Tutti i pericoli di una Corte interventista

I giudici costituzionali hanno un ruolo sempre più rilevante. E questo rende quasi impossibile per i governi attuare politiche di bilancio

La Corte Costituzionale Italiana, al pari delle consorelle tedesca e americana (basti pensare alle recenti sentenze su legittimità del Quantitative easing, Obamacare e matrimonio gay), sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nei pubblici affari.

I nostri giudici supremi, infatti, stanno continuando a influenzare profondamente la politica economica del paese. Dopo aver determinato l’incostituzionalità del blocco delle pensioni più alte e della Robin Tax, questa volta i togati del Palazzo della Consulta si sono esercitati su un tema che a chi non appartiene al sacerdozio dei giureconsulti apparirebbe fuori dalla loro portata: gli stipendi pubblici.

La questione è nota: dal 2010 i salari dei dipendenti pubblici sono bloccati per legge salvo che per progressioni di carriera. Tale provvedimento è stato reiterato fino a tutto il 2015 e contro di esso sono insorti i sindacati sostenendone l’illegittimità costituzionale. Se la Corte avesse dato loro ragione con effetti retroattivi, le casse dello Stato rischiavano, secondo l’Avvocatura Generale, un buco di ben 35 miliardi di euro, una catastrofe.

Cosa ha deciso allora il nostro Giudice delle leggi? Con uno scarno comunicato datato 24 giugno, ci ha informato che, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, è stata dichiarata «l’illegittimità costituzionale sopravvenuta del regime del blocco della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico». In altre parole, bisogna rinegoziare i contratti collettivi con le maestranze, ma l’assenza di effetti retroattivi evita il pagamento degli arretrati. Pare che la Corte (la sentenza non è stata ancora pubblicata) abbia tenuto in conto l’argomento avanzato dall’Avvocatura dello Stato secondo cui l’articolo 81 della Costituzione, imponendo il pareggio di bilancio, impedisse il pagamento dei 35 miliardi. Meno male, ma i dubbi non mancano.

Primo: da quando la contrattazione collettiva è materia costituzionale? La contrattazione e ancor di più il suo esito è affare delle parti coinvolte, non un obbligo sancito dalla suprema legge della Nazione. E non si dica che mentre i privati possono rimanere a becco asciutto, invece i dipendenti pubblici sono protetti dalla Costituzione: questa sì sarebbe una violazione del principio di uguaglianza, anche a voler dimenticare che tutt’oggi la media degli stipendi dei dipendenti pubblici è più alta di quella dei privati e dal 1995 al 2010 il tasso di aumento dei primi ha di gran lunga sopravanzato i secondi.

Secondo: nel passato il blocco fu ritenuto legittimo dalla Consulta. Leggendo il rinvio del giudice di Roma che solleva la questione di costituzionalità, si capisce però che in precedenza era per periodi più brevi. Ah sì? Quindi la Corte si arroga di decidere per quanti anni le esigenze di contenimento della spesa pubblica giustificano un provvedimento del governo? Questo è un potere da legislatore, non da giudice.

Terzo: la retroattività. Ormai la Corte fa un uso sempre più frequente del concetto di incostituzionalità sopravvenuta (utilizzato anche quando è stata dichiarata illegittima la Robin Tax) che invece dovrebbe essere impiegato molto raramente ed in casi eccezionalissimi. Ciò che è nullo nullum producit effectum, dicevano i giureconsulti romani. Inoltre, l’incostituzionalità “sopravvenuta” è utilizzata a singhiozzo: non per la pronuncia sulle pensioni, ad esempio. E anche se l’ex presidente della Consulta, Mirabelli, ha cercato di distinguere i tre casi, non c’è dubbio che dal punto di vista del legislatore l’incertezza continua su cosa è legittimo e cosa no e quali effetti la illegittimità possa avere sulle casse dello Stato, alla lunga rende difficilissima qualsiasi politica di bilancio.

Il legislatore ha ovviamente le sue colpe: le norme sono scritte in modo disdicevole, a volte sono retroattive, altre non coordinate con le quelle in vigore. Tuttavia è necessario pensare a un meccanismo di tecnica legislativa che restituisca certezza del diritto (a esempio, potrebbe servire un parere preventivo sulle leggi come quello che emana il Conseil Constitutionnel francese). Già gli investitori si lamentano per la lunghezza e l’incertezza dei procedimenti ordinari, figuriamoci cosa accadrebbe se nessuno potesse essere certo della sopravvivenza stessa delle leggi emanate dal nostro Parlamento.

Su l’Espresso

Anche in Italia c’è un fondo sovrano.

Forse poca cosa rispetto al fondo sovrano della Norvegia — che ha attività finanziarie di 860 miliardi di dollari ed un portafoglio di 500 miliardi di dollari investito in Europa ed è il più importante investitore del Vecchio Continente – il Fondo Strategico Italiano (FSI) è anch’esso un fondo sovrano, con un capitale sottoscritto di 4,5 miliardi di euro, per il 77,702% da CDP, il 2,298% da Fintecna (a sua volta, posseduta al 72,5% da CDP), al 20% da Banca d’Italia.

Ad oggi, gli investimenti in essere sono 1,4 miliardi di euro e la liquidità disponibile è 3,6 miliardi.

FSI (e suo tramite, la partecipata al 77,1% FSI Investimenti) investe, con quote di minoranza, in “imprese di rilevante interesse nazionale”, che si trovino in uno “stabile equilibrio economico, finanziario e patrimoniale”, e che abbiano “adeguate prospettive di redditività e significative prospettive di sviluppo”: insomma, i “campioni nazionali”.
I 14 settori ritenuti meritevoli di interesse, e quindi di investimento, sono quelli della difesa, della sicurezza, delle infrastrutture, dei trasporti, delle comunicazioni, dell’ energia, delle assicurazioni e dell’ intermediazione finanziaria, della ricerca e dell’ innovazione ad alto contenuto tecnologico, e dei pubblici servizi, turistico-alberghiero, dell’ agroalimentare e della distribuzione, della gestione dei beni culturali e artistici.

Banca d’Italia è divenuta azionista di FSI quando dovette cedere il 4,48% di Generali poiché divenuta organo di vigilanza sul settore assicurativo (assorbendo le precedenti competenze dell’ISVAP), partecipazione che è stata conferita in FSI al valore di 883,4 milioni di euro (partecipazione nel frattempo ridottasi al 2,569% al 31.12.2014).

FSI ha infine costituito FSI Investimenti, in cui sono oggi concentrate le partecipazioni, aprendone il capitale al fondo sovrano Kuwait Investment Authority (KIA) che oggi detiene il 22,9% di FSI Investimenti (FSII); ed inoltre ha costituito QI Made in Italy, al 50% con il fondo sovrano Qatar Holding, che è entrata in Inalca (gruppo Cremonini, attivo nel settore della macellazione della carne) con il 28,4%.

Gli interventi di FSI hanno seguito alcune linee-guida, che comprendono lo “stabilizzare l’azionariato per consentire la continuità azionaria dell’imprenditore fondatore e proseguire la crescita” come la “crescita organica tramite acquisizioni”, “dotare l’azienda di nuove risorse per finanziare il proprio piano di sviluppo”, “favorire la creazione di un polo del turismo italiano” (seppure perseguito tramite un investimento con un operatore non italiano, come il gruppo Rocco Forte Hotels).

Linee-guida che possiamo trovare realizzate con gli investimenti (talora fatti con aumenti di capitale e prestiti obbligazionari, quindi immettendo risorse fresche in azienda; talora con mere operazioni di acquisto di azioni detenute da terzi o dagli stessi imprenditori, quindi mere operazioni di “portage” o di “riassetto azionario”) nel 25,1% di Kedrion (plasma derivati) per 150 milioni di euro (aumento capitale e prestito); nel 46,2% di Metroweb (infrastrutture telefoniche e fibra ottica; peraltro il restante 53,8% è posseduto direttamente da CDP, risultando in un controllo totalitario) per 200 milioni (aumento capitale); nell’84,55% di Ansaldo Energia (energia), con una operazione di acquisto delle partecipazioni detenute da First Reserve (45%) e Finmeccanica (39,55%) per 657 milioni, in una (tipica) operazione di “riassetto azionario” a vantaggio dei soci venditori (con l’impegno di FSI-FSII a rilevare il rimanente 15% in mano a Finmeccanica valutato 147 milioni); nel 49,5% (in caso di conversione del POC in azioni) di Valvitalia (valvole per Oil&Gas) per 151,2 milioni (di cui 150,2 milioni come POC in azioni); nel 42,255% di Sia (sistemi elettronici per banche e finanziari) per 281 milioni ( di cui 77 milioni come prestito); nel 16,852% di Trevi (macchinari per l’esplorazione petrolifera), in parte come FSI ed in parte come FSII, per 100,6 milioni; nel 28,4% (tramite QI Made in Italy) di Inalca (macellazione e lavorazione di carne bovina) per 165 milioni (di cui 50 milioni con l’acquisto di azioni dall’azionista Cremonini); nel 23% (in parte come FSI ed in parte come FSII) di Rocco Forte Holding (settore turistico, società inglese) per 80 milioni.
A differenza dei fondi sovrani dei paesi produttori di petrolio (come Norvegia, Qatar, Kuwait, Oman) che hanno accumulato negli anni i rilevanti incassi derivanti dalla vendita di petrolio e quindi hanno un “tesoro” da investire come ulteriore “rendita finanziaria”, CDP (e quindi FSI) non ha una tale “ricchezza accumulata”, ma utilizza prevalentemente le risorse finanziarie derivanti dai depositi postali che non possono essere quindi considerate “tesoro” ma più correttamente “prestiti fatti dai depositanti”.
Motivo forse sufficiente per esaminare, e valutare, con particolare attenzione il “risk reward ratio” degli investimenti effettuati.

In Francia (con la BPI, Banca Pubblica di Investimento, dotata di un capitale iniziale di 40 miliardi, che investe nei 9 settori definiti strategici: energia, reti, telecomunicazioni, finanza, difesa, tecnologia, trasporti, gestione dell’acqua e sanità) ed in Germania (con la KFW, nata nel 1948, ed oggi dotata di un patrimonio di 500 miliardi) i rispettivi governi investono nei rispettivi “campioni nazionali” in settori definiti strategici, cosicché le imprese francesi e tedesche hanno una “spalla” finanziaria pubblica al loro fianco per crescere, investire, produrre reddito ed occupazione.

Ma quali sono i pro ed i contro di un fondo strategico e sovrano come FSI?

I pro

Similmente a quanto fatto in Francia e Germania, un fondo strategico è utile per sostenere imprese nazionali con buone, preferibilmente forti, competenze industriali, con adeguati progetti di investimento sia nazionali che internazionali, così da essere e migliorare la propria posizione competitiva.
Un “sostegno” di tale natura va inquadrato in settori e mercati ove la competizione, e quindi il libero mercato, è tale da richiedere piani di sviluppo di crescita e miglioramento continuo.
E’ essenziale che il “braccio pubblico” (come nel caso di CDP/FSI e dei tedesco KFW e francese BPI) abbia ben definito quali sono i settori “strategici”, quali i “campioni”, come intervenire a loro sostegno.

I contro

Interventi “strategici” possono coprire soluzioni “di sistema” a protezione di particolari situazioni non diversamente ed utilmente affrontabili con strumenti di mercato; questi sembrano i casi di Ansaldo Energia, Generali, che appaiono come operazioni “dettate dalla ragion politica” e non da quella industriale. In un caso (Rocco Forte) le ragioni “strategiche” dell’investimento sembrano assai deboli.
La “scelta” di quali “campioni” sostenere è probabilmente opinabile, dal punto di vista dei “non prescelti”: ragione per la quale una adeguata “due diligence” su potenzialità, redditività presente ed attesa, scenari industriali e tecnologici futuri è di assoluta priorità ed importanza, come la “scelta” di quali sono i settori su cui investire; e 14 ci sembrano tanti.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio di AdviseOnlyBlog

 

Paperone l’asiatico.

La ricchezza stimata dei paperoni è di 164.000 miliardi US$, in crescita del 12% sul 2013; crescita dovuta per il 73% ai risultati conseguiti sulle attività esistenti e per il 27% a nuovi afflussi di ricchezza. Read more

EuroGrecia, debito pubblico, manipolazioni monetarie e democrazia

Come molti prevedevano, Tzipras in primis, la negoziazione EU-Grecia continua indefinitivamente e porterà a dilazioni di pagamento ben oltre i limiti del razionale economico.

Lo spazio per una convergenza è angusto, quasi obbligato. I soldi dei cittadini europei sono sostanzialmente persi. Per gli Amministratori Pubblici EU si tratta ora di salvare la faccia con i propri cittadini.

Gli AP europei sono sotto pressione (forse) per la necessità di dimostrare ai cittadini europei che:

  • l’investimento sulla Grecia in EU non è stato sbagliato,
  • credono veramente che il debito pubblico vada restituito (sarebbe una novità)
  • intendono neutralizzare il ricatto umanitario agendo sui fattori dell’economia invece di brandeggiare la  brutale sospensione del sussidio allo stile di vita greco. La sproporzione rispetto al valore aggiunto del lavoro greco (economia reale) non giustifica le pene che deriverebbero dalla brutalità. Tzipras peraltro gioca tutto su questa irrealistica e machista brutalità, specialmente germanica.

Gli AP greci al contrario hanno una incivile, ma favorevole, posizione nella negoziazione. Simile a quella del racket dei semafori che fa lacrimosamente chiedere aiuto ai poveracci che forse ha provveduto a storpiare per lo scopo.

I sintomi sono preoccupanti e dimostrano che la Grecia non è un caso particolare dovuto solamente alle pessime caratteristiche civili e sociali dei greci e dei loro Amministratori Pubblici. I sintomi riguardano l’Europa:

  1. Il debito greco dovrebbe essere pagato, a condizioni correnti, in tempi talmente lunghi che in sostanza non si paga, ma si rinnova; con un certo piacere del sistema finanziario il cui core-business è il credito/debito. Il fenomeno greco non è affatto solitario in Europa. Solo una grande svalutazione di massa potrà ricondurre il debito entro limiti gestibili. Purtroppo l’esito sarebbe a vantaggio prevalente degli ultra-indebitati e a deja vu che fanno paura. L’inflazione è molto dannosa, ma non tanto quanto lo psico-machismo che allora l’ha prodotta.
  2. Per poter pagare il debito pubblico i cittadini greci dovrebbero produrre beni e servizi in volume sufficiente da fornire una base fiscale imponibile adeguata a sostenere la spesa pubblica e il peso finanziario del debito (restituzione del capitale e costi). Il PIL greco generato dall’economia reale è risibile rispetto al PIL generato dalla sproporzionata spesa pubblica che, come è noto, è solo un giroconto dalle tasche di uno alle tasche di un altro; cioè non produce alcun valore aggiunto. In sintesi la proporzione fra spesa dell’Amministrazione Pubblica, impegni finanziari ed economia reale è una piramide rovesciata che mai, in queste condizioni, consentirà ai greci di pagare alcunchè ai propri creditori. Al contrario il rischio è che la piramide rovesciata greca trascini tutta l’Europa in un buco nero finanziario crescente e irrecuperabile.
  3. Gli Amministratori Pubblici Europei si sono guardati bene dal soppesare il “rischio controparte” (il debitore è nelle condizioni di pagare?). Il sospetto è che le decisioni (di sussidiare oltremisura la Grecia) siano state prese dagli AP EU sulla base di accordi commerciali (one-to-one), utili ad alcuni Stati e non ad altri; fermo restando che i soldi prestati senza garanzie sono di tutti i cittadini EU. Il sistema motivazionale spinge gli AP, europei e locali, a prendersi un vantaggio immediato e scaricare i rischi sugli AP delle future tornate elettorali. E anche alle future generazione come oramai frequentemente accade nel presente, per le decisioni passate.
  4. Non pago il debito perchè affamerei i miei cittadini, purtroppo è una verità; di breve termine, ma una verità. L’attuale situazione di ricatto è il risultato della ben nota logica motivata dall’acquisto del consenso elettorale con i soldi dei cittadini. I greci non producono PIL da economia reale, ma pare che gli “educated” AP Europei non se ne siano accorti. Guardando al risultato immediato entro i loro orticelli, hanno finto di non vedere che sarebbero stati obbligati a continuare a pagare il ricattatore. O forse, hanno visto e non si sono proccupati (tanto pagano i cittadini).
  5. Lo schema greco si colloca in un contesto EU, e forse mondiale, di un perverso sistema motivazionale degli AP (crisi della democrazia):
    1. Il taglio della spesa pubblica produce un immediato taglio del PIL cioè dei redditi dei cittadini e, in via indiretta, delle imprese. Perché mai gli AP in carica dovrebbero suicidarsi politicamente tagliando la spesa pubblica corrente?
    2. Il taglio della spesa pubblica corrente aumenta lo spazio per gli investimenti. Questi, se bene organizzati e controllati, producono PIL da economia reale, ma solo dopo anni. Il che è un vantaggio solo per gli AP delle future tornate elettorali. Perché gli AP correnti dovrebbero sacrificarsi per il successo degli AP futuri?

Bastiat diceva che lo Stato è quella finzione secondo la quale tutti cercano di campare a spese degli altri. Purtroppo il sistema motivazionale degli AP, e sfortunatamente anche di molti cittadini, riflette proprio questa logica.

  1. Le dichiarate ragioni economico-politiche fondanti l’EU stanno nel principio: unire le forze in modo che
    1. gli Stati meno performanti migliorino più velocemente della media (diminuzione delle disparità)
    2. la prosperità complessiva aumenti.

La dura realtà è che l’EU si sta muovendo in direzione opposta.

Ad esempio negli ultimi anni il debito pubblico EU è esploso in piena contraddizione rispetto all’obiettivo di ridurre, o contenere, il debito pubblico di ciascuno Stato entro il 60% del PIL. È naturale che gli AP di ciascuno Stato trovino difficile ridurre il debito, anche solo diminuirne il tasso di crescita. Mentre è coerente, con le motivazioni politiche, aumentare la spesa pubblica verso una minore disparità fra Stati, peccato che il baricentro  punti non al 60% ma al massimo debito (fra il 100% e il 135%).

Gli AP hanno buon gioco politico nel giustificare l’aumento del debito pubblico con la crisi finanziaria perdurante. I fatti tuttavia smentiscono il ritornello politico che non regge. I fatti dicono che il debito pubblico è cresciuto, in percentuale e in volume, aumentando le già notevoli disparità iniziali fra i grandi Stati e i piccoli Stati. I grandi e i forti si sono guardati bene dal “tirare su” gli Stati deboli.

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Richiamiamo l’attenzione sull’inclinazione della crescita del debito e sulla scala dimensionale dei due grafici/gruppi. L’Irlanda è un’eccezione da approfondire.

Pare ovvio che una crescente distanza fra piccoli e grandi, forti e deboli, nord e sud, aumenti il rischio “crepa nella diga”.

È necessario e urgente che l’Europa chiarisca gli intenti concreti dei suoi singoli membri, che progetti un’Amministrazione unitaria che realmente aumenti la prosperità delle singole parti e di tutti (fare ricchi sé stessi e gli altri). Diversamente la corsa al debito pubblico, alle manipolazioni monetarie (svalutazioni sproporzionate), sbriciolerà quel poco e traballante messo in piedi di una possibile Europa.

Naturalmente salvare l’Europa ha senso solo se anche i cittadini credono che l’economia reale debba avere dimensione prevalente e proporzionata sull’economia di Stato (Amministrazione Pubblica) e sugli impegni finanziari (restituzione del debito). Per ora tutto indica il contrario: quasi tutti i grandi Stati Europei sembrano una grande Grecia destinata a campare “alla Bastiat” invece che sulla creazione di valore reale e diffuso.

A window of opportunity for Europe.

Segnaliamo l’articolo apparso su McKinsey Global Institute, con il link qui accluso:

 

http://www.mckinsey.com/insights/europe/A_window_of_opportunity_for_Europe?cid=mckgrowth-eml-alt-mgi-mck-oth-1506

 

Più che derivati, angeli e demoni.

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato nella rubrica #IlGraffio su AdviseOnlyBlog in data 10 giugno 2015

I “derivati”, definiti anni orsono “armi di distruzione di massa” dall’Oracolo di Omaha Warren Buffett, sono costantemente cresciuti negli anni, sull’onda di “de-regulation”, aumento delle tecniche di utilizzo, “investment appetite” di banche ed investitori. Read more

Angeli o Demoni: ma all’Italia servono davvero i derivati?

I derivati, definiti anni orsono armi di distruzione di massa dall’Oracolo di Omaha Warren Buffett, sono costantemente cresciuti negli anni, sull’onda di deregulation, aumento delle tecniche di utilizzo, appetito di banche ed investitori. In Italia, i derivati sono finiti nell’occhio del ciclone perché sono stati sottoscritti anche dal Ministero del Tesoro, portando a un aggravio del debito pubblico di 16,95 miliardi di euro nel periodo 2011-2014. Ma che cosa sono i derivati? Come sono utilizzati? Quanto valgono?

Che cosa sono i derivati

I derivati sono contratti e strumenti il cui prezzo è basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse); il loro utilizzo principale dovrebbe quindi essere la copertura di un rischio finanziario (hedging), l’arbitraggio (acquisto di un prodotto in un mercato e sua vendita in un altro mercato), la speculazione.
La loro negoziazione avviene principalmente OTC (acronimo di Over The Counter), ossia fuori dai mercati negoziati, dove le regole sono più lasche ed elastiche, e in via crescente sui mercati negoziati, in seguito a modifiche regolamentari (Basilea III, regolamento EMIR volto a ridurre il rischio sistemico e aumentare la trasparenza del mercato) che impongono alle banche requisiti di capitale inferiore rispetto agli OTC. Tradizionalmente, dove le regole sono elastiche, l’intraprendenza e la fantasia nel creare nuovi contratti sono maggiori.
La parte del leone del mercato dei derivati è rappresentato dai contratti sui tassi di interesse, con $505 trilioni (circa l’80% del mercato OTC); gli swap contano per $381 trillioni; i derivati sui cambi valgono $76 trilioni, il livello più alto da molti anni. Ancora: i famosi CDS (che coprono il rischio default di un debitore, sia esso un’impresa o uno stato sovrano) sono pari a $16 trilioni; i derivati su equity, quasi-equity e commodities hanno un valore complessivo di $8 trilioni.

I derivati in giro per il mondo

A livello mondiale, il controvalore dei contratti derivati è pari a oltre 10 volte il PIL mondiale: un numero che fa riflettere sia sulla finanziarizzazione dell’economia, sia sull’importanza di un’adeguata conoscenza, e si spera anche supervisione, su di essi.
A fine 2014, la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) ha indicato in $630 trilioni il loro controvalore (notional principal) ed in $21 trilioni (21.000 miliardi) il gross market value. Quest’ultimo rappresenta la perdita massima che i partecipanti al mercato sopporterebbero in caso di inadempimento della controparte, e quindi il valore del costo di rimpiazzo, al valore di mercato, dei contratti non onorati. Si tratta in termini relativi di un 3,3% del principal, ma che assume un valore assoluto importante, se confrontato con la capitalizzazione del sistema bancario: le prime 5 banche USA (JP Morgan, Goldman Sachs, Citibank, Morgan Stanley, Bank of America) insieme capitalizzano 758 miliardi. Il gross market value è generalmente ridotto tramite accordi di netting e collateral, portando la effettiva esposizione, nel migliore dei casi, a una gross credit exposure assai inferiore, calcolata dalla BRI a $3,4 trilioni a fine 2014.
Non possiamo che aderire alla regoletta aurea adottata dal sistema, che confida che tutti gli operatori che usano derivati per coprire i vari rischi finanziari siano solvibili e corretti. Anche se nel 2008, il crollo di Lehman Brothers, AIG e Bear Stearns mise in luce la modesta comprensione del fenomeno e dei suoi effetti: fallimento e bancarotta.

I derivati made in Italy

Banca d’Italia ha rilevato il valore dei derivati OTC in bilancio dei 6 maggiori gruppi bancari in 6.890 miliardi di euro a fine 2014, senza ulteriori informazioni sull’intero sistema bancario, su gross market value e gross credit exposure. In via approssimativa, utilizzando le stesse percentuali rilevate dalla BRI, per i 6 gruppi bancari principali si avrebbe un gross market value di 227 miliardi di euro, a fronte di una capitalizzazione complessiva di 107,6 miliardi. Tutti questi soldi sono spesi bene?

I derivati servono davvero?

In questo campo, “Angeli e demoni” si fronteggiano. I favorevoli vedono i vantaggi portati da strumenti considerati sempre più essenziali per accedere ad investimenti resi più certi e prevedibili, come nel caso dei clienti dei mutui a tasso fisso e variabile, grazie ai derivati sugli interessi. I contrari puntano il dito contro i margini lucrati da banche e intermediari su strumenti poco trasparenti e con costi spesso occulti.
Probabilmente i derivati servono, ma in misura più contenuta di quanto fatto sinora. In una situazione di tassi di interesse storicamente bassi e su un lasso di tempo ormai significativo, i derivati sui tassi sembrano più un lusso che una vera necessità per le banche, che su di essi contano per chiudere bene i bilanci.
I derivati sui cambi se da un lato assecondano l’andamento delle valute, spesso lo possono accelerare e dirigere.
I CDS sono un buon indicatore della rischiosità di un debitore, e ne fanno pagare il costo all’investitore nei titoli del debitore.

Come sempre, sta ad una merce rara (l’antico buonsenso), trovare il loro giusto equilibrio.

Su AdviseOnlyBlog

I Segreti della COVIP

L’ente di controllo COVIP ha effettuato il “monitoraggio” sugli investimenti delle casse previdenziali dei professionisti, per il terzo anno, ma i risultati non sono disponibili, come non lo sono stati per il passato, per i professionisti: 20 casse di previdenza che gestiscono patrimoni vicini ai 60 miliardi per 1.400.000 professionisti. Dal 2012 i rapporti (con analisi, confronti, dettagli rilevanti) della COVIP non sono resi pubblici dalle singole casse previdenziali e dal ministero competente (MinLavoro); non è chiaro quali ragioni impediscano la diffusione di dati essenziali per comprendere come sono gestiti “soldi” dei singoli contribuenti e risparmiatori che serviranno alla loro pensione futura.

Corrado Griffa, pubblicato su “Una tazzina di caffè…” su www.smartweek.it giovedì 4 giugno 2015

I piccoli azionisti e la beffa dell’aumento di capitale di Mps

Quando il corso delle azioni e i risultati di un’azienda non vanno bene, il patrimonio soffre, le società si trovano a dover raccogliere nuovo capitale presso nuovi azionisti, e troppo spesso lo fanno con risultati diluitivi. Lo ha fatto ad esempio Mps, che oggi, lunedì 25 maggio, avvia un aumento di capitale da 3 miliardi di euro, a fronte di una capitalizzazione di 2,5 miliardi.

Che cosa è la diluizione di capitale? Come funziona? Quali conseguenze per i piccoli azionisti?

Come funziona la diluizione di capitale
La raccolta di capitale avviene con l’emissione di nuove azioni, mantenendo un elevato rapporto fra il numero delle azioni da emettere ed il numero delle azioni in circolazione, allo scopo di massimizzare il valore dello sconto per i sottoscrittori rispetto al valore delle azioni in circolazione. Con questo trucco (nel vero senso della parola), si rende attraente ciò che non lo è (la società e le sue azioni), consentendo operazioni che diversamente non sarebbero interessanti per gli investitori. Coloro che hanno già investito nella società, si trovano così, volenti o nolenti, costretti a partecipare all’aumento di capitale. Si tratta quindi di operazioni legittime, ma discutibili.
In questi anni Consob ha ripetutamente annunciato, ma non ancora deliberato, interventi/azioni/raccomandazioni per impedire, od almeno limitare, la prassi di aumenti iper-diluitivi. Un controllore che controlla poco, troppo poco?
Dal 2009 in poi, operazioni diluitive, od iper-diluitive, sono state oltre 25, da Seat PG a Banca Italease, Pirelli RE, Tiscali, sino a MPS nel 2014 ed ora nuovamente nella primavera 2015. Quest’ultima è particolarmente emblematica e val la pena approfondirla.

L’aumento di capitale di Mps e le sue conseguenze per i piccoli risparmiatori
In un’operazione diluitiva, sono emesse nuove azioni per un ammontare rilevante, spesso superiore al controvalore della quotazione attuale. Nel caso di MPS, il prezzo di emissione dell’attuale aumento di capitale è largamente inferiore a quello attuale. Nel 2014 MPS emise 5 miliardi a uno sconto del 35,5% (calcolato sul TERP, il prezzo teorico dell’azione dopo lo stacco del diritto di opzione). Quello annunciato ora è un aumento per 3 miliardi con uno sconto del 38,9% sul TERP, a valle di un raggruppamento che significa che saranno convertite/raggruppate in 1 azione ben 20 azioni possedute, con l’offerta di 10 nuove azioni ogni azione posseduta (quotazione al momento dell’annuncio: 9,38 euro/azione).
I piccoli azionisti, già falcidiati dagli anni orribili della Grande Recessione e dalle conseguenze dell’aumento di capitale iper-diluitivo del 2014 (bruciato in meno di un anno, con tanti complimenti al management) hanno davanti tre alternative, nessuna delle quali è particolarmente allettante:
1. se non aderiranno all’aumento di capitale, vedranno ancora diminuire il valore delle azioni possedute;
2. se parteciperanno all’aumento, dovranno metter mano al portafoglio;
3. potrebbero infine vendere i diritti di opzione rappresentativi di un numero di azioni inferiore a quello delle nuove azioni in emissione, a prezzi probabilmente “super-scontati” se non “ridicoli”.

Emissioni iper-diluitive sono funzionali al cambio di governance, o almeno a un suo assestamento coerente con gli obiettivi del management o di un gruppo di azionisti, talora non ancora di controllo ma che puntano a diventarlo e che investono a sconto rispetto alle quotazioni attuali. Il tutto a detrimento dei piccoli azionisti e degli azionisti che non hanno le risorse, o le intenzioni, di aderire alla nuova chiamata alle azioni.

Un particolare non secondario: queste emissioni sono assistite da consorzi di garanzia organizzati da banche, che assicurano il buon esito dell’operazione, troppo spesso senza far sapere in anticipo chi sarà il soggetto finale che sottoscriverà le azioni. Non ci resta che confidare che le azioni non finiscano nei portafogli di fondi di investimento gestiti da SGR vicine alle banche collocatrici, nel più classico e ripetuto conflitto di interessi. Quello vero, che tocca le tasche degli (ignari?) investitori

Pubblicatosu su AdviseOnlyBlog il 25 maggio 2015

Sconti fiscali per i fondi pensione

Dal Blog di Sodo Caustico del 16 Maggio 2015. Per la fonte clicca qui

 

Emanato il decreto MEF che prevede uno sconto fiscale per i fondi pensione e le Casse previdenziali che investano in progetti a medio-lungo termine nell’economia reale; attuando la misura prevista nella legge di Stabilità 2015, il beneficio fiscale si concreta nella riduzione dell’aliquota pagata sul rendimento annuo delle gestione dei fondi pensione (dal 20% all’11%) e delle Casse (dal 26% al 20%), attraverso il meccanismo del versamento ad aliquota “piena” e la successiva richiesta di rimborso attraverso il credito di imposta, attingendo ad un “fondo plafond” di 80 milioni di euro annui (con ulteriori tecnicismi in caso di eccedenza delle richieste di rimborso).

Per almeno 5 anni fondi e Casse dovranno detenere azioni, obbligazioni, OICR che investono in “infrastrutture turistiche, culturali, ambientali, idriche, stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali, sanitarie, immobiliari pubbliche non residenziali, delle telecomunicazioni, comprese quelle digitali, e della produzione e trasporto di energia”.

Gli ultimi dati disponibili indicano un patrimonio detenuto dalle forme di previdenza complementare di 63.960 milioni di euro, oggi per il 4,6% investito in azioni, per il 18,8% in titoli di stato, per il 33,4% in OICR.

Sodo Caustico