato, bisogna infatti risalire alla seconda metà degli anni ’90 i quali, forse non a caso, sono gli ultimi in cui, nonostante le tasse per l’Europa, si sia verificata una crescita del PIL debolina ma almeno degna di questo nome.
Consideriamo in primis perché è meglio avere dei gemelli invece che un solo grande centravanti alla Higuain. La ragione è semplice: la combinazione dei due  è più fruttuosa.
Le privatizzazioni servono a ridurre il debito pubblico, ma non solo. Infatti, quando le società pubbliche vengono quotate si introduce la disciplina dei mercati finanziari, fatta sia di regole di governance che di requisiti di efficienza. Se arrivano investitori stranieri portano il loro bagaglio di know-how, rete commerciale o brevetti utilissimi a fini di sinergia e di redditività ma anche per la formazione del personale italiano. L’assenza dello Stato nell’azionariato evita fenomeni di scelta di investimenti aziendali a fini elettorali e non economici, di selezione di manager per motivi di appartenenza politica, di commistione con i regolatori, nominati o influenzati dalla stessa classe politica. Senza mano pubblica si evita la concorrenza sleale con le società private, le quali, ad esempio, faranno sicuramente più fatica a trovare finanziamenti bancari od obbligazionari in assenza della garanzia della proprietà statale.
Bene, ma questi vantaggi sarebbero sicuramente diminuiti se l’azienda privatizzata continuasse ad essere un monopolista, magari concessionario pubblico protetto dalla competizione. Oppure se i prezzi del mercato in cui opera fossero amministrati da un’ autorità pubblica che elevasse pure barriere regolamentari all’entrata di nuovi concorrenti. E se questa società dovesse ricorrere a professionisti a loro volta privilegiati normativamente e poco efficienti o si  approvvigionasse da società oligopoliste o monopoliste, probabilmente si troverebbe a dover competere con gli stranieri con un handicap di partenza.
Ecco perché liberalizzazioni e privatizzazioni se vanno di pari passo son più benefiche che da sole. E nel Belpaese è facile capire da dove un governo veramente riformatore dovrebbe cominciare.
Innanzi  tutto dovrebbe sbarazzarsi e fare in modo che gli enti locali si sbarazzino di tutte le imprese che già operano in regime di concorrenza attuale o potenziale. Non c’è una sola motivazione vagamente teorica (del tipo il servizio di pubblico interesse che può essere reso solo da un monopolista) per mantenere di proprietà del Leviatano (o della CDP)  aziende come ENEL, Eni, Saipem, Snam, Finmeccanica, Poste, Trenitalia, Poligrafico, Rai, gli aeroporti, le stazioni, i porti, le public utility  locali  e quant’altro.
A maggior ragione va sfoltito il patrimonio immobiliare pubblico, operazione in passato non riuscita per mancanza di volontà politica. Ad oggi si dice che il valore degli immobili statali immettibili sul mercato sarebbe di soli 2,7 miliardi perché per gli altri ci sarebbero vincoli demaniali di vario genere. Appunto, i vincoli non sono un noumeno kantiano dell’edificio, ma qualcosa che la legge ha stabilito, basta cambiarla.
Per i settori produttivi prima menzionati  alcune delle liberalizzazioni contenute nel ddl concorrenza che giace in Parlamento sono direttamente utili: i prezzi dell’energia, l’apertura di nuove stazioni di servizio, il recapito dei plichi giudiziari. Altre, quelle relative alle professioni, le farmacie, le assicurazioni, le telecomunicazioni e le banche creano il giusto contesto competitivo. Altre ancora, espunte dal ddl, sui porti, i trasporti pubblici, i fondi pensione, i farmaci di fascia C sono rilevanti nei due sensi.
Insomma, per riprendere la strada dello sviluppo l’economia italiana ha bisogno di molti gol. Una vita da mediano traccheggiando a centrocampo oggi non assicura più la salvezza ma la retrocessione in serie B.
Alessandro De Nicola
@aledenicola

La bistecca protetta

Non tira una buona aria per il libero scambio. Purtroppo quella più metifica spira da oltreoceano, dove il front-runner repubblicano, l’ineffabile Donald Trump, propone oltre al muro anti –messicani anche tariffe del 45% per i prodotti cinesi e dazi di ogni genere. Le cose non vanno molto meglio in casa democratica: Hillary Clinton, cinica come sempre, ha abbandonato il suo precedente appoggio al Trattato sul libero commercio col Pacifico e le politiche di apertura a suo tempo incoraggiate dal marito Bill, sostituendole con una retorica protezionistica che scimmiotta il rivale Sanders.

È per questo motivo che i segnali di per sé insignificanti registrati ultimamente in Italia possono destare qualche preoccupazione: si inseriscono in una deriva culturale che invece di vedere nel libero scambio un’occasione di progresso, efficienza economica, maggior scelta, rafforzamento di legami tra le nazioni, lo dipinge come una minaccia.

Da noi, però,queste nubi sono fortunatamente accompagnate da un certo gusto per la farsa che alleggerisce l’atmosfera.

Prendete la vicenda dell’olio tunisino. Un fronte quasi unanime, dai 5 stelle alla Lega passando da molti PD, ha fatto un gran chiasso sulla decisione del Parlamento Europeo di ammettere per il 2016 e 2017un’importazione supplementare all’interno della UE di 35.000 tonnellate all’anno di olio tunisino sgravandolo da dazi. Per mettere il tutto in prospettiva, già oggi l’esenzione si applica per 57.000 tonnellate provenienti dal paese nordafricano e il consumo italianoè di circa 660.000 tonnellate. Non solo: la produzione nostrana è largamente insufficiente a coprire il fabbisogno (nel 2013-4 solo 440.000 tonnellate di cui ben 376.000riesportate) e  quelli pregiati“Dop” rappresentano solo il 2% del mercato.Quindi, a che pro tante grida di dolore per 35.000 tonnellate divise tra tutti i mercati europei per un prodotto che viene tranquillamente utilizzato anche dai nostri produttori nelle miscele che essi stessi mettono in commercio? E se Stati Uniti e Canada si comportassero allo stesso modo con noi? Senza contare l’aspetto più generale per il quale si blatera spesso dell’”aiutiamoli a casa loro” (al posto di accogliere immigrati) e quando finalmente c’è un’opportunità virtuosa anche per i nostri consumatori la si vorrebbe rifiutare.

Ancor più patetica e molto probabilmente illegale secondo le regole europee sulla libera circolazione, l’ordinanza del sindaco di Firenze che richiede a chi vuol aprire in centro città di prevedere nell’assortimento almeno il 70% di prodotti alimentari toscani con delle eccezioni in caso di vetrine di buon gusto ( si sa, a Firenze…). Gli chef hanno già bollato l’iniziativa come ottusa, ma in realtà essa è potenzialmente anche pericolosa. Quando la chianina o l’olio toscanoverranno bloccati da simili ordinanze romane (“per far la vita meno amara, magna l’abbacchio co la chitara”), partenopee (“se si nu verenapuletano,accattete‘o sammarzano“) o milanesi (“Ci vuol lumbarda la cutuletta, qui da noi si va di fretta!”) che diranno i sempre arguti fiorentini? E quando saranno Berlino (“Kartoffel, Kartoffel, uberalles!”) Londra (“so pudding, so cool”) o Parigi (« Vin français, c’est plus facile!”) a sbarrare la strada a alimenti e bevande italiane, ci rivolgeremo agli strateghi di Palazzo Vecchio?

È appena il caso di notare che Confagricoltura ha comunicato che finalmente l’export italiano di prodotti agricoli è aumentatonel 2015 dell’11,2% e quello dei prodotti alimentari del 6,5% raggiungendo, secondo le statistiche del MISE, oltre 35 miliardi di euro di valore. Le industrie alimentari italiane, Campari e Lavazza, hanno appena conquistato Grand Marnier e Carte Noir, la Ferrero si avvia ai 10 miliardi di fatturato e l’interesse nazionale sarebbe quello di incoraggiare il km zero o ostacolare il libero flusso di capitali, servizi e merci nel settore agroalimentare?

Il Belpaese ha evitato una ben più grave recessione negli ultimi anni proprio grazie alla tenuta e all’incremento dell’export in tutti i settori economici. Qualsiasi spinta da parte nostra che porti alla chiusura delle frontiere sarebbe autolesionista per consumatori e produttori. Problemi ce ne sono già abbastanza, potrebbe essere una buona idea evitare di crearcene di nuovi senza motivo.

Alessandro De Nicola

@aledenicola