Test di Medicina: i più bravi vanno alle università del Nord

Orsola Riva riporta oggi sul Corriere la notizia che alcune università del Nord attirano i migliori studenti d’Italia, è miltissimi vengonio dal Sud. La dose sudismo contro nordismo è massiccia; OR sostiene che le Università del Nord sono migliori grazie al contributo del Sud. La storia del Sud contro il Nord, e viceversa, suona un pò statia e fuori tempo.

Sappiamo ad esempio che sono oltre 100.000 i neo-laureati italiani che negli ultimi anni si sono trasferiti all’estero. Cioè i nostri giovani meglio preparati che trovano lavoro in altri Paesi. Qualcosa non va, se qui restano tutti gli altri, eventualmente disoccupati.

Non disponiamo al momento di dati specifici su “medicina”; ma sappiamo che i laureati in “medicina” in Italia sono eccellenti e che la sanità italiana (ricerca inclusa) è forse una delle poche discipline “locali” apprezzate anche all’estero.

L’articolo si chiude con ulteriori osservazioni che rimarcano il “depauperamento del Sud” (non opportunità che i docenti delle università del Sud non sanno creare). Al depauperamento dovrebbe porre rimedio la solita “Mamma Stato” con i soliti investimenti al Sud, mai interrotti e ciò nonostante sostanzialmente privi di rilevanti ritorni. Soldi sprecati (a danno di tutti i Cittadini, ma non proprio di tutti).

Dobbiamo perciò porci alcune domande su un piano diverso:

  • Perchè “Nord contro Sud” quando vi sono moltissime altre università italiane, anche al Nord, che non sono attrattive quanto le eccellenze (es. Milano e Padova)? Perchè non preoccuparci del “depaureramnento” anche della Liguria? O dell’Alto Adige?
  • Perchè Mamma Stato dovrebbe investire nelle Università, e nei loro dirigenti, incapaci di eccellere; peraltro solo al Sud e non a Trieste? Certo, è compito dello Stato quello di tirare su chi non è rimasto indietro; ma perchè non vengono citati (a parte le evidenze invalsi) i “diplomifici tarocchi”, università incluse, che beneficerebbero di soldi che non meritano? Come fare invece a dare soldi a chi si dà da fare e merita (Sud o Nord è quasi irilevante)?
  • Si tratterebbe di generici soldi a pioggia?  In quali puntuali iniziative dovrebbero convertirsi gli investimenti? In quali iniziative di miglioramento, possibilmente con pubblica periodica informativa sul progresso degli investimenti e dei risultati?
  • Per quale ragione dovrebbero essere tolti investimenti alle attuali eccellenze dirottandoli sulle università i cui docenti sono incapaci di far evolvere la loro università? Il risultato sarebbe “tirar giù chi ce la fa a creare eccellenza” a favore di chi invece fa altro. Insomma il risultato sarebbe riportare in basso anche le eccellenze correnti. È una linea d’azione che porta beneficio a tutti i cittadini o solo ad alcuni inefficienti privilegiati?
  • Le Università che sono rimaste indietro hanno piani realistici mirati ad avvicinarle all’obbiettivo di diventare internazionalmente attrattive? Noi Cittadini dove possiamo leggere i loro piani di investimento e i risultati attesi?
  • Le Università sono enti pubblici autonomi; dove noi Cittadini leggiamo le decisioni dei loro CdA per migliorare i loro risultati (attrattività inclusa)?

Non abbiamo terminato le nostre domande; ma lo scopo è in parte raggiunto. Se Orsola Riva proponesse le questioni da questo lato del problema credo che noi Cittadini ci sentiremmo più informati e meglio predisposti ad aiutare chi si dà da fare. Ovviamente non abbiamo alcuna pretesa di essere dal lato giusto, ma ci teniamo a sottolineare che l’informazione fatta a suon di usurati luoghi comuni, prima ha creato l’humus vitale a partiti di ispirazione autarchica, poi ad altri assai populisti, senza dimenticare i soliti partiti-faccendieri ai quali nulla interessa del futuro dei giovani Cittadini.

Francesco Griffo: una storia di standard, tecnologia, economia, conoscenza e libertà.

La damnatio memoriae colpì il nome di Francesco Griffo, l’uomo che letteralmente scrisse una parte fondamentale dell’arte della scrittura per la stampa. Quotidianamente sotto i nostri occhi scorrono file di caratteri che lui ha inventato e che sono all’origine della storia dei font.

Bene conosciamo la grandezza degli antichi romani nelle loro qualità maestre: l’ingegneria, la logistica, l’efficienza. Standarizzarono tutto: le unità di misura, lo “scartamento” delle strade e la larghezza dei carri, la scrittura, il diritto e con questo l’organizzazione sociale, la moneta, la lingua, l’idraulica, l’esercito, il fisco, il servizio postale e tanti altri standard ancora in uso che ci rendono la vita più facile.
Quando cadde l’Impero, trascinò con sè tutto il Mediterraneo. Oltre trecento anni di secoli bui dovettero trascorrere prima della riunificazione dell’Europa. Il baricentro questa volta fu Aachen (Aquisgrana, vicina a Maastricht). Proprio lì, il forse ancora analfabeta Carlo Magno decise che in ogni monastero europeo vi fosse una scuola per insegnare a leggere e a scrivere. Decretò anche la fine della babele grafica della scrittura; ordinò di progettare e diffondere il primo font standard europeo: la carolina, l’archetipo di tutti i caratteri stampati nelle lingue occidentali.
Ci vollero altri seicento anni di accumulazione di invenzioni per dare adeguata consistenza al substrato necessario all’esplosiva invenzione di Gutenberg: gli standard che consentivano la stampa.

Nei secoli oscuri del Medioevo qualche inventore, dotato di visone notturna, aveva reso la carta adatta alla stampa; era ancora molto costosa, ma evitava la macellazione di intere greggi di pecore per ogni singola copia di un libro. Nel contempo il millenario torchio divenne più forte, più piccolo e più preciso grazie all’utilizzo di molte componenti prodotte dalla metallurgia (perfezionata da altri che aguzzavano la vista nel buio di quei secoli). La metallurgia apportò anche la lega di metallo morbido adatto ai caratteri mobili. Eppure, forse perché allora non ci si vedeva tanto bene, l’idea di Gutenberg, e del suo dimenticato socio Fust, non appariva molto pratica. Agli uomini prudenti infatti sembrava che l’equipaggiamento per stampare, l’enorme lavoro per incidere i caratteri e tutto il resto avrebbe avuto un costo spropositato, non inferiore a quello del minuzioso lavoro dei monaci amanuensi sulla pergamena.

Era proprio un problema di vista, gli uomini prudenti non avevano notato l’impennata di domanda di un certo libro. Da meno di trent’anni infatti la rivoluzione protestante aveva scardinato il controllo dell’élite sulle poche costosissime Bibbie per giunta scritte in una lingua sconosciuta ai più. Fino ad allora il testo fondante della religione dei popoli europei era stato, senza l’aiuto degli intermediari, inaccessibile; dopo la liberazione di Wittenberg (e la disintermediazione), i singoli europei potevano leggere la Bibbia nella loro lingua preferita, e perfino tenerne una copia in casa. L’acume imprenditoriale di Gutenberg e Fust mise a fuoco l’enormità quantitativa della domanda.

La loro rivoluzione stava nell’avere messo insieme varie tecnologie da utilizzare con l’arte nella quale erano entrambi esperti: l’incisione orafa. Tutto era disponibile e pronto per l’esplosione. Mancava giusto la rottura di quel sottile diaframma che separava l’idea dalla realtà concreta. Era un diaframma di dubbi, di incertezze il cui superamento richiedeva coraggio e un po’ di follia. (Ac)cadde nel 1455.

Ogni rivoluzione mirata a riorganizzare la società in tempi brevi, porta con sé fenomeni distruttivi. In quei decenni l’Europa fu attraversata da feroci rivolte e guerre politico-religiose. Pochi anni dopo le prime stampe, anche Gutenberg ebbe la sua tipografia distrutta.

Nel frattempo la mercantile Serenissima Repubblica Veneziana, patria di straordinarie libertà sociali, religiose e politiche, si trovava al centro di mille pacifiche rivoluzioni economiche. Bisanzio cadeva con la lentezza dovuta alla vastità del suo patrimonio; era così grande che ci voleva molto tempo per spenderlo tutto. Forse questo ci ricorda qualcosa a proposito del nostro Paese, ma è un’altra storia. All’epoca Venezia era la prima beneficiaria della debolezza di Bisanzio. Altra ricchezza le derivava, già prima del Mille, dal noleggio delle flotte militari e commerciali per i traffici sud-nord. Talvolta partecipava essa stessa alle “rapine” (es. la crociata del 1209 dalla quale derivano i famosi cavalli di bronzo, le colonne, i tetrarchi, il paliotto di San Marco e molto molto altro).

Più o meno all’epoca di Gutenberg, il cardinale greco-ortodosso e cattolico (sic!) Bessarione (cittadino onorario di Venezia) aveva lasciato in eredità a Venezia la sua immensa biblioteca personale che fu il fondo all’origine della biblioteca marciana tutt’oggi visitabile in Piazza San Marco. Le culture Bizantina, Italiana dell’antichità, Musulmana, Europea si incrociavano nei porti della Serenissima depositandovi ad ogni passaggio non poca ricchezza monetaria, ma specialmente un’immensità di ricchezze culturali diverse, grazie alla straordinaria libertà e tolleranza di cui godevano i suoi cittadini. Per esempio, l’inquisizione papalina non poteva esercitare alcun potere nel territorio veneziano; i veneziani erano orgogliosi difensori dell’indipendenza da Roma del loro Patriarca di Aquileia, un pari del Papa come ora lo è Alessio II. Esiste presso che un unico caso di interferenza papalina su Venezia, quando il Papa riuscì a farsi consegnare Giordano Bruno.

Gli sconvolgimenti europei aggiunsero a Venezia un’altra sorgente alimentante il suo floridissimo mercato: tutti coloro che volevano stampare libri proibiti in patria, potevano farlo a Venezia; anche Erasmo da Rotterdam stampò a Venezia. In quegl’anni di favorevolissimo humus, Aldo Manuzio frequentava l’amico Pico della Mirandola e altri dotti italiani e mediterranei. Manuzio, che era un imprenditore colto ed efficace, si era scelto un motto molto veneziano: festine lente; che tradotto in italiano significa: affrettati lentamente, ma il concetto è anche più efficacemente reso dall’espressione veneziana: avanti pian, quasi indrio. Principio che Manuzio applica con perseverante prudenza per esempio quando si mette in società con Nicolas Jenson, maestro della Zecca di Tours che aveva studiato la tecnologia dei caratteri mobili per conto del Re di Francia e aveva scelto Venezia per impiantarvi la prima tipografia fuori dei confini germanici. Manuzio si era preoccupato di coinvolgere nella società la famiglia dei dogi Barbarigo, un appoggio che in materia di cultura e annessi rischi pesava non poco. In somma, il minimo investimento, il minimo rischio, inizialmente più per passione che per denaro ma tutt’altro che privi di intento imprenditoriale. Con l’enormità di materiale editoriale proveniente dal mediterraneo e ora anche dall’Europa, in breve tempo Manuzio portò via la leadership tedesca sulla nuova tecnologia. Fu l’ultima volta che accadde? Anche questa è un’altra storia.
Ancora una volta un uomo seppe vedere cose che altri non avevano visto; Manuzio individuò e combinò sapientemente molti fattori; non ultimo la qualità della stampa che non dipendeva solamente dai macchinari, dalla carta e dai testi da pubblicare. Dipendeva anche dall’efficienza del sistema (prezzi bassi che allargavano il mercato) e dall’arte del pubblicare (capitale di conoscenza e inventori). Come abbiamo visto, molti avevano contribuito a fornire i singoli tasselli del puzzle. Gli incisori dei caratteri e delle figure furono il collante estetico ed efficienziale del sistema di stampa.
Le nebbie della damnatio memoriae hanno nascosto a lungo i meriti di Francesco Griffo, grande incisore bolognese che riordinò e rese standard molti aspetti della stampa. Uniformò la punteggiatura fornendo così un’interpretazione facilitata delle frasi più complesse. L’interpunzione consentiva infatti di pre-sezionare le frasi, qualificare e contornare ciascun concetto. Griffo, e Manuzio, sentivano la necessità di venire incontro al cittadino-lettore dal quale non esigevano la dotta erudizione degli intellettuali. La più grande invenzione di Griffo tuttavia fu il corsivo (letra grifa, oggi internazionalmente chiamato italic) che non solo era bello, ma anche accorciava sensibilmente la lunghezza delle righe; in altri termini rese possibile ridurre il costo e la dimensione dei libri; un efficientamento che riduce i prezzi e le difficoltà d’uso. Francesco Griffo inventò inoltre una moltitudine di bei font che troviamo nei nostri computer chiamati con nomi moderni come ad esempio il Garamond.
Francesco Griffo purtroppo restò impicciato in vicende personali che agli occhi dell’etica contemporanea sarebbero probabilmente accettabili, ma all’epoca gli costarono la morte per impiccagione e la conseguente damnatio memoriae. Solo Manuzio è rimasto nella memoria collettiva e viene ricordato come l’unico campione stampatore del mondo occidentale.

Molti sono gli insegnamenti che la Storia lascia intrecciati in questa narrazione; elencarli richiede senz’altro molto più del tempo e dello spazio dedicato a questo post. Ciascuno però può distillare quanto vede e immagina dalle parole e fra le righe.

STEM, Medicina, Conoscenza e Metodo

“Quando parlo alla gente dell’omeopatia faccio sempre l’esempio di una buona bottiglia di vino. Se la diluisco tante volte come si fa con i prodotti omeopatici e poi porto questa bottiglia d’acqua su uno scaffale del supermercato con l’etichetta ‘Amarone omeopatico’, chi la compra? Nessuno, perché tutti conoscono la differenza tra l’acqua e il vino. Quando invece parliamo di farmaci c’è sempre un alone di mistero e molti credono che la cosa possa funzionare, ma perché manca una conoscenza di come si stabilisce l’efficacia di un farmaco”. A parlare è il professor Silvio Garattini, ricercatore di fama internazionale, fondatore e direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, autore di centinaia di pubblicazioni e con un curriculum che occuperebbe davvero molte pagine a volerlo sviscerare tutto. L’omeopatia è il tema del suo ultimo libro, a cui hanno collaborato altri ricercatori, pubblicato per Sironi Editore con il titolo “Acqua fresca?”. In realtà, leggendo il libro che ripercorre in maniera comprensibile per un lettore medio l’origine, la storia, la legislazione e la letteratura scientifica sull’argomento, si comprende che se fosse stato per Garattini non ci sarebbe stato bisogno del punto interrogativo nel titolo. L’omeopatia è davvero “acqua fresca”. Sulla base delle evidenze scientifiche non c’è alcuna evidenza che sia qualcosa di diverso né che abbia dimostrato una qualche efficacia che vada oltre la suggestione dei pazienti e il cosiddetto “effetto placebo”. Per incontrare Garattini bisogna andare alla Bovisa, di fianco al Politecnico, dove sorge il suo regno, l’Istituto Mario Negri, il centro di ricerca farmacologica che fondò a inizio anni 60 grazie a una donazione del filantropo Mario Negri e che in 50 anni di attività ha prodotto decine di migliaia di pubblicazioni scientifiche in cancerologia, chemioterapia e immunologia dei tumori, neuropsicofarmacologia e tanto altro. Il prof. Garattini ci riceve nel suo studio in divisa d’ordinanza, con il suo consueto ed elegante dolcevita bianco sotto la giacca scura, per parlare del libro e in generale del rapporto tra gli italiani e la cultura scientifica.

Parto con una citazione: “Ho un sogno, quello di riuscire a capire il funzionamento fisico-chimico del medicinale omeopatico. Passare dall’empirismo alla medicina scientifica sarebbe una bella cosa ma non so se lo vedrò. Ogni 5 anni dico: probabilmente tra 5 anni capiremo come funziona. Ma fino a oggi non l’abbiamo ancora capito. Non siamo ancora sicuri del funzionamento fisico-chimico dei medicinali omeopatici perché sono molto diluiti”. E’ di Christian Boiron, direttore dell’omonima azienda di preparati omeopatici, la più grande al mondo, una persona che Garattini conosce bene e con cui si è diverse volte confrontato pubblicamente. “Di solito quello che bisogna fare soprattutto nella medicina è prima dimostrare e poi vendere – dice al Foglio – mentre qui prima si vende e poi si dice “chissà se in futuro riusciremo a capire come funziona”. Non è proprio l’approccio che bisognerebbe utilizzare. La realtà è che questi prodotti non sono mai stati approvati da nessuno, sono dei prodotti che circolano perché non contenendo niente nessuno può pensare che facciano male. Però quando si omette di utilizzare un farmaco efficace per uno omeopatico per una malattia seria, allora si può fare un danno grave al paziente che viene deprivato di qualcosa che potrebbe essergli utile”.

Per capire perché i prodotti omeopatici non contengono nulla bisogna spiegare rapidamente cos’è l’omeopatia. E’ una cosiddetta “medicina alternativa” che nasce a inizio Ottocento per opera di Samuel Hahnemann, un medico tedesco che sconfortato dagli scarsi risultati della medicina del tempo basata ancora su scarse conoscenze e mezzi inadeguati, sviluppò una sua teoria. Hahnemann sosteneva che quasi tutte le malattie derivavano dai “miasmi”, ovvero da uno squilibrio della “forza vitale” (Lebenskraft), che è la forza che anima gli esseri viventi. Hahnemann era convinto di poter riparare questo squilibrio della forza vitale attraverso due principi: la legge dei simili e la legge delle diluizioni infinitesimali. La prima sostiene che “i simili si curano con i simili” (da qui il nome omeopatia), cioè che per guarire una persona sia necessario far assumere con una certa dose una sostanza che provoca gli stessi sintomi della malattia in un individuo sano. In pratica la febbre si guarisce con qualcosa che causa la febbre. Ovviamente è importante la dose della sostanza usata come medicamento e qui entra in campo il secondo principio, quello delle diluizioni infinitesimali, secondo cui per evitare che la sostanza usata aggravi la malattia deve essere diluita. In sé non sono principi estranei alla cosiddetta “medicina ufficiale”, perché in un certo senso i vaccini funzionano secondo la legge dei simili stimolando la produzione di anticorpi contro la sostanza iniettata e anche la farmacologia dà per assodato che oltre una certa dose i principi attivi sono inutili e soprattutto dannosi, ma l’omeopatia va oltre e sostiene che al diminuire della dose aumenta l’efficacia del prodotto. Così secondo le indicazioni stabilite da Hahnemann il preparato iniziale viene diluito così tanto da scomparire totalmente. Per dare un senso dell’entità delle diluizioni omeopatiche, nel libro di Garattini viene fatto un esempio: “Una diluizione con potenza 12D (non una delle più alte, ndr), comunemente utilizzata in omeopatia, significa una diluizione di 1 a 10 praticata per 12 volte, vale a dire una parte su 100 miliardi. Sarebbe come mettere un paio di microlitri (la milionesima frazione del litro) in una piscina olimpionica!”. Con queste proporzioni si capisce lo scarso successo commerciale che avrebbe l’“Amarone omeopatico” di cui parla Garattini, che comunque avrebbe il pregio di poter essere bevuto senza il timore dell’etilometro.

Ma le diluizioni omeopatiche, oltre a mettere a dura prova il buon senso, sfidano anche la chimica. Secondo la legge del chimico italiano Amedeo Avogadro, che stabilisce il numero di molecole contenute in una mole di qualsiasi sostanza, oltre una certa diluizione nei prodotti omeopatici non c’è nessuna molecola del preparato iniziale. Nonostante ciò i prodotti omeopatici vengono venduti e molti consumatori ritengono che facciano effetto, come è possibile? “In realtà i casi in cui non viene utilizzato il farmaco tradizionale di riferimento sono molto rari – dice Garattini – quello che fanno molti omeopati di fronte a malattie importanti è dare l’omeopatico in aggiunta al farmaco e dire che l’omeopatico serve a qualcosa. Oppure vengono utilizzati per cose per cui è difficile stabilirne l’efficacia. Ad esempio spesso si dà il prodotto omeopatico ai bambini affinché non prendano il raffreddore durante l’inverno, se gli viene è perché gli doveva venire e se invece non gli viene i creduloni pensano che è stato merito del prodotto omeopatico. La verità è che questi prodotti non contengono nulla, si possono cambiare le etichette senza che nessuno se ne accorga, perché dopo una certa diluizione non c’è più niente e neppure chi l’ha preparato può ristabilire dove rimettere a posto le etichette”. Il paradosso di cui parla Garattini è diventato una scommessa del Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, che offre un milione di dollari a chi con qualsiasi mezzo chimico o fisico riesce a distinguere un flacone di acqua da uno con un preparato omeopatico, bastano 40 risposte esatte su 100. Nessuno ha ritirato il premio.

Ma in omeopatia c’è una teoria che spiegherebbe perché il preparato funziona anche se non c’è nulla, è la teoria della “memoria dell’acqua” secondo cui l’acqua conserverebbe un’impronta, e con essa anche le proprietà, delle molecole con cui è venuta a contatto. “Se l’acqua avesse una memoria e conservasse tutto quello che ci passa, sarebbe il più potente veleno esistente al mondo. Ci si meraviglia che ci sia qualcuno che ancora crede a queste cose – dice Garattini – Tutte queste idee chimico-fisiche, sparate senza sapere bene di cosa si parla, non hanno significato dal punto di vista scientifico e sono state smentite”. L’altro punto forte dei preparati omeopatici è che a differenza dei farmaci sono a base di prodotti naturali. “Una volta si utilizzavano gli estratti di piante perché non si poteva fare di meglio, si utilizzava quello che poteva essere il principio attivo insieme a migliaia di altre sostanze chimiche. Adesso siccome siamo in grado di separare i principi attivi, non è più necessario somministrare estratti di erbe, si usa il principio attivo e si somministra solo la molecola che serve. In questo modo è anche possibile valutare meglio l’efficacia di quella molecola”. Mi fido di quello che dice, rispondo, ma forse è proprio questa artificialità che preoccupa le persone. Un po’ nella mente di tutti è radicata l’idea che le cose manipolate dagli uomini e dalla tecnica siano pericolose o comunque più dannose di quelle naturali. Garattini sorride. “Un’esclamazione che si sente fare spesso, anche da gente che conduce programmi televisivi, è: “Io non credo alla chimica, preferisco le piante!”. Ma le piante sono fatte di sostanze chimiche, non di Spirito Santo. Il termine “naturale” ha assunto un significato magico: siccome qualcosa è “naturale” deve essere buono, dimenticando che i principali veleni si trovano in natura e che virus e batteri sono perfettamente naturali. Io penso che queste discussioni, come quelle sull’avversità ai vaccini o agli Ogm, il sostegno a Stamina o al metodo Di Bella, si basino sugli stessi principi e al di là dei singoli problemi ci devono far riflettere sulla scuola. La nostra scuola è impostata su una struttura letterario-filosofico-giuridica e la scienza non è stata ancora accettata come parte della cultura”. Ma in tutti i programmi scolastici sono inserite le materie scientifiche, obietto. “In realtà ci sono i contenuti, la fisica, la chimica, ma non si insegnano i principi che stanno alla base della ricerca scientifica, la difficoltà a stabilire un rapporto tra causa ed effetto, non si insegna il fatto che tutto salvo la morte è probabilistico, non si insegnano le cose fondamentali che aiutano invece a prendere degli atteggiamenti razionali. In una società che sta diventando sempre più tecnologizzata c’è bisogno di avere solide basi per decidere in maniera razionale”. Mi permetto una seconda obiezione: per quanto riguarda l’omeopatia sono in genere le persone più ricche e istruite a farvi ricorso. “Ma questo dimostra proprio che hanno avuto sì un’istruzione ma non quella che serve a essere critici. Il punto è che manca la capacità di giudizio. Se tu leggi sull’etichetta dei prodotti omeopatici che non hanno indicazioni come fai a non essere sospettoso? Se per legge non può avere indicazioni a cosa serve, a tutto? Ma è possibile che qualcosa serva a tutto? Quelli sono gli amuleti”.

Sull’omeopatia però c’è forse anche una grande responsabilità delle istituzioni, nel senso che l’Aifa (Agenzia del farmaco) autorizza la vendita dei medicinali omeopatici, per legge possono essere prescritti solo dai medici che sono proprio quelli che dovrebbero sapere che sono inefficaci e vengono venduti nelle farmacie e non nei supermercati. Nel prezzo finale di un prodotto omeopatico c’è anche tutta la credibilità delle istituzioni e dei professionisti sanitari. “Sia i medici, ma soprattutto i farmacisti che hanno studiato chimica, sanno perfettamente che vendono cose che non contengono nulla. A un livello superiore di responsabilità ci sono gli ordini che per ragioni sindacali hanno accettato i medici della “medicina alternativa”, poi più su ci sono le autorità regolatorie che consentono alcune cose per motivi politici, sulla base del ricatto occupazionale, privilegiando alcuni interessi economici alla salute delle persone. Il cittadino che compra perché pensa che faccia bene è l’ultimo anello inconsapevole di una catena”. Recentemente il Cicap, pur elogiando le prese di posizione di Beatrice Lorenzin sui vaccini, ha criticato il ministro della Salute per la sua prefazione del libro “Elogio dell’omeopatia”, cosa ne pensa? “Non conosco bene la questione, ma a mio parere dovrebbe ritirare la prefazione o sconfessarla, perché è incompatibile con i principi del Servizio sanitario”.

L’impressione che si ha del rapporto spesso conflittuale tra scienza e politica è che alla fine la comunità scientifica riesca in qualche modo a convincere, non sempre e non tutta, la classe politica e il legislatore delle evidenze scientifiche. Forse ultimamente i problemi riguardano di più il rapporto con la giustizia. Abbiamo visto diversi tribunali approvare la cura Stamina, tanti altri autorizzare il metodo Di Bella, abbiamo visto procure come quella di Trani aprire un’inchiesta sulla correlazione tra vaccini e autismo o come quella di Lecce sospettare che alcuni scienziati siano stati gli untori della Xylella, la peste degli ulivi. Scienza e giustizia sono mondi che non comunicano? “Tutti i paesi hanno l’advisor scientifico. Cioè gruppi che vengono consultati quando la politica deve decidere in base a criteri scientifici. Da noi non esistono, ci chiama qualcuno qualche volta. I giudici, che sicuramente decidono in buona fede, come dimostrano alcuni casi spesso non hanno il metro per giudicare. C’è da augurarsi, come ha proposto il ministro della Salute, che si faccia, per i problemi in cui la giustizia deve decidere su aspetti di carattere scientifico, un albo di persone credibili con uno spessore e un curriculum adeguato che possono essere consultate. I giudici non dovrebbero avere la possibilità di consultare persone che non sono competenti. Ma non basta, bisogna anche formare un gruppo di giudici che abbia sensibilità per i problemi che hanno a che fare con la scienza, non basta avere dei periti di alto livello, anche il giudice deve avere un minimo di conoscenza altrimenti non è in grado di interpretare quello che gli dice il perito”.

Pare che in una socialità che diventa sempre più complessa e specializzata si sita andando verso una incomunicabilità tra i diversi settori. Ci sono delle lacune nel nostro sistema educativo sul fronte della diffusione di elementi di cultura scientifica, ma c’è anche un po’ di responsabilità da parte degli scienziati che spesso preferiscono non scendere nell’arena pubblica a discutere con persone che non hanno lo stesso livello di competenza. Lei lo sta facendo per il tema dell’omeopatia, la professoressa Elena Cattaneo sta portando avanti la battaglia sugli Ogm dibattendo con persone che non trattano scientificamente la questione, ma non servirebbero più scienziati divulgatori? “Io rimprovero i ricercatori che non fanno questo tipo di lavoro, perché se crediamo in quello che facciamo abbiamo il dovere morale di trasmetterlo alla società in cui viviamo. È vero che c’è una grave mancanza da parte dei ricercatori che pensano di vivere in una torre d’avorio, convinti che sono cose troppo complesse per essere capite, quando in realtà sono cose che tutti possono capire se spiegate in modo chiaro. Però – e qui, dopo aver sottolineato le mancanza della sua categoria, Garattini tira una stoccata alla nostra categoria – c’è anche una cattiva preparazione dei giornalisti e dei media, che spesso creano un dibattito tra chi che ha studiato per tutta la vita un problema e uno che si presenta e dice le sue impressioni, mettendoli sullo stesso piano. Il problema come vede sta sempre nella scarsa diffusione della cultura scientifica a tutti i livelli”.

Per concludere sul tema del suo libro, chiedo se da parte sua e della comunità scientifica non ci sia un pregiudizio nei confronti dell’omeopatia: “E’ un problema elementare: se il tuo prodotto non contiene niente per me non è attivo. Sei tu che devi dimostrare il contrario. Se tutte queste boccettine sono uguali dovresti dimostrare perché le chiami con nomi diversi e a cosa servono. Purtroppo nessuno è in grado di farlo”. Elementare, pare.

Scuola – Il XIII Rapporto di Cittadinanzattiva su sicurezza, qualita’ e accessibilita’

XIII Rapporto di Cittadinanzattiva su sicurezza, qualità e accessibilità a scuola:
quattro scuole su dieci senza manutenzione.
L’Anagrafe, una fotografia sfocata dell’edilizia scolastica. Chiudere i finanziamenti per #scuolebelle

La sicurezza delle scuole nel nostro Paese lascia ancora a desiderare: quattro edifici su dieci hanno una manutenzione carente, oltre uno su cinque presenta lesioni strutturali, in quasi la metà dei casi gli interventi strutturali non sono stati effettuati. Più della metà delle scuole, inoltre, si trova in zona a rischio sismico e più di una su dieci a rischio idrogeologico. L’Anagrafe dell’edilizia scolastica, varata ad agosto, resta ancora un’opera non aggiornata ed incompleta, non certo la fotografia nitida da cui partire per programmare la messa in sicurezza delle scuole: un esempio, all’IC  S Eufemia di Gizzeria Lido (CZ) sono in corso lavori per sistemare molte delle criticità segnalate da Cittadinanzattiva, peccato che le condizioni in cui si trova la scuola non siano rilevate dalla Anagrafe. O ancora, la scuola elementare di Laigueglia (SV) risulta dal database come scuola sicura e senza necessità di particolari interventi, difatti lo stesso Comune l’aveva inserita tra i punti di ritrovo in caso di emergenza: peccato che a giugno un’intera parete della palestra sia crollata sull’adiacente ferrovia.

E sui finanziamenti ricevuti con #scuolebelle, i dirigenti ringraziano ma rilanciano: uno su tre non aveva richiesto quel tipo di interventi e sette su dieci dichiarano che la propria scuola aveva bisogno di interventi ben più urgenti.
E’ questo, in estrema sintesi, il quadro presentato stamattina da Cittadinanzattiva con il XIII Rapporto su sicurezza, qualità ed accessibilità a scuola. 101 gli edifici scolastici monitorati in 13 Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia e Veneto). Il Rapporto di quest’anno contiene un focus di indagine su ulteriori 80 scuole, interessate dai finanziamenti del Governo per #scuolebelle. E a margine è stata diffusa un’ulteriore indagine “Occhio all’Anagrafe” con cui Cittadinanzattiva ha messo alla prova, per 98 scuole del suo campione, il nuovo database dell’edilizia scolastica.

“Vorremmo poter condividere l’ottimismo del Ministero dell’Istruzione quando afferma che con l’Anagrafe “conosciamo le condizioni di ogni edificio scolastico” e che in quattro anni tutte le scuole saranno sicure”, commenta Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale scuola di Cittadinanzattiva. “In realtà l’Anagrafe dell’edilizia scolastica, come dimostriamo oggi, presenta dati, per una parte dei comuni e delle regioni, ancora approssimativi, non aggiornati, poco chiari. Meglio evitare toni rassicuranti sulla sua reale efficacia e sullo stato delle scuole italiane. Chiediamo agli amministratori e ai dirigenti di comuni e regioni, soprattutto del Sud e delle Isole, di fare la loro parte sull’edilizia scolastica. Se esiste un gap geografico tra i finanziamenti erogati molto è dovuto alla capacità e alla competenza delle amministrazioni locali di decidere prima e di investire poi su questa grave emergenza. Pur apprezzando l’impegno dimostrato dal Governo sull’edilizia scolastica con il piano triennale di finanziamenti e i provvedimenti contenuti nella Legge n.107/2015, chiediamo allo stesso di modificare ciò che si dimostri non efficace, come gli interventi di “scuole belle”, di considerare i cittadini e le organizzazioni impegnate su questo fronte alleati preziosi e non disturbatori indesiderati, di vigilare con controlli diretti e sanzioni adeguate per chi speculasse sulla sicurezza dei bambini”.

Scuole in cerca di manutenzione. Bullismo in aumento. E sulla sicurezza interna ancora troppi ritardi

Il contesto ambientale. Il 73% delle scuole monitorate è situato in zona a rischio sismico, il 14% in zona a rischio idrogeologico, il 4% in zona a rischio industriale, il 5% a rischio vulcanico, il 5% in zona a elevato inquinamento acustico.
Lo stato degli edifici. Il 39% delle scuole ha uno stato di manutenzione mediocre o pessimo, una su cinque (21%) presenta lesioni strutturali per lo più sulla facciata esterna (41%), sui corridoi (38%), nelle palestre (27%). Il 15% delle aule presenta distacchi di intonaco o segni di fatiscenza. Di fronte alla richiesta di piccoli lavori di manutenzione, nel 12% dei casi l’ente proprietario non è mai intervenuto e nel 21% lo ha fatto con molto ritardo. Nel caso di richiesta di lavori di manutenzione strutturale, ben più lunghi e onerosi, nel 45% delle situazioni l’ente non è intervenuto.
Aule &…

Lo stato di….

Aule

Mense

Palestre

Distacchi di intonaco

15%

12%

27%

Segni di fatiscenza

16%

12%

23%

Porte anti-panico

74%

53%

63%

Barriere architettoniche

17%

6%

12%

Finestre non integre

23%

20%

7%

Pavimenti difformi

8%

14%

23%

Fili elettrici scoperti

6%

6%

2%

Cavi volanti

17%

5%

Ottimo livello di Aerazione

30%

29%

33%

Ottimo livello di temperatura

11%

8%

10%

Ottimo livello di illuminazione

26%

27%

23%

Ottimo livello di pulizia

13%

19%

14%

Fonte: Cittadinanzattiva 2015

Banchi (20%) e sedie (18%) rotti, arredi non a norma nella metà delle aule: stare in classe non è proprio comodo. All’avvio dell’anno scolastico il preside del Liceo Troja di Andria ha invitato i ragazzi a portarsi sedia e banco da casa perché ne mancavano all’appello 60 e la scuola non può comprarli..
Da anni i bambini della scuola elementare di Lampedusa, insieme ai loro genitori, lottano per avere aule sicure e dignitose.
I cortili sono presenti nell’87% delle scuole monitorate. Nel 93% dei casi sono recintati, ma lo stato della recinzione è pessimo in una scuola su cinque. Talvolta vengono usati come magazzino, con presenza di ingombri e di rifiuti non rimossi; in una scuola su tre sono utilizzati come parcheggio, dal personale e dalle famiglie. L’88% è dotato di uno spazio verde e nel 28% anche di una area gioco o sportiva attrezzata.
Il 42% dei bagni è  sprovvisto di carta igienica, il 53% di sapone, il 77% di asciugamani e il 49% di scopini per il wc.
La sicurezza interna. Mancano scale di sicurezza nel 26% delle scuole monitorate; solo il 34% presenta vetrate a norma; le porte con apertura antipanico sono assenti nel 74% delle aule, nell’89% dei bagni, nel 65% delle aule computer, nel 54% dei laboratori, nel 47% delle mense e nel 37% delle palestre e anche nel 15% dei cortili dove sarebbero obbligatorie per legge.
In più di una scuola su quattro, l’impianto elettrico è completamente o parzialmente inadeguato; quasi una scuola su tre ha un impianto anti-incendio in stato arretrato.
340 gli incidenti accorsi, nell’ultimo anno, a studenti e personale delle scuole monitorate: in 45 casi è stato chiesto l’intervento del 118, in 40 è stato disposto il trasferimento in ospedale.
Il 74% delle scuole ha un sistema di vigilanza all’ingresso dell’edificio ma solo l’11% è dotato di telecamera o simili. Ancora frequente (44%) la cattiva abitudine di lasciare i cancelli aperti durante le ore di lezione.
Certificazioni e segnaletica. Poco più di una scuola su tre possiede il certificato di agibilità statica (38%), quello di agibilità igienico-sanitaria (35%), e quello di prevenzione incendi (32%). Il 98% ha nominato il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, solo il 6% il medico competente. Il piano di emergenza è presente in tutte le scuole, mentre il documento di valutazione dei rischi è stato redatto nel 97%.
Le prove di evacuazione sono effettuate con regolarità nel 98% delle scuole, per lo più relativamente al rischio incendio (86%) e sismico (81%). Veramente rare (5%) le prove per rischio idrogeologico. La piantina con i percorsi di evacuazione è presente nel 92% delle scuole, la segnalazione delle uscite di emergenza nell’85%.
Barriere architettoniche e accessibilità. In una scuola su due mancano posti auto riservati ai disabili nel cortile o nel parcheggio, una su quattro è priva di bagni per studenti con disabilità. E seppur a livello nazionale il 70% delle scuole dichiari di aver messo in atto accorgimenti per il superamento delle barriere architettoniche, ci sono regioni molto indietro: ultima la Calabria, che arriva appena al 16%.
Il 50% degli edifici su più piani dispone di un ascensore, ma questo nel 12% dei casi non funziona e nel 4% non è abbastanza largo da consentire l’ingresso di una carrozzina. Barriere architettoniche sono presenti nel 18% degli ingressi e dei laboratori, nel 17% delle aule, nel 13% dei bagni, nel 12% delle palestre e nel 6% delle mense. Il 73% delle scuole non ha tutte le aule utilizzabili da studenti disabili, nel 75% non sono installate attrezzature didattiche o tecnologiche adeguate per gli stessi..
Bullismo, vandalismo e criminalità. In crescita gli episodi di bullismo che nell’ultimo anno hanno interessato il 36% degli istituti monitorati (lo scorso anno era solo il 10%). Una scuola su tre ha subito nell’ultimo anno atti di vandalismo, il 14% anche episodi di criminalità all’interno e il 9% nei pressi dell’edificio. Da un’analisi della stampa locale, Cittadinanzattiva ha recensito 45 casi di vandalismo in scuole di ogni ordine e grado, in centri piccoli e grandi: furti di lavagne multimediali e materiale tecnologico, muri imbrattati, libri incendiati, vetri rotti sono tra le azioni vandaliche più frequenti. Al Liceo Cartesio di Giugliano (NA) i vandali sono arrivati a liberare centinaia di cavallette nei corridoi della scuola; alla scuola Don Milani di San Giovanni Valdarno (AR) hanno tagliato tutti gli alberi che da poco bimbi, giardinieri e insegnanti avevano piantato nel cortile.
La ristorazione scolastica
Un focus specifico ha riguardato le mense di un campione di 53 scuole, monitorate tra marzo e giugno. In undici istituti si pranza nelle aule dove si svolgono le attività didattiche; in una scuola si mangia nell’atrio (si tratta della scuola Primaria Giovanni Paolo II di Termoli). In 12 scuole il servizio è comunale, in 41 è affidato a ditte esterne. L’indagine ha riguardato anche i cibi offerti a bambini e ragazzi: solo il 4% utilizza esclusivamente prodotti biologici, assenti invece del tutto nel 37% delle mense monitorate. Una scuola su tre usa prodotti a KM zero. Fra gli alimenti, il più gradito dai bambini è la pasta, soprattutto al pomodoro e al ragù; seguono a distanza, carne, pizza, patate; in fondo alla classifica, passato di verdure e bastoncini di pesce. Ogni giorno circa il 14% del cibo servito viene sprecato e solo il 9% delle scuole prevede come riutilizzarlo, consegnandolo ad esempio ai bambini perché lo portino a casa o ad associazioni benefiche che lo distribuiscono fra i bisognosi. Per apparecchiare i tavoli, nel 60% dei casi si usano tovaglie di carta monouso, nel 65% piatti e stoviglie usa e getta. Le Commissioni mensa sono attive in una scuola su due.
Scuole green. Cresce negli anni il numero di scuole che utilizza fonti di illuminazione a basso consumo (32%), o pannelli solari e altre fonti rinnovabili (21%). Il 78% fa la raccolta differenziata ma solo il 12% mette a disposizione di tutti contenitori specifici. Notevoli però le differenze territoriali per il risparmio energetico: al top Veneto e Valle d’Aosta con il 79% delle scuole che lo attuano, in coda la Calabria con solo il 6%. Solo il 7% degli istituti scolastici dispone di piste ciclabili in prossimità dell’edificio e l’8% è dotato di sistemi di isolamento acustico e termico.

Anagrafe dell’edilizia scolastica: una fotografia ancora troppo sfocata, soprattutto per Calabria, Sicilia, Lazio, Sardegna, Campania, Basilicata

Il 30 giugno 2015 tutte le Regioni hanno provveduto a far confluire i propri dati relativi alle Anagrafi regionali in quella nazionale (S.N.A.E.S.). A partire dal 7 agosto 2015 tali dati sono stati resi noti attraverso la sezione del sito del Miur “La Scuola in Chiaro”. I dati in questione sono visibili alla voce “edilizia”. Cittadinanzattiva ha verificato, per 98 fra le scuole monitorate, le informazioni contenute nella banca dati “La Scuola in chiaro”, esaminando per ciascun edificio le seguenti voci:

  • la presenza della scuola sul portale
  • la presenza dell’icona “edilizia” ma senza dati
  • la presenza dell’icona “edilizia” e dei dati per ogni singola sottovoce
  • la presenza dei dati relativi alla voce n. 14, “STATO DI CONSERVAZIONE DEL CORPO DI FABBRICA”

Solo 34 sono le scuole con tutti i dati relativi allo stato di manutenzione. Delle restanti 64 non è possibile in sintesi avere un quadro chiaro sullo stato di sicurezza in cui si trovano: in particolare, 2 scuole non sono presenti sul portale, 2 non hanno l’icona edilizia, in 21 è presente l’icona ma non i dati interni, 39 presentano solo dati parziali.
Abbiamo appurato che le maggiori lacune si registrano proprio per le scuole appartenenti alle 6 regioni che hanno provveduto ad inserire i dati solo dalla fine di giugno: Campania, Sicilia, Lazio, Sardegna, Basilicata, Calabria. In generale, la voce edilizia non è di facile lettura per un cittadino comune, sia esso genitore o studente; non indica il numero totale di scuole presenti; non segnala a quando sono aggiornati i dati; non contiene gli indicatori relativi al rispetto della Legge n.81/2008, ad esempio se e quante prove di emergenza vengono effettuate, se la scuola ha un piano di emergenza e un documento di valutazione dei rischi aggiornato e conosciuto, chi sia il Responsabile Servizio di Prevenzione e Protezione, se le famiglie vengono informate ed aggiornate su come comportarsi in caso di emergenza. Inoltre, tutte le info relative alle certificazioni saranno inserite solo a partire dal 31 gennaio 2016. Infine, Il Ministro, all’atto di presentazione dell’Anagrafe, ha fatto riferimento a 33.825 edifici scolastici definiti “attivi”, mentre l’Ufficio statistico del MIUR indica in 42.000 le scuole presenti nel nostro Paese.
Scuole più belle, ma non ancora sicure
Gli interventi di #scuolebelle condotti nelle 80 scuole monitorate hanno riguardato per l’80% il decoro, ossia tinteggiature di ambienti esterni o interni, verniciatura di cancelli e recinzioni, pulizia di vetri ed infissi; per il 25% la piccola manutenzione e per l’11% l’abbellimento. La durata media è stata di 68 giorni, per un costo medio a scuola di 21mila euro. Sono stati impiegati lavoratori socialmente utili nel 68% dei casi, prevalentemente con funzioni di imbianchini e di operai o per compiti di manovalanza generica e di pulizia.
Quasi 1 dirigente scolastico su 5 ha evidenziato che gli operai utilizzati, nonostante il loro impegno, non fossero all’altezza delle mansioni assegnate. All’Istituto Nicotera Costabile di Lamezia Terme, la tinteggiatura fatta con i fondi di #scuolebelle si è dissolta alle prime piogge.
Nel 42% dei casi gli studenti erano all’interno dell’edificio durante l’esecuzione dei lavori.
In due casi su tre, quel tipo di intervento era stato richiesto dal dirigente che si è dichiarato soddisfatto dei lavori. Ma colpisce che, nel 72,5% dei casi, i presidi abbiano contemporaneamente richiesto altri interventi ben più complessi ed urgenti di manutenzione e di messa in sicurezza.

Le nostre proposte
In sintesi, alcune delle principali proposte avanzate da Cittadinanzattiva.
Anagrafe dell’edilizia scolastica: al Governo e al Ministero chiediamo di inserire a breve tutte le scuole; di rendere maggiormente fruibile il database e di aggiornarlo, indicando quante scuole sono presenti, qual è la data di aggiornamento dei dati per ciascun edificio; di inserire tutti gli indicatori per ciascuna  scuola e di aggiungerne nuovi a partire da quelli previsti dalla legge 81/2008, ad esempio relativi alla presenza o meno del piano di emergenza e documento di valutazione dei rischi.
Scuole belle: stornare i fondi non ancora spesi da questo capitolo di spesa dirottandoli su quello denominato #scuolesicure, anche a vantaggio delle scuole del sud e delle isole che presentano maggiori problemi strutturali e manutentivi.
Occhio agli Appalti pubblici: no alle gare al massimo ribasso per gli interventi di edilizia scolastica e per quelli legati alla ristorazione scolastica; avviare procedure di controllo ferree, garantendo trasparenza e accessibilità delle informazioni per i cittadini e prevedere sanzioni esemplari per chi fa interventi inadeguati o illegali.
Rivedere la Legge n.81/2008 per aggiornarla al fine di considerare gli aspetti specifici dell’ambiente scolastico; rivedere la normativa su assicurazioni e risarcimenti per le vittime di incidenti e calamità a scuola; rivedere la figura del Responsabile per il Servizio di Prevenzione e Protezione, assicurandogli adeguati compensi e specificando meglio ruoli e responsabilità.
Istituzionalizzare la Giornata nazionale della sicurezza nelle scuole: promossa da 13 anni da Cittadinanzattiva, chiediamo che per la stessa sia scelta la data del 22 novembre, anniversario della tragedia di Rivoli, e si mettano a punto un piano di attività consolidato, in continuità con quanto fino ad oggi realizzato da Cittadinanzattiva e da tutti i soggetti coinvolti.
Scuole nuove e innovative: chiediamo che nella progettazione delle nuove scuole e nella ristrutturazione di spazi già esistenti, siano coinvolti i cittadini, a partire da quelli che ogni giorno frequentano la scuola. Allo stesso modo, per quanto riguarda la gestione dei servizi e dei locali scolastici, istituzioni centrali ed enti locali devono sostenere i comitati, le associazioni, i gruppi di genitori e studenti che si impegnano in azioni di manutenzione civica nelle scuole e gestiscono attività di vario genere, in ottemperanza a quanto previsto dall’art.118 u.c. della Costituzione

Cittadininanzattiva

Leggere, ovvero l’aggiornamento del nostro software.

Le biblioteche italiane sono quasi 17.500, comprese le 46 biblioteche pubbliche statali che conservano e raccolgono la produzione editoriale italiana a livello nazionale e locale, le 1.557 biblioteche degli enti religiosi, le 2.593 biblioteche delle università, le 7.014 degli enti locali. Read more

Studenti e scolarità.

Questo articolo è apparso nella rubrica “una tazzina di caffè…” su www.smartweek.it in data 23.6.2015

Il MIUR indica in 8.875.176 gli studenti delle scuole italiane, dall’infanzia alle superiori, per l’88.8% in istituti statali (7.881.632) e per l’11.2% in istituti parificati (993.544); in aumento gli studenti di nazionalità straniera, oggi 739.468 (il 9,4% degli studenti delle scuole pubbliche).

I dati più interessanti sono quelli riferiti all’indirizzo delle scuole superiori (secondarie di II grado): quasi 1 studente su 2 frequenta il liceo (47,1%), con una prevalenza del liceo scientifico tradizionale (428.767 studenti, il 16,4% del totale degli studenti alle superiori); il liceo classico è frequentato dal 6,2% (162.379 studenti), superato da quello linguistico (189.278 studenti, il 7,2%); gli studenti degli istituti ad indirizzo tecnico economico (i vecchi ragionieri) sono 366.660, il 14% del totale, e quelli che frequentato gli istituti ad indirizzo tecnologico (i vecchi geometri) sono 466.175 (il 17,9% del totale); il 21% degli studenti frequentano, infine, istituti professionali.

La scuola italiana copre una spesa pari al 4,6% del PIL (inclusi investimenti a scuole ed università), contro il 6,1% della Francia, il 5,1% della Germania, il 6,4% del Regno Unito, ed una media UE del 5,8%; nelle superiori, la composizione media della classe è di 19 allievi in Italia, 16 in Francia, 12 in Germania, 20 in UK, con una media UE di 16 allievi; un dato interessante è quello della scolarità attesa, c.d. permanenza in fase di istruzione, che è di 16,8 anni in Italia, 16,4 anni in Francia, 18,2 anni in Germani, 16,4 anni in UK, con una media UE di 17,8 anni. Nella fascia 15-19 anni, l’81% dei giovani italiani va a scuola, contro l’84% in Francia, il 90% in Germania, il 78% in UK, l’87% a livello UE.

E guardando ai risultati, nella fascia di età fra 25 ed i 34 anni, il 72% degli italiani ha un diploma di istruzione superiore, contro l’83% dei francesi, l’87% dei tedeschi, il 64% degli inglesi, con una media UE dell’84%. Si sta sui banchi di scuola come gli altri studenti europei, in una scuola dove si investe meno che nel resto dell’Europa, ed i risultati sono che i possessori di un diploma sono meno di quanto dovrebbe.

Non si finisce mai di aver bisogno di studiare.

Questo articolo è apparso nella rubrica “una tazzina di caffè…” di Corrado Griffa su smartweek

COME DOVREBBE ESSERE LA “BUONA SCUOLA”

Ringraziamo l’Autore per la gentile concessione. Da Repubblica.it dell’8 Maggio 2015. Clicca qui per la fonte.

UNO dei caposaldi del cambiamento renziano è stata fin dall’inizio la riforma della scuola. Naturalmente, gli elementi qualificanti di tale riforma non potevano certo essere la promessa di qualche miliardo in più per l’edilizia scolastica (qualsiasi ministro democristiano sarebbe stato in grado di fare altrettanto) oppure l’assunzione ope legis di 100mila precari e di altri 60mila immediatamente dopo, ma per concorso.
Una rinnovata enfasi su arte, musica, diritto, economia e inglese, poi, sono le benvenute, per carità. Ma l’inglese è in cima ai pensieri degli innovatori da lustri (ricordate le tre “I” di Berlusconi? “Inglese, Informatica, Impresa”) e le altre materie sono interessanti, ma se poi l’orario scolastico è quello che è ed in più il bisogno principale in realtà è la matematica, un’ora addizionale di arte vorrà dire un’ora in meno di qualche altra insegnamento. Fortunatamente, invece, la flessibilità nella scelta di materie facoltative è un’innovazione un po’ più marcata rispetto alla catena di comando e controllo del Ministero. Anche l’alternanza scuola- lavoro, soprattutto per gli istituti tecnici, è la benvenuta. Bisognerà capire dove trovare un milione e mezzo di posti provvisori disponibili (tanti sono gli studenti degli ultimi anni delle superiori) e soprattutto fare i conti, ancora una volta, con il monte ore. A regime, per gli istituti tecnici 400 ore vogliono dire 3 o 4 ore alla settimana nell’ultimo triennio: vedremo quanto tempo rimarrà per lo studio e il potenziamento delle altre materie.
Tuttavia, la vera novità della #buonascuola si riassumeva nella triade “apertura, autonomia & merito”. Autonomia delle scuole nella gestione, apertura delle stesse al contributo del mondo esterno, in particolare alle imprese e a chi volesse dare comunque una mano e merito sia nell’assunzione dei nuovi insegnanti sia nella assegnazione di premi per il rendimento proficuo o di sanzioni per scarsi impegno e risultati. Inoltre, si vuole introdurre una (possibile) mobilità triennale degli insegnanti nell’ambito dell’albo territoriale. Cercando di rendere concreto il principio di libertà di scelta delle famiglie, il ddl concede sgravi fiscali fino a 400 euro per chi iscrive i figli alle scuole d’infanzia e primarie paritarie e concede la possibilità di destinare il 5 per mille agli istituti sia pubblici che privati nonché di usufruire di benefici fiscali per chi decide di donare soldi agli istituti scolastici. Per dare senso all’autonomia, si è cercato di responsabilizzare il preside, affidandogli il compito di preparare il piano per l’offerta formativa e concedendogli la possibilità di scegliere la squadra di docenti che lo affiancherà e di chiamare gli insegnanti iscritti nell’albo territoriale nonché garantendogli ampi poteri di valutazione sul rendimento dei docenti. Nella versione originaria i premi di merito avrebbero riguardato una platea vasta di insegnanti, oggi solo il 5 per cento. Poiché non era molto chiaro chi avrebbe a sua volta valutato il dirigente scolastico, il Pd ha glissato il problema e ha introdotto un emendamento per il quale ci sarà un comitato consultivo di valutazione con due professori, un alunno (alle superiori) e un genitore. Altri emendamenti del Pd vogliono coinvolgere nel piano dell’offerta formativa tutto il collegio docenti e il Consiglio di istituto, con tanti saluti all’organizzazione efficiente e all’individuazione di responsabilità: se il piano é orrendo, con chi prendersela? Eran tutti d’accordo…
Orbene, lo sciopero del 5 maggio non sembra aver colto quali sono i miglioramenti necessari alla riforma. Anche i sindacati hanno un segretario che decide, a livello nazionale, regionale e così via. Sono gli iscritti che di volta in volta lo rieleggono se sono soddisfatti. Allora, il problema non è avere “collegialità”, ma una valutazione rigorosa dei risultati ottenuti dai dirigenti scolastici, dai presidi ai provveditori. Oppure: la possibilità per gli istituti paritari di ricevere donazioni ed attrarre quindi più studenti, libera risorse per la scuola pubblica. Ogni studente costa circa 6mila euro allo Stato e se, grazie ad agevolazioni fiscali di importo molto inferiore, alcuni si trasferiscono in un istituto paritario, il denaro a disposizione del pubblico aumenta, non diminuisce.
La mobilità non è in alternativa alla sede comoda, ma a nessun lavoro, perché prima o poi i soldi finiscono e già ora delle centinaia di docenti di odontotecnica vincitori di concorso nessuno sa cosa farsene. Riqualificare e riallocare i professori crea efficienza, buon servizio agli studenti e meno frustrazioni agli insegnanti. Questi sarebbero i temi da discutere: le marce a difesa di concetti astratti come “la scuola pubblica” o la “condivisione” rischiano di perdere di vista altri valori come il miglior insegnamento possibile per gli alunni, la libertà di scelta per le famiglie, il riconoscimento del merito per i capaci e gli industriosi, la diffusione dell’innovazione e della conoscenza attraverso l’autonomia degli istituti e la convivenza anche concorrenziale di pubblico e privato, valori cioè che dovrebbero guidare tutti coloro i quali operano nel mondo della scuola.

 

 

Alessandro De Nicola

Twitter: @ aledenicola

Scuola e didattica.

Gli insegnanti in Italia sono 800.000, gli studenti 7.300.000, le scuole 32.500; nel 1950, gli insegnanti erano 276.900, gli studenti 5.700.000, le scuole 45.900 (fonti: TEH Ambrosetti; OCSE).

In 65 anni, l’evoluzione è stata contrassegnata da una evidente divaricazione: gli insegnanti sono cresciuti di un fattore 2,88: tenuto conto del normale turnover, oggi ci sono 530.000 insegnanti in più del 1950, con una crescita del 188,9%, pari ad un +2,9% annuo; gli insegnanti raggiunsero il massimo di 860.200 nel 1990, per poi diminuire, seguendo la contemporanea discesa del numero degli studenti, che superata la fase del “boom demografico” degli anni Sessanta che aveva portato il loro numero a 8.600.000 nel 1970, poi ad un massimo di 9.700.000 fra metà anni Settanta e tutti gli anni Ottanta, sono discesi agli attuali 7.300.000.

Fotografando la situazione puntuale, gli studenti sono cresciuti di un fattore 1,28: oggi sono 1.600.000 più di 65 anni fa, + 28,1%, pari ad un +0,4% l’anno.

Molti insegnanti dietro le cattedre: dove ce n’era 1, oggi sono 2,88; la scolarità è aumentata, l’analfabetismo è crollato dal 12,9% del 1950 all’1% del 2014.

Nuove forme di insegnamento come quella “digitale” sono nel frattempo nate e cresciute nel mondo; oggi in Europa, guardando alla situazione della scuola primaria, ci sono 111 allievi per ogni lavagna interattiva, con un risultato migliore in Danimarca (29 allievi) e modesto in Italia (200 allievi); nello stesso ordine scolastico (ma i risultati non mutano in modo rilevante per gli ordini superiori), nella UE c’è un computer per ogni 7 allievi: in Danimarca c’è un computer ogni 3 allievi, in Italia un computer ogni 16 allievi; nella UE, l’8% delle scuole è senza connessione internet: in Norvegia il 6%, in Italia il 34%; nella UR, il 37% degli allievi frequenza scuole ad alta digitalizzazione: in Norvegia oltre il 100%, in Italia il 6%. Se in Austria solo il 25% degli insegnanti preferisce i metodi didattici tradizionali, questa percentuale sale ad oltre il 50% in Italia.

Istruzione resistibile e resiliente, oppure pericolosamente declinante?