La “giungla” delle 11 mila partecipate pubbliche nel rapporto Istat

Di Francesco Bruno

Rapporto ISTAT sulle partecipate

“10.964 unità”, è questa la cifra indicata nel report pubblicato dall’Istat lunedì 16 novembre sulle società che presentavano una forma di partecipazione pubblica in Italia nel 2013. Per fare un semplice e banale paragone con i partner dell’Eurozona, la Francia (che in quanto a intervento dello Stato nell’economia sa il fatto suo) ne conta circa un migliaio.

Il secondo dato che attira subito dopo l’attenzione nella lettura del report, è che le società attive sono state 7.767, quindi vi erano 3.197 imprese con partecipazione pubbliche inattive, che impiegavano il 2,7% degli addetti totali (tra queste anche un migliaio di imprese fuori dal Registro Asia Imprese da cui il report ha estratto i dati). Inevitabile chiedersi immediatamente perché si debba mantenere partecipazioni pubbliche in imprese inattive e sarebbe molto interessante scoprire se nel corso degli ultimi due anni siano avvenute le doverose dismissioni dalle stesse.

Terzo dato, nelle unità con partecipazioni pubbliche operavano quasi un milione di persone(927.559), un milione di tessere elettorali per quanto interessa alla politica. Agevole capire il perché è così arduo razionalizzare tali partecipazioni in maniera efficiente.

Ma il report dice anche altro.

Utili e perdite

Con riguardo alle società sottoposte a controllo pubblico, il bilancio di esercizio è stato in utile per i due terzi, mentre il 23% ha fatto registrare una perdita. Le migliori performance di bilancio si segnalano nei settori di fornitura dell’acqua, nella gestione dei rifiuti e nell’erogazione di gas ed energia elettrica, mentre le maggiori perdite si rilevano nel settore dei traporti.

Nel 2013, le società controllate hanno prodotto utili per circa due miliardi di euro e perdite maggiori al miliardo. Il saldo complessivo è quindi positivo. Ma restano diverse ombre dietro i dati.

Innanzitutto, le perdite sono molto pesanti. Un miliardo di euro che finisce inevitabilmente a gravare sulla fiscalità generale, perché gli enti pubblici sono costretti a destinare risorse al risanamento dei bilanci. Si badi bene che si tratta di società che nella quasi totalità dei casi opera in regime di monopolio e con l’apporto di erogazioni pubbliche. Sentendo parlare spessissimo di “fallimenti del mercato”, vien da chiedersi perché nel mercato privato le imprese in perdita finiscono inevitabilmente per fallire, mentre lo stesso destino non tocchi alle società controllate da enti pubblici. “Per garantire i servizi pubblici essenziali” si potrebbe facilmente obiettare. Ma una società che non è in grado di evitare perdite di esercizio nonostante erogazioni di fondi pubblici e regimi di monopolio, sarà in grado di offrire un buon servizio ai cittadini? Difficile da credere.

Secondariamente, anche sul versante delle società in utile non si può ritenere che sia tutto oro qualcosa che luccica. In primis è doveroso far notare nuovamente che si tratta di società che ricevono erogazioni pubbliche, che operano in regime quasi esclusivo di monopolio e in settore altamente remunerativi, come quelli della fornitura di energia e gas. Se fossero in perdita anche tali società…..

Inoltre, quando si valuta il costo delle partecipate per i cittadini, non si può non tener conto anche delle tariffe applicate da queste aziende che vediamo nelle nostre bollette. Sarebbe minore questo costo in caso di apertura al mercato e alla concorrenza? Difficile dare risposte secche, ma sicuramente se la liberalizzazione e la dismissione delle quote pubbliche venisse eseguita correttamente, è probabile che gli utenti ci guadagnerebbero.

L’opinione della Corte dei Conti

Nella relazione depositata il 22 luglio 2015 dalla Corte dei Conti – Sezione delle Autonomie inerente “Gli Organismi partecipati degli enti territoriali”, sono molte le summenzionate ombre evidenziate dalla magistratura contabile.

Per brevità, le più rilevanti:

  1. Nei bilanci 2013 delle società a totale controllo pubblico, la Corte individua importanti squilibri tra le Regioni in merito a utili (di seguito “U”) e perdite (di seguito “P). In particolare il riferimento è a Lazio (U 4,4, mln – P 31,9 mln), Umbria (U 6,4 mln – P 32,7 mln), Molise (U 292 mila – P 2,9 mln), Campania (U 4,6 mln – P 24,3 mln), Calabria (U 798 mila – P 7,4 mln).
  2. In Calabria, Basilicata, Campania e Sicilia il costo del lavoro incide pesantemente sul costo della produzione, anche in modo superiore al 50%. Il dato è probabilmente dovuto al fenomeno delle assunzioni inutilidecise dalla mala-politica che controlla dette società.
  3. La Corte evidenzia che nelle società a totale partecipazione pubblica il fattore tecnologico è meno prevalente di quello umano. Anche qui la produttività fa spazio a esigenze occupazionali e di consenso politico.
  4. Dalle analisi si ricavano perfino molti casi di eccedenze delle erogazioni pubbliche rispetto al valore della produzione. Inoltre l’ente pubblico affidatario spesso riconosce alla partecipata altri finanziamenti ordinari e straordinari, nonché contributi per ripianare le perdite. In tali situazioni il peso della partecipazione è eccessivamente gravoso per le finanze dell’ente pubblico.

Da questi dati emergono alcune criticità importanti inerenti le società a totale controllo pubblico, nelle quali è la politica a prendere tutte le decisioni. Ma anche le società dove il controllo pubblico non è totale o è minoritario destano forti preoccupazioni di sostenibilità finanziaria. I risultati possono indignarci, ma non devono sorprenderci. Il politico razionale pensa alla sua rielezione ed ha quindi un incentivo ad allargare il suo consenso, a danno delle casse pubbliche ovviamente.

Cosa si può fare

Tanto, tantissimo. Non servono genialate, Carlo Cottarelli – come tanti altri – ha già suggerito cosa si dovrebbe fare nelle sue memorie pre-licenziamento senza giusta causa.

Cosa si può fare concretamente? Assolutamente nulla se manca la volontà politica. Il Rottamatore avrebbe dovuto ridurle a mille, ma Palazzo Chigi favorisce l’oblio.

Affinché la riduzione delle partecipazioni pubbliche in società private avvenga, è necessario che questo risulti conveniente per la politica. Evidentemente al momento questo non avviene perché le misure di efficientamento della spesa pubblica non godono di un favore popolare che sia superiore o almeno pari al malumore generato dai tagli (ricordare il milione di addetti).

Probabilmente è errato anche il messaggio comunicativo trasmesso. I tagli indiscriminati generano tensioni e paure per un’eventuale diminuzione nel livello di alcuni servizi fondamentali che svolgono le partecipate. Si dovrebbe far capire che mentre esistono dei casi dove tali aziende vanno chiuse o dove è necessario che l’ente pubblico controllante ceda il controllo o il non controllante dismetta le sue quote, ve ne sono tanti altri dove non si deve necessariamente decurtare le erogazioni pubbliche: i soldi possono rimanere gli stessi, ma si può spenderli meglio.

Inoltre, a mo’ di esempio, se si fa capire che queste società hanno bisogno di investire in tecnologie innovative piuttosto che assumere scriteriatamente, forse sarà più facile incontrare il favore popolare.

Il messaggio potrebbe altresì far leva sui benevoli effetti della concorrenza per gli utenti, derivante da un’aperura al libero mercato della gestione di servizi notoriamente affidati ad aziende pubbliche: se si fa capire che la liberalizzazione degli affidamenti dei servizi può comportare unariduzione cospicua delle tariffe, il cittadino potrebbe essere maggiormente favorevole al cambiamento.

Ovviamente non è facile convincere il contribuente, il quale resta preoccupato, perché l’esperienza gli insegna che spesso in Italia specialmente la privatizzazione di aziende pubbliche o a controllo pubblico è coincisa con il passaggio da un monopolio pubblico a uno privato. La sfida diventa quindi quella della totale trasparenza delle gare e di una migliore regolamentazione sul conflitto d’interessi.

Trovare l’incentivo giusto che convinca la politica a farsi spazio nella giungla delle partecipate, tagliare molti rami e potandone altri, è una sfida senz’altro difficile, ma non impossibile, perché in fondo sarebbe sufficiente rendere l’intervento popolare e il politico razionale reagirebbe di conseguenza.

Se questo non avverrà, continueremo invece a narrare di perdite che aumentano, di numeri esorbitanti e ci consoleremo alla sera ascoltando i Guns N’Roses (https://www.youtube.com/watch?v=o1tj2zJ2Wvg).

Su Leoni Blog

Scavare buche e poi riempirle: l’uovo di Colombo della crescita economica

UNO dei mantra più ripetuti dai politici di ogni colore e da molti commentatori è che condizione indispensabile per una maggiore crescita economica è far ripartire gli investimenti pubblici. E, per rafforzare il concetto, si sottolinea che l’Italia è terzultima in Europa, seguita solo da Grecia e Portogallo, come percentuale di spesa pubblica dedicata agli investimenti rispetto al Pil. Il piano Juncker è stato presentato come una occasione di sviluppo e non passa giorno in cui i ministri non annuncino deroghe intelligenti al Patto di Stabilità per permettere ai Comuni di spendere in infrastrutture, nuovi stanziamenti per metropolitane, strade, ferrovie, tram, fibre ottiche e ogni opera che renda più efficiente il Paese in attesa della possibile apoteosi dell’investimento infrastrutturale, vale a dire le Olimpiadi di Roma del 2024.

Ma è proprio vero, per utilizzare il paradosso keynesiano, che mettere uomini a scavare buche e poi riempirle genera reddito? Partiamo da due recenti episodi. Il primo è l’audizione del ministro Delrio del 20 aprile sull’autostrada Pedemontana, progetto vecchio di lustri che avrebbe dovuto decongestionare il traffico nell’Alta Lombardia nell’affollata area tra Milano, Como e Varese. Ebbene, la parte finora realizzata di strada non attira traffico sufficiente, il 30% in meno rispetto al budget, nonostante sconti ed esenzioni distribuiti a pioggia agli automobilisti poco inclini a pagare il pedaggio. Lo Stato ha già stanziato per l’opera 1,245 miliardi con contributi a fondo perduto ed è previsto un ulteriore sconto fiscale di quasi 400 milioni. Nonostante in teoria i 4,2 miliardi previsti per il completamento dell’autostrada (schizzati a 5,87 se si comprendono gli oneri finanziari) dovrebbero essere in gran parte messi a disposizione da privati, finora la parte del leone l’hanno avuta i contribuenti, avendo lo Stato versato ben 900 milioni. Né sorte migliore sembra arridere alla Brebemi, che collega Milano a Brescia ed è in cronica perdita di esercizio. Minacciando sfracelli, i soci privati della società concessionaria sono riusciti ad ottenere nel 2015 ben 320 milioni da Stato e Regioni e l’allungamento della concessione per sei anni con la garanzia che alla fine lo Stato rileverà la tratta per 1,25 miliardi.

Questi investimenti hanno creato o distrutto valore? Uno studio del 2014 di tre economisti, Maffii, Parolin e Ponti, esaminando una lista di progetti costosi ed inefficienti, ha concluso che le “grandi opere”, presentate dai governi come fiore all’occhiello dell’investimento pubblico, sono caratterizzate da alcuni elementi poco lusinghieri. Primo: sistematica assenza di valutazioni negative nelle analisi costi-benefici rese note al pubblico; secondo, scarsità di tali analisi; terzo, assoluta mancanza di terzietà delle stesse, che perdono così di credibilità in quanto eseguite da «portatori di interessi favorevoli della fattibilità dell’opera analizzata»; quarto, assenza di analisi comparative. Le conseguenze sono ovvie: scorretta definizione del progetto da attuare e delle soluzioni proposte, carenza di alternative, previsioni di domanda sovrastimate.

Un bell’esempio di come una semplice analisi comparativa potrebbe fare miracoli è fornito dalla linea Alta Velocità Milano-Venezia. Nel 2005 il costo stimato per l’opera era di 8,6 miliardi. Nel 2014 era schizzato a 13,368 miliardi, quasi 5 in più! Notevoli i 1202 milioni per il collegamento con l’aeroporto di Montichiari vicino Brescia: zero voli passeggeri e solo un paio al giorno per la posta (vogliamo dimenticarci gli inutili, deserti aeroporti in perdita di cui è disseminata l’Italia, da Siena a Pescara?). Le tratte padane orientali hanno un costo superiore a quelle occidentali, Torino-Milano e a quelle appenniniche Firenze-Bologna. Se poi facciamo la comparazione di costo per chilometro con Francia e Spagna, i binari italiani vengono pagati multipli rispetto a quelli franco-iberici.

Esempi eclatanti che vanno inquadrati in un contesto più ampio? Meglio di no. Sia lo studio del Fondo Monetario Internazionale del 2015 che quello della Banca Mondiale del 2014 mettono in luce la scarsa efficienza dei nostri investimenti pubblici a causa di aggiramento delle leggi, decisioni prese per motivi elettorali, corruzione, ritardi, innalzamento dei costi e bassa qualità di quanto realizzato. Solito pregiudizio anti- italiano? Chissà. Certo è che nell’Allegato sulle infrastrutture al recente Def 2106, annunciando nuovi criteri di valutazione e velocizzazione delle opere pubbliche, il governo ha sottolineato carenza nella progettazione che porta a realizzazioni di bassa qualità; polverizzazione delle risorse; incertezza dei finanziamenti, addebitabile, tra l’altro, alla necessità di reperire risorse a causa dell’aumento dei costi delle opere ed ai contenziosi in fase di aggiudicazione ed esecuzione dei lavori; rapporti conflittuali con i territori dovuti anche all’incertezza sull’utilità delle opere.

Insomma, quando sentiamo magnificare le buche keynesiane, non occorrerà essere filosofi liberisti per ricordarci che, quando si impugna il badile, di sicuramente pubblici ci sono i fondi sovvenzionati dai contribuenti, mentre i benefici sono spesso privatamente allocati tra politici, burocrati ed appaltatori.

adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Weidmann ha ragione, ma si comporta come chi ha torto.

Weidmann (Bundesbank) ha ragione, ma le sue parole sono dialettica pelosa.
In sostanza Weidmann dice che l’Europa soffre di un grave deficit esecutivo che origina da una carente capacità politica continentale. Secondo il suo discorso, ma non secondo il suo intimo pensiero, l’Europa è debole e incapace di produrre politiche continentali in contrasto di interesse con le riemergenti logiche nazionalisitiche.
Tutto il suo lungo ragionamento è incentrato su esempi di conflitto fra interessi nazionalistici, italiani in particolare, e interessi dell’Europa della quale lui sembra proporsi paladino.
Come mai allora non sceglie di concretamente seguire la strada che lui stesso predica? Perché non sceglie di spingere sulla costruzione di un’Europa politica ed esecutiva?

Non c’è che una risposta: Weidmann non è dal lato giusto della storia. E nemmeno la Merkel.

Eppure hanno ragione sull’Italia, sua altri paesi incapaci di portarsi alla pari degli altri, sulla debolezza dell’Europa che dovrebbe tenere a bada gli zombi-nazionalismi.

È necessario rifare la democrazia e rifare l’Europa, prima che sia troppo tardi.

Google, Vestager, Ricossa e le imperfezioni del pensiero perfettista

È di mercoledì scorso la notizia della contestazione da parte della Commissione Europea  nei confronti di Google per aver abusato della sua posizione dominante, imponendo a chi  utilizza le piattaforme Android l’installazione di alcune app (tra cui Google Chrome). Il Commissario alla concorrenza, Vestager, nella sua conferenza stampa ha affermato che è dovere delle istituzioni europee garantire la libera concorrenza per poter assicurare l’innovazione che genera a sua volta crescita economica.

Lo stesso mercoledì, si è tenuto a Roma, organizzato dalla Fondazione Einaudi, un convegno (con una bella relazione introduttiva di Lorenzo Infantino) che commemorava l’economista torinese Sergio Ricossa recentemente scomparso. Naturalmente, i due eventi non sono legati se non idealmente, perché Ricossa sarebbe stato certamente d’accordo con  quanto detto dalla Vestager, ma avrebbe sollevato dubbi sul fatto che a preservare la  competizione debba essere un’autorità pubblica.

L’economista torinese, infatti, aveva sviluppato una teoria dell’imprenditore sulla falsariga degli insegnamenti della scuola austriaca di economia (i cui principali esponenti sono Hayek e Mises) che giudicava con scetticismo l’intervento del governo anche quando effettuato a fin di bene, per proteggere il mercato. La base del ragionamento di Ricossa parte dalla divisione filosofica tra “perfettisti” e “imperfettisti”. I primi pensano che si possa raggiungere la Città di Dio in terra, sia essa la società comunista marxiana o una teocrazia o una economia semi-statica  di gente civilizzata che! guidata da civil servant illuminati,  ha bisogni spirituali e non volgari (più o meno la concezione di Keynes). Gli imperfettisti, invece, pensano che la società non abbia uno scopo finale ma sia la somma di fini individuali che si possono realizzare in una condizione di libertà . Non ci sono pianificatori che possono prevedere dove e come si evolverà l’umanità e nemmeno l’economia. Sotto quest’ultimo profilo, anche il concetto di “equilibrio” neoclassico, vale a dire la situazione in cui domanda e offerta combaciano in un contesto di concorrenza perfetta raggiungendo un prezzo per l’appunto “di equilibrio”, non è realistico.

L’economia progredisce proprio perché sconvolge in continuazione gli equilibri presistenti. Ciò che era ottimo vent’anni fa non lo è più ora, nuovi bisogni emergono e nuovi prodotti, prima nemmeno immaginati, invadono prepotentemente il mercato. E chi rende possibile questo incessante progresso? L’imprenditore, figura che assomma in sé la distruzione creatrice Schumpeteriana, che attraverso nuove tecnologie rende obsoleto il sistema di produzione precedente, e l’intuito e la fantasia teorizzata da un altro economista “austriaco”, Kirzner. L’imprenditore si accorge prima degli altri che un nuovo servizio o una nuova merce potrebbe soddisfare un’esigenza non ancora espressa. Si pensi ad AirBnb. Le case vuote esistevano, i turisti e gli uomini d’affari pure, internet anche, eppure c’è voluto l’intuito di qualcuno per mettere insieme le tre cose e creare un servizio popolarissimo e in continua espansione.

Tuttavia, secondo Ricossa non bisogna dimenticare che chi vince nel gioco concorrenziale è qualcuno che lo fa per diventare temporaneamente un monopolista. Se però sussistono condizioni per le quali non ci sono barriere normative in un contesto di piena libertà di impresa, questo non deve spaventare: prima o poi la fantasia di qualche innovatore renderà il prodotto del monopolista obsoleto ed in ogni caso la semplice minaccia farà sì che l’operatore dominante non ne approfitti troppo (o, come dice Ricossa, “non dorma sugli allori”) pena l’ingresso di un concorrente che gli soffi quote di mercato.

Questa visione, astrattamente coerente, deve essere temperata dalla constatazione che nell’economia reale non può esserci l’equilibrio neoclassico, ma nemmeno una completa assenza di vincoli legislativi (ad esempio, la protezione della proprietà intellettuale, per altri versi utile) che non consolidino le posizioni di monopolio. Posizioni che il monopolista tenderà a trincerare facendo un uso anche politico del suo sovraprofitto, cercando di influenzare il regolatore e il legislatore. Ed in più esiste il fattore tempo: persino l’Impero Romano crollò, ma non possiamo aspettare l’arrivo di Odoacre ogni volta
che si crea un monopolio.

Il contenzioso Google-Commissione UE è destinato a durare a lungo e può darsi che il colosso di Mountain View abbia abusato della sua posizione dominante. Ma gli ammonimenti di Ricossa rimangono validi e ci aiutano a mantenere il giusto scetticismo nei confronti di chiunque pretenda di rendere qualcosa di umano perfetto. Fosse anche il mercato.

Alessandro De Nicola
Presidente Adam Smith Society
adenicola@adamsmith.it

La bistecca protetta

Non tira una buona aria per il libero scambio. Purtroppo quella più metifica spira da oltreoceano, dove il front-runner repubblicano, l’ineffabile Donald Trump, propone oltre al muro anti –messicani anche tariffe del 45% per i prodotti cinesi e dazi di ogni genere. Le cose non vanno molto meglio in casa democratica: Hillary Clinton, cinica come sempre, ha abbandonato il suo precedente appoggio al Trattato sul libero commercio col Pacifico e le politiche di apertura a suo tempo incoraggiate dal marito Bill, sostituendole con una retorica protezionistica che scimmiotta il rivale Sanders.

È per questo motivo che i segnali di per sé insignificanti registrati ultimamente in Italia possono destare qualche preoccupazione: si inseriscono in una deriva culturale che invece di vedere nel libero scambio un’occasione di progresso, efficienza economica, maggior scelta, rafforzamento di legami tra le nazioni, lo dipinge come una minaccia.

Da noi, però,queste nubi sono fortunatamente accompagnate da un certo gusto per la farsa che alleggerisce l’atmosfera.

Prendete la vicenda dell’olio tunisino. Un fronte quasi unanime, dai 5 stelle alla Lega passando da molti PD, ha fatto un gran chiasso sulla decisione del Parlamento Europeo di ammettere per il 2016 e 2017un’importazione supplementare all’interno della UE di 35.000 tonnellate all’anno di olio tunisino sgravandolo da dazi. Per mettere il tutto in prospettiva, già oggi l’esenzione si applica per 57.000 tonnellate provenienti dal paese nordafricano e il consumo italianoè di circa 660.000 tonnellate. Non solo: la produzione nostrana è largamente insufficiente a coprire il fabbisogno (nel 2013-4 solo 440.000 tonnellate di cui ben 376.000riesportate) e  quelli pregiati“Dop” rappresentano solo il 2% del mercato.Quindi, a che pro tante grida di dolore per 35.000 tonnellate divise tra tutti i mercati europei per un prodotto che viene tranquillamente utilizzato anche dai nostri produttori nelle miscele che essi stessi mettono in commercio? E se Stati Uniti e Canada si comportassero allo stesso modo con noi? Senza contare l’aspetto più generale per il quale si blatera spesso dell’”aiutiamoli a casa loro” (al posto di accogliere immigrati) e quando finalmente c’è un’opportunità virtuosa anche per i nostri consumatori la si vorrebbe rifiutare.

Ancor più patetica e molto probabilmente illegale secondo le regole europee sulla libera circolazione, l’ordinanza del sindaco di Firenze che richiede a chi vuol aprire in centro città di prevedere nell’assortimento almeno il 70% di prodotti alimentari toscani con delle eccezioni in caso di vetrine di buon gusto ( si sa, a Firenze…). Gli chef hanno già bollato l’iniziativa come ottusa, ma in realtà essa è potenzialmente anche pericolosa. Quando la chianina o l’olio toscanoverranno bloccati da simili ordinanze romane (“per far la vita meno amara, magna l’abbacchio co la chitara”), partenopee (“se si nu verenapuletano,accattete‘o sammarzano“) o milanesi (“Ci vuol lumbarda la cutuletta, qui da noi si va di fretta!”) che diranno i sempre arguti fiorentini? E quando saranno Berlino (“Kartoffel, Kartoffel, uberalles!”) Londra (“so pudding, so cool”) o Parigi (« Vin français, c’est plus facile!”) a sbarrare la strada a alimenti e bevande italiane, ci rivolgeremo agli strateghi di Palazzo Vecchio?

È appena il caso di notare che Confagricoltura ha comunicato che finalmente l’export italiano di prodotti agricoli è aumentatonel 2015 dell’11,2% e quello dei prodotti alimentari del 6,5% raggiungendo, secondo le statistiche del MISE, oltre 35 miliardi di euro di valore. Le industrie alimentari italiane, Campari e Lavazza, hanno appena conquistato Grand Marnier e Carte Noir, la Ferrero si avvia ai 10 miliardi di fatturato e l’interesse nazionale sarebbe quello di incoraggiare il km zero o ostacolare il libero flusso di capitali, servizi e merci nel settore agroalimentare?

Il Belpaese ha evitato una ben più grave recessione negli ultimi anni proprio grazie alla tenuta e all’incremento dell’export in tutti i settori economici. Qualsiasi spinta da parte nostra che porti alla chiusura delle frontiere sarebbe autolesionista per consumatori e produttori. Problemi ce ne sono già abbastanza, potrebbe essere una buona idea evitare di crearcene di nuovi senza motivo.

Alessandro De Nicola

@aledenicola

Meritocrazia, Italia ancora al palo. E la crescita arranca

Sembra ormai probabile che la ripresa del nostro Pil, iniziata a cavallo dell’estate del 2015, sia in rallentamento e, nonostante le misure imponenti di Quantitative Easing dell’Ue per il 2016, la nostra crescita pare resterà abbastanza piatta. Le molte misure economiche promosse da questo Governo ( 80 euro, Jobs Act, 100.000 assunzioni nelle scuole, qualche taglio di Irpef e Tasi) sembrano non risvegliare la crescita economica come servirebbe. Perchè?

Una possibile risposta la si può trovare guardando il tasso di Meritocrazia del nostro Paese. Anche quest’anno il Forum della Meritocrazia ha diffuso il suo indicatore di Meritocrazia ( Meritometro) per il 2016, in collaborazione con l’università Cattolica di Milano , che si basa su 7 pilastri, tratti da indicatori internazionali ( Libertà economica, Regole, Trasparenza, Educazione, Mobilità sociale, Pari opportunità, Attrattività dei Talenti).

Nei confronti dei 12 paesi europei considerati (Finlandia, Norvegia, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Germania, Gran Bretagna, Austria, Francia, Polonia, Spagna) l’Italia rimane in ultima posizione nel 2016, praticamente ferma (più 0,06 per cento) rispetto al 2015.

meritometro 2016 (1)

L’Italia ha poi il triste primato di essere ultima nel ranking riguardante tutti i pilastri. Le maggiori differenze rispetto alla media europea si riscontrano nei pilastri della trasparenza, delle regole, della libertà economica e delle pari opportunità. Il divario rispetto agli altri stati membri dell’Ue sta crescendo: il nostro paese, rispetto al 2015, si conferma in un’ultima posizione nel ranking europeo, con un punteggio di 23,4 con più di 40 punti di distacco dalla Finlandia (67,7), 20 dalla Francia (41,5) e quasi 30 dalla Germania (52,3); punteggio inferiore di oltre 16 punti della Polonia (39,6) e 12 punti della Spagna (35,1).

meritometro 2016 (2)

Che rapporto c’è tra meritocrazia e crescita economica? In un Paese in cui c’è poca Meritocrazia le persone, le aziende e le istituzioni non sono incentivate e non hanno gli strumenti per attivarsi e quindi il sistema nel complesso non cresce. Ancora pesanti infatti sono i disincentivi per molti a mettersi “in moto”, mentre sempre forti sono gli incentivi a mantenere le proprie posizioni di rendita a causa delle ancora deboli e parziali liberalizzazioni e alla conservazione delle tante lobby che bloccano il cambiamento.
Cosa fare allora ? Il Paese ha fatto sicuramente qualche passo avanti in termini di selezione della classe dirigente e della classe politica e di tornare ad investire in Istruzione ( seppure in modo forse poco qualitativo), ma ora il cambiamento non è più solo questione di Leadership, ma di cambiare sensibilmente il nostro sistema di Regole e come vengono applicate.

Proprio sul pilastro delle Regole il nostro Meritometro indica un peggioramento nel 2016. Le Regole nel nostro Paese infatti non solo non vengono applicate in modo efficiente, ma sono  spesso inique.
Cosa blocca il cambiamento? Essenzialmente il grosso potere conservativo della maggioranza della popolazione in Italia (e in Ue) ostacola un riassetto del sistema di Regole che crei un sistema più equo e bilanciato.

E’ successo così per il sistema pensionistico nel passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo e nella diversificazione delle condizioni delle varie casse previdenziali ( quasi tutte in perdita). E’ successo anche nel Mercato del Lavoro, prima con la Legge Biagi e ora con il Jobs act, che si applica solo sui nuovi contratti di lavoro e non per tutti (si applicherebbe al Pubblico Impiego secondo una sentenza della Cassazione). Succede quando si chiede di poter fare più debito a scapito delle future generazioni. Succede poi quando non si liberalizzano i servizi pubblici locali e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Questo continua a produrre situazioni in cui persone e categorie sociali diverse sono sottoposte a Regole più o meno vantaggiose. Perché impegnarsi in un gioco dove gli altri sono avvantaggiati dall’arbitro? Perché fare uno sforzo se tanto il mio avversario parte con le gambe legate?

Il Paese non crescerà quindi fino a che il dipendente pubblico non avrà le stesse regole del dipendente privato, fino a che il giovane o il commerciante non avrà gli stessi ritorni pensionistici dai propri contributi dei più anziani, fino a che l’azienda Y non avrà la stessa possibilità di avere un appalto dalla Pa dell’azienda Z e fino a che il lavoratore autonomo non avrà le stesse possibilità di lavorare per un azienda del lavoratore dipendente, al Nord come al Sud. Troppe categorie hanno condizioni di lavoro e di vita diverse non per il proprio Merito, ma per essere nate dopo, o in una particolare Regione del Paese,  con il cognome Rossi invece che Bianchi etc.

Un altro fattore di scarsa Meritocrazia segnalato dal Meritometro è la bassa Attrattività per i talenti del nostro Paese. Si dice che ogni anno 100.000 giovani laureati lasciano il Paese contro poche migliaia che rientrano. Su questo fattore pesano la mancanza di investimenti significativi oltre al depotenziamento di alcune misure, come la legge 238/2010 sul rientro dei talenti.

Non è un caso che investiamo circa un centinaio di milioni di euro per riportare i talenti italiani dall’estero contro diversi miliardi di euro per trasformare i contratti a progetto in contratti a tutele crescenti per lavoratori in Italia come avviene con la decontribuzione per il Jobs Act. Non è il primo un migliore investimento in termini di crescita economica di qualità?

Sembra una questione secondaria, ma attrarre giovani talenti dall’estero sarebbe uno dei modi più intelligenti di investire sul futuro e correggere quello sbilanciamento sociale, politico, demografico ed economico che minaccia il nostro Paese.

Purtroppo dobbiamo ancora dire che questo Paese non crescerà fino a che non ci sarà più Meritocrazia ( non solo nelle Nomine) e fino a che non si faranno Riforme delle Regole e investimenti per tutti e non solo a favore di pochi. Fino a che non lo capiremo e non seguiremo questa strada,  continueremo a fare riforme selettive e non generali e renderemo più difficile il cambiamento e la crescita.
Per il momento non possiamo quindi che applaudire i casi eccezionali di Merito di Aziende, Scuole e Persone che dimostrano che fare Meritocrazia anche in Italia è possibile, sapendo però che da soli non possono fare “sistema”.

Su affaritaliani.it

Se la coperta è corta bisogna privatizzare

Il Pil cresce poco, tagliare le spese è difficile. 
Per ridurre il debito non resta che vendere aziende (grandi e piccole) e immobili in mano allo Stato.

Nonostante il governo ostenti un certo ottimismo sulla situazione economica all’insegna del motto “finalmente siamo ripartiti”, in realtà le ragioni per un cauto pessimismo si stanno accavallando.

Prima di tutto la crescita, fermatasi nel 2015 allo 0,8% e per quest’anno prevista ben al di sotto dell’1,6% stimato dal governo (1,3% secondo la media degli organismi sondata dall’“Economist”). Poi l’inflazione, inchiodata allo 0,1% nel 2015 e probabilmente stabile anche nell’anno in corso. Un aumento dei prezzi così flebile fa sì che la crescita nominale del Pil non stia dietro al deficit e quindi il debito pubblico cresca in proporzione più velocemente del Pil. Insomma, se quest’ultimo aumenta di 0,9 % (0,8 +0,1) e il deficit è del 2,6% (come nel 2015) ovviamente il debito si appesantisce più velocemente del Pil e il rapporto tra i due, oggi all’incirca il 133%, è destinato a peggiorare. Il recente rapporto della Commissione Ue, peraltro, non vede rischi a breve (1 anno) per la sostenibilità del debito italiano ma, pur basandosi su stime economiche più ottimiste delle attuali, è preoccupato per il medio termine.

Se a ciò aggiungiamo che l’occupazione a tempo indeterminato è salita un po’ grazie agli sgravi contributivi introdotti dal Jobs Act, ma il tasso di occupazione complessivo (vale a dire, quante persone effettivamente lavorano) è rimasto più o meno dov’era, ecco che il quadro comincia a diventare più fosco.
Si dice che il governo, per uscire dalla trappola della crescita anemica, voglia tentare la carta di un sostanzioso taglio alle tasse sul reddito, anticipando al 2017 la riduzione delle aliquote Irpef prevista per il 2018. In effetti, anche il presidente della Bce Draghi ha ammonito che la politica monetaria ha i suoi limiti e che per riprendere un percorso virtuoso sono necessari abbassamenti delle imposte in parallelo a decurtazioni della spesa e riforme strutturali. Orbene, queste ultime sembrano un po’ in mezzo al guado giacché il disegno di legge sulla concorrenza è fermo in Parlamento, la Ue ci multerà per il nostro ostinato rifiuto a mettere in gara le concessioni balneari, la riforma della Pa è una scommessa piuttosto che una realtà e #labuonascuola finora è stata una buona operazione di assunzioni pubbliche.

Sul fronte spending review non c’è da farsi molte illusioni. Già il balletto delle cifre provenienti da Corte dei Conti, istituti di ricerca come Unimpresa e commissari alla spesa è deprimente: secondo l’ultimo Bollettino Economico di Banca d’Italia, poi, nel 2016, a legislazione invariata, il saldo della spesa pubblica dovrebbe portare a una sua diminuzione di ben 360 milioni, con lo strabiliante contributo di 41 milioni in meno di spesa corrente, lo 0,0025% del Pil. Wow!

Se si vuole procedere ad una sforbiciata ai tributi che abbia impatto sull’economia (25-30 miliardi) senza incorrere non solo nelle ire della Commissione Ue, ma soprattutto in quella dei mercati (ricordate? Nelle fasi di turbolenza finanziaria di qualche settimana fa, l’Italia ha subito visto salire lo spread) che si può fare, allora?

Ovviamente procedere a una più robusta potatura delle uscite pubbliche e ad un ambizioso piano di privatizzazioni che scalfisca il debito pubblico. Il Mef si è dichiarato felice di aver raggiunto l’anno scorso il traguardo di incassi per privatizzazioni pari allo 0,4% del Pil (6,5 miliardi di cui 1,3 da un rimborso di capitale di Enav e il rimborso dei Monti bond di Mps privatizzazioni per modo di dire). Si tratta di risultati che non possono assolutamente bastare. Lo Stato, tutt’oggi proprietario di beni pubblici per centinaia di miliardi, deve rassegnarsi a perdere velocemente il controllo di grandi e piccole imprese, procedere all’alienazione degli immobili senza incorrere nelle farse normative degli ultimi anni (messa in vendita, ma senza cambiare la destinazione), predisporre incentivi più stringenti della flebile legge Madia affinché gli enti locali si liberino delle loro partecipazioni.

La coperta è troppo corta: se per coprirci meglio riusciamo anche ad attrarre capitale di rischio e togliere il Leviatano da ciò che non è di sua competenza, tanto meglio. Altrimenti nemmeno il pessimismo sarà più cauto.

Finalmente anche in Italia una legge sul whistleblowing

Con l’abituale ritardo rispetto ai Paesi più evoluti, anche noi stiamo per dotarrci di una legge mirata ad attivare e proteggere la collaborazione civica per far emergere eposodi di Corruzione e altri reati o irregolarità amministrative.

Draft della relazione che svolgerò nei giorni prossimi alla Commissione Lavoro del Senato sul disegno di legge  n. 2208, approvato dalla Camera dei Deputati in prima lettura il 21 gennaio 2016.

“Relazione del senatore Pietro Ichino alla 11ma Commissione permanente, Lavoro e Previdenza sociale, sul disegno di legge A.S. n. 2208 recante “Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato”

Sommario
1. Premessa: l’impatto del provvedimento sulla disciplina generale del segreto professionale e del segreto d’ufficio
2. Due prime questioni che si pongono in riferimento al contenuto del provvedimento: a) sulle modalità della rivelazione del segreto professionale o d’ufficio; b) sul segreto professionale dell’avvocato e del commercialista
3 . Contenuto del disegno di legge nella parte relativa al rapporto di impiego pubblico (articolo 1)
4. Contenuto del disegno di legge nella parte relativa al rapporto di lavoro privato (articolo 2)
5. Considerazioni conclusive e di sintesi

  1. – Premessa: l’impatto del provvedimento sulla disciplina generale del segreto professionale e del segreto d’ufficio

È opinione diffusa quella secondo cui il disegno di legge che viene posto al nostro esame – approvato in prima lettura dalla Camera dei deputati il 21 gennaio 2016 – si proporrebbe soltanto l’effetto di proteggere coloro che segnalano o denunciano reati o irregolarità commessi all’interno di amministrazioni o aziende dalle possibili rappresaglie e ritorsioni da parte di datori di lavoro e committenti. In realtà il provvedimento, se e quando entrerà in vigore, avrà anche l’effetto di modificare, o quanto meno precisare in modo incisivo, il contenuto degli obblighi del segreto di ufficio e del segreto professionale, che su lavoratori dipendenti e collaboratori gravano, nei confronti dei loro datori di lavoro o committenti, pubblici o privati, in forza rispettivamente degli articoli 326 e 622 del Codice penale.

La discussione dei contenuti del provvedimento richiede dunque un chiarimento preliminare circa la disciplina generale dei suddetti obblighi di segreto. Esaminiamo innanzitutto la disciplina del segreto professionale, cui – come vedremo tra breve – secondo la migliore dottrina deve considerarsi informata anche la disciplina del segreto d’ufficio:

Articolo 622. Rivelazione di segreto professionale

Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 50 a euro 516.

La pena è aggravata se il fatto è commesso da amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, sindaci o liquidatori o se è commesso da chi svolge la revisione contabile della società.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Pur essendo la norma contenuta nel Codice penale, il suo contenuto non si esaurisce nella comminatoria penale, ma costituisce anche fonte e disciplina di una obbligazione civile: quella che vieta la rivelazione “senza giusta causa” di una notizia, sulla quale il soggetto attivo dell’obbligazione abbia un interesse rilevante al segreto, da parte di chi abbia appreso la notizia stessa per ragione della propria prestazione di lavoro.

È molto importante mettere a fuoco lo snodo cruciale di questa disposizione: quello della giusta causa di rivelazione. Dottrina e giurisprudenza prevalenti hanno interpretato questa nozione come principio di bilanciamento tra gli interessi in gioco, ovvero l’interesse del soggetto attivo dell’obbligazione al segreto e l’interesse del soggetto passivo o di terzi alla conoscibilità e quindi alla circolazione della notizia. Questa impostazione ha consentito di graduare il contenuto pratico dell’obbligo di segreto a seconda del tipo di rapporto di collaborazione tra soggetti attivo e passivo e della natura dell’interesse alla circolazione della notizia concretamente in gioco. Così, in particolare, si è ritenuto che debba essere privilegiato al massimo grado l’interesse del soggetto attivo al segreto sulla notizia comunicata all’avvocato in funzione della difesa in giudizio o al medico in funzione della cura di una infermità; si è ritenuto, viceversa, che debba essere privilegiato al massimo grado l’interesse di un soggetto terzo alla prevenzione di un danno grave alla persona, quando la soddisfazione di questo interesse presupponga la rivelazione della notizia protetta dal segreto professionale (ciò anche quando il soggetto obbligato sia l’avvocato o il medico curante).

Dottrina e giurisprudenza prevalenti hanno ritenuto che il principio di giusta causa della rilevazione, così inteso, si applichi non soltanto al segreto professionale, ma a qualsiasi altro obbligo di segreto (segreto aziendale di cui all’art. 2105 c.c., segreto a carico di amministratori e sindaci di società di cui all’art. 2622 c.c., segreto scientifico e industriale di cui all’art. 623 c.p., segreto d’ufficio di cui all’art. 326 c.p.), anche quando non sia menzionato nella norma che lo istituisce e disciplina.

Il bilanciamento tra gli interessi in gioco implica anche delle conseguenze nella valutazione del modo in cui la rivelazione della notizia segreta avviene: è infatti evidente la diversa qualificazione giuridica che è dovuta in relazione alla rivelazione attuata mediante comunicazione riservata alla sola autorità competente, rispetto alla rivelazione attuata, per esempio, mediante affissione di un manifesto per le strade della città o intervista a un giornale.

Orbene, i due interessi che vengono in rilievo nella materia cui il disegno di legge n. 2208 si riferisce sono, da un lato, l’interesse dell’ordinamento alla persecuzione dei reati e degli illeciti amministrativi, dall’altro l’interesse del datore di lavoro o committente al riserbo su notizie riservate di cui un soggetto terzo venga a conoscenza solo in conseguenza del cosiddetto “contatto contrattuale”, ovvero dell’intimità operativa che inevitabilmente in qualche misura si determina nello svolgimento di un rapporto di collaborazione, sia essa di natura subordinata o autonoma, in un contesto pubblicistico o privatistico. L’effetto della nuova disciplina consiste nel chiarire che, in linea generale, l’interesse pubblico alla prevenzione, rimozione e punizione dei reati e irregolarità amministrative prevale sull’interesse al segreto, costituendo dunque giusta causa di rivelazione.

Da questa chiave di lettura del disegno di legge derivano alcune conseguenze di rilievo non secondario per la formulazione del parere di competenza di questa Commissione.

  1. – Due prime questioni che si pongono in riferimento al contenuto del provvedimento: a) sulla modalità della rivelazione del segreto professionale o d’ufficio; b) sul segreto professionale dell’avvocato e del commercialista

Il disegno di legge in esame, dunque, non si limita a tutelare i lavoratori dipendenti e collaboratori autonomi di enti pubblici o privati, che segnalino a un organo amministrativo o denuncino all’autorità giudiziaria reati o altre condotte illecite di cui siano venuti a conoscenza nell’àmbito del proprio rapporto di lavoro: prima ancora esso ha l’effetto di limitare il loro obbligo di segreto professionale o d’ufficio sulla notizia. Più precisamente, il disegno di legge deve leggersi come specificazione del principio di giusta causa di rivelazione di segreto, nel senso che l’interesse generale dell’ordinamento alla persecuzione di reati e irregolarità amministrative prevale sull’interesse di qualsiasi soggetto, pubblico o privato, al riserbo su notizie e documenti dai quali emerga l’evidenza di quegli illeciti (interesse che sarebbe altrimenti protetto dall’obbligo contrattuale di segreto del dipendente o collaboratore).

a) Sulle modalità di rivelazione della notizia protetta da segreto professionale o d’ufficio – Questa collocazione delle nuove disposizioni nell’alveo del principio della giusta causa di rivelazione del segreto, dunque di un principio di bilanciamento di interessi contrapposti, implica tuttavia l’applicazione anche nella materia specifica oggetto del disegno di legge dei criteri generali di applicazione della giusta causa, dei quali si è detto sopra (§ 1): non qualsiasi forma ed estensione della rivelazione di notizie e documenti riservati può ritenersi giustificata, bensì soltanto quella giustificata in relazione alla finalità di interesse pubblico. È giustificata, dunque, solo la rivelazione compiuta:
– con le modalità strettamente necessarie ai fini dell’attivazione efficace dell’organo amministrativo o giudiziario competente, e
– con le cautele necessarie per evitare il sacrificio non necessario dell’interesse al segreto del soggetto attivo dell’obbligo.

In altre parole – e forse può essere opportuno che nel provvedimento legislativo questo venga precisato esplicitamente – quando notizie e documenti siano oggetto di segreto professionale o d’ufficio, costituisce violazione del detto obbligo la rivelazione con modalità e contenuti eccedenti rispetto alla comunicazione dell’illecito e delle sue prove all’organo amministrativo o giudiziario competente (per esempio, mediante pubblicazione attraverso i media, oppure mediante diffusione di documenti contenenti anche notizie e dati non rilevanti ai fini della persecuzione degli illeciti in questione).

b) La questione del segreto professionale dell’avvocato e del commercialista – Una seconda questione riguarda l’estensione soggettiva del campo di applicazione delle nuove norme anche ai collaboratori autonomi. Questa estensione, che appare pienamente giustificata in linea generale, alla luce della ratio generale del disegno di legge, è invece probabilmente eccessiva in riferimento al segreto professionale gravante sull’avvocato e sul commercialista. Appare infatti necessario – anche in applicazione del principio del diritto alla difesa, di cui all’articolo 24 Cost. – tutelare l’affidamento del soggetto, pubblico o privato che sia, sul doveroso riserbo del professionista cui venga affidata la consulenza e difesa giudiziale sulle materie civili, amministrative o tributarie di interesse dell’ente medesimo.

Sottopongo pertanto all’attenzione della Commissione l’opportunità che nel parere venga raccomandato un chiarimento nel senso della non incidenza della nuova disciplina sull’obbligo di segreto professionale dell’avvocato e del commercialista.

  1. – Contenuto del disegno di legge nella parte relativa al rapporto di impiego pubblico (articolo 1)

L’articolo 1 del provvedimento al nostro esame modifica l’attuale disciplina in materia relativa agli impiegati pubblici, posta dall’art. 54-bis del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni.

Rispetto all’attuale normativa per i lavoratori pubblici, le novelle di cui a questo articolo confermano il principio di tutela – in base al quale l’autore della segnalazione o denuncia non può essere sottoposto a misure (determinate dalla segnalazione o denuncia) aventi effetti negativi, diretti o indiretti, sulle condizioni di lavoro – con le modifiche e integrazioni che seguono.

  • Sotto il profilo soggettivo, il comma 1, capoverso 2, estende – come si è visto (§ 2) – l’àmbito di applicazione della disciplina anche ai lavoratori pubblici diversi dai lavoratori dipendenti (“collaboratori o consulenti, con qualsiasi tipologia di contratto o di incarico”), nonché ai lavoratori, collaboratori e consulenti degli enti pubblici economici; a quelli degli enti di diritto privato sottoposti a controllo pubblico (secondo la nozione di società controllata di cui all’art. 2359 del codice civile), nonché ai lavoratori e ai collaboratori, a qualsiasi titolo, di imprese fornitrici di beni o servizi e che realizzino opere in favore dell’amministrazione pubblica.
  • Sotto il profilo oggettivo, il comma 1, ai capoversi 1 e 2, specifica che l’àmbito di applicazione riguarda le segnalazioni o denunce effettuate nell’interesse dell’integrità della pubblica amministrazione e in buona fede (definita come la ragionevole convinzione, fondata su elementi di fatto, che la condotta in questione sia stata tenuta e che essa sia illecita). La buona fede è, in ogni caso, esclusa qualora il segnalante abbia agito con colpa grave, se non addirittura con dolo.
  • Riguardo ai possibili soggetti destinatari della segnalazione, il comma 1, capoverso 1, sostituisce il riferimento al “superiore gerarchico” con quello al responsabile della prevenzione della corruzione (figura ora presente in ogni pubblica amministrazione[1] ai sensi dell’art. 1, comma 7, della L. 6 novembre 2012, n. 190, e dell’art. 43, comma 1, del D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33); resta ferma l’ipotesi di segnalazione all’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) o di denuncia all’autorità giudiziaria ordinaria o contabile.
  • In merito al principio di tutela summenzionato, lo stesso comma 1, capoverso 1, prevede che l’adozione di misure ritenute ritorsive sia comunicata in ogni caso all’ANAC, da parte dell’interessato o delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative (nell’amministrazione nella quale le stesse misure siano state poste in essere) e che l’ANAC informi il Dipartimento della funzione pubblica o gli altri organismi di garanzia o di disciplina, per le attività e gli eventuali provvedimenti di competenza (in merito, la norma vigente prevede, invece, che l’interessato o le suddette organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative segnalino le misure ritenute discriminatorie al Dipartimento della funzione pubblica).
  • Per il caso di adozione di una misura discriminatoria il comma 1, capoverso 6, primo periodo, introduce una sanzione amministrativa pecuniaria, da 5.000 a 30.000 euro, a carico del responsabile che abbia adottato la misura, “fermi restando gli altri profili di responsabilità”; la sussistenza di una misura discriminatoria è accertata dall’ANAC, che è altresì competente a irrogare la relativa sanzione (qui potrebbe essere opportuna l’aggiunta nella disposizione dell’inciso “senza pregiudizio per l’eventuale accertamento giudiziale”).
  • Con riferimento ai procedimenti disciplinari, il comma 1, capoverso 3, modifica la tutela della riservatezza circa l’identità dell’autore della segnalazione o denuncia, limitando la vigente deroga (al principio di riservatezza) relativa al caso in cui la conoscenza dell’identità sia indispensabile per la difesa dell’incolpato, e sempre che la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione o denuncia. La norma vigente prevede che, in tale ipotesi, l’identità possa essere rilevata; la novella richiede, invece, per la medesima fattispecie, il consenso dell’interessato alla rilevazione della propria identità e, in assenza di consenso, l’impossibilità di utilizzare la segnalazione o denuncia ai fini disciplinari.
  • Il comma 1, capoverso 5, prevede che l’ANAC, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, adotti apposite linee guida, relative alle procedure per la presentazione e la gestione delle segnalazioni in questione, che devono contemplare l’impiego di modalità anche informatiche e promuovere il ricorso a strumenti di crittografia, per garantire la riservatezza sia dell’identità del segnalante sia del contenuto delle segnalazioni e della relativa documentazione. L’ANAC ha già adottato linee guida sui suddetti profili con la determina n. 6 del 28 aprile 2015 “Linee guida in materia di tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti (c.d. whistleblower)”: la novella, in merito, sembra dunque, da un lato, offrire un fondamento legislativo esplicito alle determinazioni dell’ANAC, ma, d’altro lato, prevedendo il parere sulla proposta di linee guida da parte del Garante per la protezione dei dati personali, sembra richiedere un nuovo atto di definizione delle stesse. A questo proposito potrebbe essere opportuno prevedere esplicitamente che l’ANAC stabilisca, nelle linee guida, un termine temporale per l’adozione, da parte di ogni soggetto interessato, dei suddetti strumenti e procedure, considerato che la novella introduce una sanzione amministrativa pecuniaria per l’ipotesi di omissione.
  • Il comma 1, capoverso 7, esclude l’applicazione delle tutele, per i casi in cui sia accertata, anche con sentenza di primo grado, la responsabilità penale del segnalante o denunciante per i reati di calunnia o diffamazione o comunque per reati commessi con la medesima segnalazione o denuncia ovvero la sua responsabilità civile, “per lo stesso titolo”, nei casi di dolo o colpa grave; rispetto alla norma vigente[2], tra l’altro, la disposizione estende esplicitamente la medesima esclusione anche ai casi decisi da sentenze non passate in giudicato. La disposizione sembra fornire un avallo alla citata determina n. 6 del 28 aprile 2015 dell’ANAC, dove la norma vigente, che fa riferimento sinteticamente ai “casi di responsabilità”, è stata interpretata nel senso che, appunto, anche una sentenza di primo grado che accerti il dolo o la colpa grave determini la cessazione della tutela.
  • Il comma 1, capoverso 8, specifica che, qualora al termine del procedimento penale, civile o contabile, oppure dell’attività di accertamento dell’ANAC, risultino l’infondatezza della segnalazione e la mancanza di buona fede, il segnalante o denunciante è sottoposto a procedimento disciplinare dall’ente di appartenenza, al termine del quale, sulla base di quanto stabilito dai contratti collettivi, può essere irrogata anche la sanzione del licenziamento in tronco.

Resta fermo (come nella disciplina oggi vigente) che alle segnalazioni in esame non si applica la disciplina sul diritto di accesso, di cui agli artt. 22 e seguenti della L. 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni (comma 1, capoverso 4). Questa opportuna precisazione è indispensabile per impedire che una applicazione indebita del principio di trasparenza degli atti amministrativi finisca col compromettere le finalità del provvedimento.

Va infine osservato, in riferimento all’articolo 1, che la distinzione tra segnalazione e denuncia compare solo nella parte iniziale del comma 1, capoverso 1, e non anche nella restante parte del capoverso né nei successivi capoversi della novella (e neppure nella rubrica dell’articolo 1). Appare invece opportuno che le formulazioni vengano uniformate per questo aspetto: in particolare nelle norme che si riferiscono alle ipotesi di denuncia all’autorità giudiziaria ordinaria o contabile. Nel secondo e nel terzo periodo del comma 1, capoverso 3, il riferimento al segnalante dovrebbe invece essere sostituito con il riferimento al denunciante e nella seconda parte del comma 1, capoverso 7, andrebbe aggiunto il riferimento alla fattispecie della segnalazione.

  1. – Contenuto del disegno di legge nella parte relativa al rapporto di lavoro privato (articolo 2)

A differenza dell’articolo 1, l’articolo 2 concerne i lavoratori del settore privato e in particolare le segnalazioni (ma deve intendersi compreso nella protezione anche il caso della denuncia), da parte di questi ultimi, di reati o di altre specifiche violazioni di cui siano venuti a conoscenza in occasione della propria prestazione di lavoro.

Le prime novelle integrano la disciplina della responsabilità amministrativa degli enti privati derivante da reati, di cui al D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231. Si ricorda che tale disciplina concerne gli enti, società ed associazioni (anche prive di personalità giuridica) privati, nonché gli enti pubblici economici: in base a questa normativa, essi sono responsabili (sotto il profilo amministrativo) per i reati commessi da determinati soggetti[3] nell’interesse o a vantaggio dell’ente; ma la responsabilità di quest’ultimo è esclusa, a norma degli artt. 6 e 7 del citato D.Lgs. n. 231 del 2001, qualora ricorrano alcune condizioni, tra cui l’adozione e l’attuazione di un modello di organizzazione e gestione specificamente orientato alla prevenzione ed eliminazione degli illeciti penali e amministrativi.

Le novelle di cui al comma 1, capoverso 2-bis, dell’articolo 2 integrano e specificano i requisiti stabiliti per i suddetti modelli. Sottopongo alla Commissione la valutazione circa l’opportunità di raccomandare l’introduzione nel provvedimento di una norma transitoria che, in fase di prima applicazione, fissi un termine temporale per l’adempimento di questi nuovi requisiti.

Secondo i requisiti aggiunti con le novelle, i modelli atti a esentare gli enti, società ed associazioni interessate dalla responsabilità amministrativa devono essere integrati come segue.

  • Deve essere disposto, a carico di coloro che a qualsiasi titolo dirigano o collaborino con l’ente o società o associazione, l’obbligo di presentare, a tutela dell’integrità del medesimo, segnalazioni circostanziate di condotte costituenti reati (qualora, in buona fede, sulla base della ragionevole convinzione fondata su elementi di fatto, si ritenga che esse si siano verificate) o di violazioni del modello di organizzazione e gestione, di cui siano venuti a conoscenza in ragione delle funzioni svolte (lettera a). Osservo in proposito che, contrariamente a quanto previsto per altri obblighi e divieti posti dalla novella (cfr. infra), per l’obbligo in esame non si richiede esplicitamente che il modello contempli sanzioni disciplinari: parrebbe opportuna una formulazione che non lasci dubbi al riguardo, considerato anche che le sanzioni disciplinari sono, a ben vedere, in ogni caso richieste dalla norma generale che definisce il modello organizzativo, di cui all’art. 6, comma 2, lettera e), del citato D.Lgs. n. 231 del 2001.
  • Il capoverso 2-bis, lettera b) impone che vengano istituiti canali alternativi di segnalazione, di cui almeno uno idoneo a garantire, anche con modalità informatiche, la riservatezza dell’identità del segnalante.
  • Il capoverso 2-bis, lettere c) ed e), impone che vengano adottate misure idonee – assistite da sanzioni disciplinari – per tutelare l’identità del segnalante e mantenere la segretezza dell’informazione in ogni contesto successivo alla segnalazione, nei limiti in cui l’anonimato e la riservatezza siano opponibili in base alle norme di legge. Osservo, a questo proposito, che andrebbero chiariti gli effetti dell’uso, in questa disposizione, del termine “anonimato”, considerato che le altre novelle di cui allo stesso capoverso fanno riferimento esclusivamente alla riservatezza (probabilmente l’intendimento è lo stesso: ma allora sarebbe meglio uniformare i termini utilizzati).
  • Il capoverso 2-bis, lettere d) ed e) impone che venga posto il divieto esplicito (assistito da sanzioni disciplinari) di atti di ritorsione o discriminatori, diretti o indiretti, nei confronti del segnalante, per motivi collegati, direttamente o indirettamente, alla segnalazione, fatto salvo il diritto degli aventi causa di tutelarsi qualora siano accertate in capo al segnalante responsabilità di natura penale o civile, legate alla falsità della dichiarazione. A questo proposito osservo che, mentre – come si è visto nel § 3 – la novella all’articolo 1 fa riferimento anche alle sentenze di primo grado, la novella corrispondente relativa ai lavoratori privati, di cui all’articolo 2, comma 1, capoverso 2-bis, lettera d), qui in esame, prevede l’esclusione dalla tutela ivi disciplinata per i casi di accertamento di responsabilità di natura penale o civile, legate alla falsità della dichiarazione: disposizione, quest’ultima, che sembra fare riferimento solo alle sentenze passate in giudicato; essa, inoltre pare individuare un àmbito di fattispecie parzialmente diverso da quello suddetto di cui all’articolo 1, non ponendo una limitazione ai casi di dolo o colpa grave e facendo, da un lato, riferimento alle sole responsabilità legate a ipotesi di falsità della dichiarazione e, dall’altro lato, non ponendo un eventuale nesso tra responsabilità civile e reato (in quanto non si adopera la locuzione “per lo stesso titolo”). In proposito va altresì ricordato che il parere approvato dalla I Commissione permanente della Camera il 19 novembre 2015 ha invitato a valutare l’opportunità di inserire il riferimento anche alle sentenze non definitive, alla luce del principio costituzionale – relativo però al solo processo penale – della presunzione di non colpevolezza fino alla condanna definitiva[4].

Le novelle specificano che l’adozione di misure discriminatorie nei confronti dei soggetti che effettuino le segnalazioni in oggetto può essere denunciata all’Ispettorato nazionale del lavoro, per i provvedimenti di sua competenza, oltre che dal segnalante o denunciante, anche dall’organizzazione sindacale indicata dal medesimo (capoverso 2-ter). Sotto il profilo terminologico, sembrerebbe preferibile far riferimento qui non solo alla discriminazione, ma anche alla ritorsione, per coerenza con l’espressione che compare nei capoversi 2-bis e 2-quater.

Il capoverso 2-quater sancisce che i licenziamenti o altre misure ritorsive o discriminatorie, adottati nei confronti del segnalante, ivi compreso il mutamento di mansioni, sono nulli e pone a carico del datore di lavoro, per le controversie inerenti a misure organizzative aventi effetti negativi, diretti o indiretti, sulle condizioni di lavoro e successive alla presentazione della segnalazione, l’onere della prova che le medesime misure siano fondate su ragioni estranee alla segnalazione stessa. La disposizione si riferisce qui testualmente ai soli rapporti di lavoro subordinato, ma la regola in essa contenuta deve intendersi ovviamente estesa anche alle possibili discriminazioni e ritorsioni nell’ambito di rapporti di collaborazione autonoma. Un adattamento della terminologia usata (per esempio il riferimento al “datore di lavoro o committente”) potrebbe essere opportuno.

Riguardo ai princìpi di tutela di cui al capoverso 2-quater, occorrerebbe altresì valutare se sia congruo non formularli anche con riferimento ai datori e committenti pubblici, i quali, come si è detto, sono esclusi, ad eccezione degli enti pubblici economici, dall’àmbito del D.Lgs. n. 231.

 Più in generale, sottopongo alla Commissione l’opportunità che il parere sul disegno di legge raccomandi un chiarimento sul punto che le novelle di cui all’articolo 2 riguardino, come quelle contenute nell’articolo 1, non solo le segnalazioni amministrative, ma anche le denunce alla magistratura. 

  1. – Considerazioni conclusive e di sintesi

Per concludere, oltre a proporre un parere positivo circa il disegno di legge nel suo complesso, invito la Commissione a valutare l’opportunità di inserire nel parere stesso le seguenti raccomandazioni alla Commissione di merito:

  • esplicitare nel provvedimento che l’interesse pubblico alla rimozione e punizione degli illeciti costituisce giusta causa di comunicazione degli stessi e delle relative prove all’organo amministrativo o giudiziario competente, anche quando la notizia rientri nell’area soggettiva e oggettiva nella quale opera il segreto professionale e/o il segreto d’ufficio, con la sola esclusione del caso in cui la persona obbligata al segreto sull’illecito sia un avvocato o un commercializta, per ragione della sua professione;
  • precisare nel provvedimento legislativo che, quando notizie e documenti che vengono comunicati all’organo amministrativo o giudiziario competente siano oggetto di segreto professionale o d’ufficio, costituisce violazione del detto obbligo la rivelazione con modalità e contenuti eccedenti rispetto alle finalità dell’eliminazione e della punizione dell’illecito;
  • nell’articolo 1, comma 1, capoverso 5, prevedere esplicitamente che l’ANAC stabilisca, nelle linee guida, un termine temporale per l’adozione, da parte di ogni soggetto interessato, dei nuovi strumenti e procedure ivi contemplati, considerato che la novella introduce una sanzione amministrativa pecuniaria per l’ipotesi di omissione;
  • nell’articolo 1, comma 1, capoverso 6, primo periodo, dove si prevede che la sussistenza di una misura discriminatoria sia accertata dall’ANAC, aggiungere l’inciso “senza pregiudizio per l’eventuale accertamento giudiziale”;
  • sia nell’articolo 1, sia nell’articolo 2, uniformare le formulazioni vengano uniformate in modo che tutte le norme si riferiscano sia alle ipotesi di denuncia all’autorità giudiziaria ordinaria o contabile, sia alle ipotesi di segnalazione all’autorità amministrativa competente;
  • nell’articolo 1, secondo e terzo periodo del comma 1, capoverso 3, sostituire il riferimento al segnalante con il riferimento al denunciante e nella seconda parte del comma 1, capoverso 7, aggiungere il riferimento alla fattispecie della segnalazione;
  • all’articolo 2, comma 1, capoverso 2-bis, aggiungere norma transitoria che, in fase di prima applicazione, fissi un termine temporale per l’adempimento dei nuovi requisiti;
  • all’articolo 2, capoverso 2-bis, lettere c) ed e), chiarire gli effetti dell’uso, in questa disposizione, del termine “anonimato”, considerato che le altre novelle di cui allo stesso capoverso fanno riferimento esclusivamente alla riservatezza: è forse meglio uniformare i termini utilizzati;
  • all’articolo 2, capoverso 2-bis, lettere d) ed e), chiarire se si debba fare riferimento soltanto a sentenze (che accertino il dolo o la colpa grave) passate in giudicato, o anche a sentenze ancora suscettibili di riforma;
  • all’articolo 2, capoverso 2-ter fare riferimento non solo alla discriminazione, ma anche alla ritorsione, per coerenza con l’espressione che compare nei capoversi 2-bis e 2-quater;
  • all’articolo 2, far sì che tutte le novelle riguardino, come quelle contenute nell’articolo 1, non solo le segnalazioni amministrative, bensì anche le denunce alla magistratura.

Roma, 9 febbraio 2016

_____________________________

[1] Nonché in altre strutture (diverse dalle pubbliche amministrazioni), individuate dall’art. 11 del D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33, e successive modificazioni.

[2] Cfr. in proposito la prima parte del comma 1 del citato art. 54-bis del D.Lgs. n. 165/2001, e successive modificazioni.

[3] Questi ultimi (a norma dell’art. 5 del citato D.Lgs. n. 231/2001) sono costituiti da: a) le persone che rivestano funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente, o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, nonché le persone che esercitino, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso; b) le persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a). In ogni caso, l’ente non è responsabile qualora le persone suddette abbiano agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi.

[4] Principio di cui all’art. 27, secondo comma, della Costituzione.

I “beni comuni” contro la “proprietà”

L’espressione “bene comune” evoca il calduccio di casa propria e ci fa sentire buoni con gli altri. Ai cultori dell’astratto piace questo accattivanete motivetto da suonare col flauto magico, mentre spacciano fiori, fiori belli come i “beni comuni” e come l’acconito. Peccato che l’acconito sia velenoso.

L’antidoto, ai fiori belli ma velenosi, si ottiene spetalando il fiore un petalo alla volta, se perdonate certi neologismi ora di moda.

La proprietà

Iniziamo l’esplorazione dei beni comuni con la parola “proprietà” che per i cultori dell’astratto non è un conquistato bene comune, ma il suo opposto.

Quando la maggior parte dell’umanità era sostanzialmente priva di diritti, mancava anche la proprietà non era un diritto. La proprietà è una conquista recente che i più, precisamente i più deboli, hanno strappato non senza contesa ai poteri concentrati. La crescente diffusione della proprietà ha creato un fenomeno nuovo: la responsabilità sulla proprietà. Per esempio oggi diamo per scontato che il proprietario di un muro è responsabile dei danni che il muro potrebbe causare cadendo. È la responsabilità sulla proprietà che spinge i proprietari a sorvegliare la stabilità dei propri muri. La proprietà diffusa implica reciproca responsabilità verso i vicini che produce vantaggi facilmente riconoscibili. Al contrario i primitivi detentori di proprietà concentrate, difficilmente percepivano una qualsiasi responsabilità verso gli altri, specialmente se deboli.

Dubitiamo che ai cittadini piaccia perdere la sicurezza che offre questo genere di responsabilità a carico dei proprietari. Eppure paradossalmente i molti spacciatori di astratto sembrano propendere verso il ritorno alla proprietà concentrata.

Proprietà individuale (di persona fisica) e proprietà collettiva (di persona giuridica)

Proviamo ora ad affrontare l’altro incendiario paradosso a proposito della proprietà pubblica e privata.

Cosa distingue la proprietà pubblica dalla proprietà privata? Con non poche difficoltà, qualche utile risposta si può trovare nei testi del Diritto; molte norme regolano la proprietà in capo alla persona fisica. Ancora più regole si trovano a proposito della proprietà collettiva. Circa quattro secoli fa circa, i giuristi iniziarono a rifinire il concetto di “persona giuridica” che dà un’efficace risposta alla, fin da allora, insistente richiesta di identificare responsabilità e diritti delle “proprietà collettive”, non a caso spesso chiamate società. La persona giuridica è una rivoluzionaria invenzione del Diritto che consente agli umani di fare ciò che a loro piace davvero molto: unirsi in associazioni con uno scopo comune e con risorse comuni.

Il potere centralizzato non hai mai gradito la formazione di associazioni spontanee per l’ovvia ragione che esse concentrano energie potenzialmente in competizione col potere. La diffidenza del potere verso le associazioni deve essersi in qualche modo riflesso anche nel linguaggio. A titolo di sperimentazione pratica, possiamo infatti chiederci se la famiglia sia un’associazione. O se siano associazioni anche un partito, un’impresa, un ente pubblico. La risposta è quasi sistematicamente negativa. Nemmeno il Comune, pur chiamandosi “Comune”, è considerato un’associazione. Lo stesso vale per la Regione o per lo Stato, nonostante questi enti in particolare servano proprio a dare unitarietà amministrativa ai beni che gli “associati cittadini” mettono a fattor comune. Nessuno di questi raggruppamenti è considerato un’associazione, eppure intuitivamente tendiamo a ritenere che ciascuna società, impresa, associazione, famiglia, ente “pubblico” sia una forma associativa fondata sui reciproci impegni degli associati. Non solo, tendiamo a credere che i reciproci impegni siano fondamento e origine del Diritto.

Gli spacciatori di astratto in effetti cercano di confonderci producendo cortine “fumose” per occultare la realtà dei fatti, per distogliere l’attenzione dal fatto  che il Diritto ha già risposto, pragmaticamente e da tempo, alla crescente richiesta di criteri per la gestione dei numerosi tipi di proprietà collettive. Viene in effetti il dubbio che gli spacciatori d’astratto, spesso accademici distanti dalla pratica del fare, non si rendano ancora conto del fatto che, sul piano del concreto, l’umanità ha sperimentato molte forme organizzative per il governo delle proprie comunità. Alcune sperimentazioni si sono dimostrate disastrose o semplicemente inefficienti, altre invece si sono consolidate in soluzioni efficienti; in aggiunta osserviamo che la maggior parte di queste ultime sono orientate alla distribuzione del potere. Molto c’è ancora da fare, ma (quasi) tutti i cittadini sono ora convinti che la propria (sic!) sovranità individuale non va d’accordo con la centralizzazione del potere e della proprietà.

Abbiamo ricordato che agli uomini dunque piace aggregarsi in vari tipi di “associazioni”, inclusi i Comuni e lo Stato. Ciascuna associazione ha beni propri, messi in comune dai singoli, allo stesso modo di quanto avviene in un condominio dove, ad esempio, le scale sono beni di proprietà pro-quota dei condomini i quali li mettono in comune formando una “proprietà collettiva”, affidata in gestione ad un amministratore. Possiamo ragionevolmente concludere che non esiste alcuna diversità concettuale fra proprietà privata e proprietà pubblica. Le diversità, messe in evidenza dagli spacciatori di astratto, stanno piuttosto nelle parole “pubblico” e “privato”; quasi a significare che le proprietà “pubbliche” non sono dei cittadini, ma di “altri da identificare”.

Dubitiamo che ai cittadini siano favorevoli alla “proprietà indefinita”, peggio se a disposizione di “altri da identificare”.

Il mistero dell’accountability

Nel tempo l’applicazione della “proprietà-responsabilità” si è estesa molto oltre i confini fisici della proprietà. Per esemplificare, il costruttore di un‘auto o di un elettrodomestico è responsabile delle conseguenze dei difetti del suo prodotto anche molto dopo avere ceduto la proprietà del manufatto. Evidentemente l’esperienza pratica ha suggerito di applicare la proprietà-responsabilità anche all’ideazione e alla costruzione di manufatti, alla proprietà intellettuale e all’operato “a regola d’arte”. Un buon passo avanti contro i soprusi del potere centralizzato che in genere si sottrae alle responsabilità verso chiunque.

L’ampia distribuzione delle proprietà-responsabilità richiede che vi sia una relazione di responsabilità paritetica e reciproca fra “proprietario” e gli altri concittadini. Proporzionalmente richiede l’indebolimento della primitiva percezione di responsabilità verso il capo, verso il padrone, verso il vertice. La responsabilità del proprietario si rivolge orizzontalmente ai vicini; lo stimola a rendere loro conto dei propri comportamenti, lo spinge a comportarsi armonicamente con le aspettative dei vicini.

Si dice che gli esquimesi abbiano la necessità di distinguere fra vari tipi di neve e che perciò abbiano forgiato, nella loro cultura e nella loro lingua, almeno sette distinte parole. Pare che gli italiani non sentano la necessità di distinguere quel particolare tipo di responsabilità (rendere conto del proprio operato ai propri pari). Per questo forse nei dizionari manca una parola dedicata ad esprimere il vincolante obbligo sociale e paritetico dell’accountability.

Dubitiamo che i cittadini, al contrario degli spacciatori di astratto, vogliano eliminare i positivi effetti collaterali (trasparenza e accountability) derivanti dalla crescente diffusione della proprietà-responsabilità. Ancor più dubitiamo che i cittadini desiderino il ritorno al potere concentrato nelle mani di pochi; specialmente se quei pochi sono dotatati di adeguati mezzi sia per rigettare la reponsabilità delle conseguenze delle loro azioni sia per impedire la trasparenza sul loro operato. Arditamente presumiamo poi che i cittadini ambiscano a proseguire sulla strada della trasparenza, dell’accountability che è ancora lunga, difficoltosa e intralciata dagli interessati spacciatori di astratto. I cittadini sono ancora ben lungi dall’esercitare soddisfacentemente la propria sovranità.

I beni nè pubblici nè privati

Abbiamo fin qui compreso che larga parte dei beni comuni è già affidata a persone giuridiche collettive, pubbliche e private. Ciascuna associazione si è assunta il compito di migliorare il valore e la fruibilità dei beni loro affidati dai cittadini e di migliorare la qualità della vita degli associati. Abbiamo compreso che non servono ulteriori e astratte organizzazioni; serve piuttosto che gli amministratori, e i dipendenti, siano tolti dalle “riserve” della non-trasparenza, dell’intoccabilità e del privilegio.

La questione dei beni comuni però non è ancora pienamente risolta.

Ci sono alcuni “beni” come per esempio l’aria, le acque, l’ambiente, il clima, le radiazioni solari e tanti altri, la cui proprietà difficilmente può mai essere ricondotta a qualche persona fisica o giuridica. Gli spacciatori di astratto hanno fatto leva sulla poetica espressione “beni comuni” per mobilitare gli animi, ma in questi casi hanno serie difficoltà a indicare una responsabilità concreta in grado di agire. Le loro astratte elucubrazioni intellettuali non escludono però che qualcuno possa essere “accountable” di quei beni, più precisamente della qualità di quei “beni”. Non sarebbe illogico ritenere che un Comune o una Regione possa essere accountable per la qualità delle acque e dell’aria; anzi è già un fatto. La pubblicazione periodica dei valori dei parametri che misurano la qualità dell’aria implica che qualcuno si sente in dovere di spiegare ai propri concittadini i livelli di qualità dell’aria (indice delle polveri sottili, presenza dei metalli pesanti, ecc).  Il sistema di trasparenza è ancora molto lacunoso e gli amministratori pubblici sono ancora carenti nella nomina delle persone accountable dei miglioramenti ambientali.

Prendiamo atto quindi che non abbiamo trovato alcuna parola per catalogare in una sola categoria i “beni” che non possono essere né privati né pubblici e non sono neppure beni, ma sono semplicemente parametri con i quali possiamo misurare alcune dimensioni della qualità della vita (le polveri sottili, i metalli nell’acqua o anche le disponibilità di acqua per l’irrigazione).

Concludiamo l’eplorazione tornando all’iniziale espressione “beni comuni”. Il suo significato sembra ora fuorviante; sembra ammiccare a soluzioni organizzative centralizzate “in cerca di problemi da risolvere”.

Il tema della qualità della vita è invece al centro dell’interesse dei cittadini che vogliono sapere “chi fa cosa” per migliorala; vogliono vedere i parametri progressivamente spostarsi verso il meglio.

Il “bene comune” denaro e la relatività

Il denaro non è un “bene comune”. Il denaro, più precisamente una specifica valuta, è di proprietà del sistema bancario che la adotta.

La principale fonte di reddito del sistema bancario è l’affitto del denaro. La massa monetaria affittata viene chiamata con due termini diversi a seconda del punto di vista (relatività):

  1. “credito” se osservata dal punto di vista di chi presta il denaro
  2. “debito” se osservata dal punto di vista di chi si indebita o “prende a prestito”.

I ricavi del sistema bancario sostanzialmente dipendono dalla dimensione:

  1. del tasso di interesse (affitto)
  2. della massa monetaria “affittata”.

Il sistema bancario aumenta la massa monetaria concedendo più credito; e viceversa. L’aumento della massa monetaria:

  • oltre la soglia della domanda di credito, diminuisce il valore della moneta
  • inferiore alla soglia della domanda di credito, aumenta il valore della moneta.

In questo caso si usano due parole diverse (inflazione e deflazione) a seconda del punto di osservazione (relatività); semplificando:

  • deflazione: il valore della valuta sale quando il prezzo dei manufatti scende
  • inflazione: il valore della valuta scende quando il prezzo dei manufatti sale.

Per ovvii motivi, il sistema bancario tende a preferire l’aumento della massa monetaria e dell’inflazione. I cittadini-consumatori preferiscono invece la diminuzione dei prezzi dei manufatti (prezzi dei consumi) e un  valore costante della valuta (valore dei compensi e dei risparmi). Le imprese hanno un punto di vista ancora diverso che possiamo approfondire altrove.

Conclusioni:

  • la “relatività dei punti di osservazione”, e l’uso ambiguo di parole apparentemente uguali parole (polisemia), rende complicato per i cittadini comprendere le logiche del sistema bancario/finanziario
  • tutti i cittadini sono contemporaneamente consumatori, produttori e finanziari; questa condizione li pone in schizofrenico conflitto di interesse con sè stessi a seconda del cappello che indossano in ogni specifico momento (per esempio: vogliono tassi alti (rendimenti alti) quando depositano (affittano) alle banche i loro risparmi, ma vogliono tassi bassi o nulli quando contraggono un debito/mutuo). Questo e il punto precedente sono spesso ampio terreno per l’inganno
  • in ogni caso, il denaro non è un bene comune, ma è di proprietà del sistema bancario che lo crea, lo distrugge e ne cambia il valore alla (sua) bisogna.