La trasparenza nei CdA produce efficienza ed equità

Vari disastri societari e bancari italiani hanno cause certamente diverse anche se spesso cumulate: incompetenza, frode, condizioni avverse di mercato, megalomania, cambio della regolamentazione. Parmalat, per intenderci, è diversa da MPS. Una sola caratteristica ha però accomunato tutti questi crack, da Banca Etruria a Cirio, passando per Alitalia: un governo societario non all’altezza. Con il termine Corporate Governance si definisce quel set di regole, procedure, pratiche virtuose. necessarie per la gestione dell’impresa in modo trasparente, profittevole e lecito. Centrali sono le norme che disciplinano il rapporto tra i manager, gli organi di controllo e gli azionisti nonché il sistema dei controlli interni della società per azioni. L’Italia è sommersa di regole di governance: se ne occupa il codice civile, il Testo Unico della Finanza, il Testo Unico Bancario, la normativa regolamentare Consob, Ivass, Banca d’Italia e Bce.

Inoltre, nell’ambito dell’autoregolamentazione, spicca il Codice di Autodisciplina di Borsa Italiana che si applica alle società quotate che decidono di aderirvi. Vale infatti il principio comply or explain: o scegli di seguire le regole oppure spieghi al mercato perché non lo fai. Poiché i princìpi contenuti nel Codice di Borsa sono ritenuti all’avanguardia ed in alcuni casi hanno preceduto l’emanazione di leggi che ne hanno ricalcato il contenuto, è importante capire

quale sia la loro effettiva applicazione. A questo proposito, Assonime, l’associazione che riunisce le più importanti società per azioni italiane, ogni anno pubblica un Rapporto che analizza le relazioni i comportamenti tenuti dalle imprese e la loro coerenza con le disposizioni del Codice. Quali sono i risultati dell’indagine? In breve si può dire che, lentamente ma costantemente, nel corso degli anni le aziende quotate stanno aderendo alle raccomandazioni di Borsa Italiana: ben il 92% delle 227 presenti nel listino. La media delle riunioni dei CdA è in crescita: 10,6 l’anno, contro le precedenti 10,1 e per le società maggiori (quelle del FTSE Mib) si arriva a 13,6 incontri. Pure i consiglieri prendono sul serio l’impegno, visto che la presenza media è del 92% . Su un aspetto cruciale per poter deliberare in modo consapevole, l’informazione pre-consiliare, quasi un terzo della società non ha tuttavia indicato il preavviso congruo per fornire i documenti agli amministratori ed è comunque difficile controllare l’effettivo rispetto della regola. I board sono più solleciti nell’autovalutarsi (l’80%) e la loro composizione è abbastanza equilibrata: tre quarti dei consiglieri sono non esecutivi e quasi il 45% indipendenti. Inoltre, su circa 2200 consiglieri censiti, ben 177 sono nominati dalle minoranze, cosa che fa dell’Italia un caso unico nel panorama mondiale. Le società stanno progressivamente dotandosi dei comitati consiliari, rischi (93% delle società), remunerazione (89%) e nomine (solo 55% ma in crescita: la struttura proprietaria concentrata fa si che gli azionisti di maggioranza non sentano il bisogno di suggerimenti per nominare gli amministratori e i manager); ci si assicura sempre più, peraltro, che la qualifica di consigliere indipendente sulla carta corrisponda alla realtà dei fatti. Nonostante la diffusione dei comitati remunerazione, quando si passa alle politiche sugli stipendi di top manager e consiglieri, la situazione è meno trasparente e strutturata di come si vorrebbe. La componente variabile della remunerazione dei consiglieri esecutivi non è prevista nel 17% del totale, il legame con i risultati di medio-lungo (e non solo breve) periodo è stabilito solo per il 64% dei manager e le clausole di restituzione del bonus se i dati sulla base dei quali erano stati assegnati erano manifestamente errati è presente solo nel 46% dei casi. Anche le indennità di fine rapporto sono regolate non sempre al meglio. Per un’analisi più completa dei dati si può consultare il Rapporto Assonime, ma qui la domanda da porsi è: funziona l’autoregolamentazione? Se si vede il bicchiere mezzo pieno, si può constatare come nel corso del tempo l’adesione ai principi del Codice non solo sia in aumento statisticamente, ma anche concretamente. D’altronde, negli ultimissimi anni non sono emersi particolari scandali all’interno delle società quotate e questo è significativo. La parte vuota del bicchiere consiste nel fatto che spesso il maggior rigore delle società è determinato anche dall’emanazione di norme stringenti da parte del legislatore o delle autorità di vigilanza italiane o europee e che il comply or explain non sempre si dimostra un incentivo sufficiente per le imprese per far loro seguire anche nella sostanza le varie raccomandazioni. Nel complesso il Codice ha fatto certamente bene alla Borsa italiana; una maggiore attenzione da parte degli investitori al rispetto dei suoi principi da parte delle società in cui hanno partecipazioni, però, sicuramente ne migliorerebbe l’efficacia.

Weidmann ha ragione, ma si comporta come chi ha torto.

Weidmann (Bundesbank) ha ragione, ma le sue parole sono dialettica pelosa.
In sostanza Weidmann dice che l’Europa soffre di un grave deficit esecutivo che origina da una carente capacità politica continentale. Secondo il suo discorso, ma non secondo il suo intimo pensiero, l’Europa è debole e incapace di produrre politiche continentali in contrasto di interesse con le riemergenti logiche nazionalisitiche.
Tutto il suo lungo ragionamento è incentrato su esempi di conflitto fra interessi nazionalistici, italiani in particolare, e interessi dell’Europa della quale lui sembra proporsi paladino.
Come mai allora non sceglie di concretamente seguire la strada che lui stesso predica? Perché non sceglie di spingere sulla costruzione di un’Europa politica ed esecutiva?

Non c’è che una risposta: Weidmann non è dal lato giusto della storia. E nemmeno la Merkel.

Eppure hanno ragione sull’Italia, sua altri paesi incapaci di portarsi alla pari degli altri, sulla debolezza dell’Europa che dovrebbe tenere a bada gli zombi-nazionalismi.

È necessario rifare la democrazia e rifare l’Europa, prima che sia troppo tardi.

Se la coperta è corta bisogna privatizzare

Il Pil cresce poco, tagliare le spese è difficile. 
Per ridurre il debito non resta che vendere aziende (grandi e piccole) e immobili in mano allo Stato.

Nonostante il governo ostenti un certo ottimismo sulla situazione economica all’insegna del motto “finalmente siamo ripartiti”, in realtà le ragioni per un cauto pessimismo si stanno accavallando.

Prima di tutto la crescita, fermatasi nel 2015 allo 0,8% e per quest’anno prevista ben al di sotto dell’1,6% stimato dal governo (1,3% secondo la media degli organismi sondata dall’“Economist”). Poi l’inflazione, inchiodata allo 0,1% nel 2015 e probabilmente stabile anche nell’anno in corso. Un aumento dei prezzi così flebile fa sì che la crescita nominale del Pil non stia dietro al deficit e quindi il debito pubblico cresca in proporzione più velocemente del Pil. Insomma, se quest’ultimo aumenta di 0,9 % (0,8 +0,1) e il deficit è del 2,6% (come nel 2015) ovviamente il debito si appesantisce più velocemente del Pil e il rapporto tra i due, oggi all’incirca il 133%, è destinato a peggiorare. Il recente rapporto della Commissione Ue, peraltro, non vede rischi a breve (1 anno) per la sostenibilità del debito italiano ma, pur basandosi su stime economiche più ottimiste delle attuali, è preoccupato per il medio termine.

Se a ciò aggiungiamo che l’occupazione a tempo indeterminato è salita un po’ grazie agli sgravi contributivi introdotti dal Jobs Act, ma il tasso di occupazione complessivo (vale a dire, quante persone effettivamente lavorano) è rimasto più o meno dov’era, ecco che il quadro comincia a diventare più fosco.
Si dice che il governo, per uscire dalla trappola della crescita anemica, voglia tentare la carta di un sostanzioso taglio alle tasse sul reddito, anticipando al 2017 la riduzione delle aliquote Irpef prevista per il 2018. In effetti, anche il presidente della Bce Draghi ha ammonito che la politica monetaria ha i suoi limiti e che per riprendere un percorso virtuoso sono necessari abbassamenti delle imposte in parallelo a decurtazioni della spesa e riforme strutturali. Orbene, queste ultime sembrano un po’ in mezzo al guado giacché il disegno di legge sulla concorrenza è fermo in Parlamento, la Ue ci multerà per il nostro ostinato rifiuto a mettere in gara le concessioni balneari, la riforma della Pa è una scommessa piuttosto che una realtà e #labuonascuola finora è stata una buona operazione di assunzioni pubbliche.

Sul fronte spending review non c’è da farsi molte illusioni. Già il balletto delle cifre provenienti da Corte dei Conti, istituti di ricerca come Unimpresa e commissari alla spesa è deprimente: secondo l’ultimo Bollettino Economico di Banca d’Italia, poi, nel 2016, a legislazione invariata, il saldo della spesa pubblica dovrebbe portare a una sua diminuzione di ben 360 milioni, con lo strabiliante contributo di 41 milioni in meno di spesa corrente, lo 0,0025% del Pil. Wow!

Se si vuole procedere ad una sforbiciata ai tributi che abbia impatto sull’economia (25-30 miliardi) senza incorrere non solo nelle ire della Commissione Ue, ma soprattutto in quella dei mercati (ricordate? Nelle fasi di turbolenza finanziaria di qualche settimana fa, l’Italia ha subito visto salire lo spread) che si può fare, allora?

Ovviamente procedere a una più robusta potatura delle uscite pubbliche e ad un ambizioso piano di privatizzazioni che scalfisca il debito pubblico. Il Mef si è dichiarato felice di aver raggiunto l’anno scorso il traguardo di incassi per privatizzazioni pari allo 0,4% del Pil (6,5 miliardi di cui 1,3 da un rimborso di capitale di Enav e il rimborso dei Monti bond di Mps privatizzazioni per modo di dire). Si tratta di risultati che non possono assolutamente bastare. Lo Stato, tutt’oggi proprietario di beni pubblici per centinaia di miliardi, deve rassegnarsi a perdere velocemente il controllo di grandi e piccole imprese, procedere all’alienazione degli immobili senza incorrere nelle farse normative degli ultimi anni (messa in vendita, ma senza cambiare la destinazione), predisporre incentivi più stringenti della flebile legge Madia affinché gli enti locali si liberino delle loro partecipazioni.

La coperta è troppo corta: se per coprirci meglio riusciamo anche ad attrarre capitale di rischio e togliere il Leviatano da ciò che non è di sua competenza, tanto meglio. Altrimenti nemmeno il pessimismo sarà più cauto.

Il “bene comune” denaro e la relatività

Il denaro non è un “bene comune”. Il denaro, più precisamente una specifica valuta, è di proprietà del sistema bancario che la adotta.

La principale fonte di reddito del sistema bancario è l’affitto del denaro. La massa monetaria affittata viene chiamata con due termini diversi a seconda del punto di vista (relatività):

  1. “credito” se osservata dal punto di vista di chi presta il denaro
  2. “debito” se osservata dal punto di vista di chi si indebita o “prende a prestito”.

I ricavi del sistema bancario sostanzialmente dipendono dalla dimensione:

  1. del tasso di interesse (affitto)
  2. della massa monetaria “affittata”.

Il sistema bancario aumenta la massa monetaria concedendo più credito; e viceversa. L’aumento della massa monetaria:

  • oltre la soglia della domanda di credito, diminuisce il valore della moneta
  • inferiore alla soglia della domanda di credito, aumenta il valore della moneta.

In questo caso si usano due parole diverse (inflazione e deflazione) a seconda del punto di osservazione (relatività); semplificando:

  • deflazione: il valore della valuta sale quando il prezzo dei manufatti scende
  • inflazione: il valore della valuta scende quando il prezzo dei manufatti sale.

Per ovvii motivi, il sistema bancario tende a preferire l’aumento della massa monetaria e dell’inflazione. I cittadini-consumatori preferiscono invece la diminuzione dei prezzi dei manufatti (prezzi dei consumi) e un  valore costante della valuta (valore dei compensi e dei risparmi). Le imprese hanno un punto di vista ancora diverso che possiamo approfondire altrove.

Conclusioni:

  • la “relatività dei punti di osservazione”, e l’uso ambiguo di parole apparentemente uguali parole (polisemia), rende complicato per i cittadini comprendere le logiche del sistema bancario/finanziario
  • tutti i cittadini sono contemporaneamente consumatori, produttori e finanziari; questa condizione li pone in schizofrenico conflitto di interesse con sè stessi a seconda del cappello che indossano in ogni specifico momento (per esempio: vogliono tassi alti (rendimenti alti) quando depositano (affittano) alle banche i loro risparmi, ma vogliono tassi bassi o nulli quando contraggono un debito/mutuo). Questo e il punto precedente sono spesso ampio terreno per l’inganno
  • in ogni caso, il denaro non è un bene comune, ma è di proprietà del sistema bancario che lo crea, lo distrugge e ne cambia il valore alla (sua) bisogna.

Cosa firmano le Banche a Bankitalia (“Lettera di Attestazione”)

Eccovi la Lettera di Attestazione: su base mensile, ogni Banca/Cassa di Risparmio invia i dati contabili completi di ogni segnalazione alla “Vigilanza” di Banca d’Italia, accompagnati da una lettera carica di autocertificazioni.

Siamo talmente antipatici che Vi offriamo il testo della Circolare del 2008 (specificamente Circolare n. 272 del 30 luglio 2008 “Matrice dei Conti” intestata a “Vigilanza Bancaria e Finanziaria”) perché la data in questione era a metà nell’anno-spartiacque, tra la crisi Bear Sterns (marzo 2008) e quella di Lehman (settembre 2008) e, questo Vi interessa di sicuro, all’incirca META’ delle Obbligazioni Subordinate “in default” non erano ancora state emesse.

FAC–SIMILE DI LETTERA DI ATTESTAZIONE DELLA BANCA (allegato A)

Alla Banca d’Italia – Amministrazione Centrale (Servizio Supervisione Gruppi Bancari ) ____ (denominazione della banca) _____ (codice ABI)

Con la presente comunicazione si attesta che le segnalazioni di Vigilanza che questa banca trasmette a codesto Istituto ai sensi delle vigenti istruzioni si basano sui dati della contabilità e del sistema informativo aziendale.    (n.d.r Si tratta perciò dei dati interni alla singola banca, non degli Auditors)

Le suddette segnalazioni, che derivano dall’attivazione delle procedure di elaborazione dei dati approvate dai competenti organi aziendali, esprimono la situazione economica, patrimoniale e finanziaria dell’ente scrivente.    (n.d.r. Si tratta quindi di cifre dettagliatissime calcolate dalla singola banca coerenti con il ruolo che la singola banca si è data entro il sistema)

In particolare, si precisa che, al fine di assicurare la necessaria coerenza dei dati segnalati con le risultanze della contabilità e del sistema informativo aziendale, sono stati predisposti appositi strumenti di controllo interno che prevedono anche forme di rendicontazione sintetica per i responsabili aziendali. (n.d.r. Si dà per autocertificato che la singola banca sia dotata di sistemi di controllo e reporting adeguati)

Si rende noto che il contenuto della presente comunicazione è stato portato a conoscenza del consiglio di amministrazione.      (n.d.r. Si certifica che tutti, al vertice, sono stati informati e sono a conoscenza delle cifre rappresentate, inclusi i consiglieri non esecutivi di CdA)

Il Presidente del consiglio d’amministrazione (o di altro organo equipollente) _______(Firma)__________

Il Presidente del collegio sindacale (o di altro organo equipollente)         _________(Firma) __________

Il Direttore generale                                                                           _____(Firma)__________________

Il Dirigente preposto/capo contabile (2)                                     ____________(Firma) ______________

_ – – – – – – – – – – – – – – – – – – — – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – -(fine dell’Allegato A)———-

Orbene, non c’è nulla di anomalo in ciò che si chiede di firmare a persone fisiche che ricoprono i ruoli menzionati in un settore sottoposto ad Autorizzazione ed intensa Supervisione.

Ciò che è anomalo è che, in presenza di andamenti in progressivo deterioramento oltre il trend del mercato geografico di riferimento, o di cifre evidentemente manipolate in maniera ottimistica (in assenza di adeguati accantonamenti per rischi su crediti ), od ancora peggio, di transazioni in flagrante “conflitto di interessi” (prestiti a parti correlate, inclini a non essere facilmente rimborsati), l’inazione della Banca d’Italia sembra aver permesso a codesti personaggi che firmarono MENSILMENTE LA “LETTERA DI ATTESTAZIONE” di continuare per un bel po’ (oltre la PRIMA ISPEZIONE) l’esercizio dell’attività bancaria !

L’unica mossa per prevenire questi drammi (che si ripetono dall’inizio degli anni Ottanta) sarebbe una azione di cambio totale ed eclatante nella qualità di tanti Consigli di Amministrazione e del management bancario.

Inoltre, in caso di Ispezioni Generali che mostrino le classiche fattispecie di “conflitti di interesse” e “distrazione di fondi” e “riciclaggio”, si deve giungere alla pronta azione di detenzione (stante il rischio di fuga e di inquinamento delle prove), vista la elevata pericolosità sociale, il tutto accompagnato dal blocco preventivo di beni fino al secondo grado di parentela (grado da Codice Civile, state tranquilli: significa in pratica solo “parenti strettissimi di primo grado” in linguaggio corrente…. più le cosiddette intestazioni “alle varie teste di legno” e a persone affettivamente vicine, cioè in vulgata corrente, “le amanti presenti ….o passate” ).

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Post scriptum: È dal 1996 che la nuova “Matrice dei Conti”, studiata da Bankitalia, venne imposta progressivamente a quasi tutte le quattrocento banche di allora (le Casse Rurali e Artigiane avevano giustamente un trattamento più semplice).

Fu dichiarato dal MinTesoro che era stata definita dagli esperti “la seconda migliore Matrice di Reporting al mondo” dopo quella americana

Quel pasticciaccio brutto delle 4 banche (altre 10 in arrivo?)

Purtroppo quella che era destinata ad essere l’ennesima storia di malgoverno bancario e di clienti e soci gabbati, ha assunto i colori della tragedia a causa del povero pensionato di Civitavecchia che si è tolto la vita, umiliato per sentirsi tradito dalla “sua” Banca Popolare dell’Etruria che gli aveva venduto obbligazioni rivelatesi carta straccia.

In questi casi le notizie si sovrappongono con le dichiarazioni, da quelle roboanti delle solite associazioni dei consumatori a quelle di politici ed esponenti di governo, le audizioni si infittiscono e alla fine rimangono le foto sui giornali del risparmiatore che innalza il cartello contro le banche predatrici.

Anche questa volta, si potrebbe concludere, è colpa del liberismo.

Cerchiamo di riassumere la situazione. Come è noto, 4 banche sull’orlo del collasso (Etruria, Carife, Marche e Carichieti) vengono salvate attraverso un decreto del governo di fine novembre. I crediti inesigibili o in sofferenza, 8,5 miliardisvalutati dell’83%, vengono trasferiti ad una bad bank che dovrà cederli a qualche professionista del ramo eil resto verrà amministrato da 4 good bank con un unico presidente, l’ex Unicredit Nicastro. A fare le spese del salvataggio saranno azionisti ed obbligazionisti “subordinati” (con nessuna garanzia) delle Quattro e il sistema bancario che verserà, attraverso il Fondo di Risoluzione alimentato dalle altre banche,  3,6 miliardi per capitalizzare quelle fallite. Naturalmente gli istituti sperano di recuperare almeno in parte il loro investimento e nel frattempo la UE ha dato l’Ok al piano non ravvisando aiuti di Stato. In altre parole, si è azionato in anticipo, secondo la “narrazione” prevalente, il meccanismo di “bail-in”, in vigore in tutta Europa a partire dal 2016, che fa ricadere il peso delle crisi bancarie sugliazionisti, creditori e depositanti “ricchi”.

Tuttavia, poiché  gli obbligazionisti subordinati rappresentano 800 milioni di euro in titoli, il governo ha preannunciato un “aiuto umanitario” per i più disagiati.

Tutto bene quindi? Andiamo con ordine. In primisnon è vero che, come declamato dal governo, la soluzione sia a costo zero per il contribuente. Le banche riceveranno agevolazioni fiscali sull’Ires eIrap valutate approssimativamente in un miliardo di euro. Soldi in meno che verranno recuperati o con nuove tasse, o tagli alle spese (come no, mi par di vederlo il governo) o ulteriore debito. Inoltre, la CDP garantirà fino a 400 milioni di euro in caso di mancato recupero dai crediti incagliatidelle somme previste.

Secondo punto. Come è successo in ogni altra crisi bancaria italiana recente, il problema dei crac risiede nella cattiva governance degli istituti. E, non sorprendentemente, anche in questo caso si tratta di banchette popolari (del territorio, cioè degli ammanicati del territorio) o casse di risparmio in mano a fondazioni autoreferenziali, vale a dire quelle entità che esercitano il credito con un sistema di governo contrario a quanto i dannati mercatisti, fan di soci capitalisti veri che si scambiano le azioni in borsa ed esercitano controlli, vanno predicando.

Terzo. L’ABI(come Bankitalia) ha ragione a lamentarsi della rigidità europea a non voler attivare il Fondo Interbancario per ristrutturare le Quattro, ma dovrà rapidamente capire che poiché d’ora innanzi sono i denari degli associati e dei loro azionisti a rischio, sarà opportuno esercitare una forte moral suasione diffondere best practicecon molta convinzione, arrivando a sanzionareal proprio interno chi si comporta in modo bizzarro ed opaco.

Quarto: non si capisce perché, come sostiene Banca d’Italia,  i piccoli risparmiatorisiano altrettanto meritevoli di protezione dei contribuenti . In cosa gli obbligazionisti di una banca differiscono da quelli di una società industriale? Peraltro, abbiamo sommerso il mondo della finanza di regolamentazione: la normativaMifid prevede la compilazione di moduli, spiegazioni alla clientela, la sua classificazione in diversi profili di rischio. O si ammette, come dicono i più selvaggi liberisti, che tutta questa fuffa non serve a niente e bastano il diritto privato e quello penale severamente applicati, oppure, chi dopo tutti gli scandali passati continuava a comprare titoli ad alto rendimento e firmava senza leggere tutto ciò che gli veniva messo sotto il naso, può meritare comprensione, compatimento, ma non risarcimento. Con quali criteri poi? L’ISEE (l’indicatore di ricchezza)? A che livello? Al momento dell’acquisto o della perdita? Fino a che ammontare? È indifferente se nei bondè stato investito tutto il patrimonio o solo il 10%? E nel futuro come si potrà rifiutare un simile trattamento a chiunque abbia perso i soldi in quanto azionista o obbligazionista di una società industriale o commerciale fallita, o sia stato truffato da un Madoffall’amatriciana o perché il valore del suo immobile è calato?

Infine, le associazioni dei consumatori, dopo aver protestato contro la nuova legge del  bail-in (a loro evidentemente sta bene che per i fallimenti paghino tutti i cittadini, con tipica privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite), ora si indignano per i compensi dei nuovi amministratori delle Quattro e minacciano di andare alla Corte dei Conti. Scoraggiante esempio di pauperismo inefficiente, anelante a pagare poco dei professionisti che si assumono rischi e mettono al servizio le loro competenze che il mercato pagherebbe altrettanto o di più, senza contare che questa volta ci sono degli azionisti veri i quali sono liberi di determinare la retribuzione senza interferenze. Se vuoi risparmiare puoi sempre mettere degli incapaci senza prospettive o reputazione alla guida delle imprese (e a volte, soprattutto nel passato per le imprese pubbliche, si mettevano degli inetti pagandoli molto), ma,  come dicono in America, if you pay nuts you get monkeys. Se paghinoccioline, ottieni solo scimmie.

Vade retro, bad-bank !

Traiamo spunto dalle dichiarazione del presidente della Fondazione Cariplo, dottor Guzzetti, riportate nell’articolo su MilanoFinanza di mercoledì 28 ottobre 2015 e qui di seguito riprese: “”Invece le Fondazioni di origine bancarie possono anche investire in un’eventuale bad bank se questa rispetterà le due regole fissate dalla legge: la garanzia degli investimenti e la loro redditività. “In linea teorica”, ha osservato Guzzetti, “se si realizzerà una bad bank e gli investimenti in questo strumento rispetteranno questi due requisiti, ogni Fondazione potrà decidere di investire in quest’attività”. Le Fondazioni potrebbero, dunque, partecipare al veicolo di gestione delle sofferenze, la cui creazione è ancora oggetto di trattative tra il governo italiano e la Commissione europea, a patto che vengano rispettati i requisiti previsti per questi enti.””

Siamo contrari alla creazione di una “bad bank di sistema”, ed in particolare ad una partecipazione delle Fondazioni Bancarie all’azionariato della “bad bank” stessa.

Come stanno le banche italiane?

Guardiamo ad alcuni dati, aggiornati al I semestre 2014 (ultimo dato disponibile):

170 miliardi è il valore dei prestiti in sofferenza, su un totale di 1.240 miliardi di euro di prestiti alla clientela;

103 miliardi sono gli incagli (situazioni di temporanea difficoltà, che comprendono prestiti scaduti da oltre 270 giorni, o che rappresentano oltre il 10% dell’importo affidato);

305 miliardi è il totale delle sofferenze (dal 2015 cambiano le regole di classificazione dei crediti deteriorati, ma non il loro accertamento), pari al 24,6% dei prestiti alla clientela.

La Banca d’Italia ha rilevato come le “posizione deteriorate” siano il 18,7% del prestiti, 2 punti percentuali sopra la media UE, e che il tasso di copertura attraverso accantonamenti fatti (coverage ratio) sia il 32%, 10 punti in meno della media UE e complessivamente pari all’88,9% del patrimonio delle banche italiane (che in molti casi hanno realizzato aumenti di capitale per reintegrare il patrimonio di vigilanza, l’ultimo dopo il Comprehensive Assessment della BCE).

Si tratta di un fardello – cresciuto negli anni recenti in coincidenza (e a causa) della crisi economica nazionale – che limita la capacità di fare credito, poiché impone accantonamenti di bilancio e quindi allocazione di capitale su posizione non performing (da cui il nome NPL, acronimo di Non Performing Loans) a detrimento dei prestiti performing verso la clientela. Una delle cause del credit crunch.

Come noto, il mercato del NPL consiste nella cessione a terzi di crediti non performing, a un prezzo di mercato che rappresenti il punto di incontro fra domanda degli investitori interessati al NPL e l’offerta da parte delle banche. Tale mercato vale circa 3 miliardi, meno dell’1,5% delle sofferenze. Lo smobilizzo dei crediti in sofferenza potrebbe ricostituire la capacità delle banche di erogare credito.

Che cosa impedisce lo sviluppo di un mercato NPL in Italia?

Fra gli ostacoli, sono indicate norme e procedure lente di recupero crediti, norme fiscali che limitano o rendono poco efficiente “portare a perdita” i crediti in sofferenza. Da qui, la richiesta di interventi legislativi che portino a uno snellimento normativo.

Che cosa pensano di fare Banca d’Italia e le banche italiane?

La soluzione avanzata è quella della “bad bank”: una struttura cui trasferire, in tutto o in parte rilevante, le sofferenze bancarie.

La proposta si incentra sulla costituzione di una società-veicolo, con un capitale relativamente modesto (si parla di un capitale iniziale di 3 miliardi) cui partecipi anche lo Stato (si presume, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanza o tramite la CDP, la Cassa Depositi e Prestiti). Le banche conferenti sarebbero i maggiori azionisti, accanto a nuovi soci privati. La bad bank porterebbe in pancia i crediti deteriorati sino a 50 miliardi e si finanzierebbe sul mercato con bond garantiti dallo Stato.

Al momento, non sono ancora noti i criteri per la valorizzazione dei prestiti in sofferenza da trasferire: saranno “acquistati” al loro valore netto attuale o al netto degli accantonamenti già effettuati? Ad un ipotetico valore di realizzo? Chi procederebbe alla valutazione del valore di realizzo? Tutti questi quesiti dovranno trovare confronto e soluzioni coerenti con l’obiettivo finale: rendere nuovamente “bancabile” l’attivo delle banche italiane.

I pro della “bad bank”

Con la “bad bank”, una percentuale significativa delle sofferenze bancarie (sino a 50 miliardi, su totali 170 miliardi) sarebbe “venduta” a un soggetto terzo, ripristinando la capacità di erogare credito per le banche.

Il “prezzo” di acquisto non sarebbe fissato da “criteri di mercato” ma dalla volontà delle banche e del “veicolo” (che è partecipato, fra l’altro, dalle banche stesse) senza diretto e fattuale riferimento all’ipotetico valore di realizzo (tipico delle operazioni di NPL, fatte a valori di mercato), secondo una logica “di sistema”; il veicolo  — a nostro avviso — si trova inoltre in (palese) “conflitto di interessi”;

Contemporaneamente, le banche potranno “portare a perdita” l’eventuale minore valore fra valore netto a bilancio (dopo gli accantonamenti già fatti) e valore di cessione dei crediti.

Secondo Banca d’Italia l’operazione non dovrebbe gravare sulle casse pubbliche e dovrebbe vedere il coinvolgimento delle banche alla copertura dei costi dell’operazione, che dovrebbe essere remunerativa del sostegno pubblico.

I contro della “bad bank”

Una soluzione di sistema non è una soluzione di mercato: il prezzo di un NPL fissato dall’incontro fra domanda e offerta rappresenta il punto di incontro “giusto” per consentire vantaggi a chi vende (incasso immediato) e chi compra (un prezzo che sconta la probabilità di recuperare il credito nominale).

Esistono operatori specializzati (tutti esteri, al momento, anche a causa dell’arretratezza del mercato italiano) che “sanno di che si tratta” e che sembrano quindi poter rappresentare il soggetto in grado di dare il giusto prezzo, in modo autonomo e indipendente a un NPL o a un pacchetto di NPL. Non si vede come una “bad bank”, di nuova costituzione, possa dotarsi di tali competenze in tempi rapidi, e in assenza di conflitti di interesse.

Non si comprende la logica di pubblicizzare le perdite, attraverso la concessione di garanzie statali a favore di soggetti, siano essi gli azionisti delle banche come le Fondazioni Bancarie (che sono 88 ed ancora detengono partecipazioni rilevanti in molte banche), siano essi soggetti partecipati da banche private. A mio avviso, la “band bank” nella versione italiana è una soluzione contro il mercato, con assunzione di un rischio a carico del pubblico che si pone anche, potenzialmente, in contrasto con la normativa europea sul libero esercizio di impresa e sugli aiuti di Stato.

Inoltre, la presenza nell’azionariato delle banche (o peggio, degli azionisti delle banche stesse), le stesse banche che hanno erogato a suo tempo i crediti ora trasferiti alla “bad bank”, rappresenta un elemento di debolezza: chi non ha saputo erogare credito correttamente, come potrebbe recuperarlo correttamente?

In sintesi, siamo favorevole allo smobilizzo dei NPL, ma non a una “bad bank” con un intervento pubblico rilevante, come sarebbe nel caso di una garanzia pubblica. Siamo contrari a un intervento di CDP, che non deve divenire una “nuova IRI” e che a ben altri obiettivi deve orientare la sua area di intervento. I NPL vanno venduti sul mercato, al miglior offerente, ai prezzi che potranno essere determinati dall’incrocio fra offerta (vendita) e domanda (acquisto).

Ulteriore elemento di riflessione assai critica è l’annunciata creazione di una holding dotata di un capitale di 1.500 milioni di euro, per il salvataggio, il rilancio e la successiva cessione sul mercato nell’arco di 2-3 anni di Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Marche e Banca Popolare dell’Etruria, le 3 crisi bancarie che per gravità e dimensioni preoccupano assai il mondo del credito e Bankitalia insieme a MEF e Fondo Interbancario di tutela dei depositi, FITB), salvataggio che dovrebbe, nelle intenzioni, completarsi inesorabilmente entro il 31.12.2015, visto che dal 1.1.2016 si applicherà il “bail-in”. In totale, l’intero piano di risanamento potrebbe aggirarsi sui 2.200 milioni di euro. Ricordiamo che per dar vita al piano è necessaria l’entrata in vigore del decreto legislativo che consegue al recepimento della direttiva UE/Brrd, che prevede: come procedere al nuovo riparto di competenze sulle crisi bancarie tra BCE, Bankitalia, MEF; il ruolo dei fondi di tutela; la possibilità di utilizzo dei titoli subordinati anche al di fuori di “bail-in”.

Crediamo che se e quando una banca ha sbagliato nel “fare banca” sia bene che essa esca dal mercato, che gli azionisti ne sopportino le conseguenze, che i manager bancari siano più attenti nel concedere credito e nell’evitare l’ “azzardo morale” (smettendo quindi di confidare nell’aiuto del sistema).

I regolatori non amano l’impresa

In un recente articolo, l’ex- Presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ha scritto che le banche e l’attività bancaria poggiano sulla fiducia. Ma, mentre ci vogliono anni per costruire la fiducia, per dilapidarla basta un attimo. Seppur ci sia del vero in quanto affermato da Trichet, tuttavia l’ammonimento non si applica solo agli istituti di credito, tant’è che una delle frasi più citate di Warren Buffet è “ci vogliono 20 anni per costruire una reputazione e 5 minuti per rovinarla”. Forse l’aspetto più preoccupante nel mondo della finanza è che mentre nel campo dell’aviazione civile o dell’industria automobilistica i consumatori sanno distinguere tra una Ferrari e una Trabant o tra la nordcoreana Air Koryo e la Singapore Airlines, specialmente dopo la crisi del 2007-2008 la sfiducia può colpire l’intero sistema bancario, .
Naturalmente ciò ha conseguenze molto gravi per l’intera economia, perché sebbene la finanza dovrebbe rappresentare l’olio che permette agli ingranaggi produttivi di funzionare al meglio, fornendo denaro a chi investe e custodendolo per chi risparmia e rischia, in caso di diffidenza generalizzata può trasformarsi in sabbia per questi medesimi meccanismi. E gli esempi citati dall’ex governatore sono notevoli: dalla manipolazione del mercato Libor all’aggiramento delle sanzioni economiche internazionali. Notevoli anche le multe e le spese legali sopportate dalle banche: 300 miliardi di dollari.
In questi casi l’istinto del legislatore o del regolatore è sempre che “bisogna fare qualcosa”, intendendosi con qualcosa la creazione di una nuova norma, disposizione, provvedimento, regolamento, cavillo che fermi i comportamenti viziosi e premi quelli virtuosi. Anche in questo frangente non sono state fatte eccezioni: la produzione legislativa sia nazionale che internazionale e poderosa, ma mi soffermerei sulle recentissime Linee Guida di Corporate Governance emanate a luglio dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, composto dai rappresentanti delle più importanti banche centrali e da altre istituzioni.
Le Linee Guida non hanno valore cogente, ma i membri del Comitato si impegnano ad aderire a quanto producono i loro esperti, conformando gli ordinamenti nazionali.
Ebbene, ciò che risalta di più nell’elenco di raccomandazioni (solo in parte nuove) è che l’attività bancaria si avvia a diventare sempre meno imprenditoriale e sempre più una public utility in cui privati mettono i capitali, le pubbliche autorità li guidano e la concorrenza è fortemente limitata.
I regolatori fanno subito capire l’antifona in apertura di documento quando stabiliscono che la corporate governance bancaria deve salvaguardare gli interessi degli azionisti, in conformità con il pubblico interesse (non la legge, il “pubblico interesse”, definito di volta in volta con scelta politica da parte del governo o l’autorità di vigilanza) e che, comunque, non solo il tornaconto dei soci è “secondario” rispetto a quello dei depositanti ma si deve anche tenere in considerazione quello degli altri “stakeholders” (chi? Ah saperlo…).
Se si vuol dire che bisogna star attenti a non far fallire le banche, gli interessi di azionisti e depositanti coincidono; se invece si vuol esortare a essere trasparenti nei rapporti con i clienti, ci pensa il diritto dei consumatori; se si incoraggia a concedere tassi di deposito più alti o applicare commissioni più basse, prima di tutto dovrebbe pensarci il gioco concorrenziale, in secondo luogo come si può chiedere agli investitori di sforzarsi a guadagnare di meno?
L’altro concetto magico presente in tutto il documento è quello di “controllo e gestione del rischio”. Le banche devono comunicare e stabilire il “Risk appetite” (la propensione a rischiare), la funzione più citata è quella del Risk management, le remunerazioni non possono incoraggiare l’assunzione di rischi eccessivi e le autorità di vigilanza devono essere continuamente informate e coinvolte nella definizione ed attuazione della corporate governance più adatta nonché delle strategie di rischio e verificare che venga diffusa un’adeguata cultura del rischio. Inoltre, il consiglio di amministrazione dovrà essere molto attivo è composto da persone con una preparazione specifica del settore.
Ora, tutte queste cose a prima vista sembrano ragionevoli: chi potrebbe affermare che la banca può prendersi rischi eccessivi o essere governata da tizi impreparati?
Peraltro, da un altro punto di vista è inevitabile pensare che il livello di rischio “accettabile” sarà spesso influenzato dalla volontà di compiacere il regolatore, ostacolando così elementi essenziali dell’attività di impresa come innovazione e concorrenza, anche nel reperimento dei migliori talenti. E non è scontato che un cda non possa beneficiare dall’avere al suo interno un capace imprenditore o professionista il quale, pur privo di grande esperienza del business creditizio, arricchisca la visuale degli altri componenti che altrimenti rischiano di ragionare in termini autoreferenziali.
I regolatori, come si diceva durante i moti rivoluzionari del 1848, tendono a fare le barricate con i mobili altrui: vorrebbero decidere cosa è accettabile, rischioso e socialmente utile, poi si stupiscono se diventa difficile reperire capitale dagli investitori. Strano no?

Alessandro De Nicola
Twitter @aledenicola
adenicola@adamsmith.it

#Contribuente

Anche se non lo credete, “contribuente” è una parola ambigua. È decisamente bifronte, dall’alto in basso. Da sinistra e da destra la prospettiva sembra invece essere la stessa: riscuotere quanto più possibile, dove è più facile riscuotere; dove non si riesce, indebitare i giovani di oggi e di domani; con la motivazione che è “la legge della concorrenza con gli altri Stati” (n.d.r. destra, sinistra e populisti concordano che questo sia un appropriato uso della parola concorrenza; la storia invece ci spiega in che modo questo genere di concorrenza si sia risolto nella maggior parte dei casi).

Nei dizionari italiani viene rappresentato, quasi esclusivamente, il punto di vista dall'”alto”. Gli esempi:

  • Il contribuente è un soggetto che, ai sensi del diritto tributario statale, è tenuto al versamento di tributi, contribuendo così al finanziamento delle casse dello Stato ovvero alla copertura delle sue uscite finanziarie (spesa pubblica).
  • Il Contribuente è più specificamente designato come il soggetto passivo al quale fanno capo le posizioni giuridiche soggettive sia positive (diritti) che negative (doveri) nei confronti del Fisco (amministrazione tributaria), in relazione ad un’obbligazione di imposta (imposta è quel tributo che si caratterizza per la sua funzione tipica di attuare il concorso alla spesa pubblica). (n.d.r. notare che imposta è una parola per niente equivoca, è proprio “imposta dall’alto”)
  • Contribuente è chi deve, a norma di legge, pagare le tasse.
  • contribüènte è chi paga tributi di qualsiasi genere e, in partic., chi (persona fisica o giuridica) paga imposte e contributi prelevati coattivamente dagli enti pubblici.
  • Contribuente è cittadino in quanto tenuto a pagare il suo contributo allo Stato sotto forma di tasse e imposte

Non crediamo sia necessario dilungarsi molto sul concetto secondo il quale contribuire più che dovuto è comandato e sul concetto che il contributo va a beneficio dello Stato. I dizionari sono chiari: il cittadino contribuisce e lo Stato incassa.

Il contribuente suddito – Il rapporto di sudditanza è chiarissimo. La sudditanza è ancora più palese nell’aleatorietà della tassazione e nella raccolta delle imposte. Lo Stato non è affatto in grado di imporre le tasse a tutti, semplicemente le esige da coloro che ritengono giusto pagare le tasse o non sono nella condizione di evaderle. È notoria l’iniquità dello Stato verso chi paga il dovuto; è notoria tanto quanto la sua distratta inefficacia nella ricossione verso gli sfacciati che non hanno alcuna intenzione di contribuire.  In altri termini, lo Stato si manifesta come una forza verticale, iniqua, brutale. Nella guerra fiscale fra chi non intende pagare e lo Stato, ci deve essere qualcosa che non va, perchè lo Stato, che dovrebbe essere più forte,  perde invece abbastanza frequentemente. Ci ripromettiamo di esplorare il punto in un altro momento. Al contrario non possiamo, nè vogliamo, dimenticare l’area grigia di persone che ritengono giustificabile non pagare le tasse per ragione della rabbia che i taxpayer provano ogni qual volta vedono i loro sudati soldi sperperati nella corruzione e nell’arrogante inefficienza oltre che dell’iniquità di trattamento fra “presunti pari”. Sull’imposizione fiscale e sulla riscossione lo Stato si manifesta come un sovrano forte e arrogante; oltre che irrispettoso, anzi disinteressato all’equità fra cittadini “presunti pari”.

Che questo sia il modello civico più diffuso e ampiamente praticato, è nei numeri. È un pò meno chiara, anzi è proprio opaca, la motivazione per la quale anche moltissimi cittadini gradiscono il modello sudditante. Qualcuno azzarda che rubare all’intermediario, lo Stato, pesi meno sulla coscienza che rubare direttamente ai concittadini. In effetti, se così fosse, lo Stato sarebbe un modello  di esattoria coerente con le aspettative dei cittadini che maggiormente interloquiscono con lo Stato. Una vasta parte del Paese, a destra e a sinistra, accetta volentieri il sistema verticale con le sue “apparenti” disfunzioni. Molti traggono vantaggi notevoli, diretti (evasione) e indiretti (spesa pubblica dirottata nelle loro tasche). Pochi sembrano apprezzare la “pariteticità” e la “responsabilità”.

Il contribuente sovrano – Il più noto dei modelli che riflettono il significato “di pariteticità e di responsabilità” è chiamato: “No representation without taxation”. Assomiglia ad un patto fra pari espresso con una frase idiomatica che si potrebbe tradurre più o meno così: Cittadino, tu puoi chiedere un servizio agli altri cittadini a condizione che tu contribuisca alla copertura del suo costo. Insomma ogni cittadino chiede cooperazione agli altri cittadini, da pari a pari. Pariteticità. Il Cittadino sovrano sottopone ad altri cittadini sovrani un’idea, una necessità, una proposta.

Il concetto è di modesta comprensibilità e di scarso successo nel nostro Paese, forse a causa di un altro più intuitivo e comprensibile  principio (più diffuso e meglio accetto): è più comodo spostare i soldi dalle tasche degli degli altri alle proprie, che creare valore per sè e per gli altri. (cfr Cipolla).Vorremmo sottolineare che tutto ciò ha ben poco a che fare con la solidarietà; si tratta infatti dell’antichissimo, storico modello socio-economico a-somma-zero (*), spacciato per generoso e ospitale dalla vulgata familistico-tribale per dissimulare il suo profondo egosimo.

Il post è stato stimolato da questo articolo  “No representation without taxation”.

Mentre questo articolo dell’Economist analizza il fenomeno ben oltre il quasi inesitente dibattito italiano in materia.

(*) I giochi a somma zero non cambiano la somma totale posseduta dai giocatori; cambia invece la sua distribuzione fra i giocatori.

 

 

 

L’anatocismo nei principali paesi europei di CivilLaw: Francia, Germania e Spagna

La tematica relativa all’anatocismo bancario scatena ciclicamente nel nostro paese discussioni inerenti il veto o meno di tale pratica. Invero ritengo che per comprenderne, anche se in linea generale, la problematica sia di fondamentale importanza approcciarsi a tale istituto partendo da una posizione macro, intesa come un sintetico sguardo sulla normativa dei maggiori paesi europei in un ottica comparatistica. Da qui l’idea di scrivere una serie di brevi articoli che partano da una visione “europea” dell’anatocismo nei principali paesi di Civil Law come Spagna, Francia e Germania, per poi, in un secondo articolo, affacciarci brevemente al Common Law britannico, sino ad analizzare la situazione italiana con particolare riferimento alla recente polemica sulla modifica dell’art. 120 del T.U.B. ad opera del Legislatore.

Muovere dall’approccio comparatistico appare importante anche considerando il fatto che la normativa italiana discende direttamente da quella francese da cui ha ereditato la gran parte delle regole applicative. Infatti il codice napoleonico che ha reso l’anatocismo legittimo (seppur entro precisi limiti) prevedeva che fosse necessario un periodo almeno annuale e che la richiesta fosse avanzata con domanda giudiziale o accordo tra le parti.

Il nostro codice del 1865 applica i dettami francesi specificando solo la necessità della posteriorità del patto tra creditore e debitore.

L’art. 1154 code civil prevede due deroghe al divieto di anatocismo: la domanda giudiziale e la presenza di uno specifico accordo tra le parti; il tutto a condizione che siano interessi dovuti per almeno un anno. Nell’ambito della deroga convenzionale non è specificato quale sia il momento in cui questa può intervenire, a differenza del codice italiano, per cui per lungo tempo la dottrina d’oltralpe si è interrogata sulla possibilità di un patto anteriore alla scadenza.

La particolarità del sistema francese è nella deroga, in ambito bancario, che si è sviluppata al di fuori del sistema codicistico per opera di giurisprudenza e dottrina. Nello specifico la giurisprudenza ha affermato che non si applicherebbe l’art. 1154 code civil, ma opererebbe una capitalizzazione di pieno diritto al momento della chiusura del conto. Va sottolineato che questa affermazione sottintende la difficile distinzione tra conto di deposito e conto corrente su cui si sono impegnate sia la dottrina che la giurisprudenza e che, per brevità non è possibile analizzare in questa sede. Anche in questo caso l’introduzione dell’anatocismo bancario corrisponde alla volontà di semplificazione ovvero evitare che il conto abbia un conteggio separato per la parte relativa agli interessi. Questo meccanismo permette che le chiusure periodiche del conto, anche se trimestrali o semestrali, possano determinare la produzione di interessi sugli interessi. Tuttavia in tal caso è necessario che il patto abbia forma scritta, che sia indicato il tasso effettivo globale e che si rispetti il tasso soglia di usura.

Quindi l’anatocismo è qui considerato legittimo pur mancando una norma che permetta la deroga: è considerato infatti un coutume contra legem che è eccezionalmente avallato dalla giurisprudenza.

Tale caratterizzazione della convenzione è presente anche nella normativa tedesca che si basa su due norme: da una parte quella generale, art. 248 BGB, e dall’altra quella del codice di codice di commercio, art. 355 HGB; il sistema prende in considerazione il criterio del doppio binario in cui vi è una regolamentazione differenziata a seconda che si tratti di obbligazioni civili o commerciali. Nello specifico nel sistema tedesco il differenziale tra le due discipline è delineato dal rapporto giuridico e dallo status dei soggetti coinvolti.

L’art. 248BGB prescrive un divieto limitato ad un accordo tra le parti che sia stato concluso anticipatamente rispetto alla scadenza del debito. Quindi le parti non possono concludere un accordo che stabilisca l’applicazione degli interessi sugli interessi relativi ad una somma non ancora esigibile. Nel codice italiano una convenzione che violasse tale regola sarebbe colpita da invalidità.

La ratio di tale divieto può essere individuata nella necessità di consapevolezza e chiarezza per il debitore circa la certezza della sua esposizione debitoria.

Questo rilievo però non è sufficiente in quanto permetterebbe di salvare un accordo preventivo che delinei con certezza le conseguenze sul debito. Se invece si considera la conclusione di un accordo preventivo come elemento di pressione verso il cliente bisognoso  di denaro, spinto ad accettarlo per conseguire il prestito, la conclusione non può che essere quella di negare qualsiasi validità ad accordi intervenuti prima della scadenza. In questo modo si coglie con maggiore precisione il fondamento della disposizione in esame.

Lo stesso art. 248 BGB pone una prima eccezione a favore degli istituti di credito e altri enti bancari: possono decidere che si applichino gli interessi sugli interessi ogniqualvolta siano parti di un negozio giuridico. La norma prevede un anatocismo di tipo unilaterale in quanto applicabile dai soggetti bancari in alcune categorie di contratti bancari (si parla di depositi e di prestiti).

La disciplina dell’ art. 355 del codice di commercio invece è dedicata al contratto di conto corrente bancario: essa richiede che almeno una delle parti sia un imprenditore e che vi sia un contratto di conto corrente. Il tutto per semplificare e rendere unitario il conto in caso di eccedenze e di computo dei relativi interessi. Difatti le parti possono convenire che qualora vi siano eccedenze siano calcolati gli interessi anche su tali somme. In tal modo non è necessario dedicare un computo specifico al conteggio degli interessi, ma il sistema è unico per tutto il rapporto.

Il periodo di calcolo è indicato come annuale anche se si ritiene che non si tratti di una indicazione vincolante e che quindi le parti possano stipulare una diversa periodicità. Quest’ultima tuttavia non può comunque determinare un conteggio degli interessi che superi il tasso lecito consentito.

In Spagna l’evoluzione è di particolare interesse in quanto si sta sviluppando un orientamento molto più attuale e moderno di quello italiano. Si sta infatti affermando l’idea che la clausola di anatocismo sia una “clausola abusiva”che pertanto deve essere regolata in modo da tutelare maggiormente il debitore.

Il sistema spagnolo è incentrato su due norme: l’art. 1109 codigo civile l’art. 317 del codigo de comercio; la prima prevede un anatocismo in origine solo legale/giudiziale a cui si è affiancato, in virtù dell’autonomia negoziale, anche la forma convenzionale; la seconda è dettata in origine in materia di mutuo commerciale ed è stata poi estesa ad altre tipologie di contratti. Si esclude l’idea che vi sia un meccanismo anatocistico ex lege, ma si prevede un anatocismo convenzionale che dunque sia espressamente pattuito.

Il patto, come detto, rientra nell’autonomia privata in quanto non è vietato espressamente dalla norma e non è considerato contrario né al buon costume né all’ordine pubblico. Infatti, a differenza del sistema codicistico italiano, dove vi è un divieto generale con specifiche deroghe, le norme spagnole indicano una regola che può essere derogata liberamente dalle parti. Perciò è considerata valida anche una pattuizione anteriore che sia ricompresa nel contratto originario.

I limiti sono quelli posti dalla legge sull’usura la quale invero non prevede dei tassi soglia, ma sono i giudici che effettuano un controllo in concreto sull’usurarietà della clausola ed, eventualmente, la dichiarano nulla.

Si discute invece in relazione alla possibilità che siano applicati i limiti previsti dalla legge sui consumatori: in questo modo l’anatocismo dovrebbe essere limitato in tutti i casi in cui una delle parti sia un consumatore. E’ sostenuto da alcuni autori che le clausole anatocistiche prevedano sempre una vessatorietà e che quindi debbano essere interpretate restrittivamente quando una delle parti sia un consumatore. Questa lettura è ispirata all’art. 51 della costituzione spagnola che garantisce la difesa dei consumatori.

Avv. Gimmi DISTANTE

Pubblicato su Spazioeconima