La trasparenza nei CdA produce efficienza ed equità

Vari disastri societari e bancari italiani hanno cause certamente diverse anche se spesso cumulate: incompetenza, frode, condizioni avverse di mercato, megalomania, cambio della regolamentazione. Parmalat, per intenderci, è diversa da MPS. Una sola caratteristica ha però accomunato tutti questi crack, da Banca Etruria a Cirio, passando per Alitalia: un governo societario non all’altezza. Con il termine Corporate Governance si definisce quel set di regole, procedure, pratiche virtuose. necessarie per la gestione dell’impresa in modo trasparente, profittevole e lecito. Centrali sono le norme che disciplinano il rapporto tra i manager, gli organi di controllo e gli azionisti nonché il sistema dei controlli interni della società per azioni. L’Italia è sommersa di regole di governance: se ne occupa il codice civile, il Testo Unico della Finanza, il Testo Unico Bancario, la normativa regolamentare Consob, Ivass, Banca d’Italia e Bce.

Inoltre, nell’ambito dell’autoregolamentazione, spicca il Codice di Autodisciplina di Borsa Italiana che si applica alle società quotate che decidono di aderirvi. Vale infatti il principio comply or explain: o scegli di seguire le regole oppure spieghi al mercato perché non lo fai. Poiché i princìpi contenuti nel Codice di Borsa sono ritenuti all’avanguardia ed in alcuni casi hanno preceduto l’emanazione di leggi che ne hanno ricalcato il contenuto, è importante capire

quale sia la loro effettiva applicazione. A questo proposito, Assonime, l’associazione che riunisce le più importanti società per azioni italiane, ogni anno pubblica un Rapporto che analizza le relazioni i comportamenti tenuti dalle imprese e la loro coerenza con le disposizioni del Codice. Quali sono i risultati dell’indagine? In breve si può dire che, lentamente ma costantemente, nel corso degli anni le aziende quotate stanno aderendo alle raccomandazioni di Borsa Italiana: ben il 92% delle 227 presenti nel listino. La media delle riunioni dei CdA è in crescita: 10,6 l’anno, contro le precedenti 10,1 e per le società maggiori (quelle del FTSE Mib) si arriva a 13,6 incontri. Pure i consiglieri prendono sul serio l’impegno, visto che la presenza media è del 92% . Su un aspetto cruciale per poter deliberare in modo consapevole, l’informazione pre-consiliare, quasi un terzo della società non ha tuttavia indicato il preavviso congruo per fornire i documenti agli amministratori ed è comunque difficile controllare l’effettivo rispetto della regola. I board sono più solleciti nell’autovalutarsi (l’80%) e la loro composizione è abbastanza equilibrata: tre quarti dei consiglieri sono non esecutivi e quasi il 45% indipendenti. Inoltre, su circa 2200 consiglieri censiti, ben 177 sono nominati dalle minoranze, cosa che fa dell’Italia un caso unico nel panorama mondiale. Le società stanno progressivamente dotandosi dei comitati consiliari, rischi (93% delle società), remunerazione (89%) e nomine (solo 55% ma in crescita: la struttura proprietaria concentrata fa si che gli azionisti di maggioranza non sentano il bisogno di suggerimenti per nominare gli amministratori e i manager); ci si assicura sempre più, peraltro, che la qualifica di consigliere indipendente sulla carta corrisponda alla realtà dei fatti. Nonostante la diffusione dei comitati remunerazione, quando si passa alle politiche sugli stipendi di top manager e consiglieri, la situazione è meno trasparente e strutturata di come si vorrebbe. La componente variabile della remunerazione dei consiglieri esecutivi non è prevista nel 17% del totale, il legame con i risultati di medio-lungo (e non solo breve) periodo è stabilito solo per il 64% dei manager e le clausole di restituzione del bonus se i dati sulla base dei quali erano stati assegnati erano manifestamente errati è presente solo nel 46% dei casi. Anche le indennità di fine rapporto sono regolate non sempre al meglio. Per un’analisi più completa dei dati si può consultare il Rapporto Assonime, ma qui la domanda da porsi è: funziona l’autoregolamentazione? Se si vede il bicchiere mezzo pieno, si può constatare come nel corso del tempo l’adesione ai principi del Codice non solo sia in aumento statisticamente, ma anche concretamente. D’altronde, negli ultimissimi anni non sono emersi particolari scandali all’interno delle società quotate e questo è significativo. La parte vuota del bicchiere consiste nel fatto che spesso il maggior rigore delle società è determinato anche dall’emanazione di norme stringenti da parte del legislatore o delle autorità di vigilanza italiane o europee e che il comply or explain non sempre si dimostra un incentivo sufficiente per le imprese per far loro seguire anche nella sostanza le varie raccomandazioni. Nel complesso il Codice ha fatto certamente bene alla Borsa italiana; una maggiore attenzione da parte degli investitori al rispetto dei suoi principi da parte delle società in cui hanno partecipazioni, però, sicuramente ne migliorerebbe l’efficacia.

L’implacabile legge di Merton smonta l’idea del legislatore che comanda.

De Nicola e Bragantini ingaggiano una conversazione sulla legge di Merton secondo la quale falliscono, assai frequentemente, i tentativi del legislatore di imporre (con  leggi-comando) comportamenti economici ai Cittadini. Questi invece si inventano mille modi per comunque raggiungere il loro scopo nonostante i comandi nei quali non credono. È una storia assai datata; è difficile imporre agli uomini comportamenti che ritengono contrari ai loro interessi.

È l’idea stessa del comando degli Amministratori Pubblici sui Cittadini che ha fatto il suo tempo. La democrazia, in Italia particolarmente, garantisce al Cittadino il “diritto della sovranità”, ma chiama a sè, all’Amministrazione Pubblica, l’esercizio del potere, il comando. Da ottocento anni, la Storia della democrazia è un percorso di trasferimento evolutivo dell’effettivo esercizio del potere dagli Amministratori  Pubblici ai Cittadini. Non importa se gli Amministratori Pubblici sono autocrati o democratici; cambia l’intensità di violenza nel cambiamento, ma il cambiamento in sè non si ferma.

Qualche numero e fatto. Prima del 1940 le Costituzioni democratiche (quelle che, nelle dichiarazioni, sostengono la sovranità del popolo) erano una dozzina; ai giorni nostri sono circa duecento. L’incredibilmente rapida espansione delle democrazie non corrisponde però all’evoluzione delle forme dell’esercizio del potere. Salvo qualche rara eccezione, il comando rimane essenzialmente centralizzato.

La legge di Merton dimostra con gli esempi, che il comando del popolo (Amministratori Pubblici) sul popolo funziona sempre meno. Altri fenomeni sociologici lo dimostrano ancora di più. La democrazia non evolve da settant’anni ed è stanca. Il diritto alla sovranità non basta, è necessario trasferire anche parti del potere esecutivo, un passo alla volta.

Alessandro de Nicola: L’imprevedibilità delle leggi e gli effetti distorti sull’economia.

Il commento di Bragantini e la replica di De Nicola: Il rapporto migliore tra leggi ed economia

 

Gli scambi internazionali non si fermano. Meglio partecipare agli accordi o subire quelli degli altri?

L’ENNESIMA sessione di negoziati tra Unione europea e Stati Uniti relativa al Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, meglio conosciuto come Ttip, si è conclusa con lenti progressi ma non sufficienti a imprimere una svolta a una trattativa che ormai va avanti da anni tra frenate ed accelerazioni. Tuttavia, l’attenzione dell’opinione pubblica europea si è solo recentemente concentrata sulle vicende di questo partenariato, sull’onda del sentimento populistico e no-global che la pervade.
Alcuni temi che vengono negoziati tra Usa ed Europa e dove ci sono legittime divergenze, normali e presenti anche quando si contratta il prezzo di un appartamento, vengono presentati come complotti di “informi” multinazionali a scapito delle piccole imprese e dei cittadini. Si agita lo spettro di danni alla salute dei consumatori, di cessione di sovranità a tribunali arbitrali privati e così via.

Ma come funziona in realtà e a cosa serve la politica commerciale europea? Prima di tutto è bene sapere che l’Unione europea ha competenza esclusiva sul commercio internazionale. In altre parole non c’è la possibilità per l’Italia di fare un accordo separato con gli Usa, il Canada o chicchessia. Ciò rappresenta sicuramente un vantaggio, perché fa sì che economie tutto sommato simili e con un corpus di norme comuni possano negoziare con altre nazioni in una posizione più forte. Inoltre, nel corso degli anni si è formato un gruppo di funzionari specializzati e sofisticati che sono in grado di capire i vari dossier con maggiore maestria dei singoli paesi: uno dei problemi posti da Brexit al Regno Unito è proprio quello di dover partire da zero nel ricostruire un dipartimento in grado di prendere in mano i complessi argomenti del commercio internazionale. Lo svantaggio è che, siccome non si possono completamente ignorare i governi, alcune posizioni protezionistiche di nazioni importanti (la Francia, ad esempio) diventano di tutti.

Con le sempre maggiori difficoltà incontrate dal Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, a concludere accordi globali che abbassino le tariffe e soprattutto le barriere non tariffarie, la Ue è progressivamente più impegnata in negoziati bilaterali con singoli Stati o associazioni di Paesi (come l’Asean, l’area di libero scambio del sud-est asiatico). Si tratta di una tendenza mondiale: non solo la Russia negozia free trade agreement con la Cina e l’India e queste tra di loro, ma sorgono come funghi trattati multilaterali, unioni doganali (in Africa e nel Pacifico si nota un particolare dinamismo), persino monete uniche o codici di commercio transnazionali (ancora una volta la giovane Africa va veloce).

Il trattato più importante recentemente firmato è il Tpp, tra gli Usa e un nutrito numero di Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, dal Giappone all’Australia, passando per Nuova Zelanda, Messico, Malesia, Singapore, Cile e così via. Gli Stati Uniti però devono ancora ratificarlo e, con le politiche neo-protezioniste proclamate da Trump e da Hillary Clinton, la sua entrata in vigore non è così certa.

L’Unione europea non sta con le mani in mano: nel 2011 ha concluso un patto di libero scambio con la Corea del Sud (il primo con un Paese asiatico) che ha avuto effetti spettacolari. Infatti le esportazioni di merci europee sono aumentate in meno di 5 anni del 55% (con percentuali più alte per quelle liberalizzate anche solo parzialmente) da 30 a 47 miliardi di euro, e anche la Corea ha aumentato il suo export, benché quello che prima era un deficit commerciale per il Vecchio continente si sia trasformato in un surplus di 6 miliardi di euro. Simili exploit si sono registrati nella prestazione transfrontaliera di servizi.

Bruxelles ha poi firmato il Ceta, vale a dire il trattato con il Canada, che ora, con curiosa procedura, dovrà passare non solo per il Parlamento europeo ma per tutti i parlamenti nazionali, dando così potere di ricatto a chiunque e come minimo allungando i tempi di entrata in vigore. Infine, l’Unione sta negoziando altri importanti accordi con il Giappone ( Japan Free Trade Agreement) , la Cina ( China Investment Agreement) e sta rivedendo trattati già in vigore o è seduta a nuovi tavoli con l’America Latina (Mercosur), l’Africa soprattutto Occidentale e l’Asia meridionale.

Perché sarebbe importante fare presto e concludere le negoziazioni in corso? Prima di tutto perché più si aspetta più si ritardano i benefici che ad esempio il libero scambio con la Corea ha reso evidenti. Inoltre, in un mondo in cui nel futuro prevedibile (agli scenari a 30 anni non ho mai creduto, ed empiricamente direi che è uno scetticismo ragionevole) il peso di Cina, India e Africa è destinato a crescere di più di quello dell’Europa, è bene che le regole del gioco del commercio mondiale siano impostate ora con quei Paesi con cui condividiamo valori e strutture politiche. Se oggi come europei facciamo storie sulla presunta inflessibilità americana al tavolo delle trattative (che peraltro verte su punti non essenziali del Ttip), forse non abbiamo idea di cosa vorrà dire tra qualche anno sedersi al tavolo con diplomatici cinesi rappresentanti un Pil doppio del nostro.

@aledenicola

Formazione senza arbitro

Contratti con i Fondi interprofessionali senza arbitro. Anac e Antitrust hanno confermato, rispettivamente con una nota di gennaio 2016 e un Parere di aprile 2016 (si veda ItaliaOggi dell’ll maggio), che i Fondi interprofes­sionali per la formazione sarebbero organismi di diritto pubblico, con conseguente applicazione del codice dei contratti pubblici e la vigilanza dell’Anac. A oggi però nessuna autorità sembra confermare concretamente un ruolo di vigilanza e di presidio di contratti e controversie nel mercato, in cui sono evidenti forti interessi sindacali e di molteplici associazioni datoriali.

L’assenza di contratti presta il fianco a possibili arbitra­rietà che condizionano concorrenza e operatività delle imprese e degli enti formativi del sistema, come rilevabile dalle raccomandazioni fornite dall’antitrust al ministero del lavoro (da cui i Fondi dipendono) affinché nonni ade­guatamente per maggiore trasparenza e concorrenzialità nel sistema.

L’operatività dei Fondi è regolata da manuali imposti unilateralmente dagli stessi a imprese ed enti formati­vi. Le interpretazioni spesso soggettive a cui si presta­no, per esempio per documentazione richiesta ex post in rendicontazione, possono interferire notevolmente nell’operatività, non essendoci arbitri cui riferirsi per possibili dialettiche, né contratti a monte dei rapporti. L’imposizione di contratti, rilasciati a imprese iscritte (con trasparenza di condizioni e impegni reciproci), così come agli enti formativi (che collaborano con i Fondi per l’iscrizione delle aziende, consulenza e progettazione dei corsi), eliminerebbe buona parte delle diatribe.

Occorre però che un’autorità si accolli ufficialmente la responsabilità di presidiare concretamente la contrat­tualistica nonché le eventuali controversie che non pos­sono essere delegate al giudice civile se non in ultima istanza.

Il ministero del lavoro non aveva e non ha concreti stru­menti di intervento, nonostante i Fondi gestiscano denaro pubblico. Fino a qualche mese fa era possibile, per i poteri attribuiti, esigerne i bilanci e commissariarli, come è già avvenuto in un paio di casi. Ora invece, non ancora decollata l’Anpal, sotto il cui presidio dovrebbero ricadere tutte le politiche attive, risulta impossibile effettuare alcun controllo a beneficio del mercato.

Patrizia Del Prete

Pubblicato su ItaliaOggi

——oooooo——

Patrizia Del Prete

Laureata in Economia Applicata a Torino (Facoltà di Scienze Politiche, Indirizzo Economico), master in Marketing e Comunicazione, Scuola di Giornalismo e PR, ha lavorato dal 91 al 2001 nel Gruppo Bancario Sanpaolo, prima per la SP Formazione Spa (società di training e consulenza manageriale, per conto della quale seguiva il Cimark, consorzio della SAA di Torino per l’Innovazione del Marketing), poi nel settore della pianificazione strategica e controllo di gestione, della comunicazione e infine come responsabile del marketing del sito Internet della Banca

Trasferitasi a Milano, ha operato nel 2001 e 2002 come manager per D&C  Financial Communication, successivamente in Net Brain, società di consulenza strategica del mondo Internet, per la quale ha vinto la gara per il concept di marketing e i contenuti del sito WEB del gruppo Carrefour del 2003.

Nel 2004, come marketing manager, ha seguito lo start up del gruppo americano Nationwide (Europewide), curandone l’immagine corporate e ideando gli strumenti per la vendita dei prodotti.

Negli anni successivi ha poi operato come dirigente in un’impresa di marketing della fidelizzazione (Royal & Loyal) e in un ente formativo (Italiaindustria).

Nel 2009 ha fondato Consophia (www.consophia.it), società di formazione e consulenza indipendente, certificata da Accredia per attività di training e placement, specializzata nel  reperimento fondi per il finanziamento di formazione, coaching e consulenza. Consophia si occupa anche nella implementazione, su richiesta, di piani formativi “chiavi in mano” in tutte le aree, oltre che di progetti di comunicazione e marketing innovativi, con il supporto di assessment propedeutici, finanziabili con fondi.

Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

Liberare la PA

I Casi di due aziende, Phase e Buzzoole, di cui si è parlato recentemente, testimoniano che, salvo rare eccezioni di eccellenza e straordinario impegno civico, la Pubblica amministrazione italiana è ancora incagliata e rappresenta uno, se non il principale, ostacolo alla crescita dell’economia e allo sviluppo di una società sana.

Permane una situazione in cui vi sono ancora persone poco motivate o poco preparate e vi è una grande confusione normativa che si accompagna ad una definizione di obiettivi poco chiari.

Bellissimo è stato il recente editoriale di Sabino Cassese che ha spiegato con grande lucidità come uno dei problemi della macchina statale sia l’eccessiva invadenza del Legislatore e della Politica in questioni troppo tecniche e di dettaglio che finiscono per ingessare l’operatività della macchina amministrativa invece di dare degli strumenti concreti per agire. Su questo immobilismo qualcuno prospera, mentre il cittadino e le aziende attendono invano servizi efficaci, che gli facciano perdere meno tempo, a cui si aggiunge un’eccezionale pressione fiscale a loro carico.

I buoni casi di amministrazione sono proprio quelli in cui i gestori, commissari o dirigenti riescono, per varie ragioni (urgenza, specificità o situazioni contingenti) a liberarsi del controllo oppressivo delle norme e delle formalità applicando criteri di buon senso e non formalismi bizantini. Per contro i casi di corruzione, invece che puniti severamente e in modo rapido, vengono utilizzati per irrigidire ancora di più le norme senza poi avere degli strumenti chiari di controllo e di verifica dei risultati degli enti pubblici.

Proprio pochissimi giorni fa è stato pubblicato il testo definitivo del decreto di modifica del D.Lgs. 33/2013 di revisione delle disposizioni in materia di trasparenza, con cui si introduce anche quello che pomposamente abbiamo voluto definire il Freedom of Information Act, o FOIA, italiano.

Esso rappresenta un passo indietro sulla trasparenza a favore del cittadino perché nel D.Lgs. 22/2013 era esercitabile per i cittadini il diritto civico alla trasparenza, mentre ora esso è stato limato e ridimensionato, introducendo un’eccessiva burocrazia.

Appare altresì grave e negativo che gli obblighi di pubblicazione a cui devono sottostare le pubbliche amministrazioni, già in essere grazie all’implementazione della sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti web delle PA, saranno sostituiti da informazioni da pubblicare a link e/o banche dati che non sono state definite ne indicate. A tutto questo si aggiungono tipologie di accesso differenti (ben tre!) che complicheranno ulteriormente i diritti dei cittadini ad avere accesso ai dati.

Come dice quindi giustamente Cassese, la prima cosa da fare per avere una Pubblica amministrazione più efficiente è di liberarla dal controllo di regole troppo specifiche e puntuali.

Secondariamente il Legislatore e la Politica devono garantire alcune importanti condizioni per cui la macchina amministrativa possa funzionare.

La prima condizione è di avere una Leadership credibile. Ovvero qualcuno ai vertici che possa vantare risultati concreti, competenze e il rispetto della comunità professionale, semplici endorsement politici o l’aver superato esami formali non basta.

La seconda condizione è che la macchina amministrativa si basi sull’ascolto dei dipendenti pubblici, e questo non significa che bisogna barattare il silenzio connivente del personale con un rinnovo contrattuale o un piccolo aumento o la sicurezza del posto fisso. Significa che il personale deve essere ascoltato, coinvolto, motivato e responsabilizzato.

Il terzo punto è la Meritocrazia. Serve avere dei Meccanismi premiali veri, non premi a pioggia, e un’opportuna flessibilità organizzativa per spostare chi non è adatto ad una mansione e dare maggiore responsabilità a chi merita. Questo perché uno dei fenomeni tipici della Pa italiana è la grande variabilità dei risultati come dimostrano i test Invalsi, le performance dei Tribunali, della Scuola e della Sanità.

L’ultimo punto, forse il più importante, è l’utilizzo del Giudizio del cittadino come principale barometro del successo o insuccesso di un ente e di un’organizzazione. Non avendo un mercato o dei competitor gli enti pubblici devono mostrare in modo trasparente quali sono i propri obiettivi e se e come li hanno raggiunti ed avere dei sistemi di monitoraggio della soddisfazione del cittadino nell’utilizzo dei servizi. Se ci fossero questi strumenti emergerebbero differenze di risultato e sarebbe possibile premiare chi Merita in modo importante.

Aspettiamo quindi con speranza il Testo Unico del Pubblico Impiego in prossima uscita e auspichiamo che possa tenere in considerazione questi punti, per dare completamento, dopo due anni, ad una riforma che sia una vera opera di Liberazione nazionale della Pubblica Amministrazione.

Una riforma che metta al centro la soddisfazione del Cittadino e non del Legislatore.

Boggian e Tumietto di Forum Meritocrazia

 

L’assioma di Knight e gli #economisti

[il] ragionamento degli economisti… che gli uomini lavorino per sforzarsi di uscire dai guai è almeno per metà un capovolgimento dei fatti. Le cose per cui si lavora sono causa di fastidi tanto spesso quanto di soddisfazione; con la medesima ingegnosità ci si mette e si esce dai guai, ed in ogni caso ci si resta… Un uomo che non ha nulla di cui preoccuparsi nell’immediato si dà da fare per creare qualcosa, si getta in qualche gioco che lo assorba, si innamora, si prepara a conquistare qualche nemico, oppure caccia i leoni, cerca di raggiungere il polo nord o quant’altro[1].

[1]                   F.H. Knight, The Ethics of Competition, New York, Harper & Bros., 1936, p. 32.

TTIP – I nazionalismi, i populismi e le lotte elettorali, tutti d’accordo: meglio litigare!

Io credo fermamente che un uomo di stato debba conoscere i principali dettami della scienza economica; o per lo meno saper ascoltare coloro che tali dettami conoscono. Quando essi ignorano tali dettami, commettono grandi errori: costringono gli agricoltori a coltivare prodotti comparativamente più costosi e si aspettano poi che il prodotto netto dell’agricoltura nazionale aumenti. Ingiungono agli industriali di scemar con ogni mezzo il costo dei prodotti della loro industria e proibiscono loro di acquistare anche all’estero materie prime, macchine e altri strumenti”. Per questa sua frase contro l’autarchia e la “battaglia del grano”, Umberto Ricci, economista liberale della prima metà del ‘900, dopo essersi già dimesso dall’Accademia dei Lincei per non giurare fedeltà al fascismo, nel 1934 perse la cattedra universitaria e andò in esilio a insegnare al Cairo e a Istanbul.

Oggi la situazione non è certo la stessa, ma i venti che spirano contro il libero commercio sono ripresi vigorosi. Si è creata infatti in Europa un’alleanza tra gli eredi del fascismo e del comunismo (entrambe in versione democratica e 2.0, certo) che, appoggiati da certi esponenti di una pluri-millenaria tradizione religiosa (la religione in sé niente ebbe da dire sui vantaggi comparativi del libero scambio, salvo dover intervenire deus ex machina quando – per difetto della distribuzione commerciale dell’epoca – mancarono pani e pesci nei pressi del Mare di Galilea e il vino alle nozze di Cana) e da concreti interessi economici di industrie inefficienti, ha organizzato una vera e propria crociata contro l’apertura delle frontiere, che trova un bersaglio ideale nel Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) in negoziazione tra Stati Uniti e Unione europea.

Per carità, anche negli Stati Uniti la chioma argentea di un vecchio socialista ciarliero e quella cotonata di un astuto trombone miliardario stanno sferrando pesanti attacchi contro il libero scambio, ma questo non ci è di consolazione, semmai aggrava lo sconforto. La conservazione e l’ideologia hanno sempre frenato le innovazioni anche più ovvie (basti pensare ai luddisti inglesi) ma certamente risulta strano che in epoca di piena globalizzazione, dove si è perennemente connessi o in viaggio e si acquistano gadget, macchinari e servizi provenienti da ogni parte del mondo, si sia sviluppata una repulsione così irrazionale nei confronti del commercio. Fortunatamente la quasi totalità degli economisti ancora accetta l’assunto che il “free trade” è benefico per tutte le nazioni, sia che importino sia che esportino. L’intuizione la possiamo far risalire alle parole che, mentre era predominante la teoria mercantilista, Adam Smith scrisse nella “Ricchezza delle nazioni”: “E’ la massima di ogni uomo prudente, a capo della sua famiglia, di non cercare mai di fare a casa ciò che gli costerà più fare che andare a comprare”.

Ma torniamo al Ttip. Porterà vantaggi economici? Finora la stragrande maggioranza degli studi (Cepii, Cepr, Fondazione Bertelsmann, World Trade Institute, Atlantic Council) dice di sì. In prospettiva, dallo 0,3 allo 0,5 per cento del pil di crescita in più all’anno (un’enormità, soprattutto per paesi a basso tasso di sviluppo come l’Italia) equamente distribuita tra Europa e America. E’ vero che questi studi sono a volte un po’ simpatetici e in più stimano anche gli effetti dell’eliminazione di barriere non tariffarie, più difficili da calcolare dell’abbassamento dei dazi doganali, ma tant’è. E comunque l’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri. Il fatto che su alcuni argomenti le parti non siano d’accordo (come l’apertura alle merci europee negli appalti americani o la denominazione di origine controllata di cibo e vino) è la scoperta dell’acqua calda: cosa si negozierebbe altrimenti?

Il Ttip porterà senza dubbio anche vantaggi politici. Prima di tutto impedirà la deriva degli Stati Uniti verso il Pacifico: ricordiamoci che il Trans-Pacific Partnership (Tpp), accordo con 11 stati affacciati su quell’oceano, è già stato firmato. Anche il più convinto anti-yankee non può avere piacere che l’Europa abbia scarsa influenza su Washington e che il mercato americano sia meno accogliente verso le merci del Vecchio continente. Inoltre, le regole del commercio internazionale è meglio scriverle insieme, tra paesi democratici e a economia di mercato, piuttosto che doverle negoziare in posizione disunita con paesi che prendono i loro interessi molto sul serio, come Cina, Russia e India, e che hanno sistemi di valori non proprio coincidenti con i nostri.

Pericoli del Ttip? “Ogm, carni con ormoni, polli alla candeggina, esperimenti sugli animali per testare i cosmetici!”. Ora, a prescindere dal fatto che, per esempio, sugli ogm il pragmatico approccio americano sarebbe migliore di quello europeo che è “prudente” e abbastanza antiscientifico, la Commissione europea e molti governi hanno ribadito varie volte che questi argomenti non sono negoziabili; anzi, la commissaria per il Commercio, Cecilia Malmström, esagerando, ha affermato che le regolamentazioni potranno essere solo più stringenti, non meno (che razza di liberale! Il presupposto è che più si regola meglio è).

Insomma, crescita economica, convenienza politica, rischi limitati e persino concordanza tra gli studiosi sulla teoria dei vantaggi comparativi del libero scambio: cosa potrebbe fermare il Trattato? Il populismo e la legge di Murphy, che nella scienza economica è stata così teorizzata dall’accademico di Princeton, Alan Blinder: “Gli economisti hanno la minima influenza sulle politiche dove ne sanno di più e sono maggiormente in accordo; hanno la massima influenza sulle politiche dove ne capiscono di meno e litigano nel modo più veemente”. Appunto.

Ancora su stagnazione secolare

Molti articoli, come questo, pur partendo da prospettive diverse tendono a sostenere un’interpretazione convergente: eccesso di “inventario” finanziario improduttivo.

Fenomeno che viene chiamato in molti altri modi: eccesso di capitale in circolazione, troppa massa monetaria, troppi debiti da pagare, capitale che cresce più del lavoro o del GDP (in particolare quello pro capite), bassa produttività, e in altri modi. Insomma il sistema starebbe riassorbendo l’enorme massa monetaria artificiosamente e inutilmente creata negli ultimi trent’anni. Il problema si aggrava anche perché mentre l’enorme massa di denaro si riduce, si riducono anche le persone che campano sulla movimentazione del denaro, in una spirale la cui rotazione è molto difficile da invertire.
Ma forse gli elementi che colpiscono maggiormente sono:

  • L’efficienza sui costi di produzione – La globalizzazione ha consentito gigantesche efficienze spostando la produzione in aree dove il lavoro costa meno. Il risultato è stato un generale abbassamento dei costi cioè dei prezzi (deflazione). Il fenomeno non può che essere transitorio, dato che la ridistribuzione della ricchezza fra Paesi ricchi e Paesi emergenti colmerà il divario sul costo del lavoro, ma i tempi di allineamento fra le economie globali sono lunghi.
  • L’efficienza dell’economy sharing – La disintermediazione, la smaterializzazione (es: prodotti editoriali, amministrativi, bancari), lo spossessamento dovuto alla condivisione dei mezzi, abbatte la domanda dei mezzi. Non si tratta solo del bike-sharing, ma anche per esempio dello sharing dei voli aerei a favore della saturazione dei velivoli. Paradossalmente il sistema abbassa i costi diminuendo la domanda di mezzi invece di aumentarla come è accaduto nel passato.
  • L’efficienza energetica – Gli altissimi costi, semi-monopolistici, dell’energia hanno spinto la ricerca a trovare soluzioni per abbassarne i consumi (trasporti, forme di energia, ecc.). È un altro abbattimento della domanda che espelle dal sistema i produttori di energia ad alto prezzo e riduce la domanda di mezzi energivori.
  • La saturazione della domanda – Non si può comprare più di un certo numero di cellulari procapite o altri ammennicoli che sembrano ad alta innovazione, ma in realtà sono solamente grandi volumi di prodotti venduti massivamente alla popolazione mondiale che a loro volta indirettamente aumentano l’efficienza del sistema globale
  • La velocità della produzione – La capacità produttiva si misura anche in capacità di consegnare grandi quantità di prodotti in tempi brevissimi. Il che implica un’enorme capacità produttiva utilizzata in intervalli di tempo compressi. È una capacità produttiva costosa e perciò va alimentata da un flusso continuo di nuovi prodotti che non ci sono né vengono richiesti dal mercato.

In sintesi, alla popolazione servono prodotti e servizi realmente innovativi, mentre il sistema continua a produrre oggetti e servizi scarsamente attrattivi. Decisamente i più grandi “consumatori” di denaro sono i governi che per lo più producono servizi a valore aggiunto veramente molto basso, salvo che nei rari casi di innovazione, spesso tecnologica, per esempio nei sistemi di intelligence e di security e nei sistemi della salute. L’efficienza della globalizzazione e dello sharing è ancora lontana dalla soglia del massimo “risparmio”. Continuerà a mietere fabbriche e lavoro. Non si tratterebbe quindi di scarsità di domanda, ma di eccesso di offerta accompagnata da un’offerta finanziaria anche più ingombrante.

Qual è dunque la ricetta per tornare a crescere in produttività e in GDP procapite?
Nessuno lo sa. Ma forse gli ingredienti della ricetta vanno ricercati nella troppo rara e troppo poco distribuita disponibilità del capitale di conoscenza che da sempre è il motore primario dell’innovazione e della migliore qualità della vita (domanda e offerta).

#Gig economy

Non una parola ambigua, ma una nuova frase sociologica che viene dovei cambiamenti sociologici sono fenomeni accettati dalla società.

A gig economy is an environment in which temporary positions are common and organizations contract with independent workers for short-term engagements.

The trend toward a gig economy has begun. A study by Intuit predicted that by 2020, 40 percent of American workers would be independent contractors. There are a number of forces behind the rise in short-term jobs. For one thing, in this digital age, the workforce is increasingly mobile and work can increasingly be done from anywhere, so that job and location are decoupled. That means that freelancers can select among temporary jobs and projects around the world, while employers can select the best individuals for specific projects from a larger pool than that available in any given area.

Digitization has also contributed directly to a decrease in jobs as software replaces some types of work and means that others take much less time. Other influences include financial pressures on businesses leading to further staff reductions and the entrance of the Milennial generation into the workforce. The current reality is that people tend to change jobs several times throughout their working lives; the gig economy can be seen as an evolution of that trend.

In a gig economy, businesses save resources in terms of benefits, office space and training. They also have the ability to contract with experts for specific projects who might be too high-priced to maintain on staff. From the perspective of the freelancer, a gig economy can improve work-life balance over what is possible in most jobs. Ideally, the model is powered by independent workers selecting jobs that they’re interested in, rather than one in which people are forced into a position where, unable to attain employment, they pick up whatever temporary gigs they can land.

The gig economy is part of a shifting cultural and business environment that also includes the sharing economy, the gift economy and the barter economy.