Il postino portava le lettere …

La strada verso la quotazione del 40% di Poste Italiane, nonostante proclami promesse e colorate slides in formato powerpoint, è lastricata di ostacoli, derivanti dal coacervo di attività messe sotto la sigla PI; Poste Italiane non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: il servizio postale tradizionale (recapito corrispondenza, pagamento di bollettini postali e bollette e la gestione dei conti postali, per tutti i cittadini, in migliaia di comuni) che nel primo semestre 2015 ha rappresentato il 12,2% del fatturato di Poste (era il 13,9% nel primo semestre 2014); servizi finanziari (16,8% vs/17,8% nel 2014), assicurazione vita (70,3% vs/67,6%), altri servizi (0,8% vs/0,7%). Un trend storico di progressiva riduzione del “business” tradizionale, a tutto vantaggio di quelli finanziari, che pone domande “esistenziali”:

(1) … ma Poste è diventata una banca, un “asset manager” , un’assicurazione?

(2) Ed in caso affermativo, non dovrebbe essere sottoposta al controllo di Banca d’Italia (che ha sostituito anche ISVAP come “controllore” delle compagnie assicurative)?

(3) E di conseguenza, Poste gode di una condizione privilegiata nei confronti di concorrenti come banche, SGR di gestione e distribuzione, assicurazioni? Tutto ciò è corretto, od invece è in palese conflitto con le regole che (anche) in Italia ci si è dati nel campo della finanza?

Tante e troppe attività, che varrebbe “separare” in veicoli dedicati, ben prima della quotazione.

Vari i “nodi che vengono al pettine”, e quando sono troppo stretti dirimerli è doloroso: Poste riceve ogni anno, su indicazione di AGCOM che ha definito i criteri per il calcolo del “servizio universale” (il servizio postale “storico”), un rimborso da parte statale (MEF) che oscilla annualmente fra 300 e 400 milioni di euro, contro oneri certificati da Poste all’Authority stessa che sono un multiplo, spesso 2-2,5 volte, del rimborso. In termini economici, il “servizio universale” è in perdita, e ragionevolmente lo sarà ancor più per il futuro (chi spedisce ancora biglietti di auguri ormai sostituiti da sms ed email, e lettere e raccomandate sostituite da email e posta certificata?); se si può comprendere la posizione dell’azionista attuale (MEF) di mettere le mele buone con quelle meno buone nello stesso cestino in vista ella quotazione, forse i futuri azionisti (privati ed istituzionali) preferirebbero delle Poste senza servizio postale, un settore che sottrae valore alle Poste e non viceversa?

Altro “tema dei temi” per il futuro di Poste, quotata o meno, è il rinnovo della convenzione con CDP per la gestione del risparmio postale, che ne fa un “unicum” “fuori mercato” (nel senso che non vi è libera concorrenza in tale attività); anche in questo caso, gli investitori saranno contenti di correre il rischio di perdere, in un futuro forse incerto ma possibile, i benefici della convenzione? E quale “valore” daranno a questo settore di attività, in sede di valutazione se aderire, o meno, all’IPO?

L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è quello del servizio postale, che perde e che si ridurrà progressivamente, ma inesorabilmente, negli anni a venire. Con indubbia lungimiranza, assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo probabilmente inferiore a quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Ma quali multipli si adattano alla valorizzazione di Poste?
Quelli adottati per Royal Mail o quelli di operatori del mondo della finanza, cui più si avvicina il nuovo corso di Poste? La confrontiamo con Mediolanum, Fideuram, Azimut? O con UnipolSai e Generali?

Se ci mettiamo nei panni degli investitori, ci troviamo dinanzi ad un evidente problema: identificare i “comparable” con cui valutare la proposta di partecipare all’IPO di Poste.
Per un investitore, diviene essenziale conoscere in dettaglio il “Piano industriale”, settore di attività per settore di attività, di Poste per i prossimi 3-5 anni, con chiarezza sui punti di forza, di debolezza, sulle previsioni di sviluppo del fatturato e di redditività per singola attività, così da comprendere la redditività attesa e prospettica dell’investimento. A maggior ragione in una operazione che non è una privatizzazione, ma solo l’apertura del capitale a soggetti terzi che resteranno in minoranza con la mano pubblica al comando.

Un ulteriore punto di riflessione (che riteniamo essere un punto debole) è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. I futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari ed assicurativi utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari. Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “simil-privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione.

Sarà infine molto interessante verificare come le Autorità preposte troveranno il modo di esplicitare e rendere trasparente tutto ciò nel prospetto di quotazione, essenziale per una consapevole scelta di impiego dei propri denari.

Il postino passava a portare le lettere: e tutti lì a sperare che ci fosse posta per noi, e che fossero buone notizie.

Un estratto di questo articolo è apparso su AdviseOnlyBlog.

Il governo non sa giocare al lotto.

Il lotto è un gioco d’azzardo, negli anni passati assai lucroso per le casse dello stato: la raccolta ha toccato gli 11.689 milioni di euro nel 2004 (massimo del decennio), per poi scendere ai 7.315 milioni nel 2005 e stabilizzarsi a 6.629 milioni nel 2014; per l’erario, sono lontani i 4.909 milioni incassati nel 2004, massimo da cui ci si è allontanati per scendere sino a 1.104 milioni nel 2014. La gestione del gioco è soggetta a concessione, in scadenza l’8 giugno 2016; il governo ha fatto un bando di gara per la nuova concessione, prevista in 9 anni, con una base d’asta di 700 milioni.

Il Consiglio di Stato ha bloccato l’iter di gara, formulando una serie di rilievi all’operato governativo; emerge forte la sensazione che il governo abbia operato con dilettantesca faciloneria; procediamo con ordine all’esame dei rilievi, cui il governo dovrà dare puntuale e rapida risposta, se vorrà incassare – come previsto nel bando e come lo stato delle finanze impone – la metà dei 700 milioni entro il 31 dicembre 2015 dall’aggiudicatario della gara.

Il primo rilievo: i requisiti per la partecipazione alla procedura di selezione appaiono al Consiglio di Stato “”per taluni versi eccessivi, tanto da figurare come clausole escludenti””; in termini concreti, fissati per escludere alcuni contendenti, a vantaggio di altri. Il requisito della capacità economica e finanziaria è determinato, ad avviso del Consiglio di Stato, in modo non congruo, “”ben oltre il frutto di ordinarie percentuali di incasso (aggio) parametrate sull’ammontare della raccolta di gioco””.

Un secondo rilievo attiene al requisito della capacità tecnico-organizzativa, richiedendo ai partecipanti alla gara la realizzazione, negli ultimi 3 esercizi, di una raccolta di gioco di oltre 500 milioni per tipologie di giochi effettuati tramite terminali: “”non si riesce a comprendere la ratio che ha ispirato la fissazione di tali rilevanti requisiti””, potendo, in tal modo, “”verificarsi una sorta di barriera all’entrata, in palese controtendenza rispetto alle raccomandazioni”” europee, che stigmatizzano la prassi di inserire nei capitolati degli oneri creati su misura al fine di favorire determinati offerenti. Da qui, la richiesta al governo di coordinare norme europee e bando di gara.

Terzo rilievo: il Consiglio di Stato chiede al governo che venga inserito nel capitolato l’espresso impegno a mantenere le infrastrutture tecnologiche, l’hardware, il software necessari alla realizzazione del gioco entro i confini degli stati europei: libertà di stabilimento in paesi UE, ma controllo sull’operato del gestore e mantenimento dell’imposizione fiscale da parte italiana.

Il quarto rilievo attiene alla previsione, contestata, della proroga unilaterale di 1 anno (al termine dei previsti 9 di vigore della concessione) considerata “”eccessivamente discrezionale e generica””, anche perché il bando non specifica per quante volte la proroga possa essere concessa.

Quinto rilievo: il Consiglio di Stato ritiene generica la previsione che la garanzia provvisoria possa presentata fornendo titoli di stato, senza specificarne qualità, rating e solidità, elementi essenziali in caso di escussione della garanzia.

Sesto rilievo: il bando non specifica i requisiti richiesti a banche ed assicurazioni chiamate a prestare la garanzia provvisoria e la garanzia definitiva, estesa sino a 75 milioni, a sostegno del buon esito dell’aggiudicazione e del suo corretto adempimento da parte del vincitore la gara.

Ulteriori rilievi vari portano la lista a 9, uno in meno dei comandamenti: nel bando il Consiglio di Stato non trova adeguate specifiche sulle richieste esperienza delle risorse dedicate alla gestione del gioco, capacità di gestire l’aggiornamento su reti, capacità di gestire reti diverse in parallelo per eventuali periodi transitori.

Una bocciatura che impone al governo ed ai Monopoli di Stato di porre rapido rimedio al bando di gara, per poterlo portare a realizzazione ed aggiudicazione entro la fine del 2015, pena la perdita di una delle entrate previste dal patto di stabilità entro l’anno, con effetti significativi sui conti pubblici (anche dopo la bocciatura, ampiamente prevedibile, del “reverse charge” per la grande distribuzione, che ha sottratto 728 milioni alle previsioni governative). Aggiungendo altre misure varie, il “buco” cui il governo potrebbe dover far fronte è vicino ai 1.400 milioni.

Si fa largo la sensazione che il governo e la pubblica amministrazione siano fatti di professionisti del dilettantismo, incapaci di mettere in fila un provvedimento chiaro ed a prova di esame da parte dell’organo dedicato al controllo degli atti governativi; ma poiché a pensare male si fa peccato, ma purtroppo spesso si azzecca, il dubbio è che il bando di gara per la concessione del gioco del lotto sia stato pensato a tavolino con il preciso scopo di escludere alcuni concorrenti e favorire i soliti noti. Il libero mercato resta sempre fuori dalla porta, ed allora “vincere” è come giocare un numero secco al lotto: non esce mai.

RC Auto: gli AP tutelano i cittadini-assicurati e i cittadini-officine?

Dopo una riforma, emanata nell’interesse degli automobilisti, nel 2010 i premi Rc auto sono aumentati del 25% per gli autoveicoli e di oltre il 35% per i motocicli. Ora contro le modifiche al ddl Concorrenza proposte dai relatori si scagliano le compagnie minacciando “un inevitabile aumento del prezzo delle polizze”. La Commissione giustizia della Camera, bocciando il Disegno di legge (9.07.2015), chiedeva lo stralcio degli articoli sullo sconto per chi installa la scatola nera il cui costo, a carico del cliente, non è ammortizzabile attraverso lo sconto sulle tariffe e l’eliminazione dell’obbligo di identificare i testimoni sul luogo dell’incidente. Sono le stesse previsioni già stralciate dal Decreto “Destinazione Italia” del governo Letta e riproposte in modo pedissequo da Renzi. Ci sarebbero, inoltre, sconti sull’Rc auto a fronte della rinuncia alla cessione del credito o a fronte del risarcimento in forma specifica, cioè se il danneggiato fa riparare il veicolo presso carrozzerie convenzionate con l’assicurazioni. Si tratta di un’evidente compressione delle facoltà contrattuali degli utenti in nome della lotta alle frodi. Infatti, la cessione del credito non ha alcun nesso con le frodi mentre l’obbligo di rivolgersi a esercizi convenzionati attribuirebbe, di fatto, all’assicuratore il controllo del mercato dell’autoriparazione creando un percorso privilegiato verso le imprese fiduciarie dell’assicuratore che metterebbe le imprese indipendenti fuori dal mercato limitando la capacità contrattuale nel settore. Inoltre, la nuova disciplina ridurrebbe l’ambito risarcitorio perché, ad esempio, sarebbero esclusi i danni morali e le sofferenze psicofisiche sarebbero liquidabili “solo se di particolare intensità” . Ma chi tutela gli assicurati ? Il presidente dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass), all’Assemblea annuale dell’associazione delle imprese assicuratrici (ANIA) del primo luglio scorso ha affermato “La tutela dei consumatori e degli assicurati è affidata alle stesse compagnie assicuratrici”, le quali operano correttamente per conquistare la fiducia dei clienti senza la quale calerebbero i profitti e crescerebbe il contenzioso. Alla faccia del caciocavallo ! Direbbe Totò. E il governo che dice ?

Posted on 3 agosto 2015 by Avvocato Riccardo Cappello su Il Cappio

Stop al “prop desk”.

Dal 22 luglio 2015 è entrata in vigore negli USA la “Volcker rule”, la legge che impedisce alle grandi banche statunitensi di acquistare e vendere azioni, bond, valute, materie prime e derivati utilizzando i capitali propri (il c.d. “proprietary trading”, o “prop desk”).

Si tratta di una norma pensata 5 anni fa all’interno della ampia riforma finanziaria seguita alla crisi del 2007-2008, ed è una delle norme più stringenti mai adottate negli USA dai tempi della crisi del 1929. Goldman Sachs ha venduto il suo lucroso business a KKR (la altrettanto prestigiosa casa di investimento private equity), altre banche la seguiranno prima del 2018 quando queste attività, spesso comprese in strutture dedicate come fondi di investimento ora gestiti dalle banche stesse, dovranno essere dismesse o vendute.

Attendiamoci una ulteriore rivoluzione nel business bancario, con conseguenze tutte da valutare prossimamente, che renderà le attività bancarie molto diverse da ieri e sempre più diverse dal crescente sviluppo di società e gruppi attivi nella c.d. “finanza-ombra”, quel settore finanziario meno (o punto) regolato che sta acquistando, a livello mondiale, un peso crescente (ma non ancora prevalente) nel grande business della finanza.

Per ogni nuova norma occorrono nuovi sistemi di controllo: governo USA e FED si stanno attivando per formare ed attrarre esperti che saranno chiamati a valutare attività (complesse come il trading per conto terzi), bilanci delle banche, informazioni e dati regolarmente trasmessi dalle banche alle autorità di controllo. Dando prova di pragmatismo (termine sconosciuto nel Belpaese), governo e FED hanno inviato agli operatori bancari una lista di 16 domande pensate per aiutare le banche stesse a mettere in atto le procedure e le azioni richieste.

Qualcuno vuole riformare le BCC.

Le Banche di Credito Cooperativo (BCC) sono 376 (il 55% delle banche italiane), hanno 4.441 sportelli (il 14% degli sportelli), 1,2 milioni di soci (che votano secondo il principio “una testa, un voto”), 37mila dipendenti, garantiscono il 7,3 per cento del mercato degli impieghi, con 135 miliardi di impieghi erogati (il 7,5% dei prestiti del sistema bancario); mentre il tasso di passaggio a sofferenza si attenuava per le banche maggiori e medie, per le BCC è invece aumentato ulteriormente dal 3,6% di dicembre 2013 al 3,9% a fine 2014, ed i crediti anomali sul totale dei prestiti sono saliti dal 10 al 17,5% tra giugno 2011 e giugno 2014. Per Banca d’Italia sono necessari “interventi normativi“ per favorire “l’integrazione“, che “è un obiettivo non più rinviabile”, “favorire un sistema meno frammentato, capace di superare gli svantaggi della piccola dimensione e di preservare i valori della cooperazione e della prossimità con il territorio che da sempre costituiscono il loro punto di forza”.
La “riforma delle BCC” è stata quindi proposta da MEF e Banca d’Italia; nella bozza (art 37 bis) si prevede la creazione di una società capogruppo costituita in forma di società per azioni e autorizzata all’esercizio dell’attività bancaria il cui capitale è detenuto per almeno un terzo dalle BCC stesse (appartenenti al gruppo), con la capogruppo che esercita attività di direzione e coordinamento sulle BCC. Federcasse (l’associazione delle BCC) vuole preservare l’unità ( «integrazione a gruppo» ); ICCREA (la banca di secondo livello che fornisce servizi e prodotti alle numerose banche del sistema) si propone come unica holding nazionale, con ma l’adesione volontaria (e non obbligatoria) delle singole BCC.
Tra i punti oggetto di confronto: l’apertura del sistema a capitali esterni (anche esteri), destinati a ricapitalizzare la capogruppo; la possibilità di introdurre garanzie incrociate tra le diverse BCC, in modo che – in caso di emergenza – quelle più patrimonializzate possano andare in soccorso di chi si trova in difficoltà; la “governance”: il sistema è per molti aspetti barocco, così la riforma sarà l’occasione per “asciugare” gli organi dei vari livelli. Il “nodo gordiano” sembra essere quello della capogruppo: una sola (e.g., ICCREA), oppure una pluralità (assecondando spinte centrifughe e “campanili”).
Tutti, a parole, vogliono che il sistema delle BCC possa competere in un mercato più integrato e concorrenziale, contribuendo validamente alla ripresa delle economie di riferimento, attraverso un riassetto più incisivo, che consenta di conseguire al più presto l’ammodernamento della gestione, il rafforzamento strutturale della redditività e la capacità, ove necessario, di reperire risorse patrimoniali anche consistenti in tempi brevi.
Ma le BCC servono al sistema industriale italiano? Hanno un futuro, e come possono “giocare” a favore delle PMI locali? Possono essere un valido “concorrente” delle “big banks” sul terreno della vicinanza alle PMI?
L’Italia è un paese fatto di piccole imprese, meno di grandi; banche “a dimensione” delle imprese piccole e medio-piccole sembrerebbero quindi “ottimali”.
Ma per far banca (quella che eroga prestiti) servono capitale, depositi da clientela, capacità di valutare il credito, costi adeguati alla tipologia di attività perseguita.
Le BCC, individualmente, hanno poco capitale e quindi limitata capacità di credito, sia in valore assoluto (l’ammontare del prestito) che relativo (in proporzione del proprio patrimonio, in una ottica di diversificazione e limitazione della concentrazione del credito): una loro adeguata capitalizzazione è quindi utile ed indispensabile per dare loro “peso” nel mercato delle PMI. Il costo dei mezzi raccolti (capitale, depositi da clientela, prestiti interbancari) è una funzione importante per la determinazione del “prezzo” a cui “vendere la propria merce”: i prestiti ai clienti.
E per imprestare bene, limitando i prestiti “anomali” (che diventano spesso sofferenze che erodono il capitale), serve una adeguata capacità di valutare il merito di credito di chi chiede un prestito: essere vicini ai clienti sul territorio aiuta a conoscerli, a vedere che fanno e come lo fanno, e molto spesso le BCC, radicate sul territorio, possono farlo meglio delle “big banks”; ma non sempre essere “vicini” è sufficiente per comprenderne il “business” e le sue prospettive. Mettere insieme queste attività, facendo leva su un unico “centro di eccellenza” può essere una buona cosa.
La soluzione della “capogruppo” (una, o più) del sistema BCC appare per quello che è: una soluzione imposta dall’alto, e quando la Banca d’Italia chiede, è difficile dire di no. Ma a noi sembra una opera titanica, destinata a tempi, cadenze, compromessi che ne faranno la classica “Babele” con la base in stile impero e la facciata rococò, quando i concorrenti svettano sopra le guglie della Madonnina.

Questo articolo è stato pubblicato su AdviseOnlyBlog il 24.7.2015.

 

Il MIPA: una gran bella holding.

Il MIPA (Ministero delle Politiche Agricole), il ministero che governa l’agricoltura italiana, attraverso un numero (imprecisato) di enti, società ed agenzie è anche azionista di molte imprese agricole, gestore dei fondi agricoli europei e molto altro. Nomi come ISA, AGEA, SIN, SIAN, INEA, ISMEA, AGECONSULT, CRA suonano come scioglilingua, forse per mettere in imbarazzo, e ci riescono.

Una breve sintesi di 2 enti significativi: AGEA ed ISA.

L’ AGEA, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, è demandata a gestire 27 miliardi di euro di aiuti PAC (il Piano Agricolo Comunitario della UE) per gli anni 2014-2020, cioè 4 miliardi di euro annui, ma nel frattempo è stata commissariata, dopo che è stata (tardivamente) rilevata una maxi-truffa (dossier falsificati per trattenere fondi),  denunciata (inutilmente) da anni sia dalle organizzazioni agricole che dalla Corte de Conti (“ conti truccati”,  verrebbe da commentare).

L’ ISA, Istituto per Sviluppo Agroalimentare, è una società partecipata al 100% dal Ministero delle Politiche Agricole (MIPA), che interviene nel capitale di società del settore italiane: sinora, ha sviluppato 138 progetti, con oltre 500 milioni di investimenti, generando 91,6 milioni di dividendi per il MIPA nel periodo 2012-2014; fra gli investimenti effettuati, si annoverano interventi sul capitale e/o sul debito in Bisol (spumanti e vini, partecipata del gruppo Lunelli/Ferrari), Granarolo, Conserve Italia, Gruppo Italiano Vini, Ferrarini, Orogel, Italcarni, Spreafico, Amadori, Rigoni, Mataluni; l’ultimo annunciato ad inizio luglio 2015 nella Carnj Coop del gruppo Fileni (avicola) con un aumento di capitale di 10 milioni di euro; ben 38 progetti finalizzati, dal 2006. Ortofrutta, zootecnia, vino insieme fanno l’80% degli interventi fatti, per il 35% in Emilia Romagna e per il 21,8% in Veneto. ISA debutta nella distribuzione e logistica dei prodotti agricoli e della pesca, rafforzando l’impegno del MIPA nel settore distributivo-logistico.

ISA è, a tutti gli effetti, la “investment company” pubblica dell’agricoltura italiana. Un piccolo “fondo sovrano” che investe solo nell’agricoltura nazionale, che si muove “sotto traccia” rispetto ai più noti Fondo di Investimento Italiano (FII) e Fondo Strategico Italiano (FSI, oggetto di un precedente #IlGraffio), ma sempre sotto la occhiuta guida della mano pubblica, chiamiamola MEF e CDP, o MIPA.

Va bene, anzi benissimo, sostenere l’agricoltura nazionale; ma con quale logica? Sulla base di quale disegno industriale e di filiera? E le imprese concorrenti delle “138 best-in-class” non avranno nulla da ridire? O vorranno partecipare al banchetto? Ed i cittadini, che ne sanno e che ne pensano?

Nell’epoca del (primo) Ventennio, vigeva l’aurea regola “mangia, e taci”.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog 

Mini-econoregole: Il debito a banda larga

Il debito è a banda limitata, nella quantità e nel tempo.
Il debito è lo specchio del credito; sebbene non indispensabile, è un utile acceleratore dell’innovazione e del valore aggiunto.

Le istruzioni per l’uso ci avvertono però di alcuni pericolosi rischi:

  • Il debito non è a banda larga. ATTENZIONE: non superare la soglia della restituibilità (*)
  • Il debito/credito va impiegato solo per la produzione valore aggiunto (non usare a copertura della spesa corrente).

Quando il debito supera questi limiti, il fallimento è irreversibile e si paga con la perdita della libertà (**).

Sono regole semplici e di basilare buonsenso;  sono invece capovolte dagli Amministratori Pubblici che decidono in modo totalmente avverso. I gravissimi danni ai cittadini, nel presente e nella storia, sono evidenti; eppure anche molti cittadini si sono lasciati convincere che il debito a banda larga, smisurato, è cosa buona e utile. Misteri dell’umanità.

(*)  Nei recenti decenni il Sistema Finanziario ci ha fatto credere che il debito “si rinnova”, non si restituisce. Il senso completo della frase è invece che il debito viene nel tempo eroso dall’inflazione e perciò sparisce. Non ci è stato spiegato dal Sistema Finanziario che l’inflazione è una sorta di tassa lineare che lima risparmi e compensi. Anche i Governi tendono a farci credere alla stessa favola; d’altra parte questa favola offre grande convenienza nel giustificare indebitamenti pericolosi per la libertà dei cittadini.

(**)  La libertà è la sintesi delle aspirazioni dell’uomo, dalla possibilità di realizzare una piccola aspirazione alla vita stessa.

Se la banca “salta”, meglio il “bail-out” o il “bail-in”?

Dal 1.1.2016 cambiano le regole europee per i salvataggi bancari, che passano dal “bail-out” (quelli fatti dallo stato, con i soldi dei contribuenti) al “bail-in” (a carico di azionisti, obbligazionisti, alcune tipologie di depositanti).

Vediamo di approfondire di che si tratta, quali banche copre, con quali procedure, ricordando che poiché entrerà progressivamente in vigore dal prossimo anno, difficilmente potrà coprire le banche greche in caso di “Grexit”.

Sino al caso-Cipro (crisi delle banche cipriote, estate 2012), per le autorità di vigilanza bancaria europee valeva il principio che la crisi di una banca era un evento da affrontare attraverso un intervento della “mano pubblica” per la ragione che la stabilità finanziaria del sistema, e quindi delle singole banche, deve essere assicurata “whatever it takes”: e quindi, interventi dello stato nell’azionariato (emblematici i casi come Citigroup negli USA che hanno immesso 563 miliardi US$ come capitale ed assicurato 1.800 miliardi US$ come ulteriore garanzia per le banche salvate; Lloyd’s e RBS in UK che sono state nazionalizzate e ricapitalizzate per 115 miliardi di Sterline; i 47 miliardi di euro che la Germania ha speso per salvare banche tedesche; i casi spagnoli ed irlandesi; in molti casi, gli investimenti sono stati restituiti, con profitto per i singoli stati), “cordone sanitario” (“moral suasion” della banca centrale che chiama una banca “amica” a rilevare la banca “fallita”), il tutto finanziato da fondi pubblici, quindi dai soldi dei contribuenti.

Questo si chiama “bail-out”.

Nel “dopo-Cipro”, le autorità europee hanno modificato il loro approccio, prevedendo (c.d. secondo pilastro dell’Unione Bancaria europea) la creazione di un Meccanismo Unico di Risoluzione delle Crisi (SRM) che riguarderà le banche aderenti al Meccanismo di Vigilanza Unica (SSM, gestito dalla BCE), che sono quelle definite “significative”, in totale 200 gruppi bancari (13 italiani), che rappresentano l’85% degli attivi del sistema (anche se sono il 3% del numero delle 3.700 banche europee, che per la restante parte continuano ad essere vigilate dalle autorità nazionali: la Banca d’Italia per il nostro paese).

Saranno gli azionisti delle banche, seguiti nell’ordine dagli obbligazionisti (quanti hanno investito in “bond” bancari) e dai depositanti (oltre i 100.000 euro di deposito) a “pagare il conto” dei fallimenti bancari, il tutto entro il limite dell’8% del valore delle passività delle banche (l’8% è, fra l’altro, la percentuale di capitale richiesto alle banche dalle “regole di Basilea”). Quindi, azionisti e privati copriranno eventuali perdite sino all’8%.

Per interventi sopra l’8%, è previsto l’intervento dello “strumento” (che è il terzo pilastro dell’Unione Bancaria europea) del Fondo Unico di Risoluzione (SRF) che sarà unico per tutta la UE (alimentato dai singoli fondi nazionali, ove esistenti) e che i singoli stati costituiranno con prelievi sulle banche a livello nazionale, con la previsione di una dotazione iniziale di 55 miliardi di euro, da raccogliere nei primi 10 anni (entro il 2025). Si prevede che l’intervento del SRF sia nell’intorno del 5% degli “asset” della banca in difficoltà.

Nel caso questa “rete di protezione” non fosse sufficiente, potrebbe essere richiesto un intervento dell’ESM (il ben noto “fondo salva-stati”).

Siamo quindi entrati nell’era del “bail-in”: da oggi, chi è azionista, o sottoscrive azioni, obbligazioni di una banca, o ne è un depositante importante (definibile come chi abbia oltre 100.000 euro di deposito e/o certificati di deposito bancari) sa che in caso di fallimento, il conto lo paga lui (o lei), senza poter chiedere l’intervento dello stato, o delle sue autorità, invocando la “stabilità del sistema”.

Condividiamo il “nuovo corso” (nella sua filosofia: i prossimi “default” diranno se il sistema sarà ben adottato); sarà sufficiente per “istruire” azionisti ed investitori sull’effettivo rischio dell’investimento, togliendo loro la protezione dell’ “azionista di ultima istanza”, che sono tutti i cittadini contribuenti?

Altrettanto rilevante: i manager bancari saranno più attenti nel concedere credito e nell’evitare l’ “azzardo morale”?

Infine, non dobbiamo dimenticare che nel nostro paese sopravvive la vecchia pratica delle banche italiane nello “sponsorizzare” l’investimento in  “obbligazioni bancarie”, che d’ora in avanti saranno chiamate a coprire i fabbisogni di capitale in caso di insolvenza. Per tutti gli investitori: “massima attenzione”.

Le rivoluzione, come si sa, sono spesso a metà: se il conto verrà pagato prima da azionisti ed obbligazionisti privati (e depositanti importanti), i singoli stati saranno comunque chiamati a dare la loro parte, coi fondi di salvataggio e liquidazione, e poi indirettamente tramite il “fondo salva-stati” ESM.

Questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog

L’arbitro bancario.

Aumentano i ricorsi presentati all’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) da parte di risparmiatori e clienti di banche ed intermediari finanziari, sempre più spesso assistiti da un legale: nei primi 4 m4si del 2015, nel 55% dei casi. Nel 2014, i ricorsi presentati sono stati 11.237, in aumento del 43% sul 2013, una crescita in parte legata a tematiche relative a cessioni del quinto delle stipendio e pensioni, seguite da carte di credito e debito, bancomat, prestiti: usura, interessi di mora, commissioni (come nel caso di istruttoria veloce); diversi casi relativi ad ipoteche, utlizzo fraudolento dei mezzi di pagamento. Il 52% dei ricorsi è contro banche (Barclays con 871 ricorsi, Unicredit 801, BNL 353), il 22% verso le Poste (che con 2.445 ricorsi “brilla” come primo soggetto cui sono stati rivolti rilievi), 23% verso intermediari finanziari ex art 107 e 106 TUB (Prestitalia 721 ricorsi, Fiditalia 260, Apulia Prontoprestito 199). Nella relazione annuale dell’ABF viene ricordato come l’assistenza legale sia legata sia a casi che diversamente non sarebbero stati portati all’attenzione dell’ABF, sia a casi complessi che ne hanno richiesto la presenza.

Parti deboli contro parti forti.

 

Pubblicato l’8.7.2015 su smartweek

La relazione annuale della BIS è più esplosiva di quanto il suo linguaggio felpato non trasmetta.

Un assaggio dalle prime pagine dell’85° Relazione annuale BIS

La relazione annuale della BIS è più esplosiva di quanto il suo linguaggio felpato non trasmetta. È senza dubbio impressionante sentire dalla banca delle banche, che di debito càmpano, parlare di abbandonare la speranza che il debito eccessivo crei benessere. Sconvolgente sentire dalla BSI che non ci sono scorciatoie: solo l’efficienza dei processi produttivi e della buona amministrazione possono rilanciare la crescita reale. Dirompente

1. The unthinkable risks becoming routine and being perceived as the new normal. The economic expansion is unbalanced, debt burdens and financial risks are still too high, productivity growth too low, and the room for manoeuvre in macroeconomic policy too limited. – Lo sbilanciamento nella crescita economica è perdurante e determinato da:

  1. eccesso di debito (cioè eccesso di credito e massa monetaria, ma indirizzato su destinazioni distorte e distorcenti)
  2. rischio finanziario (cioè che i crediti siano inesigibili e cioè si traducano in perdite invece che in investimenti a valore aggiunto)
  3. la produttività non sale a sufficienza (cioè l’economia reale stenta a creare maggiore valore)
  4. le politiche macroeconomiche (leggi: monetarie e di credito); i volumi mossi dalla finanza sono largamente al di sopra della soglia del ragionevole e della proporzione fra economia reale ed economia finanziaria
  5. Per gli Amministratori Pubblici e per il Sistema Finanziario è diventata norma normale ciò che era, ed è, impensabile per i Cittadini e le imprese:
    1. poco valore aggiunto (produttività) dai manufatti prodotti e venduti
    2. debito sproporzionato ed eccessivo rispetto al patrimonio
    3. denaro facile e abnorme utilizzo di rischiosi strumenti finanziari rispetto agli impegni imprenditoriali (o alla conduzione familiare)

2. One essential element of this rebalancing will be to rely less on demand management policies and more on structural ones, so as to abandon the debt-fuelled growth model that has acted as a political and social substitute for productivity-enhancing reforms. Le ricette sono:

  1. Abbandonare l’idea che stimolare la domanda generi valore
  2. Abbandonare il modello di crescita stimolato dal debito
  3. Abbandonare l’idea che il debito possa fare ciò che invece devono fare le riforme dei processi produttivi: efficienza

3. The dividend from lower oil prices provides an opportunity that should not be missed. La deflazione non è il male assoluto. Al contrario l’abbassamento dei prezzi nei prodotti a basso valore aggiunto unitario è un’occasione da non perdere.
4. Monetary policy has been overburdened for far too long. It must be part of the answer but cannot be the whole answer. Le manipolazioni monetarie sono uno strumento di concorrenza fra Stati e fra continenti; però quando sono abusate, producono problemi di lungo termine. Detto dalla BSI che con le manipolazioni monetarie fanno ricchi i soci, è impressionante.