CGIL: orgoglio e pregiudizio

Anche coloro i quali non abitano sotto il bel cielo di Lombardia sanno ormai cos’è l’Expo (per lo meno a grandi linee, Michele Serra sull’Espresso ha insinuato il divertente dubbio che sia tutta un’invenzione). Orbene, l’esposizione universale del 2015 (il cui tema è “Nutrire il Pianeta”) é giudicata da tutti -imprenditori, amministratori pubblici, accademici, sindacati- come una delle poche opportunità
che l’Italia ha nei prossimi anni di migliorare la sua reputazione, le sue infrastrutture e la situazione occupazionale. Tre miliardi di investimenti pubblici e privati e una previsione di 200mila unità di lavoro ( un’unità equivale ad un posto di lavoro per un anno) nel periodo 2012-2020 sono previsioni da sogno per il nostro disgraziato paese.

D’altronde l’Expo è un evento di per se transeunte che creerà occupazione in alcuni casi permanente, in altri temporanea; bisogna inoltre considerare che le necessità in termini di forza-lavoro potrebbero essere difficilmente prevedibili, sorgere inaspettate ed esaurirsi altrettano rapidamente.

Ecco perchè l’evento è un terreno ideale per provare nuove forme di flessibilità dei contratti di lavoro: è in gran parte limitato ad una determinata area geografica (che peraltro è tra le più ricche o meno povere di opportunità, la Lombardia) e per un arco temporale ben preciso. Quale migliore occasione per verificare se lasciare più libertà alle parti di decidere i loro rapporti contrattuali ha effetti benefici?

E così il ministro Giovannini nelle scorse settimane ha espresso più volte l’intenzione di introdurre per l’Expo delle modifiche sui contratti di lavoro a termine e di sperimentare altre forme di flessibilità. Apriti cielo! Il leader della CGIL Camusso ha cominciato ha tuonare contro l’ipotesi, dichiarando che bisognava dare più certezze e non incertezze ai lavoratori. Il fatto che la deprecabile riforma Fornero, aumentando le forme di rigidità all’entrata nel mondo del lavoro, abbia fatto crollare l’occupazione giovanile e di coloro i quali avevano contratti a termine in modo più che proporzionale rispetto all’impatto della crisi sugli altri lavoratori non ha né smosso né commosso la leader del più grande sindacato italiano .

Spalleggiata da CISL e UIL, Camusso alla fine ha ottenuto, nella riunione tenutasi il 16 luglio, che il governo rinunci per il momento ad emanare un provvedimento legislativo, preferendo lasciare alle parti sociali di definire i loro rapporti. Solo qualora i datori di lavoro e i rappresentanti dei lavoratori non dovessero raggiungere un’intesa il Governo interverrà. L’esecutivo per ora ha suggerito di introdurre un periodo di apprendistato di due anni e l’estensione degli sgravi contributivi previsti dal pacchetto lavoro del “Decreto del fare” in caso di trasformazione di un contratto a tempo detrminato in uno a tempo indeterminato.

Che dire? L’orgoglio del sindacato rappresenta un fatto positivo: è meglio che siano le parti in causa a raggiungere un accordo, piuttosto che ci pensi direttamente il Governo attraverso misure che vengono pagate da tutti i contribuenti e che, come nel caso degli sgravi contributivi ad hoc, siano anche distorsive.

Speriamo però che non prevalga il pregiudizio della CGIL contro qualsiasi cosa che diminuisca il suo potere di interdizione concedendo più libertà a chi domanda e a chi offre lavoro. L’ostiltà dimostrata dalla CGIL ha fatto sì che l’Italia sia in basso a tutte le classifiche internazionali per quel che riguarda l’efficienza del mercato del lavoro, soffocato da restrizioni, regolamenti, miriadi di eccezioni, rigidità che lo rendono poco attraente per qualunque imprenditore, soprattutto estero. Poi è ovvio che tasse, burocrazia ed inefficienza della giustizia giocano la loro parte nella stasi italiana, ma se la CGIL recuperasse l’orgoglio della trattativa e accantonasse il pregiudizio verso la libertà renderebbe un bel servizio al paese.

Alessandro De Nicola
da La Repubblica del 19 luglio 2013

“NCC sarà lei!”: il caso Uber, l’autonoleggiatore innovativo che disturba gli oligopoli

Valutazione n. 2013/01, del 12 luglio 13

Sintesi

In Italia l’attività degli operatori NCC (noleggio con conducente) è limitata dalla legge perché ritenuta una forma di concorrenza sleale ai servizi di taxi, che notoriamente possono essere esercitati solo con licenze il cui numero è prefissato dai Comuni e viene variato raramente e con estrema difficoltà.

Tra le restrizioni Read more

Quel salvagente per le società pubbliche

Nel discorso di addio alla presidenza pronunciato da Dwight Eisenhower il 17 gennaio del 1961 c’è un drammatico passaggio in cui il presidente mette in guardia dalla pericolosa influenza che il “complesso militare-industriale” avrebbe potuto esercitare sulle scelte di governo. Eisenhower era stato un grande generale e questa sua preoccupazione, in piena Guerra Fredda e reduci dall’esperienza del maccartismo, suscitò una certa impressione.
I tempi
sono più tranquilli e l’Italia è un paese dove la situazione é sempre grave ma non seria, per dirla alla Flaiano: leggendo però il recentissimo provvedimento della Corte dei Conti ligure che ha sostanzialmente reso inutile il decreto del 2012 sulla spending review nella parte in cui impone la privatizzazione delle società pubbliche che operano solo a favore della PA, mi è tornato in mente il vecchio Ike. Solo che, al posto del complesso militar-industriale, mi è apparso un moloch politico-burocratico-giudiziario che travolge qualsiasi tipo di riforma in Italia.
Il caso dei servizi pubblici locali é emblematico. Le società create dai comuni per svolgerli sono inefficienti e ancor di più quando tale servizio lo prestano in regime di affidamento diretto, cioè senza gara. Un disastro fatto di sprechi e opacità.
Gli ultimi governi hanno tentato, in linea con gli orientamenti comunitari, di introdurre più concorrenza nel settore. La legge 133 del 2008 prevedeva all’art.23bis l’affidamento di tutti i servizi pubblici di rilievo economico a società private o a capitale misto con procedure ad evidenza pubblica (appalti competitivi, per capirci) e che tutte le gestioni “in house” sarebbero cessate al 31 dicembre 2011 a meno che non fosse entrato un socio privato.
Le società cosiddette “in house” sono la longa manus degli enti locali che li controllano con un potere assoluto di direzione, coordinamento e supervisione della loro attività. A tal fine l’intero capitale deve essere pubblico e i poteri di controllo del proprietario molto penetranti. Deve trattarsi, dicono i giuristi, di una relazione equivalente ad una subordinazione gerarchica: la Giunta o il Sindaco comandano e la società in house obbedisce.
Le società in house possono inoltre possedere il requisito della “strumentalità”, quando l’oggetto sociale è rivolto esclusivamente a favore degli enti proprietari per il perseguimento dei loro fini istituzionali: ad esempio una società il cui scopo sia quello di erogare formazione professionale ai dipendenti comunali. Ovviamente, quasi tutte le società strumentali sono in house e possono perciò acquisire affidamenti diretti, senza gara, dagli enti promotori.
Purtroppo, il referendum del 2011, quello della salvezza dell’acqua di tutti, appoggiato più per viltà e calcolo politico che per convinzione dal PD , ha cancellato l’articolo.
Arriva il governo Monti. Con il comma 1 dell’art. 4 del d.l. 95 del 2012 si impone all’ente locale alternativamente o la vendita a gara o la messa in liquidazione delle società controllate direttamente o indirettamente dalle pubbliche amministrazioni e che ricavino più del 90% del proprio fatturato proprio da commesse della PA (e quindi hanno la caratteristica della strumentalità)
Tuttavia, il comma 8 dello stesso articolo (lo so, chi legge si sta innervosendo, ma il problema è tutto qui, nell’astrusità del legislatore), dispone che l’affidamento diretto di servizi a favore di società in house a capitale interamente pubblico è ancora consentito. Se questo è vero, le società in house non vanno privatizzate e possono continuare ad evitare la concorrenza. Peccato che quelle che andrebbero vendute, le società strumentali, siano quasi tutte in house. Risultato: non si venderà un bel niente e con tanto di benedizione della Corte dei Conti ligure!
Ora, a prescindere dal fatto che il provvedimento della Corte, pur formalmente logico, tradisce appieno lo spirito della legge, ma è possibile che il nostro apparato politico-burocratico abbia un tale livello di incompetenza (o forse di malafede) da sfornare dei mostri giuridici di questo genere?
È appena il caso di ricordare che nel frattempo un buon numero di Regioni ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale lamentando che il governo centrale con il decreto della spending review si è appropriato delle loro competenze: prepariamoci ad ulteriori sviluppi.
La situazione è grave ma non è seria, ahinoi. I cittadini non vogliono privatizzare: preferiscono un servizio pessimo e senza concorrenza pur di affermare principi altisonanti come nel caso del referendum di “Sorella Acqua” che ha sfasciato anche ciò che con l’acqua non c’entrava. I partiti vogliono rimanere attaccati alla greppia delle società pubbliche, fonte di clientelismo e potere. I burocrati non sanno scrivere le leggi o fanno finta di non saperlo fare. Le Regioni non rinunciano ai loro privilegi senza combattere. I giudici volteggiano in punta di diritto e se ne infischiano della sostanza.
Sui giornali continuano a scrivere una dozzina di persone che denunciano il continuo tradimento dell’efficienza, della concorrenza, del mercato, della trasparenza. A pensarci bene non è così male. Se ci organizziamo bene, ci facciamo riconoscere come specie protetta e, chissà, magari ci scappa un bel sussidio. Con l’approvazione della Corte dei Conti, s’intende.

Alessandro De Nicola
La Repubblica – 15 luglio 2013

Meno Autorità ma più Autorevoli

Chi lavora in banca lo sa: si è aperto un altro periodo di passione. Con la circolare pubblicata il 3 luglio, infatti, Banca d’Italia impone al nostro sistema bancario un profonda riflessione e rivisitazione dei sistemi di controllo interno. Tali controlli negli istituti di credito sono molteplici e interessano diversi organi e funzioni aziendali rilevanti:
dal consiglio di amministrazione al collegio sindacale, dalla revisione interna al dipartimento informatico. Le istruzioni di Bankitalia sono assai dettagliate: ecco perché per il prossimo anno dietro gli sportelli vi sarà una frenetica attività di adeguamento alle nuove regole che coinvolgerà il management e legioni di consulenti.
Normale amministrazione, si dirà. Ebbene, non è proprio così. L’impressione generalizzata è che ormai in certi settori di attività economica sia più importante avere buoni avvocati e lobbisti che interloquiscano con le autorità di vigilanza, piuttosto che puntare sul prodotto. Stiamo parlando di banche, assicurazioni, servizi finanziari, energia, telecomunicazioni, gas, acqua, poste, ferrovie, non proprio robetta da niente.
Le autorità indipendenti che sorvegliano il tutto sono la citata Banca d’Italia, Consob, Antirust (AGCM), Autorità delle comunicazioni, Autorità dell’energia e gas, IVASS (la vecchia ISVAP, inglobata da Banca d’Italia, che si occupa di assicurazioni), Garante Privacy, Covip (fondi pensione) e la nascitura Autorità dei trasporti che da quasi 2 anni aspetta che la politica si decida a nominare i commissari.
Quali sono i problemi principali di una tale situazione? In primis ognuna di queste agenzie (salvo l’Antitrust) ha un potere legislativo (sforna regolamenti), uno inquirente (conduce ispezioni) ed uno giudicante (commina sanzioni). Non è un assetto che avrebbe fatto impazzire dalla gioia Montesquieu ed in alcuni casi il potere di tali Authority è quasi assoluto: nessuna banca ha mai osato impugnare un provvedimento di via Nazionale e questo non è sensato.
Inoltre, le funzioni assegnate a ciascuna autorità indipendente a volte sono scollegate l’una dall’altra e talvolta confliggono . Ad esempio, l’AGCM si occupa di cose diverse come la concorrenza, la pubblicità ingannevole, le pratiche commerciali scorrette verso consumatori e microimprese, le clausole vessatorie dei contratti, il rating di legalità, i conflitti di interesse, le cessioni di prodotti agricoli tra parti in posizione di squilibrio. Un vero calderone. L’Autorità dell’Energia, che dovrebbe assicurare la concorrenza e l’apertura del mercato, è una sorta di ente certificatore che regola minuziosamente molti aspetti tecnici e così fa pure l’AGCOM. Succede poi che le competenze si accavallino e le autorità stipulino addirittura accordi tra di loro per decidere chi fa cosa, come nel caso della protezione del consumatore.
Inoltre, l’eccessiva regolamentazione non può che favorire gli operatori dominanti, soffocando l’innovazione. La Consob, ad esempio, accusata da più parti di dormire in occasione dei grandi scandali come MPS e Unipol-Fonsai, in genere emana regolamenti attuativi di normative europee interpretandole in modo più restrittivo, ultimo della serie la bozza sul crowdfunding (raccolta di capitale online) che, imponendo oneri proibitivi ai nuovi entranti, lascerà il mercato a chi già è presente (banche e SIM).
Insomma, è ora di mettere ordine e un governo di larghe intese è il più adatto a districare questo ginepraio. Le direttrici devono però essere chiare.
Prima di tutto riduzione delle autorità attraverso una liberalizzazione del mercato. In un contesto competitivo l’Antitrust basta e avanza e le autorità di settore perdono la loro ragione d’essere.
In secondo luogo ci vuole una chiara demarcazione tra il ruolo di pubblico ministero, giudice e legislatore: la posizione di subalternità in cui si trovano le imprese è eccessiva.
Infine, per evitare la cosiddetta cattura del regolatore da parte del regolato, avere delle commissioni autorevoli e collegiali può aiutare. La riduzione dei componenti delle autorità a 3 può aver fatto risparmiare qualche spicciolo, ma non ne aiuta il corretto funzionamento.
Letta si era molto interessato al tema, mentre non sembra che l’IMU lo ecciti molto. Perché non assecondare le proprie passioni e ritornare a lavorarci un po’ su?

Alessandro De Nicola
da L’Espresso del 12 luglio 2013

Le riforme istituzionali

Il dibattito sulle riforme istituzionali sta prendendo una brutta piega. Come nel dilemma del prigioniero, anziché cooperare per ottenere il risultato per tutti migliore, i partiti si preoccupano solo di limitare i propri rischi. In altri termini, si pensa più a impedire che l’avversario politico possa trarne un (presunto) vantaggio che al bene del Paese. E così ancora una volta si corre il pericolo di giungere a un nulla di fatto per effetto di veti incrociati.
Innanzitutto, la discussione sul presidenzialismo è viziata dal retro pensiero che Berlusconi, il demagogo per antonomasia, sia eletto grazie al voto popolare, nonostante l’età, i vari processi (e le condanne), i fallimenti del passato e la disistima internazionale. Ovviamente non si può escludere che Berlusconi si presenti, ma oggi vi sarebbero altri candidati in grado di far leva sul voto popolare (a cominciare da Renzi).
Ancora una volta, dunque, il fattore B polarizza l’attenzione, distogliendo dalle vere questioni in gioco e diventanto, paradossalmente, la più classica delle profezie che si auto-avverano. Si guarda cioè solo all’indomani, dimenticando che le riforme sono destinate a durare ed è meglio cercare la soluzione più confacente ai mali del paese.

Altrettanto superficiali sono le affermazioni secondo le quali il presidenzialismo non funzionerebbe mai in Italia, a differenza di molti altri paesi occidentali (in primis Francia e Stati Uniti) – perché gli italiani sono un popolo che si lascia facilmente incantare dall'”uomo forte” e rischieremmo di finire nelle mani di un despota. Si tratta ovviamente di affermazioni apodittiche, un po’ come quelle che attribuiscono la paralisi della giustizia civile alla “connaturata litigiosità dei nostri connazionali” anziché ai vizi di un sistema che incentiva a promuovere cause pretestuose. E sono affermazioni tanto più fastidiose in quanto si pretende di dare risposte tecniche a problemi importanti partendo da basi irrazionali e indimostrabili.
Non molto dissimili sono, a nostro avviso, le posizioni di coloro che, quasi fideisticamente, definiscono la nostra Costituzione “la più bella del mondo” e si oppongono a ogni tentativo di modificarla. Con tutto il rispetto per i nostri padri costituenti, data la situazione di stallo istituzionale e di reiterata crisi politica l’evidenza empirica sembrerebbe suggerire il contrario. Peraltro, non si possono dare tutte le colpe alle riforme della legge elettorale succedutesi negli ultimi vent’anni. Anche la Prima Repubblica non ha funzionato molto bene, se si pensa che dal dopoguerra al 1993 abbiamo avuto 51 governi.
In realtà la discussione dovrebbe partire dai problemi ai quali si cerca di dare risposta con la riforma costituzionale. A nostro avviso, qualsiasi riforma dovrebbe mirare a tre obiettivi: governabilità, accountability ed execution.
Il primo obiettivo è evidente. Nonostante gli sforzi di questi ultimi anni, non solo i grandi partiti non sono riusciti ad aggregare quelli più piccoli per giungere al bipartitismo dei paesi più maturi, ma neppure il bipolarismo si è radicato. Le ultime elezioni lo hanno dimostrato. Occorre dunque incentivare i diversi partiti e movimenti a raggrupparsi e questo sicuramente è favorito dal doppio turno.
Il secondo obiettivo – lo abbiamo già trattato in un nostro precedente intervento – riguarda appunto la responsabilizzazione della classe dirigente. Ovvero, chi si presenta alle elezioni deve rispondere delle proprie azioni (od omissioni) ai propri elettori. Invece, siamo soliti sentire proclami di programmi miracolosi (dal milione di posti di lavoro al reddito di cittadinanza per tutti), subito dimenticati dopo le elezioni. La scusa è quasi sempre la stessa: “io avrei voluto farlo, ma me lo hanno impedito”. È dunque necessario che il leader della coalizione vincente possa godere di una propria maggioranza che consenta di attuare il programma presentato agli elettori.
Le alleanze post-elezioni invece fanno sì che tutte le promesse vengano annacquate in un compromesso al ribasso. Un paper di qualche anno fa di Alesina, Ardagna e Trebbi dimostrava che la correzione dei deficit di bilancio e dell’inflazione avviene più facilmente nei paesi con governi “forti” (ovvero con un sistema presidenziale o nei quali il governo dispone di una larga maggioranza e l’esecutivo incontra meno vincoli).
Il terzo obiettivo riguarda la fase di attuazione delle riforme. In Italia siamo pieni di belle idee, ma manca l’execution. Manca per molteplici ragioni: per le lungaggini parlamentari, in parte imputabili al bicameralismo perfetto; per la tecnica legislativa che spesso consiste nell’emanazione di leggi generiche la cui esecuzione presuppone poi una normativa secondaria (i cosiddetti decreti attuativi) che non arriva mai, anche per le resistenze della burocrazia ministeriale; perché i governi durano poco; perché sempre più spesso ci si limita all’effetto annuncio dei provvedimenti in assenza degli articolati di legge ecc.
I rimedi sono dunque l’abolizione del bicameralismo, la semplificazione dell’iter legislativo, la creazione di corsie preferenziali per il dibattito parlamentare che consentano di legiferare senza abusare della decretazione. Tutto questo però non basterà se non si provvederà anche, sulla base di una normativa che già consente lo spoil system, a creare una nuova classe dirigente che sostituisca quella che Roberto Mania e Marco Panara hanno chiamato la “Casta dei Quiriti”.
Ci sono già 35 saggi, esperti di diritto costituzionale, chiamati a discutere di queste problematiche e non vogliamo certamente rubare loro il mestiere. Ci preme però che qualsiasi risposta venga data in questa sede parta dai problemi reali del paese, eviti pregiudiziali ideologiche e giochi politici, si fondi su solide argomentazioni e soprattutto sia realistica. L’alternativa, come nel dilemma del prigioniero, è una lunga condanna per tutti.

(Alberto Saravalle – Carlo Stagnaro)

Vendere subito la RAI

Il portavoce del governo greco Simos Kedikoglou, ha annunciato martedì la chiusura della radiotelevisione pubblica, ERT, nonché il licenziamento di tutti i suoi 2.500 dipendenti. Nonostante il premier Samaras abbia poi aperto ad una parziale ripresa delle attività, si tratta di uno shock notevole: l’emittente statale ellenica fa parte della vita quotidiana di ogni greco quanto la Rai per noi italiani.

Eppure, nell’ambito del programma di privatizzazioni imposto ad Atene dalla troika di Fondo Monetario, BCE e Commissione Europea, anche la stazione TV non si è salvata. Verrà ristrutturata in vista della vendita e saranno riassunti solo i dipendenti indispensabili e che accetteranno nuovi contratti di lavoro meno onerosi per l’azienda.

ERT era il classico buco nero che costava ad un paese piccolo ed impoverito come la Grecia 300 milioni di euro l’anno di sussidi pubblici (in linea con l’Italia, dove, con una popolazione quasi 6 volte superiore, il canone frutta alla Rai poco più di 1,7 miliardi, essendo però il reddito medio dei greci inferiore al nostro). Inoltre, gli sprechi dell’emittente erano diventati leggendari e quindi il governo, per tagliare il nodo gordiano, ha deciso di prendere una misura draconiana.

Ebbene, se poniamo lo sguardo sulle vicende di casa nostra, forse potremmo prendere delle utili lezioni da quanto sta succedendo nella nazione culla della civiltà occidentale. La prima é che anche in un paese dove la tradizione dell’intervento statale in economia é forte e radicato culturalmente, quando le circostanze lo impongono, vengono smantellati i Tabù. Fortunatamente l’Italia non é nelle condizioni disastrate della Grecia, ma più si tarda a prendere certe decisioni, più quando si assumono esse sono dolorose, drastiche e meno redditizie di quanto avrebbero potuto essere.

Inoltre, quanto avviene ad Atene ci deve indurre a riflettere specificamente sulla RAI. La proprietà pubblica é protetta dall’innaturale alleanza tra due fazioni contrapposte: il “Partito RAI” , dominante nel centrosinistra e il “Partito Mediaset” del centrodestra. Ad entrambi fa comodo avere da un lato una radiotelevisione pubblica dominata dai partiti e con un impianto politico-culturale delle trasmissioni “di sinistra”, e dall’altro un impresa che non si comporti da vero concorrente del polo televisivo privato evitando di sottrargli risorse pubblicitarie.

Questo connubio ha fatto si che, per quanto professionali possano talvolta essere i presidenti e direttori generali RAI e nonostante la presenza al suo interno di ottimi giornalisti, autori e trasmissioni, l’andazzo prevalente sia sempre quello del carrozzone. L’ultimo bilancio approvato, quello del 2012, é stato particolarmente negativo: ricavi per 2.786,5 milioni di euro, quindi meno 211,8 mln di euro rispetto al 2011, e ciò nonostante i grandi eventi sportivi (Europei di calcio e Olimpiadi); la perdita di esercizio è stata di 244,6 milioni di euro rispetto ai 4 milioni di attivo del 2011 e la posizione finanziaria netta risulta negativa per 366,2 milioni di euro con un aggravio di 93,8 milioni.

Anche Mediaset ha avuto risultati (meno) negativi – la crisi c’é per tutti- ma naturalmente, se si prende il lungo periodo, i conti economici del Biscione non sono comparabili a quelli RAI. Nel triennio 2009-2011, nonostante abbia incassato circa 5 miliardi di canone, l’azienda televisiva statale ha infatti avuto perdite complessive per 156 milioni: deprimente.

La riscossione del canone, poi, origina una grande ingiustizia sociale. L’evasione dello stesso é stimata dalla stessa emittente pubblica in mezzo miliardo di euro, facendo ricadere in modo eclatante sulle spalle dei soliti poveri fessi onesti il peso della tassa.

Chi difende la funzione di servizio pubblico della RAI, inoltre, non ha tanti buoni argomenti. Non occorre nemmeno citare la diretta televisiva del matrimonio di Valeria Marini o il tanto trash che viene trasmesso o peggio le inchieste della Corte dei Conti o dei PM su presunti sprechi o fatturazioni gonfiate.

Invero,é il concetto stesso che lega proprietà statale a servizio pubblico ad essere sbagliato. In molti altri settori (telecomunicazioni e altre public utilities) gli operatori privati svolgono la loro attività gravati da oneri di servizio pubblico (in alcuni casi chiamato “universale”) senza troppi problemi. Oppure, a voler essere pratici, basterebbe affidare ad una fondazione governata da consiglieri indipendenti e sovvenzionata con pochissimo denaro pubblico i canali digitali di Rai News e Rai Storia e avremmo risolto il problema.

Privatizzando la RAI faremmo affluire verso le casse dello Stato denaro utile ad abbattere il debito pubblico e i relativi interessi (alcune stime preliminari ponevano il valore dell’azienda tra i 3 e i 4 miliardi), solleveremmo i cittadini da una inutile gabella che genera fenomeni di evasione ed ha importanti costi di riscossione, elimineremmo perdite di gestione che in ultima analisi paga il contribuente, toglieremmo le mani dei partiti politici dall’informazione e favoriremmo la concorrenza e l’innovazione nel settore televisivo.

Ci pensi bene il PD: i grillini, seppur nelle loro modalità confuse, sono favorevoli alla dismissione. Scelta Civica come potrebbe opporsi? Tra l’altro, il portavoce Della Vedova presentò una proposta di legge per la privatizzazione e pure il responsabile del programma Ichino è favorevole. Chi rimarrebbe ad obiettare alla vendita? Il partito liberale di massa, vale a dire il PDL, per mantenere il duopolio imperfetto in cui nomina anche i consiglieri di amministrazione dell’azienda concorrente di quella del suo leader? E che figura ci farebbe? Al PD conviene chiamare il bluff: sarebbe un raro caso in cui ad un vantaggio politico tattico si accompagnerebbe un beneficio non irrilevante per il paese.

(di Alessandro De Nicola)

#Proprietà privata e pubblica

Di tanto in tanto emerge la contrapposizione dialettico-ideologica fra proprietà privata e pubblica. Deve essere un fenomeno antropologico un p0′ manicheo (o questo o quello, nulla in mezzo) e un po’ di appartenenza (è la società che possiede me o sono io che possiedo una quota della società). Read more

Breaking News: la Democrazia dei Pari guadagna terreno sui Capisti

Dopo alcuni millenni di teorizzazioni e tentativi prototipali, è in corso un bisecolare esperimento di democrazia applicata. Come sempre vi sono i contrari (i Capisti) e gli entusiasti (i Pari). Entrambi circondati dai più che stanno a guardare.

I Capisti, che appunto sono guidati da un capo comanda, da sempre adottano comportamenti “verticali”. Ovviamente non guardano orizzontalmente verso i Pari, preferiscono guardare verso l’alto per ascoltare gli ordini del capo, cercano di sfuggirli o li eseguono spesso di malavoglia e col mugugno, ma specialmente chiedono al capo privilegi, benefici familistici, trattamenti particolari in cambio del loro sostegno. Lo scambio funziona bene e garantisce stabilità. Almeno fino a quando il capo non è più in grado di compensare abbastanza la fedeltà dei Capisti; in quel caso viene fatto fuori senza tanti complimenti, spesso sanguinosamente. Read more