L’insostenibile pesantezza dell’IVA

Il cerchio si chiude? il sottosegretario al’Economia Pierpaolo Baretta ha dichiarato: “Di patrimoniale non si parla più per ragioni politiche (…) Oggi si potrebbe riproporre in tono non moralistico e vessatorio, ma in maniera intelligente. Io sono per una discussione esplicita: chiediamo agli italiani un contributo alla crescita, che riguardi tutti, un contributo alla crescita ovviamente proporzionale al reddito. Ognuno per le sue possibilità, dunque. In questo
modo avremmo fondi da investire per lo sviluppo e il rilancio del nostro paese, tutti assieme”. Parole in libertà o volontà governativa?
Da quando il governo Letta si é insediato, il binomio cancellazione dell’IMU e blocco dell’aumento dell’IVA è stato il tema principale della politica economica. Sull’IMU il PDL ha ottenuto la sua vittoria di immagine ma non è ancora chiaro da dove verranno i soldi per la copertura del mancato introito. Ad esempio, il funzionamento della futura service tax è tuttora ignoto e, se i suoi introiti dovessero sostanzialmente equivalere a quelli dell’IMU, la riduzione del peso del fisco sarebbe una presa in giro.
Lo stesso dicasi per l’IVA. Il mancato aumento della stessa porterebbe a minori entrate per 1 miliardo, che su un totale di spesa pubblica superiore ad 800 miliardi non sembrano tanti, eppure il governo dispera di farcela.
A ciò si aggiunga che il nuovo mantra che dovrebbe accontentare Confindustria e sindacati è quello della decurtazione del cuneo fiscale, cioè delle tasse sul lavoro. Purein questo caso grandi annunci e promesse, ma di come concretamente realizzare la manovra non c’è traccia.
Il ministro Saccomanni è giustamente preoccupato di non sfondare la linea del Piave del 3% di deficit di bilancio. Paventa le dimissioni, ma finora, più che vaticinare l’ineluttabilità dell’aumento dell’IVA, non ha fatto. Abbassare la uscite statali non sembra rientrare nel suo orizzonte, altrimenti avrebbe presentato al governo un serio piano di riduzione, articolato per capitoli di spesa, con una tempistica realizzabile, sufficiente a bilanciare l’abbassamento delle entrate per IMU, IVA e tasse sul lavoro. Se il suo piano fosse stato bocciato, allora si sarebbe dimesso. Così si fa in un paese normale. Invece…
I partiti maggiori fanno ammuina. Il PDL oscilla tra roboanti anatemi contro la burocrazia europea (Gasparri) con qualche esponente che non disdegna di sforare il limite del 3% e il “piano Brunetta”. In cosa consiste? Per lo più in nuove tasse! Attraverso la rivalutazione delle quote delle banche italiane in Banca d’Italia e un’imposizione del 16% sulla differenza, si ricaverebbero 4 miliardi. Con la rivalutazione dei cespiti di impresa, 1 miliardo di nuove entrate. Inoltre, con l’anticipazione delle accise dovute dalle imprese, altri 1,5 miliardi, essendo questo peraltro un mero trucco contabile. Poi: rinvio delle spese per gli investimenti per un risparmio di un miliardo: anche qui, un trucchetto di bilancio in attesa di tempi migliori. Inoltre, vendita di patrimonio dello stato per 1 miliardo. Buona idea, ma risparmieremmo solo gli interessi sul debito pubblico, circa 45 milioni l’anno il che, tradotto per l’ultimo trimestre del 2013, vuol dire 11 milioni. Altra soluzione avanzata da Brunetta é la vendita di partecipazioni in aziende pubbliche (niente paura, alla CDP, nessuna vera privatizzazione) per un miliardo, con un altro bel risparmio di 11 milioni. Si fa purtroppo confusione tra stato patrimoniale e conto economico. Ebbene, il PDL, cane da guardia del fisco, propone un mix di nuove tasse, maquillage ragionieristici e 22 milioni di minori interessi e lo descrive come una risposta “seria” per “riportare l’Italia su un sentiero virtuoso di crescita”. Che avrebbero proposto se scherzavano?
Il PD è in preda alla solita confusione. Epifani è decisamente il migliore. Il segretario Dem ha infatti dichiarato: “Passiamo il tempo a parlare di IMU e di IVA e non parliamo di investimenti in italia. Le imprese estere non investono perché sono preoccupate della giustizia civile e amministrativa e della burocrazia”. E questo che c’entra? Detto dall’ex segretario della CGIL, poi, che della efficienza, meritocrazia e competitività all’interno dell’apparato burocratico italiano è stata sempre la vessillifera… Fassina ripercorre il solito ritornello: per bloccare l’IVA facciamo pagare l’IMU al 10% delle case più belle. Insomma, tassa contro tassa ed in più irrealizzabile. Roberto Speranza, capogruppo alla Camera, si “augura” che il governo faccia il possibile per evitare l’aumento. D’altronde, nomen, omen. Franceschini va sul sicuro e dichiara “per stare nei parametri europei o si aumenta la pressione fiscale o si taglia, sapendo che saran dolori”. Ora, non si capisce perché più tributi dovrebbero essere meno dolorosi di meno spese, ma almeno il ministro si rifugia in Lapalisse e non può essere contraddetto.
E i 5 Stelle? Se un povero cittadino volesse sapere cosa hanno in mente loro? A meno che non ci si trasformi in topo di biblioteca degli atti parlamentari, impossibile saperlo. Gli epigoni della democrazia digitale non pubblicano niente. Allora ecco qualche dichiarazione qui e là: aumentare l’imposta sulle rendite finanziarie dal 20 al 25%. Oppure(Marco Corti): pasti gratis per tutti. Esclusione della componente lavoro dalla base imponibile IRAP; tassazione agevolata per straordinari, premi produttività, 13ma e 14ma; eliminazione acconti Irpef comunale; rateizzazione conguaglio fiscale di fine anno; esclusione dalla tassazione dei ticket restaurant; deducibili degli abbonamenti ai servizi pubblici di trasporto e così via. Come si copre? Non si sa. E chi se lo chiede é probabilmente un complottista della Bilderberg.
Il più sensato sembra essere il vice-ministro Catricalà che si dice disposto a tagli lineari alla spesa pubblica sufficienti a evitare l’aumento dell’IVA. I tagli lineari non sono il massimo, ma in questo paese pare che nessuno abbia il coraggio delle scelte.
Nessuno, salvo il nostro sottosegretario Baretta, il quale ha tirato fuori dal cilindro la patrimoniale. Che poi, a ben pensarci, secondo la sua descrizione, non è una patrimoniale la quale si applica, per l’appunto, sul patrimonio, ma una sovrattassa sui redditi, come quella già applicata dal governo Monti e che comuni e regioni stanno elargendo a man bassa. Un po’ di precisione per favore: se proprio volete somministrare la purga, che sia almeno per via orale, non attraverso il naso. Quello dei contribuenti viene menato già abbastanza dalla classe politica.

Alessandro De Nicola
da “La Repubblica” del 27 settembre 2013

Mini-job: meglio un uovo oggi od una gallina domani?

7,5 milioni di tedeschi lavora con un “mini-job”: una forma contrattuale che interessava 5,9 milioni di lavoratori nel 2003 ed oggi interessa il 25% degli occupati tedeschi. I mini-job sono rapporti di lavoro pagati meno di 500 euro il mese, esenti da contributi previdenziali per il lavoratore e contributi ridotti per il datore di lavoro. I mini-job
stanno dietro la modesta disoccupazione tedesca in una fase economica non semplice a livello europeo, la riduzione significativa dei contributi alla disoccupazione a sollievo dei conti pubblici, la bassa pressione salariale che ha sinora consentito alle imprese tedesche di operare a costi contenuti e crescere sul fronte delle esportazioni. Per contro, a fronte di ridotti contributi previdenziali versati oggi, il conto per il sistema previdenziale pubblico potrebbe essere elevato domani; la ridotta capacità reddituale dei lavoratori ne ha limitato, ma non escluso, la capacità di consumo: il mercato interno tedesco “beve poco, ma beve” ed i conti, come detto, stanno in piedi grazie all’export. Non tutto semplice, non tutto positivo; ma le luci ci sembrano superiori alle ombre.
Molti sono i punti che meritano riflessione, sia con riferimento alla società tedesca che a quella italiana, per confronto.
Dal punto di vista etico, riteniamo preferibile avere comunque un lavoro, seppure poco retribuito, piuttosto che ricevere un sussidio di disoccupazione, temporaneo o meno; questo ci sembra particolarmente importante quando l’alternativa alla disoccupazione è la “cattiva occupazione” in imprese decotte e senza prospettive, tenute in vita artificialmente con la cassa integrazione ordinaria e straordinaria.
Dal punto di vista sociale, avere una forza lavoro occupata migliora, spesso se non sempre, il clima di una comunità, dando ad ognuno un “senso” alla propria vita ed a quella del nucleo familiare di riferimento.
Dal punto di vista economico, la creazione di posti di lavoro accresce, seppure in misura non necessariamente proporzionale con la crescita degli occupati, l’efficienza di un sistema industriale.
A fronte di tali vantaggi, riteniamo che i maggiori svantaggi risiedano nell’equilibrio pensionistico di lungo termine e nello sviluppo di competenze professionali. Contributi pensionistici bassi, od insufficienti, determineranno inadeguate erogazioni pensionistiche future, a meno di prevederne un innalzamento dei contributi in una fase lavorativa successiva. Il sistema pensionistico ha sempre un equilibrio precario e modeste variazioni nei livelli di copertura possono alterarne la struttura nel medio e lungo termine. Un lavoro a bassa retribuzione è usualmente legato a prestazioni lavorative meno ricche e con professionalità richieste modeste; senza miglioramenti continui e costanti (quello che tradizionalmente ha fatto la Germania), è assai difficile mantenere vantaggi tecnologici, di processo, competitivi.
In un confronto con l’Italia, possiamo rilevare che misure come i mini job non sono nell’agenda politica di governo, partiti, sindacati, tutti legati ad una tradizione di “salvataggio”: di imprese decotte, non del lavoro.

 

Un nuovo modello dei consumi. Al ribasso.

I consumi sono in picchiata da 6 anni; le insegne della grande distribuzione (GDO) vendono sempre più prodotti “sotto costo”, ad un prezzo di vendita inferiore a quello di acquisto. Il fenomeno storicamente rilevato della c.d. “quarta settimana del mese” che vede una caduta degli acquisti nell’ultima settimana del mese nella GDO è ormai una epidemia.
Perché la GDO vende sotto costo?
Per quanto potrà durare?

Che effetti ha, nel breve e più nel medio?
Nel breve, la GDO cerca di aumentare la fidelizzazione dei clienti ed aumentare la propria quota di mercato in un settore frammentato (il leader, Coop, ha una quota del 18%). Si fa strada la regola del “7 – 8 euro”: la soglia di prezzo oltre il quale il prodotto resta sullo scaffale e non finisce nel carrello; si rinuncia alla carne rossa per quella bianca; anche la formula “3 per 2” è in flessione laddove il prezzo della confezione è elevato. Per andare incontro al consumatore aumentano gli sconti, oggi su oltre 1/4 dei prodotti con una tendenza alla metà, e le offerte promozionali; la GDO “lavora” sui propri costi, riducendoli (“alla riduzione dei costi non c’è mai fine” nelle parole di imprenditore di lungo corso, se la fine non arriva prima).
La pressione si scarica a monte, sulla filiera dei produttori, anche di marca, e sugli agricoltori, in particolare i piccoli che hanno minore potere negoziale. La pressione su chi produce è insostenibile, a detta di tutti gli operatori.
Paradigmatico il caso del latte. Penalizzate le imprese che comprano latte italiano e che pagano l’IVA subito e se la vedono rimborsata con notevole ritardo, rispetto a chi compra latte europeo, su cui l’IVA viene compensata immediatamente. A cui si aggiunge l’aumento del prezzo del latte, il più alto di sempre a 51,30 centesimi il litro alla borsa di Lodi per latte in cisterna franco arrivo, con un +22% su base annua: prezzo alto causato dalla scarsità di offerta nei principali paesi produttori che ha condizionato le importazioni in Italia, dove la produzione è in calo; prezzo ben superiore ai 42 centesimi fissati nell’accordo per consegna agosto 2013-gennaio 2014 firmato fra Confagricoltura, Cia Lombardia e Italatte, operatori rilevanti sul mercato; i costi di produzione sono indicati in 47-48 centesimi al litro dai produttori. In queste condizioni, le imprese di trasformazione soffrono, anche sui mercati esteri dove il prezzo del formaggio italiano al chilo è in calo da 6,7 euro a 6,3 euro, nonostante una crescita dei volumi.
Analoghe considerazioni possono essere fatte per altri comparti alimentari, come pasta e suoi derivati.
La situazione ha anche impatti sulle leve del marketing: diminuisce la pubblicità delle marche (meno campagne, meno soldi spesi) a favore di scontistica (“trade spending”) per tenere la merce sullo scaffale e venderla a prezzi sempre inferiori nella GDO. Anche per la pubblicità i volumi sono in crollo, con una stima di 8-10 miliardi per quello che si chiama “calmieramento dei prezzi” messo in atto dall’industria di marca (meno spese di pubblicità, margini all’osso, prezzi tenuti artificialmente bassi pur di far lavorare le fabbriche di produzione ed impacchettamento).
Un “gioco” dove tutti perdono: agricoltori e produttori che spuntano prezzi che non coprono i costi; GDO che lavora spesso in perdita; società pubblicitarie e di concessione e reti televisive con budget inferiori; clienti che riducono qualità (intrinseca o percepita) e quantità dei loro consumi.
Nel medio termine, il nuovo paradigma potrebbe avere effetti devastanti su tutta la filiera, iniziando dalle componenti più deboli: la piccola impresa agricola, la cooperativa di produzione, la piccola distribuzione c.d. di vicinato (“mama and papa shop”) che non riesce a trovare una adeguata differenziazione di nicchia per i propri prodotti e servizi. Tutti più poveri, laddove la diversità alimentare e di stili di consumo alimentare sarebbe un “plus”.
Prodotti agricoli a chilometro-zero o zero-assoluto?

 

Acqua Pubblica – De Nicola: perché quel voto è stato un errore?

Così è stato impedito che la gestione dell’acqua fosse affidata attraverso gare competitive a chi era in grado di farlo in modo più economico.

Ritengo che per un credente la cosa più umiliante sia stata la campagna a favore dell’acqua pubblica che si faceva scudo dell’assurda frase che Sorella Acqua: Dio l’ha creata per tutti e quindi deve essere di tutti.
A prescindere dalla debolezza
dell’assunto – anche la bauxite, il frumento e le mele allora sono “di tutti”, cosa che né il Vecchio né il Nuovo Testamento, né Sant’Agostino né San Tommaso, hanno mai affermato – la strumentalizzazione della religione per lasciar governare un bene prezioso a una allegra brigata di amministratori lottizzati dai politici è stata una mossa irritante se non penosa.

Perché il referendum questo ha ottenuto: impedire che la gestione dell’acqua fosse affidata attraverso gare competitive a chi era in grado di farlo in modo più efficiente ed economico e potesse anche investire in modo adeguato. In gioco non era la “privatizzazione”, come si è voluto in malafede far credere, ma la competizione.

Ricordiamo la situazione: le società pubbliche che gestiscono l’acqua sono terribilmente opache, i bilanci e i rendiconti non vengono pubblicati o non sono trasparenti. Sono anche inefficienti: quando l’acqua costa di meno in alcune realtà locali vuol dire che il contribuente la sta sovvenzionando con le sue tasse. E così la pensionata o il disoccupato devono pagare l’IVA al 22% per permettere al Circolo del golf di innaffiare i green a prezzi contenuti. E,nel frattempo, gran parte delle aziende pubbliche continuano a essere in perdita.

Inoltre, non essendo sottoposte a competizione non hanno alcun incentivo a migliorare. Perchè dovrebbero? Gli amministratori sono nominati dalla giunta al potere, rispondono ai loro referenti politici e se devono obbedire assumendo personale incapace o inutile lo faranno senza ombra di dubbio. La concorrenza, inoltre, servirebbe a diffondere la conoscenza: si imitano le migliori pratiche di gestione e si diffonde l’innovazione, cosa che i monopoli sono strutturalmente incapaci di fare.

La situazione in Italia è catastrofica: gli acquedotti perdono tra 1/3 e il 40% dell’acqua che trasportano, in alcuni posti le società pubbliche erogano arsenico, il 15% della popolazione non è raggiunta dal sistema fognario e non ci sono i 65 miliardi necessari per rimettere a posto l’infrastruttura e portarla a livelli europei. I privati troverebbero chi li finanzia, le società pubbliche no, a meno che, come sta succedendo ora anche a due anni dal referendum, non impongano prezzi alti agli utenti: oltre il danno le beffe.

L’unica flebile difesa che viene sollevata dai sostenitori dell’acqua pubblica è che alcune società private hanno imposto prezzi alti. Ora, a prescindere dal fatto che molte più società pubbliche hanno prezzi ancora più elevati, e che, come si diceva, se non paga l’utente paga il contribuente, ebbene le gare competitive servono proprio a questo, assegnare il servizio a chi garantisce prezzi e prestazioni migliori, multare gli inadempienti e sloggiare gli incapaci: esattamente ciò che il referendum ha impedito.

Prevedere che le conseguenze del referendum sarebbero state negative era facile ma, come si sa, l’Italia non spreca mai una buona occasione per approvare entusiasticamente qualcosa che sia populistico e dannoso, dalle radiose giornate di Maggio alla preservazione di Sorella Acqua.

Alessandro De Nicola
da “Famiglia Cristiana” del 20 luglio 2013

“NCC sarà lei!”: il caso Uber, l’autonoleggiatore innovativo che disturba gli oligopoli

Valutazione n. 2013/01, del 12 luglio 13

Sintesi

In Italia l’attività degli operatori NCC (noleggio con conducente) è limitata dalla legge perché ritenuta una forma di concorrenza sleale ai servizi di taxi, che notoriamente possono essere esercitati solo con licenze il cui numero è prefissato dai Comuni e viene variato raramente e con estrema difficoltà.

Tra le restrizioni Read more

Quel salvagente per le società pubbliche

Nel discorso di addio alla presidenza pronunciato da Dwight Eisenhower il 17 gennaio del 1961 c’è un drammatico passaggio in cui il presidente mette in guardia dalla pericolosa influenza che il “complesso militare-industriale” avrebbe potuto esercitare sulle scelte di governo. Eisenhower era stato un grande generale e questa sua preoccupazione, in piena Guerra Fredda e reduci dall’esperienza del maccartismo, suscitò una certa impressione.
I tempi
sono più tranquilli e l’Italia è un paese dove la situazione é sempre grave ma non seria, per dirla alla Flaiano: leggendo però il recentissimo provvedimento della Corte dei Conti ligure che ha sostanzialmente reso inutile il decreto del 2012 sulla spending review nella parte in cui impone la privatizzazione delle società pubbliche che operano solo a favore della PA, mi è tornato in mente il vecchio Ike. Solo che, al posto del complesso militar-industriale, mi è apparso un moloch politico-burocratico-giudiziario che travolge qualsiasi tipo di riforma in Italia.
Il caso dei servizi pubblici locali é emblematico. Le società create dai comuni per svolgerli sono inefficienti e ancor di più quando tale servizio lo prestano in regime di affidamento diretto, cioè senza gara. Un disastro fatto di sprechi e opacità.
Gli ultimi governi hanno tentato, in linea con gli orientamenti comunitari, di introdurre più concorrenza nel settore. La legge 133 del 2008 prevedeva all’art.23bis l’affidamento di tutti i servizi pubblici di rilievo economico a società private o a capitale misto con procedure ad evidenza pubblica (appalti competitivi, per capirci) e che tutte le gestioni “in house” sarebbero cessate al 31 dicembre 2011 a meno che non fosse entrato un socio privato.
Le società cosiddette “in house” sono la longa manus degli enti locali che li controllano con un potere assoluto di direzione, coordinamento e supervisione della loro attività. A tal fine l’intero capitale deve essere pubblico e i poteri di controllo del proprietario molto penetranti. Deve trattarsi, dicono i giuristi, di una relazione equivalente ad una subordinazione gerarchica: la Giunta o il Sindaco comandano e la società in house obbedisce.
Le società in house possono inoltre possedere il requisito della “strumentalità”, quando l’oggetto sociale è rivolto esclusivamente a favore degli enti proprietari per il perseguimento dei loro fini istituzionali: ad esempio una società il cui scopo sia quello di erogare formazione professionale ai dipendenti comunali. Ovviamente, quasi tutte le società strumentali sono in house e possono perciò acquisire affidamenti diretti, senza gara, dagli enti promotori.
Purtroppo, il referendum del 2011, quello della salvezza dell’acqua di tutti, appoggiato più per viltà e calcolo politico che per convinzione dal PD , ha cancellato l’articolo.
Arriva il governo Monti. Con il comma 1 dell’art. 4 del d.l. 95 del 2012 si impone all’ente locale alternativamente o la vendita a gara o la messa in liquidazione delle società controllate direttamente o indirettamente dalle pubbliche amministrazioni e che ricavino più del 90% del proprio fatturato proprio da commesse della PA (e quindi hanno la caratteristica della strumentalità)
Tuttavia, il comma 8 dello stesso articolo (lo so, chi legge si sta innervosendo, ma il problema è tutto qui, nell’astrusità del legislatore), dispone che l’affidamento diretto di servizi a favore di società in house a capitale interamente pubblico è ancora consentito. Se questo è vero, le società in house non vanno privatizzate e possono continuare ad evitare la concorrenza. Peccato che quelle che andrebbero vendute, le società strumentali, siano quasi tutte in house. Risultato: non si venderà un bel niente e con tanto di benedizione della Corte dei Conti ligure!
Ora, a prescindere dal fatto che il provvedimento della Corte, pur formalmente logico, tradisce appieno lo spirito della legge, ma è possibile che il nostro apparato politico-burocratico abbia un tale livello di incompetenza (o forse di malafede) da sfornare dei mostri giuridici di questo genere?
È appena il caso di ricordare che nel frattempo un buon numero di Regioni ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale lamentando che il governo centrale con il decreto della spending review si è appropriato delle loro competenze: prepariamoci ad ulteriori sviluppi.
La situazione è grave ma non è seria, ahinoi. I cittadini non vogliono privatizzare: preferiscono un servizio pessimo e senza concorrenza pur di affermare principi altisonanti come nel caso del referendum di “Sorella Acqua” che ha sfasciato anche ciò che con l’acqua non c’entrava. I partiti vogliono rimanere attaccati alla greppia delle società pubbliche, fonte di clientelismo e potere. I burocrati non sanno scrivere le leggi o fanno finta di non saperlo fare. Le Regioni non rinunciano ai loro privilegi senza combattere. I giudici volteggiano in punta di diritto e se ne infischiano della sostanza.
Sui giornali continuano a scrivere una dozzina di persone che denunciano il continuo tradimento dell’efficienza, della concorrenza, del mercato, della trasparenza. A pensarci bene non è così male. Se ci organizziamo bene, ci facciamo riconoscere come specie protetta e, chissà, magari ci scappa un bel sussidio. Con l’approvazione della Corte dei Conti, s’intende.

Alessandro De Nicola
La Repubblica – 15 luglio 2013

Vendere subito la RAI

Il portavoce del governo greco Simos Kedikoglou, ha annunciato martedì la chiusura della radiotelevisione pubblica, ERT, nonché il licenziamento di tutti i suoi 2.500 dipendenti. Nonostante il premier Samaras abbia poi aperto ad una parziale ripresa delle attività, si tratta di uno shock notevole: l’emittente statale ellenica fa parte della vita quotidiana di ogni greco quanto la Rai per noi italiani.

Eppure, nell’ambito del programma di privatizzazioni imposto ad Atene dalla troika di Fondo Monetario, BCE e Commissione Europea, anche la stazione TV non si è salvata. Verrà ristrutturata in vista della vendita e saranno riassunti solo i dipendenti indispensabili e che accetteranno nuovi contratti di lavoro meno onerosi per l’azienda.

ERT era il classico buco nero che costava ad un paese piccolo ed impoverito come la Grecia 300 milioni di euro l’anno di sussidi pubblici (in linea con l’Italia, dove, con una popolazione quasi 6 volte superiore, il canone frutta alla Rai poco più di 1,7 miliardi, essendo però il reddito medio dei greci inferiore al nostro). Inoltre, gli sprechi dell’emittente erano diventati leggendari e quindi il governo, per tagliare il nodo gordiano, ha deciso di prendere una misura draconiana.

Ebbene, se poniamo lo sguardo sulle vicende di casa nostra, forse potremmo prendere delle utili lezioni da quanto sta succedendo nella nazione culla della civiltà occidentale. La prima é che anche in un paese dove la tradizione dell’intervento statale in economia é forte e radicato culturalmente, quando le circostanze lo impongono, vengono smantellati i Tabù. Fortunatamente l’Italia non é nelle condizioni disastrate della Grecia, ma più si tarda a prendere certe decisioni, più quando si assumono esse sono dolorose, drastiche e meno redditizie di quanto avrebbero potuto essere.

Inoltre, quanto avviene ad Atene ci deve indurre a riflettere specificamente sulla RAI. La proprietà pubblica é protetta dall’innaturale alleanza tra due fazioni contrapposte: il “Partito RAI” , dominante nel centrosinistra e il “Partito Mediaset” del centrodestra. Ad entrambi fa comodo avere da un lato una radiotelevisione pubblica dominata dai partiti e con un impianto politico-culturale delle trasmissioni “di sinistra”, e dall’altro un impresa che non si comporti da vero concorrente del polo televisivo privato evitando di sottrargli risorse pubblicitarie.

Questo connubio ha fatto si che, per quanto professionali possano talvolta essere i presidenti e direttori generali RAI e nonostante la presenza al suo interno di ottimi giornalisti, autori e trasmissioni, l’andazzo prevalente sia sempre quello del carrozzone. L’ultimo bilancio approvato, quello del 2012, é stato particolarmente negativo: ricavi per 2.786,5 milioni di euro, quindi meno 211,8 mln di euro rispetto al 2011, e ciò nonostante i grandi eventi sportivi (Europei di calcio e Olimpiadi); la perdita di esercizio è stata di 244,6 milioni di euro rispetto ai 4 milioni di attivo del 2011 e la posizione finanziaria netta risulta negativa per 366,2 milioni di euro con un aggravio di 93,8 milioni.

Anche Mediaset ha avuto risultati (meno) negativi – la crisi c’é per tutti- ma naturalmente, se si prende il lungo periodo, i conti economici del Biscione non sono comparabili a quelli RAI. Nel triennio 2009-2011, nonostante abbia incassato circa 5 miliardi di canone, l’azienda televisiva statale ha infatti avuto perdite complessive per 156 milioni: deprimente.

La riscossione del canone, poi, origina una grande ingiustizia sociale. L’evasione dello stesso é stimata dalla stessa emittente pubblica in mezzo miliardo di euro, facendo ricadere in modo eclatante sulle spalle dei soliti poveri fessi onesti il peso della tassa.

Chi difende la funzione di servizio pubblico della RAI, inoltre, non ha tanti buoni argomenti. Non occorre nemmeno citare la diretta televisiva del matrimonio di Valeria Marini o il tanto trash che viene trasmesso o peggio le inchieste della Corte dei Conti o dei PM su presunti sprechi o fatturazioni gonfiate.

Invero,é il concetto stesso che lega proprietà statale a servizio pubblico ad essere sbagliato. In molti altri settori (telecomunicazioni e altre public utilities) gli operatori privati svolgono la loro attività gravati da oneri di servizio pubblico (in alcuni casi chiamato “universale”) senza troppi problemi. Oppure, a voler essere pratici, basterebbe affidare ad una fondazione governata da consiglieri indipendenti e sovvenzionata con pochissimo denaro pubblico i canali digitali di Rai News e Rai Storia e avremmo risolto il problema.

Privatizzando la RAI faremmo affluire verso le casse dello Stato denaro utile ad abbattere il debito pubblico e i relativi interessi (alcune stime preliminari ponevano il valore dell’azienda tra i 3 e i 4 miliardi), solleveremmo i cittadini da una inutile gabella che genera fenomeni di evasione ed ha importanti costi di riscossione, elimineremmo perdite di gestione che in ultima analisi paga il contribuente, toglieremmo le mani dei partiti politici dall’informazione e favoriremmo la concorrenza e l’innovazione nel settore televisivo.

Ci pensi bene il PD: i grillini, seppur nelle loro modalità confuse, sono favorevoli alla dismissione. Scelta Civica come potrebbe opporsi? Tra l’altro, il portavoce Della Vedova presentò una proposta di legge per la privatizzazione e pure il responsabile del programma Ichino è favorevole. Chi rimarrebbe ad obiettare alla vendita? Il partito liberale di massa, vale a dire il PDL, per mantenere il duopolio imperfetto in cui nomina anche i consiglieri di amministrazione dell’azienda concorrente di quella del suo leader? E che figura ci farebbe? Al PD conviene chiamare il bluff: sarebbe un raro caso in cui ad un vantaggio politico tattico si accompagnerebbe un beneficio non irrilevante per il paese.

(di Alessandro De Nicola)