Piazza Finanziaria di Milano: il rilancio è possibile

Il rilancio della piazza finanziaria di Milano è un tema che occorre riprendere rapidamente. Intorno ai mercati finanziari gravitano non soltanto gli operatori e le banche, ma anche tante altre professionalità: analisti, gestori, avvocati, professionisti, consulenti, revisori, eccetera. Si tratta di migliaia di posti di lavoro qualificati che rappresentano una quota importante del PIL di questa città. Un centro finanziario di rilievo è importante non soltanto perché consente di trasferire risorse dai risparmiatori alle imprese e perché genera ricchezza, ma forse soprattutto
perché crea occupazione a elevato valore aggiunto anche per i giovani laureati. È dunque un modo per evitare che i nostri giovani più brillanti prendano la strada per l’estero dove meglio vengono utilizzate le loro competenze, per le quali le famiglie ed il nostro sistema paese tanto hanno investito.

Il rilancio della piazza finanziaria richiede una forte volontà da parte dei soggetti interessati ma anche interventi di sostegno da parte delle Autorità. Se è difficile oggi immaginare di dedicare risorse a questo tema, è però lecito chiedere che vengano almeno rimossi i disincentivi che ci penalizzano rispetto agli altri grandi paesi europei. Penso in primo luogo all’eccesso normativo che interessa i mercati e gli operatori italiani. Lungi dall’evitare che si verifichino truffe e manipolazioni, questo continuo affastellarsi, e talvolta sovrapporsi, di norme e regolamenti rappresenta un onere molto pesante per intermediari e mercati. Soprattutto, insieme all’incertezza che inevitabilmente ne consegue, esso spinge i grandi operatori e investitori esteri a scegliere altre sedi di negoziazione meno complicate.
In secondo luogo c’è l’aspetto fiscale. Si pensi alla Tassa sulle Transazioni Finanziarie (ITF), la cosiddetta Tobin Tax, introdotta solo in Francia e da noi sulla scorta di motivazioni più emozionali che di merito. Per un giudizio generale su questa tassa si rimanda alla “Pagella”, con relativa valutazione ampiamente negativa, che Italia Aperta ha recentemente pubblicato. Qui interessa piuttosto sottolineare come l’imposta abbia provocato fin da subito una forte caduta d’interesse per la borsa di Milano. Il grafico allegato mostra chiaramente che, da quando si è deciso di introdurre l’ITF (linea verticale tratteggiata) e ancor più da quando la stessa ha preso avvio (linea continua), la percentuale degli scambi sul mercato milanese, rispetto a quelli sui principali paesi europei, è significativamente diminuito. Da informazioni in nostro possesso, tale fenomeno sarebbe da ricondursi a una ridotta operatività sul mercato italiano, sia da parte degli investitori istituzionali esteri, sia da parte della clientela degli intermediari on-line, che sembrerebbe ora indirizzare gli ordini verso mercati esteri non colpiti dall’imposta.
È un peccato che proprio ora che il governo si appresta ad avviare un importante processo di privatizzazioni, che richiederebbe un mercato molto liquido e la presenza massiccia degli investitori istituzionali stranieri, l’ITF penalizzi fortemente la nostra borsa. Lo stesso Parlamento Europeo sta facendo sostanzialmente marcia indietro. Il rischio è che il fardello resti soltanto sulle spalle nostre e dei francesi, a tutto vantaggio delle altre piazze, in particolare quella di Londra. L’ITF è stata un errore da tutti i punti di vista: perché non riconoscerlo con coraggio, eliminandola senza rimpianti e guardando avanti? Il maggiore gettito derivante dalle altre imposte che gravano sui titoli (capital gain), in presenza di un prevedibile, forte incremento degli scambi, sarebbe probabilmente tale da più che compensare il mancato introito della stessa. Il primo segmento è quello della finanza per le piccole e medie imprese e coincide con un’esigenza fondamentale per il nostro settore produttivo. La crescita dimensionale (e culturale) delle nostre tante piccole o micro aziende è indispensabile affinché esse possano competere efficacemente nel mercato internazionale. E ciò, in presenza di un restringimento strutturale del credito bancario dovuto ai crescenti requisiti di capitale imposti alle banche, richiede che tali imprese si aprano al mercato dei capitali. Negli ultimi mesi vi sono stati segnali “di incoraggiamento” importanti in questa direzione da parte del governo e delle Autorità di Vigilanza, come il lancio dei cosiddetti “mini bonds” o il Protocollo di Intesa patrocinato dal Presidente della Consob a favore delle quotazione delle piccole imprese (progetto PiùBorsa). Perché questi progetti abbiano successo è necessario che nascano e vengano incentivati fondi di investimento italiani specializzati su questo comparto che si affianchino a quelli esteri, in modo che i titoli di nuova quotazione entrino in mercati secondari dotati di buona liquidità. Si tratta di un’occasione forse irripetibile per Milano per candidarsi a diventare il centro finanziario di quotazione e scambio di titoli delle piccole e medie imprese italiane ed europee. Sarebbe davvero sciagurato perdere questa opportunità.

Il secondo segmento è quello del risparmio gestito. Il nostro paese, come noto, è ancora fra quelli a più elevato tasso di risparmio. I fondi di investimento e le gestioni patrimoniali continuano a rappresentare gli strumenti più efficaci per valorizzare il risparmio delle famiglie mantenendo un grado di rischio contenuto. In Italia e, in particolare, a Milano ci sono tutte le professionalità necessarie perché la nostra piazza venga riconosciuta come un centro importante del risparmio gestito, per la qualità dei prodotti e la dimensione delle società di gestione. Fino ad ora questo non è accaduto anche perché le reti bancarie, che di fatto controllano le sgr, spesso non hanno spinto su questi prodotti essendo impegnate nella vendita di altri strumenti di risparmio. È il momento di affrontare questo conflitto d’interesse per ridare slancio ad un comparto che potrebbe e dovrebbe essere la punta di diamante del nostro settore finanziario.

Michele Calzolari

pres. ASSOSIM

GraficoCalzolari

 

 IMPATTO DELL’ITF SUL MERCATO ITALIANO 

Dalle analisi svolte da Assosim risulta, inequivocabilmente, che dall’1 marzo scorso, data di entrata in vigore dell’ITF, le transazioni eseguite sul solo mercato azionario di Borsa Italiana (senza, cioè, considerare il mercato OTC) hanno registrato un calo, rispetto ai due anni precedenti (pur contrassegnati da una profonda recessione), di oltre il 17% in termini di volumi e di oltre il 14% in termini di numero di operazioni.
Nello stesso periodo, viceversa, i mercati delle principali capitali europee -Londra, Francoforte e Madrid- hanno registrato un calo molto più contenuto del loro volume d’affari, pari cioè all’8% in termini di volumi (meno della metà rispetto a quello italiano) e, addirittura, di poco più del 2% in termini di numero di operazioni (circa un settimo rispetto a quello italiano). Ciò vuol dire che, in valore assoluto, la piazza finanziaria italiana, pur nell’euforia che domina i mercati in questo periodo, sta perdendo ogni mese (rispetto alla media dei due anni precedenti) un volume d’affari pari a 17,5 miliardi di euro (210 miliardi l’anno), rappresentato da oltre 1,5 milioni di transazioni al mese (18 milioni l’anno). Ove si prenda a riferimento tale ultimo dato, il calo di operatività registrato su Borsa Italiana in termini di giorni lavorativi si traduce nella perdita di 36 giornate di lavoro l’anno che, su una media di 21 giornate di Borsa aperta al mese, comporta la perdita, ogni anno, di 1,5 mesi (oltre 7 settimane) di lavoro per l’industria finanziaria italiana. In media, viceversa, i mercati di Londra, Francoforte e Madrid hanno perso, nello stesso periodo, solo 5 giorni lavorativi (ovverosia l’equivalente di una sola settimana di contrattazioni). Si consideri che la Francia, che dal settembre 2012 ha introdotto un’imposta sulle transazioni finanziare con una più ampia base imponibile e un’aliquota doppia rispetto a quella italiana, sta perdendo l’equivalente di ben 48 giornate di lavoro l’anno (quasi 10 settimane).

Analisi qualitative condotte sulla composizione dei flussi di ordini immessi sui mercati di Borsa dimostrano che il calo più sostanzioso di operatività sia da imputare ai grandi investitori istituzionali esteri i quali, a seguito dell’introduzione dell’ITF, stanno progressivamente rideterminando, in negativo, il peso relativo dei titoli italiani nei loro portafogli. Al contempo, quote sempre più rilevanti di ordini immessi da investitori italiani tramite piattaforme elettroniche sono dal marzo scorso indirizzati verso mercati esteri non gravati da analogo regime impositivo.

ASSOSIM

 

Regalo di Natale anticipato per le banche nazionali

Le banche ci credono: l’iter per la rivalutazione delle quote in Banca d’Italia entro la fine del 2013 sembra impegno certo del governo Letta, così si potranno vedere gli effetti sui bilanci 2013, che diversamente si prevedono difficili per la mole di svalutazioni ed accantonamenti preventivabili (i crediti in sofferenza del sistema sono 181,7 miliardi su 1.397,8 miliardi di crediti erogati, il 13% del totale).

L’assetto proprietario attuale di Bd’I è il risultato di fusioni, privatizzazioni, trasformazioni delle banche che, una volta
pubbliche, nel tempo si sono anche aperte all’azionariato privato; nel caso di Banca d’Italia, l’essere azionista non porta a indirizzare od indicare la rotta della gestione, lasciata interamente alla struttura della Banca.

Molte banche azioniste di Banca d’Italia vorrebbero liquidare la loro partecipazione, nel tempo lievitata in valore, seppure avara di soddisfazioni in termini di dividendi; le banche italiane principali posseggono complessivamente l’89.33% del capitale della banca centrale. I principali azionisti sono IntesaSanPaolo (42,18%), Unicredit (22,1%), Generali (6,3%), INPS (5%), Carige (3,9%), CRAsti (3,1%), BNL (2,8%), MPS (2,5%), Cariparma (2,1%),FonSai (1,3%), Allianz (1,3%), B.Popolare (1,2%).

Le domande che non hanno ancora trovato risposta sono molte: quale è il valore del patrimonio di Banca d’Italia? A quale prezzo si può valorizzare, quindi anche vendere, la partecipazione? A chi si può vendere la partecipazione? In caso di “ri-valutazione” delle quote in Bd’I, quale è il trattamento contabile e fiscale per le banche azioniste? Come verrà trattata la “ri-valutazione” ai fini della “Asset Quality Review” della BCE?

Queste domande, semplici nella formulazione, sono assai complesse nella risposta, e vediamone la ragione.

Il patrimonio della banca centrale è di 36,7 miliardi di euro, inclusi i fondi rischi generali; a normativa attuale, non corre l’obbligo per le banche azioniste di allineare il valore della quota posseduta al valore del patrimonio della banca centrale; alcune banche adottano il criterio del costo storico, altre hanno adeguato il valore della partecipazione negli anni; tali singoli valori rappresentano quindi la base su cui calcolare la (eventuale) plusvalenza da rivalutazione, su cui dovrebbe applicarsi (condizionale d’obbligo) una tassazione ad una aliquota ancora da definire dal Governo. La fissazione di tale aliquota è elemento non secondario di valutazione dell’intera operazione. Sempre che si arrivi ad una tassazione (vedi, infra).

Trattandosi di partecipazione in una banca centrale, non quotata e soggetta a restrizioni nella circolazione delle sue azioni, una trattativa per la cessione di una sua quota deve essere “benedetta” da Via Nazionale e soggetta alle sue indicazioni; “contendibilità” e “liquidità” dello strumento sono quindi modeste e soggette a molteplici vincoli.

La “ri-valutazione” del patrimonio di Bd’I è indicata, secondo fonti attendibili (Sole, 31.10.2013), in 7 miliardi, con un gettito fiscale atteso di 1 miliardo (vedi, infra).

La “rivalutazione” potrebbe essere ben superiore, se si facesse ulteriore riferimento ad una eventuale maggior valutazione dell’oro depositato nel caveau di Bd’I (che è pari a 79 milioni di once, al valore di 1.150 euro ad oncia, circa 90,8 miliardi di euro).

Punto centrale della posizione delle banche è la “computabilità” delle quote in Bd’I ai fini del calcolo del patrimonio di vigilanza delle singole banche: le banche sono interessate ad una “ri-valutazione” delle quote se questo si traduce in un aumento del loro patrimonio ai fini del calcolo della loro solidità patrimoniale; diversamente, cade l’interesse all’intera operazione. Contabilmente, le quote detenute dalle banche in Bd’I sono oggi considerate “attività detenute sino a scadenza” (“held to maturity”) e quindi valorizzate al valore indicato dalla singola banca come “costo storico”; in caso di “ri-valutazione”, le quote passerebbero alla categoria “trading book” od a quella “available for sale”: in tal caso, scatterebbe il loro “passaggio” a conto economico con conseguente tassazione della maggior valutazione che sarebbe considerata plusvalenza realizzata nell’esercizio (soggetta ad una tassazione sopra indicata e stimata in 1 miliardo); il netto andrebbe ad aumento del patrimonio netto; ma poi le quote in Bd’I, così rivalutate, sarebbero considerate partecipazioni finanziarie e quindi andrebbero computate in diminuzione del patrimonio netto (appena incrementato del valore netto come sopra indicato) ai fini della determinazione del patrimonio di vigilanza. Per interrompere questo “circolo vizioso” (che non porterebbe beneficio effettivo alle banche), le banche chiedono al governo che le quote in Bd’I non siano considerate, e quindi computate, come partecipazioni finanziarie. Senza questo “passaggio”, le banche non avrebbero nessun interesse concreto all’operazione.

Ecco alfine forse spiegato il mistero: l’obiettivo finale del progetto appare quello di apportare patrimonio “a costo zero” alle principali banche nazionali, che non riescono, alle attuali condizioni, a raccoglierlo sul mercato dei capitali.

Con buona pace delle anime buone che credono all’impegno così spesso conclamato: il finanziamento all’impresa.

 

Tassazione sui fondi di investimento: si va alla cassa, o forse no

Muore il famigerato sistema di tassazione sul “maturato” per i fondi di diritto italiano, equiparandone il regime a quello dei fondi armonizzati di diritto europeo, i cui proventi sono tassati sulla base del criterio per cassa al momento della vendita; disposizione tardiva, visto che nel frattempo, proprio a causa di tale differenza sostanziale, i gestori italiani hanno spostato parte significativa della loro attività verso Irlanda e Lussemburgo. Il classico autogol italiano.
Il nuovo regime di tassazione dei fondi italiani (diversi dai fondi immobiliari) e dei fondi lussemburghesi storici è entrato in vigore a partire dal 1° luglio del 2011. Il risultato di gestione maturato fino al 30 giugno del 2011 è stato assoggettato ad imposta sostitutiva nella misura del 12,5% (o del 27% sul risultato riferibile all’investimento in partecipazioni qualificate). Gli eventuali risultati negativi di gestione maturati fino al 30 giugno del 2011 possono essere utilizzati (in tutto o in parte e senza limiti di importo) in compensazione dei redditi di capitale derivanti dalla partecipazione a fondi (OICR) di diritto italiano soggetti alla ritenuta ed a fondi (OICVM) di diritto estero autorizzati e collocati in Italia. La scelta dei fondi o dei comparti con risultato negativo con i quali effettuare la compensazione è rimessa alla discrezionalità della SGR, della SICAV o del soggetto incaricato del collocamento dei lussemburghesi storici. Nell’ipotesi in cui i risultati negativi non siano stati utilizzati in compensazione al momento della cessazione del fondo o della SICAV, ai partecipanti è riconosciuta una minusvalenza computabile in diminuzione delle plusvalenze nei limiti dei quattro anni successivi, in proporzione alla quota di partecipazione.

Prima osservazione: i crediti di imposta sono utilizzabili a compensazione di redditi di fondi italiani soggetti a ritenuta (nel frattempo abolita) a discrezione del gestore, oppure al momento della cessazione del fondo; quindi, l’investitore non ne avrà alcun vantaggio certo ed immediato, restando soggetto alla decisione del gestore, ovvero sino alla data di liquidazione del fondo.

Ma a quanto ammontano questi crediti di imposta, principalmente “in pancia” a fondi azionari e bilanciati? Le ultime cifre si riferiscono a giugno 2011: 4,5 miliardi; a fine agosto 2013, il valore totale dei fondi di diritto italiano è di 160,7 miliardi; quindi, i crediti di imposta sarebbero il 2.8% del totale dell’attivo; non sono disponibili dati di dettaglio sui comparti azionari e bilanciati, stimabili in 35 miliardi; se confermati, ciò significa che oltre il 12% dell’attivo dei fondi azionari e bilanciati di diritto italiano sarebbe fatto di crediti di imposta, su cui sarà assai arduo recuperare valore; a ciò si aggiunga che avendo una percentuale inferiore a 100 da investire, i risultati ottenuti sono inferiori a quelli teorici.

Comunque la si guardi, una brutta storia per l’industria del risparmio italiano, per lo stato, per gli investitori. Comprendiamo bene perché tutto tace sull’argomento.

Tutto tace forse anche per non svegliare lo stato che dorme; per svegliarlo, una proposta indecente (ma non troppo): trasformare i crediti verso lo stato in titoli di stato negoziabili; misura forse tipica di legislatori poco propensi a considerare positivamente il mercato, ma meglio poco che nulla.

 

 

Ignoranza di stato: quando il diavolo si annida nei particolari

L’annuncio del governo Letta di un programma di dismissioni delle partecipazioni azionarie è fuorviante e mal riposto:le partecipazioni direttamente possedute da MEF sono: il 4,34% di Eni, il 31,24% di Enel, il 30,2% di Finmeccanica, l’80,1% di CDP. CDP non rientra nel perimetro statale ai fini del calcolo del debito pubblico. CDP possiede, a sua volta,
il 25,76% di Eni, il 29,9% di Terna, il 30% di Snam, il 100% di Sace e Fintecna (che a sua volta possiede il 99,35% di Fincantieri); tutte partecipazioni acquisite negli ultimi anni su interessato impulso dei governi pro-tempore al fine di ridurre il debito pubblico. E’ quindi evidente che la cessione delle partecipazioni (in tutto od in parte) di Snam, Terna, Fincantieri non porterà ad una riduzione del debito pubblico; il debito pubblico potrà essere ridotto, attraverso la vendita di partecipazioni, in 3 modi: (1) cessione del 4,34% di Eni, 31,24% di Enel, 30,2% di Finmeccanica direttamente possedute da MEF; Eni ed Enel hanno costantemente distribuito dividendi, che cesserebbero in caso di vendita; (2) distribuzione di dividendi da CDP a fronte di utili di CDP, che potrebbero derivare dalle cessioni delle partecipazioni possedute da CDP stessa e dopo aver pagato le tasse sulle relative eventuali plusvalenze: anche una eventuale quotazione di Poste Italiane rientrerebbe in questa casistica; (3) cessione sul mercato (quello vero: non alla CDP) delle partecipazioni in società, anche strumentali, possedute dalla P.A. centrale e periferica; pensiamo alle migliaia di società che sommano la ragguardevole cifra di 19.000 consiglieri di amministrazione sparsi lungo la penisola, Ferrovie dello Stato, ex-municipalizzate, finanziarie regionali,  porti commerciali italiani, et alia.

Manca, ed è quello più grave, un quadro razionale: chi valuta il valore delle partecipazioni; quale criterio sarà adottato per la cessione; come preparare la cessione laddove siano necessarie modifiche regolamentari; chi potrà acquistare; con quali termini e tempi per l’incasso da vendita. Tutti temi che vedono il governo “non pervenuto”.

Il diavolo forse fa le pentole, non i coperchi.

 

Perseverare diabolicum

La pervicacia con cui sono gestite CDP e Fintecna è diabolica. In un recente Sodo caustico già scrivemmo che nel novembre 2012 la Cassa Depositi e Prestiti ha acquistato da MinEconomia il 100% di Fintecna (società in liquidazione da 13 anni: “tempus fugit”…non per lo stato italiano) per un corrispettivo (provvisorio) di 1.592 milioni, pari al 60% del patrimonio netto a fine 2011, con uno sconto del 40% e prevedendo che il restante prezzo sarebbe Read more

Fondazioni bancarie: missione impossibile.

Create per dare stabilità all’azionariato bancario attraverso la divisione fra proprietà e gestione bancaria, le fondazioni bancarie sono 88, di cui 53 possiedono meno del 50% delle azioni delle banche conferitarie, 13 hanno più del 50% delle azioni, 22 non possiedono più azioni. La legge di riordino delle fondazioni bancarie, la c.d. legge Ciampi, imponeva a tutte le fondazioni di scendere sotto il 50% di partecipazione, cosa avvenuta per le principali banche, ma ancora in parte irrealizzata.

Le fondazioni Read more

La moneta non c’è più

C’è una Bit-coin mania, la moneta virtuale con cui pagare in modo anonimo ed elettronico, seduti a casa, senza commissioni bancarie, che non perde valore e che viene accettata dalla controparte in transazioni “peer-to-peer”. E’ una moneta che non è emessa da nessuna banca centrale e non “gira” su circuiti bancari o delle carte di credito, quindi non addebita commissioni; la sua emissione non è sostenuta da riserve d’oro o dalla fiducia e firma dello stato (solvibile o meno);
non c’è controllo sulla sua emissione e sulla sua circolazione nel circuito web; non essendo emessa da una banca centrale, questa non può accrescerne la circolazione emettendone di nuova, quindi il valore del bit-coin non segue l’andamento del debito pubblico, del deficit di bilancio, dell’inflazione. I bit-coin sono già stati indicati come la nuova frontiera della monetica: nessun controllo da parte delle banche centrali, massima libertà dell’individuo, nessun costo bancario, trasferimenti solo via web.
Le banche centrali e le istituzioni internazionali che controllano il sistema finanziario tradizionale non sono sinora intervenute su questo sistema-ombra che continua a sfuggire ai controlli, essendo inoltre localizzato nel mondo web, senza indirizzo e nazionalità.
Tutto così facile, bello, moderno, tecnologico. Scopriamo di più, che ne dite?
Oggi sono in circolazione 11.619.250 bit-coins, che valgono ciascuno 83.66 dollari l’uno (dati pubblicati su www.blockchain.info il 13.9.2013); il valore totale dei bit-coins è di 1.6 miliardi di dollari. Poca cosa rispetto alla dimensione della massa monetaria (nelle sue varie componenti, monete, banconote, conti bancari a vista), ma in potenziale crescita. Fino a quando? Come si muove e perché il prezzo del bit-coin? Come fare per comprarli? E per venderli? E chi ha avuto l’idea e li ha emessi?
L’ideatore dei bit-coins è avvolto dal mistero, e coi tempi che corrono è sicuramente una impresa tenere celato l’autore che nel 1998 ha messo in moto il “nuovo conio”.
I bit-coins si comprano ad una banca virtuale, depositando moneta vera su un conto virtuale (con un banale bonifico dal conto corrente); più alta la somma trasferita, più bit-coins si comprano, come fossero azioni. In caso di vendita, si fa il percorso inverso, chiedendone il rimborso. Trattandosi di “titoli” non quotati, la compravendita di bit-coins non è trasparente come si vorrebbe credere, e forse qualche ulteriore riflessione va fatta sia sulle modalità di transazione sia su chi controlla il processo.
La quotazione non ufficiale dei bit-coins (dati ripresi da www.blockchain.info il 13.9.2013) ha avuto un massimo ad aprile 2013 con un “prezzo” di 237.56$ per bit-coin, pari ad una capitalizzazione di 2.215.281.500$; peccato che nello stesso mese la quotazione sia crollata a 83.66$, in concomitanza della crisi-Cipro (isola mediterranea nota anche per essere un centro finanziario off-shore: poche regole, nessuna domanda). Il minimo è stato toccato il 16 giugno 2013 con 60$; l’ultimo “prezzo” disponibile è 141.30$ per una capitalizzazione di 1.641.799.327$. Una altalena vistosa, che se si fosse verificata per una “blue chip” di pari capitalizzazione avrebbe fatto scalpore e suscitato l’interesse dei “regulators” (SEC, SFA, Consob).
Oggi sono in circolazione 11.6 milioni di bit-coins; ne è prevista una emissione massima di 21 milioni; entro il 2017 si prevede che ne siano in circolazione i tre quarti. La richiesta di nuovi bit-coins è in forte crescita ed è possibile che crescerà più che proporzionalmente della sua offerta, facendo crescere il “prezzo” dei bit-coins (come per ogni bene od altra “cosa” che ha poca offerta e molta domanda). All’avvicinarsi della data fatidica di esaurimento di nuovi bit-coins il loro valore crescerà.
Che cosa succederà alla fine? Portatevi una pila se restate senza cerini per accendere la candela a qualche santo.

 

Le mire sull’oro, vanto e tesoro della Patria

Autorevoli commentatori hanno avanzato le tesi che: (1) Banca d’Italia sia “sovra-capitalizzata” rispetto alle altre banche centrali, quali Bundesbank, Bank of England, Banque de France, Banco de Espana, e che sia opportuno ridurne il capitale attraverso una operazione centrata su un diverso utilizzo delle riserve auree (tema che toccheremo in questo articolo); (2) l’assetto proprietario di Banca d’Italia, ora privatistico, debba essere ricondotto nella sfera pubblica.

Ci permettiamo alcune osservazioni:
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Il Ministero di Harry Potter

Da quando è entrato in carica il governo Letta non ha lesinato annunci.
Il ministro Saccomanni, in particolare,sembra presiedere uno di quei dicasteri che si trovano nei libri di Harry Potter e che potremmo chiamare il Ministero delle Buone Intenzioni: privatizzeremo qualcosa, toglieremo l’Imu, non aumenteremo l’Iva, ridurremo la spesa, distribuiremo cioccolata e così via.
Il nodo cruciale però è uno solo: tagliare la spesa pubblica. Ce lo continuano a dire tutti, il Fondo Monetario, la UE, l’OCSE, e da ultimo Peter Praet, capoeconomista della BCE i quali, che ci piaccia o no, hanno più influenza sugli investitori nostrani ed internazionali di Vendola o Fassina: questo vuol dire che finché non si vedranno passi decisi in quella direzione continueranno a permanere dubbi sulla solvibilità del nostro paese, lo spread non diminuirà e gli imprenditori stranieri non varcheranno le Alpi.
Inoltre, senza lanciarci in diatribe stile Krugman-Resto del Mondo sugli effetti benefici o malefici dell’eccessiva spesa pubblica, per l’Italia la finanza allegra dal lato delle uscite negli ultimi 20 anni non ha certo portato fortuna, anzi.
A questo punto scattano i meccanismi giustificazionisti di chi afferma però che dire di decurtare le spese è giusto, ma insomma, alla fine proprio non si può toccare niente. Il simbolo di questo fallimento politico ed intellettuale è probabilmente rappresentato dall’ex ministro Pietro Giarda il quale sembra aver passato molti anni ad esercitarsi con la spending review per giungere ad un nulla di fatto. Un’altra affermazione che si sente spesso è che se non fosse per gli interessi sul debito la nostra spesa pubblica sarebbe  uguale alla media degli altri paesi europei. Orbene, l’Europa non è un bell’esempio di crescita e peraltro gli unici che hanno tassi di sviluppo ragionevoli sono nazioni che han tagliato le spese come Germania e Svezia, e comunque gli interessi sul debito esistono e non spariranno solo lamentandosene.
Eppure, in un bilancio statale che prevede 810 miliardi di uscite c’è sicuramente molto da tagliare da subito. Se pensassimo ad una riduzione per il 2014 equivalente all’1% del PIL si libererebbero risorse pari a 16 miliardi.
Da dove cominciare? In primis dai sussidi alle imprese che ogni anno ammontano a circa 33-35 miliardi di euro. Secondo lo studio di Giavazzi-Schivardi, commissionato dal governo Monti, circa 10 miliardi sono immediatamente eliminabili, in quanto forniti ad imprese che operano senza oneri di servizio pubblico. In realtà si potrebbe agire anche su molto del resto: i pesanti contributi alle imprese di trasporto, ad esempio, derivano dalla mancanza di concorrenza, prezzi irrealistici del servizio e inefficienza. Per farla breve, ammettiamo di non poter eliminare subito tutti i 10 miliardi in quanto molti escono dai rivoli delle amministrazioni locali e diamoci come obiettivo 6,6 miliardi, i 2/3.
Se poi il governo tagliasse l’IRAP di 10 miliardi, misura molto più utile di altre, risparmierebbe incredibilmente 3 miliardi. Il 30% del gettito è infatti di provenienza delle pubbliche amministrazioni anch’esse soggette alla tassa.
Se vengono approvati gli interventi in materia di eliminazione dei finanziamenti ai partiti politici e ai loro giornali, riduzione dei parlamentari e dei loro stipendi, delle spese delle camere, degli organi istituzionali (inclusi ambasciate e rappresentanze estere delle regioni), si possono risparmiare tranquillamente 400 milioni. Le stime (ultima quella di Andrea Giuricin per l’Istituto Bruno Leoni) dei benefici sull’eliminazione delle province si aggirano sui 2 miliardi, ma prevedendo che per fine del 2014 non si arrivi alla fine dell’iter e ci siano costi di transizione attestiamoci ad 1 miliardo.
Secondo i calcoli del giornalista economico Cobianchi ci sono ancora 3127 “enti inutili” che ci costano 7 miliardi l’anno e 7.000 società controllate da enti locali che solo di amministratori (24.000), revisori dei conti et similia incidono per 2,5 miliardi. Basterebbe fondere il 25% di tali società (e da qui a fine 2014 si può fare, basta la volontà politica) e accorpare o eliminare un quarto degli enti inutili e risparmieremmo, magari eliminando nel frattempo la Motorizzazione civile che fa più o meno le stesse cose dell’ACI, altri 2,5 miliardi.
Procedendo alla vendita di beni pubblici, imprese ed immobili, per 20 miliardi, risparmieremmo 1 miliardo di interessi (anche se lo Stato riceverebbe meno dividendi) e con ogni probabilità ne avrebbe un benefico effetto lo spread, in quanto il debito pubblico italiano verrebbe considerato più sostenibile. Ricordiamo che lo 0,1% di tasso di interesse in meno equivale a 2 miliardi di euro l’anno. Ceteris paribus, la cessione di beni combinata a uno spread minore dello 0,1/0,15% sono circa altri 2,5 miliardi tendenziali.
Ecco, siamo arrivati a 16 miliardi senza nemmeno cominciare a razionalizzare la spesa per acquisti delle PA, la sanità, i dipendenti pubblici (alcuni dei quali godono di ampi privilegi) o accorpare le migliaia di inutili comuni sotto i 5000 abitanti (sono quasi 6000!). Le pensioni, poi, rappresentano ancora il 16% del PIL, la riforma Fornero è un palliativo che anche nel futuro le porterà a livelli di incidenza sul PIL molto alti. Dimentichiamoci, poi, i falsi invalidi e tutto quanto rappresenta lotta a sprechi e corruzione che dovrebbe essere intrapreso da qualsiasi governo di buon senso. Se si cominciassero ad emanare provvedimenti seri in questi settori qualche effetto benefico ci sarebbe nel 2014 il resto negli anni a venire.
Ridurre la spesa, risparmiando sui costi di intermediazione e lasciando direttamente in mano i soldi ad imprese e cittadini si può, basta volerlo e nemmeno c’é bisogno del Ministero della Magia.

Alessandro De Nicola
Da “La Repubblica” del 26 luglio 2013