Il Diritto astratto e il Diritto concreto

L’invenzione dei diritti è davvero meravigliosa. Talvolta pare che sia sufficiente enunciare bellissimi diritti perchè questi assumano carattere di urgenza e siano immediatamente applicabili.

L’esperienza pratica indica piuttosto che i diritti sono spesso una dichiarazione di intenti, espressione di aspirazioni, una bussola per una convivenza reciprocamente soddisfacente. Prendiamo ad esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o la Costituzione. Sono documenti che rappresentano grandiose aspirazioni, ma sarebbe troppo ingenuo credere che quelle elencazioni di diritti siano sufficienti per passare dal piano delle dichiarazioni al piano dell’esecuzione.

Li hanno chiamati “diritti”, ma veramente sono “diritti astratti”; meglio chiamarli aspirazioni.

Molti, veramente, hanno cercato di convincerci che il Diritto discende da un cielo di atmosfere rarefatte, dove esistono elucubrazioni intellettuali sofisticate e sfuggenti, dove esistono il diritto naturale, i diritti fondamentali, i diritti inalienabili, i diritti non negoziabili e tanti altri diritti intangibili e immutabili.

Il Diritto però non è una disciplina esoterica per iniziati nelle mani di sciamani e di Prìncipi che con il Diritto governano. Il Diritto è, molto più semplicemente, l’insieme degli accordi con i quali i cittadini decidono quali sono i comportamenti eseguibili e reciprocamente vantaggiosi. Questi sono i “diritti” concreti e applicabili; in particolare quelli che non fanno pagare il conto ad alcuni mentre altri godono di ingiustificati privilegi (vedere i cosiddetti diritti acquisiti, intoccabili, ingiusti e, da chi ne gode unilateralmente i vantaggi, fatti passare per inalienabili, non negoziabili, intangibili).

The tragedy of the commons – Lo scempio dei beni comuni

Non si sa cosa veramente siano i “beni comuni” se non che sono al centro di elucubrazioni astratte “perfette”, disturbate solamente dai deboli segnali che provengono dalla realtà.

Sui beni comuni pesa la malagestione che paradossalmente discende dall’idea (“moralmente buona”) che un “bene comune” debba essere gestito da un vertice più efficace ed equo dei cittadini o delle loro associazioni.

I beni diventano “comuni” con lo scopo di essere negligentemente abbandonati nelle mani di “tutti”, cioè di nessuno. Un atto di fuga e di irresponsabilità sfruttato da opachi portatori di interessi oscuri.

I beni comuni sono al centro del conflitto fra il potere centralizzato e il potere (democraticamente) distribuito.

Lo spreco e lo sfruttamento dei beni comuni in nome del bene comune: ecco la tragedia perfetta dei beni comuni.

Vocazione: campare a debito

Il Corriere ci mostra oggi chi ha fatto crescere il debito pubblico in questi anni implicitamente suggerendo l’idea-ideologia del “complotto degli stati ricchi e cattivi” contro l’Italia che invece è stata brava (entro i limiti delle regole UE).

Con i numeri si possono fare tante cose, anche le manipolazioni. Allora vi sottopongo una mia manipolazione.

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Gli AP cattivoni sono dunque Spagna, Irlanda, Portogallo, UK, Grecia e Lussemburgo: hanno accresciuto il proprio debito più della media.

  • L’anomalia Italia è che la troviamo fra i virtuosi, cioè per dirla alla vecchia maniera meditterranea: gli AP (Amministratori Pubblici) italiani sembrano comportarsi come i polentoni (stupidi Vs furbi).
  • L’altra anomalia è UK che ha aumentato il debito pur non avendone strettamente bisogno. Non sarà che invece sono AP polentoni, ma intelligenti?
  • La terza anomalia è la Germania che si ritrova fra i paesi piccoli che generalmente sono meglio amministrati dei grandi (vedere tabella del GDPpp di seguito). La Germania ha invece amministrato i soldi dei cittadini senza particolari meriti: il GDPpp è nella media (vedere le successive analisi).

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Secondo le recenti statistiche OECD, le “anomalie” sembrano molto meno anomale.

Gli AP italiani hanno creato nel tempo un debito gigantesco in valore assoluto e in pecentuale. Superato in percentuale solo dalla minuscola Grecia. Che gli AP italiani non abbiano potuto, quando era necessario, indebitarsi oltre è ovvio; non c’era alcuna “capienza” per ulteriore debito. Gli AP italiani hanno indebitato i cittadini italiani del tutto fuori tempo (in anticipo) e quando sarebbe stato utile un aiutino dal debito, non è stato possibile. Si sono comportati da pessimi amministratori; hanno sprecato massivamente in tempi di vacche grasse (quando invece era il caso di ridurre il debito) e non hanno potuto fare nulla quando serviva (in tempi di vacche magre). Furbi poco intelligenti, sempre a dirla alla mediterranea maniera.

Ma ciò che conta veramente è il GDP procapite.

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Siamo alle conclusioni: chi veramente ha voluto far guadagnare di più i propri cittadini? (GDPpp)

Un po’ tutti sono stati vittima della crisi e hanno subito un abbassamento del GDPpp; ma c’è chi ha perso di più e chi di meno. Per esempio Irlanda e UK hanno perso meno del 6%, mentre i tre peggiori sono Grecia (-19,4%), Svezia (-18,5%), Italia (-16,7%).

Possiamo dire che la Germania è stata al centro della media, senza eccellere come tanti erroneamente pensano (e come il grafico del Corriere lascia intendere).

Alcuni dei Paesi che si sono indebitati in questo periodo (Spagna, Portogallo e Grecia) ne avevano un gran bisogno e tutto sommato hanno usato bene la leva del debito non solo per sopravvivere, ma anche per imparare e recuperare terreno. Il lloro GDPpp ha perso terreno tanto quanto quello della Germania (Grecia ha fatto peggio). Non tutti gli altri Stati che hanno aumentato il debito (UK, Lussemburgo e Irlanda) avevano una forte necessità di farlo, mentre avevano una buona capacità residua di indebitamento; ebbene essi hanno tempestivamente colto l’occasione per efficacemente  minimizzare i danni della crisi attestando la perdita di GDPpp intorno al -5,6% (Lux a – 10%); metà delle perdite medie del gruppo.

Tutti gli altri, non hanno fatto ricorso al debito; la loro normale buona gestione li ha fatti rimanere nella media.

La questione quindi non è nè la quantità del debito nè chi lo ha accresciuto in questo periodo di crisi, ma piuttosto gli elementi caratterizzanti sono il tempismo dell’indebitamento e il taglio del debito. La grande bouffe degli AP italiani all’epoca delle vacche grasse non ha pagato; ora pagano i cittadini. Ancora una volta fare i furbi, sprecare le risorse quando ci sono, inseguire sogni ideologico-pelosi non ha pagato e non pagherà.

La furbetteria di bottega dei nostri AP ha inoltre creato un grande spazio di indebitamento per gli AP eruopei che non hanno mancato l’occasione di indebitarsi, comunque meno dell’Italia. Per ironia della sorte, e degli antieuropei nostrani,  gli AP italici hanno contribuito ad uniformare l’Europa su livelli di indebitamento più omogenei; peccato che lo abbiano fatto a svantaggio dei cittadini italiani e un poco anche a svantaggio dei cittadini europei che hanno innalzato i livelli medi di indebitamento.

In quale categoria Cipolla metteva chi fa danno a sé stesso e agli altri?

Gli amministratori pubblici sono diversi e dominanti – Il caso PMxx a Milano

Sul Corriere un chiaro articolo in tema di polveri sottili ben ci esemplifica due fenomeni:

  1. La lunga pratica dello spirito moral-buonista, di cui è impregnata l’italica cultura, colloca gli AP fra i santi, i cherubini e gli angeli: essi sempre e indubitabilmente operano nell’interesse dei cittadini. Gli innumerevoli e macroscopici casi di abuso, di corruzione, di ingiustizia e anche di semplice arroganza, mai scalfiscono l’adamantino mantello degli AP. Nel caso uno schizzo di fango impudentemente vi si appoggiasse, è pronto a scattare l’intricato sistema delle barriere corporative bene incastonate nelle leggi, nelle norme, nelle procedure, nei contratti di lavoro. Gli AP (Amministratori Pubblici) eletti o cooptati (dipendenti pubblici) sono diversi dai “cittadini-non-pubblici”; gli AP sono santi e sono dominanti
  2. L’arroganza collettiva degli AP non ha limiti.

Il caso PMxx a Milano

Lo scorso dicembre sono scoppiati due tormentoni che sono tornati:
a) il numero di morti da inquinamento esplode
b) le PMxx (polveri sottili) superano di molto i limiti e vi restano pericolosamente a lungo.

Gli istituti di sorveglianza spiegano le cause predominanti: il traffico diesel e i riscaldamenti. Raccontano anche che il “fermo traffico”, largamente praticato da quanrant’anni, si è dimostrato tanto spettacolare quanto inutile. Specialmente nella Pianura Padana dove alle due cause già citate si somma il trasporto merci su ruota a medio e lungo raggio che attraversa l’Italia da Lubiana a Lione, e da Sud a Nord. I mezzi sono tutti diesel fin troppo spesso più anziani di dieci anni.

Pareto, e il buon senso, ci direbbero che se i nostri AP volessero incidessero su queste cause, la probabilità di ottenere buoni risultati sarebbe ragionevolmente buona. Invece gli AP prediligono il fermo traffico.

Perchè?

Le ragioni sono molteplici. Il blocco del traffico:

  1. è spettacolare, nel senso che fa spettacolo e non necessariamente sostanza. Esibisce decisionismo. Proprio quello che serve all’AP; costa poco o nulla (agli AP), è di immediato beneficio elettoral-mediatico, risponde all’esigenza di mostrare che l’AP agisce velocemente ed è pure moralmente buono.
  2. dirotta l’attenzione dalle cause reali, la cui soluzione richiederebbe decisioni dolorose per più di una categoria di elettori. La perdita del supporto degli elettori e degli stessi dipendenti pubblici  è politicamente mortale per gli AP.
  3. è transitorio, il buon ventostellone (una fortunata pioggia pioggia, un casuale tiro di vento da nord) porta via tutto, anche il ricordo del problema. In questa ammuina (link), il sindaco di Napoli è stato veramente geniale. Ha tirato in lungo le decisioni fino a quando le previsioni meteorologiche hanno indicato i giorni nei quali il tempo avrebbe girato al brutto; poi ha ordinato un blocco del traffico totale per un’intera settimana. È un esercizio di machismo decisionista: a Napoli non fanno come a Milano dove si ferma il traffico di domenica; cosa che non disturba nessuno, tantomeno le PMxx. A Napoli si ferma tutto, quando serve salvare la città. Per pura coincidenza, il giorno successivo ha cominciato a piovere e il fermo è stato revocato prima ancora che venisse applicato. Geniale.
  4. evita il costo elettorale degli investimenti –  La parola investimento per gli AP è blasfemia assoluta. Gli investimenti hanno la pessima caratteristca di costare subito moltissimo,di svuotare le casse, pesano non solo economicamente, ma anche in peso elettoral-emotivo. Il risultato degli investimenti, oltre che essere per definizione a rischio, si realizza in tempi piuttosto lunghi e ne godranno altri. Più grande è l’investimento più in là nel tempo si realizza il risultato. Sono effetti satanici che ogni avveduto AP evita con estrema cura. È imprudente pagare ora per risultati futuri che avvantaggeranno  i successori che potrebbe anche essere della parte politica avversa. Chi si ricorda più di Albertini che decenni fa ha lanciato la ristrutturazione delle aree disastrate sulle quali ora svettano i grattacieli di una Milano che promette di riprendersi il ruolo di città europea se non mondiale? L’avveduto politico semmai approva un grande investimento in prossimità delle elezioni, così da far ederitare ai successori il problema di disinnescarlo o di pagarlo. L’apparato AP da tempo applica una strategia efficacissima: la neolingua (per chi avesse letto 1984). Nella neolingua del presente, la parola “investimento” non sta a significare un progetto di lungo termine, rischioso e che rende disponibile un manufatto grandioso e utile alla società. Nel dizionario della neolingua degli AP, l’investimento è diventato “elargizione”, anche solo dichiarata, a gruppi di elettori, o portatori di interesse, con ritorno a brevissimo termine (in termini di voti).

La soluzione spettacolare “blocco del traffico” sembra perfettta per questi scopi.

Tra le righe, l’articolo del Corriere ben descrive la logica dell’AP, diverso e dominante: illegalità e arroganza.

Le leggi non sono fatte per gli AP che sono intoccabili, ma sono a carico esclusivo dei volgari cittadini-non-pubblici. Nel caso specifico, questi ultimi sono obbligati dalla legge ad applicare i sistemi di riscaldamento con valvole di regolazione automatica, ad osservare limiti di temperatura e orari limitati. Tutto ciò naturalmente non riguarda gli AP.

A Palazzo Lombardia il picco, ad esempio nella torre N1 si passa dai 23 gradi dell’ottavo piano ai 26 gradi del sesto, proprio lì dove ha sede l’assessorato all’Ambiente. Enrico Maiocchi, responsabile servizi di facility dell’edificio che ospita 2.800 dipendenti, tiene però a precisare due aspetti. «Primo — spiega — il nostro riscaldamento non inquina perché funziona a energia elettrica e con una pompa di calore. Secondo, il regolamento per l’igiene del lavoro impone di creare benessere. E qui — conclude — il problema è semmai che tutti si lamentano del freddo, non il contrario».

Come dobbiamo interpretare questa risposta?  Possiamo proporvi la nostra interpretazione?

    • Noi AP siamo santi – Noi applichiamo tecnologie di risparmio energetico, non inquiniamo per nulla, e perciò teniamo le temperture che ci piace tenere. Non c’entriamo nulla nè con le PMxx nè con le leggi che comunque non ci riguardano. Se proprio volete giudicare i nostri comportamenti, se siete venuti a criticare, ebbene avete visto che noi siamo santi. (A proposito dove viene prodotta l’energia elettrica per alimentare le pur efficienti pompe di calore?)
    • Noi AP rispettiamo il regolamento – Gli AP si sono fatti il regolamento da sè e per sè. Ci spiegano poi che loro stessi rispettano il loro stesso regolamento. Un giro di parole con lo scopo di farci capire che loro sono ammantati di buonistica-santità e sono diversi da noi anarcoidi che invece cerchiamo di sfuggire alle leggi alla prima occasione.
    • Noi AP rispettimo i principi civili della città – “… il regolamento per l’igiene del lavoro impone di creare benessere...”. Il principio è moralmente ammirevole, quasi come l’aspirazione alla pace nel mondo. Ma viene spontanea una domanda: il benessere di chi? Il sospetto è che si stia parlando del benessere degli AP dipendenti pubblici. Ci chiediamo allora per quale ragione i cittadini-non-pubblici debbano accontentarsi di un benessere di seconda categoria. Il sospetto ci viene confermato dal mitico Maiocchi che riporta le lamentele dei dipendenti pubblici a proposito del troppo freddo (fra i 23 e i 26 gradi è una vera tortura).  I rozzi cittadini-non-AP sono evidentemente più resistenti alla brutalità delle intemperie; nemmeno percepiscono il freddo; perciò è giusto che vivano in ambienti con temperature inferiori di 5-10 gradi. Qui il moral-buonismo del siamo tutti uguali, ma noi siamo un pò più uguali, forse vacilla un pò, ma non troppo perchè vige il pragmaismo delle soluzioni. Infatti gli AP, è vero che dominano, ma si prendono cura di noi cittadini. Ecco le loro soluzioni strutturali (di lunga durata) al problema PMxx.

Una nuova restizione al blocco del traffico.
Un ulteriore ribasso delle temperature negli edifici (privati).
Una riduzione delle ore di funzionamento degli impianti da 12 a 14 ore.

Mai, mai e poi mai ci saremmo aspettati così tanti provvedimenti strutturali in una sola volta e di così rilevante portata innovativa. Non solo, ecco la più straordinaria delle novità: l’assessore alla Mobilità, Pierfrancesco Maran afferma che: ” ..le misure devono essere condivise e applicate da tutti, per essere efficaci». Noi aggiungiamo che, come sempre, saranno applicate da tutti, ma non dagli AP, che ovviamente sono, per ragione della loro illuminata santità, esentati da qualsiasi obbligo.

PS
I cittadini milanesi si apprestano ad eleggere una nuova tornata di Amministratori Pubblici che probabilmente coopteranno (assumeranno) un buon numero di nuovi dirigenti pubblici. Sommessamente suggeriamo di non dimenticare che gli AP amministrano per nostro conto; che sarebbe bene che applicassero il principio dell’esempio personale. In altre parole che i provvedimenti destinati ai cittadini-non-politici venissero applicati prima di tutto alle migliaia di dipendenti pubblici, che venissero eliminate le caldaie a gasolio che ancora sono in esercizio, che le valvole automatiche siano applicate in tutti gli uffici; che gli orari del riscaldamento sia rigorsamente entro gli orari previsti. forse anche che l’accesso a tutti i diesel inquinamenti più delle auto a benzina non possano entrare nell’area C, ma forse in una ben più vasta area. Che i camion senza adeguati filtri e tecnologie, non possano circolare in tutta la regione, inclusi i camion in transito da Lubiana a Lione. Che tutti gli autobus, e gli altri mezzi dell’AP rispettino le stesse logiche, meglio se ancora più stringenti. Magari adottare qualche norma per limitare il traffico generato dal movimento dei dipendenti pubblici. L’esempio personale vale molto più dell’esercizio del potere; senza dire dell’arroganza del potere.

Per chi volesse approfondire ecco un articolo dell’ARPA toscana che illustra cosa fa l’inutile Europa; sì quella che ha obbligato tutti agli standard progressivi Euro1, Euro2, … EuroX senza i quali saremmo ancora qui a dibattere in quali orari e giorni limitare il traffico.

Facite ammuina

A Napoli si usa il modo di dire «far ammuina». «Fare ammuina» significa «agitarsi a vuoto, fare confusione, anche per attrarre la benevola attenzione dei superiori».

Ecco che cosa si legge nella Collezione de’ regolamenti della Real Marina, anno 1841:

«All’ordine “facite ammuina” tutti chilli che stanno a prora, vann’ a poppa e chill che stann’ a poppa vann’ a prora; chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta; tutti chilli che stanno abbascio vann’ coppa e chili che stanno ‘ncoppa vann’ abbascio; chi nun tiene nient’a ffa, s’aremeni a ’cca e a ‘lla». Da usare in occasione di visite a bordo delle alte autorità del Regno.

In italiano:

«All’ordine “facite ammuina” tutti coloro che sono a prua vadano a poppa e quelli che sono a poppa vadano a prua; quelli che sono a dritta vadano babordo e quelli che stanno a babordo vadano a dritta; tutti quelli che sono sottocoperta salgano sul ponte e quelli che sono sul ponte scendano sottocoperta; chi non ha nulla da fare, si agiti di qua e di là».

Riforma Madia, non tutte le partecipate si porta via

Uno dei rari bersagli che ha sempre accumunato, almeno nelle intenzioni, il governo Renzi con la pattuglia di bizzarri liberisti pur presente nel nostro paese, è quello delle società partecipate. Sin dai tempi della Leopolda le quasi 8.000 imprese, che secondo l’Istat (ma per il ministero delle Pari opportunità sono 10.000: il povero commissario alla revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, non si raccapezzava) sono in mano pubblica, hanno costituito un elemento duraturo (seppure intermittente, un po’ come quegli amori estivi che rinascono a ogni bella stagione sotto lo stesso ombrellone) della demonologia renziana. Tuttavia, finora poco o nulla era stato fatto per razionalizzare, sfoltire, chiudere, vendere, accorpare questa enorme galassia di enti che, con stipendi manageriali un po’ ridotti e con qualche risparmiuccio qui e là, han continuato tranquilli a sopravvivere e in taluni casi a prosperare. Ecco perché, quando nel prossimo consiglio dei ministri del 15 gennaio verrà presentata la “Riforma Madia”, il capitolo delle partecipate susciterà una particolare attenzione.

In cosa consiste la riforma? I capisaldi degni di attenzione sono tre: guadagna o chiudi, il potere in mano a una persona sola, obbligo di non proliferazione.

Partiamo dall’ultimo pilastro: le pubbliche amministrazioni non potranno più costituire o partecipare a società (e in ogni caso solo s.r.l e s.p.a.) che non debbano costruire un’opera pubblica; non si dedichino all’autoproduzione di beni o servizi strumentali agli enti pubblici; non abbiano come oggetto sociale la produzione o gestione (anche in coabitazione con privati) di servizi di interesse generale. Questi servizi sono individuati dalla legge in modo un po’ ampio e quindi è vero che difficilmente un Comune potrà produrre prosciutti, ma molte altre cose rimangono incluse. Nella bozza di decreto fin qui circolata, si parla infatti di attività di produzione o fornitura di beni o servizi che sarebbero svolte dal mercato “a condizioni differenti in termini di accessibilità fisica ed economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza che le amministrazioni pubbliche assumono come necessarie” per soddisfare i bisogni della comunità e “garantire l’omogeneità dello sviluppo e della coesione sociale”. Beh, è facile capire che una pubblica amministrazione un po’ audace può far rientrare nel concetto di tutto: da internet alla pay tv, dalle librerie ai supermercati. Manca un bel panificio in centro città? ci pensa il sindaco! Dopotutto, non bisogna essere Manzoni per capire cosa succede quando a Novembre nel giorno di San Martino manca il pane  in piazza Cordusio a Milano… Il fatto che le società in cui può partecipare lo Stato e gli altri enti debbano essere una s.r.l o una s.p.a. non è di grande ostacolo, basta trasformare quelle che oggi sono cooperative o società in accomandita. La prescrizione che le imprese con meno di un milione di fatturato o più amministratori che dipendenti debbano essere vendute o liquidate, sarà pure facilmente aggirabile tramite fusioni e accorpamenti. E’ vero che la costituzione e l’acquisto di partecipazioni in società da parte di un ente pubblico deve passare il vaglio della Corte dei Conti e dell’Autorità Antitrust, tuttavia il diniego da parte della Corte non è chiaro se abbia il potere di bloccare la delibera ed in secondo luogo il Tar potrà pur sempre dire che la valutazione del Comune, della Regione o del Governo rientra nell’ambito di una inevitabile discrezionalità di alta amministrazione difficile da smontare se non nei casi più eclatanti.

Staremo a vedere. Un po’ più efficace sembra essere il requisito “guadagna o chiudi” per quelle società che hanno chiuso in rosso 4 degli ultimi 5 anni. Anche dimenticandoci il trucchetto della fusione, stiamo parlando di casi probabilmente non frequentissimi e rimediabili con contratti di servizi più generosi. Vengono poi liquidate le scatole vuote che per 3 anni non compiono atti di gestione o non presentano il bilancio. Anche in questo caso l’alternativa della presentazione del bilancio è un’inutile scappatoia, perché in teoria basterà depositare un bilancino da foglio Excel per uscire dalla categoria a rischio. E’ pur vero che le amministrazioni dovranno annualmente approntare un piano di razionalizzazione delle proprie partecipazioni sottoposto all’occhiuto vaglio dell’ennesima authority di vigilanza e che le società partecipate potranno fallire come tutte le altre. Insomma, qualcosa succederà, ma bisognerà contare molto sulla volontà politica perché la legge non venga interpretata in modo cavilloso e dilatorio.

Infine la donna sola al comando (utilizzare la vetusta espressione “uomo solo al comando” avrebbe sicuramente comportato un intervento indignato della Presidenta Onorevola Boldrini). Salvo che per le società quotate, tutte le altre avranno un solo amministratore unico a meno che i gli enti proprietari decidano diversamente per ragioni di “adeguatezza organizzativa” e pur sempre rispettando il famigerato “equilibrio di genere”. Niente pensionati in consiglio e retribuzione determinata in parte avendo riguardo alla dimensione della società, in parte in base ai risultati. L’amministratore unico assicura qualche risparmio ma, salvo che in piccole società, non è una scelta gestionale intelligente. Ci sarà un motivo per il quale le imprese private hanno dei consigli di amministrazione ed è quello di far sì che il management esecutivo possa essere consigliato e controllato da suoi pari. Il problema è di eliminare il controllo pubblico e decurtare il numero di società esistenti, non dotarle di meno amministratori, anche perché rimane la solita discrezionalità, che è un po’ la piaga della legge, di fare esattamente il contrario appellandosi a vaghe esigenze organizzative.

Mettiamola così: le intenzioni della riforma non sono malvagie (nel preambolo si fa un gran parlare di concorrenza e mercato). Sembra che il governo, però, non fidandosi del fatto che le buone intenzioni fossero prese troppo sul serio abbia lasciato delle scappatoie anche per chi ne avesse di cattive.

@Aledenicola

Errori di misura sul lavoro.

Voler tradurre a tutti i costi la qualità della prestazione in quantità, in funzione della valutazione, senza saperlo fare, può produrre mostri.

“Lettera sul Lavoro” pubblicata sul Corriere della Sera il 6 gennaio 2016, in occasione dell’uscita del libro di Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, Measurement Madness. Recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015) .

Ci sono Paesi come il nostro dove si fanno le barricate contro l’idea di tradurre la qualità del lavoro in indici quantitativi, per poter misurare la prestazione e quindi valutarla. Ultimamente abbiamo visto erigere quelle barricate contro la pretesa dell’Invalsi di valutare l’efficacia dell’insegnamento scolastico, ma le avevamo viste erigere anche contro la pretesa dell’Anvur di valutare l’attività di ricerca universitaria, o contro l’idea che una parte della retribuzione degli impiegati pubblici possa essere collegata a indici di produttività degli uffici o dei singoli. Da noi viene mobilitato persino il diritto alla privacy per impedire la valutazione della performance dei dipendenti pubblici, o quanto meno la conoscibilità del suo esito.

In altri Paesi, invece, soprattutto nel nord-Europa e nel nord-America, il principio della valutazione è non solo acquisito, sia nel settore pubblico sia in quello privato, ma praticato talvolta in modo eccessivo, acritico, quindi inutile o addirittura fuorviante. Per avvertirci di questo rischio tre studiosi – Dina Gray, Pietro Micheli e Andrey Pavlov, tutti e tre docenti in atenei inglesi, che a misurazione e valutazione hanno dedicato la vita – ora hanno ritenuto di dedicare un libro alla Measurement Madness: recognizing and avoiding the pitfalls of performance measurement (Wiley, 2015); cioè alle follie, o anche soltanto alle insidie, agli errori, e alle vere e proprie trappole in cui si può cadere quando ci si avventura su questo terreno senza il know-how e le avvertenze necessarie. Lo hanno fatto nel modo più amichevole verso la generalità dei possibili lettori, quindi con un linguaggio assolutamente semplice, scevro da tecnicismi, rifuggendo da ogni astrazione e proponendo invece decine di casi di uso della misurazione della performance avventato, sprovveduto, inerziale, opportunistico, furbesco, o inconsulto, comunque non utile per una valutazione attendibile, effettivamente verificatisi nell’ultimo decennio in amministrazioni pubbliche o in grandi imprese private di tutto il mondo. Oppure di casi nei quali il sistema di misurazione consente ai misurati di distorcere il risultato a proprio vantaggio, o li induce a distorcere la prestazione dalla sua vera funzione al solo fine di ottenere un indice di performance falsamente migliore. Dall’osservazione di questi casi si traggono diverse conclusioni per nulla scontate: la misurazione funziona poco se viene introdotta soltanto per controllare i comportamenti, mentre dà i risultati migliori se è mirata a trarne indicazioni utili per migliorare servizi, prodotti, o processi; se ai risultati della misurazione si collegano direttamente dei premi, i rischi di distorsione aumentano: meglio comunque attribuire i premi a gruppi di persone e non ai singoli; la valutazione individuale, invece, può costituire essa stessa, da sola, un premio efficace, dando risultati ottimi in termini di motivazione del personale. E dalle loro osservazioni gli autori traggono dieci regole auree per la buona impostazione della misurazione e della valutazione, che probabilmente diventeranno d’ora in poi un decalogo ineludibile per chiunque si occupi di questa materia.

Viene citato anche un “caso” ambientato in Italia. Ma questa volta soltanto per denunciare l’allergia alla valutazione della performance che ispira i vertici delle nostre amministrazioni pubbliche. E qui non è difficile vedere la mano di quello, dei tre Autori, di origine italiana, che cinque anni fa venne richiamato in patria dall’Inghilterra per far parte della Civit, l’autorità per la valutazione delle amministrazioni pubbliche – appunto – istituita dalla c.d. legge Brunetta del 2009, e che dopo un anno clamorosamente si dimise constatando che il meccanismo girava a vuoto.

Nonostante che su questo terreno in Italia siamo poco tanto più indietro rispetto al nord-Europa, la lezione sofisticata di Gray, Micheli e Pavlov riguarda direttamente e immediatamente anche noi. Perché anche le nostre grandi imprese cadono negli stessi errori in cui cadono quelle straniere; e perché, sia pure in ritardo, finalmente anche noi stiamo incominciando a praticare la misurazione e la valutazione della performance nel settore pubblico. E proprio il ritardo con cui affrontiamo il problema ci rende più inesperti, quindi più esposti al rischio di errori, di trappole, di pratiche controproducenti. L’unico vantaggio insito nell’essere, per questo aspetto, un Paese arretrato sta nella possibilità di sfruttare a costo zero l’esperienza accumulata da altri attraverso decenni di sperimentazione e affinamento delle tecniche di misurazione e valutazione. Ecco perché sarebbe molto importante che questo libro venisse letto attentamente – oltre che da molti amministratori delegati di imprese private – soprattutto negli uffici del ministero della Funzione pubblica e in quelli di molti altri ministeri romani.

Pietro Ichino
http://www.pietroichino.it/?p=38416

Il regolatore in barca

Sul fiume Cam si sfidano da decenni alcune gondole. Una parabola del mercato e dei suoi nemici.

Molti lettori avranno visitato Cambridge e quindi già conoscono la nobile arte del punting. Per chi non ne avesse ancora avuto l’opportunità, la descrizione è semplice. Una punt boat è una specie di gondola con la prua quadrata che originariamente veniva utilizzata per caccia e pesca sportive ma oggidì solo per brevi gite di piacere. La tecnica di navigazione è simile a quella delle cugine veneziane e, svolgendosi in acque ancor più placide e meno profonde del Canal Grande, non occorre una grande tecnica per diventare un punter e usare la pertica che funge da remo. Attenzione però, come ammoniva Jerome K. Jerome nel suo spassoso “Tre uomini in barca”, uno dei capolavori della letteratura umoristica inglese: “Il punting non è semplice come sembra. Come nel canottaggio, impari presto ad andare e maneggiare lo scafo, ma è necessaria una lunga pratica prima che tu possa farlo con dignità e senza infradiciarti fin sopra le maniche”.

Sia come sia, il punting è stato introdotto a Cambridge all’inizio del secolo scorso (anche se, come per ogni tradizione britannica, un forestiero è portato a pensare che già ci facessero le loro gite romantiche Robin Hood e Lady Marian) e da allora è diventato popolarissimo.

Ogni college ha barche di proprietà riservate ai suoi membri (solo il Trinity le noleggia al pubblico) e in più sono nati vari consorzi e società che, utilizzando spesso gli studenti come barcaioli, scorrazzando alla velocità di 3 km orari per il tranquillo fiume Cam turisti e allegre brigate di universitari che organizzano picnic e qualche bevuta.

Il punting può essere praticato affittando la barca, oppure facendosi trasportare da una compagnia di navigazione, autorizzata dall’apposita autorità, i Conservators, che si occupano del fiume dal 1702, oppure indipendente o da un singolo punter. Si tratta di un business che vale milioni e milioni di sterline e quindi fa gola a molti. Altra circostanza importante è che il passatempo è piuttosto innocuo. L’incidente più frequente consiste nello schiacciamento di dita tra una barca e l’altra, qualche occasionale tuffo (la punt boat è stabilissima e naviga in acque calme), talvolta una beccata di un cigno e poco altro.

Ma laddove c’è un’attività economica ecco che arriva il regolatore, impersonato dal Consiglio comunale di Cambridge e dai Conservators. Tre sono le preoccupazioni principali: che i residenti vengano molestati dai locali gondolieri privi di licenza che si fanno pubblicità sia per strada che vicino ai pochi moli disponibili, il sovraffollamento soprattutto estivo del fiume e che la sicurezza dei passeggeri sia a rischio . E così, prima di iniziare la gita, i barcaioli dovranno leggere le safety instructions come negli aerei e mettere a disposizione dei gitanti i giubbotti di salvataggio che dovranno essere conservati in un apposito locale. I conduttori non potranno essere ubriachi né tenere la musica a tutto volume e saranno obbligati ad applicare adesivi sulla barca con le istruzioni di sicurezza. Inoltre, il “touting” (il sollecitare i clienti) in posti non autorizzati (in primis la celebre King’s Parade dove si affacciano alcuni tra i più prestigiosi e bei college) potrà essere considerato un reato penale. Ultimo provvedimento dei Conservators che ha scatenato vibranti polemiche su Cambridge News, è stato il blocco di un approdo non autorizzato ostruendo il passaggio con una chiatta.

Un elemento piuttosto curioso della vicenda è che il principale operatore di punting, Scudamore, ha circa il 60% del mercato, gode di una posizione di  semi-monopolista, ha avuto in affitto per 100 anni e a prezzi bassi il pontile di approdo più importante e siede nel Board dei Conservators! Peraltro, benché a fronte di 250 barche autorizzate, ce ne siano solo 20 “pirata”, è pur vero che  una licenza costa 2.000 sterline l’anno e i commercianti in King’s Parade si lamentano della presenza dei barcaioli indipendenti che a loro dire infastidiscono i turisti.

In breve: siamo di fronte alla classica situazione in cui un regolatore si trova in presenza di un mercato oligopolistico, dove le essential facilities (gli approdi delle barche e le strade dove farsi pubblicità) sono limitate; l’operatore dominante siede tra i regolatori che concedono licenze col contagocce e le nuove misure di sicurezza innalzano una barriera all’entrata a favore di chi è già presente, nonostante che nel passato non ci siano stati veri problemi e senza che vengano diminuiti i (pochi) incidenti che capitano soprattutto ai dilettanti che affittano la punt boat per le proprie gite.

Come suole accadere in queste situazioni, ci sono diritti legittimi ma contrastanti, tipo quello dei negozianti di avere King’s Parade libera e quella dei punter di farsi pubblicità. Ma quando ci sono dei settori economici in cui predominano delle corporazioni, peggio ancora se composte da pochi oligopolisti, si assiste al solito copione: si invocano ragioni di sicurezza o di salute, si restringe la concessione di autorizzazioni o l’apertura di nuovi spazi fisici dove esercitare il mestiere, il tutto con lo scopo di ostacolare l’ingresso dei nuovi concorrenti, che certamente non devono godere di privilegi, ma la cui esistenza, assenza di incidenti e gradimento del pubblico dimostrano l’inutilità di buona parte delle regolamentazioni cui sono sottoposte le attività ufficiali. 

E’ una lotta continua tra chi è dentro e chi è fuori, che si tratti di lavoratori sindacalizzati e protetti nei confronti di quelli flessibili, dei tassisti con licenza rispetto a quelli dilettanti, dei farmacisti con i parafarmacisti, delle gondolette sul Cam e di quelle sul Canal Grande.

Alessandro De Nicola
Su il Foglio
@aledenicola

Il nostro buon senso: P.A. uber alles e l’alibi delle “richieste dell’Europa”

Una delle frasi più ritrite e controproducenti che i governanti hanno ripetuto in questi anni è stata “ce lo chiede l’Europa”. Di solito la si pronunciava per giustificare l’aggiustamento dei conti pubblici, come se il non andare in bancarotta fosse un sacrificio che compivamo per Bruxelles e non per noi stessi. Le riforme e un bilancio statale in ordine ci sono chiesti dal buon senso, invece, qualità di cui a volte politici e sindacalisti difettano in modo strabiliante.
Prendiamo il diritto del lavoro. L’appena pubblicato rapporto sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni pone l’Italia in una posizione molto bassa rispetto al resto d’Europa quanto a flessibilità del mercato occupazionale e ad efficacia della normativa. La speranza di chi lo legge è che, non avendo gli estensori fatto in tempo a considerare le riforme sui contratti a tempo determinato e il Jobs Act, nei prossimi anni la situazione possa migliorare.

Classifica ed efficienza potrebbero peraltro ulteriormente progredire visto quanto ha stabilito pochi giorni fa la Corte di Cassazione e cioè che il nuovo articolo 18 si applica anche ai lavoratori statali. In altre parole, come era evidente a molti, salvo che a buona parte della classe politica e soprattutto al ministro Madia, non è logico che per i nuovi assunti del settore pubblico non siano valide le disposizioni che rendono meno complicato il loro licenziamento. D’altronde, come avevano fin da subito notato il senatore Ichino e il sottosegretario Zanetti, e ha ora ribadito la Suprema Corte, Il Testo unico sul pubblico impiego prevede che lo Statuto dei lavoratori si applica nella “forma vigente” anche ai rapporti di lavoro pubblico.

Bene, cosa avrebbe fatto un governo sinceramente riformatore a questo punto? Salvato dal dovere legiferare sul punto dalla Corte di Cassazione, avrebbe incassato il risultato e la storia sarebbe finita lì. Invece, l’ineffabile ministra insiste che secondo lei (celebre giuslavorista) il Jobs Act non vale per il settore pubblico e comunque le cose verranno messe a posto dalla sua prossima riforma della P.A. Peccato che, se così accadesse, potrebbero addirittura aprirsi profili di incostituzionalità per disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati. Insomma, contro il buon senso non solo ci si rifiuta di introdurre un po’ di efficienza nella P.A. ma si vogliono aprire le porte a un periodo di incertezze e ricorsi che durerebbe per anni.

Ma la fantasia dei politici è ancor più fervida. Infatti, approfittando dell’esame del disegno di legge per l’attuazione delle direttive comunitarie, un gruppo di deputati trasversali, Pd e Pdl, grillini e leghisti, ispirati dall’ex ministro Damiano e dalla ex presidente del Lazio Polverini, entrambi sindacalisti, ha introdotto una serie di modifiche alla normativa sugli appalti pubblici che adesso dovranno essere discusse in Senato.

In particolare, nel momento in cui viene cambiato l’appaltatore, diventerebbe obbligatorio utilizzare, almeno parzialmente, «manodopera o personale a livello locale ovvero in via prioritaria gli addetti già impiegati nel medesimo appalto »; inoltre si dovrebbe assicurare «la continuità dei livelli occupazionali ». Non paghi, per gli appalti ad «alta intensità di manodopera» i nostri eroi hanno previsto l’applicazione, per ciascun comparto, del «contratto collettivo nazionale di lavoro che presenta le migliori condizioni per i lavoratori» e l’introduzione di «clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato ». A commentare questi emendamenti si è quasi imbarazzati, perché all’insensatezza dei proponimenti si aggiunge una certa ignoranza dell’ordinamento. Ad esempio, obbligare ad assumere gente del posto va contro la libertà di circolazione delle persone e dei lavoratori sancita dai trattati europei. Anche la clausola luddista per la quale, pur se un appaltatore ha migliore tecnologia e quindi per fare lo stesso lavoro ha bisogno di meno persone, deve necessariamente garantire la continuità occupazionale, va contro quanto stabilito dalla Corte di Giustizia Europea. I giudici di Lussemburgo hanno difatti stabilito già dal 1991 che sono vietate le normative nazionali che inducono le imprese «a non servirsi della tecnologia moderna, con conseguente aumento dei costi delle operazioni e ritardi nella loro esecuzione». Con l’emendamento della Camera se il nuovo appaltatore disponesse di personale più capace e volenteroso del precedente, dovrebbe rinunciarvi: che bella giustizia sociale.

In generale si tratta di clausole o risibili, tipo quella di applicare il Ccnl più favorevole ai lavoratori “a prescindere”, come avrebbe detto Totò, da ciò che vogliono le associazioni rappresentative delle parti, o tese a scoraggiare l’efficienza e ad aumentare i costi per la P.a.

Purtroppo, la trasversalità di questa cultura dell’inefficienza e del populismo è impressionante: forse è a causa di ciò che per molto tempo ancora, invece che reclamare riforme incisive che facciano ripartire il Paese perché ce lo impone il buon senso, saremo costretti a dire che “ce lo chiede l’Europa”.

adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Quel pasticciaccio brutto delle 4 banche (altre 10 in arrivo?)

Purtroppo quella che era destinata ad essere l’ennesima storia di malgoverno bancario e di clienti e soci gabbati, ha assunto i colori della tragedia a causa del povero pensionato di Civitavecchia che si è tolto la vita, umiliato per sentirsi tradito dalla “sua” Banca Popolare dell’Etruria che gli aveva venduto obbligazioni rivelatesi carta straccia.

In questi casi le notizie si sovrappongono con le dichiarazioni, da quelle roboanti delle solite associazioni dei consumatori a quelle di politici ed esponenti di governo, le audizioni si infittiscono e alla fine rimangono le foto sui giornali del risparmiatore che innalza il cartello contro le banche predatrici.

Anche questa volta, si potrebbe concludere, è colpa del liberismo.

Cerchiamo di riassumere la situazione. Come è noto, 4 banche sull’orlo del collasso (Etruria, Carife, Marche e Carichieti) vengono salvate attraverso un decreto del governo di fine novembre. I crediti inesigibili o in sofferenza, 8,5 miliardisvalutati dell’83%, vengono trasferiti ad una bad bank che dovrà cederli a qualche professionista del ramo eil resto verrà amministrato da 4 good bank con un unico presidente, l’ex Unicredit Nicastro. A fare le spese del salvataggio saranno azionisti ed obbligazionisti “subordinati” (con nessuna garanzia) delle Quattro e il sistema bancario che verserà, attraverso il Fondo di Risoluzione alimentato dalle altre banche,  3,6 miliardi per capitalizzare quelle fallite. Naturalmente gli istituti sperano di recuperare almeno in parte il loro investimento e nel frattempo la UE ha dato l’Ok al piano non ravvisando aiuti di Stato. In altre parole, si è azionato in anticipo, secondo la “narrazione” prevalente, il meccanismo di “bail-in”, in vigore in tutta Europa a partire dal 2016, che fa ricadere il peso delle crisi bancarie sugliazionisti, creditori e depositanti “ricchi”.

Tuttavia, poiché  gli obbligazionisti subordinati rappresentano 800 milioni di euro in titoli, il governo ha preannunciato un “aiuto umanitario” per i più disagiati.

Tutto bene quindi? Andiamo con ordine. In primisnon è vero che, come declamato dal governo, la soluzione sia a costo zero per il contribuente. Le banche riceveranno agevolazioni fiscali sull’Ires eIrap valutate approssimativamente in un miliardo di euro. Soldi in meno che verranno recuperati o con nuove tasse, o tagli alle spese (come no, mi par di vederlo il governo) o ulteriore debito. Inoltre, la CDP garantirà fino a 400 milioni di euro in caso di mancato recupero dai crediti incagliatidelle somme previste.

Secondo punto. Come è successo in ogni altra crisi bancaria italiana recente, il problema dei crac risiede nella cattiva governance degli istituti. E, non sorprendentemente, anche in questo caso si tratta di banchette popolari (del territorio, cioè degli ammanicati del territorio) o casse di risparmio in mano a fondazioni autoreferenziali, vale a dire quelle entità che esercitano il credito con un sistema di governo contrario a quanto i dannati mercatisti, fan di soci capitalisti veri che si scambiano le azioni in borsa ed esercitano controlli, vanno predicando.

Terzo. L’ABI(come Bankitalia) ha ragione a lamentarsi della rigidità europea a non voler attivare il Fondo Interbancario per ristrutturare le Quattro, ma dovrà rapidamente capire che poiché d’ora innanzi sono i denari degli associati e dei loro azionisti a rischio, sarà opportuno esercitare una forte moral suasione diffondere best practicecon molta convinzione, arrivando a sanzionareal proprio interno chi si comporta in modo bizzarro ed opaco.

Quarto: non si capisce perché, come sostiene Banca d’Italia,  i piccoli risparmiatorisiano altrettanto meritevoli di protezione dei contribuenti . In cosa gli obbligazionisti di una banca differiscono da quelli di una società industriale? Peraltro, abbiamo sommerso il mondo della finanza di regolamentazione: la normativaMifid prevede la compilazione di moduli, spiegazioni alla clientela, la sua classificazione in diversi profili di rischio. O si ammette, come dicono i più selvaggi liberisti, che tutta questa fuffa non serve a niente e bastano il diritto privato e quello penale severamente applicati, oppure, chi dopo tutti gli scandali passati continuava a comprare titoli ad alto rendimento e firmava senza leggere tutto ciò che gli veniva messo sotto il naso, può meritare comprensione, compatimento, ma non risarcimento. Con quali criteri poi? L’ISEE (l’indicatore di ricchezza)? A che livello? Al momento dell’acquisto o della perdita? Fino a che ammontare? È indifferente se nei bondè stato investito tutto il patrimonio o solo il 10%? E nel futuro come si potrà rifiutare un simile trattamento a chiunque abbia perso i soldi in quanto azionista o obbligazionista di una società industriale o commerciale fallita, o sia stato truffato da un Madoffall’amatriciana o perché il valore del suo immobile è calato?

Infine, le associazioni dei consumatori, dopo aver protestato contro la nuova legge del  bail-in (a loro evidentemente sta bene che per i fallimenti paghino tutti i cittadini, con tipica privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite), ora si indignano per i compensi dei nuovi amministratori delle Quattro e minacciano di andare alla Corte dei Conti. Scoraggiante esempio di pauperismo inefficiente, anelante a pagare poco dei professionisti che si assumono rischi e mettono al servizio le loro competenze che il mercato pagherebbe altrettanto o di più, senza contare che questa volta ci sono degli azionisti veri i quali sono liberi di determinare la retribuzione senza interferenze. Se vuoi risparmiare puoi sempre mettere degli incapaci senza prospettive o reputazione alla guida delle imprese (e a volte, soprattutto nel passato per le imprese pubbliche, si mettevano degli inetti pagandoli molto), ma,  come dicono in America, if you pay nuts you get monkeys. Se paghinoccioline, ottieni solo scimmie.