Le Città liquide e l’ordine immaginato

Il populismo è il dissenso verso l’”ordine costituito” i cui Amministratori non sono più in grado di fornire sicurezza e prosperità ai Cittadini, nemmeno in forma di sogno per il futuro. Il populismo è il sintomo inascoltato del desiderio di un mondo nuovo. Il populismo non propone nuovi modelli sociali, solamente mostra un insieme incongruente e disorganizzato di aspirazioni. La Storia insegna che il primo ad organizzare le aspettative dei Cittadini si prende la guida verso l’autodistruzione o verso un più grande futuro.

Gli Stati sono nati per separare gli “uguali” con muri di confine; dentro ci sono gli uguali (sempre i migliori) e fuori ci sono i diversi, inevitabilmente i peggiori. Da più di duecento anni i Cittadini stanno costruendo un sistema, la democrazia, nel quale gli uguali non sono più uguali, ma sono tutti individualmente diversi e hanno pieno diritto di esserlo. Il dentro e il fuori hanno sempre meno senso.

Le Città, al contrario degli Stati, sono sempre state il punto di aggregazione spontaneo degli uomini, di qualsiasi uomo. Sono connesse fra loro e sono nodi di una rete attiva, inclusiva, innovativa. Saranno le Città a proporre, sperimentandolo nel concreto, un nuovo modello di cooperazione che superi le rivalità fra nazioni?

Solo chi ha vissuto per mezzo secolo nel socialismo reale e per un altro mezzo insegnando sociologia in UK poteva coniare la definizione “società liquida”. Baumann ha visto e descritto il dissolversi del mito della “società solida” (la società governata da un “ordine unico” di princìpi universali, eterni, immutabili, divini) e l’inizio della “società liquida”, nella quale i comportamenti dei singoli sono congruenti solo in parte, per lo più sono mutevoli e valgono temporaneamente solo negli accordi fra pari.

L’”ordine immaginato” che regge le società solide (non così tanto solide)

Le prime Città – Si stima che all’epoca della Rivoluzione Agricola, 12.000 anni fa, sulla Terra vivessero 5-8 milioni di cacciatori-raccoglitori nomadi. Duemila anni fa 1-2 milioni di cacciatori-raccoglitori ancora resistevano sulla superficie terrestre che nel frattempo si era coperta da chiazze di una muffetta sottilissima composta da 250 milioni di agricoltori stanziali. Insieme all’agricoltura e alla stanzialità, gli umani avevano inventato i villaggi e le Città

I confini – La terra coltivata era costantemente minacciata dell’invadenza della vegetazione, degli insetti, degli animali, degli stranieri. Preoccupazioni di sopravvivenza, al limite del paranoico, occupavano l’animo degli agricoltori. Inventarono così la separazione difensiva installando steccati, siepi, fossati e infine anche mura.

Ricchezza individuale o collettiva? – C’è chi sostiene che la Rivoluzione Agricola portò enormi benefici all’umanità. È innegabile che la società umana collettivamente mise a segno un grande successo di crescita numerica, diffusione e occupazione territoriale. Molti però argomentano che, con l’aumento della popolazione, la qualità della vita del singolo individuo sia peggiorata.  La Rivoluzione Agricola in effetti incatenò gli umani alla terra, li costrinse a vivere sempre nello stesso posto, in capanne di pochi e angusti metri quadri e accalcate l’una sull’altra, nella pericolosità di una dieta poco varia, nella scarsa igiene che la stanzialità compressa implica.
Paradossalmente la tipica casa degli agricoltori conteneva costosi manufatti in numero molto superiore a quelli posseduti da un’intera tribù di cacciatori-raccoglitori. Gli attrezzi erano costosi, ma non erano esattamente una ricchezza; erano mezzi indispensabili per mantenere la produzione di cibo in quantità sufficienti a pareggiare il crescente fabbisogno delle comunità umane. Si era creata una spirale impressionante: più cibo c’era, più cresceva il numero di umani e più aumentava il fabbisogno di cibo. Gli agricoltori si erano ridotti a ricchi-poveri, schiavi della loro stessa terra che mai potevano abbandonare, che dovevano difendere, che dovevano coltivare con attrezzi complicati da costruire.

Qualcuno è più uguale – Troppo impegnati a produrre cibo e scorte, gli agricoltori non badarono troppo all’animo predatorio sopravvissuto in alcuni degli umani: i briganti. Questi capirono presto che avrebbero potuto campare con meno sforzo sottraendo le scorte agli agricoltori, ad alcuni anche il necessario per vivere. I briganti oziavano su tutto, ma non sulle arti della violenza necessarie ad ottenere la “cooperazione” degli agricoltori affinchè provvedessero al loro mantenimento. I briganti assunsero il ruolo a loro più confacente: amministratori delle comunità. La violenza però è piuttosto inefficiente; bisogna darsi da fare con la spada, qualche brigante moriva o restava mutilato; ma il peggior effetto è che la violenza decima la popolazione produttiva.
Al nostro tempo contemporaneo, la parola cooperazione è evocativa di buoni sentimenti e giudica la sudditanza una forma di cooperazione troppo forzosa. A quel tempo invece, gli umani, che sono gente inconsapevolmente pragmatica, cominciarono a credere ad un nuovo ordine delle cose: ai benefici della sudditanza volontaria.  Tutto sommato gli amministratori, briganti e violenti, tenevano tutto “ordinato” secondo il loro modo di vedere; allo scopo era a loro sufficiente eseguire, di tanto in tanto, qualcosa di violento per ricordare che avrebbero potuto essere molto pericolosi. Il sistema implicava quindi un uso minimo ed efficiente della violenza; così, con beneficio per tutti, gli agricoltori potevano moltiplicarsi più velocemente.
Nei fatti l””ordine immaginato” della sudditanza produsse un ulteriore successo. L’agricoltore e la sua famiglia stentavano, ma la collettività andava a gonfie vele. Nell’8500 a.C. Gerico contava alcune centinaia di abitanti. Nel 7.000 a.C. la Città di Çatalhöyük contava 5-10.000 abitanti. Come un sistema stellare in formazione, intorno al 4-5.000 a.C. molte erano le Città popolose in grado di controllare i villaggi vicini, anch’essi sempre più grandi. Le Città attraevano migliaia di individui e il processo di aggregazione era solo all’inizio. Ma l’espansione del genere umano stava per collassare, come Babele, sotto il peso del proprio successo.

La scrittura e la burocrazia – In milioni di anni, gli umani avevano affinato un metodo per stare insieme in gruppi che non superavano le poche decine di individui. Ma le Città si erano moltiplicate e ciascuna contava migliaia e migliaia abitanti. L’antico metodo sociale non era più sufficiente. Tutto stava succedendo molto rapidamente ed era assolutamente necessario trovare un metodo che facesse cooperare decine di migliaia di persone che non si conoscevano fra di loro. Molto tempo addietro gli umani avevano inventato i miti che gli anziani, e gli sciamani, ripetitivamente raccontavano per ricordare i comportamenti “utili” e quelli pericolosi; più o meno tutti fermamente credevano ai miti col risultato di tenere coesa la piccola comunità. Col sistema di trasmissione orale però i miti non potevano essere ricordati tutti quanti, a così tante persone e sempre con la stessa precisione.
Con l’aumento delle terre e delle popolazioni agricole, gli agricoltori avevano inventato una scrittura adatta a misurare la terra e i raccolti, a ricordare e comunicare. La scrittura non era stata pensata per scrivere un romanzo o una poesia. Ma Hammurabi ne capì il potenziale e intorno al 1776 a.C. fece scolpire sulla pietra il più famoso manuale di cooperazione sociale della Storia: il Codice di Hammurabi.
Fu un successone.
Intorno al 3.500 il primo regno egiziano unificò tutti gli insediamenti umani del basso Nilo. A partire dal 1.000 a.C. in Medio Oriente si moltiplicarono gli imperi con eserciti permanenti di decine di migliaia di soldati e con milioni di sudditi. Più o meno contemporaneamente alla formazione dell’Impero Romano, l’imperatore Qin unificò la Cina. Entrambi gli imperi erano amministrati ciascuno da una burocrazia con oltre centomila funzionari statali che registravano gli eventi e comunicavano fra loro con la scrittura. Tutti convintamente credevano nelle scritture e nei fatti che esse descrivevano. Il mondo dell’amministrazione (le leggi) era ormai immaginato come un sistema divino, universale, eterno, immutabile, scritto e creduto da tutti.

I principi universali, immutabili, eterni, divini – Alla Storia piace il gioco e l’ironia; nel 1776 d.C. venne scritto un altro famosissimo manuale di cooperazione sociale: La Dichiarazione di Indipendenza americana. Non sappiamo se i princìpi di Hammurabi, dei Romani, dei Qin e dei costituenti americani siano di origine divina. Da loro stessi però apprendiamo che i princìpi (da tutti loro dichiarati universali-immutabili-eterni-ispirati dal divino o dal “pre-esistente naturale”) sono in notevole contraddizione fra di loro. Evidentemente non sono affatto né universali, né eterni ed è da dubitare che siano giusti. Ma allora perché sono creduti “veri”, meritevoli di fiducia? Non si sa esattamente, ma il fatto è che, ciascuno nel suo tempo, ha “deciso” di credere al proprio “ordine immaginario” universale, immutabile, eterno, divino.
Gli osservatori, Baumann e più ancora i fatti che accadono intorno a noi, raccontano che ai nostri tempi sempre meno umani credono all’esistenza di un “unico solido ordine” immutabile, universale, eterno, divino.

Il solido si va facendo umido, anzi liquido.

Dal verticale all’orizzontale – Prima della Rivoluzione Industriale sulla superficie della Terra vi erano numerosissimi gruppi umani assoggettati a codici “verticali”, cioè scritti da un capo/re/imperatore come Hammurabi. Con la Rivoluzione Industriale iniziarono sporadici esperimenti di democrazia nei quali alcuni delegati dal popolo iniziarono a scrivere Costituzioni le quali proclamavano un “nuovo ordine”; la verticalità del divino e del capo cominciò a inclinarsi verso una società orizzontale di Cittadini “pari” e sovrani. Nel 1800 si contavano già sei Costituzioni. Il cambiamento fu lento e centocinquant’anni dopo (prima del 1945) le Costituzioni erano poco più di una dozzina. Settant’anni più tardi, ai nostri giorni, quasi tutti i 200 Stati iscritti all’ONU hanno una Costituzione, seppure con gradi di democraticità assai variabili. Possiamo affermare che l’umanità è oggi suddivisa in circa 200 “ordini immaginati” (Stati) ciascuno contenuto nei propri confini. Tutti separati quindi, ma anche tutti più simili. Ormai tutti hanno una Costituzione e hanno sempre più elementi in comune. Come abbiamo visto la convergenza fra gruppi umani è in aumento da sempre; sebbene qualcuno voglia disperatamente resistere e retrocedere predicando diversità incompatibili, in una specie di canto del cigno. La “convergenza” (più comunemente chiamata globalizzazione) è un processo complicato che forza gli Stati ad essere più simili. Gli Stati, per loro natura e origine, sono “ordini solidi” che esistono tanto in quanto esistono altri “ordini solidi”; tutti però condividono almeno una essenziale convinzione: essere diversi gli uni dagli altri. E se l’unica vera diversità fosse che hanno Amministratori diversi i quali ci tengono a restare al loro posto?  Anche a costo di inventare interessi contrastanti fra Cittadini?
Baumann ha descritto quest’evoluzione che ha battezzato liquefazione della società degli Stati (i Cittadini che non credono più ai propri amministratori); ha anche raccontato un mare agitato da onde incrociate, ancora più sfidante e pericoloso che, alla luce degli eventi attuali, ora vediamo più nitidamente:

  • Stati solidi e Cittadini solidi –  Vi sono Stati solidi che da tempo hanno seguito l’evoluzione del sentire dei loro Cittadini diventando parte integrante di un più vasto sistema sempre più globale. Esistono molti altri Stati solidi i cui Amministratori non intendono affatto abbandonare le proprie immaginate caratteristiche identitarie (leggi: potere). Essi retrocedono verso il rafforzamento dei simboli estetici quali l’abbigliamento e i comportamenti rituali pubblici, continuando a vivere nel privato in modo del tutto diverso e contraddittorio. La “solidità” dei sopravvissuti Stati solidi dipende da quanto a lungo i loro Cittadini resteranno ferventi credenti della sudditanza. Sembra però che questo convincimento sia tanto forte da non consentire loro di vedere la distruzione fisica dell’ambiente nel quale vivono. L’incredibile violenza verso i propri sudditi volontari  è l’ultimo tragico tentativo dei loro amministratori di ripristinare l’ordine immaginato da entrambi (sudditi e amministratori).
  • Cittadini e Stati evoluzionari – I Cittadini di molti Stati modificano progressivamente l’“ordine” del proprio Stato, copiando gli uni dagli altri, con il risultato di far sembrare gli Stati più simili fra loro. Gli Stati evoluzionari sono riconoscibili da vari sintomi; per esempio l’evanescenza dei confini condivisi e la frequente rotazione dei loro amministratori.
  • I Cittadini liquidi – Gli Stati non possono essere liquidi, per definizione. Gli Stati sono ciascuno espressione concreta di un sistema unitario e locale di regole e comportamenti. I Cittadini evoluzionari puntano diritto verso una mutazione in Cittadini liquidi. Il nuovo Cittadino liquido a) dà per scontato che i confini non esistano più e che non servano a nulla se non in particolari casi (es: immigrazione massiva), b) non “crede” all’esistenza di “un solo ordine”, ma ritiene di potersi associare contemporaneamente a molteplici “società”, ciascuna affine ai propri individuali interessi, anche transconfinarie e con loro propri ordinamenti.  Gli amministratori degli Stati solidi sono abituati ad essere: narcisi ammirati dal proprio popolo grazie alle elargizioni, alle dichiarazioni di giustizia, di uguaglianza, di libertà, di prosperità e di tante altre promesse vacue, non credibili e infatti sempre meno credute. La trasformazione del Cittadino da solido a liquido inevitabilmente conduce all’indebolimento dell’ordine unitario e monocromatico dello Stato che viene relegato a svolgere solo alcune funzioni faticose, scomode, antipatiche, divisive, impopolari. Insomma agli Amministratori degli Stati abitati da Cittadini liquidi viene richiesto di assolvere ad un ruolo “impossibile”,  specie se non producono positivi risultati concreti come accade da anni in tante economie “avanzate”.

Il mare incrociato – Nonostante la resistenza al processo di apertura verso la pacifica convivenza, i Cittadini solidi non sono più costretti entro i confini del proprio Stato. Si spostano facilmente fra uno Stato e l’altro, mescolandosi sia con altri Cittadino solidi sia con Cittadini liquidi. Lo smarrimento dei Cittadini solidi, abituati ad una sola regola, si confrontano con Cittadini senza altre regole se non quelle della tolleranza e del rispetto reciproco. Queste ultime sono peraltro quasi irrilevanti e incomprensibili per i Cittadini solidi. Non è sorprendente che lo smarrimento maggiore si abbia dove il rimescolamento di solidi e liquidi è più intenso. E non è nemmeno sorprendete che negli Stati solidi, dove si manifestano tentativi di cambiamento sociale, esplodano movimenti violentemente repressivi.

In conclusione

Gli Stati generalmente non spostano persone. Gli Stati tendono a spostare, o difendere, i confini con l’uso delle “forze dell’ordine” (qui la parola ordine trasporta pesi e significati nettamente percepibili).  Gli Stati, gli Amministratori, non sono abituati, e ancor meno sono attrezzati, per comprendere e trarre vantaggio dai molti “ordini” transnazionali costruiti e partecipati dai loro Cittadini (la scienza, la ricerca, la cultura, il turismo, il commercio, il diritto, la finanza, lo scambio, le merci, il lavoro, le arti, …).

Le Città, al contrario degli Stati, sono da sempre libere aggregazioni delle persone che hanno scelto di viverci. Da che esistono, la sfida (quasi sempre vinta) delle Città è quella di facilitare la convivenza pacifica di chiunque vi abiti. Lo è stato in passato e sperabilmente ancor più lo sarà in futuro. Le Città sono da sempre connesse da imponenti reti di trasporto e scambio globali. Le Città sono, da sempre, il motore sociale dell’umanità; anche questa volta, nel passare dal solido al liquido, sono meglio motivate ed attrezzate per trovare mille soluzioni convergenti.

Le mani dei burocrati sui nostri affetti

IL CONSIGLIO di Stato è stato chiaro: le prime unioni civili si potranno celebrare prima di Ferragosto. Bene, qualunque cosa si pensi della legge Cirinnà, non aveva molto senso che, una volta approvata, si facesse passare troppo tempo prima di poterla applicare appieno. Tuttavia, come è normale quando entra in vigore una norma che introduce istituti giuridici nuovi, qualche dubbio interpretativo comincia già ad affiorare.
Uno di questi riguarda le convivenze di fatto e la chiarezza sul punto è importante, perché la scelta dell’una o l’altra interpretazione ci dirà se l’ordinamento giuridico italiano tiene ancora in conto la libertà degli individui di autodeterminarsi o se si avvia inesorabilmente a diventare un paternalistico sistema in cui lo Stato sa sempre meglio della persona qual è il suo “bene”.

Com’è noto, la legge 76 del 2016 regola anche le convivenze di fatto tra due persone che sono unite “stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale”. I conviventi possono essere dello stesso sesso o di sesso diverso, e per accertare “la stabile convivenza” devono presentare all’anagrafe un’apposita dichiarazione. Questa condizione fa sorgere diritti e doveri per la coppia da un punto di vista successorio, di accesso ai dati personali, di reciproco sostegno, di possibile corresponsione di alimenti dopo la rottura del legame è così via. Inoltre, la registrazione è condizione per poter stipulare un contratto di convivenza che regoli i rapporti tra i contraenti.

La nuova legge, peraltro, non ha abrogato la possibilità prevista da un decreto del 1989 di dichiarare all’anagrafe l’esistenza di una convivenza per vincoli affettivi, che possono essere anche di amicizia o parentela (zio e nipote, per esempio) e riguardare più persone.

Infine, esistono le convivenze di persone che mantengono la residenza separata o che non hanno né tempo né voglia di registrarsi da alcuna parte.

Ecco, secondo un’interpretazione estensiva ed in punto di diritto la convivenza é “accertata” dalla dichiarazione prevista dalla legge Cirinnà ma non costituita dalla stessa, quindi esiste a prescindere. La conseguenza sarebbe che, salvo per gli effetti tipici previsti dalla novella legislativa, ossia la possibilità di sottoscrivere il contratto di convivenza, gli altri diritti e doveri si applicherebbero anche a tutti gli altri conviventi, compresi quelli registrati secondo il decreto del 1989 o gli “anonimi”.

Io non penso che la lettura della norma porti a tale conclusione ma, se così fosse, saremmo di fronte ad un classico caso di summum ius, summa iniuria.

È mai possibile che un cittadino non possa sfuggire all’amorevole aiuto della legge? Che il legislatore, considerandolo un minus habens, lo protegga e gli imponga dei doveri nell’ambito dei rapporti personali quando è ovvio che di tale amorevoli diritti e cavillosi doveri il nostro cittadino vuole fare a meno?

Senza nemmeno soffermarsi sul caos che si produrrebbe per stabilire se un paio di settimane con la morosa siano stabile convivenza o meno, o se la legge, pensata per le coppie che vivono insieme, come si diceva una volta, more uxorio, sia applicabile allo studente che invece divide i costi dell’appartamento con un suo caro amico, il punto centrale è un altro: perché lo Stato deve per forza imporre comportamenti o garantire privilegi in una sfera personalissima come quella affettiva? La giurisprudenza nel corso degli anni aveva già regolato alcuni problemi scaturenti da una situazione di convivenza caratterizzata da “affetto familiare” proprio perché mancava una legge apposita; ora che c’è, solo chi rientra nella sua definizione e come tale si registra dovrebbe essere sottoposto alle relative prescrizioni.

Perché dei terzi, ad esempio gli eredi di uno dei conviventi non registrati ed ahimè deceduto, dovrebbero vedere i loro diritti (ereditari), diminuiti da altri diritti che in vita i conviventi non avevano inteso creare visto che non si erano registrati?

L’intrusione del Leviatano nella vita e nelle tasche degli individui é già arrivata a livelli mai prima raggiunti: almeno nei propri affetti lasciamo liberi i cittadini di evitare di avere a che fare con burocrati e carte bollate.

Alessandro De Nicola
adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

Le Città e la Democrazia al tempo dei populismi

Con mirabile semplicità, tutti gli elementi del cosmo sono messi in relazione reciproca dalla legge universale dell’attrattività: essere attratti ed essere attraenti. Non so se la parola “democrazia” esprima la quintessenza dell’attrattività, ma certamente rappresenta l’arte di essere votati e l’arte di votare entro un sistema di comportamenti regolati che consentono agli esseri umani di esercitare reciproca attrattività senza per questo precipitare in violente collisioni. La democrazia sembra proprio una bella invenzione, eppure quasi ovunque mostra pericolosi sintomi di esaurimento:

  1. Da anni la democrazia non produce crescita (GDPpc – pro-capite)
  2. Cresce la distanza fra i cavalieri dello sviluppo e i feriti dal cambiamento
  3. Proliferano i vanitosi opportunisti che orribilmente manipolano i sentimenti dei feriti con l’unico intento di essere votati
  4. Aumenta la percezione del divario fra gli interessi degli AP (Amministratori Pubblici) e gli interessi dei Cittadini
  5. I risultati elettorali dimostrano l’incapacità degli AP di comprendere il senso degli interessi individuali dei cittadini e dei loro aggregati. Nello stesso tempo la competizione elettorale è diventata perenne e si gioca prevalentemente sulla vanità della retorica e sull’elargizione di privilegi (e spesso anche peggio). Sull’Europa a 28 Stati, il sole partitico-elettorale non tramonta mai.
  6. I Cittadini dimostrano, con risultati elettorali eclatanti, di essere stanchi di essere coinvolti in elezioni i cui effetti si manifestano in luoghi troppo distanti dai loro interessi più vicini.
  7. I super-stati continentali non sono capaci di correre più veloci della realtà; accade che EU che perda i pezzi; è accaduto che l’URSS collassasse senza bisogno di alcuna guerra. (L’ultimo caso di dissoluzione sanguinosa è forse la Yugoslavia)
  8. Nel mezzo dell’imponente cammino verso una maggiore condivisione fra democrazie, gli Stati sembrano essere i maggiori promotori delle separazioni, dei distinguo e dei confini.

Al contrario, sotto la superfice agitata del clangoroso mugugno, avanzano esperimenti e movimenti verso una democrazia aggiornata e rinnovata all’insegna dello scambio e della condivisione:

  • I produttori di conoscenza, come le università e i centri di ricerca, sono ormai una rete globale che anticipa e sopravanza qualsiasi regolazione “geografico statale”
  • I rapporti commerciali internazionali (il Diritto e l’Amministrazione della Giustizia) convergono verso principi e procedure simili.
  • Le metropoli Europee si mettono d’accordo fra di loro senza attendere il permesso dei propri Stati e dell’Europa.

Le metropoli sono ora consapevoli di essere i nodi vitali delle veloci vie aree, marittime, aeroportuali, stradali, ferroviarie, finanziarie, digitali, informative. Le Città non sono solo nodi, sono utilizzatori (e produttori) intensivi di conoscenza, sono i centri decisionali mondiali. Si moltiplicano gli eventi che marcano lo spartiacque fra chi è nella rete di Città e chi si è ritirato o ne è stato escluso. In ogni caso la democrazia ha bisogno di riorganizzare il proprio modello decisionale e partecipativo. Stiamo passando dalla dem 2.0, nata dalla WWII, alla dem 3.0 del terzo millennio.

I Cittadini sentono il bisogno di una democrazia dem 3.0 con processi decisionali più pratici

Un bell’articolo di Vitalba Azzollini apre una porta a quanti vogliono passare alla dem 3.0., e aiuta a focalizzare l’attenzione ai fondamenti della dem 2.0 per poterli ridiscutere e riorganizzarli.

Vitalba Azzollini riporta l’opinione di Madison:”La democrazia … altrimenti essa diviene il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse ad entrambe”.

Per ironia della Storia, la “democrazia americana” non sapeva di essere una “democrazia” fino a quando Tocqueville non la battezzò nel suo libro De la démocratie en Amerique”. La democratie fu pubblicata oltre cinquant’anni dopo la Costituzione Americana che fu scritta in gran parte da Madison, insieme a pochi altri, in tempi brevissimi e con un efficiente processo di condivisione. L’acuto osservatore francese, e post-rivoluzionario, dovette cercare un nome da assegnare a quella forma di autogoverno mai visto prima in Europa, nemmeno nei molti decenni successivi al gran fallimento della rivoluzione francese. Il punto più ironico di tutti è che Madison, insieme a moltissimi dei suoi concittadini, disprezzava la democrazia. Secondo lui quel processo decisionale era troppo complesso, contraddittorio, rischioso e inefficace. Lo spirito pragmatico americano (e anglosassone) richiedeva che alle dichiarazioni dovessero seguire i fatti, cioè le parole devono essere eseguibili (walk the talk). I principi astratti sono belli, ma portano sfortuna, come le rivoluzioni ideologiche ampiamente dimostrano.

Il primo insegnamento che ci viene dalla Storia dunque è che la democrazia non è un nome o un’astratta idea-ideologica o una serie di principi teorici buonisti e inapplicabili. La democrazia è un insieme di comportamenti interamente e immediatamente applicabili.

Amministrare non è cosa da narcisi

Vitalba Azzollini cita Toqueville: La democrazia può compiersi solo con un “popolo informato” .

La politica è l’arte del farsi votare. Sperare che gli AP spieghino accuratamente ed equamente i pro e i contro di provvedimenti da loro proposti è come chiedere all’imbonitore se il suo unguento magico è buono. La legge della seduzione e dell’attrattività non ha confini e spesso travalica anche il confine dell’omissione e della menzogna. Il lettore sa bene quanto in alcune culture la menzogna comprometta la dignità sociale degli individui, mentre in altre è tollerata. Il disprezzo per la menzogna è, a ragion veduta, un tipico anticorpo delle democrazie sostanziali. Ciò detto, non c’è colpa nel portare acqua al proprio mulino, ma è da sprovveduti credere a tutto quanto dicono gli imbonitori.
Sedurre è un’arte appassionate.  Cameron, Johnson, Farage hanno manipolato le pance dei feriti per ottenerne il voto. Il primo ha strizzato l’occhio ai feriti per raggranellare un po’ di voti da aggiungere a quelli del suo elettorato tradizionale ed elitario. Gli altri speravano di estrarre voti dall’elettorato di Cameron per batterlo nel suo giardinetto politico. Nessuno di questi obiettivi mira all’interesse dei Cittadini. Così è il gioco della politica elettorale.
Amministrare è un’arte faticosa, nessuno dei tre ammaliatori si è preoccupato del fatto che “dopo” avrebbe dovuto amministrare il Paese del Day After; il giorno nel quale i Cittadini avrebbero improvvisamente appreso di essere stati imbrogliati con tecniche di seduzione da playboy senza sostanza. Tutti e tre sono scappati ignominiosamente. Anche il trio “controparte” Merkel, Junker, Hollande si sono ritirati nella penombra e nel silenzio. Sono consapevoli di essere gli attori primari del fallimento?
Votare è un’arte difficile. I cittadini hanno scelto i flauti magici degli ammaliatori e sono caduti nel dirupo.

Dalla Brexit impariamo che una sana diffidenza verso gli AP aiuta sia gli elettori sia i seduttori (futuri amministratori). Un’equilibrata diffidenza sempre aiuta a porre domande per una maggiore trasparenza e chiarezza.

Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti.

Propendiamo per l’idea che non esista “un’informazione sufficiente”, e tanto meno che esista un'”informazione perfetta”; esistono solo informazioni parziali e lacunose. Non esiste alcuna condizione che possa condurre deterministicamente “al voto perfetto”. L’informazione è importantissima, più ce n’é meglio è, ma l’idea che il voto possa essere buono solo se informato è contraria ai principi fondanti della democrazia. In democrazia ciascuno ha una sua propria idea del proprio futuro, diversa da quella di tutti gli altri; la differenza di opinione sta più nel diverso futuro che nella diversa informazione. Il mito “dell’informazione perfetta” ha, per giunta, il grave difetto di spalancare la porta agli orrendi opportunisti portatori di semplicistiche verità assolute; ne abbiamo già visti anche troppi di imbonitori col flauto magico che pretendono di sapere dove noi Cittadini dobbiamo andare.

Oltre ad essere il tollerante luogo delle diversità (che stranamente vengono chiamate uguaglianze), la democrazia è modesta: evita di essere portatrice una sua propria idea di verità assoluta, unica, eterna e si accontenta di essere un metodo per far convergere i Cittadini su pochi obiettivi parziali, vicini nel tempo e nello spazio, condivisi dai più e che non provocano danni irreparabili a tutti gli altri. Più coerentemente con l’idea di democrazia, potremmo piuttosto adottare l’idea che (parafrasando): Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti. Il che implicitamente ricorda che votare significa decidere sulle cose, sulle proposte, e non serve esclusivamente ad eleggere persone che poi decideranno sulle cose, forse. Certamente i greci, i veneziani, votavano sulle cose e tutt’ora lo fanno gli svizzeri e altri popoli, ma non noi Cittadini italiani. Anche se l’assunto sarebbe che la libertà di scegliere il proprio futuro sta nella sovranità di ciascun Cittadino. Se così fosse, il Cittadino avrebbe responsabilità piena e individuale sul proprio voto.

Gli AP hanno piena responsabilità sul processo del voto. Loro sono stati delegati a progettarlo e a condurlo in modo da consentire a ciascuno di esprimersi, ma specialmente a che le decisioni maggioritarie non producano iniquità irrimediabili per gli altri Cittadini. Non essenso elettoralmente impegnati, è per noi inutile occuparci dell’opinabile contenuto del voto; intendiamo invece focalizzarci sull’efficienza dei processi di partecipazione che al momento sembrano produrre più danni che benefici.

Il metodo Hybrid (“da vicino”) e il metodo F35 (“da lontano”) – Gli esseri umani hanno sviluppato un sofisticato sistema visivo che elabora le immagini secondo le (inconsapevoli) priorità umane. Propone infatti un notevole ingrandimento e molti dettagli agli eventi vicini e un modesto ingrandimento e pochi dettagli agli eventi che, pur essendo incredibilmente grandi, sono lontani. Lo strumento Hybrid- da vicino è quindi pienamente coerente con il fatto che le persone soppesano per mesi tutti i fattori che influenzano l’acquisto di una nuova auto. Al contrario non dedicano proporzionale attenzione all’acquisto di un F35. È così che acquistare un F35 diventa una bazzecola sulla quale si può decidere fra amici al bar; il metodo F35 non sembra garantire i risultati migliori.

Se perdonate il gioco di parole, abbiamo messo a fuoco che gli esseri umani sono piuttosto bravi a prevedere gli effetti delle loro decisioni su problemi piccoli che si presentano in luoghi vicini. Il rischio di sbagliare (produrre effetti collaterali indesiderati) è minimo. Il rischio di sbagliare invece aumenta in funzione della distanza (e anche della dimensione reale del problema). Il lettore ha certo familiarità con l’espressione “decisione miope” la quale ironizza sul fatto che il metodo “da vicino” (miope) non funziona per i problemi “da lontano”.

Problemi-vicini-e-lontani-01

Riduzione dei rischi – Accettato il principio secondo il quale una buona decisione, qualsiasi ne sia il contenuto, deve minimizzare gli effetti collaterali indesiderati (danni per sé e per gli altri), si pone il problema di come ridurre i rischi di mancare il bersaglio. Ci sono almeno due intuitive leve per ridurre i rischi.

La prima, e più efficiente, è quella di frazionare il grande problema in problemi più piccoli. L’esempio sociologico-antropologico più evidente è la democrazia: funzionano decisamente meglio quelle evolutive, costruite un pezzo di cambiamento alla volta, rispetto a quelle di quelle costruite su un progetto omnicomprensivo e totalizzante (es. rivoluzione francese, rivoluzione russa et similia). Nell’immaginario umano resiste tuttavia il mito del grande progetto unico mirato al “grande obbiettivo”. Tenderemmo a convergere con l’idea del progetto unico, forse più efficiente, se condividessimo l’idea di un “grande obbiettivo” unico per tutti. La Storia in effetti racconta che i “grandi obbiettivi” non durano e che i grandi progetti sono fragili castelli di carte. L’idea di fare un passo alla volta (nell’area verde) è buona prassi da molti punti di vista.

La seconda leva è più organizzativa: avvicinare il decisore al problema. Non è per caso che gli umani tendono ad affidare la soluzione dei grandi problemi a chi è disposto a studiarli da vicino. Si chiama delega e funziona benissimo per i problemi lontani e complicati  per i cittadini impegnati nel loro proprio lavoro quotidiano; ma sono problemi vicini, e tutto sommato gestibili anche se grandi, per quelli che vi si dedicano quotidianamente. Si tratta di considerazioni di banale buon senso. Ma allora:

  • Perchè il singolo cittadino è ostacolato nel decidere sul destino del marciapiede davanti a casa sua (decisione facile)? Perché la decisione è resa inefficientemente difficile ponendo il punto di decisione lontano dal problema?
  • Perché d’istinto molti pensano che sia giusto chiedere ai cittadini di decidere su un F35? (decisione molto rischiosa)?
  • Perchè qualcuno ha chiesto agli amici del bar di decidere su Brexit?
  • Perché il super-stato franco-germanico sembra proprio volersi occupare dei piccoli problemi lontani (zucchine, vongole e banane) lasciando i problemi ad alto rischio del tutto trascurati?

A pensarci bene, anche noi ora la pensiamo come Madison a proposito della democrazia in salsa francese. Alla dem 3.0 servono meno “irrinunciabili rincipi e diritti” e alcune fattibili in concreto:

  • il massivo avvicinamento dei Cittadini ai processi di decisione sui problemi nei quali sono coinvolti “da vicino”.
  • una maggiore attenzione al divario fra cavalieri dello sviluppo e i “feriti” dal cambiamento. (Lincoln diceva che la democrazia non sta nel tirare giù chi è in alto, ma nel tirare su chi è rimasto indietro. A destra hanno dimenticato la seconda metà della frase, a sinistra hanno dimenticato la prima metà, gli AP hanno dimenticato tutt’e due le metà).

In conclusione: le grandi città sono sistemi più piccoli e più agili degli Stati. Non hanno il problema dei distinguo, dei confini e dei nazionalismi. Sono sistemi molto più omogenei fra di loro che con il resto dei “loro” stessi Stati. Sono inoltre sempre più connesse fra di loro rispondendo positivamente al richiamo dell’attrattività. Non stupisce che, al palese fallimento delle Amministrazioni Pubbliche (super)Nazionali, le Città si stiano proponendo di risolvere le sfide e i problemi che le riguardano, cercando di superare gli ostacoli, più immaginari che reali, posti dagli Stati. Le Città ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale e si stima garantiscano un PIL procapite medio da due a tre volte più grande del PIL procapite medio. Se non ce la fanno loro, gli Stati ci divideranno.

 

 

L’Europa della medietà mediocre della media delle medie

Hollande e Merkel, con l’aiuto del loro portaborse Junker-ki-moon, sostengono l’idea di un’Europa super-stato, nostalgica del centralismo imperial-ideologico. La principale caratteristica di questo modello è che rappresenta la media del pensiero espresso dagli Stati che a loro volta sono la media delle loro diversità interne. Il risultato è la mediocrità affidata alle maggioranze dei più spaventati e dei più avversi alla dinamicità del cambiamento.

La risposta più frequente in questi giorni è che questa è la democrazia, dove i più esprimono l’obiettivo che dovrà essere perseguito da tutti.

È un offensiva banalizzazione della democrazia che ha il vago sapore di Weimar, preda predata dagli agitatori dello spavento. È un peccato che la democrazia sia così umiliata e svilita da questo terribile semplicismo che riconduce la democrazia al sistema piatto e grigio del Grande Fratello. Tutti ricordiamo che il Grande Fratello, con metodi assai convincenti, spiega alle personaniltà più briose e brillanti  che è meglio stare zitti e ben nascosti nella penombra dove non si vedono le diversità. Nei grigi anfratti dove vivono bene gli stanchi, i consumati, i delusi, i nostalgici del bel tempo andato, gli svuotati che hanno più bisogno di aiuto che di responsabilità governative.

Nel dopo Brexit siamo bombardati da spiegazioni ridicolmente generiche ed emotive come quella clamorosa, e offensiva, di Junker che ci informa che la Brexit è un divorzio fra Stati che non sono mai stati veramente innamorati. Ma lui non è il primo responsabile e custode dell’Unità Europea? Per quale ragione si esprime con tale arroganza con noi cittadini che ci siamo considerati europei per un futuro comune?  Con quale idea si rivolge a noi che ora ci ritroviamo con un leader-non-leader di un’Europa meno Europa di ieri? Presume che noi abbiamo apprezzato lo sfaldamento dell’Europa?

Evidentemente il leader-non-accountable-di-nulla parla con i capi di Stato, non con i Cittadini. Lui vede che l’Inghilterra (più popolosa della Scozia e dell’Irlanda del Nord), vuole andarsene. Ma non vede le forti maggioranze pro-Europa di importanti aree del Regno Unito. Lui vede solo la media delle medie e pensa di essere apprezzato da quel 48 % Bremain che comunque pensa che l’Europa sia inadeguatamente pilotata dal trio “L’Etat, c’est moi” (Hollande, Merkel, Junker). Ricordiamoci che UK aveva proposto un candidato diverso da Junker; candidato sdegnosamente rigettato dai compagni di merende (apprendiamo oggi che la Francia ci ha gravemente mentito a proposito dell’ITAVIA e che ha fatto volare molti caccia quella notte).

Inutile spiegare a Junker che l’Impero Napoleonico e i vari Reich sono stati piuttosto diversi dall’Impero Britannico. Questo si è prima formato e poi riformato in commonwealth senza eccessivi spargimenti di sangue mondiali. Prima ancora dell’Impero, il Regno Inglese si è trasformato, giorno dopo giorno, nella millenaria democrazia di oggi, molto più duratura e solida della millantata democrazia delle rivoluzione francese della quale ricordiamo prima di tutto le ghigliottine e poi il susseguirsi di dittature, imperi, regni e repubbliche centralistiche. Il Regno Inglese, seppure con lo stile muscolare vigente all’epoca, ha prima Unito più regni, ma poi ha anche consentito il (quasi) pacifico ripristino di vari gradi di indipendenza. Cosa mai avvenuta in Europa senza spargimenti di sangue più o meno globali. A parte i pochi esempi accaduti all’ombra del disfacimento dell’URSS; sta a dire la separazione della Cechia dalla Slovacchia, e la reintegrazione della Germania dell’est con la temibile Grande Germania. Le altre separazioni e integrazioni si sono fatte nel sangue, mentre l’Europa (centrale) guardava quasi indifferente, come nel caso dell’ex Jugoslavia.

Lo sguardo dell’Europa rimane quello supponente della medietà mediocre della media delle medie; è lo sguardo paternalista del padre-padrone che tiene a bada i figli discoli nel tentativo di convincerli ad essere obbedienti. Anche misurando la lunghezza delle zucchine e il diametro delle vongole. Così distratto dai dettagli e dalle procedure, il centro Europa non si è accorto che intanto molti flauti magici offrivano sollievo, senso della rivincita e l’idea di poter essere di nuovo quelli che possono, ai molti spaventati e ai molti che hanno pagato il prezzo di avere perso il treno del cambiamento. Il Centro Europa non si è accorto dei rimestatori, perchè non si è accorto che esistono i Cittadini e che il loro capi di Stato sono solo dei portavoce non sempre sinceramente votati a raccontare la verità dei loro Paesi. Il Centro Europa ha lasciato crescere il malumore e ha lasciato spazio ai rimestatori; mentre i burocrati se ne stavano chiusi nelle loro stanzette ovattate a godersi lo sconquasso che i nazionalisti e gli opportunisti stavano preparando.

Forse noi cittadini italiani dovremmo imparare dai pragmatici metodi inglesi e nordici quell’esperienza di unire e di distinguere con il massimo vantaggio per tutti e con il minimo danno per tutti.

Dobbiamo purtroppo tristemente ammettere che Junker ha ragione; anche noi cittadini ex-europei, non siamo democratici e la pensiamo come Junker: UK è un cosa diversa dall’Europa e noi ex-europei non saremo mai come gli inglesi. Anche noi cittadini italiani pensiamo che essendo i britannici diversi, allora sono da disprezzare e allontanare. Peccato, c’è tanto da imparare dai diversi. Mentre dagli uguali non c’è gran che da imparare; al massimo si tratta di perfezionare le tecniche per rubare, vicendevolmente, le fette della sempre più piccola torta. Poco valore aggiunto e molta noia. Infatti molti si sono stufati.

La media delle medie è mediocre e stufa.

Eppure fra Italia e UK ci sono molti punti in comune. Per esempio anche noi italiani siamo partiti dalle diversissime città murate, che rimangono diversissime, per arrivare ad uno Stato unico che, nonostante tutto, resiste da 150 anni; fra di noi mugugnamo, ma raramente facciamo scoppiare guerre e massacri. Non è stato così per il centro Europa che non è democratico per scelta, nemmeno dopo la rivoluzione francese, ed è ossessionato dall’idea dell’impero unico al quale poi si è sovrapposta l’idea del pensiero unico, dai colori forti e con gli stessi violenti estremismi intellettuali studiati nelle univeristà parigine e nelle città industriali germaniche.

Brexit ci ha dato una nuova lezione di democrazia: il passaggio da una società locale ad una globale. O quanto meno continentale.  Ci ha fatto vedere quanto questo passaggio sia sostenuto, o avversato, da importanti maggiornanze nelle singole aree di interesse geografico, economico, demografico. Le opinioni sono state precise e maggioritarie, area per area; peccato che Junker vi abbia visto solo la media delle medie e pochi punti di differenza fra il si e il no.

I giovani da tempo danno per scontato il libero accesso a qualsiasi parte di conoscenza ovunque sia nel mondo. Questi hanno visto che l’accesso libero al mondo non è affatto scontato; avranno il loro bel da fare con il Farage e il civico Boris che hanno promesso di rendere le cose più difficili.

Gli anziani ricordano un passato che non tornerà mai più. Nel mezzo poi ci sono tutti coloro i quali hanno sofferto dall’avere perso il treno del cambiamento e ne pagano il prezzo. Nessuno può chiedere loro di essere contenti; dobbiamo invece dare loro una mano per alleviare il peso della loro condizione e possibilmente proporre nuove opportunità. Corbyn intanto, non sapendo cosa dire al suo presunto popolo degli indifesi, se ne è stato zitto. Forse ha sperato nell’arrivo del Grande Fratello.

La democrazia impone di prendere atto del parere di tutti, ma non è certamente democratico interpretare il parere di tutti mediato dalla media delle medie. Se la media delle medie fosse il criterio, la democrazia coinciderebbe con l’incontrollabile punto di sintesi concentrato nel superiore parere del Grande Fratello.

La Brexit indebolisce i tre dello “L’Etat, c’est moi” che, se fossero attenti alla democrazia invece che al proprio potere, dovrebbe reagire velocemente per rimuovere le condizioni che hanno portato in Europa a questa clamorosa crepa. Sfortunatamente la percezione è che invece di riconoscere le proprie responsabilità, il triumvirato cerca di portarsi a bordo un quarto con il quale ripartire colpe e danni. È già successo in passato e sarebbe brutto se la storia si ripetesse.

Serve mettere a fuoco, molto rapidamente, che la democrazia sta nel trovare il modo di consentire che ciascuno faccia liberamente le proprie scelte a seconda di come immagina il proprio futuro e senza altro vincolo che il rispetto del prossimo. Ciascuna area o grande comunità, sia libera di scegliere a seconda degli interessi maggioritari espressa dai suoi Cittadini.

Da questo punto di vista, il trium-tetra-virato dovrebbe promuovere un nuovo processo decisionale europeo. Per esempio prendendo atto che il partitismo non funziona più, come Spagna e UK ci stanno dimostrando nei fatti. Il partitismo implica che il partito, o una coalizione, prenda decisioni su tutto, centralmente, minuziosamente in stile Grande Fratello. Non solo, è inutile proporre elezioni politiche europee che già ci sono e che palesemente non funzionano perché replicano peggiorando, a livello continentale, i malanni di ciascuno stato-nazional-statalista.

Per virare verso una democrazia più solida, più sostanziale che formale, l’Europa dovrebbe piuttosto:

  1. lasciare perdere il modello centralizzato del minuzioso maniaco del controllo (Grande Fratello)
  2. occuparsi solo e soltanto:
    1. della Sicurezza interna dell’Europa e dei suoi confini
    2. dei rapporti con i Paesi extra-europei, sempre difendendo i Cittadini Europei ovunque si trovino nel mondo (un caccia inglese a difendere un italiano in Nigeria sarebbe un bell’esempio di cooperazione)
    3. di rendere più (equamente) ricchi e più liberi i Cittadini Europei
  3. Facilitare il dialogo fra le diversità regionali, in particolare quelle confinanti e con interessi convergenti; l’Europa la faranno loro giorno per giorno, un pezzetto alla volta, lavorando insieme su interessi concreti e condivisi. Tutto sommato sarebbe anche il caso di ribilanciare l’eccesso di potere degli Stati sui Cittadini.

La parola ambigua di oggi è: #accountability

La parola ambigua di oggi non è affatto ambigua. Ambiguo invece è l’uso che se ne fa nella maggior parte dei casi.
Mi imbatto spesso in persone che traducono accountability in “responsabilità” sempre premettendo che la parola è intraducibile in italiano. Il che è una contraddizione in termini. La mia impressione è che tale atteggiamento sia piuttosto una fuga semplicistica da qualsiasi tentativo di comprendere il sottostante significato etico-sociale.

Ho vanamente cercato nei dizionari una definizione semplice e comprensibile. Non mi sono arreso. Ora mi sento accountable verso me stesso per un uso responsabile di una parola così difficile.

Per il momento ho trovato uno schema un po’ provocatorio, ma non privo di efficacia: la parola accountable è diversa e complementare rispetto alla parola responsabile.

Responsabilità è una parola verticale che mette in relazione il subordinato con il suo capo. Sì che entrambi sono responsabili del proprio operato l’uno verso l’altro, ma con pesi diversi che è interessante mettere a fuoco. Il capo è responsabile per avere emanato la disposizione che impone al sottoposto di eseguire un ordine. All’estremo opposto, il subordinato non è per nulla responsabile degli effetti dell’esecuzione dell’ordine. Il subordinato non è affatto responsabile dei risultati, ma solo dell’esecuzione della procedura. La sua unica vera responsabilità è di dimostrare di avere eseguito quanto ordinato. Paradossalmente i sistemi sociali “verticali”, quand’anche collettivistici, si fondano sulla (ir)responsabilità dei subordinati. Per meglio interiorizzare il concetto,  come esperimento di antropologia pratica suggerisco di applicare questo principio comportamentale alle varie culture, per esempio, mediterranee, monocratiche, democratiche e di altra natura. Gli esiti possono porre in evidenza il significato etico della parola. È di aiuto anche osservare che nella maggior parte dei casi la responsabilità è precisamente definita e circosritta dalle leggi o dai rituali sociali. Le implicazioni legali e rituali della parola possono estendersi fino all’obbligo di non traferire alcuna informazione all’esterno del rapporto capo/subordinato.  Ad esempio, nelle appartenenze delle associazioni per delinquere. Gli esterni all’appartenenza, sono per definzione sacrificabili per il bene dell’appartenenza.

Accountability è una parola orizzontale che mette in relazione paritetica i concittadini. L’accountability implica l’obbligo etico, ma non legale, di riferire ai pari i fatti noti e utili ai concittadini a proposito del progresso nel raggiungimento degli obiettivi comuni, dei risultati attesi. È irrilevante se su di essi vi sia anche la responsabilità diretta.  L’obbligo di rendere conto di quanto si sa in merito, è un dovere non scritto, che non si può imporre con alcuna legge, e determina la dignità e la statura etica, civile, sociale della persona. Un modo frequente di tradurre accountability è appunto la parola trasparenza. Questa è una traduzione parziale, ma più precisa della parola responsabilità. Chi è a conoscenza dei fatti non può tacere; l’omertà è l’opposto dell’accountability. L’accountability misura la serità sociale, la dignità della singola persona rispetto ai propri pari. In certi casi l’accountability obbliga ad andare contro il principio di responsabilità. L’esempio forse più forte è rappresentato in alcuni codici militari nei quali è d’obbligo non eseguire l’ordine del superiore quando questo è acclamatamente contrario all’etica dei coinvolti. Dove per “acclamatamente” si intende che “più persone coinvolte nel contrasto etico” sono obbligate a non dare seguito ad un ordine ritenuto pericolosamente dannoso. Questo schema pone l’individuo, e le sue libere scelte, al centro della scena sociale e, ciò che colpisce di più, al centro di un’etica condivisa in una società paritetica tendenzialmente senza confini.

In conclusione, ecco due provocazioni che discendono direttamente da quanto detto:
– La democrazia si fonda sull’accountability individuale senza la quale la democrazia non esiste e non può esistere
– Colpisce che in italiano il concetto non sia facilmente traducibile se non con complesse e confondenti perifrasi.

PS
È evidente che le due parole sono qui presentate in un paradossale bianco e nero. Nelle infinite prospettive della “realtà” la convivenza delle due parole si mescola in una vasta gamma di grigio. Però gli esperimenti pratici di antropologia di cui sopra mostrano facilmente le prevalenze dell’una o dell’altra, in ciascun sistema sociale. Tali prevalenze spiegano anche alcuni enigmi comportamentali che difficilmente sono riconducibili ad altri fattori. Per esempio la tendenza a trascurare il bene pubblico oppure sistemi legali troppo complessi proprio perchè forzosi tentativi di piegare le istituzioni tendenzialmente democratiche ad adattarsi a culuture sostanzialmente monocratiche o collettivistiche, perciò contrarie alla pariteticità fra cittadini.

D3.0 – Articolo 6 – La Città

Articolo 6 – La Città

  • La Città è un aggregato spontaneo di Cittadini che liberamente la eleggono loro luogo di residenza civica, fiscale e amministrativa.
  • La Città è il centro di un insieme di centri urbani salettite collocati in un territorio continuo che include aree non urbanizzate.
  • L’insieme delle Città italiane forma l’intero territorio italiano
  • La Città è l’unità amministrativa minima dell’Italia e della Repubblica Italiana
  • Noi Cittadini Italiani affidiamo alle Società, che chiamiamo Comuni, l’amministrazione delle Città.

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Commentario

Gli esseri umani gradiscono attrarre ed essere attratti dalla forza gravito-relazionale delle Città. Noi italiani abbiamo costruito le nostre eccellenze sulla storia delle nostre Città. Le nostre Città rimangono il punto di concentrazione della qualità della vita distillato dal territorio circostante. Da qui tutto viene redistribuito ovunque.

In passato, il modello sociale della Città era uno dei tanti modelli a confronto con altri che sembravano più adatti agli ormai rari sconfinati territori ancora scarsamente abitati. Con la crescita della popolazione, il fenomeno dell’urbanizzazione si è diffuso sull’intera superficie della Terra. I cittadini si confrontano sempre meno fra nazioni e sempre più fra città; le Città infatti sono i nodi della rete globale delle persone, delle merci, dei capitali, delle informazioni, dei trasporti. Ci sono sempre meno confini nazionali e sempre più collegamenti fra Città.

I rappresentanti delle Città possono portare gli interessi dei Cittadini a confronto con quelli delle Città collegate; sono ormai molti gli esempi di reciproca copiatura o di armonizzazione per esempio dei provvedimenti contro l’inquinamento, sui trasporti, sui servizi. Queste sperimentazioni di aggregazione di Cittò, a perimetro variabile, ono spesso chiamati con nuovi nomi come ad esempio l'”area vasta” o la “Città metropolitana”.

Questa prospettiva fa sorgere alcune domande sul futuro:

  • Le Città potrebbero essere il primo strato di tessere sul quale poggia il sistema in formazione di Società di Cittadini multilivello  (Comune Stato, Federazioni continentali) e trasversali (comunità scientifiche, comunita sanitarie, comunitò scistiche, comunitò turistiche, comunità commerciali – Wto)?
  • Può essere che l’incrocio di tante Società, ciascuna con obiettivi diversi e focalizzati, mitighi gli eccessivi conflitti elettoral-competitivi dei partiti tradizionali e nazionali?
  • Può essere che le Città aiutino a meglio distinguere i ruoli nazionali da quelli locali, e a concentrare gli amministratori pubblici nazionali e locali sui provvedimenti di specifica competenza?
  • Se i comuni si riducessero da 8000 a 1000, avrebbe senso avere una specie di Camera dei Comuni?

È intanto significativo che per la prima volta alla festa della Repubblica abbiano sfilato i sindaci.

La formula del “Sindaco” sembra avere dimostrato di poter mitigare il problema delle democrazie di tipo Weimar, l’immobilismo e le lentezze dell’initerrompibile confronto elettoral-politico dei partiti. Il Paese ha sofferto per una sessantina d’anni della brutta malattia “resistenza al cambiamento” che inoltre ha provocato l’azione di controforze violente e sproporzionate.  La formula Sindaco funziona; ha migliorato la capacità di decidere senza per questo creare un eccessivo potere centralizzato che è il nemico numero uno della democrazia. Purtroppo, è quest’ultimo (centralizzazione) il modello corrente di amministrazione del Paese.

L’assioma di Knight e gli #economisti

[il] ragionamento degli economisti… che gli uomini lavorino per sforzarsi di uscire dai guai è almeno per metà un capovolgimento dei fatti. Le cose per cui si lavora sono causa di fastidi tanto spesso quanto di soddisfazione; con la medesima ingegnosità ci si mette e si esce dai guai, ed in ogni caso ci si resta… Un uomo che non ha nulla di cui preoccuparsi nell’immediato si dà da fare per creare qualcosa, si getta in qualche gioco che lo assorba, si innamora, si prepara a conquistare qualche nemico, oppure caccia i leoni, cerca di raggiungere il polo nord o quant’altro[1].

[1]                   F.H. Knight, The Ethics of Competition, New York, Harper & Bros., 1936, p. 32.

#Dittatura – È la parola ambigua di oggi

Quasi tutti i dizionari riportano la stessa definizione: regime politico caratterizzato dalla concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale, che l’esercita senza alcun controllo.

Di primo acchito non si coglie alcuna ambiguità. È scontato che la “dittatura” sia l’opposto della “democrazia”. Quasi sempre però il “dare per scontato” nasconde insidiose trappole culturali e ambigue polisemie, dove le parole assumono significati diversi dei quali spesso non siamo consapevoli.

Concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale – È relativamente facile riconoscere una dittatura quando il potere è concentrato in una sola persona. Molti Paesi sono dominati da sovrani assoluti, dinastici, militari e di altri tipi; dall’Arabia Saudita alla Corea del Nord che sono accomunate dall’attributo “una sola persona al comando per ragioni dinastiche”. Il criterio “mono-dinastico” è però insufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie; esistono infatti dittature fondate sul potere conquistato da un’intera categoria (oligo-dinastiche): i militari, il partito, la religione e altri gruppi. Proseguendo nella scala dei neri, dei verdi e dei rossi, si aggiungono i Paesi che simulano, più o meno credibilmente, di essere democrazie dotate di sistemi elettorali.
Entriamo infine nella nebbia quando prendiamo in considerazione il fatto che anche le democrazie governano tramite un organo amministrativo nel quale si concentra il potere: lo Stato.

In sintesi: la concertazione del potere in un solo organo, tanto più se è collegiale e anche elettivo, non è purtroppo condizione sufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie.

Senza alcun controllo – Noi, che viviamo in quella parte di mondo che riteniamo sia democraticamente governata, diamo per scontato che i cittadini possano “controllare” l’enorme potere concentrato nelle mani degli amministratori pubblici (eletti e cooptati). Sappiamo bene invece che abbiamo solo limitate possibilità di indirizzare le scelte degli amministratori pubblici; ciò accade  nei distanziati momenti in cui esercitiamo il diritto di voto e quando manifestiamo pubblicamente le nostre opinioni. Sull’altro versante, le dittature si distinguono non per la mancanza assoluta del voto o della libera opinione, ma solo nel grado di esercitabilità del voto e di libera opinione. Questo è un confine labile, retorico, soggettivo, sottile che si misura nella possibilità di esprimere la propria opinione e nella possibilità di tentare di sostituire una minima parte dei 120 mila amministratori pubblici eletti ai quali si sommano gli inamovibili 70mila dirigenti che governano 3.6 milioni di dipendenti pubblici, ugualmente inamovibili. Per tentare sostituire gli amministraotri pubblici sarebbe prima necessario valutare il loro operato, ma mancano quasi totalmente i resoconti di gestione e contabili leggibili da un normale cittadino. Si potrebbe dire che le possibilità di controllo sono molto limitate nelle democrazie, e anche peggio nelle dittature.

In sintesi, la pratica istituzionalizzata dei sistemi di controllo, da parte dei cittadini sugli amministratori pubblici, è indispensabile, ma nemmeno questo fattore è dirimente sull’ambiguità fra dittatura e democrazia.

Dovremmo forse esplorare due altri due criteri quantitativi.

1) Concentrazione della decisioni – Le comunità più efficienti adottano un sistema delle decisioni di ispirazione “gravitazionale”: le decisioni sono prese dal gruppo più vicino al problema da risolvere, in sintonia con i gruppi contigui. Per esemplificare, la contiguità “orizzontale” si realizza quando Comuni limitrofi si incontrano per decidere insieme come risolvere un problema di traffico che li coinvolge tutti. Questo sistema decisionale è spontaneo, non particolarmente istituzionalizzato nel nostro Paese, oltre che non frequentissimo. Un esempio invece di contiguità “verticale” (gerarchica) si concretizza quando il Comune, e non lo Stato, decide come deve essere fatto un marciapiede. Questo sistema è invece molto istituzionalizzato in una forte catena di comando e controllo, tanto che spesso interviene lo Stato, al massimo livello organizzaativo, a regolamentare questioni tutto sommato piuttosto locali come le righe blu dei parcheggi o le licenze dei taxi. Va aggiunto che i sistemi gerarchici tendono a sovrapporre, e perciò a confondere, le responsabilità, invece di segregarle con chiarezza.

In sintesi tanto più elevato è il valore dell’indice di concentrazione delle decisioni al più alto livello organizzativo, tanto più è probabile che il sistema di governo assomigli ad un sistema oligo-dittarioriale, ben mimetizzato.
2) Successione – Nelle dittature dinastiche il meccanismo di successione è ovvio: il capo resta in carica a vita, ovvero finchè non muore di morte naturale o fino a che non viene fisicamente eliminato dal concorrente più aggressivo e con meno scrupoli. È un sistema assai diffuso anche fra altri esseri viventi (es: il branco). Secondo questa prospettiva, i nostri passati governi nostrani assomigliano ad un’oligo-dittatura di geronti inamovibili dalle loro poltrone. Non che un anziano non possa essere efficace come un giovane, ma quando sono tutti anziani, il problema non sta nell’età del singolo, ma nel meccanismo successorio che non premia i risultati, ma premia la fedeltà ai capi. Oltre ad essere antropologicamente primitivo, il sistema che premia l’anzianità, specie se associata alla “competenza”, aumenta la concentrazione del potere  nelle mani degli autoproclamati “più competenti”, i quali proteggono sè stessi selezionano i futuri leader secondo il ferreo principio di fedeltà.  Perfino la Costituzione prevede, anche per i ruoli cooptati, criteri di rotazione per gli incarichi potenzialmente più pericolosi per la democrazia. Le dittature sono bene distinguibili con l’indicatore di anzianità media degli organismi amministrativi; quando essa è maggiore dell’anzianità media della popolazione, la probabilità dell’esistenza di una dittatura mimetizzata è piuttosto alta. Questo principio non vale per i sovvertimenti di sistema dovuti a rivoluzioni o golpe che abbassano imporovvisamente l’età media.  Si tratta infatti dell’altra faccia del sistema successorio dinastico: quando i vecchi esagerano, i giovani e forti si stufano e cacciano violentemente i vecchi. L’età media si abbassa, ma non è detto che cambi il sistema. È più probabile che il sistema successiorio resti lo stesso, ma cambino gli attori. Come le rivoluzioni insegnano; prima fra tutte quella francese.

In sintesi, l’indicatore di rotazione e non ripetibilità degli incarichi, non solo quelli elettivi, ma specialmente quelli cooptati, misura quanto il sistema dittatoriale prevalga, anche se ben mimetizzato in istituzioni che sembrano democratiche.

Weidmann ha ragione, ma si comporta come chi ha torto.

Weidmann (Bundesbank) ha ragione, ma le sue parole sono dialettica pelosa.
In sostanza Weidmann dice che l’Europa soffre di un grave deficit esecutivo che origina da una carente capacità politica continentale. Secondo il suo discorso, ma non secondo il suo intimo pensiero, l’Europa è debole e incapace di produrre politiche continentali in contrasto di interesse con le riemergenti logiche nazionalisitiche.
Tutto il suo lungo ragionamento è incentrato su esempi di conflitto fra interessi nazionalistici, italiani in particolare, e interessi dell’Europa della quale lui sembra proporsi paladino.
Come mai allora non sceglie di concretamente seguire la strada che lui stesso predica? Perché non sceglie di spingere sulla costruzione di un’Europa politica ed esecutiva?

Non c’è che una risposta: Weidmann non è dal lato giusto della storia. E nemmeno la Merkel.

Eppure hanno ragione sull’Italia, sua altri paesi incapaci di portarsi alla pari degli altri, sulla debolezza dell’Europa che dovrebbe tenere a bada gli zombi-nazionalismi.

È necessario rifare la democrazia e rifare l’Europa, prima che sia troppo tardi.

Democrazia, dove sei?

Speriamo che l’autore (Angelo Giubileo) perdoni una nota introduttiva della Redazione di Italiaperta che fa proprio il pensiero di Jean-Jacques Rousseau ne Il Contratto sociale (1762): “Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente”. Allora vi erano pochissimi stati democratici; Rousseau parla degli inglesi, precursosi e sperimentatori della democrazia, perchè allora erano stati preceduti solo dalle Sette Province Olandesi 1581.

Oggi (n.d.r.: luglio 2013) si contano 117 democrazie elettive, fondate cioè sulla procedura delle elezioni, su un totale di 195 paesi. Tra queste, 90 sono considerate democrazie effettive”(Van Reybrouck).

La democrazia si sta espandendo, ma molto lentamente: due secoli per arrivare a 90 su 200; 2500 anni dalla teoria alla parziale applicazione. Non solo: anche in molti dei 90 stati detti democratici, gli Amministratori Pubblici cooptati continuano ad operare come padroni effettivi. Qui sta Italiaperta, sulla strada dell’evoluzione della democrazia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà individuali che prevale sull’interesse degli Amministraptri Pubblici cooptati, ma anche degli eletti.

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Attraverso lo spazio e il tempo in divenire, anche la costruzione che segue è ascrivibile allo schema della tecnica aristotelica, nota come sillogismo. Questa è la democrazia di Pericle. Questa è l’Unione europea. Questa è l’Unione europea di Pericle. Secondo un punto di vista, che non può non essere saggiamente liberale, il preambolo della Costituzione europea si avvale correttamente delle parole del Pericle di Tucidide: La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero.   

Nel preambolo della Costituzione europea, è presente una frase che Tucidide fa dire a Pericle. A giudizio dell’illustre filologo e storico, Luciano Canfora, si tratterebbe di una vera e propria “falsificazione” (in La democrazia storia di un’ideologia, 2004).

A settembre 2015, in uscita per la Feltrinelli, è stato tradotto un interessante saggio, pubblicato a luglio 2013, di David Van Reybrouck dal titolo  Contro le elezioni-perché votare non è più democratico. Il saggio presenta, e si presenta, immediatamente in apertura una frase di Jean-Jacques Rousseau tratta da Il Contratto sociale (1762): “Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente”. Durante e ancor più dopo la prima lettura del testo, chiaro e scorrevole, la mia mente è andata all’altro libro, citato, di Luciano Canfora. Ho quindi provveduto a rileggerlo, avendone a consuntivo ben donde, come peraltro emergerà nel corso di quest’articolo.

Democrazia: etimo e topos

Per Canfora, l’uso del termine demo-crazia è stato introdotto nel linguaggio dell’uomo ed in particolare esperito dai greci ateniesi al fine di rappresentare l’idea di comunità che nell’antichità trova compimento allorquando a tutti i liberi di Atene, e quindi non agli schiavi (tra i quali, in particolare, gli iloti di Sparta ex Dori liberi) che di essa ne fanno parte, è attribuito il diritto di cittadinanza. Al di fuori della città greca, fuori dal territorio e oltre i confini della polis, non restano che i barbari (oi barbaroi). Per gli stessi greci, l’esercizio effettivo della cittadinanza è invece questione procedurale, regolata dal meccanismo di scelta della decisione, e quindi mediamente dal meccanismo di elezione.

Quest’apparente prima conclusione sembra pertanto ricondurci alla problematica con cui si apre il più recente libro di Van Reybrouck; ma la conclusione sarebbe affrettata. Ragion per cui, ripropongo l’analisi dell’etimo (dal greco etumon: vero, reale, genuino) della parola demo-crazia, così come peraltro proposto e argomentato nel saggio di Canfora. L’autore, come anticipato, Canfora parla innanzitutto di un clamoroso equivoco in cui sarebbero incorsi i padri costituenti della moderna Europa, in base ad un’interpretazione errata di un famoso discorso di Pericle, così come sarebbe stato tramandato da Tucidide.

Così, di seguito:

La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico (…) è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione, esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza. Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà” (II, 37).

Dunque, riassumendo, nell’antichità e nell’ambito del sistema politico di cui Tucidide fa dire a Pericle, la “libertà” è riconosciuta alla “maggioranza” degli uomini; che, in quanto maggioranza, sarebbe, come in effetti è, formata in prevalenza dai “non possidenti”; gli uomini, in quanto “liberi”, godono del diritto corrispettivo di “cittadinanza”; l’esercizio effettivo della “cittadinanza” comporta un esercizio effettivo della “libertà”, che pertanto domina la sfera pubblica; a differenza di quanto avviene nella sfera (delle controversie) privata, dove domina il principio dell’“uguaglianza”.

La sottolineatura è mia, e mi consente pertanto di evidenziare un elemento in più, che emerge dalla ri-costruzione compiuta da Canfora. Questo elemento è rappresentato dalla condizione economica dei liberi (e solo in parte – privatamente – uguali), possidenti e non, e in maggioranza non possidenti. Il criterio della maggioranza non avrebbe dunque una valenza ed una funzione numerica ma essenzialmente o prevalentemente economica. L’interpretazione, seguirebbe l’analisi di Aristotele: il criterio discretivo della maggioranza, che qualifica il sistema politico “sbilanciato verso il demos”, assume una valenza non numerica ma economica (possidenti/non possidenti=rapporto tra classi); e quindi un sistema democratico, che si caratterizza per la “prevalenza del demo” (Aristotele), per dirsi tale, dovrebbe far riferimento piuttosto alle condizioni economiche della maggioranza dei cittadini che ne fanno parte. In ogni caso, una sorta di regime evolutivo equivalente al termine, demo-crazia, originariamente in uso.

Per completezza, occorre anche dire che Canfora si serve del criterio materiale del possesso anche per distinguere “Platone e gli utopisti” dagli altri pensatori antichi (e, semplificando, aggiungerei moderni) della democrazia, in quanto, a differenza di tutti gli altri, sarebbero i soli a “mettere in discussione il diritto di proprietà”. E’ da questo presupposto che deriva la caratterizzazione del “Platone ‘comunista’”; ma, in effetti, palesemente sconfessata dal modello di organizzazione classista dello stato pensato dallo stesso filosofo e propugnato nel corso di tutta la sua opera politica e in particolare ne La Repubblica(in greco antico, Politéia).

Nella trasposizione moderna del concetto di demo-crazia, Canfora ritiene essenzialmente che: a) “La riflessione greca, o forse soprattutto ateniese, si è spinta fino al punto più alto, fino alla consapevolezza dell’irrilevanza delle forme politiche in quanto forme”: b) “… alla fine – o meglio allo stato attuale delle cose – ha avuto la meglio la ‘libertà’. Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più ‘forti’ (nazioni, regioni, individui): la libertà rivendicata da Benjamin Constant con il significativo apologo della ‘ricchezza’ che ‘è più forte dei governi’”.

E tuttavia, se – come l’autore anche ribadisce, “il fatto è che proprio perché non è una forma, non è un tipo di costituzione, la democrazia può esserci o esserci solo in parte o non esserci affatto, ovvero tornare ad affermarsi, nell’ambito delle più diverse forme politico-costituzionali” (n.d.r.: la sottolineatura è mia) -, allora la questione della democrazia diventa comunque una questione pratica, in fondo e in genere, legata all’esercizio (e quindi effettività) del “potere” (-crazia, dal greco kratia; da krateo, dominare). E quindi, a mio modestissimo parere, anche assumendo il punto di vista dell’autore, resterebbe da definire ancor prima un’altra questione, ovvero la possibilità o la concretizzazione (effettività) di un sistema politico sì definito. E quindi, prima d’interrogarsi come fa Canfora, in conclusione del saggio, sulla possibilità che “la democrazia sia (è) rinviata ad altre epoche”, se sia in effetti già esistito un sistema politico siffatto. E quindi un topos di riferimento che, in tal caso, sia inteso come luogo dell’abitare. Nel significato che immediatamente riecheggia la “dimora dell’abitare” di heideggeriana memoria.

La democrazia rappresentativa o elettiva

Ma, davvero la democrazia è solo una questione di rappresentanza e, in definitiva, di elezione dei rappresentanti da parte dei rappresentati, dei governanti da parte di tutti i cittadini che fanno parte dell’intera comunità? Ed è vero che può dirsi davvero democratica solo quella comunità in cui il voto sia in effetti libero e uguale o, detto in altro modo, all’interno di ogni comunitàco-(r)rispondente sia garantito e tutelato il suffragio universale?

Oggi (n.d.r.: luglio 2013) si contano 117 democrazie elettive, fondate cioè sulla procedura delle elezioni, su un totale di 195 paesi. Tra queste, 90 sono considerate democrazie effettive”(Van Reybrouck).

Anche attraverso le parole di Van Reybrouck ritorna il tema, che attraversa i millenni, e ripropone il “nodo gordiano”, che più di tutti a quanto pare occorre sciogliere, dell’effettività del sistema denominato democrazia. Certo è che i millenni hanno il portato del cambiamento, che accade. Ovvero, il de-stino, che è: lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo. Unica costante, che apparentemente permane, il principio di regolazione dei rapporti tra elettori ed eletti. Ridurre pertanto l’intera questione al fatto elettorale è cosa piuttosto banale, tanto da apparire tutto sommato inutile.

Van Reybrouck stabilisce quindi, già in apertura, che la questione di ogni sistema politico, e quindi anche la stessa forma della democrazia, “deve trovare un equilibrio tra due parametri fondamentali: l’efficienza e la legittimitàL’efficienza corrisponde alla capacità d’agire, la legittimità al sostegno dei cittadini all’azione pubblica”. E qui, il parametro dell’efficienzasembra pertanto precedere l’altro parametro prefissato della legittimità; come se il cittadino moderno (confesso che preferirei usare l’aggettivo sostantivato postmoderno), a differenza del cittadino antico, debba essere pubblicamente capace di agire per essere legittimato, e non esattamente il contrario. Prima di arrivare al voto, che lo elegga, il candidato deve infatti dare prova pubblicamente di ogni sua capacità o incapacità, peraltro, a quanto pare, non solo di governo.

E tuttavia, l’analisi dell’autore è improntata alla risoluzione di uno stato o meglio situ-azione che egli stesso definisce, generalmente, di “stanchezza democratica”. Ponendo così l’accento, in via praticamente esclusiva, cosa che ritengo sia un errore, sul punto di vista di una soltanto delle due parti che, come detto, necessariamente si confrontano, elettori ed eletti, governanti e governati.

Per i governati di oggi, le diagnosi sono quattro:

  • È colpa dei politici (populismo);
  • È colpa della democrazia (tecnocrazia);
  • È colpa della democrazia rappresentativa (democrazia diretta);
  • È colpa della democrazia rappresentativa elettiva (democrazia partecipativa o deliberativa).

L’autore, dopo aver discusso tutte e quattro le diagnosi, ed aver evidenziato per ciascuna di esse criticità positive e negative, sembra compiere un vero e proprio azzardo, relativo ad una proposta di risoluzione della crisi di efficienza e di legittimità degli odierni sistemi politici. Pressato, a suo giudizio, da una questione divenuta urgentissima, egli così conclude:

Stiamo distruggendo la nostra democrazia limitandola alle elezioni, quando in realtà le elezioni stesse non sono state inventate come uno strumento democratico (n.d.r.: d’accordo con Canfora, anche Van Reybrouck parla dell’elezione come di un moderno meccanismo “re(-)pubblicano” – la divisione del termine prefissato è mia –   appannaggio di un capo o una classe dominante). Ecco in una sola frase, la tesi che ho sviluppato nei tre primi capitoli di questo saggio. Nel quarto ho esaminato come il sorteggio, procedura storicamente molto più democratica, potrebbe essere reintrodotto ai giorni nostri” (n.d.r.: la sottolineatura è mia). In ogni caso, una procedura elementare in tutti i sensi, ovvero il sorteggio, che si accompagnerebbe ad uno schema rappresentativo di tipo elettivo, così come dalla fine del secolo scorso tipico dei modelli cosiddetti di democrazia partecipativa o democrazia deliberativa.

 

Una conclusione per non concludere

Il discorso , tuttavia, com’è lecito presumere, non finisce qua. A tal fine, un altro brano dell’autore, dal quale traggo spunto, mi sembra infatti particolarmente interessante:

In questi ultimi anni, una parte cospicua del potere dei parlamenti nazionali è stata trasferita a delle istituzioni transnazionali coma la Banca centrale europea, la Commissione europea, la Banca mondiale e l’Fmi. Non essendo eletti democraticamente, questi organismi portano a una tecnocratizzazione considerevole del processo decisionale”.

Tutto ciò è accaduto e accade. E’ questo, ciò che accade. E quindi, oggi, è solo e prettamente di questo che bisognerebbe più discutere. Tutto il resto è: utopìa (Voce dell’Enciclopedia Treccani: “dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro Libellus … de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (1516), con le voci greche οὐ ‘non’ eτόπος ‘luogo’; quindi ‘luogo che non esiste’”).

Ogni pura astrazione e fuga dalla realtà impedisce, infatti, di fare i conti con i destini delle nuove democrazie inscritti nel nuovo processo globale (o globalizzazione) in atto. Ad esempio, questo vuol dire che – se appartenente all’Unione europea – ogni stato non è più riferimento per se stesso, ogni cittadino di ogni stato-membro è cittadino dell’Unione.

Egli stesso, in quanto individuo, ne assume la cittadinanza perché ritenuto “libero” all’interno dei confini del corrispondente territorio di appartenenza. Ad egli stesso, in quanto cittadino europeo, è attribuito anche un potere di elezione; che deve però tenere conto necessariamente della complessità della nuova organizzazione comunitaria e del nuovo mondo, globale, nel quale viviamo. Al di fuori dei confini del corrispondente territorio, c’è l’altro. L’extracomunitario, chiunque esso sia e a qualunque altro stato o comunità internazionale appartenga o, se a-polide (dal greco, senza città), dal quale provenga: statunitense, russo, cinese, giapponese, australiano, senegalese o altro che sia.

E’ la bellezza del nuovo mondo globale che apre e sviluppa nuove democrazie, ma allo stesso modo di quelle che furono concepite e così denominate dai filosofi greci dell’antichità. Altro che scontro tra libertà e democrazia. I processi di formazione e consolidamento di ogni democrazia sono per loro stessa natura instabili ed hanno continuamente bisogno sia di sostegni che di correttivi adeguati. Ma, nel corso di questi stessi processi, libertà e democrazia, come si suole dire, camminano a braccetto. Salvo che alle parole non vogliamo attribuire un significato diverso, un significato che sia per noi tuttavia estraneo, e quindi altro da ciò che effettivamente rappresentano.

Credo proprio che Aristotele avrebbe definito democratico anche il sistema politico che è nato in Europa e che rischierebbe di cedere e di franare sotto il peso dell’egoismo dei singoli stati membri che non vogliono farne parte a pieno titolo o non vorrebbero più farne parte. E cioè, vorrebbero starne fuori. Fuori dai confini, oltre i quali vivevano un tempo i barbari (oi barbaroi).

Angelo Giubileo su AffariPubblici.org