Acqua Pubblica – De Nicola: perché quel voto è stato un errore?

Così è stato impedito che la gestione dell’acqua fosse affidata attraverso gare competitive a chi era in grado di farlo in modo più economico.

Ritengo che per un credente la cosa più umiliante sia stata la campagna a favore dell’acqua pubblica che si faceva scudo dell’assurda frase che Sorella Acqua: Dio l’ha creata per tutti e quindi deve essere di tutti.
A prescindere dalla debolezza
dell’assunto – anche la bauxite, il frumento e le mele allora sono “di tutti”, cosa che né il Vecchio né il Nuovo Testamento, né Sant’Agostino né San Tommaso, hanno mai affermato – la strumentalizzazione della religione per lasciar governare un bene prezioso a una allegra brigata di amministratori lottizzati dai politici è stata una mossa irritante se non penosa.

Perché il referendum questo ha ottenuto: impedire che la gestione dell’acqua fosse affidata attraverso gare competitive a chi era in grado di farlo in modo più efficiente ed economico e potesse anche investire in modo adeguato. In gioco non era la “privatizzazione”, come si è voluto in malafede far credere, ma la competizione.

Ricordiamo la situazione: le società pubbliche che gestiscono l’acqua sono terribilmente opache, i bilanci e i rendiconti non vengono pubblicati o non sono trasparenti. Sono anche inefficienti: quando l’acqua costa di meno in alcune realtà locali vuol dire che il contribuente la sta sovvenzionando con le sue tasse. E così la pensionata o il disoccupato devono pagare l’IVA al 22% per permettere al Circolo del golf di innaffiare i green a prezzi contenuti. E,nel frattempo, gran parte delle aziende pubbliche continuano a essere in perdita.

Inoltre, non essendo sottoposte a competizione non hanno alcun incentivo a migliorare. Perchè dovrebbero? Gli amministratori sono nominati dalla giunta al potere, rispondono ai loro referenti politici e se devono obbedire assumendo personale incapace o inutile lo faranno senza ombra di dubbio. La concorrenza, inoltre, servirebbe a diffondere la conoscenza: si imitano le migliori pratiche di gestione e si diffonde l’innovazione, cosa che i monopoli sono strutturalmente incapaci di fare.

La situazione in Italia è catastrofica: gli acquedotti perdono tra 1/3 e il 40% dell’acqua che trasportano, in alcuni posti le società pubbliche erogano arsenico, il 15% della popolazione non è raggiunta dal sistema fognario e non ci sono i 65 miliardi necessari per rimettere a posto l’infrastruttura e portarla a livelli europei. I privati troverebbero chi li finanzia, le società pubbliche no, a meno che, come sta succedendo ora anche a due anni dal referendum, non impongano prezzi alti agli utenti: oltre il danno le beffe.

L’unica flebile difesa che viene sollevata dai sostenitori dell’acqua pubblica è che alcune società private hanno imposto prezzi alti. Ora, a prescindere dal fatto che molte più società pubbliche hanno prezzi ancora più elevati, e che, come si diceva, se non paga l’utente paga il contribuente, ebbene le gare competitive servono proprio a questo, assegnare il servizio a chi garantisce prezzi e prestazioni migliori, multare gli inadempienti e sloggiare gli incapaci: esattamente ciò che il referendum ha impedito.

Prevedere che le conseguenze del referendum sarebbero state negative era facile ma, come si sa, l’Italia non spreca mai una buona occasione per approvare entusiasticamente qualcosa che sia populistico e dannoso, dalle radiose giornate di Maggio alla preservazione di Sorella Acqua.

Alessandro De Nicola
da “Famiglia Cristiana” del 20 luglio 2013

CGIL: orgoglio e pregiudizio

Anche coloro i quali non abitano sotto il bel cielo di Lombardia sanno ormai cos’è l’Expo (per lo meno a grandi linee, Michele Serra sull’Espresso ha insinuato il divertente dubbio che sia tutta un’invenzione). Orbene, l’esposizione universale del 2015 (il cui tema è “Nutrire il Pianeta”) é giudicata da tutti -imprenditori, amministratori pubblici, accademici, sindacati- come una delle poche opportunità
che l’Italia ha nei prossimi anni di migliorare la sua reputazione, le sue infrastrutture e la situazione occupazionale. Tre miliardi di investimenti pubblici e privati e una previsione di 200mila unità di lavoro ( un’unità equivale ad un posto di lavoro per un anno) nel periodo 2012-2020 sono previsioni da sogno per il nostro disgraziato paese.

D’altronde l’Expo è un evento di per se transeunte che creerà occupazione in alcuni casi permanente, in altri temporanea; bisogna inoltre considerare che le necessità in termini di forza-lavoro potrebbero essere difficilmente prevedibili, sorgere inaspettate ed esaurirsi altrettano rapidamente.

Ecco perchè l’evento è un terreno ideale per provare nuove forme di flessibilità dei contratti di lavoro: è in gran parte limitato ad una determinata area geografica (che peraltro è tra le più ricche o meno povere di opportunità, la Lombardia) e per un arco temporale ben preciso. Quale migliore occasione per verificare se lasciare più libertà alle parti di decidere i loro rapporti contrattuali ha effetti benefici?

E così il ministro Giovannini nelle scorse settimane ha espresso più volte l’intenzione di introdurre per l’Expo delle modifiche sui contratti di lavoro a termine e di sperimentare altre forme di flessibilità. Apriti cielo! Il leader della CGIL Camusso ha cominciato ha tuonare contro l’ipotesi, dichiarando che bisognava dare più certezze e non incertezze ai lavoratori. Il fatto che la deprecabile riforma Fornero, aumentando le forme di rigidità all’entrata nel mondo del lavoro, abbia fatto crollare l’occupazione giovanile e di coloro i quali avevano contratti a termine in modo più che proporzionale rispetto all’impatto della crisi sugli altri lavoratori non ha né smosso né commosso la leader del più grande sindacato italiano .

Spalleggiata da CISL e UIL, Camusso alla fine ha ottenuto, nella riunione tenutasi il 16 luglio, che il governo rinunci per il momento ad emanare un provvedimento legislativo, preferendo lasciare alle parti sociali di definire i loro rapporti. Solo qualora i datori di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori non dovessero raggiungere un’intesa il Governo interverrà. L’esecutivo per ora ha suggerito di introdurre un periodo di apprendistato di due anni e l’estensione degli sgravi contributivi previsti dal pacchetto lavoro del “Decreto del fare” in caso di trasformazione di un contratto a tempo detrminato in uno a tempo indeterminato.

Che dire? L’orgoglio del sindacato rappresenta un fatto positivo: è meglio che siano le parti in causa a raggiungere un accordo, piuttosto che ci pensi direttamente il Governo attraverso misure che vengono pagate da tutti i contribuenti e che, come nel caso degli sgravi contributivi ad hoc, siano anche distorsive.

Speriamo però che non prevalga il pregiudizio della CGIL contro qualsiasi cosa che diminuisca il suo potere di interdizione concedendo più libertà a chi domanda e a chi offre lavoro. L’ostiltà dimostrata dalla CGIL ha fatto sì che l’Italia sia in basso a tutte le classifiche internazionali per quel che riguarda l’efficienza del mercato del lavoro, soffocato da restrizioni, regolamenti, miriadi di eccezioni, rigidità che lo rendono poco attraente per qualunque imprenditore, soprattutto estero. Poi è ovvio che tasse, burocrazia ed inefficienza della giustizia giocano la loro parte nella stasi italiana, ma se la CGIL recuperasse l’orgoglio della trattativa e accantonasse il pregiudizio verso la libertà renderebbe un bel servizio al paese.

Alessandro De Nicola
da La Repubblica del 19 luglio 2013

“NCC sarà lei!”: il caso Uber, l’autonoleggiatore innovativo che disturba gli oligopoli

Valutazione n. 2013/01, del 12 luglio 13

Sintesi

In Italia l’attività degli operatori NCC (noleggio con conducente) è limitata dalla legge perché ritenuta una forma di concorrenza sleale ai servizi di taxi, che notoriamente possono essere esercitati solo con licenze il cui numero è prefissato dai Comuni e viene variato raramente e con estrema difficoltà.

Tra le restrizioni Read more

Quel salvagente per le società pubbliche

Nel discorso di addio alla presidenza pronunciato da Dwight Eisenhower il 17 gennaio del 1961 c’è un drammatico passaggio in cui il presidente mette in guardia dalla pericolosa influenza che il “complesso militare-industriale” avrebbe potuto esercitare sulle scelte di governo. Eisenhower era stato un grande generale e questa sua preoccupazione, in piena Guerra Fredda e reduci dall’esperienza del maccartismo, suscitò una certa impressione.
I tempi
sono più tranquilli e l’Italia è un paese dove la situazione é sempre grave ma non seria, per dirla alla Flaiano: leggendo però il recentissimo provvedimento della Corte dei Conti ligure che ha sostanzialmente reso inutile il decreto del 2012 sulla spending review nella parte in cui impone la privatizzazione delle società pubbliche che operano solo a favore della PA, mi è tornato in mente il vecchio Ike. Solo che, al posto del complesso militar-industriale, mi è apparso un moloch politico-burocratico-giudiziario che travolge qualsiasi tipo di riforma in Italia.
Il caso dei servizi pubblici locali é emblematico. Le società create dai comuni per svolgerli sono inefficienti e ancor di più quando tale servizio lo prestano in regime di affidamento diretto, cioè senza gara. Un disastro fatto di sprechi e opacità.
Gli ultimi governi hanno tentato, in linea con gli orientamenti comunitari, di introdurre più concorrenza nel settore. La legge 133 del 2008 prevedeva all’art.23bis l’affidamento di tutti i servizi pubblici di rilievo economico a società private o a capitale misto con procedure ad evidenza pubblica (appalti competitivi, per capirci) e che tutte le gestioni “in house” sarebbero cessate al 31 dicembre 2011 a meno che non fosse entrato un socio privato.
Le società cosiddette “in house” sono la longa manus degli enti locali che li controllano con un potere assoluto di direzione, coordinamento e supervisione della loro attività. A tal fine l’intero capitale deve essere pubblico e i poteri di controllo del proprietario molto penetranti. Deve trattarsi, dicono i giuristi, di una relazione equivalente ad una subordinazione gerarchica: la Giunta o il Sindaco comandano e la società in house obbedisce.
Le società in house possono inoltre possedere il requisito della “strumentalità”, quando l’oggetto sociale è rivolto esclusivamente a favore degli enti proprietari per il perseguimento dei loro fini istituzionali: ad esempio una società il cui scopo sia quello di erogare formazione professionale ai dipendenti comunali. Ovviamente, quasi tutte le società strumentali sono in house e possono perciò acquisire affidamenti diretti, senza gara, dagli enti promotori.
Purtroppo, il referendum del 2011, quello della salvezza dell’acqua di tutti, appoggiato più per viltà e calcolo politico che per convinzione dal PD , ha cancellato l’articolo.
Arriva il governo Monti. Con il comma 1 dell’art. 4 del d.l. 95 del 2012 si impone all’ente locale alternativamente o la vendita a gara o la messa in liquidazione delle società controllate direttamente o indirettamente dalle pubbliche amministrazioni e che ricavino più del 90% del proprio fatturato proprio da commesse della PA (e quindi hanno la caratteristica della strumentalità)
Tuttavia, il comma 8 dello stesso articolo (lo so, chi legge si sta innervosendo, ma il problema è tutto qui, nell’astrusità del legislatore), dispone che l’affidamento diretto di servizi a favore di società in house a capitale interamente pubblico è ancora consentito. Se questo è vero, le società in house non vanno privatizzate e possono continuare ad evitare la concorrenza. Peccato che quelle che andrebbero vendute, le società strumentali, siano quasi tutte in house. Risultato: non si venderà un bel niente e con tanto di benedizione della Corte dei Conti ligure!
Ora, a prescindere dal fatto che il provvedimento della Corte, pur formalmente logico, tradisce appieno lo spirito della legge, ma è possibile che il nostro apparato politico-burocratico abbia un tale livello di incompetenza (o forse di malafede) da sfornare dei mostri giuridici di questo genere?
È appena il caso di ricordare che nel frattempo un buon numero di Regioni ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale lamentando che il governo centrale con il decreto della spending review si è appropriato delle loro competenze: prepariamoci ad ulteriori sviluppi.
La situazione è grave ma non è seria, ahinoi. I cittadini non vogliono privatizzare: preferiscono un servizio pessimo e senza concorrenza pur di affermare principi altisonanti come nel caso del referendum di “Sorella Acqua” che ha sfasciato anche ciò che con l’acqua non c’entrava. I partiti vogliono rimanere attaccati alla greppia delle società pubbliche, fonte di clientelismo e potere. I burocrati non sanno scrivere le leggi o fanno finta di non saperlo fare. Le Regioni non rinunciano ai loro privilegi senza combattere. I giudici volteggiano in punta di diritto e se ne infischiano della sostanza.
Sui giornali continuano a scrivere una dozzina di persone che denunciano il continuo tradimento dell’efficienza, della concorrenza, del mercato, della trasparenza. A pensarci bene non è così male. Se ci organizziamo bene, ci facciamo riconoscere come specie protetta e, chissà, magari ci scappa un bel sussidio. Con l’approvazione della Corte dei Conti, s’intende.

Alessandro De Nicola
La Repubblica – 15 luglio 2013

Vendere subito la RAI

Il portavoce del governo greco Simos Kedikoglou, ha annunciato martedì la chiusura della radiotelevisione pubblica, ERT, nonché il licenziamento di tutti i suoi 2.500 dipendenti. Nonostante il premier Samaras abbia poi aperto ad una parziale ripresa delle attività, si tratta di uno shock notevole: l’emittente statale ellenica fa parte della vita quotidiana di ogni greco quanto la Rai per noi italiani.

Eppure, nell’ambito del programma di privatizzazioni imposto ad Atene dalla troika di Fondo Monetario, BCE e Commissione Europea, anche la stazione TV non si è salvata. Verrà ristrutturata in vista della vendita e saranno riassunti solo i dipendenti indispensabili e che accetteranno nuovi contratti di lavoro meno onerosi per l’azienda.

ERT era il classico buco nero che costava ad un paese piccolo ed impoverito come la Grecia 300 milioni di euro l’anno di sussidi pubblici (in linea con l’Italia, dove, con una popolazione quasi 6 volte superiore, il canone frutta alla Rai poco più di 1,7 miliardi, essendo però il reddito medio dei greci inferiore al nostro). Inoltre, gli sprechi dell’emittente erano diventati leggendari e quindi il governo, per tagliare il nodo gordiano, ha deciso di prendere una misura draconiana.

Ebbene, se poniamo lo sguardo sulle vicende di casa nostra, forse potremmo prendere delle utili lezioni da quanto sta succedendo nella nazione culla della civiltà occidentale. La prima é che anche in un paese dove la tradizione dell’intervento statale in economia é forte e radicato culturalmente, quando le circostanze lo impongono, vengono smantellati i Tabù. Fortunatamente l’Italia non é nelle condizioni disastrate della Grecia, ma più si tarda a prendere certe decisioni, più quando si assumono esse sono dolorose, drastiche e meno redditizie di quanto avrebbero potuto essere.

Inoltre, quanto avviene ad Atene ci deve indurre a riflettere specificamente sulla RAI. La proprietà pubblica é protetta dall’innaturale alleanza tra due fazioni contrapposte: il “Partito RAI” , dominante nel centrosinistra e il “Partito Mediaset” del centrodestra. Ad entrambi fa comodo avere da un lato una radiotelevisione pubblica dominata dai partiti e con un impianto politico-culturale delle trasmissioni “di sinistra”, e dall’altro un impresa che non si comporti da vero concorrente del polo televisivo privato evitando di sottrargli risorse pubblicitarie.

Questo connubio ha fatto si che, per quanto professionali possano talvolta essere i presidenti e direttori generali RAI e nonostante la presenza al suo interno di ottimi giornalisti, autori e trasmissioni, l’andazzo prevalente sia sempre quello del carrozzone. L’ultimo bilancio approvato, quello del 2012, é stato particolarmente negativo: ricavi per 2.786,5 milioni di euro, quindi meno 211,8 mln di euro rispetto al 2011, e ciò nonostante i grandi eventi sportivi (Europei di calcio e Olimpiadi); la perdita di esercizio è stata di 244,6 milioni di euro rispetto ai 4 milioni di attivo del 2011 e la posizione finanziaria netta risulta negativa per 366,2 milioni di euro con un aggravio di 93,8 milioni.

Anche Mediaset ha avuto risultati (meno) negativi – la crisi c’é per tutti- ma naturalmente, se si prende il lungo periodo, i conti economici del Biscione non sono comparabili a quelli RAI. Nel triennio 2009-2011, nonostante abbia incassato circa 5 miliardi di canone, l’azienda televisiva statale ha infatti avuto perdite complessive per 156 milioni: deprimente.

La riscossione del canone, poi, origina una grande ingiustizia sociale. L’evasione dello stesso é stimata dalla stessa emittente pubblica in mezzo miliardo di euro, facendo ricadere in modo eclatante sulle spalle dei soliti poveri fessi onesti il peso della tassa.

Chi difende la funzione di servizio pubblico della RAI, inoltre, non ha tanti buoni argomenti. Non occorre nemmeno citare la diretta televisiva del matrimonio di Valeria Marini o il tanto trash che viene trasmesso o peggio le inchieste della Corte dei Conti o dei PM su presunti sprechi o fatturazioni gonfiate.

Invero,é il concetto stesso che lega proprietà statale a servizio pubblico ad essere sbagliato. In molti altri settori (telecomunicazioni e altre public utilities) gli operatori privati svolgono la loro attività gravati da oneri di servizio pubblico (in alcuni casi chiamato “universale”) senza troppi problemi. Oppure, a voler essere pratici, basterebbe affidare ad una fondazione governata da consiglieri indipendenti e sovvenzionata con pochissimo denaro pubblico i canali digitali di Rai News e Rai Storia e avremmo risolto il problema.

Privatizzando la RAI faremmo affluire verso le casse dello Stato denaro utile ad abbattere il debito pubblico e i relativi interessi (alcune stime preliminari ponevano il valore dell’azienda tra i 3 e i 4 miliardi), solleveremmo i cittadini da una inutile gabella che genera fenomeni di evasione ed ha importanti costi di riscossione, elimineremmo perdite di gestione che in ultima analisi paga il contribuente, toglieremmo le mani dei partiti politici dall’informazione e favoriremmo la concorrenza e l’innovazione nel settore televisivo.

Ci pensi bene il PD: i grillini, seppur nelle loro modalità confuse, sono favorevoli alla dismissione. Scelta Civica come potrebbe opporsi? Tra l’altro, il portavoce Della Vedova presentò una proposta di legge per la privatizzazione e pure il responsabile del programma Ichino è favorevole. Chi rimarrebbe ad obiettare alla vendita? Il partito liberale di massa, vale a dire il PDL, per mantenere il duopolio imperfetto in cui nomina anche i consiglieri di amministrazione dell’azienda concorrente di quella del suo leader? E che figura ci farebbe? Al PD conviene chiamare il bluff: sarebbe un raro caso in cui ad un vantaggio politico tattico si accompagnerebbe un beneficio non irrilevante per il paese.

(di Alessandro De Nicola)