Un miliardo all’anno (senza bilanci) nella palude della formazione

FONDI INTERPROFESSIONALI PER LA FORMAZIONE
PROBLEMI E PROPOSTE D’INTERVENTO

Il settore della formazione per i dipendenti delle aziende prevede oggi due canali di finanziamento:
– i bandi regionali (prevalentemente L. 236)
– i Fondi Interprofessionali, organismi di emanazione del Ministero del Lavoro, gestiti dalle Parti Sociali (triplice, UGL, sindacato autonomo ecc.), in accordo con le associazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio ecc.).

I Fondi hanno forma associativa, natura giuridica privata e quindi nessun obbligo di deposito dei bilanci, che però annualmente il Ministero del Lavoro esige, ma non pubblica.

Le risorse utilizzate dai Fondi sono però di natura pubblica, come un Parere del Consiglio di Stato di settembre 2015 ha dovuto specificare, per le evidenti arbitrarietà generatesi.

Provengono infatti dalle società iscritte al Fondi attraverso lo 0,30% trattenuto dagli stipendi dei dipendenti e versato all’INPS mensilmente (980 milioni di euro nel 2014), che la legge 388 del 2000 (governo D’Alema) destina obbligatoriamente alla formazione.

Tali risorse sono girate ai Fondi dall’INPS quando l’azienda indica, nell’Uniemens mensile con il versamento dei contributi, il codice di uno dei Fondi prescelti per l’iscrizione (attualmente sono 21).
Il denaro può essere richiesto dall’azienda al Fondo solo dietro presentazione di un progetto (andando in bando o attingendo ad un conto formativo autonomo, come accade in genere per le grandi imprese: 300 dipendenti generano circa 15.000 euro, massa critica minima per aprirli).
Questa attività, complessa, è nella maggior parte dei casi delegata ad un ente formativo scelto dall’azienda e quindi da questa remunerato per le attività concretamente svolte (la presentazione del progetto, l’erogazione e organizzazione), da rendicontare con contratti e fatture ai Fondi stessi.
Gli enti formativi sono in genere microimprese con l’obbligo di deposito dei bilanci e di certificazione di qualità per gli accreditamenti presso il Fondo.
Finora non sono state previste però norme che obblighino a rendere visibili conflitti di interesse tra enti formativi e Fondi (evidenti e frequenti) e contratti che ne disciplinano il rapporto in modo congruo e trasparente, soprattutto per il procacciamento clienti.

Le risorse trattenute dagli stipendi dall’INPS per la formazione, pari allo 0,30% dello stipendio, ammontano mediamente a circa 80 euro lordi annui a dipendente.

L’INPS ha dichiarato che il trattenuto globale è di stato di circa 980 milioni di euro nel 2014, ma il riversato ai 21 Fondi è di soli 800 milioni di euro, poiché circa il 20-25% delle aziende italiane non risulta ancora iscritto a nessun Fondo, e lascerebbe in INPS quindi circa 200 milioni di euro.
Il netto a disposizione del sistema aziende, tenuto conto del riversato di 800 milioni, ammonterebbe però a poco meno di 600 milioni di euro (50 euro netti a dipendente), perché i Fondi trattengono per prassi (e non previsioni normative) circa il 30% del lordo maturato in INPS dalle aziende.

Purtroppo non essendo reso pubblico e trasparente il capitolato tra INPS e Fondi, non è comunque possibile sapere oggi con precisione quale sia il reale trattenuto dagli stipendi.

“Il Fatto”, in un articolo del 2014 sui Fondi, stima che possa essere anche dell’1% rispetto allo 0,30% normativamente previsto, quindi almeno tre volte superiore (circa 2,6 miliardi di euro rispetto agli 800 milioni ufficiali riversati ai Fondi).

Non è possibile neppure controllare il reale girato netto alle singole aziende, perché queste non possono accedere direttamente ai propri dati di cumulato, operazione possibile disponendo di una semplice password che il Ministero, con apposita direttiva, dovrebbe consentire all’INPS di fornire.
Né possono disporre di un contratto che le tuteli e specifichi il trattenuto netto rispetto al lordo maturato, perché i Fondi si arrogano il diritto di non riconoscerlo.
Le aziende invece sono costrette a documentare con onerose rendicontazioni le attività formative svolte, soggette a revisioni da parte di commercialisti e a visite ispettive da parte dei Fondi.

Parimenti agli enti formativi è negato un contratto che li tuteli per le attività di procacciamento clienti svolte a supporto dei Fondi e di sostentamento di costi di struttura. I Fondi, si sottolinea, sono associazioni che raramente superano i 15 dipendenti, non potrebbero procacciare e presidiare da soli migliaia di iscritti. Agli enti indipendenti è quindi negato un diritto legittimo, mentre forse per le “reti” amiche formalizzare questo diritto sarebbe persino inopportuno. Per gli accreditamenti, necessari per operare con i Fondi, è però richiesto agli enti formativi di esibire i bilanci e onerose certificazioni di qualità.

Altra lacuna nei controlli è quella in merito alle restituzioni del denaro inutilizzato per la formazione.
La legge prevede che dopo due anni di inutilizzo da parte delle aziende i Fondi abbiano un anno di tempo per appropriarsene a metterlo a disposizione degli altri iscritti tramite bandi. Trascorso il triennio il denaro non usato dovrebbe essere restituito all’INPS. Ad oggi non risultano attivi controlli INPS o Ministeriali in merito.
Parimenti si potrebbe quindi supporre per il flusso di denaro riversato dall’INPS alle Regioni per i bandi formativi regionali, sempre più esiguo, che dovrebbe essere alimentato non solo dallo 0,30% delle aziende non iscritte a nessun Fondo ma anche dal flusso di restituzioni dell’inutilizzato dai Fondi.

Poiché lo 0,30% trattenuto per la formazione è un sottoinsieme dell’1,61% trattenuto dagli stipendi per la formazione e disoccupazione (una massa oltre 4 volte superiore), tale situazione lascia purtroppo intendere che vi possano essere analoghi mancati controlli per l’allocazione del denaro effettivamente impiegato per i disoccupati (se lo 0,30% vale circa 980 milioni di euro, 1,61% versato in INPS peserebbe per oltre 5 miliardi).

Il Ministero interpellato più volte nel corso degli ultimi due anni su questi temi, anche con un’apposita interrogazione a cura dell’onorevole Walter Rizzetto, non risponde e soprattutto non norma come la dirigenza INPS ha evidenziato sia necessario, avendo questa solo potere solo di eseguire i dettami ministeriali.
Urge dunque un’operazione di trasparenza e di produzione normativa affinché:

1. i capitolati tra INPS e Fondi siano resi pubblici per capire il reale girato dai Fondi alle aziende, al netto del trattenuto dichiarato (circa il 30%)
2. sia resa accessibile alle aziende la Procedura Fondi Report dell’INPS, tramite il cassetto previdenziale, affinché mensilmente le aziende possano controllare autonomamente il proprio cumulato e il netto girato, senza dover chiedere autoreferenzialmente ai Fondi
3. siano resi obbligatori format contrattuali a tutela dei terzi, imprese ed enti formativi, che interfacciano i Fondi, affinché le condizioni applicate nei rapporti siano trasparenti e non discriminatorie
4. per l’iscrizione delle aziende ai Fondi deve essere resa obbligatoria la firma del legale rappresentante, onde evitare adesioni effettuate dai consulenti del lavoro, tecnicamente possibili, senza interpellare i clienti
5. si realizzi un libro bianco, con la collaborazione di tutti gli attori del mercato (enti, aziende ecc.) per la corretta interpretazione di norme e circolari sul tema formazione
6. sia istituita un’Autorità, un arbitro realmente sopra le parti e privo di conflitti di interesse (con Ministero, INPS, sindacati, enti datoriali) per le dialettiche tra Fondi e aziende ma anche tra Fondi ed enti formativi.

Si sottolinea anche la necessità di normare sui criteri per i prelievi forzosi per la CIG, effettuati dal’INPS a monte dei Fondi nel triennio precedente, ancora in parte in corso, arbitrariamente, a valle, dato che i maturati censiti dall’INPS, per problemi contabili, sono stati comunicati con un ritardo di un biennio. Occorre si specifichi che i Fondi debbano attingere all’inutilizzato e non ai conti formativi autonomi delle aziende, quelle normalmente attive e virtuose.

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Dott.ssa Patrizia Del Prete

Laureata in Economia Applicata a Torino (Facoltà di Scienze Politiche, Indirizzo Economico), master in Marketing e Comunicazione, Scuola di Giornalismo e PR, ha lavorato dal 91 al 2001 nel Gruppo Bancario Sanpaolo, prima per la SP Formazione Spa (società di training e consulenza manageriale, per conto della quale seguiva il Cimark, consorzio della SAA di Torino per l’Innovazione del Marketing), poi nel settore della pianificazione strategica e controllo di gestione, della comunicazione e infine come responsabile del marketing del sito Internet della Banca

Trasferitasi a Milano, ha operato nel 2001 e 2002 come manager per D&C  Financial Communication, successivamente in Net Brain, società di consulenza strategica del mondo Internet, per la quale ha vinto la gara per il concept di marketing e i contenuti del sito WEB del gruppo Carrefour del 2003.

Nel 2004, come marketing manager, ha seguito lo start up del gruppo americano Nationwide (Europewide), curandone l’immagine corporate e ideando gli strumenti per la vendita dei prodotti.

Negli anni successivi ha poi operato come dirigente in un’impresa di marketing della fidelizzazione (Royal & Loyal) e in un ente formativo (Italiaindustria).

Nel 2009 ha fondato Consophia (www.consophia.it), società di formazione e consulenza indipendente, certificata da Accredia per attività di training e placement, specializzata nel  reperimento fondi per il finanziamento di formazione, coaching e consulenza. Consophia si occupa anche nella implementazione, su richiesta, di piani formativi “chiavi in mano” in tutte le aree, oltre che di progetti di comunicazione e marketing innovativi, con il supporto di assessment propedeutici, finanziabili con fondi.

Comunicato Stampa di ItaliAperta

Comunicato Stampa
ItaliAperta

Milano,  10 dicembre 2014

Il Think Tank ItaliAperta ha elaborato il documento “PROPOSTA PER IL SEMESTRE ITALIANO ALLA GUIDA DELL’EUROPA: LE REGOLE PER LE BONIFICHE DEI TERRENI” per il governo italiano, consegnato e discusso il 29 ottobre 2014.
La re-industrializzazione dell’Europa è al centro dell’attenzione del Consiglio europeo: far crescere la quota dell’attività industriale dal 15% sul PIL attuale al 20% in 6 anni. Il peso dell’industria industriale nei paesi UE è costantemente diminuito dal 2000, quando pesava per il 26% sul PIL europeo. Per riportare l’industria al centro dell’Europa occorre ri-costruire nuova impresa; la “parola d’ordine” della UE è: “riqualificare”; per farlo, si deve puntare al recupero di migliaia di terreni prevalentemente industriali non più utilizzati per l’attività manifatturiera: nella UE sono stimate oltre 20.000 aree industriali dismesse che presentano criticità per il livello di contaminazione ambientale.
Il documento di ItaliAperta sottolinea il ruolo che l’Italia, come regista del “semestre europeo”, può svolgere nel proporre una soluzione a livello europeo, attraverso l’utilizzo di una “unità di comando” europea assai snella, con ampi poteri di intervento, sotto l’impulso della UE e dei singoli paesi, che operi secondo logiche privatistiche (quindi, con un obiettivo anche di produrre profitto, al termine della vasta opera di “ricostruzione del tessuto industriale”).
Gli interventi dovranno prevedere il coinvolgimento finanziario delle imprese ancora proprietarie dei siti industriali (laddove ancora esistenti/operanti), richiedendo loro un adeguato sostegno alla bonifica, quale “contributo finale alla chiusura” dei siti: significa coinvolgere i “proprietari del problema”.
L’obiettivo di un tale programma è il recupero funzionale di siti a fini industriali, destinati a produzioni “pulite” sviluppate da imprese private, “incubatori” privati e pubblici, “start-up” a vocazione industriale.

Il documento è consultabile sul sito di ItaliAperta www.italiaperta.info alla sezione Pubblicazioni/Papers.

ItaliAperta
Corrado Griffa 3472283142
Stefano Cianchi 3207822164

Paper. Le pensioni degli italiani.

“”L’Araba Fenice, ovvero le pensioni degli italiani.””

Il sistema pensionistico italiano, a nostro avviso, è un sistema irrazionale, inconsistente, insostenibile, finanziariamente inefficiente, temerariamente ottimista.

Cercheremo di accompagnarvi nella scoperta di questo sistema, rispondendo a domande quali: come vengono gestite (o non gestite..) le somme versate dai dipendenti, chi è demandato alla gestione e quali professionalità “mette in campo”, su quali basi attuariali sono basate le previsioni di pagamento futuro delle pensioni, se esistono fondi adeguati per adempiere all’ “obbligo previdenziale” da parte dell’INPS, per quanto tempo ci saranno fondi sufficienti per erogare le pensioni, quanta parte dei versamenti previdenziali è “riversata” verso attività c.d. assistenziali che nulla hanno che fare con la previdenza … tutte cosucce di poco conto e su cui “il silenzio istituzionale è doverosamente d’oro”. Read more

PROPOSTA PER IL SEMESTRE ITALIANO ALLA GUIDA DELL’EUROPA: LE REGOLE PER LE BONIFICHE DEI TERRENI

“Paper”
PROPOSTA PER IL SEMESTRE ITALIANO ALLA GUIDA DELL’EUROPA
LE REGOLE PER LE BONIFICHE DEI TERRENI
(29 ottobre 2014)

Documento presentato al Governo italiano il 29 ottobre in Roma
Presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti

 

Questo “Paper” è stato reso possibile grazie al contributo di Griffa & Associati

 

 
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Democrazia: un recentissimo e inarrestabile esperimento ancora per pochi

THE GRANDEUR AND THE FALL OF EMPIRES
You can do anything with a bayonet except sit on it —Talleyrand
http://www.brookings.edu/~/media/press/books/2007/collapseofanempire/collapseofanempire_chapter

In the first century B.C., the formation of a professional army and the resulting decline of the system of universal military service for free peasants undermined the republican institutions of ancient Rome and prepared the way for a regime in which the army served the ruler in power. The new state structure was called an empire (the term comes from the Latin imperium, power). Since Rome’s power in those days extended over most of the known world, another meaning of the word developed: in Europe “empire” came to mean a multiethnic state created through conquest. After the fall of the western Roman Empire, its mores and traditions continued to influence what happened in the territories that had been part of the empire and were geographically close to the metropolis. These same influences were reflected in the ensuing course of European history.
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Canada: tagliare la spesa si può e fa bene

Riceviamo da Enrico Martial la segnalazione di questo paper del The Centre for International Governance Innovation. Enrico Martial ci evidenzia che Cottarelli lo ha posto in evidenza nel sito del governo italiano http://revisionedellaspesa.gov.it/documenti/The_Government_of_Canada_s_Experience_Eliminating_the_Deficit_1994-99.pdf

Summary
Many governments relying on increased spending financed by large deficits to pull their countries out of recession will eventu­ally face the challenge of restoring fiscal stability. Based exclusive­ly on publicly available information, this report looks at the path the Government of Canada followed to improve the health of its public finances in the mid-1990s. Over a three-year period (1994- 1997), Canada eliminated a sizable budgetary deficit. By 1998-99, all Program Review decisions were implemented. Canada ran consecutive surpluses until 2007-08. The report reviews histori­cal financial data and examines the Program Review exercise of the mid-1990s, describing its development, process, methodology and machinery. It provides an overview of the main results and identifies lessons learned that may be of durable value in Canada and of interest to other countries as they work to restore fiscal stability in the future.

Paper: Quale futuro per la TV “di stato”?

Paper
Rai – quale futuro per la TV “di stato”?

Questo Paper è un primo documento di analisi, utile per avviare una più meditata riflessione sul tema.

http://it.wikipedia.org/wiki/Rai
http://www.rai.it/dl/bilancio2013/Rai_Bilancio_31.12.2013.pdf
Azionisti: Ministero dell’Economia e delle Finanze – 99,56%, SIAE – 0,44%

““Il servizio pubblico è terminato quando è finita la serie “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi nel 1968”” (cit.).

 

Che cosa è il “servizio pubblico”?
Partiamo da una “definizione storica” (Wikipedia) : Il termine servizio pubblico radiotelevisivo (Public Service Broadcasting o PSB) è stato elaborato per la prima volta nel Regno Unito da John Reith, manager della BBC. Per servizio pubblico radiotelevisivo s’intende un servizio di trasmissioni radiotelevisive, prodotto dallo Stato (attraverso un ente o organizzazione pubblica) o da una impresa concessionaria, che garantisce imparzialità e completezza d’informazione, e la tutela delle varie componenti della società del proprio paese. La radiodiffusione pubblica, inoltre, punta a coltivare la qualità della propria audience attraverso programmi educativi e culturali. Per tale servizio valgono gli stessi principi degli altri servizi pubblici (eguaglianza, continuità e adattamento). Affinché il bacino di utenza sia il più ampio possibile, le trasmissioni di servizio devono essere disponibili su più piattaforme di trasmissione (per esempio digitale terrestre, satellite, cavo o IPTV per la tv; FM, AM o DAB per la radio). Il finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo varia da paese a paese.
Nel dibattito italiano, tradizionalmente si parla di servizio pubblico con riferimento alla Rai per cui “che cosa è il servizio pubblico” è ritenuta una domanda cruciale; proviamo a declinarla in modo inverso: “che cosa non è servizio pubblico”. Non sono servizio pubblico i programmi di intrattenimento (tipici di una “tv commerciale”); non sono servizio pubblico le informazioni giornalistiche, fornite da Rai ed altri operatori privati in regime di concorrenza; insieme, questi 2 “prodotti” rappresentano oltre il 90% dei “contenuti” della Rai.
Oggi, la diffusione radio-televisiva è affiancata da “media” che si sono imposti grazie a nuove tecnologie: telefonia mobile, twitter, facebook, youtube,… che consentono produzione e successiva distribuzione di contenuti giornalistici, di informazione, di intrattenimento su media diversi dalle tradizionali radio e tv; ha ancora senso parlare di centralità del mezzo televisivo? Tv e radio “competono” con altri media; la loro ”esclusiva” è oggi superata.
Che cosa è oggi definibile, allora, come servizio pubblico?
In questa definizione rientrano (possono rientrare) situazioni ove non è presente una diffusa, concorrenziale, uguale disponibilità di informazione fornita da una pluralità di operatori: informazioni su iniziative di proposte di legge popolari; richieste di referendum popolare; informazioni che per la loro natura non possono agevolmente essere rese disponibili, nello stesso tempo e con modalità equivalenti, da una pluralità di testate radio-televisive: informazioni locali (oggi, coperte dalle reti televisive regionali Rai).
La tecnologia disponibile è un “acceleratore” della capacità di produrre e distribuire contenuti radiofonici e televisivi; le “barriere all’ingresso” (in termini di investimenti iniziali/successivi, disponibilità di frequenze, accesso alle “reti di diffusione”) sono modeste per la produzione radiofonica, significative per la produzione televisiva. A minori barriere, molti operatori; a maggiori barriere, pochi operatori.

Nota: In Germania il servizio pubblico è coperto dalla Deutsche Welle, compagnia di informazione membro della ARD; essa è una emittente di diritto federale, istituzione pubblica non-profit, non soggetta a supervisione tecnica da parte governativa; essa non incassa un canone annuale; il sostegno finanziario è garantito (prevalentemente) da una concessione dalle entrate fiscali federali (sezione del bilancio della Cancelleria federale); essa è autorizzata a raccogliere pubblicità e sostegni da sponsor. In Inghilterra, la BBC non raccoglie pubblicità per i canali trasmessi nel Regno Unito, ed i suoi servizi sono finanziati dal canone televisivo (e quindi, non può trasmettere pubblicità, per la legge inglese); BBC World News, trasmettendo in chiaro in tutto il mondo (e quindi, non essendo riservata ai soli abbonati inglesi), si finanzia attraverso la raccolta pubblicitaria.

 

Liberalizzazione del mercato
A differenza del sistema radiofonico, il sistema televisivo italiano presenta un sostanziale duopolio nella trasmissione di contenuti (Rai e Mediaset), con operatori concorrenti di più limitate dimensioni e disponibilità di frequenze (canali) (La7, Sky su digitale, …).
Per rendere effettiva una ampia concorrenza, primo passo è una effettiva liberalizzazione del settore, con la effettiva “apertura” delle frequenze televisive, attualmente soggette ad un controllo amministrativo.
Da Wikipedia: Le fonti normative principali della concessione televisiva sono ad oggi la Legge Maccanico e il regolamento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La Legge Gasparri, poi, ha stabilito l’esistenza di differenti titoli abilitativi per le attività di operatore di rete e fornitore di contenuti televisivi o radiofonici, e stabilisce inoltre che l’autorizzazione non comporta l’assegnazione delle radiofrequenze (art. 5), che invece è effettuata con un provvedimento separato. La concessione indica la frequenza e le aree di servizio degli impianti dell’emittente. Ha una durata stabilita in 6 anni, ed è rinnovabile; può cessare per rinuncia, morte del proprietario, fallimento o perdita dei requisiti soggettivi (vedi “Requisiti per la concessione”). In allegato alla concessione vi è una convenzione che riporta obblighi e diritti del concessionario. La materia è oggi regolata dal Testo unico della radiotelevisione emanato nel 2005. Emittenti nazionali e locali: ai sensi della legge italiana, le emittenti televisive si distinguono in nazionali (che coprono almeno l’80 per cento del territorio) e locali. Le emittenti nazionali si dividono a loro volta in: TV commerciali; emittenti specializzate in televendite; Pay TV (con segnale “criptato”).

 

“Governance” regolamentare della Rai
La Rai è soggetta ad un particolare disciplina di “governance”. Come regolato dalla legge 112 del 3/05/2004 (legge Gasparri) il consiglio di amministrazione non è nominato esclusivamente dagli azionisti: sette consiglieri vengono eletti dalla Commissione parlamentare di vigilanza, due vengono indicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che è il maggiore azionista della RAI. I membri del Consiglio d’Amministrazione hanno un termine di mandato di tre anni anche se possono essere nominati di nuovo.
La Rai ha sedi distaccate in ogni regione e provincia autonoma (con l’eccezione di Abruzzo e Calabria), per la redazione e trasmissione di programmi di informazione regionale.

La Rai, per dovere contrattuale con lo Stato italiano, trasmette da alcune sedi regionali una programmazione più vicina alle popolazioni e alle realtà locali, nel c.d. rispetto delle minoranze linguistiche e delle regioni autonome.

Le disposizioni precedenti rappresentano un “peso” per una eventuale “privatizzazione” della Rai.
La Rai possiede una pluralità di partecipazioni in società, strumentali e non (vedi, http://it.wikipedia.org/wiki/Rai ); di particolare rilevanza, la partecipazione in Rai Way (oggi, al 100%, ma in procinto di essere parzialmente privatizzata attraverso una operazione di quotazione, od IPO, presumibilmente nella forma di OPV, Offerta Pubblica di Vendita di azioni): http://it.wikipedia.org/wiki/Rai_Way e http://www.raiway.rai.it/index.php?lang=IT&&cat=114 . Rai Way possiede circa 2.300 stazioni trasmittenti e ripetitrici sul territorio nazionale, e di una rete satellitare per la diffusione diretta nazionale ed internazionale: http://www.raiway.rai.it/index.php?lang=IT&&cat=112 .
Rai Way è la “infrastruttura” (simile ad una rete elettrica ad alta tensione, od ad una rete di “pipeline” per la trasmissione del gas), messa a disposizione del “produttore” e “diffusore” di contenuti (le reti radiofoniche e televisive Rai).
Tema rilevante è quale debba essere la “missione” di Rai Way in quanto “infrastruttura” del servizio radio-televisivo. Essendo in via di definizione la cessione a terzi della minoranza azionaria, riteniamo utile sottolinearne la “criticità” con riferimento alla opportunità di farla uscire da un “perimetro” a controllo pubblico.

A fini puramente espositivi, le attività Rai possono essere ripartite fra:
1. Produzione e diffusione radiofonica a livello nazionale
2. Produzione e diffusione televisiva a livello nazionale
3. Produzione diffusione televisiva a livello regionale
4. Trasmissione “infrastrutturale” (Rai Way)
Le attività 1. (radio) e 2. (televisione) sono tipicamente quelle di “rete commerciale”, esercitata in regime di concorrenza (in ambito parzialmente liberalizzato, per quanto riguarda la attività televisiva, soggetta a regolamentazione amministrativa, come sopra ricordato).
L’attività 3. (ambito e livello regionale) appare meritevole di adeguata valutazione per verificarne, e del caso regolarne, le componenti di servizio pubblico.
L’attività 4. (infrastrutture) è una funzione di “servizio” reso alla diffusione radio-televisiva, ad oggi necessaria ma ad impatto e rilevanza decrescenti in relazione all’evoluzione delle tecnologie disponibili, in futuro.
Nella parte “Privatizzazione” le attività descritte saranno meglio declinate.

 

Canone televisivo e “lottizzazione politica”.
Le “critiche” più rilevanti e storicamente significative si sono focalizzate su 2 aspetti: l’”iniquità” del canone televisivo pagato a fronte di un servizio ritenuto di qualità e contenuto decrescenti, non riconosciuto da una importante fascia di utenti come “pubblico” o a valenza pubblica; la “lottizzazione politica” della Rai da parte dei partiti, che ne nominano anche la maggioranza dei consiglieri di amministrazione, secondo logiche di “lottizzazione”. Tale fenomeno presenta elementi peculiari, come la sovra-esposizione mediatica dei partiti maggiori (che detengono, alternandosi, le “leve del comando”) e la sotto-esposizione dei partiti minori (cui vengono assegnati “spazi” spesso inferiori al loro peso elettorale).
Il canone televisivo è un’imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni televisive nel territorio italiano: « Chiunque detenga uno o più apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto» (R.D.L. 21 febbraio 1938, n. 246 art. 1, in materia di “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni). La sua qualificazione giuridica è stata sancita dalla Corte costituzionale (Sentenza del 26 giugno 2002 n. 284):
« Benché all’origine apparisse configurato come corrispettivo dovuto dagli utenti del servizio […] ha da tempo assunto, nella legislazione, natura di prestazione tributaria, fondata sulla legge […] E se in un primo tempo sembrava prevalere la configurazione del canone come tassa, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è inteso come imposta»

 

 

(da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Canone_televisivo_in_Italia); l’imposta ha una raccolta netta di circa 1.700.000 milioni annui, con un tasso di evasione (stimato) del 40%.
Eliminazione del canone e de-lottizzazione politica della Rai sono obiettivi “di impatto mediatico”; ma come realizzarli e soprattutto che impatti avrebbero sulla struttura dell’offerta radiotelevisiva e, nel caso si adottasse la soluzione di una privatizzazione della Rai, come “graverebbero” sul soggetto (o soggetti) acquirente, in un contesto liberalizzato e privatizzato?
Privatizzazione sì, privatizzazione no.
Un “manuale delle giovani marmotte” sulle privatizzazioni imporrebbe che prima di procedere a privatizzazioni (intese come apertura del capitale a soggetti terzi diversi dallo stato e sue entità, direttamente od indirettamente controllate; sia procedendo alla vendita di quote di maggioranza che di minoranza, tali da consentire la “contendibilità” del possesso azionario post-privatizzazione) si proceda ad una adeguata liberalizzazione del mercato di riferimento. Sull’aspetto liberalizzazione si rinvia a quanto sopra esposto (sezione Liberalizzazione del mercato).
Attesi gli obiettivi di eliminazione del canone e de-lottizzazione politica, una privatizzazione si confronterebbe con un nuovo “paradigma”: assenza di risorse finanziarie derivanti dall’imposta del canone televisivo, che oggi assicura 1.7000 milioni annui circa (oltre la metà dei ricavi complessivi della Rai).
Ne derivano alcuni “driver”:
1. Che cosa privatizzare
2. Quale “valore” assegnare alla società (o a rami di azienda) da privatizzare
3. Come “assicurare” l’eventuale fornitura di “servizio pubblico” (laddove ne sia riconosciuta l’esistenza; vedi, sezione Che cosa è il “servizio pubblico”? ).

 

Che cosa privatizzare.
Possono essere privatizzate le attività aventi una natura “commerciale”: produzione e diffusione radiofonica a livello nazionale, produzione e diffusione televisiva a livello nazionale.
Queste attività “assorbono” la stragrande percentuale delle risorse fisiche e professionali della Rai (che attualmente ha 13.229 dipendenti all’ultimo censimento, di cui 11.569 a tempo indeterminato e 1.660 a tempo determinato; fonte: DG Rai).

 

Quale “valore” assegnare alla società ( o a rami di azienda) da privatizzare.
Il “valore” che un soggetto acquirente può riconoscere al momento dell’acquisto di una società, in particolare nel caso della Rai che opera in settore “sensibile” come quello dei media, è legato – inter alia – ai seguenti elementi:
a) Redditività dell’attività caratteristica; nel caso della Rai, questa è storicamente negativa (http://www.rai.it/dl/bilancio2013/Rai_Bilancio_31.12.2013.pdf );
b) Potenzialità di sviluppo aziendale e conseguente attesa redditività futura;
c) Eventuale “pesi ed obblighi” assegnati all’acquirente in sede di acquisto: gestione di servizi “strutturalmente in perdita” per assenza di ricavi o per la loro natura; impegni a fornire servizi a titolo gratuito, o con modalità non remunerative;
d) Quadro legislativo di riferimento: apertura e liberalizzazione del settore; “plain level ground competition” intesa come equivalenza dei punti di partenza per tutti gli operatori del settore;
e) Limitazioni alla libera concorrenza: “tetti” a raccolta pubblicitaria a pagamento ed altre forme di ricavi non caratteristici; obblighi e/o limiti a sviluppare attività e programmi radiotelevisivi.
In tale contesto, l’attuale quadro competitivo e normativo in cui operano la Rai e gli altri operatori radiotelevisivi non presenta elementi adeguati di certezza, apertura del mercato, livelli minimi di “plain level ground competition”.

 

Quale futuro per la TV “di stato”?
Abbiamo sopra indicato che una modifica del quadro attuale deve prevedere, come premessa logica e normativa, una liberalizzazione del settore radio-televisivo, per consentire una effettiva competizione “plain legel ground”. Solo a valle di tale modifica – che è lasciata al legislatore – si potrà ben considerare il “che fare” della Rai.
In merito, nel seguito sono indicati elementi utili per meglio inquadrare il “che fare”, che comprendono le valutazioni di ItaliAperta.

La struttura economica della Rai presenta anomalie e criticità. Maggiore anomalia è la presenza di un “canone” – più correttamente, una imposta che ogni anno viene richiesta agli utenti-contribuenti, che la evadono, secondo stime non verificate, nella misura del 40% — che rappresenta oltre il 50% dei ricavi (valore della produzione), sino al 65% nel 2013:

in milioni di Euro                                                          2009        2010        2011        2012        2013
CANONI                                                                            1.630       1.661        1.689       1.729     1.737
VALORE DELLA PRODUZIONE                                3.134       2.962       2.924       2.705     2.673
% CANONI SU VALORE DELLA PRODUZIONE    52%          56%           58%           64%          65%

Fonte: Bilancio consolidato RAI 2009-2010-2011-2012-2013 prospetti contabili consolidati

Come rimarcato nella sezione Che cosa è il “servizio pubblico”? non esistono, a nostro avviso, le ragioni di sussistenza di un “servizio pubblico” in capo alla Rai, che è – a tutti gli effetti – una emittente generalista e commerciale (salvo le eccezioni indicate nella sezione citata); riteniamo che il “canone” debba essere eliminato, in una condizione normale.
In assenza di un flusso costante di incasso da canone, toccherà all’azionista (MEF) identificare eventuali risorse per il sostegno economico e patrimoniale della Rai.
La gestione della Rai, attualmente (e quindi, grazie al contributo finanziario ed economico del canone incassato), è negativa, come verificabile dai bilanci aziendali (http://www.rai.it/dl/bilancio2013/Rai_Bilancio_31.12.2013.pdf) , e come riassunto nella tabella seguente, che riassume la situazione patrimoniale degli anni 2009-2013:

MOVIMENTI PATRIMONIO NETTO GRUPPO RAI (in milioni di €)

VOCE / ANNO                                                                2009        2010        2011        2012        2013
PATRIMONIO NETTO                                  all’1/1 692,1
Capitale                                                                           242,5        242,5       242,5      242,5       242,5
Riserva legale                                                                     7               7                 7               9                 9
Altre riserve                                                                 443,8         379,5       281,7        284           39,4
Utile (perdita) dell’esercizio di Gruppo             -62,1           -98,2            4,1       -244,6          5,3
TOTALE PN DI GRUPPO al 31/12                        631,2          530,8       535,3       290,9     296,2
Capitale e riserve di terzi                                            0,3               0                 0                0              0
Utile (perdita) dell’esercizio di terzi                      0,3                0                 0               0               0
TOTALE PATRIMONIO NETTO DI TERZI            0,6                0                 0               0               0
TOTALE PATRIMONIO NETTO al 31/12          631,8          530,8        535,3       290,9     296,2

Fonte: Bilancio consolidato RAI 2009-2010-2011-2012-2013 prospetti contabili consolidati

Nel periodo considerato, la diminuzione del patrimonio netto (capitale e riserve) per perdite è stato di 395,9 milioni, oltre la metà del patrimonio a fine 2008.
La Rai è “fonte di perdite”, e lo sarebbe ancor più nel caso non vi fosse il contributo del canone, che nel periodo 2009-2013 è stato di 8.446 milioni, cui si aggiungono circa 1.700 milioni nel corrente anno 2014, per totali oltre 10.000 milioni che la collettività (al netto della evasione sopra ricordata) ha elargito alla “TV di stato”.
Oggi, la Rai ha un valore economico negativo, se si adottano corretti parametri economici. La Rai, in termini semplici, ha un corpo appesantito da troppi anni sedentari, pieni di sprechi, appesantito da una struttura di personale largamente eccedente le effettive necessità, che rappresenta da un lato un “peso” non più sostenibile dal punto di vista economico, dall’altro una “remora” ad interventi di “chirurgia” per il consolidato potere di interdizione negli anni costruito, nel più classico scenario di “diritti acquisiti” (che sono tali sino a che ce li si può permettere, e la Rai non se li può permettere da lungo tempo).
In tale quadro, non vediamo come oggi si possa immaginare una “vendita”, anche nella forma di “privatizzazione” o di apertura del capitale a terzi, attesa la insoddisfacente redditività aziendale attuale ed attesa, visti i costi di struttura elevati e “fuori controllo”, su cui l’azionista e la direzione aziendale non hanno sinora ritenuto di intervenire in modo efficiente. Alcune ragioni, peraltro non giustificate, attengono alla già ampiamente citata “lottizzazione”.
Riteniamo che un processo logico per immaginare un diverso contesto di “governance” possa comprendere:
(1) Una valutazione dell’impatto economico e finanziario derivante dalla abolizione del canone;
(2) Una adeguata politica di contenimento e riduzione dei costi aziendali, per riportare la redditività aziendale in territorio positivo;
(3) Una razionale identificazione delle attività aziendali, nelle sue componenti “caratteristiche”:
  a) Produzione e diffusione radiofonica a livello nazionale
        b) Produzione e diffusione televisiva a livello nazionale
        c) Produzione diffusione televisiva a livello regionale
        d) Trasmissione “infrastrutturale” (Rai Way)
(4) La adeguata valorizzazione di tali attività, specificando la “strategia” di valorizzazione (vendita di singoli rami di azienda, vendita in blocco, …), tempistica e modalità;
(5) L’attività (3) c), svolta in ambito e livello regionale, appare meritevole di adeguata valutazione per verificarne, e del caso regolarne, le componenti di servizio pubblico; le soluzioni adottabili per mantenerne la “rilevanza” potrebbero essere:
a. Il mantenimento in ambito pubblico, con una rete più ridotta ed unicamente “vocata” alle televisioni regionali (stante anche l’obbligo di legge per la diffusione in aree regionali “protette”);
b. Un sistema che preveda l’erogazione/esecuzione di tali attività da parte dell’acquirente, contro pagamento di una “fee” da parte dello stato a fronte di tale erogazione;
(6) L’attività (3) d), consistente nella proprietà, gestione e conduzione delle c.d. infrastrutture, è una funzione di “servizio” reso alla diffusione radio-televisiva, ad oggi necessaria ma ad impatto e rilevanza decrescenti in relazione all’evoluzione delle tecnologie disponibili, in futuro.
Sotto l’aspetto “comunicazione trasparente”, si tratta di un processo che deve essere comunicato in via preventiva, al fine di “rasserenare” i cittadini, che da troppo tempo comprendono che il contesto in cui opera la Rai è “inquinato” da rapporti e pesi non più accettabili.
In assenza di un tale processo, l’azionista dovrà trovare altre forme di “sostegno” che, per le ragioni appena accennate, risulteranno di ancor maggior difficile accettazione da parte dei cittadini, salvo procedere ad una “cessione con dote”, in una situazione ove la “dote” lo stato non è in grado di metterla sul tavolo.

 

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