Meritocrazia, Italia ancora al palo. E la crescita arranca

Sembra ormai probabile che la ripresa del nostro Pil, iniziata a cavallo dell’estate del 2015, sia in rallentamento e, nonostante le misure imponenti di Quantitative Easing dell’Ue per il 2016, la nostra crescita pare resterà abbastanza piatta. Le molte misure economiche promosse da questo Governo ( 80 euro, Jobs Act, 100.000 assunzioni nelle scuole, qualche taglio di Irpef e Tasi) sembrano non risvegliare la crescita economica come servirebbe. Perchè?

Una possibile risposta la si può trovare guardando il tasso di Meritocrazia del nostro Paese. Anche quest’anno il Forum della Meritocrazia ha diffuso il suo indicatore di Meritocrazia ( Meritometro) per il 2016, in collaborazione con l’università Cattolica di Milano , che si basa su 7 pilastri, tratti da indicatori internazionali ( Libertà economica, Regole, Trasparenza, Educazione, Mobilità sociale, Pari opportunità, Attrattività dei Talenti).

Nei confronti dei 12 paesi europei considerati (Finlandia, Norvegia, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Germania, Gran Bretagna, Austria, Francia, Polonia, Spagna) l’Italia rimane in ultima posizione nel 2016, praticamente ferma (più 0,06 per cento) rispetto al 2015.

meritometro 2016 (1)

L’Italia ha poi il triste primato di essere ultima nel ranking riguardante tutti i pilastri. Le maggiori differenze rispetto alla media europea si riscontrano nei pilastri della trasparenza, delle regole, della libertà economica e delle pari opportunità. Il divario rispetto agli altri stati membri dell’Ue sta crescendo: il nostro paese, rispetto al 2015, si conferma in un’ultima posizione nel ranking europeo, con un punteggio di 23,4 con più di 40 punti di distacco dalla Finlandia (67,7), 20 dalla Francia (41,5) e quasi 30 dalla Germania (52,3); punteggio inferiore di oltre 16 punti della Polonia (39,6) e 12 punti della Spagna (35,1).

meritometro 2016 (2)

Che rapporto c’è tra meritocrazia e crescita economica? In un Paese in cui c’è poca Meritocrazia le persone, le aziende e le istituzioni non sono incentivate e non hanno gli strumenti per attivarsi e quindi il sistema nel complesso non cresce. Ancora pesanti infatti sono i disincentivi per molti a mettersi “in moto”, mentre sempre forti sono gli incentivi a mantenere le proprie posizioni di rendita a causa delle ancora deboli e parziali liberalizzazioni e alla conservazione delle tante lobby che bloccano il cambiamento.
Cosa fare allora ? Il Paese ha fatto sicuramente qualche passo avanti in termini di selezione della classe dirigente e della classe politica e di tornare ad investire in Istruzione ( seppure in modo forse poco qualitativo), ma ora il cambiamento non è più solo questione di Leadership, ma di cambiare sensibilmente il nostro sistema di Regole e come vengono applicate.

Proprio sul pilastro delle Regole il nostro Meritometro indica un peggioramento nel 2016. Le Regole nel nostro Paese infatti non solo non vengono applicate in modo efficiente, ma sono  spesso inique.
Cosa blocca il cambiamento? Essenzialmente il grosso potere conservativo della maggioranza della popolazione in Italia (e in Ue) ostacola un riassetto del sistema di Regole che crei un sistema più equo e bilanciato.

E’ successo così per il sistema pensionistico nel passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo e nella diversificazione delle condizioni delle varie casse previdenziali ( quasi tutte in perdita). E’ successo anche nel Mercato del Lavoro, prima con la Legge Biagi e ora con il Jobs act, che si applica solo sui nuovi contratti di lavoro e non per tutti (si applicherebbe al Pubblico Impiego secondo una sentenza della Cassazione). Succede quando si chiede di poter fare più debito a scapito delle future generazioni. Succede poi quando non si liberalizzano i servizi pubblici locali e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Questo continua a produrre situazioni in cui persone e categorie sociali diverse sono sottoposte a Regole più o meno vantaggiose. Perché impegnarsi in un gioco dove gli altri sono avvantaggiati dall’arbitro? Perché fare uno sforzo se tanto il mio avversario parte con le gambe legate?

Il Paese non crescerà quindi fino a che il dipendente pubblico non avrà le stesse regole del dipendente privato, fino a che il giovane o il commerciante non avrà gli stessi ritorni pensionistici dai propri contributi dei più anziani, fino a che l’azienda Y non avrà la stessa possibilità di avere un appalto dalla Pa dell’azienda Z e fino a che il lavoratore autonomo non avrà le stesse possibilità di lavorare per un azienda del lavoratore dipendente, al Nord come al Sud. Troppe categorie hanno condizioni di lavoro e di vita diverse non per il proprio Merito, ma per essere nate dopo, o in una particolare Regione del Paese,  con il cognome Rossi invece che Bianchi etc.

Un altro fattore di scarsa Meritocrazia segnalato dal Meritometro è la bassa Attrattività per i talenti del nostro Paese. Si dice che ogni anno 100.000 giovani laureati lasciano il Paese contro poche migliaia che rientrano. Su questo fattore pesano la mancanza di investimenti significativi oltre al depotenziamento di alcune misure, come la legge 238/2010 sul rientro dei talenti.

Non è un caso che investiamo circa un centinaio di milioni di euro per riportare i talenti italiani dall’estero contro diversi miliardi di euro per trasformare i contratti a progetto in contratti a tutele crescenti per lavoratori in Italia come avviene con la decontribuzione per il Jobs Act. Non è il primo un migliore investimento in termini di crescita economica di qualità?

Sembra una questione secondaria, ma attrarre giovani talenti dall’estero sarebbe uno dei modi più intelligenti di investire sul futuro e correggere quello sbilanciamento sociale, politico, demografico ed economico che minaccia il nostro Paese.

Purtroppo dobbiamo ancora dire che questo Paese non crescerà fino a che non ci sarà più Meritocrazia ( non solo nelle Nomine) e fino a che non si faranno Riforme delle Regole e investimenti per tutti e non solo a favore di pochi. Fino a che non lo capiremo e non seguiremo questa strada,  continueremo a fare riforme selettive e non generali e renderemo più difficile il cambiamento e la crescita.
Per il momento non possiamo quindi che applaudire i casi eccezionali di Merito di Aziende, Scuole e Persone che dimostrano che fare Meritocrazia anche in Italia è possibile, sapendo però che da soli non possono fare “sistema”.

Su affaritaliani.it

Riforma Madia, non tutte le partecipate si porta via

Uno dei rari bersagli che ha sempre accumunato, almeno nelle intenzioni, il governo Renzi con la pattuglia di bizzarri liberisti pur presente nel nostro paese, è quello delle società partecipate. Sin dai tempi della Leopolda le quasi 8.000 imprese, che secondo l’Istat (ma per il ministero delle Pari opportunità sono 10.000: il povero commissario alla revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, non si raccapezzava) sono in mano pubblica, hanno costituito un elemento duraturo (seppure intermittente, un po’ come quegli amori estivi che rinascono a ogni bella stagione sotto lo stesso ombrellone) della demonologia renziana. Tuttavia, finora poco o nulla era stato fatto per razionalizzare, sfoltire, chiudere, vendere, accorpare questa enorme galassia di enti che, con stipendi manageriali un po’ ridotti e con qualche risparmiuccio qui e là, han continuato tranquilli a sopravvivere e in taluni casi a prosperare. Ecco perché, quando nel prossimo consiglio dei ministri del 15 gennaio verrà presentata la “Riforma Madia”, il capitolo delle partecipate susciterà una particolare attenzione.

In cosa consiste la riforma? I capisaldi degni di attenzione sono tre: guadagna o chiudi, il potere in mano a una persona sola, obbligo di non proliferazione.

Partiamo dall’ultimo pilastro: le pubbliche amministrazioni non potranno più costituire o partecipare a società (e in ogni caso solo s.r.l e s.p.a.) che non debbano costruire un’opera pubblica; non si dedichino all’autoproduzione di beni o servizi strumentali agli enti pubblici; non abbiano come oggetto sociale la produzione o gestione (anche in coabitazione con privati) di servizi di interesse generale. Questi servizi sono individuati dalla legge in modo un po’ ampio e quindi è vero che difficilmente un Comune potrà produrre prosciutti, ma molte altre cose rimangono incluse. Nella bozza di decreto fin qui circolata, si parla infatti di attività di produzione o fornitura di beni o servizi che sarebbero svolte dal mercato “a condizioni differenti in termini di accessibilità fisica ed economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza che le amministrazioni pubbliche assumono come necessarie” per soddisfare i bisogni della comunità e “garantire l’omogeneità dello sviluppo e della coesione sociale”. Beh, è facile capire che una pubblica amministrazione un po’ audace può far rientrare nel concetto di tutto: da internet alla pay tv, dalle librerie ai supermercati. Manca un bel panificio in centro città? ci pensa il sindaco! Dopotutto, non bisogna essere Manzoni per capire cosa succede quando a Novembre nel giorno di San Martino manca il pane  in piazza Cordusio a Milano… Il fatto che le società in cui può partecipare lo Stato e gli altri enti debbano essere una s.r.l o una s.p.a. non è di grande ostacolo, basta trasformare quelle che oggi sono cooperative o società in accomandita. La prescrizione che le imprese con meno di un milione di fatturato o più amministratori che dipendenti debbano essere vendute o liquidate, sarà pure facilmente aggirabile tramite fusioni e accorpamenti. E’ vero che la costituzione e l’acquisto di partecipazioni in società da parte di un ente pubblico deve passare il vaglio della Corte dei Conti e dell’Autorità Antitrust, tuttavia il diniego da parte della Corte non è chiaro se abbia il potere di bloccare la delibera ed in secondo luogo il Tar potrà pur sempre dire che la valutazione del Comune, della Regione o del Governo rientra nell’ambito di una inevitabile discrezionalità di alta amministrazione difficile da smontare se non nei casi più eclatanti.

Staremo a vedere. Un po’ più efficace sembra essere il requisito “guadagna o chiudi” per quelle società che hanno chiuso in rosso 4 degli ultimi 5 anni. Anche dimenticandoci il trucchetto della fusione, stiamo parlando di casi probabilmente non frequentissimi e rimediabili con contratti di servizi più generosi. Vengono poi liquidate le scatole vuote che per 3 anni non compiono atti di gestione o non presentano il bilancio. Anche in questo caso l’alternativa della presentazione del bilancio è un’inutile scappatoia, perché in teoria basterà depositare un bilancino da foglio Excel per uscire dalla categoria a rischio. E’ pur vero che le amministrazioni dovranno annualmente approntare un piano di razionalizzazione delle proprie partecipazioni sottoposto all’occhiuto vaglio dell’ennesima authority di vigilanza e che le società partecipate potranno fallire come tutte le altre. Insomma, qualcosa succederà, ma bisognerà contare molto sulla volontà politica perché la legge non venga interpretata in modo cavilloso e dilatorio.

Infine la donna sola al comando (utilizzare la vetusta espressione “uomo solo al comando” avrebbe sicuramente comportato un intervento indignato della Presidenta Onorevola Boldrini). Salvo che per le società quotate, tutte le altre avranno un solo amministratore unico a meno che i gli enti proprietari decidano diversamente per ragioni di “adeguatezza organizzativa” e pur sempre rispettando il famigerato “equilibrio di genere”. Niente pensionati in consiglio e retribuzione determinata in parte avendo riguardo alla dimensione della società, in parte in base ai risultati. L’amministratore unico assicura qualche risparmio ma, salvo che in piccole società, non è una scelta gestionale intelligente. Ci sarà un motivo per il quale le imprese private hanno dei consigli di amministrazione ed è quello di far sì che il management esecutivo possa essere consigliato e controllato da suoi pari. Il problema è di eliminare il controllo pubblico e decurtare il numero di società esistenti, non dotarle di meno amministratori, anche perché rimane la solita discrezionalità, che è un po’ la piaga della legge, di fare esattamente il contrario appellandosi a vaghe esigenze organizzative.

Mettiamola così: le intenzioni della riforma non sono malvagie (nel preambolo si fa un gran parlare di concorrenza e mercato). Sembra che il governo, però, non fidandosi del fatto che le buone intenzioni fossero prese troppo sul serio abbia lasciato delle scappatoie anche per chi ne avesse di cattive.

@Aledenicola

Il regolatore in barca

Sul fiume Cam si sfidano da decenni alcune gondole. Una parabola del mercato e dei suoi nemici.

Molti lettori avranno visitato Cambridge e quindi già conoscono la nobile arte del punting. Per chi non ne avesse ancora avuto l’opportunità, la descrizione è semplice. Una punt boat è una specie di gondola con la prua quadrata che originariamente veniva utilizzata per caccia e pesca sportive ma oggidì solo per brevi gite di piacere. La tecnica di navigazione è simile a quella delle cugine veneziane e, svolgendosi in acque ancor più placide e meno profonde del Canal Grande, non occorre una grande tecnica per diventare un punter e usare la pertica che funge da remo. Attenzione però, come ammoniva Jerome K. Jerome nel suo spassoso “Tre uomini in barca”, uno dei capolavori della letteratura umoristica inglese: “Il punting non è semplice come sembra. Come nel canottaggio, impari presto ad andare e maneggiare lo scafo, ma è necessaria una lunga pratica prima che tu possa farlo con dignità e senza infradiciarti fin sopra le maniche”.

Sia come sia, il punting è stato introdotto a Cambridge all’inizio del secolo scorso (anche se, come per ogni tradizione britannica, un forestiero è portato a pensare che già ci facessero le loro gite romantiche Robin Hood e Lady Marian) e da allora è diventato popolarissimo.

Ogni college ha barche di proprietà riservate ai suoi membri (solo il Trinity le noleggia al pubblico) e in più sono nati vari consorzi e società che, utilizzando spesso gli studenti come barcaioli, scorrazzando alla velocità di 3 km orari per il tranquillo fiume Cam turisti e allegre brigate di universitari che organizzano picnic e qualche bevuta.

Il punting può essere praticato affittando la barca, oppure facendosi trasportare da una compagnia di navigazione, autorizzata dall’apposita autorità, i Conservators, che si occupano del fiume dal 1702, oppure indipendente o da un singolo punter. Si tratta di un business che vale milioni e milioni di sterline e quindi fa gola a molti. Altra circostanza importante è che il passatempo è piuttosto innocuo. L’incidente più frequente consiste nello schiacciamento di dita tra una barca e l’altra, qualche occasionale tuffo (la punt boat è stabilissima e naviga in acque calme), talvolta una beccata di un cigno e poco altro.

Ma laddove c’è un’attività economica ecco che arriva il regolatore, impersonato dal Consiglio comunale di Cambridge e dai Conservators. Tre sono le preoccupazioni principali: che i residenti vengano molestati dai locali gondolieri privi di licenza che si fanno pubblicità sia per strada che vicino ai pochi moli disponibili, il sovraffollamento soprattutto estivo del fiume e che la sicurezza dei passeggeri sia a rischio . E così, prima di iniziare la gita, i barcaioli dovranno leggere le safety instructions come negli aerei e mettere a disposizione dei gitanti i giubbotti di salvataggio che dovranno essere conservati in un apposito locale. I conduttori non potranno essere ubriachi né tenere la musica a tutto volume e saranno obbligati ad applicare adesivi sulla barca con le istruzioni di sicurezza. Inoltre, il “touting” (il sollecitare i clienti) in posti non autorizzati (in primis la celebre King’s Parade dove si affacciano alcuni tra i più prestigiosi e bei college) potrà essere considerato un reato penale. Ultimo provvedimento dei Conservators che ha scatenato vibranti polemiche su Cambridge News, è stato il blocco di un approdo non autorizzato ostruendo il passaggio con una chiatta.

Un elemento piuttosto curioso della vicenda è che il principale operatore di punting, Scudamore, ha circa il 60% del mercato, gode di una posizione di  semi-monopolista, ha avuto in affitto per 100 anni e a prezzi bassi il pontile di approdo più importante e siede nel Board dei Conservators! Peraltro, benché a fronte di 250 barche autorizzate, ce ne siano solo 20 “pirata”, è pur vero che  una licenza costa 2.000 sterline l’anno e i commercianti in King’s Parade si lamentano della presenza dei barcaioli indipendenti che a loro dire infastidiscono i turisti.

In breve: siamo di fronte alla classica situazione in cui un regolatore si trova in presenza di un mercato oligopolistico, dove le essential facilities (gli approdi delle barche e le strade dove farsi pubblicità) sono limitate; l’operatore dominante siede tra i regolatori che concedono licenze col contagocce e le nuove misure di sicurezza innalzano una barriera all’entrata a favore di chi è già presente, nonostante che nel passato non ci siano stati veri problemi e senza che vengano diminuiti i (pochi) incidenti che capitano soprattutto ai dilettanti che affittano la punt boat per le proprie gite.

Come suole accadere in queste situazioni, ci sono diritti legittimi ma contrastanti, tipo quello dei negozianti di avere King’s Parade libera e quella dei punter di farsi pubblicità. Ma quando ci sono dei settori economici in cui predominano delle corporazioni, peggio ancora se composte da pochi oligopolisti, si assiste al solito copione: si invocano ragioni di sicurezza o di salute, si restringe la concessione di autorizzazioni o l’apertura di nuovi spazi fisici dove esercitare il mestiere, il tutto con lo scopo di ostacolare l’ingresso dei nuovi concorrenti, che certamente non devono godere di privilegi, ma la cui esistenza, assenza di incidenti e gradimento del pubblico dimostrano l’inutilità di buona parte delle regolamentazioni cui sono sottoposte le attività ufficiali. 

E’ una lotta continua tra chi è dentro e chi è fuori, che si tratti di lavoratori sindacalizzati e protetti nei confronti di quelli flessibili, dei tassisti con licenza rispetto a quelli dilettanti, dei farmacisti con i parafarmacisti, delle gondolette sul Cam e di quelle sul Canal Grande.

Alessandro De Nicola
Su il Foglio
@aledenicola

Il nostro buon senso: P.A. uber alles e l’alibi delle “richieste dell’Europa”

Una delle frasi più ritrite e controproducenti che i governanti hanno ripetuto in questi anni è stata “ce lo chiede l’Europa”. Di solito la si pronunciava per giustificare l’aggiustamento dei conti pubblici, come se il non andare in bancarotta fosse un sacrificio che compivamo per Bruxelles e non per noi stessi. Le riforme e un bilancio statale in ordine ci sono chiesti dal buon senso, invece, qualità di cui a volte politici e sindacalisti difettano in modo strabiliante.
Prendiamo il diritto del lavoro. L’appena pubblicato rapporto sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni pone l’Italia in una posizione molto bassa rispetto al resto d’Europa quanto a flessibilità del mercato occupazionale e ad efficacia della normativa. La speranza di chi lo legge è che, non avendo gli estensori fatto in tempo a considerare le riforme sui contratti a tempo determinato e il Jobs Act, nei prossimi anni la situazione possa migliorare.

Classifica ed efficienza potrebbero peraltro ulteriormente progredire visto quanto ha stabilito pochi giorni fa la Corte di Cassazione e cioè che il nuovo articolo 18 si applica anche ai lavoratori statali. In altre parole, come era evidente a molti, salvo che a buona parte della classe politica e soprattutto al ministro Madia, non è logico che per i nuovi assunti del settore pubblico non siano valide le disposizioni che rendono meno complicato il loro licenziamento. D’altronde, come avevano fin da subito notato il senatore Ichino e il sottosegretario Zanetti, e ha ora ribadito la Suprema Corte, Il Testo unico sul pubblico impiego prevede che lo Statuto dei lavoratori si applica nella “forma vigente” anche ai rapporti di lavoro pubblico.

Bene, cosa avrebbe fatto un governo sinceramente riformatore a questo punto? Salvato dal dovere legiferare sul punto dalla Corte di Cassazione, avrebbe incassato il risultato e la storia sarebbe finita lì. Invece, l’ineffabile ministra insiste che secondo lei (celebre giuslavorista) il Jobs Act non vale per il settore pubblico e comunque le cose verranno messe a posto dalla sua prossima riforma della P.A. Peccato che, se così accadesse, potrebbero addirittura aprirsi profili di incostituzionalità per disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati. Insomma, contro il buon senso non solo ci si rifiuta di introdurre un po’ di efficienza nella P.A. ma si vogliono aprire le porte a un periodo di incertezze e ricorsi che durerebbe per anni.

Ma la fantasia dei politici è ancor più fervida. Infatti, approfittando dell’esame del disegno di legge per l’attuazione delle direttive comunitarie, un gruppo di deputati trasversali, Pd e Pdl, grillini e leghisti, ispirati dall’ex ministro Damiano e dalla ex presidente del Lazio Polverini, entrambi sindacalisti, ha introdotto una serie di modifiche alla normativa sugli appalti pubblici che adesso dovranno essere discusse in Senato.

In particolare, nel momento in cui viene cambiato l’appaltatore, diventerebbe obbligatorio utilizzare, almeno parzialmente, «manodopera o personale a livello locale ovvero in via prioritaria gli addetti già impiegati nel medesimo appalto »; inoltre si dovrebbe assicurare «la continuità dei livelli occupazionali ». Non paghi, per gli appalti ad «alta intensità di manodopera» i nostri eroi hanno previsto l’applicazione, per ciascun comparto, del «contratto collettivo nazionale di lavoro che presenta le migliori condizioni per i lavoratori» e l’introduzione di «clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato ». A commentare questi emendamenti si è quasi imbarazzati, perché all’insensatezza dei proponimenti si aggiunge una certa ignoranza dell’ordinamento. Ad esempio, obbligare ad assumere gente del posto va contro la libertà di circolazione delle persone e dei lavoratori sancita dai trattati europei. Anche la clausola luddista per la quale, pur se un appaltatore ha migliore tecnologia e quindi per fare lo stesso lavoro ha bisogno di meno persone, deve necessariamente garantire la continuità occupazionale, va contro quanto stabilito dalla Corte di Giustizia Europea. I giudici di Lussemburgo hanno difatti stabilito già dal 1991 che sono vietate le normative nazionali che inducono le imprese «a non servirsi della tecnologia moderna, con conseguente aumento dei costi delle operazioni e ritardi nella loro esecuzione». Con l’emendamento della Camera se il nuovo appaltatore disponesse di personale più capace e volenteroso del precedente, dovrebbe rinunciarvi: che bella giustizia sociale.

In generale si tratta di clausole o risibili, tipo quella di applicare il Ccnl più favorevole ai lavoratori “a prescindere”, come avrebbe detto Totò, da ciò che vogliono le associazioni rappresentative delle parti, o tese a scoraggiare l’efficienza e ad aumentare i costi per la P.a.

Purtroppo, la trasversalità di questa cultura dell’inefficienza e del populismo è impressionante: forse è a causa di ciò che per molto tempo ancora, invece che reclamare riforme incisive che facciano ripartire il Paese perché ce lo impone il buon senso, saremo costretti a dire che “ce lo chiede l’Europa”.

adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Quel pasticciaccio brutto delle 4 banche (altre 10 in arrivo?)

Purtroppo quella che era destinata ad essere l’ennesima storia di malgoverno bancario e di clienti e soci gabbati, ha assunto i colori della tragedia a causa del povero pensionato di Civitavecchia che si è tolto la vita, umiliato per sentirsi tradito dalla “sua” Banca Popolare dell’Etruria che gli aveva venduto obbligazioni rivelatesi carta straccia.

In questi casi le notizie si sovrappongono con le dichiarazioni, da quelle roboanti delle solite associazioni dei consumatori a quelle di politici ed esponenti di governo, le audizioni si infittiscono e alla fine rimangono le foto sui giornali del risparmiatore che innalza il cartello contro le banche predatrici.

Anche questa volta, si potrebbe concludere, è colpa del liberismo.

Cerchiamo di riassumere la situazione. Come è noto, 4 banche sull’orlo del collasso (Etruria, Carife, Marche e Carichieti) vengono salvate attraverso un decreto del governo di fine novembre. I crediti inesigibili o in sofferenza, 8,5 miliardisvalutati dell’83%, vengono trasferiti ad una bad bank che dovrà cederli a qualche professionista del ramo eil resto verrà amministrato da 4 good bank con un unico presidente, l’ex Unicredit Nicastro. A fare le spese del salvataggio saranno azionisti ed obbligazionisti “subordinati” (con nessuna garanzia) delle Quattro e il sistema bancario che verserà, attraverso il Fondo di Risoluzione alimentato dalle altre banche,  3,6 miliardi per capitalizzare quelle fallite. Naturalmente gli istituti sperano di recuperare almeno in parte il loro investimento e nel frattempo la UE ha dato l’Ok al piano non ravvisando aiuti di Stato. In altre parole, si è azionato in anticipo, secondo la “narrazione” prevalente, il meccanismo di “bail-in”, in vigore in tutta Europa a partire dal 2016, che fa ricadere il peso delle crisi bancarie sugliazionisti, creditori e depositanti “ricchi”.

Tuttavia, poiché  gli obbligazionisti subordinati rappresentano 800 milioni di euro in titoli, il governo ha preannunciato un “aiuto umanitario” per i più disagiati.

Tutto bene quindi? Andiamo con ordine. In primisnon è vero che, come declamato dal governo, la soluzione sia a costo zero per il contribuente. Le banche riceveranno agevolazioni fiscali sull’Ires eIrap valutate approssimativamente in un miliardo di euro. Soldi in meno che verranno recuperati o con nuove tasse, o tagli alle spese (come no, mi par di vederlo il governo) o ulteriore debito. Inoltre, la CDP garantirà fino a 400 milioni di euro in caso di mancato recupero dai crediti incagliatidelle somme previste.

Secondo punto. Come è successo in ogni altra crisi bancaria italiana recente, il problema dei crac risiede nella cattiva governance degli istituti. E, non sorprendentemente, anche in questo caso si tratta di banchette popolari (del territorio, cioè degli ammanicati del territorio) o casse di risparmio in mano a fondazioni autoreferenziali, vale a dire quelle entità che esercitano il credito con un sistema di governo contrario a quanto i dannati mercatisti, fan di soci capitalisti veri che si scambiano le azioni in borsa ed esercitano controlli, vanno predicando.

Terzo. L’ABI(come Bankitalia) ha ragione a lamentarsi della rigidità europea a non voler attivare il Fondo Interbancario per ristrutturare le Quattro, ma dovrà rapidamente capire che poiché d’ora innanzi sono i denari degli associati e dei loro azionisti a rischio, sarà opportuno esercitare una forte moral suasione diffondere best practicecon molta convinzione, arrivando a sanzionareal proprio interno chi si comporta in modo bizzarro ed opaco.

Quarto: non si capisce perché, come sostiene Banca d’Italia,  i piccoli risparmiatorisiano altrettanto meritevoli di protezione dei contribuenti . In cosa gli obbligazionisti di una banca differiscono da quelli di una società industriale? Peraltro, abbiamo sommerso il mondo della finanza di regolamentazione: la normativaMifid prevede la compilazione di moduli, spiegazioni alla clientela, la sua classificazione in diversi profili di rischio. O si ammette, come dicono i più selvaggi liberisti, che tutta questa fuffa non serve a niente e bastano il diritto privato e quello penale severamente applicati, oppure, chi dopo tutti gli scandali passati continuava a comprare titoli ad alto rendimento e firmava senza leggere tutto ciò che gli veniva messo sotto il naso, può meritare comprensione, compatimento, ma non risarcimento. Con quali criteri poi? L’ISEE (l’indicatore di ricchezza)? A che livello? Al momento dell’acquisto o della perdita? Fino a che ammontare? È indifferente se nei bondè stato investito tutto il patrimonio o solo il 10%? E nel futuro come si potrà rifiutare un simile trattamento a chiunque abbia perso i soldi in quanto azionista o obbligazionista di una società industriale o commerciale fallita, o sia stato truffato da un Madoffall’amatriciana o perché il valore del suo immobile è calato?

Infine, le associazioni dei consumatori, dopo aver protestato contro la nuova legge del  bail-in (a loro evidentemente sta bene che per i fallimenti paghino tutti i cittadini, con tipica privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite), ora si indignano per i compensi dei nuovi amministratori delle Quattro e minacciano di andare alla Corte dei Conti. Scoraggiante esempio di pauperismo inefficiente, anelante a pagare poco dei professionisti che si assumono rischi e mettono al servizio le loro competenze che il mercato pagherebbe altrettanto o di più, senza contare che questa volta ci sono degli azionisti veri i quali sono liberi di determinare la retribuzione senza interferenze. Se vuoi risparmiare puoi sempre mettere degli incapaci senza prospettive o reputazione alla guida delle imprese (e a volte, soprattutto nel passato per le imprese pubbliche, si mettevano degli inetti pagandoli molto), ma,  come dicono in America, if you pay nuts you get monkeys. Se paghinoccioline, ottieni solo scimmie.

Dove passano le merci non passano i cannoni

Sin da quando nel 1817 uno dei padri dell’economia politica, David Ricardo, espose con l’esempio delle stoffe inglesi e del vino portoghese la teoria del vantaggio comparato, gli effetti benefici della libertà di commercio internazionale non sono stati più seriamente contestati. Ogni paese o area geografica si specializza a produrre quello che sa far meglio e compra il resto altrove a prezzi o qualità migliori, allocando al meglio le risorse. Semplice.

Eppure, nell’attuale clima politico, ove un misto di populismo e complottismo è teso a  preservare privilegi e piccole patrie, anche un trattato che favorisce il libero scambio diventa molto controverso. É il destino del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), in corso di negoziazione tra USA e Unione Europea.

Ormai le trattative vanno avanti da un po’ e riguardano l’abbattimento delle tariffe doganali tra le due sponde dell’Oceano, basse ma non irrilevanti, e soprattutto l’eliminazione delle altre barriere. Gli ostacoli al commercio possono essere di varia natura: dai requisiti sanitari, a quote massime di importazione ed esportazione, dalle specifiche tecniche al riconoscimento dei titoli di studio. Se voglio evitare che architetti, medici o ingegneri europei lavorino negli USA è sufficiente non riconoscere la loro abilitazione professionale. Per impedire alle aziende americane di concorrere ad un appalto pubblico francese, basta riservare la gara ad imprese con proprietà e sede legale europee.

Perché la firma e l’attuazione del TTIP sono molto importanti? Innanzi tutto per ragioni economiche. É vero che fare stime su un’economiacosì complessa come quella euro-americane  è difficile, ma gli studi più completi finora effettuati parlano di effetti positivi a pieno regime di circa lo 0,5% del PIL e, prevedibilmente, meglio ancora per economie votate all’export come la nostra. In ogni caso l’esperienza storica mette una pietra tombale sulla discussione. Non esistono esempi di economie chiuse e protezionistiche che abbiano prosperato e, se nelle fasi iniziali dello sviluppo impetuoso di certi paesi, alcune misure di salvaguardia non hanno portato gravi danni, queste sono sempre state temporanee. D’altronde, se qualcuno pretendesse di avere mano libera nel vendere i propri prodotti serrando le porte agli altri, molto prevedibilmente provocherebbe la chiusura delle altrui frontiere.

Nella fattispecie, poi, dopo che gli Stati Uniti hanno un mese fa raggiunto un accordo con 11 paesi dell’area del Pacifico per la sottoscrizione di un trattato di liberalizzazione del commercio (il TPP), un equivalente Atlantico si rende più urgente per evitare che il baricentro dell’economia americana si sposti sensibilmente verso Oriente. Non solo: in un’era in cui i negoziati globali sugli scambi internazionali faticano a raggiungere un consenso unanime, è necessario che le economie tuttora rappresentanti il 45% del PIL mondiale scrivano le regole in modo che siano informate a quei principi liberali, democratici e di rispetto dei diritti che ci sono cari.

L’opposizione al libero scambio sembra un disco rotto: da secoli si paventa la perdita di posti di lavoro, l’importazione di prodotti malsani o insicuri, il trionfo delle multinazionali e dei loro servi pluto-giudaico-massonici. Peccato che tali oppositori dicano le stesse cose sia che stiano nel Nuovo sia nel Vecchio Continente. Insomma, o il lavoro lo portiamo via noi europei o gli americani, ma non tutti e due a favore di Marte. E così, o i rischi sulle specifiche tecniche dei beni li corriamo in Europa oppure negli USA: difficile che siamo sempre in presenza del peggiore dei mondi possibili.

Alcuni si lamentano della segretezza delle trattative. Ora, a parte il fatto che sebbene i negoziati internazionali nonsi conducano più come ai tempi di Metternich, Talleyrand e Lord Castlereagh, un po’di riservatezza è necessaria proprio per avere la flessibilità  di trattare reciproche concessioni su temi assai ingarbugliati, nel caso del TTIP è consigliabile esaminare le dettagliatissime raccomandazioni del Parlamento Europeo dell’8 luglio scorso per rendersi conto che c’è piena consapevolezza delle questioni in gioco, basta leggere…

Un torto del nostro governo però c’e. Se si esclude la battaglia coraggiosa del vice ministro Calenda, il resto dell’esecutivo è molto più impegnato a propagandare l’abolizione dell’IMU agricola che a spiegare bene i vantaggi epocali che porterà il Trattato. È ora di svegliarsi, invece.

Su AFFARIPUBBLICI.ORG

Il capitalismo contro il consumismo sprecone e contro i privilegi delle corporazioni

Adam è appena uscito dalla casa che ha affittato per 3 giorni sul web. Ad attenderlo c’è un’auto prenotata con l’ app guidata da un giornalista che part-time fa l’autista per arrotondare. Si dirigono a casa di David che noleggerà il suo smoking ad Adam: lo mette a disposizione gran parte dell’anno salvo le 3 o 4 volte che lo usa lui. Adam, prima di andare all’opera di cui ha comprato i biglietti su un sito peer-to-peer, va a cena a casa di una deliziosa nonnina che ospita, a prezzi modici, 6 o 7 persone a sera che si prenotano su Internet. Argomento della serata: i fondi che una startupper sta raccogliendo con il crowdfunding. Il banchetto è interrotto da due arrivi: vengono da un’altra città e non si conoscevano fino a 3 ore prima, ma poi uno ha diviso le spese per il viaggio con l’altro trovandolo su Internet. Hanno parcheggiato in un garage che il proprietario affitta temporaneamente quando è via per lavoro. Tutto ciò è possibile grazie a quello che i tedeschi battezzano Plattform- Kapitalismus e che noi chiamiamo col meno altisonante nome di Share Economy. È un sistema di scambi volontari attraverso il quale una persona mette a disposizione i propri beni per il loro utilizzo parziale da parte di altri attraverso una piatttaforma web gestita da un’organizzazione o un’impresa (Uber, Blablacar, Airbnb). Il concetto si allarga fino alla prestazione dei propri servizi professionali a favore di terzi in modo non esclusivo e con molta flessibilità, un modello già esistente da tempo (un notaio lavora part-time in una stanza messa a disposizione da un collega presso il suo studio), ma è magnificato dalle potenzialità della rete che riesce a mettere in contatto domanda e offerta molto velocemente. Il successo planetario di tali servizi è la prova del beneficio che essi apportano. Come affermava l’economista liberale Hayek, la concorrenza significa diffusione di conoscenza e innovazione: non solo Uber e Airbnb hanno già i loro concorrenti, ma le prestazioni stanno migliorando anche da parte degli incumbent come dimostra la app ideata dal finanziere Rothschild per i tassisti londinesi. Ma le resistenze alla diffusione dei nuovi servizi sono diffuse, soprattutto da chi già opera nel mercato in regime di oligopolio. Il regolatore, sempre sensibile ai gruppi di interesse, sta reagendo in modo diverso e talvolta schizofrenico al fenomeno. In Italia, la Toscana vuole regolamentare Airbnb convincendola ad offrire case in periferia. Peccato che i clienti in periferia non ci vogliano andare! UberPop (quella con gli autisti dilettanti) è stata bloccata dai giudici milanesi e l’ex-ministro Lupi ha candidamente ammesso che il governo non ha proposto di legiferare per paura dei tassisti! In Germania e in Francia ci sono dei tempi di attesa minima (5 o 15 minuti) prima di poter prendere l’auto, senza alcuna giustificazione né di sicurezza né d’altro, se non dare un piccolo vantaggio alle autovetture pubbliche. Nessuno nega che chi ricava redditi dal Plattform-Kapitalismus debba pagare le tasse: in molti sembrano dimenticarsi però che, appunto perché le transazioni sono on-line e tutte tracciabili, il compito del fisco è molto più facile rispetto all’accertamento del reddito di tassisti, affittacamere, bar, ristoranti o negozi di abbigliamento benché dotati di licenze, permessi e patenti varie. Quanto a tutte le altre regolamentazioni, la Share Economy dimostra che esse sono inutili o al meglio esagerate. La reputazione di chi offre il servizio è disponibile online grazie alle recensioni dei clienti, le stesse società che gestiscono le piattaforme hanno dei sistemi di screening o organizzano procedure di risoluzione veloce delle controversie e per il resto c’è il codice civile. D’altronde, se le truffe su E-Bay fossero così facili perché mai milioni di persone ogni giorno continuano ad usarlo? Come è possibile che le horror stories su violenze, intossicazioni, infortuni siano rare e comunque meno di quelle che riguardano gli operatori ufficiali? L’Autorità Antitrust italiana ha recentemente riconosciuto la piena legittimità di alcuni servizi Uber (Black e Van) e sollecitato il legislatore a regolare il settore in modo “minimo” e tale “da consentire un ampliamento delle modalità di offerta del servizio a vantaggio del consumatore”. Questo è l’approccio giusto e dovrebbe essere adottato anche per le altre forme di Plattform- Kapitalismus. L’unico rammarico è che non si possa ancora organizzare un sito con politici e burocrati on-demand.

TTIP: Se il libero scambio diventa un complotto

Il Ttip, trattato tra Europa e Usa sul commercio internazionale, va avanti tra le obiezioni più curiose. Eppure i suoi vantaggi sono indiscutibili.

Sin da quando nel 1817 uno dei padri dell’economia politica, David Ricardo, espose con l’esempio delle stoffe inglesi e del vino portoghese la teoria del vantaggio comparato, gli effetti benefici della libertà di commercio internazionale non sono stati più seriamente contestati. Ogni paese o area geografica si specializza a produrre quello che sa far meglio e compra il resto altrove a prezzi o qualità migliori, allocando al meglio le risorse. Semplice.

Eppure, nell’attuale clima politico, ove un misto di populismo e complottismo è teso a preservare privilegi e piccole patrie, anche un trattato che favorisce il libero scambio trova molti nemici. È il destino del Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), in corso di negoziazione tra Usa e Unione Europea.

Ormai le trattative vanno avanti da un po’ e riguardano l’abbattimento delle tariffe doganali tra le due sponde dell’Oceano, basse ma non irrilevanti, e soprattutto l’eliminazione delle altre barriere. Gli ostacoli al commercio possono essere di varia natura: dai requisiti sanitari, a quote massime di importazione ed esportazione, dalle specifiche tecniche al riconoscimento dei titoli di studio. Se voglio evitare che architetti, medici o ingegneri europei lavorino negli Usa è sufficiente non riconoscere la loro abilitazione professionale. Per impedire alle aziende americane di concorrere ad un appalto pubblico francese, basta riservare la gara ad imprese con proprietà e sede legale europee.

Perché la firma e l’attuazione del Ttip sono molto importanti? Innanzi tutto per ragioni economiche. È vero che fare stime su un’economia così complessa come quella euro-americana è difficile, ma gli studi più completi finora effettuati parlano di effetti positivi a pieno regime di circa lo 0,5% del Pil e, prevedibilmente, meglio ancora per economie votate all’export come la nostra. In ogni caso l’esperienza storica mette una pietra tombale sulla discussione. Non esistono esempi di economie chiuse e protezionistiche che abbiano prosperato e, se nelle fasi iniziali dello sviluppo impetuoso di certi paesi, alcune misure di salvaguardia non hanno portato gravi danni, queste sono sempre state temporanee. D’altronde, se qualcuno pretendesse di avere mano libera nel vendere i propri prodotti serrando le porte agli altri, molto prevedibilmente provocherebbe la chiusura delle altrui frontiere.

Nella fattispecie, poi, dopo che gli Stati Uniti hanno un mese fa raggiunto un accordo con 11 paesi dell’area del Pacifico per la sottoscrizione di un trattato di liberalizzazione del commercio (il Tpp), un equivalente Atlantico si rende più urgente per evitare che il baricentro dell’economia americana si sposti sensibilmente verso Oriente. Non solo: in un’era in cui i negoziati globali sugli scambi internazionali faticano a raggiungere un consenso unanime, è necessario che le economie tuttora rappresentanti il 45% del Pil mondiale scrivano le regole in modo che siano informate a quei principi liberali, democratici e di rispetto dei diritti che ci sono cari.

L’opposizione al libero scambio sembra un disco rotto: da secoli si paventa la perdita di posti di lavoro, l’importazione di prodotti malsani o insicuri, il trionfo delle multinazionali e dei loro servi pluto-giudaico-massonici. Peccato che tali oppositori dicano le stesse cose sia che stiano nel Nuovo sia nel Vecchio Continente. Insomma, o il lavoro lo portiamo via noi europei o gli americani, ma non tutti e due a favore di Marte. E così, o i rischi sulle specifiche tecniche dei beni li corriamo in Europa oppure negli Usa: difficile che siamo sempre in presenza del peggiore dei mondi possibili.

Alcuni si lamentano della segretezza delle trattative. Ora, a parte il fatto che sebbene i negoziati internazionali non si conducano più come ai tempi di Metternich, Talleyrand e Lord Castlereagh, un po’ di riservatezza è necessaria proprio per avere la flessibilità di trattare reciproche concessioni su temi assai ingarbugliati, nel caso del Ttip è consigliabile esaminare le dettagliatissime raccomandazioni del Parlamento Europeo dell’8 luglio scorso per rendersi conto che c’è piena consapevolezza delle questioni in gioco, basta leggere…

Un torto del nostro governo però c’è. Se si esclude la battaglia coraggiosa del vice ministro Calenda, il resto dell’esecutivo è molto più impegnato a propagandare l’abolizione dell’Imu agricola che a spiegare bene i vantaggi epocali che porterà il Trattato. È ora di svegliarsi, invece.

Più greggio per tutti: la rivoluzione shale negli USA, le reazioni dell’OPEC e dell’OCSE

La lettura del bollettino 296 della Banca d’Italia ispira alcune considerazioni di geoconcorrenza, geopolitica e perciò di geoeconomia. Read more

Vade retro, bad-bank !

Traiamo spunto dalle dichiarazione del presidente della Fondazione Cariplo, dottor Guzzetti, riportate nell’articolo su MilanoFinanza di mercoledì 28 ottobre 2015 e qui di seguito riprese: “”Invece le Fondazioni di origine bancarie possono anche investire in un’eventuale bad bank se questa rispetterà le due regole fissate dalla legge: la garanzia degli investimenti e la loro redditività. “In linea teorica”, ha osservato Guzzetti, “se si realizzerà una bad bank e gli investimenti in questo strumento rispetteranno questi due requisiti, ogni Fondazione potrà decidere di investire in quest’attività”. Le Fondazioni potrebbero, dunque, partecipare al veicolo di gestione delle sofferenze, la cui creazione è ancora oggetto di trattative tra il governo italiano e la Commissione europea, a patto che vengano rispettati i requisiti previsti per questi enti.””

Siamo contrari alla creazione di una “bad bank di sistema”, ed in particolare ad una partecipazione delle Fondazioni Bancarie all’azionariato della “bad bank” stessa.

Come stanno le banche italiane?

Guardiamo ad alcuni dati, aggiornati al I semestre 2014 (ultimo dato disponibile):

170 miliardi è il valore dei prestiti in sofferenza, su un totale di 1.240 miliardi di euro di prestiti alla clientela;

103 miliardi sono gli incagli (situazioni di temporanea difficoltà, che comprendono prestiti scaduti da oltre 270 giorni, o che rappresentano oltre il 10% dell’importo affidato);

305 miliardi è il totale delle sofferenze (dal 2015 cambiano le regole di classificazione dei crediti deteriorati, ma non il loro accertamento), pari al 24,6% dei prestiti alla clientela.

La Banca d’Italia ha rilevato come le “posizione deteriorate” siano il 18,7% del prestiti, 2 punti percentuali sopra la media UE, e che il tasso di copertura attraverso accantonamenti fatti (coverage ratio) sia il 32%, 10 punti in meno della media UE e complessivamente pari all’88,9% del patrimonio delle banche italiane (che in molti casi hanno realizzato aumenti di capitale per reintegrare il patrimonio di vigilanza, l’ultimo dopo il Comprehensive Assessment della BCE).

Si tratta di un fardello – cresciuto negli anni recenti in coincidenza (e a causa) della crisi economica nazionale – che limita la capacità di fare credito, poiché impone accantonamenti di bilancio e quindi allocazione di capitale su posizione non performing (da cui il nome NPL, acronimo di Non Performing Loans) a detrimento dei prestiti performing verso la clientela. Una delle cause del credit crunch.

Come noto, il mercato del NPL consiste nella cessione a terzi di crediti non performing, a un prezzo di mercato che rappresenti il punto di incontro fra domanda degli investitori interessati al NPL e l’offerta da parte delle banche. Tale mercato vale circa 3 miliardi, meno dell’1,5% delle sofferenze. Lo smobilizzo dei crediti in sofferenza potrebbe ricostituire la capacità delle banche di erogare credito.

Che cosa impedisce lo sviluppo di un mercato NPL in Italia?

Fra gli ostacoli, sono indicate norme e procedure lente di recupero crediti, norme fiscali che limitano o rendono poco efficiente “portare a perdita” i crediti in sofferenza. Da qui, la richiesta di interventi legislativi che portino a uno snellimento normativo.

Che cosa pensano di fare Banca d’Italia e le banche italiane?

La soluzione avanzata è quella della “bad bank”: una struttura cui trasferire, in tutto o in parte rilevante, le sofferenze bancarie.

La proposta si incentra sulla costituzione di una società-veicolo, con un capitale relativamente modesto (si parla di un capitale iniziale di 3 miliardi) cui partecipi anche lo Stato (si presume, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanza o tramite la CDP, la Cassa Depositi e Prestiti). Le banche conferenti sarebbero i maggiori azionisti, accanto a nuovi soci privati. La bad bank porterebbe in pancia i crediti deteriorati sino a 50 miliardi e si finanzierebbe sul mercato con bond garantiti dallo Stato.

Al momento, non sono ancora noti i criteri per la valorizzazione dei prestiti in sofferenza da trasferire: saranno “acquistati” al loro valore netto attuale o al netto degli accantonamenti già effettuati? Ad un ipotetico valore di realizzo? Chi procederebbe alla valutazione del valore di realizzo? Tutti questi quesiti dovranno trovare confronto e soluzioni coerenti con l’obiettivo finale: rendere nuovamente “bancabile” l’attivo delle banche italiane.

I pro della “bad bank”

Con la “bad bank”, una percentuale significativa delle sofferenze bancarie (sino a 50 miliardi, su totali 170 miliardi) sarebbe “venduta” a un soggetto terzo, ripristinando la capacità di erogare credito per le banche.

Il “prezzo” di acquisto non sarebbe fissato da “criteri di mercato” ma dalla volontà delle banche e del “veicolo” (che è partecipato, fra l’altro, dalle banche stesse) senza diretto e fattuale riferimento all’ipotetico valore di realizzo (tipico delle operazioni di NPL, fatte a valori di mercato), secondo una logica “di sistema”; il veicolo  — a nostro avviso — si trova inoltre in (palese) “conflitto di interessi”;

Contemporaneamente, le banche potranno “portare a perdita” l’eventuale minore valore fra valore netto a bilancio (dopo gli accantonamenti già fatti) e valore di cessione dei crediti.

Secondo Banca d’Italia l’operazione non dovrebbe gravare sulle casse pubbliche e dovrebbe vedere il coinvolgimento delle banche alla copertura dei costi dell’operazione, che dovrebbe essere remunerativa del sostegno pubblico.

I contro della “bad bank”

Una soluzione di sistema non è una soluzione di mercato: il prezzo di un NPL fissato dall’incontro fra domanda e offerta rappresenta il punto di incontro “giusto” per consentire vantaggi a chi vende (incasso immediato) e chi compra (un prezzo che sconta la probabilità di recuperare il credito nominale).

Esistono operatori specializzati (tutti esteri, al momento, anche a causa dell’arretratezza del mercato italiano) che “sanno di che si tratta” e che sembrano quindi poter rappresentare il soggetto in grado di dare il giusto prezzo, in modo autonomo e indipendente a un NPL o a un pacchetto di NPL. Non si vede come una “bad bank”, di nuova costituzione, possa dotarsi di tali competenze in tempi rapidi, e in assenza di conflitti di interesse.

Non si comprende la logica di pubblicizzare le perdite, attraverso la concessione di garanzie statali a favore di soggetti, siano essi gli azionisti delle banche come le Fondazioni Bancarie (che sono 88 ed ancora detengono partecipazioni rilevanti in molte banche), siano essi soggetti partecipati da banche private. A mio avviso, la “band bank” nella versione italiana è una soluzione contro il mercato, con assunzione di un rischio a carico del pubblico che si pone anche, potenzialmente, in contrasto con la normativa europea sul libero esercizio di impresa e sugli aiuti di Stato.

Inoltre, la presenza nell’azionariato delle banche (o peggio, degli azionisti delle banche stesse), le stesse banche che hanno erogato a suo tempo i crediti ora trasferiti alla “bad bank”, rappresenta un elemento di debolezza: chi non ha saputo erogare credito correttamente, come potrebbe recuperarlo correttamente?

In sintesi, siamo favorevole allo smobilizzo dei NPL, ma non a una “bad bank” con un intervento pubblico rilevante, come sarebbe nel caso di una garanzia pubblica. Siamo contrari a un intervento di CDP, che non deve divenire una “nuova IRI” e che a ben altri obiettivi deve orientare la sua area di intervento. I NPL vanno venduti sul mercato, al miglior offerente, ai prezzi che potranno essere determinati dall’incrocio fra offerta (vendita) e domanda (acquisto).

Ulteriore elemento di riflessione assai critica è l’annunciata creazione di una holding dotata di un capitale di 1.500 milioni di euro, per il salvataggio, il rilancio e la successiva cessione sul mercato nell’arco di 2-3 anni di Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Marche e Banca Popolare dell’Etruria, le 3 crisi bancarie che per gravità e dimensioni preoccupano assai il mondo del credito e Bankitalia insieme a MEF e Fondo Interbancario di tutela dei depositi, FITB), salvataggio che dovrebbe, nelle intenzioni, completarsi inesorabilmente entro il 31.12.2015, visto che dal 1.1.2016 si applicherà il “bail-in”. In totale, l’intero piano di risanamento potrebbe aggirarsi sui 2.200 milioni di euro. Ricordiamo che per dar vita al piano è necessaria l’entrata in vigore del decreto legislativo che consegue al recepimento della direttiva UE/Brrd, che prevede: come procedere al nuovo riparto di competenze sulle crisi bancarie tra BCE, Bankitalia, MEF; il ruolo dei fondi di tutela; la possibilità di utilizzo dei titoli subordinati anche al di fuori di “bail-in”.

Crediamo che se e quando una banca ha sbagliato nel “fare banca” sia bene che essa esca dal mercato, che gli azionisti ne sopportino le conseguenze, che i manager bancari siano più attenti nel concedere credito e nell’evitare l’ “azzardo morale” (smettendo quindi di confidare nell’aiuto del sistema).