Il conto finale delle olimpiadi

L’IMPORTANTE non è vincere, ma partecipare: chi non conosce il bellissimo motto reso noto (ma non coniato) dal barone De Coubertin che tutt’oggi ispira i Giochi olimpici? Meno nota è un’altra considerazione dello stesso barone che nel 1911 fece riferimento «ai costi spesso esagerati incorsi nelle più recenti Olimpiadi». Poiché il tema delle Olimpiadi a Roma sta tenendo banco e non solo per via della campagna elettorale, forse è bene capire cosa l’organizzazione di un evento di questo genere comporti. Chiarito subito che non è possibile, come auspicato dalla senatrice Taverna del M5S, «rimandarlo», sarebbe opportuno cercare di farsi un’idea dei pro e dei contro di un’eventuale aggiudicazione sulla base dell’esperienza passata e di chi coinvolgere nel processo decisionale.

La letteratura relativa all’analisi economica dei Giochi olimpici è variegata: alcuni rapporti vengono considerati non attendibili perché effettuati “su commissione”; in altri casi si sono riscontrate difficoltà a reperire i dati necessari. Uno dei lavori più accurati è quello della Said Business School dell’Università di Oxford che affronta un tema particolare ma significativo, lo sforamento dei costi previsti. Prendendo in analisi le spese direttamente legate all’evento sportivo (trasporti, costo del lavoro, sicurezza, amministrazione, cerimonie e così via) e quelli indiretti (villaggio olimpico, media center, ecc) per le Olimpiadi sia estive che invernali dal 1960 al 2010, viene fuori un quadro sconfortante: rispetto al budget preparato dal comitato organizzatore le uscite in media sono schizzate in termini reali del 179%. Le Olimpiadi invernali di Torino sono state un po’ migliori con un aumento solo dell’82 % sulle stime, ma in peggioramento rispetto alla media delle Olimpiadi più recenti dal 1998 in poi. D’altronde, i Giochi di Pechino, che si sono discostati solo del 4% da quanto previsto, secondo i ricercatori di Oxford nascondono i cosiddetti costi indiretti accessori, quelli per aeroporti, strade, ferrovie o ristrutturazione di alberghi che in Cina sono stati enormi (si stimano esborsi complessivi di addirittura 43-45 miliardi di dollari).

Si dirà che tutti i progetti di grandi infrastrutture sforano le previsioni: sì, ma non di così tanto, in genere, tra il 20 e il 45% e la ricerca conclude che ospitare i Giochi dovrebbe essere considerato con grande cautela specialmente dalle economie “problematiche che avrebbero difficoltà ad assorbire costi in aumento e i relativi debiti”. Al lettore giudicare se l’Italia sia o meno in questa categoria.

Riguardo agli effetti macroeconomici delle Olimpiadi, guardando a quelle di Londra, le più recenti e considerate di successo, non c’è alcun accordo tra gli analisti. Alcuni (Pwc e Moody’s) stimano un beneficio per il Pil di + 0,1% l’anno, altri fanno risalire il buon andamento del terzo trimestre del 2012 (data dei Giochi) al giorno di vacanza supplementare goduto dai britannici nel primo trimestre. Le vendite al dettaglio sono calate perché la gente stava davanti alla tv e le visite a musei, teatri e luoghi di attrazione sono calate del 30%. Il villaggio olimpico è costato 1,1 miliardi di sterline ed è stato rivenduto a 825 milioni, lo stadio olimpico 484 milioni ed è stato affittato per 99 anni a poco più di 200. Solo per la sicurezza si sono volatilizzate 5,7 miliardi di sterline.

I soli Giochi in attivo sono stati quelli di Los Angeles del 1984, gestiti con logica privatistica, senza fondi pubblici, evitando di costruire cattedrali nel deserto e costringendo il Comitato Internazionale Olimpico ad abbassare ogni pretesa in quanto mancavano altre città candidate. Per il resto Barcellona ha lasciato 6,1 miliardi di euro di debito, Atene 2004 ha praticamente rovinato la Grecia.

Anche Torino 2006, che pure è stata organizzata bene, ha lasciato opere inutili (il solo trampolino per il salto con gli sci è costato 34 milioni, è inutilizzato e succhia un milione di manutenzione l’anno), perdite (coperte dai fondi pubblici) e debiti. D’altronde basta leggere l’eccellente libro dell’economista Andrew Zimbalist sugli aspetti economici delle Olimpiadi dall’eloquente titolo Circus Maximus per convincersi che, con l’eccezione di Los Angeles, l’organizzazione dei Giochi è stata un cattivo affare.

Se poi volgiamo lo sguardo ad altri mega-eventi organizzati nel nostro Paese, la memoria va ad Italia 90 (costata ai prezzi di oggi 7 miliardi di euro con gli appalti assegnati senza gare) e ai Mondiali di nuoto del 2009, le cui storie di sprechi, corruzione, mancato utilizzo degli impianti sono leggendarie, rappresentate plasticamente dallo scheletro del palazzetto con le vele a pinne di squalo di Tor Vergata, costato 250 milioni.

Ciò detto, si pone il problema di chi dovrebbe deliberare la candidatura di una città a divenire sede olimpica. In Italia il decisore ultimo è il governo. Tuttavia, ci sarebbe un modo più semplice di assicurare un processo accurato ed equo ed esso passa attraverso il referendum. In realtà, come suggerisce l’Istituto Bruno Leoni, questo dovrebbe coinvolgere l’intero Paese, perché le eventuali perdite sarebbero ripianate anche con la casse statali. Purtroppo questa sembra una soluzione complessa mentre assai più praticabile è la consultazione cittadina. Pure qui c’è un problema: i romani potrebbero essere ben felici di votare sì ad un evento che porterebbe a loro i maggiori benefici e al resto d’Italia il conto da pagare. Ecco quindi che si potrebbe prospettare una soluzione simile a quella che il governo canadese negoziò con Montreal e la provincia del Québec: la candidatura deve prevedere obbligatoriamente un equilibrio tra costi e ricavi (diretti e indiretti). Se alla fine le previsioni si riveleranno sbagliate, la differenza la metteranno coloro i quali saranno chiamati a votare, i cittadini romani (o laziali), che potranno quindi scegliere tra rischio di nuove tasse e orgoglio cittadino. No taxation without representation: vale anche il contrario però.

Alessandro De Nicola

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PS
I soli Giochi in attivo sono stati quelli di Los Angeles del 1984, gestiti con logica privatistica, senza fondi pubblici
Alessandro De Nicola

Scavare buche e poi riempirle: l’uovo di Colombo della crescita economica

UNO dei mantra più ripetuti dai politici di ogni colore e da molti commentatori è che condizione indispensabile per una maggiore crescita economica è far ripartire gli investimenti pubblici. E, per rafforzare il concetto, si sottolinea che l’Italia è terzultima in Europa, seguita solo da Grecia e Portogallo, come percentuale di spesa pubblica dedicata agli investimenti rispetto al Pil. Il piano Juncker è stato presentato come una occasione di sviluppo e non passa giorno in cui i ministri non annuncino deroghe intelligenti al Patto di Stabilità per permettere ai Comuni di spendere in infrastrutture, nuovi stanziamenti per metropolitane, strade, ferrovie, tram, fibre ottiche e ogni opera che renda più efficiente il Paese in attesa della possibile apoteosi dell’investimento infrastrutturale, vale a dire le Olimpiadi di Roma del 2024.

Ma è proprio vero, per utilizzare il paradosso keynesiano, che mettere uomini a scavare buche e poi riempirle genera reddito? Partiamo da due recenti episodi. Il primo è l’audizione del ministro Delrio del 20 aprile sull’autostrada Pedemontana, progetto vecchio di lustri che avrebbe dovuto decongestionare il traffico nell’Alta Lombardia nell’affollata area tra Milano, Como e Varese. Ebbene, la parte finora realizzata di strada non attira traffico sufficiente, il 30% in meno rispetto al budget, nonostante sconti ed esenzioni distribuiti a pioggia agli automobilisti poco inclini a pagare il pedaggio. Lo Stato ha già stanziato per l’opera 1,245 miliardi con contributi a fondo perduto ed è previsto un ulteriore sconto fiscale di quasi 400 milioni. Nonostante in teoria i 4,2 miliardi previsti per il completamento dell’autostrada (schizzati a 5,87 se si comprendono gli oneri finanziari) dovrebbero essere in gran parte messi a disposizione da privati, finora la parte del leone l’hanno avuta i contribuenti, avendo lo Stato versato ben 900 milioni. Né sorte migliore sembra arridere alla Brebemi, che collega Milano a Brescia ed è in cronica perdita di esercizio. Minacciando sfracelli, i soci privati della società concessionaria sono riusciti ad ottenere nel 2015 ben 320 milioni da Stato e Regioni e l’allungamento della concessione per sei anni con la garanzia che alla fine lo Stato rileverà la tratta per 1,25 miliardi.

Questi investimenti hanno creato o distrutto valore? Uno studio del 2014 di tre economisti, Maffii, Parolin e Ponti, esaminando una lista di progetti costosi ed inefficienti, ha concluso che le “grandi opere”, presentate dai governi come fiore all’occhiello dell’investimento pubblico, sono caratterizzate da alcuni elementi poco lusinghieri. Primo: sistematica assenza di valutazioni negative nelle analisi costi-benefici rese note al pubblico; secondo, scarsità di tali analisi; terzo, assoluta mancanza di terzietà delle stesse, che perdono così di credibilità in quanto eseguite da «portatori di interessi favorevoli della fattibilità dell’opera analizzata»; quarto, assenza di analisi comparative. Le conseguenze sono ovvie: scorretta definizione del progetto da attuare e delle soluzioni proposte, carenza di alternative, previsioni di domanda sovrastimate.

Un bell’esempio di come una semplice analisi comparativa potrebbe fare miracoli è fornito dalla linea Alta Velocità Milano-Venezia. Nel 2005 il costo stimato per l’opera era di 8,6 miliardi. Nel 2014 era schizzato a 13,368 miliardi, quasi 5 in più! Notevoli i 1202 milioni per il collegamento con l’aeroporto di Montichiari vicino Brescia: zero voli passeggeri e solo un paio al giorno per la posta (vogliamo dimenticarci gli inutili, deserti aeroporti in perdita di cui è disseminata l’Italia, da Siena a Pescara?). Le tratte padane orientali hanno un costo superiore a quelle occidentali, Torino-Milano e a quelle appenniniche Firenze-Bologna. Se poi facciamo la comparazione di costo per chilometro con Francia e Spagna, i binari italiani vengono pagati multipli rispetto a quelli franco-iberici.

Esempi eclatanti che vanno inquadrati in un contesto più ampio? Meglio di no. Sia lo studio del Fondo Monetario Internazionale del 2015 che quello della Banca Mondiale del 2014 mettono in luce la scarsa efficienza dei nostri investimenti pubblici a causa di aggiramento delle leggi, decisioni prese per motivi elettorali, corruzione, ritardi, innalzamento dei costi e bassa qualità di quanto realizzato. Solito pregiudizio anti- italiano? Chissà. Certo è che nell’Allegato sulle infrastrutture al recente Def 2106, annunciando nuovi criteri di valutazione e velocizzazione delle opere pubbliche, il governo ha sottolineato carenza nella progettazione che porta a realizzazioni di bassa qualità; polverizzazione delle risorse; incertezza dei finanziamenti, addebitabile, tra l’altro, alla necessità di reperire risorse a causa dell’aumento dei costi delle opere ed ai contenziosi in fase di aggiudicazione ed esecuzione dei lavori; rapporti conflittuali con i territori dovuti anche all’incertezza sull’utilità delle opere.

Insomma, quando sentiamo magnificare le buche keynesiane, non occorrerà essere filosofi liberisti per ricordarci che, quando si impugna il badile, di sicuramente pubblici ci sono i fondi sovvenzionati dai contribuenti, mentre i benefici sono spesso privatamente allocati tra politici, burocrati ed appaltatori.

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La grande bufala del taglio delle partecipate pubbliche

C’è una sottile e perfida resistenza dei vari ordini e gradi della Pa a ogni riduzione, anche modesta, degli enti inutili o ridondanti

La protesta di ferrotranvieri dell’Atac contro la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti romana (ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Innanzi tutto c’è una notizia che in realtà è una non-notizia. La recente dichiarazione del presidente del Consiglio Matteo Renzi con cui egli enuncia l’obiettivo di ridurre le partecipazioni pubbliche a 1.000 non è nuova: la stessa dichiarazione «sfoltire e semplificare da 8.000 a 1.000» fu fatta il 18 aprile 2014. E anche questa non è una novità: siamo in presenza di auliche dichiarazioni, cui – ahinoi! – non segue l’azione. Che cosa è cambiato da allora, visto che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia?

Detto in altri termini: la pressione sui conti pubblici, che spinge a ridurre la spesa (nella sua dimensione “improduttiva”) ha messo in moto qualche azione e ha portato risultati concreti?
Riteniamo che nulla sia cambiato, e che anzi la situazione complessiva sia peggiorata: in questo articolo cerchiamo di spiegare il “perché”, il “come”, il “dove si è” (o meglio: non si è) nell’impervio percorso verso una pubblica amministrazione (P.a.) più efficiente e più coerente con i magri tempi che corrono.

Quante sono le partecipate pubbliche? Per il Mef 7.726, per il Dipartimento pari opportunità oltre 10mila
Le partecipate pubbliche sono state indicate in 7.726 dal Mef (dato al 31/12/2012, ultimo disponibile). Secondo la stima – più recente – da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità (Dpo) della Presidenza del Consiglio sono «oltre 10.000», quindi il 30% in più di quanto indicato dal Mef, uno “scarto” nella misurazione che dà bene l’idea di quanto il fenomeno sia fuori controllo. Per confronto, la Francia (un Paese a vocazione certamente statalista e interventista in ambito economico) ne ha circa mille. Prendiamo come base di calcolo i dati del Dpo: il 20% delle partecipate ha come unico azionista lo Stato (nelle sue articolazioni: Stato centrale ed enti territoriali), quindi circa 2.000 società; il 13% (all’incirca 1.300) è costituito dalle cosiddette società strumentali, cioè le società che forniscono (quasi) esclusivamente beni e servizi all’ente partecipante – torneremo in dettaglio su questa tipologia; il 42% (circa 4.200 società) sono società prive di rilevanza economica; il 23% (circa 2.300 società) forniscono beni e servizi di utilità economica, quali elettricità, acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporto locale; il 22% (circa 2.200) sono società che operano in settori in regime di concorrenza.
Negli anni, molteplici sono stati gli studi e le proposte di riduzione della “mano pubblica” (ricordiamo, scusandoci con chi non sia qui citato, il lavoro della Commissione Giarda, di ampio respiro; da ultimo, il Programma del commissario Cottarelli), e c’è stata pure qualche azione, come quella prevista dall’art 4 del dl 95/2012 (la “spending review” del governo Monti) che introduceva l’obbligo di privatizzazione e scioglimento delle società strumentali degli enti locali (sopra indicate, e stimate in 1.300 nel nostro Paese), in particolare prevedendo la loro vendita o la loro liquidazione quando almeno il 90% del loro fatturato fosse nei confronti dell’amministrazione pubblica che le possiede, «a meno che non svolgano servizi di interesse generale o che per ragioni del contesto socio-economico non sia possibile un efficace ricorso al mercato» (condizione da valutare da parte dell’Antitrust).

Si è scatenata la resistibile resistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale
Come è facile intuire, intorno all’inciso virgolettato si è scatenata la resistibileresistenza allo “sfoltimento” da parte degli enti territoriali, cui ha dato una mano essenziale la Corte Costituzionale, che con la sentenza 229/2013 (presidente Gallo, relatore Tesauro, per chi abbia buona memoria) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art 4 citato. La motivazione della sentenza è presto detta: secondo la Consulta lo Stato può limitare l’attività delle Regioni ponendo obiettivi di riequilibrio della spesa, ma non può prevedere in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento di tali obiettivi, cosa che l’art 4 del dl 95/2012 faceva, entrando nel dettaglio di “che cosa” e “come”, e così invadendo le competenze regionali.

Attenzione: l’articolo e la sentenza si riferiscono alle sole Regioni a statuto ordinario; come i lettori potranno facilmente immaginare, le regioni a statuto speciale erano e sono “per definizione” fuori dall’ambito di applicazione del cassato articolo 4: nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti.

Per le regioni a statuto speciale nessuna revisione della spesa, se non “quando” e “se” così fosse previsto dai rispettivi Statuti
Dopo la pronuncia della Consulta la norma resta peraltro applicabile (ma non applicata …) a Comuni e Province – anche nella loro nuova veste – delle Regioni ordinarie, poiché l’ordinamento degli enti locali rientra nelle competenze della normativa statale. Non contenta, verrebbe da aggiungere, la Corte Costituzionale, con la sentenza 236/2013 (presidente Gallo, relatore Napolitano: sempre per la cronaca) ha “salvato” enti, agenzie ed organismi comunque denominati che siano stati creati per svolgere, anche in via strumentale, le funzioni fondamentali degli enti territoriali. Sul punto si osservi come l’art. 9 del dl 95/2012 prevedesse che Regioni, Province e Comuni dovessero accorpare o sopprimere tali enti, agenzie e organismi, in ogni caso tagliando la spesa di almeno il 20%, e che in caso di inadempienza vi fosse la soppressione automatica di tali enti e la nullità dei loro atti. Ai lettori non sfuggirà la sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a.
Andando a ritroso come i gamberi (una pratica di lunga tradizione nazionale, peraltro), ci si imbatte nella legge 244/2007 che all’art. 3, comma 27, recita:

«Al fine di tutelare la concorrenza e il mercato (sic!), le amministrazioni pubbliche non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. È sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza a livello regionale a supporto di enti senza scopo di lucro e di amministrazioni aggiudicatrici … e l’assunzione di partecipazione in tali società da parte , nell’ambito dei rispettivi livelli di competenza».

C’è una sottile e perfida linea della resistenza a ogni, anche modesta, riduzione degli “enti inutili od almeno ridondanti”, operata in modo reciproco e concertata fra i vari ordini e gradi della P.a
La norma, nel suo far coesistere la rigidità del dettato normativo e la flessibilità compiacente della prassi amministrativa, è ancora in vigore e avrebbe dovuto portare alla vendita/liquidazione di tali società entro il 31 dicembre 2014: siamo ad agosto 2015 e tutto tace sul fronte. Il perché è facilmente immaginabile: la norma non trova applicazione perché la valutazione delle condizioni indicate all’art 3, comma 27, è interamente lasciata alla amministrazione partecipante, che può opporsi, o non procedere, con una semplice “delibera motivata” dell’ “organo competente”.

A parziale – molto parziale – esimente, dobbiamo riconoscere che la spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà diaggirare il “patto di stabilità” che poteva (e ancora può…) essere così evitato, poiché le società partecipate di Comuni e Province non erano e sono soggette al “patto”, applicabile solo agli enti territoriali (della ingloriosa fine della norma afferente le Regioni si è detto sopra).

La spiegazione del proliferare di molte partecipate sta sovente nella volontà di aggirare il “patto di stabilità”
In questo Bel Paese, espressione che sempre più suona come uno stonato ossimoro, ci si dibatte e ci si avviluppa con le “micro-partecipate”: oltre 1.400 in cui la quota in mano al pubblico non raggiunge il 5%, 1.900 società in cui la quota pubblica è fra il 5% ed il 10%, 2.500 sono sotto il 20%; non si comprende quali utilità esse possano rivestire per un sempre invocato “interesse pubblico”.
Infine: sentiamo parlare, per voce del ministro alla Semplificazione e alla Pubblica Amministrazione, di preparazione di un testo unico di semplificazione della disciplina della società partecipate con un respiro almeno decennale (forse già sapendo che per avviare l’analisi del fenomeno i tempi si misurano in decenni …), di “ricognizione” sulla natura e sulla struttura di tali partecipate, e via discettando, quando il fenomeno è stato analizzato in innumerevoli studi anche nel recente passato.
Al di là dei proclami, la questione resta sempre quella della volontà politica di intervenire drasticamente sul tema, volontà che nel governo Renzi sembra assai flebile. Invece c’è molto da fare e serve, se non il bazooka del rude ristrutturatore, almeno il cacciavite del mite operaio.

Corrado Griffa – Consulente aziendale, Chief Editor think tank ItaliAperta
Riccardo Puglisi – Ricercatore all’Università di Pavia, responsabile economico Italia Unica

Pubblicato su Linkiesta

“Aggiungi un posto all’Atac” e il costo di percorrenza di ogni km è il triplo di quello inglese

PER CHI non lo avesse ancora fatto, suggerisco di scaricare il divertente video prodotto da Sora Cesira intitolato “Aggiungi un posto all’Atac” in cui si dileggia l’infornata di assunzioni avvenuta nell’azienda di trasporti romana mentre era sindaco Gianni Alemanno. Il filmato da solo riesce a far capire più di molti studi qual è il dramma di molte (anche se non tutte) società partecipate dagli enti locali: clientelismo, inefficienza, sprechi e a volte malaffare. Il caso dell’Atac è eclatante e ormai arcinoto: debiti accumulati per 1 miliardo e mezzo, perdite tra il 2009 e il 2014 di 1 miliardo e cento milioni nonostante contributi pubblici di oltre 5 miliardi (questi ultimi incidono per il 70% dei ricavi). I dipendenti sono ben 11.800, ma, come ben evidenziato in vari studi degli economisti Giuricin ed Arrigo, con una bassissima produttività ed un costo del lavoro molto alto (ad esempio, secondo uno studio del 2014, superiore di 4 mila euro a quello dei dipendenti del trasporto pubblico parigino). Il costo di percorrenza di ogni km è di 7,3 euro, quasi il triplo di quello inglese, ove il trasporto pubblico locale (Tpl) è liberalizzato. Attenzione però, le linee che a Roma vengono affidate a società private a seguito di appalto pubblico costano 4,5 euro, il 40% in meno. E per il servizio svolto in subappalto, sempre a seguito di gara, il costo crolla a 2,63 euro, ben 2/3 in meno.
Questi dati, oltre a testimoniare l’incapacità delle varie giunte capitoline che si sono succedute negli anni a governare in modo decente l’Azienda (Venezia e Milano, per citare due casi di città “difficili”, sono messe molto meglio), dimostrano che la combinazione proprietà pubblica- monopolio è dannosa: strapotere dei sindacati, salari fuori mercato, lassismo (l’assenteismo è record), raccomandazioni e incapacità di programmazione.
D’altronde quando si inietta un po’ di concorrenza la situazione migliora sempre e il trasporto pubblico non fa eccezione: per esempio, da quando l’autotrasporto su gomma a lunga distanza è stato liberalizzato, in tutta Europa è esplosa l’offerta e le ferrovie, per anni indebitamente protette, hanno dovuto correre ai ripari migliorando prezzi e qualità dei loro servizi.
Tuttavia, se Roma piange, è tutto il settore Tpl che in Italia non ride. La recente indagine Mediobanca su un campione si-gnificativo di società pubbliche (presumibilmente le più efficienti, in quanto sono le 440 più grandi e con dati disponibili) mostra come, nonostante il trasporto locale abbia beneficiato dal 2006 al 2013 di trasferimenti come integrazione tariffaria e supporto ai salari per 22,2 miliardi di euro (sì, avete letto bene), sia riuscito a registrare perdite per 1,6 miliardi di euro. Il settore ambientale e il Tpl peraltro ricevono il 92% dei corrispettivi e contributi pubblici dell’intero comparto dei servizi pubblici locali. Nel 2012-3 su 9 miliardi di trasferimenti alle società esaminate da Mediobanca, 8,3 sono andati ai due settori menzionati. Ma la cifra totale, riportata dall’ex commissario alla spesa pubblica Cottarelli, si aggira in realtà sui 6-7 miliardi l’anno per il solo Tpl.
Orbene, è ovvio che l’intero comparto delle aziende di proprietà degli enti locali va riformato, ma tra queste chi ha bisogno più urgentemente di una drastica riforma è proprio il trasporto pubblico locale. Il primo provvedimento è quello di diminuire le contribuzioni pubbliche. Le lamentele degli amministratori locali sui tagli ai sussidi sono infatti spesso ingiustificate: uno studio del Politecnico di Torino ha evidenziato che nel 2013, a seguito di una sforbiciata dei trasferimenti dalla Regione, il Comune ha ridotto i servizi di trasporto del 10%. Nonostante ciò il numero di passeggeri trasportato è rimasto lo stesso, circa 200 milioni.
Si può dunque procedere a decurtazioni di linee il cui tasso di riempimento è troppo basso e sostituirlo con servizi ad hoc “a chiamata”: in media, difatti, il 70-80% dei passeggeri è trasportato da appena 30% delle corse, mentre le altre sono semi-vuote. L’evasione del biglietto è pure molto elevata: non è un caso che l’Atac abbia deciso come prima misura di risanamento di schiodare 500 dipendenti dalle scrivanie e mandarli a fare i controllori. Inoltre è necessario accorpare le innumerevoli imprese locali che non riescono a fare economie di scala e procedere a privatizzazioni su ampia scala, assegnando per bando pubblico il servizio. La privatizzazione è imprescindibile in quanto bisogna evitare che il Comune concorra alla gara, sia contemporaneamente l’ente aggiudicatore e poi l’arbitro sull’efficienza del servizio. Bisognerebbe poi applicare immediatamente il criterio dei costi standard per ridurre i trasferimenti alle aziende la cui inefficienza è cosi scandalosa da essere incredibile: si pensi che la municipalizzata di Napoli copre i costi operativi con i propri ricavi non sussidiati solo per il 9,4%!
La riforma della Pubblica amministrazine contiene alcuni utili princìpi (incentivi alla privatizzazione, messa in liquidazione delle società con più anni di perdite, parziale liberalizzazione dell’attività, trasparenza). Tuttavia, essa è contraddistinta da una certa vaghezza entro la quale la portata liberalizzatrice dei decreti attuativi potrebbe essere annacquata e quindi è opportuno che il governo dica subito con chiarezza quali saranno le direttrici che intende seguire per far sì che questo non avvenga. Di posti a tavola se ne sono aggiunti fin troppi: adesso è il momento di sparecchiare.
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RC Auto: gli AP tutelano i cittadini-assicurati e i cittadini-officine?

Dopo una riforma, emanata nell’interesse degli automobilisti, nel 2010 i premi Rc auto sono aumentati del 25% per gli autoveicoli e di oltre il 35% per i motocicli. Ora contro le modifiche al ddl Concorrenza proposte dai relatori si scagliano le compagnie minacciando “un inevitabile aumento del prezzo delle polizze”. La Commissione giustizia della Camera, bocciando il Disegno di legge (9.07.2015), chiedeva lo stralcio degli articoli sullo sconto per chi installa la scatola nera il cui costo, a carico del cliente, non è ammortizzabile attraverso lo sconto sulle tariffe e l’eliminazione dell’obbligo di identificare i testimoni sul luogo dell’incidente. Sono le stesse previsioni già stralciate dal Decreto “Destinazione Italia” del governo Letta e riproposte in modo pedissequo da Renzi. Ci sarebbero, inoltre, sconti sull’Rc auto a fronte della rinuncia alla cessione del credito o a fronte del risarcimento in forma specifica, cioè se il danneggiato fa riparare il veicolo presso carrozzerie convenzionate con l’assicurazioni. Si tratta di un’evidente compressione delle facoltà contrattuali degli utenti in nome della lotta alle frodi. Infatti, la cessione del credito non ha alcun nesso con le frodi mentre l’obbligo di rivolgersi a esercizi convenzionati attribuirebbe, di fatto, all’assicuratore il controllo del mercato dell’autoriparazione creando un percorso privilegiato verso le imprese fiduciarie dell’assicuratore che metterebbe le imprese indipendenti fuori dal mercato limitando la capacità contrattuale nel settore. Inoltre, la nuova disciplina ridurrebbe l’ambito risarcitorio perché, ad esempio, sarebbero esclusi i danni morali e le sofferenze psicofisiche sarebbero liquidabili “solo se di particolare intensità” . Ma chi tutela gli assicurati ? Il presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass), all’Assemblea annuale dell’associazione delle imprese assicuratrici (ANIA) del primo luglio scorso ha affermato “La tutela dei consumatori e degli assicurati è affidata alle stesse compagnie assicuratrici”, le quali operano correttamente per conquistare la fiducia dei clienti senza la quale calerebbero i profitti e crescerebbe il contenzioso. Alla faccia del caciocavallo ! Direbbe Totò. E il governo che dice ?

Posted on 3 agosto 2015 by Avvocato Riccardo Cappello su Il Cappio

Uber-taxi La sentenza intelligente che servirebbe ai tassisti

PURTROPPO va così. L’unica sentenza che avrei visto volentieri, quella che poteva spazzare via l’iniquo aggio dell’8% che Equitalia si riconosce sulle somme incassate coattivamente senza alcun legame con l’attività realmente svolta per la riscossione, non è stata emessa.

È invece arrivata l’ordinanza del tribunale di Milano sul caso Uber, la compagnia di trasporto passeggeri che ha rivoluzionato la mobilità urbana nel mondo e che ha scatenato controversie legali di ogni genere. Sotto accusa il servizio UberPop, che permette agli utenti di trovare attraverso la app della società autisti anche occasionali e a prezzi convenienti. I guidatori sono selezionati dall’azienda secondo criteri piuttosto rigorosi (minimo di punti sulla patente, nessun precedente penale, automobile moderna, eccetera) e dopodiché sono sottoposti ad un rating di gradimento da parte dei clienti, visibile a tutti e che, se non abbastanza positivo, può portare all’esclusione dell’autista dal circuito Uber.
I tassisti milanesi hanno presentato ricorso al Tribunale di Milano asserendo che la multinazionale americana aveva organizzato un servizio in concorrenza sleale con le auto bianche. Secondo i loro avvocati, mentre per guidare un taxi bisogna ottenere la licenza, la cessione della stessa sul mercato secondario può avvenire a prezzi elevati (anche con cifre a cinque zeri), si deve ottenere un’abilitazione professionale, stipulare assicurazioni particolari, installare un tassametro, dedicare l’automobile solo al servizio pubblico e le tariffe sono concordate con il comune, gli autisti di Uber possono evitare tutti questi adempimenti e quindi operare in dumping e illecitamente, facendo concorrenza sleale. Il giudice ha sostanzialmente accolto questa impostazione e ha inibito alla società, che ha preannunciato ricorso, di utilizzare la sua app.

La causa è in corso e quindi sarebbe inappropriato commentare sulla bontà della logica giuridica dell’ordinanza. Tuttavia qualche riflessione sulle argomentazioni economiche la si può fare.

Innanzi tutto il giudice afferma che «l’effetto del servizio prestato è quello di offrire un’alternativa più economica al servizio taxi, e cioè di esaudire ad un prezzo minore la medesima esigenza di spostamento dell’utente da qualsiasi punto di partenza». Considerando che non è stato rimproverato ad Uber alcun disservizio (del tipo più autisti ubriachi della media dei tassisti o percentuale più alta di incidenti stradali), a questo punto dovrebbe scattare l’applauso. Innovazione, prestazioni meno care e probabilmente migliori visto la popolarità tra i consumatori, stessa sicurezza, trasparenza sulla qualità del servizio, tariffe parametrate al gioco della domanda e dell’offerta (Uber le può cambiare a seconda del numero di richieste), maggiore occupazione e libertà di scelta: raramente un’attività economica riesce a combinare tutto questo.

Eppure, il giudice, aggiungendo considerazioni un po’ discutibili come il possibile aumento di inquinamento determinato da Uber (impressione non supportata da studi o ricerche) e che il pericolo per i tassisti deriva anche dal fatto che Expo porta maggiore lavoro a Milano (logica controintuitiva: se c’è più domanda non è meglio ci sia altrettanta offerta? E se invece il ricorso fosse stato a Bari il pericolo era minore?) ha per ora bloccato Uber.

Cosa farebbe allora un legislatore intelligente di fronte alla prova provata che tutte le pastoie amministrative imposte ai tassisti non servono a nulla se non a creare un oligopolio, visto che basta un’applicazione informatica a soddisfare il consumatore senza grandi problemi? Cercherebbe una soluzione transitoria per l’incumbent, che non è un moloc monopolista ma un insieme di piccoli artigiani che hanno investito i loro risparmi e le cui preoccupazioni non possono essere ignorate, e liberalizzerebbe tutto il resto, con un minimo di requisiti tipo quelli che già Uber applica volontariamente.

Un legislatore intelligente e che agisse nell’interesse pubblico, appunto.

Twitter @aledenicola

Lo spreco razionale delle “grandi opere”.

Diecimila euro, duecentocinquanta milioni di euro oppure venticinque miliardi? Queste sono alcune delle cifre che hanno danzato nei numerosissimi articoli che sono stati scritti per spiegare all’opinione pubblica l’ultimo scandalo che ha avuto per oggetto le cosiddette “Grandi opere”. Su di esse, sul loro ordine di grandezza, è necessario riflettere per comprendere perché non siamo né saremo in grado di venire fuori da queste pessime prassi, portatrici di illegalità e di sprechi e grandi costruttrici di debito pubblico.

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Concessioni Autostradali in Proroga

L’articolo 5 dello “Sblocca Italia” prevede la possibilità di negoziare con le società autostradali concessionarie un aumento degli investimenti sulla rete autostradale ed un “calmiere” alle tariffe, in cambio di una proroga dei termini delle concessioni. Per il ministro delle Infrastrutture, “se vogliamo ammodernare e potenziare le autostrade senza aumentare i pedaggi l’unica strada (…) è aumentare la durata delle concessioni. E questo si può fare nel rispetto del diritto comunitario” (art. 43 della direttiva); secondo l’Autorità Anti-Corruzione, “lo slittamento delle scadenze senza gara viola i principi di concorrenza”. Gli investimenti necessari sono stimati in 10 miliardi di euro nello “Sblocca Italia”. O “Blocca Italia”?

Da Smartweek.it del 18 Marzo c.a.: http://www.smartweek.it/fattodelgiorno/concessioni-autostradali-in-proroga/#

Dissesto, Anche del Suolo

Il Piano nazionale contro il dissesto idrogeologico non sarà pronto prima del 2016; il governo ha indicato in 7 miliardi di euro la somma disponibile per finanziamenti, contro i 21 miliardi richiesti dalle Regioni. Gli studi di fattibilità ed i progetti pesano per l’80% delle richieste fatte dagli amministratori, e solo il 4,9% sono progetti esecutivi, indice di un “ritardo strutturale” del sistema-paese; la stima dei lavori “cantierabili” esecutivi è indicata in 1 miliardo, che coprirebbe 12 mesi di lavori, e che possono “andare a bando di gara”; il 14%, per 3 miliardi, è classificato “definitivo”, per cui si deve attivare un “appalto integrato”; il 36,3% degli interventi, per 7,6 miliardi, è fermo allo studio di fattibilità; il 44,8%, per 9,4 miliardi, è allo stadio del preliminare. Il 16,4% dei 21 miliardi di interventi richiesti è previsto in Campania (3,4 miliardi), seguita da Sicilia (11,4%), Puglia (7,7%), Veneto (7,6%). Nell’attesa del riparto delle disponibilità del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC) e della graduatoria delle opere da finanziare, il governo conta “”di poter confezionare il nuovo piano entro i primi mesi dell’anno prossimo””: valanghe e smottamenti sono avvertiti di evitare imboscate intempestive.

http://www.smartweek.it/fatto-del-giorno/dissesto-anche-del-suolo/

Senza Fili Senza Confini.

Volentieri riceviamo e pubblichiamo.
L’accesso ad internet è diventato un “must”, un diritto che quando si ha la possibilità di sfiorare, poi non si riesce a farne a meno; l’accesso è facile in una grande città, dove gli investimenti dei “service provider” trovano un ritorno economico adeguato, nel tempo e nella misura; l’accesso è spesso problematico in un piccolo centro, poco abitato, e “fuori target” per i “service provider”: che fare? Se lo sono chiesto in un piccolo centro piemontese ed hanno trovato la soluzione.  Quando l’ingegno dei cittadini sconfigge la lentezza dei tempi burocratici.  Sono lontati i tempi dei bojanen, che oggi corrono veloci ad alta frequenza.

Un piccolo paese del Piemonte si è attrezzato per diventare il provider di se stesso e portare Internet superando il “digital divide”, un esempio virtuoso ripreso dal New York Times http://www.nytimes.com/2014/12/03/world/europe/a-village-has-what-all-of-italy-wants-the-internet-.html?_r=0

3 dicembre 2014

Martedì 2 dicembre sul New York Times è stato pubblicato un articolo in cui ci si occupa dell’accesso a Internet in Italia partendo dalla storia di Verrua Savoia, comune del basso Monferrato che si sviluppa su circa 30 chilometri quadrati nella parte più orientale della provincia di Torino, in Piemonte, abitato da circa 1500 persone: «Questo villaggio rurale di collina dove una fortezza del XVII secolo è un ricordo di come gli abitanti scongiurarono gli invasori per centinaia di anni» dice il New York Times «potrebbe sembrare l’ultimo posto in Italia dove trovare una connessione Internet wireless». Ma non è così.
Il New York Times racconta che Daniele Trinchero, professore al Politecnico di Torino nato a Verrua Savoia, ha avviato una sperimentazione e contribuito a creare un’associazione senza scopo di lucro per offrire «quello che lo Stato e le compagnie di telecomunicazioni non sono ancora riusciti a fornire. Il gruppo può essere considerato il primo nel suo genere in Italia». Si tratta cioè del primo operatore di comunicazione non profit.
L’associazione si chiama Senza Fili Senza Confini: è nata ufficialmente il 18 ottobre del 2014 a Verrua Savoia dopo un percorso di ricerca scientifica e sociale durato 8 anni e portato avanti da diversi soggetti (Politecnico di Torino, Comune di Verrua Savoia, Ministero della Sviluppo Economico). Il progetto aveva l’obiettivo di dimostrare che Internet poteva essere portata anche nei luoghi più periferici e a condizioni economicamente sostenibili.
L’associazione propone un modello in cui i cittadini si fanno carico degli investimenti per accedere alla banda larga, acquistandola in gruppo ed evitando agli operatori tradizionali investimenti che non vengono considerati convenienti. Nel sito si legge: «L’attività dell’associazione si configura, proprio per questi motivi, in supporto e non in concorrenza con gli Internet Service Provider tradizionali, dei quali può essere considerata uno strumento operativo per ridurre il divario digitale che ancora caratterizza l’Italia, paese dalla conformazione geografica complessa». Le reti costruite e gestite dall’associazione sono accessibili in modo gratuito.
La sperimentazione partì nel 2006 a Verrua Savoia con l’apertura del primo hotspot libero e pubblico in Piemonte al di fuori di Torino attraverso la realizzazione di ponti radio totalmente artigianali e sperimentali con materiale di recupero: in questo modo fu portata connettività da Torino a Verrua Savoia a una velocità di 2 Mb al secondo. Nel 2010 il progetto fu esteso portando molta più banda e in collaborazione con il ministero dello Sviluppo Economico fu realizzata una rete sperimentale che doveva coprire tutto il territorio comunale e consentire agli abitanti di accedere a Internet da casa e non più attraverso l’hotspot pubblico del municipio. Il tutto basato su radiofrequenze: i microprocessori di normalissimi router WiFi erano stati montati su computer che non venivano più utilizzati nei laboratori del Politecnico e in questo modo di creavano trasmettitori per ponti radio attraverso l’uso di antenne dismesse dagli operatori radiofonici. Nel 2011 è stata così ampliata la rete a Verrua Savoia dal 70 per cento al 98 per cento. Attualmente la velocità della connettività è di 300Mb/s con 20 Mb/s disponibili in media per ogni nucleo familiare.
Il progetto sperimentale terminerà il prossimo 31 dicembre ed è per questo che i cittadini che hanno sperimentato questo primo sistema hanno costituito l’associazione diventando non solo fruitori ma provider di loro stessi. Per quanto riguarda i prezzi: le proiezioni mostrano che dall’acquisto in gruppo della banda a monte, al trasferimento sul territorio e alla gestione, il costo finale sarà di 50 euro all’anno per ciascuno dei 260 soggetti. Naturalmente si tratta di un sistema replicabile ed è una buona soluzione per dare copertura a quei territori dove non arriva la fibra ottica.
Il New York Times conclude dicendo che la questione dell’accesso a Internet è uno dei problemi più urgenti dell’Italia e che l’Italia è un paese in cui circa la metà del territorio è montuoso, in cui il segnale non viaggia facilmente e in cui l’installazione di cavi in fibra ottica è costosa: è insomma un paese in cui è molto accentuato il cosiddetto “digital divide”, il divario tra chi ha accesso effettivo a computer e Internet e chi invece ne è escluso. Ma l’Italia è lontana anche dalla gran parte del resto d’Europa (e degli Stati Uniti): ha infatti uno dei tassi più bassi in Europa per quanto riguarda la connessione a una banda larga ultraveloce, la metà per esempio rispetto alla Svizzera. Infine: «Solo il 10 per cento delle scuole elementari italiane» conclude il quotidiano «ha una connessione a banda larga».