Il purgatorio della concorrenza.

CHE le vie dell’Inferno siano lastricate da buone intenzioni è abbastanza noto e in Italia siamo molto attaccati ai detti popolari.
Antefatto: per la prima volta dopo tanti anni il Parlamento sembra seriamente intenzionato ad approvare la Legge annuale sulla concorrenza, adempimento cui sarebbe tenuto dal 2009 ma che finora ha sempre disatteso. Su queste colonne Alessandro Penati ha già riassunto come il testo approntato dal governo in primavera sia stato indebolito e peggiorato dalle lobby e i loro rappresentanti in Parlamento con la classica tecnica del salame, una fettina alla volta.
Le uniche consolazioni per coloro i quali credono nei benefici della concorrenza (in teoria tutti parlano di merito, competitività, benefici per i consumatori: pochi fanno qualcosa di positivo) erano che, per quanto depotenziata, la legge sulla concorrenza qualcosina riuscirà a cambiare (per avvocati, elettricità e farmacie, ad esempio); inoltre si introduce finalmente il precedente e quindi ogni anno sarà possibile compiere un passetto in più.
Quel che nessuno si aspettava era che il ddl concorrenza fosse la buona occasione per introdurre misure il cui valore liberalizzatore è assai dubbio se non negativo.
Infatti, la Camera ha votato, senza che l’argomento fosse prima toccato nel ddl, una norma che abolisce la parity rate, vale a dire la clausola contrattuale che impegna gli alberghi che si pubblicizzano tramite piattaforme tipo Booking.com o Expedia (cosiddette OTA, online travel agencies) a non praticare al cliente prezzi più bassi rispetto a quelli esposti sul web. Il Parlamento ha approvato in modo quasi unanime la nullità dell’obbligo con la motivazione che ci guadagnano tutti, gli ospiti, che pagano meno, e gli alberghi che in cambio dello sconto risparmiano la commissione per chi gestisce la piattaforma web.
La necessità di una misura così draconiana era stata già esclusa dall’Autorità Antitrust che, dopo un serrato confronto con Booking.com, aveva dichiarato sufficiente che gli hotel fossero liberi di differenziare i prezzi tra le diverse OTA, sui propri canali offline (per telefono, ad esempio) e nell’ambito dei programmi di fidelizzazione.
D’altronde nessuno obbliga un ostello o una pensione a stipulare un contratto con Expedia, quindi non si capisce la legittimità di un intervento volto ad interferire nella libera contrattazione tra le parti. Le OTA sono state i più grandi motori dello sviluppo della concorrenza nel settore della ricezione alberghiera e oggi quasi tutti, invece che rassegnarsi al fai-da-te o a pagare alte commissioni alle agenzie che offrono solo gli alberghi convenzionati, fanno shopping sul Trivago di turno. Il modello di business delle OTA riposa anche su questo: devono apparire affidabili al consumatore il quale prenotando tramite esse non corre il rischio di vedersi rifilare un prezzo più alto di quello che potrebbe spuntare. Peraltro, il loro crescente successo, sia tra i consumatori che tra gli hotel (soprattutto i piccoli, che ne beneficiano più delle grandi catene alberghiere), testimonia che il sistema funziona.
Se così non fosse, sorgerebbe immediatamente una Groupon che si offrirebbe di arruolare alberghi senza alcuna clausola parity rate, svuotando i concorrenti di tutti i loro clienti. Non accade? Strano vero? E così ci pensa il solito Leviatano, felice per una volta di favorire una lobby e fare pure la bella figura del difensore del consumatore, a imporre un ulteriore ukaze che non a caso solo la Francia (fulgido esempio di liberalismo) ha finora adottato.
Appena qualche giorno prima, per sovrappiù, la Camera aveva deliberato, con la solita unanimità, una norma che obbliga alla chiusura gli esercizi commerciali per almeno 6 delle 12 festività nazionali (Pasqua, Pasquetta, Natale, Capodanno, Santo Stefano, 1° maggio, 25 aprile e così via passando per l’Epifania). Ma che senso ha una norma di questo genere se non quello di ingraziarsi la lobby dei commercianti? O si fa come la Germania che non fa aprire la domenica così tutti riposano, i piccoli non hanno la concorrenza dei grandi (o non devono industriarsi a reagire cooperando tra loro) e la Chiesa può celebrar messa, soluzione sbagliatissima ma almeno coerente, oppure queste 6 chiusure a cosa servono se non a far calare il fatturato e a creare qualche disagio? I consumatori in tutti i sondaggi continuano a essere favorevolissimi all’apertura senza limiti (e ci mancherebbe) e Confimprese (associazione delle aziende di grande distribuzione con 450.000 addetti) ha calcolato che 6 giorni festivi rappresentano il 4% del loro fatturato e che nelle rilevazioni fatte il 25 aprile e l’1 maggio le vendite sono aumentate dell’ 10%. I piccoli negozi in crisi, che magari il lunedì mattina non vendono niente ma il primo novembre o il 2 giugno sarebbero contenti di approfittare dello struscio cittadino, perché devono essere obbligati a serrare i battenti?
Mistero. La flebile speranza è che, dovendo i due provvedimenti ancora passare al Senato, è possibile faccia capolino un barlume di buon senso. Altrimenti le leggi pro-concorrenza meglio farle passare di soppiatto: l’appuntamento annuale potrebbe solleticare quegli istinti corporativi e dirigistici della classe politica che sono notoriamente facili ad eccitarsi.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it Twitter @aledenicola

Quelle privatizzazioni a metà

LA QUOTAZIONE in Borsa di Poste Italiane si è dunque chiusa con successo, se la completa sottoscrizione delle azioni disponibili per gli investitori è il parametro con il quale misurare l’esito favorevole o il fallimento dell’offerta, ma senza “botto” rispetto al valore di offerta delle azioni (6,75 euro).
È il caso di chiedersi però se i governi italiani da qualche anno a questa parte seguano una politica coerente in materia di privatizzazioni. Berlusconi, Monti, Letta e ora Renzi a qualche dichiarazione di intenti hanno fatto seguire ben pochi fatti, per lo più senza dare l’impressione di mirare a degli obiettivi di policy (come si usa oggi dire) se non quello di fare un po’ di cassa.

Andiamo con ordine. A cosa serve privatizzare? Certamente uno scopo dell’alienazione dei beni pubblici è quello di incassare denaro fresco per abbattere il debito pubblico (che in Italia, è bene ricordarlo, si aggira sul 135% del Pil).

Il ministro Padoan nella successione di Def prodotti dal Mef (gli acronimi a volte son poetici) si è allora prefisso di incamerare incassi derivanti da privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil (10 miliardi). Orbene, per il 2015 la cifra complessiva ricavata da Enel e Poste dovrebbe aggirarsi sui 6 miliardi, mancando il bersaglio nonostante il governo si sia posto un traguardo molto modesto, considerando che, nonostante la difficoltà delle stime, i beni pubblici vendibili, aziende ed immobili, siano valutati in diverse centinaia di miliardi (più di 100 miliardi solo le partecipazioni in società quotate o public utilities).

Inoltre, dai ragionamenti che provengono dal governo, sembrano assenti le altre ragioni che militano a favore delle privatizzazioni.

Infatti, passare la mano ai privati dovrebbe migliorare l’efficienza delle imprese e del mercato stesso. Gli investitori, la Borsa e le banche sono giudici severi delle società quotate: si richiede una maggiore trasparenza, i crediti vengono concessi con più oculatezza (non c’è la garanzia implicita dello Stato ripianatore dei debiti), i consigli di amministrazione prevedono la presenza di indipendenti, i privilegi che i sindacati pubblici riescono ad ottenere sono diminuiti, le assunzioni non seguono criteri elettorali e i risultati negativi vengono puniti con il ribasso del valore delle azioni.

Anche quando non si procede ad una quotazione ma ad una vendita ad un compratore specifico, si interrompe comunque il legame con l’amministrazione pubblica (e i regolatori) con quello che ciò comporta in termini di minor protezione dell’impresa e quindi di ristabilimento di una concorrenza leale con i soggetti privati. Anzi, per essere compiutamente benefiche, le alienazioni di aziende pubbliche, sia ad hoc che tramite quotazione, andrebbero precedute da una liberalizzazione del mercato di riferimento, aprendolo a nuovi entranti o rendendo il terreno di gioco uguale per quelli che già ci sono.

Non dimentichiamoci inoltre il capitolo corruzione e malversazione, che le tristi vicende dell’Atac o dell’Anas sono lì a ricordarci. È ovvio che non è affatto vero che le imprese private siano composte da angeli e quelle statali da ladri, ci mancherebbe (e d’altra parte ci sono ottimi manager in entrambe le tipologie di aziende). La differenza consiste nel fatto che se non si controllano bene le frodi a danno delle società private ci rimettono gli azionisti che per l’appunto pretendono controlli e rendono le truffe piuttosto rare; nel caso delle aziende pubbliche siamo tutti noi a perderci e i corrotti sono spesso fiduciari del potere politico che li ha nominati. Meno imprese pubbliche, meno corruzione (naturalmente stiamo parlando di quella passiva, in cui ci rimette la società, non di quella attiva in cui l’imprenditore è corruttore).

Lo Stato italiano che fa?

Per ora non sembra che voglia mollare la presa sulle leve dell’economia reale né smettere di concedere privilegi alle proprie controllate. Abbiamo già detto che gli incassi sono bassi e inferiori al previsto ed in più il Leviatano non perde il controllo delle sue partecipate (anche la quotazione di Fincantieri nel 2014 ha mantenuto le leve del comando a Roma). Lo stesso schema sarà adottato per Ferrovie ed Enav. E in questi due ultimi casi come in Poste, l’assetto regolatorio non è mutato. Alla società guidata da Francesco Caio è stato mantenuto fino al 2017 l’ingiustificato monopolio delle consegne degli atti giudiziari che il ddl concorrenza voleva togliere, si sono consentiti aumenti di tariffa e rilassamenti dei tempi standard di consegna, gli si paga ed anzi si estende l’ambito (con la bizzarra “posta prioritaria premium”) del servizio universale senza metterlo a gara, gli si consente infine di profittare della sua rete per l’attività bancaria.

Stessa inamovibilità della regolamentazione pare prospettarsi per Ferrovie e Enav: l’assetto concorrenziale non è destinato a cambiare di una virgola, mantenendo ad esempio l’integrazione tra rete ferroviaria e Trenitalia.

Le 8000 partecipate che dovevano diventare 1000 son lì che aspettano, tutte 8000, e non appare alla vista nessun tentativo di riformare il disgraziato esito del referendum del 2011 per inchiodare “Sorella Acqua” ad un destino pubblico (monopolista, inefficiente, costoso).

Peraltro, alcuni difetti dell’approccio italiano alle privatizzazioni hanno conseguenze negative pure sull’obiettivo principale di far cassa. Sapendo che è preclusa la possibilità di diventare maggioranza, gli investitori sono disposti a pagare di meno le azioni. Constatando che si tengono insieme attività aziendali che andrebbero invece valorizzate singolarmente (banca, assicurazioni, telefonia mobile e consegna di cartoline, per dire), non aiuta a sostenere il prezzo del conglomerato. Per inciso: se una società che gode di privilegi normativi o regolamentari viene semi- privatizzata, si raddoppiano i gruppi di interesse interessati a mantenere lo status quo; al governo si aggiungono difatti i nuovi soci privati, il peggiore dei mondi possibili.

Lo Stato-imprenditore viene vagheggiato da molti, ma l’evidenza e la logica ci dicono che i governi non riescono a far fruttare le aziende quanto i privati ed introducono distorsioni alla concorrenza, diminuendo così il benessere di tutta la comunità. Meglio che ognuno faccia il suo mestiere, che i politici già fan fatica a fare il loro.

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Quando il legislatore brucia il futuro

E se gli esercenti attività protette costringessero lo Stato, a risarcire gli investimenti fatti per l’acquisto delle licenze? Da almeno un decennio la politica, legiferando con la testa nell’urna, alimenta l’illusione che alcune attività possano garantire un reddito ed uno status. Così molti hanno investito nell’acquisto di licenze (taxi, farmacisti) e nell’apertura di studi professionali (avvocati, commercialisti) restando in balia del mercato ora che le regole imbrigliano invece di proteggere. Infatti la tecnologia, introducendo nuove modalità di esercizio di vecchi lavori, sta sgretolando il sistema di inquadramento professionale aprendo all’ingresso di nuovi operatori e cancellando i problemi che le norme avrebbero voluto regolare. L’economia della condivisione (Sharing Economy) ha partorito, ma non siamo che all’inizio di una rivoluzione, UberPop e Airbnb. La prima è un’applicazione per smartphone che consente a migliaia di cittadini di prestare la propria auto ed il proprio tempo per arrotondare ed a centinaia di migliaia di altri cittadini di disporre di un servizio affidabile ed economico per spostarsi in città. Di fronte a questa minaccia i tassisti sono scesi in piazza e si sono rivolti alla magistratura che ha inibito la prestazione del servizio. In modo analogo un portale (Airbnb), attraverso il web, mette in contatto chi ha qualche stanza libera da affittare e chi vuole risparmiare sui costi del pernottamento. Queste innovazioni tecnologiche si traducono in un duplice vantaggio per i cittadini che, come utenti, dispongono di un servizio migliore a costi inferiori e, come possibili erogatori del servizio, hanno l’opportunità di poter integrare il reddito familiare. Ma di fronte alle lobbies dei tassisti, che chiedono l’aumento delle tariffe ed il blocco del rilascio di nuove licenze, e degli albergatori, interessati a mantenere il monopolio della ricettività, i partiti si compattano a difesa delle categorie, ancorché minoritarie, in nome di una presunta “concorrenza sleale”. La quale, secondo principi universalmente riconosciuti, esiste non per tutelare gruppi specifici o per creare e consolidare posizioni di monopolio ma in funzione dei consumatori. I quali, peraltro, sono assenti in un dibattito in cui dovrebbero essere protagonisti. Il mondo vola ma in Italia è in corso il dibattito sulla vendita dei giornali fuori dalle edicole e sulla liberalizzazione dei farmaci di fascia “C”. Mentre ogni servizio che soddisfa le esigenze dei consumatori meglio del precedente è destinato ad affermarsi nonostante i vincoli normativi e le resistenze corporative, le leggi arrivano sempre in ritardo rispetto al fenomeno da regolare, le licenze diventano carta straccia ed i giovani professionisti lottano per sopravvivere.

Corporazioni scalfite, ma non sconfitte

LO SCORSO 8 settembre si è tenuta una strana iniziativa, il No Casta Day, promossa dai parafarmacisti e da qualche associazione di consumatori o culturale. L’evento non ha avuto grande risonanza e la sua visibilità si è limitata ad un po’ di attività sui social media e ad un presidio davanti a Montecitorio con camici e maschere bianche. Perché vale la pena rammentarlo allora? Innanzitutto perché, a memoria, è il primo appuntamento di questo genere che viene organizzato in Italia. Di solito la liberalizzazione dei mercati è lasciata nelle mani di una élite di tecnocrati (accademici o funzionari di autorità indipendenti e ministeri, supportati da qualche raro politico o giornalista) e la contestazione pubblica è di chi vi si oppone (avvocati, farmacisti, taxisti, carrozzieri e, con un vigore inaspettato per la pacata categoria, notai, che ormai usano Twitter più dei fan adolescenti di Justin Bieber): che qualcuno scenda in piazza per aprire i mercati è perciò degno di nota.

Peraltro, ora l’aula di Montecitorio sta discutendo il disegno di legge sulla concorrenza presentato dal governo su iniziativa del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi. Sebbene sia dal 2009 che la legge prevede l’approvazione di una norma annuale sulla concorrenza, preparata su impulso dell’Autorità antitrust, questa sarebbe la prima volta che governo e parlamento rispettano l’impegno e già questa è una bella novità.

Tuttavia, come è noto, rispetto all’impianto originario il ddl è stato fortemente annacquato. Tra gli aspetti positivi rimasti c’è da notare la liberalizzazione dei prezzi dell’energia a partire dal gennaio 2018 (con possibile rinvio di massimo 6 mesi), la maggior facilità ad aprire distributori di carburanti, l’ingresso delle società di capitali sia nelle farmacie (con relativa abrogazione del limite di proprietà di massimo quattro esercizi) che nelle associazioni professionali (limitato ad un terzo del capitale sociale), ivi comprese quelle che includono avvocati e che potranno a loro volta essere costituite in forma societaria.

I notai se la cavano come sempre alla grande: ciascun professionista potrà esercitare in ambito regionale e non solo nel suo distretto e, se e quando il ministero della Giustizia smetterà di dormire sonni profondi e i candidati non verranno tutti bocciati, il numero dei notai potrebbe passare da 5 mila a 12 mila (se succede entro cinque anni prometto fin d’ora di mangiarmi il cappello come Rockerduck). Almeno le srl semplificate, però, potranno essere costituite per scrittura privata senza bisogno di formalità se non il deposito dello statuto. Le Poste, a partire dall’anno prossimo, non avranno più il monopolio delle notifiche degli atti giudiziari e le farmacie potranno tenere aperti i battenti quanto loro aggrada. Molte norme sono poi dedicate a banche, assicurazioni e telefonia: non si può dire che esattamente stimolino la concorrenza, semmai aumentano la trasparenza, diminuiscono le frodi, proteggono il consumatore.

Ciò che è rimasto per strada, però, è ancor più importante. I limiti sopra citati (tipo il tetto per i soci di capitale di un terzo di proprietà degli studi professionali) non c’erano. Inoltre, era prevista la portabilità dei fondi pensione (ogni dipendente sarebbe stato libero di cambiare a favore di uno meglio gestito), sostituita da un tavolo di consultazione (no comment) e le assicurazioni non avranno la libertà di indicare il proprio carrozziere di fiducia all’assicurato che sarà libero di scegliersi il suo (lobby dei carrozzieri). Abbattute senza pietà le norme sulla concorrenza nei trasporti (salvo l’ammissione dei risciò), sull’incompatibilità di esercizio di funzioni regolamentari e commerciali delle Autorità Portuali, sulla vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie.

E qui torniamo al punto di partenza. Perché diventa così difficile far passare provvedimenti che sono nell’interesse dei consumatori, del mercato e della sua efficienza? Per un motivo molto semplice: mentre gli interessi diffusi sono figli di nessuno, portando grandi benefici generali ma piccoli vantaggi pro capite , quelli particolari hanno difensori agguerritissimi che possono perdere rendite di posizione assai vantaggiose.

Apparentemente non esiste via d’uscita, se non quella di creare interessi altrettanto forti. Quando Margaret Thatcher decise negli anni ’80 di privatizzare British Telecom, sia la cultura generale, sia gli interessi costituiti (i sindacati) erano fortemente contrari. Cosa fece la Lady di ferro? Creò una lobby favorevole offrendo pacchetti di azioni a prezzi scontatissimi a tutti i dipendenti ed improvvisamente le Trade Unions si trovarono a predicare nel deserto.

Per le liberalizzazioni la situazione è identica. Il governo ha provato a coalizzare gli avvocati per diminuire gli atti riservati ai notai (vendite di immobili commerciali sotto i 100 mila euro), ma il provvedimento era scritto male e non c’era stata un’adeguata consultazione coi diretti interessati. Ma proviamo a pensare: sono di più i farmacisti laureati che cercano lavoro e le parafarmacie o i farmacisti proprietari di farmacie? Sono più i conducenti di auto a noleggio e gli aspiranti autisti di Uber o i taxisti? Ed avvocati e commercialisti, con adeguata preparazione non possono svolgere molte delle funzioni oggi in mano ai notai? E come è possibile che consumatori ed assicuratori si facciano battere dai carrozzieri? E i lavoratori non possono essere convinti a scavalcare i sindacati sulla portabilità dei propri risparmi, così come furono convinti quelli britannici?

Nel momento in cui emergerà una forza politica che combinerà la dedizione agli interessi generali e all’efficienza del mercato con l’acume di coalizzare quegli interessi particolari che in un determinato momento storico coincidono con quelli diffusi, sono certo che il premio degli elettori non tarderà ad arrivare.

Alessandro De Nicola
@aledenicola adenicola
@adamsmith.it

L’opinione di FD FD sul Comitato Centrale di intermediazione sul lavoro

Il mondo che cambia (anche se qualcuno si ostina a fingere il contrario). Da qualche giorno in città in zona semicentrale, un supermercato rimane aperto 24 su ore su 24, tutto il giorno, tutti i giorni, una vera rivoluzione per noi italiani, la normalità per i cittadini di altri Paesi. A prestare ascolto alle recenti dichiarazioni della maggior parte dei nostri politicanti e sindacalisti in merito alla regolamentazione del commercio, noi tutti dovremmo continuare a poter fare acquisti non quando ci è utile o comodo ma quando prescritto dal calendario del Comitato Centrale; a sostegno di questa visione le più disparate affermazioni, salvaguardia dei diritti del lavoratore, concorrenza distorta dal potere della grande distribuzione, osservanza della chiusura domenicale in quanto paese cattolico, inutilità delle aperture libere in quanto gli acquisti possono essere fatti all’interno di fasce orarie definite, la flessibilità degli orari di apertura che non apporta beneficio perché si spende “quel che si ha” non “quando si può”.Primo risultato riscontrato personalmente : ore 21,15 del sabato sera, parcheggio completo, code alle casse manco regalassero la frutta, anziani, giovani, gente a passeggio e gente che rientra dal lavoro, extracomunitari ed esegeti del vernacolo, ragazzi che fanno l’acquisto dell’ultimo minuto perché hanno invitato a cena qualcuno, un successo. Non ho idea di quanti acquirenti vi possano essere alle 3 del mattino intenti ad acquistare un cerotto o una scatola di fagioli, ma sono certo che se la proposta non incontrerà le necessità dei clienti l’orario verrà nuovamente modificato in funzione dei bisogni da soddisfare e del conto economico, il tutto senza danneggiare nessuno.Quanto descritto mi ricorda una chiacchierata fatta anni fa in un ristorante di Boston con una cameriera di origine italiana, alla domanda <<come ti trovi qui con il lavoro ?>> la risposta fu << è fantastico, posso decidere se lavorare 10 ore o 3, di giorno o di sera, a seconda dell’esigenza mia e del datore di lavoro, adesso lavoro in un locale al mattino ed in un altro alla sera, in questo modo ho la giornata libera per fare altre cose di mio interesse>>.Quale orribile danno si genera alla comunità se ritengo valido offrire (a rischio del mio conto economico) un servizio di consegna pizze H24 ? Chi presta lavoro potrebbe preferire lavorare 8 ore di notte, magari con un incentivo economico e rimanere a casa ad assistere un anziano durante il giorno, ci saranno così pizzerie che sceglieranno di lavorare solo di giorno ed altre che lo faranno su 3 turni lavorativi. Il progresso è innanzitutto cambiamento ed il cambiamento in una società che vive di mercato avviene solo se capace di dare risposte soddisfacenti ad un maggior numero di persone. L’avversione al cambiamento del mercato del lavoro nasce da una visione di contrapposizione di caste ed interessi, operai e imprenditori, commercianti ed agricoltori, una maniera ottocentesca di guardare al mondo in maniera esclusivamente conflittuale, come dire che chi ha inventato i telefoni cellulari è un delinquente perché ha mandato in malora il mercato ed i posti di lavoro delle aziende produttrici di cabine telefoniche. Il mondo cambia, anzi è già cambiato parecchio aldifuori dei confini nazionali. Lavoriamo dunque alla tutela del lavoro e del lavoratore non dei diritti veri o presunti dietro ai quali si nascondono sempre interessi di parte, il tutto senza dimenticare che alla fine siamo tutti lavoratori e consumatori e se io non lavoro non consumo e se non consumo qualcun altro perde il lavoro.

Perché non usare il diritto ?

Quando la crisi morde, gli avvocati che hanno già una clientela ed i vertici che hanno la visibilità per acquisirla ostacolano l’attività dei giovani che potrebbero insidiargliela. Così gli ordini, hanno imposto una riforma che, sostituendo la vecchia normativa (art. 7, D.Lgs. Lgt. 23-11-1944, n. 382) secondo cui potevano fissare una tassa annuale “entro i limiti strettamente necessari a coprire le spese dell’ordine”, con l’art. 29 della legge 247/2012 che, incrementando le attribuzioni, da mano libera nel determinare la misura della tassa di iscrizione. La quale, quindi, è un’arma che i Consigli possono usare per ridurre il numero dei concorrenti, e già lo fanno, sospendendo «coloro che non hanno versato il contributo annuale e che potranno riprendere l’attività solo dopo aver corrisposto  “il pedaggio”.  Il provvedimento, quindi, incide sui procedimenti in corso, rende difficili i rapporti con la clientela e limita il diritto al lavoro che dovrebbe essere costituzionalmente garantito. Se  l’esercizio professionale è legato al versamento di un contributo, deve ritenersi che l’avvocato non è un lavoratore e che i suoi diritti non possano essere rivendicati avanti ad un magistrato terzo ma siano nelle mani della consorteria. È un meccanismo molto discutibile sulla cui costituzionalità sarebbe ormai necessario far pronunciare la Corte. Infatti, come ribadito nella decisione Tar Lazio 1.07.2015, “Nella ormai consolidata giurisprudenza comunitaria (Corte di giustizia 18.07.2013, C-136/12) e del giudice amministrativo nazionale (Tar Lazio, sez. VI, 1.04.2015, n. 4943; id.16.02. 2015, n. 2688), sono ormai considerate “imprese”, ai fini specifici della tutela della libera concorrenza, anche gli esercenti le professioni intellettuali che offrono sul mercato, dietro corrispettivo, prestazioni suscettibili di valutazione economica (Tar Lazio, sez. I, 11.06.2014, n. 8349; id. 25.02.2011, n. 1757; id. 17.05.2006, n. 3543 e 3.09.2004, n. 8368). Ne consegue la qualificabilità di “associazioni di imprese”, degli Ordini professionali (Cons. Stato, sez. VI, 22.01.2015, n. 238; Cons. St., sez. VI, 9.03.2007, n. 1099, Tar Lazio, sez. I, 11.03.2005, n. 1809). Quindi,l’esercizio professionale non può essere subordinato all’iscrizione all’associazione di categoria così come per avviare un’attività imprenditoriale non è necessario iscriversi a Confindustria. Riusciranno i conigli a diventare leoni ?

Il Whistleblowing può impattare nella P.A in chiave meritocratica? *

Nicolò Boggian (Direttore del ThinkTank Forum della Meritocrazia)
e
Michele Vitali (Membro Advisory Board Transparency Italia)

La Meritocrazia consente alle organizzazioni di lavorare in modo efficace e di contrastare la Corruzione in maniera “naturale”. I tentativi del legislatore di affrontare il fenomeno con sempre nuovi strumenti normativi rischiano di essere vani se non si creano le condizioni per cui nella Pubblica Amministrazione i dipendenti finalmente sentano di poter crescere professionalmente, di essere valorizzati e stimati per il proprio lavoro e di fidarsi l’uno dell’altro.

Senza Fiducia e Meritocrazia le leggi, infatti, spesso non vengono applicate in attesa eterna di Decreti attuativi o regolamenti interni, o comunque rimangono distanti da come vengono agiti i comportamenti reali. E’ quindi importante considerare come le persone vivono realmente nel loro ambiente organizzativo e come interagiscono tra di loro.  Senza un clima favorevole, senza Meritocrazia e senza un reale coinvolgimento delle persone, le leggi da sole spesso non colgono l’obiettivo. Per questo motivo insieme a Great Place To Work abbiamo deciso di allargare la nostra analisi sulla percezione della Meritocrazia nelle aziende di matrice culturale italiana anche all’interno della P.A.

Non a totale sorpresa, il Forum non ha ancora trovato un solo ente disposto ad interrogare i propri dipendenti sulla loro percezione del proprio ambiente di lavoro. Abbiamo perciò agito in maniera parallela e siamo riusciti, tramite un campionamento casuale, a stimare la percezione che i dipendenti pubblici hanno della Meritocrazia nel loro luogo di lavoro (Buona Leadership, Valorizzazione, Collaborazione, Premio al Merito) e a compararla con le aziende private e con le migliori organizzazioni in Italia.
Questi i risultati di sintesi:

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Come si vede dal grafico, solo 1 dipendente su 5 crede che vi sia Meritocrazia nella Pa contro i migliori casi in Italia (spesso multinazionali) in cui ben 4 persone su 5 credono che vi sia Meritocrazia.
La tesi di fondo è quindi confermata: in un contesto percepito in modo così negativo, la Corruzione non può che nascere e diffondersi indipendentemente dagli strumenti anche seri, ma spesso tardivi, che vengono introdotti dal legislatore (vedasi il portale anticorruzione Anac).

Per aggredire la Corruzione prima che diventi endemica (e non solo pesantemente diffusa) all’interno della P.A. bisognerebbe aggredire quindi la quasi inesitente Meritocrazia che è una delle principali concause principali della Corruzione. Incentrare quindi il dibattito  sulla Corruzione nella PA e non sul buon funzionamento della macchina pubblica può avere effetti perversi. Lo stesso dibattito pubblico sulla Corruzione ha da un lato l’effetto benefico di porre infatti attenzione al problema, dall’altro rischia di minare alla base la possibilità di imporre rapidamente maggiore Meritocrazia. La Meritocrazia in un organizzazione non può nascere infatti in un asfissiante sistema di regole, per lo più spesso opache e di applicazione incerta, ma si avvantaggia di una maggiore valorizzazione e autonomia responsabile delle Persone. Proprio dalle Persone, in particolare quelle straordinariamente impegnate di Transparency Italia, nasce il progetto Whistleblowing come strumento “non normativo” di risposta alla Corruzione. In meno di sette mesi di sperimentazione della piattaforma (certificata da 4 certificatori indipendenti tedeschi e americani) ALAC -Allerta Anti Corruzione è confortante sapere che ci sono già state 109 segnalazioni di valenza “Buona” o addirittura “OTTIMA”.

Consideriamo ancora più significativo che la maggioranza delle segnalazioni proviene dal Centro Sud Italia, di cui intorno al 50% generate in Lazio e Campania.

Il Whistleblowing si è quindi già dimostrato uno strumento utile e semplice, che può servire ad evidenziare situazione critiche e ad intervenire. Con il Whistleblowing si può diffondere l’esempio di chi con coraggio ha denunciato casi di corruzione per incentivare comportamenti onesti e “sconsigliare” i Corrotti. Questi casi di eroi civili vanno poi quanto più possibile raccontati e premiati nel rispetto della privacy e della sicurezza di chi denuncia casi di Corruzione. Tuttavia bisogna però dire che il Whistleblowing non può garantire da solo che non si ripetano casi di abuso se non si creano delle condizioni di reale Meritocrazia: “prevenire” è sempre meglio che “intervenire”

Da questo punto di vista uno dei fattori più importanti per la diffusione della Meritocrazia nella P.A. è la selezione e valutazione della Leadership. Questa non deve essere influenzata (troppo) dal criterio della fedeltà politica, ma dalla professionalità e dai risultati ottenuti. La fedeltà politica o la prossimità al potere senza un metodo trasparente di selezione tendono infatti a distruggere la Fiducia nelle organizzazioni e la possibilità di introdurre criteri oggettivi di valutazione delle performance. Oltre alla selezione del vertice, che è appunto strategica, importante è l’introduzione di sistemi di crescita interna trasparenti e di agevolazione del turnover. In questo senso sembrano positive le riforme annunciate dal governo (ruolo unico, 4+2), che potenzialmente introducono un mercato della dirigenza. Queste riforme andrebbero probabilmente estese a strati più ampi dei dipendenti pubblici, dando la possibilità a tutti di poter crescere, ma anche di poter essere licenziati o di poter scegliere di lavorare nel settore Privato.

Infine per agevolare la Meritocrazia sarebbe necessario creare le condizioni perché vi sia Trasparenza sui risultati delle amministrazioni e sulla percezione dei servizi da parte del cittadino. Da questo punto di vista, come nel caso della Scuola, sono le stesse famiglie e i cittadini a dover diventare più esigenti, e gli enti di controllo a dover fornire i dati in modo appunto trasparente e semplice (addirittura eccedendo ove appena possibile i “minimi di legge”). La qualità del servizio è infatti un ottimo segnale di Meritocrazia e di conseguenza di scarsa Corruzione.
La sola Anticorruzione senza Meritocrazia e Trasparenza purtroppo non basta più così come le leggi senza le persone giuste che le applichino.

Nicolò Boggian – Direttore Forum della Meritocrazia
Michele Vitali – Membro Advisory Board Transparency Italia

*Atti del Convegno organizzato da Aidp Pa e Transparency International “A che punto siamo col Whistleblowing? – Istruzioni e casi reali”

Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

La grande bufala del taglio delle partecipate pubbliche

C’è una sottile e perfida resistenza dei vari ordini e gradi della Pa a ogni riduzione, anche modesta, degli enti inutili o ridondanti

La protesta di ferrotranvieri dell’Atac contro la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti romana (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Innanzi tutto c’è una notizia che in realtà è una non-notizia. La recente dichiarazione del presidente del Consiglio Matteo Renzi con cui egli enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione «sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000» fu fatta il 18 aprile 2014. E anche questa non è una novità: siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui – ahinoi! – non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.a.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Quante sono le partecipate pubbliche? Per il Mef 7.726, per il Dipartimento pari opportunità oltre 10mila
Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal Mef (dato al 31/12/2012, ultimo disponibile). Secondo la stima – più recente – da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (Dpo) della Presidenza del Consiglio sono «oltre 10.000», quindi il 30% in più di quanto indicato dal Mef, uno “scarto” nella misurazione che dà bene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un Paese a vocazione certamente statalista e interventista in ambito economico) ne ha circa mille. Prendiamo come base di calcolo i dati del Dpo: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo Stato (nelle sue articolazioni: Stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1.300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante – torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.
Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro Paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, «a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato» (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).

Si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibileresistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.

Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole Regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono “per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.

Per le regioni a statuto speciale nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province – anche nella loro nuova veste – delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale. Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie e organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a.
Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita:

«Al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le amministrazioni pubbliche non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. È sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici … e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte , nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza».

C’è una sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a
La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore e avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale – molto parziale – esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà diaggirare il “patto di stabilità” che poteva (e ancora può…) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

La spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità”
In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.
Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.
Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, volontà che nel governo Renzi sembra assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta
Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica

Pubblicato su Linkiesta

“Aggiungi un posto all’Atac” e il costo di percorrenza di ogni km è il triplo di quello inglese

PER CHI non lo avesse ancora fatto, suggerisco di scaricare il divertente video prodotto da Sora Cesira intitolato “Aggiungi un posto all’Atac” in cui si dileggia l’infornata di assunzioni avvenuta nell’azienda di trasporti romana mentre era sindaco Gianni Alemanno. Il filmato da solo riesce a far capire più di molti studi qual è il dramma di molte (anche se non tutte) società partecipate dagli enti locali: clientelismo, inefficienza, sprechi e a volte malaffare. Il caso dell’Atac è eclatante e ormai arcinoto: debiti accumulati per 1 miliardo e mezzo, perdite tra il 2009 e il 2014 di 1 miliardo e cento milioni nonostante contributi pubblici di oltre 5 miliardi (questi ultimi incidono per il 70% dei ricavi). I dipendenti sono ben 11.800, ma, come ben evidenziato in vari studi degli economisti Giuricin ed Arrigo, con una bassissima produttività ed un costo del lavoro molto alto (ad esempio, secondo uno studio del 2014, superiore di 4 mila euro a quello dei dipendenti del trasporto pubblico parigino). Il costo di percorrenza di ogni km è di 7,3 euro, quasi il triplo di quello inglese, ove il trasporto pubblico locale (Tpl) è liberalizzato. Attenzione però, le linee che a Roma vengono affidate a società private a seguito di appalto pubblico costano 4,5 euro, il 40% in meno. E per il servizio svolto in subappalto, sempre a seguito di gara, il costo crolla a 2,63 euro, ben 2/3 in meno.
Questi dati, oltre a testimoniare l’incapacità delle varie giunte capitoline che si sono succedute negli anni a governare in modo decente l’Azienda (Venezia e Milano, per citare due casi di città “difficili”, sono messe molto meglio), dimostrano che la combinazione proprietà pubblica- monopolio è dannosa: strapotere dei sindacati, salari fuori mercato, lassismo (l’assenteismo è record), raccomandazioni e incapacità di programmazione.
D’altronde quando si inietta un po’ di concorrenza la situazione migliora sempre e il trasporto pubblico non fa eccezione: per esempio, da quando l’autotrasporto su gomma a lunga distanza è stato liberalizzato, in tutta Europa è esplosa l’offerta e le ferrovie, per anni indebitamente protette, hanno dovuto correre ai ripari migliorando prezzi e qualità dei loro servizi.
Tuttavia, se Roma piange, è tutto il settore Tpl che in Italia non ride. La recente indagine Mediobanca su un campione si-gnificativo di società pubbliche (presumibilmente le più efficienti, in quanto sono le 440 più grandi e con dati disponibili) mostra come, nonostante il trasporto locale abbia beneficiato dal 2006 al 2013 di trasferimenti come integrazione tariffaria e supporto ai salari per 22,2 miliardi di euro (sì, avete letto bene), sia riuscito a registrare perdite per 1,6 miliardi di euro. Il settore ambientale e il Tpl peraltro ricevono il 92% dei corrispettivi e contributi pubblici dell’intero comparto dei servizi pubblici locali. Nel 2012-3 su 9 miliardi di trasferimenti alle società esaminate da Mediobanca, 8,3 sono andati ai due settori menzionati. Ma la cifra totale, riportata dall’ex commissario alla spesa pubblica Cottarelli, si aggira in realtà sui 6-7 miliardi l’anno per il solo Tpl.
Orbene, è ovvio che l’intero comparto delle aziende di proprietà degli enti locali va riformato, ma tra queste chi ha bisogno più urgentemente di una drastica riforma è proprio il trasporto pubblico locale. Il primo provvedimento è quello di diminuire le contribuzioni pubbliche. Le lamentele degli amministratori locali sui tagli ai sussidi sono infatti spesso ingiustificate: uno studio del Politecnico di Torino ha evidenziato che nel 2013, a seguito di una sforbiciata dei trasferimenti dalla Regione, il Comune ha ridotto i servizi di trasporto del 10%. Nonostante ciò il numero di passeggeri trasportato è rimasto lo stesso, circa 200 milioni.
Si può dunque procedere a decurtazioni di linee il cui tasso di riempimento è troppo basso e sostituirlo con servizi ad hoc “a chiamata”: in media, difatti, il 70-80% dei passeggeri è trasportato da appena 30% delle corse, mentre le altre sono semi-vuote. L’evasione del biglietto è pure molto elevata: non è un caso che l’Atac abbia deciso come prima misura di risanamento di schiodare 500 dipendenti dalle scrivanie e mandarli a fare i controllori. Inoltre è necessario accorpare le innumerevoli imprese locali che non riescono a fare economie di scala e procedere a privatizzazioni su ampia scala, assegnando per bando pubblico il servizio. La privatizzazione è imprescindibile in quanto bisogna evitare che il Comune concorra alla gara, sia contemporaneamente l’ente aggiudicatore e poi l’arbitro sull’efficienza del servizio. Bisognerebbe poi applicare immediatamente il criterio dei costi standard per ridurre i trasferimenti alle aziende la cui inefficienza è cosi scandalosa da essere incredibile: si pensi che la municipalizzata di Napoli copre i costi operativi con i propri ricavi non sussidiati solo per il 9,4%!
La riforma della Pubblica amministrazine contiene alcuni utili princìpi (incentivi alla privatizzazione, messa in liquidazione delle società con più anni di perdite, parziale liberalizzazione dell’attività, trasparenza). Tuttavia, essa è contraddistinta da una certa vaghezza entro la quale la portata liberalizzatrice dei decreti attuativi potrebbe essere annacquata e quindi è opportuno che il governo dica subito con chiarezza quali saranno le direttrici che intende seguire per far sì che questo non avvenga. Di posti a tavola se ne sono aggiunti fin troppi: adesso è il momento di sparecchiare.
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