Errori di misura sul lavoro.

Voler tradurre a tutti i costi la qualità della prestazione in quantità, in funzione della valutazione, senza saperlo fare, può produrre mostri.

“Lettera sul Lavoro” pubblicata sul Corriere della Sera il 6 gennaio 2016, in occasione dell’uscita del libro di Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, Measurement Madness. Recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015) .

Ci sono Paesi come il nostro dove si fanno le barricate contro l’idea di tradurre la qualità del lavoro in indici quantitativi, per poter misurare la prestazione e quindi valutarla. Ultimamente abbiamo visto erigere quelle barricate contro la pretesa dell’Invalsi di valutare l’efficacia dell’insegnamento scolastico, ma le avevamo viste erigere anche contro la pretesa dell’Anvur di valutare l’attività di ricerca universitaria, o contro l’idea che una parte della retribuzione degli impiegati pubblici possa essere collegata a indici di produttività degli uffici o dei singoli. Da noi viene mobilitato persino il diritto alla privacy per impedire la valutazione della performance dei dipendenti pubblici, o quanto meno la conoscibilità del suo esito.

In altri Paesi, invece, soprattutto nel nord-Europa e nel nord-America, il principio della valutazione è non solo acquisito, sia nel settore pubblico sia in quello privato, ma praticato talvolta in modo eccessivo, acritico, quindi inutile o addirittura fuorviante. Per avvertirci di questo rischio tre studiosi – Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, tutti e tre docenti in atenei inglesi, che a misurazione e valutazione hanno dedicato la vita – ora hanno ritenuto di dedicare un libro alla Measurement Madness: recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015); cioè alle follie, o anche soltanto alle insidie, agli errori, e alle vere e proprie trappole in cui si può cadere quando ci si avventura su questo terreno senza il know-how e le avvertenze necessarie. Lo hanno fatto nel modo più amichevole verso la generalità dei possibili lettori, quindi con un linguaggio assolutamente semplice, scevro da tecnicismi, rifuggendo da ogni astrazione e proponendo invece decine di casi di uso della misurazione della performance avventato, sprovveduto, inerziale, opportunistico, furbesco, o inconsulto, comunque non utile per una valutazione attendibile, effettivamente verificatisi nell’ultimo decennio in amministrazioni pubbliche o in grandi imprese private di tutto il mondo. Oppure di casi nei quali il sistema di misurazione consente ai misurati di distorcere il risultato a proprio vantaggio, o li induce a distorcere la prestazione dalla sua vera funzione al solo fine di ottenere un indice di performance falsamente migliore. Dall’osservazione di questi casi si traggono diverse conclusioni per nulla scontate: la misurazione funziona poco se viene introdotta soltanto per controllare i comportamenti, mentre dà i risultati migliori se è mirata a trarne indicazioni utili per migliorare servizi, prodotti, o processi; se ai risultati della misurazione si collegano direttamente dei premi, i rischi di distorsione aumentano: meglio comunque attribuire i premi a gruppi di persone e non ai singoli; la valutazione individuale, invece, può costituire essa stessa, da sola, un premio efficace, dando risultati ottimi in termini di motivazione del personale. E dalle loro osservazioni gli autori traggono dieci regole auree per la buona impostazione della misurazione e della valutazione, che probabilmente diventeranno d’ora in poi un decalogo ineludibile per chiunque si occupi di questa materia.

Viene citato anche un “caso” ambientato in Italia. Ma questa volta soltanto per denunciare l’allergia alla valutazione della performance che ispira i vertici delle nostre amministrazioni pubbliche. E qui non è difficile vedere la mano di quello, dei tre Autori, di origine italiana, che cinque anni fa venne richiamato in patria dall’Inghilterra per far parte della Civit, l’autorità per la valutazione delle amministrazioni pubbliche – appunto – istituita dalla c.d. legge Brunetta del 2009, e che dopo un anno clamorosamente si dimise constatando che il meccanismo girava a vuoto.

Nonostante che su questo terreno in Italia siamo poco tanto più indietro rispetto al nord-Europa, la lezione sofisticata di Gray, Micheli e Pavlov riguarda direttamente e immediatamente anche noi. Perché anche le nostre grandi imprese cadono negli stessi errori in cui cadono quelle straniere; e perché, sia pure in ritardo, finalmente anche noi stiamo incominciando a praticare la misurazione e la valutazione della performance nel settore pubblico. E proprio il ritardo con cui affrontiamo il problema ci rende più inesperti, quindi più esposti al rischio di errori, di trappole, di pratiche controproducenti. L’unico vantaggio insito nell’essere, per questo aspetto, un Paese arretrato sta nella possibilità di sfruttare a costo zero l’esperienza accumulata da altri attraverso decenni di sperimentazione e affinamento delle tecniche di misurazione e valutazione. Ecco perché sarebbe molto importante che questo libro venisse letto attentamente – oltre che da molti amministratori delegati di imprese private – soprattutto negli uffici del ministero della Funzione pubblica e in quelli di molti altri ministeri romani.

Pietro Ichino
http://www.pietroichino.it/?p=38416

Il regolatore in barca

Sul fiume Cam si sfidano da decenni alcune gondole. Una parabola del mercato e dei suoi nemici.

Molti lettori avranno visitato Cambridge e quindi già conoscono la nobile arte del punting. Per chi non ne avesse ancora avuto l’opportunità, la descrizione è semplice. Una punt boat è una specie di gondola con la prua quadrata che originariamente veniva utilizzata per caccia e pesca sportive ma oggidì solo per brevi gite di piacere. La tecnica di navigazione è simile a quella delle cugine veneziane e, svolgendosi in acque ancor più placide e meno profonde del Canal Grande, non occorre una grande tecnica per diventare un punter e usare la pertica che funge da remo. Attenzione però, come ammoniva Jerome K. Jerome nel suo spassoso “Tre uomini in barca”, uno dei capolavori della letteratura umoristica inglese: “Il punting non è semplice come sembra. Come nel canottaggio, impari presto ad andare e maneggiare lo scafo, ma è necessaria una lunga pratica prima che tu possa farlo con dignità e senza infradiciarti fin sopra le maniche”.

Sia come sia, il punting è stato introdotto a Cambridge all’inizio del secolo scorso (anche se, come per ogni tradizione britannica, un forestiero è portato a pensare che già ci facessero le loro gite romantiche Robin Hood e Lady Marian) e da allora è diventato popolarissimo.

Ogni college ha barche di proprietà riservate ai suoi membri (solo il Trinity le noleggia al pubblico) e in più sono nati vari consorzi e società che, utilizzando spesso gli studenti come barcaioli, scorrazzando alla velocità di 3 km orari per il tranquillo fiume Cam turisti e allegre brigate di universitari che organizzano picnic e qualche bevuta.

Il punting può essere praticato affittando la barca, oppure facendosi trasportare da una compagnia di navigazione, autorizzata dall’apposita autorità, i Conservators, che si occupano del fiume dal 1702, oppure indipendente o da un singolo punter. Si tratta di un business che vale milioni e milioni di sterline e quindi fa gola a molti. Altra circostanza importante è che il passatempo è piuttosto innocuo. L’incidente più frequente consiste nello schiacciamento di dita tra una barca e l’altra, qualche occasionale tuffo (la punt boat è stabilissima e naviga in acque calme), talvolta una beccata di un cigno e poco altro.

Ma laddove c’è un’attività economica ecco che arriva il regolatore, impersonato dal Consiglio comunale di Cambridge e dai Conservators. Tre sono le preoccupazioni principali: che i residenti vengano molestati dai locali gondolieri privi di licenza che si fanno pubblicità sia per strada che vicino ai pochi moli disponibili, il sovraffollamento soprattutto estivo del fiume e che la sicurezza dei passeggeri sia a rischio . E così, prima di iniziare la gita, i barcaioli dovranno leggere le safety instructions come negli aerei e mettere a disposizione dei gitanti i giubbotti di salvataggio che dovranno essere conservati in un apposito locale. I conduttori non potranno essere ubriachi né tenere la musica a tutto volume e saranno obbligati ad applicare adesivi sulla barca con le istruzioni di sicurezza. Inoltre, il “touting” (il sollecitare i clienti) in posti non autorizzati (in primis la celebre King’s Parade dove si affacciano alcuni tra i più prestigiosi e bei college) potrà essere considerato un reato penale. Ultimo provvedimento dei Conservators che ha scatenato vibranti polemiche su Cambridge News, è stato il blocco di un approdo non autorizzato ostruendo il passaggio con una chiatta.

Un elemento piuttosto curioso della vicenda è che il principale operatore di punting, Scudamore, ha circa il 60% del mercato, gode di una posizione di  semi-monopolista, ha avuto in affitto per 100 anni e a prezzi bassi il pontile di approdo più importante e siede nel Board dei Conservators! Peraltro, benché a fronte di 250 barche autorizzate, ce ne siano solo 20 “pirata”, è pur vero che  una licenza costa 2.000 sterline l’anno e i commercianti in King’s Parade si lamentano della presenza dei barcaioli indipendenti che a loro dire infastidiscono i turisti.

In breve: siamo di fronte alla classica situazione in cui un regolatore si trova in presenza di un mercato oligopolistico, dove le essential facilities (gli approdi delle barche e le strade dove farsi pubblicità) sono limitate; l’operatore dominante siede tra i regolatori che concedono licenze col contagocce e le nuove misure di sicurezza innalzano una barriera all’entrata a favore di chi è già presente, nonostante che nel passato non ci siano stati veri problemi e senza che vengano diminuiti i (pochi) incidenti che capitano soprattutto ai dilettanti che affittano la punt boat per le proprie gite.

Come suole accadere in queste situazioni, ci sono diritti legittimi ma contrastanti, tipo quello dei negozianti di avere King’s Parade libera e quella dei punter di farsi pubblicità. Ma quando ci sono dei settori economici in cui predominano delle corporazioni, peggio ancora se composte da pochi oligopolisti, si assiste al solito copione: si invocano ragioni di sicurezza o di salute, si restringe la concessione di autorizzazioni o l’apertura di nuovi spazi fisici dove esercitare il mestiere, il tutto con lo scopo di ostacolare l’ingresso dei nuovi concorrenti, che certamente non devono godere di privilegi, ma la cui esistenza, assenza di incidenti e gradimento del pubblico dimostrano l’inutilità di buona parte delle regolamentazioni cui sono sottoposte le attività ufficiali. 

E’ una lotta continua tra chi è dentro e chi è fuori, che si tratti di lavoratori sindacalizzati e protetti nei confronti di quelli flessibili, dei tassisti con licenza rispetto a quelli dilettanti, dei farmacisti con i parafarmacisti, delle gondolette sul Cam e di quelle sul Canal Grande.

Alessandro De Nicola
Su il Foglio
@aledenicola

Il nostro buon senso: P.A. uber alles e l’alibi delle “richieste dell’Europa”

Una delle frasi più ritrite e controproducenti che i governanti hanno ripetuto in questi anni è stata “ce lo chiede l’Europa”. Di solito la si pronunciava per giustificare l’aggiustamento dei conti pubblici, come se il non andare in bancarotta fosse un sacrificio che compivamo per Bruxelles e non per noi stessi. Le riforme e un bilancio statale in ordine ci sono chiesti dal buon senso, invece, qualità di cui a volte politici e sindacalisti difettano in modo strabiliante.
Prendiamo il diritto del lavoro. L’appena pubblicato rapporto sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni pone l’Italia in una posizione molto bassa rispetto al resto d’Europa quanto a flessibilità del mercato occupazionale e ad efficacia della normativa. La speranza di chi lo legge è che, non avendo gli estensori fatto in tempo a considerare le riforme sui contratti a tempo determinato e il Jobs Act, nei prossimi anni la situazione possa migliorare.

Classifica ed efficienza potrebbero peraltro ulteriormente progredire visto quanto ha stabilito pochi giorni fa la Corte di Cassazione e cioè che il nuovo articolo 18 si applica anche ai lavoratori statali. In altre parole, come era evidente a molti, salvo che a buona parte della classe politica e soprattutto al ministro Madia, non è logico che per i nuovi assunti del settore pubblico non siano valide le disposizioni che rendono meno complicato il loro licenziamento. D’altronde, come avevano fin da subito notato il senatore Ichino e il sottosegretario Zanetti, e ha ora ribadito la Suprema Corte, Il Testo unico sul pubblico impiego prevede che lo Statuto dei lavoratori si applica nella “forma vigente” anche ai rapporti di lavoro pubblico.

Bene, cosa avrebbe fatto un governo sinceramente riformatore a questo punto? Salvato dal dovere legiferare sul punto dalla Corte di Cassazione, avrebbe incassato il risultato e la storia sarebbe finita lì. Invece, l’ineffabile ministra insiste che secondo lei (celebre giuslavorista) il Jobs Act non vale per il settore pubblico e comunque le cose verranno messe a posto dalla sua prossima riforma della P.A. Peccato che, se così accadesse, potrebbero addirittura aprirsi profili di incostituzionalità per disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati. Insomma, contro il buon senso non solo ci si rifiuta di introdurre un po’ di efficienza nella P.A. ma si vogliono aprire le porte a un periodo di incertezze e ricorsi che durerebbe per anni.

Ma la fantasia dei politici è ancor più fervida. Infatti, approfittando dell’esame del disegno di legge per l’attuazione delle direttive comunitarie, un gruppo di deputati trasversali, Pd e Pdl, grillini e leghisti, ispirati dall’ex ministro Damiano e dalla ex presidente del Lazio Polverini, entrambi sindacalisti, ha introdotto una serie di modifiche alla normativa sugli appalti pubblici che adesso dovranno essere discusse in Senato.

In particolare, nel momento in cui viene cambiato l’appaltatore, diventerebbe obbligatorio utilizzare, almeno parzialmente, «manodopera o personale a livello locale ovvero in via prioritaria gli addetti già impiegati nel medesimo appalto »; inoltre si dovrebbe assicurare «la continuità dei livelli occupazionali ». Non paghi, per gli appalti ad «alta intensità di manodopera» i nostri eroi hanno previsto l’applicazione, per ciascun comparto, del «contratto collettivo nazionale di lavoro che presenta le migliori condizioni per i lavoratori» e l’introduzione di «clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato ». A commentare questi emendamenti si è quasi imbarazzati, perché all’insensatezza dei proponimenti si aggiunge una certa ignoranza dell’ordinamento. Ad esempio, obbligare ad assumere gente del posto va contro la libertà di circolazione delle persone e dei lavoratori sancita dai trattati europei. Anche la clausola luddista per la quale, pur se un appaltatore ha migliore tecnologia e quindi per fare lo stesso lavoro ha bisogno di meno persone, deve necessariamente garantire la continuità occupazionale, va contro quanto stabilito dalla Corte di Giustizia Europea. I giudici di Lussemburgo hanno difatti stabilito già dal 1991 che sono vietate le normative nazionali che inducono le imprese «a non servirsi della tecnologia moderna, con conseguente aumento dei costi delle operazioni e ritardi nella loro esecuzione». Con l’emendamento della Camera se il nuovo appaltatore disponesse di personale più capace e volenteroso del precedente, dovrebbe rinunciarvi: che bella giustizia sociale.

In generale si tratta di clausole o risibili, tipo quella di applicare il Ccnl più favorevole ai lavoratori “a prescindere”, come avrebbe detto Totò, da ciò che vogliono le associazioni rappresentative delle parti, o tese a scoraggiare l’efficienza e ad aumentare i costi per la P.a.

Purtroppo, la trasversalità di questa cultura dell’inefficienza e del populismo è impressionante: forse è a causa di ciò che per molto tempo ancora, invece che reclamare riforme incisive che facciano ripartire il Paese perché ce lo impone il buon senso, saremo costretti a dire che “ce lo chiede l’Europa”.

adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Quel pasticciaccio brutto delle 4 banche (altre 10 in arrivo?)

Purtroppo quella che era destinata ad essere l’ennesima storia di malgoverno bancario e di clienti e soci gabbati, ha assunto i colori della tragedia a causa del povero pensionato di Civitavecchia che si è tolto la vita, umiliato per sentirsi tradito dalla “sua” Banca Popolare dell’Etruria che gli aveva venduto obbligazioni rivelatesi carta straccia.

In questi casi le notizie si sovrappongono con le dichiarazioni, da quelle roboanti delle solite associazioni dei consumatori a quelle di politici ed esponenti di governo, le audizioni si infittiscono e alla fine rimangono le foto sui giornali del risparmiatore che innalza il cartello contro le banche predatrici.

Anche questa volta, si potrebbe concludere, è colpa del liberismo.

Cerchiamo di riassumere la situazione. Come è noto, 4 banche sull’orlo del collasso (Etruria, Carife, Marche e Carichieti) vengono salvate attraverso un decreto del governo di fine novembre. I crediti inesigibili o in sofferenza, 8,5 miliardisvalutati dell’83%, vengono trasferiti ad una bad bank che dovrà cederli a qualche professionista del ramo eil resto verrà amministrato da 4 good bank con un unico presidente, l’ex Unicredit Nicastro. A fare le spese del salvataggio saranno azionisti ed obbligazionisti “subordinati” (con nessuna garanzia) delle Quattro e il sistema bancario che verserà, attraverso il Fondo di Risoluzione alimentato dalle altre banche,  3,6 miliardi per capitalizzare quelle fallite. Naturalmente gli istituti sperano di recuperare almeno in parte il loro investimento e nel frattempo la UE ha dato l’Ok al piano non ravvisando aiuti di Stato. In altre parole, si è azionato in anticipo, secondo la “narrazione” prevalente, il meccanismo di “bail-in”, in vigore in tutta Europa a partire dal 2016, che fa ricadere il peso delle crisi bancarie sugliazionisti, creditori e depositanti “ricchi”.

Tuttavia, poiché  gli obbligazionisti subordinati rappresentano 800 milioni di euro in titoli, il governo ha preannunciato un “aiuto umanitario” per i più disagiati.

Tutto bene quindi? Andiamo con ordine. In primisnon è vero che, come declamato dal governo, la soluzione sia a costo zero per il contribuente. Le banche riceveranno agevolazioni fiscali sull’Ires eIrap valutate approssimativamente in un miliardo di euro. Soldi in meno che verranno recuperati o con nuove tasse, o tagli alle spese (come no, mi par di vederlo il governo) o ulteriore debito. Inoltre, la CDP garantirà fino a 400 milioni di euro in caso di mancato recupero dai crediti incagliatidelle somme previste.

Secondo punto. Come è successo in ogni altra crisi bancaria italiana recente, il problema dei crac risiede nella cattiva governance degli istituti. E, non sorprendentemente, anche in questo caso si tratta di banchette popolari (del territorio, cioè degli ammanicati del territorio) o casse di risparmio in mano a fondazioni autoreferenziali, vale a dire quelle entità che esercitano il credito con un sistema di governo contrario a quanto i dannati mercatisti, fan di soci capitalisti veri che si scambiano le azioni in borsa ed esercitano controlli, vanno predicando.

Terzo. L’ABI(come Bankitalia) ha ragione a lamentarsi della rigidità europea a non voler attivare il Fondo Interbancario per ristrutturare le Quattro, ma dovrà rapidamente capire che poiché d’ora innanzi sono i denari degli associati e dei loro azionisti a rischio, sarà opportuno esercitare una forte moral suasione diffondere best practicecon molta convinzione, arrivando a sanzionareal proprio interno chi si comporta in modo bizzarro ed opaco.

Quarto: non si capisce perché, come sostiene Banca d’Italia,  i piccoli risparmiatorisiano altrettanto meritevoli di protezione dei contribuenti . In cosa gli obbligazionisti di una banca differiscono da quelli di una società industriale? Peraltro, abbiamo sommerso il mondo della finanza di regolamentazione: la normativaMifid prevede la compilazione di moduli, spiegazioni alla clientela, la sua classificazione in diversi profili di rischio. O si ammette, come dicono i più selvaggi liberisti, che tutta questa fuffa non serve a niente e bastano il diritto privato e quello penale severamente applicati, oppure, chi dopo tutti gli scandali passati continuava a comprare titoli ad alto rendimento e firmava senza leggere tutto ciò che gli veniva messo sotto il naso, può meritare comprensione, compatimento, ma non risarcimento. Con quali criteri poi? L’ISEE (l’indicatore di ricchezza)? A che livello? Al momento dell’acquisto o della perdita? Fino a che ammontare? È indifferente se nei bondè stato investito tutto il patrimonio o solo il 10%? E nel futuro come si potrà rifiutare un simile trattamento a chiunque abbia perso i soldi in quanto azionista o obbligazionista di una società industriale o commerciale fallita, o sia stato truffato da un Madoffall’amatriciana o perché il valore del suo immobile è calato?

Infine, le associazioni dei consumatori, dopo aver protestato contro la nuova legge del  bail-in (a loro evidentemente sta bene che per i fallimenti paghino tutti i cittadini, con tipica privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite), ora si indignano per i compensi dei nuovi amministratori delle Quattro e minacciano di andare alla Corte dei Conti. Scoraggiante esempio di pauperismo inefficiente, anelante a pagare poco dei professionisti che si assumono rischi e mettono al servizio le loro competenze che il mercato pagherebbe altrettanto o di più, senza contare che questa volta ci sono degli azionisti veri i quali sono liberi di determinare la retribuzione senza interferenze. Se vuoi risparmiare puoi sempre mettere degli incapaci senza prospettive o reputazione alla guida delle imprese (e a volte, soprattutto nel passato per le imprese pubbliche, si mettevano degli inetti pagandoli molto), ma,  come dicono in America, if you pay nuts you get monkeys. Se paghinoccioline, ottieni solo scimmie.

Ce lo chiede il buon senso

Una delle frasi più ritrite e controproducenti che i governanti hanno ripetuto in questi anni è stata “ce lo chiede l’Europa”. Di solito la si pronunciava per giustificare l’aggiustamento dei conti pubblici, come se il non andare in bancarotta fosse un sacrificio che compivamo per Bruxelles e non per noi stessi.
Le riforme e un bilancio statale in ordine ci sono chiesti dal buon senso, invece, qualità di cui a volte politici e sindacalisti difettano in modo strabiliante.
Prendiamo il diritto del lavoro. L’appena pubblicato rapporto sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni pone l’Italia in una posizione molto bassa rispetto al resto d’Europa quanto a flessibilità del mercato occupazionale e ad efficacia della normativa. La speranza di chi lo legge è che, non avendo gli estensori fatto in tempo a considerare le riforme sui contratti a tempo determinato e il Jobs Act, nei prossimi anni la situazione possa migliorare.
Classifica ed efficienza potrebbero peraltro ulteriormente progredire visto quanto ha stabilito pochi giorni fa la Corte di Cassazione e cioè che il nuovo articolo 18 si applica anche ai lavoratori statali. In altre parole, come era evidente a molti, salvo che a buona parte della classe politica e soprattutto al ministro Madia, non è logico che per i nuovi assunti del settore pubblico non siano valide le disposizioni che rendono meno complicato il loro licenziamento. D’altronde, come avevano fin da subito notato il sentore Ichino e il sottosegretario Zanetti, e ha ora ribadito la Suprema Corte, Il Testo unico sul pubblico impiego prevede che lo Statuto dei lavoratori si applica nella “forma vigente” anche ai rapporti di lavoro pubblico.
Bene, cosa avrebbe fatto un governo sinceramente riformatore a questo punto? Salvato dal dovere legiferare sul punto dalla Corte di Cassazione, avrebbe incassato il risultato e la storia sarebbe finita lì. Invece, l’ineffabile ministra insiste che secondo lei (celebre giuslavorista) il Jobs Act non vale per il settore pubblico e comunque le cose verranno messe a posto dalla sua prossima riforma della PA. Peccato che, se così accadesse, potrebbero addirittura aprirsi profili di incostituzionalità per disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati. Insomma, contro il buon senso non solo ci si rifiuta di introdurre un po’ di efficienza nella PA ma si vogliono aprire le porte a un periodo di incertezze e ricorsi che durerebbe per anni.
Ma la fantasia dei politici è ancor più fervida. Infatti, approfittando dell’esame del disegno di legge per l’attuazione delle direttive comunitarie, un gruppo di deputati trasversali, PD e PDL, grillini e leghisti, ispirati dall’ex ministro Damiano e dalla ex –presidente del Lazio Polverini, entrambi sindacalisti, ha introdotto una serie di modifiche alla normativa sugli appalti pubblici che adesso dovranno essere discusse in Senato.
In particolare, nel momento in cui viene cambiato l’appaltatore, diventerebbe obbligatorio utilizzare, almeno parzialmente, “manodopera o personale a livello locale ovvero in via prioritaria gli addetti già impiegati nel medesimo appalto”; inoltre si dovrebbe assicurare “la continuità dei livelli occupazionali”. Non paghi, per gli appalti ad “alta intensità di manodopera” i nostri eroi hanno previsto l’applicazione, per ciascun comparto, del “contratto collettivo nazionale di lavoro che presenta le migliori condizioni per i lavoratori” e l’introduzione di “clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato”.
A commentare questi emendamenti si è quasi imbarazzati, perché all’insensatezza dei proponimenti si aggiunge una certa ignoranza dell’ordinamento. Ad esempio, obbligare ad assumere gente del posto va contro la libertà di circolazione delle persone e dei lavoratori sancita dai trattati europei. Anche la clausola luddista per la quale, pur se un appaltatore ha migliore tecnologia e quindi per fare lo stesso lavoro ha bisogno di meno persone, deve necessariamente garantire la continuità occupazionale, va contro quanto stabilito dalla Corte di Giustizia Europea. I giudici di Lussemburgo hanno difatti stabilito già dal 1991 che sono vietate le normative nazionali che inducono le imprese “a non servirsi della tecnologia moderna, con conseguente aumento dei costi delle operazioni e ritardi nella loro esecuzione”. Con l’emendamento della Camera se il nuovo appaltatore disponesse di personale più capace e volenteroso del precedente, dovrebbe rinunciarvi: che bella giustizia sociale!
In generale si tratta di clausole o risibili, tipo quella di applicare il CCNL più favorevole ai lavoratori “a prescindere”, come avrebbe detto Totò, da ciò che vogliono le associazioni rappresentative delle parti, o tese a scoraggiare l’efficienza e ad aumentare i costi per la PA.
Purtroppo, la trasversalità di questa cultura dell’inefficienza e del populismo è impressionante: forse è a causa di ciò che per molto tempo ancora, invece che reclamare riforme incisive che facciano ripartire il paese perché ce lo impone il buon senso, saremo costretti a dire che “ce lo chiede l’Europa”.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
@aledenicola

Un miliardo all’anno (senza bilanci) nella palude della formazione

FONDI INTERPROFESSIONALI PER LA FORMAZIONE
PROBLEMI E PROPOSTE D’INTERVENTO

Il settore della formazione per i dipendenti delle aziende prevede oggi due canali di finanziamento:
– i bandi regionali (prevalentemente L. 236)
– i Fondi Interprofessionali, organismi di emanazione del Ministero del Lavoro, gestiti dalle Parti Sociali (triplice, UGL, sindacato autonomo ecc.), in accordo con le associazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio ecc.).

I Fondi hanno forma associativa, natura giuridica privata e quindi nessun obbligo di deposito dei bilanci, che però annualmente il Ministero del Lavoro esige, ma non pubblica.

Le risorse utilizzate dai Fondi sono però di natura pubblica, come un Parere del Consiglio di Stato di settembre 2015 ha dovuto specificare, per le evidenti arbitrarietà generatesi.

Provengono infatti dalle società iscritte al Fondi attraverso lo 0,30% trattenuto dagli stipendi dei dipendenti e versato all’INPS mensilmente (980 milioni di euro nel 2014), che la legge 388 del 2000 (governo D’Alema) destina obbligatoriamente alla formazione.

Tali risorse sono girate ai Fondi dall’INPS quando l’azienda indica, nell’Uniemens mensile con il versamento dei contributi, il codice di uno dei Fondi prescelti per l’iscrizione (attualmente sono 21).
Il denaro può essere richiesto dall’azienda al Fondo solo dietro presentazione di un progetto (andando in bando o attingendo ad un conto formativo autonomo, come accade in genere per le grandi imprese: 300 dipendenti generano circa 15.000 euro, massa critica minima per aprirli).
Questa attività, complessa, è nella maggior parte dei casi delegata ad un ente formativo scelto dall’azienda e quindi da questa remunerato per le attività concretamente svolte (la presentazione del progetto, l’erogazione e organizzazione), da rendicontare con contratti e fatture ai Fondi stessi.
Gli enti formativi sono in genere microimprese con l’obbligo di deposito dei bilanci e di certificazione di qualità per gli accreditamenti presso il Fondo.
Finora non sono state previste però norme che obblighino a rendere visibili conflitti di interesse tra enti formativi e Fondi (evidenti e frequenti) e contratti che ne disciplinano il rapporto in modo congruo e trasparente, soprattutto per il procacciamento clienti.

Le risorse trattenute dagli stipendi dall’INPS per la formazione, pari allo 0,30% dello stipendio, ammontano mediamente a circa 80 euro lordi annui a dipendente.

L’INPS ha dichiarato che il trattenuto globale è di stato di circa 980 milioni di euro nel 2014, ma il riversato ai 21 Fondi è di soli 800 milioni di euro, poiché circa il 20-25% delle aziende italiane non risulta ancora iscritto a nessun Fondo, e lascerebbe in INPS quindi circa 200 milioni di euro.
Il netto a disposizione del sistema aziende, tenuto conto del riversato di 800 milioni, ammonterebbe però a poco meno di 600 milioni di euro (50 euro netti a dipendente), perché i Fondi trattengono per prassi (e non previsioni normative) circa il 30% del lordo maturato in INPS dalle aziende.

Purtroppo non essendo reso pubblico e trasparente il capitolato tra INPS e Fondi, non è comunque possibile sapere oggi con precisione quale sia il reale trattenuto dagli stipendi.

“Il Fatto”, in un articolo del 2014 sui Fondi, stima che possa essere anche dell’1% rispetto allo 0,30% normativamente previsto, quindi almeno tre volte superiore (circa 2,6 miliardi di euro rispetto agli 800 milioni ufficiali riversati ai Fondi).

Non è possibile neppure controllare il reale girato netto alle singole aziende, perché queste non possono accedere direttamente ai propri dati di cumulato, operazione possibile disponendo di una semplice password che il Ministero, con apposita direttiva, dovrebbe consentire all’INPS di fornire.
Né possono disporre di un contratto che le tuteli e specifichi il trattenuto netto rispetto al lordo maturato, perché i Fondi si arrogano il diritto di non riconoscerlo.
Le aziende invece sono costrette a documentare con onerose rendicontazioni le attività formative svolte, soggette a revisioni da parte di commercialisti e a visite ispettive da parte dei Fondi.

Parimenti agli enti formativi è negato un contratto che li tuteli per le attività di procacciamento clienti svolte a supporto dei Fondi e di sostentamento di costi di struttura. I Fondi, si sottolinea, sono associazioni che raramente superano i 15 dipendenti, non potrebbero procacciare e presidiare da soli migliaia di iscritti. Agli enti indipendenti è quindi negato un diritto legittimo, mentre forse per le “reti” amiche formalizzare questo diritto sarebbe persino inopportuno. Per gli accreditamenti, necessari per operare con i Fondi, è però richiesto agli enti formativi di esibire i bilanci e onerose certificazioni di qualità.

Altra lacuna nei controlli è quella in merito alle restituzioni del denaro inutilizzato per la formazione.
La legge prevede che dopo due anni di inutilizzo da parte delle aziende i Fondi abbiano un anno di tempo per appropriarsene a metterlo a disposizione degli altri iscritti tramite bandi. Trascorso il triennio il denaro non usato dovrebbe essere restituito all’INPS. Ad oggi non risultano attivi controlli INPS o Ministeriali in merito.
Parimenti si potrebbe quindi supporre per il flusso di denaro riversato dall’INPS alle Regioni per i bandi formativi regionali, sempre più esiguo, che dovrebbe essere alimentato non solo dallo 0,30% delle aziende non iscritte a nessun Fondo ma anche dal flusso di restituzioni dell’inutilizzato dai Fondi.

Poiché lo 0,30% trattenuto per la formazione è un sottoinsieme dell’1,61% trattenuto dagli stipendi per la formazione e disoccupazione (una massa oltre 4 volte superiore), tale situazione lascia purtroppo intendere che vi possano essere analoghi mancati controlli per l’allocazione del denaro effettivamente impiegato per i disoccupati (se lo 0,30% vale circa 980 milioni di euro, 1,61% versato in INPS peserebbe per oltre 5 miliardi).

Il Ministero interpellato più volte nel corso degli ultimi due anni su questi temi, anche con un’apposita interrogazione a cura dell’onorevole Walter Rizzetto, non risponde e soprattutto non norma come la dirigenza INPS ha evidenziato sia necessario, avendo questa solo potere solo di eseguire i dettami ministeriali.
Urge dunque un’operazione di trasparenza e di produzione normativa affinché:

1. i capitolati tra INPS e Fondi siano resi pubblici per capire il reale girato dai Fondi alle aziende, al netto del trattenuto dichiarato (circa il 30%)
2. sia resa accessibile alle aziende la Procedura Fondi Report dell’INPS, tramite il cassetto previdenziale, affinché mensilmente le aziende possano controllare autonomamente il proprio cumulato e il netto girato, senza dover chiedere autoreferenzialmente ai Fondi
3. siano resi obbligatori format contrattuali a tutela dei terzi, imprese ed enti formativi, che interfacciano i Fondi, affinché le condizioni applicate nei rapporti siano trasparenti e non discriminatorie
4. per l’iscrizione delle aziende ai Fondi deve essere resa obbligatoria la firma del legale rappresentante, onde evitare adesioni effettuate dai consulenti del lavoro, tecnicamente possibili, senza interpellare i clienti
5. si realizzi un libro bianco, con la collaborazione di tutti gli attori del mercato (enti, aziende ecc.) per la corretta interpretazione di norme e circolari sul tema formazione
6. sia istituita un’Autorità, un arbitro realmente sopra le parti e privo di conflitti di interesse (con Ministero, INPS, sindacati, enti datoriali) per le dialettiche tra Fondi e aziende ma anche tra Fondi ed enti formativi.

Si sottolinea anche la necessità di normare sui criteri per i prelievi forzosi per la CIG, effettuati dal’INPS a monte dei Fondi nel triennio precedente, ancora in parte in corso, arbitrariamente, a valle, dato che i maturati censiti dall’INPS, per problemi contabili, sono stati comunicati con un ritardo di un biennio. Occorre si specifichi che i Fondi debbano attingere all’inutilizzato e non ai conti formativi autonomi delle aziende, quelle normalmente attive e virtuose.

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Dott.ssa Patrizia Del Prete

Laureata in Economia Applicata a Torino (Facoltà di Scienze Politiche, Indirizzo Economico), master in Marketing e Comunicazione, Scuola di Giornalismo e PR, ha lavorato dal 91 al 2001 nel Gruppo Bancario Sanpaolo, prima per la SP Formazione Spa (società di training e consulenza manageriale, per conto della quale seguiva il Cimark, consorzio della SAA di Torino per l’Innovazione del Marketing), poi nel settore della pianificazione strategica e controllo di gestione, della comunicazione e infine come responsabile del marketing del sito Internet della Banca

Trasferitasi a Milano, ha operato nel 2001 e 2002 come manager per D&C  Financial Communication, successivamente in Net Brain, società di consulenza strategica del mondo Internet, per la quale ha vinto la gara per il concept di marketing e i contenuti del sito WEB del gruppo Carrefour del 2003.

Nel 2004, come marketing manager, ha seguito lo start up del gruppo americano Nationwide (Europewide), curandone l’immagine corporate e ideando gli strumenti per la vendita dei prodotti.

Negli anni successivi ha poi operato come dirigente in un’impresa di marketing della fidelizzazione (Royal & Loyal) e in un ente formativo (Italiaindustria).

Nel 2009 ha fondato Consophia (www.consophia.it), società di formazione e consulenza indipendente, certificata da Accredia per attività di training e placement, specializzata nel  reperimento fondi per il finanziamento di formazione, coaching e consulenza. Consophia si occupa anche nella implementazione, su richiesta, di piani formativi “chiavi in mano” in tutte le aree, oltre che di progetti di comunicazione e marketing innovativi, con il supporto di assessment propedeutici, finanziabili con fondi.

Il capitalismo contro il consumismo sprecone e contro i privilegi delle corporazioni

Adam è appena uscito dalla casa che ha affittato per 3 giorni sul web. Ad attenderlo c’è un’auto prenotata con l’ app guidata da un giornalista che part-time fa l’autista per arrotondare. Si dirigono a casa di David che noleggerà il suo smoking ad Adam: lo mette a disposizione gran parte dell’anno salvo le 3 o 4 volte che lo usa lui. Adam, prima di andare all’opera di cui ha comprato i biglietti su un sito peer-to-peer, va a cena a casa di una deliziosa nonnina che ospita, a prezzi modici, 6 o 7 persone a sera che si prenotano su Internet. Argomento della serata: i fondi che una startupper sta raccogliendo con il crowdfunding. Il banchetto è interrotto da due arrivi: vengono da un’altra città e non si conoscevano fino a 3 ore prima, ma poi uno ha diviso le spese per il viaggio con l’altro trovandolo su Internet. Hanno parcheggiato in un garage che il proprietario affitta temporaneamente quando è via per lavoro. Tutto ciò è possibile grazie a quello che i tedeschi battezzano Plattform- Kapitalismus e che noi chiamiamo col meno altisonante nome di Share Economy. È un sistema di scambi volontari attraverso il quale una persona mette a disposizione i propri beni per il loro utilizzo parziale da parte di altri attraverso una piatttaforma web gestita da un’organizzazione o un’impresa (Uber, Blablacar, Airbnb). Il concetto si allarga fino alla prestazione dei propri servizi professionali a favore di terzi in modo non esclusivo e con molta flessibilità, un modello già esistente da tempo (un notaio lavora part-time in una stanza messa a disposizione da un collega presso il suo studio), ma è magnificato dalle potenzialità della rete che riesce a mettere in contatto domanda e offerta molto velocemente. Il successo planetario di tali servizi è la prova del beneficio che essi apportano. Come affermava l’economista liberale Hayek, la concorrenza significa diffusione di conoscenza e innovazione: non solo Uber e Airbnb hanno già i loro concorrenti, ma le prestazioni stanno migliorando anche da parte degli incumbent come dimostra la app ideata dal finanziere Rothschild per i tassisti londinesi. Ma le resistenze alla diffusione dei nuovi servizi sono diffuse, soprattutto da chi già opera nel mercato in regime di oligopolio. Il regolatore, sempre sensibile ai gruppi di interesse, sta reagendo in modo diverso e talvolta schizofrenico al fenomeno. In Italia, la Toscana vuole regolamentare Airbnb convincendola ad offrire case in periferia. Peccato che i clienti in periferia non ci vogliano andare! UberPop (quella con gli autisti dilettanti) è stata bloccata dai giudici milanesi e l’ex-ministro Lupi ha candidamente ammesso che il governo non ha proposto di legiferare per paura dei tassisti! In Germania e in Francia ci sono dei tempi di attesa minima (5 o 15 minuti) prima di poter prendere l’auto, senza alcuna giustificazione né di sicurezza né d’altro, se non dare un piccolo vantaggio alle autovetture pubbliche. Nessuno nega che chi ricava redditi dal Plattform-Kapitalismus debba pagare le tasse: in molti sembrano dimenticarsi però che, appunto perché le transazioni sono on-line e tutte tracciabili, il compito del fisco è molto più facile rispetto all’accertamento del reddito di tassisti, affittacamere, bar, ristoranti o negozi di abbigliamento benché dotati di licenze, permessi e patenti varie. Quanto a tutte le altre regolamentazioni, la Share Economy dimostra che esse sono inutili o al meglio esagerate. La reputazione di chi offre il servizio è disponibile online grazie alle recensioni dei clienti, le stesse società che gestiscono le piattaforme hanno dei sistemi di screening o organizzano procedure di risoluzione veloce delle controversie e per il resto c’è il codice civile. D’altronde, se le truffe su E-Bay fossero così facili perché mai milioni di persone ogni giorno continuano ad usarlo? Come è possibile che le horror stories su violenze, intossicazioni, infortuni siano rare e comunque meno di quelle che riguardano gli operatori ufficiali? L’Autorità Antitrust italiana ha recentemente riconosciuto la piena legittimità di alcuni servizi Uber (Black e Van) e sollecitato il legislatore a regolare il settore in modo “minimo” e tale “da consentire un ampliamento delle modalità di offerta del servizio a vantaggio del consumatore”. Questo è l’approccio giusto e dovrebbe essere adottato anche per le altre forme di Plattform- Kapitalismus. L’unico rammarico è che non si possa ancora organizzare un sito con politici e burocrati on-demand.

TTIP: Se il libero scambio diventa un complotto

Il Ttip, trattato tra Europa e Usa sul commercio internazionale, va avanti tra le obiezioni più curiose. Eppure i suoi vantaggi sono indiscutibili.

Sin da quando nel 1817 uno dei padri dell’economia politica, David Ricardo, espose con l’esempio delle stoffe inglesi e del vino portoghese la teoria del vantaggio comparato, gli effetti benefici della libertà di commercio internazionale non sono stati più seriamente contestati. Ogni paese o area geografica si specializza a produrre quello che sa far meglio e compra il resto altrove a prezzi o qualità migliori, allocando al meglio le risorse. Semplice.

Eppure, nell’attuale clima politico, ove un misto di populismo e complottismo è teso a preservare privilegi e piccole patrie, anche un trattato che favorisce il libero scambio trova molti nemici. È il destino del Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), in corso di negoziazione tra Usa e Unione Europea.

Ormai le trattative vanno avanti da un po’ e riguardano l’abbattimento delle tariffe doganali tra le due sponde dell’Oceano, basse ma non irrilevanti, e soprattutto l’eliminazione delle altre barriere. Gli ostacoli al commercio possono essere di varia natura: dai requisiti sanitari, a quote massime di importazione ed esportazione, dalle specifiche tecniche al riconoscimento dei titoli di studio. Se voglio evitare che architetti, medici o ingegneri europei lavorino negli Usa è sufficiente non riconoscere la loro abilitazione professionale. Per impedire alle aziende americane di concorrere ad un appalto pubblico francese, basta riservare la gara ad imprese con proprietà e sede legale europee.

Perché la firma e l’attuazione del Ttip sono molto importanti? Innanzi tutto per ragioni economiche. È vero che fare stime su un’economia così complessa come quella euro-americana è difficile, ma gli studi più completi finora effettuati parlano di effetti positivi a pieno regime di circa lo 0,5% del Pil e, prevedibilmente, meglio ancora per economie votate all’export come la nostra. In ogni caso l’esperienza storica mette una pietra tombale sulla discussione. Non esistono esempi di economie chiuse e protezionistiche che abbiano prosperato e, se nelle fasi iniziali dello sviluppo impetuoso di certi paesi, alcune misure di salvaguardia non hanno portato gravi danni, queste sono sempre state temporanee. D’altronde, se qualcuno pretendesse di avere mano libera nel vendere i propri prodotti serrando le porte agli altri, molto prevedibilmente provocherebbe la chiusura delle altrui frontiere.

Nella fattispecie, poi, dopo che gli Stati Uniti hanno un mese fa raggiunto un accordo con 11 paesi dell’area del Pacifico per la sottoscrizione di un trattato di liberalizzazione del commercio (il Tpp), un equivalente Atlantico si rende più urgente per evitare che il baricentro dell’economia americana si sposti sensibilmente verso Oriente. Non solo: in un’era in cui i negoziati globali sugli scambi internazionali faticano a raggiungere un consenso unanime, è necessario che le economie tuttora rappresentanti il 45% del Pil mondiale scrivano le regole in modo che siano informate a quei principi liberali, democratici e di rispetto dei diritti che ci sono cari.

L’opposizione al libero scambio sembra un disco rotto: da secoli si paventa la perdita di posti di lavoro, l’importazione di prodotti malsani o insicuri, il trionfo delle multinazionali e dei loro servi pluto-giudaico-massonici. Peccato che tali oppositori dicano le stesse cose sia che stiano nel Nuovo sia nel Vecchio Continente. Insomma, o il lavoro lo portiamo via noi europei o gli americani, ma non tutti e due a favore di Marte. E così, o i rischi sulle specifiche tecniche dei beni li corriamo in Europa oppure negli Usa: difficile che siamo sempre in presenza del peggiore dei mondi possibili.

Alcuni si lamentano della segretezza delle trattative. Ora, a parte il fatto che sebbene i negoziati internazionali non si conducano più come ai tempi di Metternich, Talleyrand e Lord Castlereagh, un po’ di riservatezza è necessaria proprio per avere la flessibilità di trattare reciproche concessioni su temi assai ingarbugliati, nel caso del Ttip è consigliabile esaminare le dettagliatissime raccomandazioni del Parlamento Europeo dell’8 luglio scorso per rendersi conto che c’è piena consapevolezza delle questioni in gioco, basta leggere…

Un torto del nostro governo però c’è. Se si esclude la battaglia coraggiosa del vice ministro Calenda, il resto dell’esecutivo è molto più impegnato a propagandare l’abolizione dell’Imu agricola che a spiegare bene i vantaggi epocali che porterà il Trattato. È ora di svegliarsi, invece.

Più greggio per tutti: la rivoluzione shale negli USA, le reazioni dell’OPEC e dell’OCSE

La lettura del bollettino 296 della Banca d’Italia ispira alcune considerazioni di geoconcorrenza, geopolitica e perciò di geoeconomia. Read more

Quelle privatizzazioni a metà

LA QUOTAZIONE in Borsa di Poste Italiane si è dunque chiusa con successo, se la completa sottoscrizione delle azioni disponibili per gli investitori è il parametro con il quale misurare l’esito favorevole o il fallimento dell’offerta, ma senza “botto” rispetto al valore di offerta delle azioni (6,75 euro).
È il caso di chiedersi però se i governi italiani da qualche anno a questa parte seguano una politica coerente in materia di privatizzazioni. Berlusconi, Monti, Letta e ora Renzi a qualche dichiarazione di intenti hanno fatto seguire ben pochi fatti, per lo più senza dare l’impressione di mirare a degli obiettivi di policy (come si usa oggi dire) se non quello di fare un po’ di cassa.

Andiamo con ordine. A cosa serve privatizzare? Certamente uno scopo dell’alienazione dei beni pubblici è quello di incassare denaro fresco per abbattere il debito pubblico (che in Italia, è bene ricordarlo, si aggira sul 135% del Pil).

Il ministro Padoan nella successione di Def prodotti dal Mef (gli acronimi a volte son poetici) si è allora prefisso di incamerare incassi derivanti da privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil (10 miliardi). Orbene, per il 2015 la cifra complessiva ricavata da Enel e Poste dovrebbe aggirarsi sui 6 miliardi, mancando il bersaglio nonostante il governo si sia posto un traguardo molto modesto, considerando che, nonostante la difficoltà delle stime, i beni pubblici vendibili, aziende ed immobili, siano valutati in diverse centinaia di miliardi (più di 100 miliardi solo le partecipazioni in società quotate o public utilities).

Inoltre, dai ragionamenti che provengono dal governo, sembrano assenti le altre ragioni che militano a favore delle privatizzazioni.

Infatti, passare la mano ai privati dovrebbe migliorare l’efficienza delle imprese e del mercato stesso. Gli investitori, la Borsa e le banche sono giudici severi delle società quotate: si richiede una maggiore trasparenza, i crediti vengono concessi con più oculatezza (non c’è la garanzia implicita dello Stato ripianatore dei debiti), i consigli di amministrazione prevedono la presenza di indipendenti, i privilegi che i sindacati pubblici riescono ad ottenere sono diminuiti, le assunzioni non seguono criteri elettorali e i risultati negativi vengono puniti con il ribasso del valore delle azioni.

Anche quando non si procede ad una quotazione ma ad una vendita ad un compratore specifico, si interrompe comunque il legame con l’amministrazione pubblica (e i regolatori) con quello che ciò comporta in termini di minor protezione dell’impresa e quindi di ristabilimento di una concorrenza leale con i soggetti privati. Anzi, per essere compiutamente benefiche, le alienazioni di aziende pubbliche, sia ad hoc che tramite quotazione, andrebbero precedute da una liberalizzazione del mercato di riferimento, aprendolo a nuovi entranti o rendendo il terreno di gioco uguale per quelli che già ci sono.

Non dimentichiamoci inoltre il capitolo corruzione e malversazione, che le tristi vicende dell’Atac o dell’Anas sono lì a ricordarci. È ovvio che non è affatto vero che le imprese private siano composte da angeli e quelle statali da ladri, ci mancherebbe (e d’altra parte ci sono ottimi manager in entrambe le tipologie di aziende). La differenza consiste nel fatto che se non si controllano bene le frodi a danno delle società private ci rimettono gli azionisti che per l’appunto pretendono controlli e rendono le truffe piuttosto rare; nel caso delle aziende pubbliche siamo tutti noi a perderci e i corrotti sono spesso fiduciari del potere politico che li ha nominati. Meno imprese pubbliche, meno corruzione (naturalmente stiamo parlando di quella passiva, in cui ci rimette la società, non di quella attiva in cui l’imprenditore è corruttore).

Lo Stato italiano che fa?

Per ora non sembra che voglia mollare la presa sulle leve dell’economia reale né smettere di concedere privilegi alle proprie controllate. Abbiamo già detto che gli incassi sono bassi e inferiori al previsto ed in più il Leviatano non perde il controllo delle sue partecipate (anche la quotazione di Fincantieri nel 2014 ha mantenuto le leve del comando a Roma). Lo stesso schema sarà adottato per Ferrovie ed Enav. E in questi due ultimi casi come in Poste, l’assetto regolatorio non è mutato. Alla società guidata da Francesco Caio è stato mantenuto fino al 2017 l’ingiustificato monopolio delle consegne degli atti giudiziari che il ddl concorrenza voleva togliere, si sono consentiti aumenti di tariffa e rilassamenti dei tempi standard di consegna, gli si paga ed anzi si estende l’ambito (con la bizzarra “posta prioritaria premium”) del servizio universale senza metterlo a gara, gli si consente infine di profittare della sua rete per l’attività bancaria.

Stessa inamovibilità della regolamentazione pare prospettarsi per Ferrovie e Enav: l’assetto concorrenziale non è destinato a cambiare di una virgola, mantenendo ad esempio l’integrazione tra rete ferroviaria e Trenitalia.

Le 8000 partecipate che dovevano diventare 1000 son lì che aspettano, tutte 8000, e non appare alla vista nessun tentativo di riformare il disgraziato esito del referendum del 2011 per inchiodare “Sorella Acqua” ad un destino pubblico (monopolista, inefficiente, costoso).

Peraltro, alcuni difetti dell’approccio italiano alle privatizzazioni hanno conseguenze negative pure sull’obiettivo principale di far cassa. Sapendo che è preclusa la possibilità di diventare maggioranza, gli investitori sono disposti a pagare di meno le azioni. Constatando che si tengono insieme attività aziendali che andrebbero invece valorizzate singolarmente (banca, assicurazioni, telefonia mobile e consegna di cartoline, per dire), non aiuta a sostenere il prezzo del conglomerato. Per inciso: se una società che gode di privilegi normativi o regolamentari viene semi- privatizzata, si raddoppiano i gruppi di interesse interessati a mantenere lo status quo; al governo si aggiungono difatti i nuovi soci privati, il peggiore dei mondi possibili.

Lo Stato-imprenditore viene vagheggiato da molti, ma l’evidenza e la logica ci dicono che i governi non riescono a far fruttare le aziende quanto i privati ed introducono distorsioni alla concorrenza, diminuendo così il benessere di tutta la comunità. Meglio che ognuno faccia il suo mestiere, che i politici già fan fatica a fare il loro.

Twitter @aledenicola adenicola@adamsmith.it