La fotografia della Ricchezza delle famiglie italiane: luci, ombre, trend

La Banca d’Italia ha pubblicato la più recente Indagine sulla Ricchezza degli Italiani, realizzata su dati aggiornati a fine 2014. Ripercorriamo questo interessante percorso, rinviando al sito istituzionale per una più ampia descrizione.

Il reddito delle famiglie italiane.

Nel 2014 il reddito familiare annuo al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali è stato in media pari a 30.500 euro, un valore analogo, in termini di potere d’acquisto, a quello rilevato dalla precedente indagine per il 2012. Il 20 per cento delle famiglie ha un reddito netto annuale inferiore a 15.000 euro, mentre la metà ha un reddito superiore ai 25.000; il 10 per cento delle famiglie a più alto reddito percepisce più di 55.000 euro annui.

La stabilità, in termini reali, del reddito familiare medio tra il 2012 e il 2014 interrompe il calo di circa il 15 per cento registrato tra il 2006 e il 2012.

Tra il 2006 e il 2012 il calo del reddito medio equivalente aveva riguardato gli individui con reddito prevalente da lavoro o da trasferimento diverso dalla pensione, e quelli con età tra i 19 e i 54 anni; i pensionati e, quindi, i più anziani, avevano registrato una diminuzione più contenuta. Nel biennio successivo il ritmo di caduta si è sensibilmente attenuato rispetto a quello dei 6 anni precedenti per tutte le categorie professionali e di età eccetto che tra le persone con almeno 55 anni e tra quelle in condizione non professionale.

Il 10 per cento degli individui con il reddito equivalente più basso percepisce il 2,1 per cento del totale dei redditi prodotti; il 10 per cento di quelli con redditi più elevati ne percepisce invece il 24 per cento. La quota di individui a basso reddito, ovvero di chi ha un reddito equivalente inferiore al 60 per cento di quello mediano, è passata dal 19,6 per cento del 2006 al 22,3 per cento nell’ultima rilevazione. Tale quota è più alta nel Mezzogiorno e tra gli stranieri (rispettivamente, 39 e 44 per cento circa) e diminuisce progressivamente al crescere dell’età.

La ricchezza degli italiani.

Nel 2014 le famiglie italiane disponevano in media di una ricchezza netta, costituita dalla somma delle attività reali e delle attività finanziarie al netto delle passività finanziarie, di 218.000 euro; il valore degli immobili rappresenta oltre i quattro quinti della ricchezza delle famiglie; il loro valore cresce progressivamente all’aumentare della classe di ricchezza, fino a circa 850.000 euro in media tra le famiglie dell’ultimo decimo di ricchezza netta. Queste famiglie detengono anche la metà del complesso delle attività finanziarie, in media pari a 125.000 euro.

Tra il 2012 e il 2014 la ricchezza netta familiare media è scesa in termini reali dell’11 per cento; la mediana è diminuita solo del 3 per cento. La diversa dinamica riflette la forte caduta della ricchezza netta delle famiglie più abbienti: nel quinto più alto è diminuita del 15 per cento. Questa diminuzione è sostanzialmente legata al calo del valore del loro patrimonio immobiliare, che riflette in misura ampia il peggioramento delle valutazioni unitarie.

Negli ultimi venti anni i divari di ricchezza tra i più giovani e i più anziani, che riflettono anche il naturale processo di accumulazione dei risparmi lungo il ciclo di vita, si sono progressivamente ampliati: in termini reali, la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia tra i 18 e i 34 anni è meno della metà di quella registrata nel 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60 per cento: il rapporto tra quest’ultima e quella dei più giovani è passato da meno dell’unità a oltre 3.

Alla fine del 2014 un quarto delle famiglie italiane possedeva almeno un’attività finanziaria diversa dai depositi bancari o postali, in lieve aumento rispetto alla fine del 2012: in circa tre quarti dei casi si trattava esclusivamente di investimenti diretti, perlopiù obbligazionari, mentre un decimo delle famiglie interessate possedeva solo forme di risparmio gestito (fondi comuni e gestioni patrimoniali).

Le attività finanziarie sono più concentrate del patrimonio totale. Il valore di quelle detenute dal 40 per cento delle famiglie italiane con ricchezza netta più bassa, in media appena superiori a 5.000 euro, rappresenta l’8 per cento della ricchezza finanziaria, mentre il 20 per cento delle famiglie più abbienti, con una media attorno agli 84.000 euro ne detiene i due terzi, metà di cui sono del 5 per cento più ricco.

Nel 2014 i nuclei con capofamiglia lavoratore dipendente, che rappresentavano circa il 46 per cento delle famiglie italiane, possedevano il 35,6 per cento della ricchezza finanziaria.

I nuclei con capofamiglia lavoratore autonomo, un decimo delle famiglie italiane, detenevano il 19,1 per cento della ricchezza finanziaria e quasi la metà delle azioni detenute dalle famiglie italiane. Le famiglie con capofamiglia pensionato, che rappresentavano il 38,2 per cento del totale, possedevano oltre la metà del valore complessivo sia dei titoli di Stato italiani sia degli investimenti indiretti.

Gli strumenti di pagamento.

È ancora aumentata la diffusione degli strumenti di pagamento elettronici: la quota di famiglie con carte di debito è salita dal 71 per cento nel 2012 al 75 per cento nel 2014; quella dei nuclei che usano carte di pagamento prepagate da quasi il 17 a poco più del 21 per cento. Resta invece complessivamente stabile, attorno al 30 per cento, la quota di famiglie che usa carte di credito.

Gli immobili: il tesoro degli italiani.

Nel 2014 il 70 per cento delle famiglie possedeva almeno un immobile residenziale. La quota di famiglie proprietarie dell’abitazione di residenza era solo di poco inferiore, pari al 67,7 per cento, sostanzialmente in linea con quella registrata nell’indagine sul 2012; il 20,7 per cento era in affitto, mentre il restante 11,6 per cento la occupava a uso gratuito, in usufrutto o a riscatto. Nonostante l’ampia diffusione della proprietà immobiliare, il suo valore è decisamente più concentrato: il 59 per cento è detenuto dal 20 per cento delle famiglie più abbienti.

Nelle percezioni delle famiglie intervistate, cui è stata chiesta una valutazione del valore di mercato della propria abitazione di residenza, i prezzi al metro quadro si sono ridotti di quasi il 5 per cento nel biennio 2012-14, una dinamica solo lievemente inferiore a quella registrata dall’Indice dei prezzi delle abitazioni dell’Istat nello stesso periodo, e in forte attenuazione rispetto a quella registrata dalla precedente indagine (-8,7 per cento tra il 2010 e il 2012). I prezzi al metro quadro delle seconde case dichiarati dalle famiglie hanno avuto un andamento decisamente più negativo, contribuendo in misura significativa alla riduzione della ricchezza delle famiglie più abbienti, appartenenti all’ultimo quinto della distribuzione, che posseggono oltre l’80 per cento del valore complessivo delle case non adibite a propria residenza. Le abitazioni di residenza occupate dai proprietari hanno un valore in media pari a 220.000 euro; i proprietari stimano che dovrebbero pagare in media 6.800 euro annui per prenderle in affitto.

Le abitazioni di residenza in affitto hanno un valore medio inferiore (122.000 euro), prevalentemente per effetto della minore superficie media (rispettivamente, 74 e 110 metri quadrati).

Indebitamento delle famiglie italiane.

Alla fine dell’anno era indebitato il 23 per cento delle famiglie italiane per un ammontare medio di poco più di 44.000 euro; nel 2012 era indebitato il 25,9 per cento delle famiglie per un ammontare medio di 51.500 euro (nel 2010 erano il 27,7 per cento per un importo medio di 44.500 euro).

Il calo della quota di famiglie indebitate riflette la minore incidenza sia dei debiti per l’acquisto o la ristrutturazione di immobili (dal12,2 al 10,9 per cento tra il 2012 e il 2014) sia di quelli per il finanziamento del proprio consumo.

A differenza delle attività, finanziarie e reali, l’ammontare dei debiti è distribuito in modo meno disomogeneo tra le classi di ricchezza: il 20 per cento più ricco ne possiede il 28 per cento, mentre il 20 per cento delle famiglie meno abbienti ne detiene il 7 per cento, con un valore medio inferiore a 4.000 euro (18.000 euro in media per famiglia indebitata). Il rapporto tra l’ammontare del debito e il reddito monetario annuo, un indicatore di sostenibilità dell’indebitamento che indica quante annualità di reddito sarebbero necessarie a estinguere lo stock di debito detenuto, è sceso al 73 per cento per la famiglia indebitata mediana (poco meno di 9 mesi di reddito) dall’80 per cento stimato nella precedente rilevazione.

Il costo del servizio del debito rilevato dall’Indagine di Bd’I, che include sia la quota di capitale da restituire sia i relativi interessi, è in media per la famiglia indebitata di 5.600 euro all’anno, pari al 17,3 per cento del reddito monetario (5.800 euro e 18,9 per cento nel 2012).

Una rapida sintesi della evoluzione della società italiana.

Negli ultimi quarant’anni la società italiana è molto cambiata.

La popolazione è invecchiata, il livello medio di istruzione è aumentato, la partecipazione al mercato del lavoro delle donne è cresciuta; questi sviluppi si sono riflessi sulla struttura dei nuclei familiari e sulle loro condizioni economiche. Secondo le statistiche dell’Istat, la quota di persone di età superiore a 64 anni è raddoppiata dall’11 al 22 per cento, quella dei giovani fino a 14 anni è scesa dal 22 al 14 per cento. A questa ricomposizione hanno concorso sia i guadagni di longevità sia il calo della natalità: la speranza di vita alla nascita è passata da 70 a 80 anni, quella a 60 anni da 17 a 23 anni; il tasso di fecondità totale da 2 a 1,4 figli. La quota di diplomati e laureati nell’intera popolazione è cresciuta da meno del 20 per cento a circa il 35 per cento; nella fascia d’età tra i 20 e i 34 anni, dal 35 per cento a circa i due terzi. Il tasso di occupazione femminile è salito da circa un terzo a circa la metà tra le donne di età compresa tra i 15 e i 64 anni.

Nel 1977 vi erano poco meno di 17 milioni di famiglie composte, in media, da 3,3 componenti; nel 2014 il loro numero era salito a quasi 25 milioni e la dimensione media era diminuita a 2,5 persone. Il calo della dimensione media si è accompagnato con un significativo mutamento delle tipologie familiari: si è dimezzata l’incidenza delle coppie con figli (dal 63 al 34 per cento), è triplicata quella delle famiglie mono-componente (dal 9 al 30 per cento) ed è raddoppiata la quota di famiglie con un solo genitore (dal 5 al 9 per cento).

Tra il 1977 e il 2014 il reddito familiare medio equivalente (al netto dei proventi delle attività finanziarie, che sono rilevati solo dal 1987) è aumentato di circa il 35 per cento in termini reali. La caduta registrata tra il 2010 e il 2012 ha annullato i guadagni realizzati tra il 1998 e il 2006, riportando le entrate familiari sui livelli del 1989-1991.

La prolungata flessione del reddito registrata all’inizio degli anni novanta, nel complesso più contenuta di quella più recente, ha comportato un aumento della quota di individui a basso reddito e della disuguaglianza,misurata dall’indice di Gini.

Dal 1977, l’incidenza degli individui a basso reddito è fortemente cresciuta nelle fasce d’età fino ai 50 anni, più che raddoppiando tra quelle più giovani, mentre è calata tra chi ha più di 65 anni, rispecchiando il miglioramento delle condizioni economiche relative dei pensionati e il lieve peggioramento di quelle dei percettori di redditi da lavoro, soprattutto alle dipendenze. La quota di individui a basso reddito è salita dal 20 a oltre il 30 per cento tra i nuclei familiari con almeno 4 membri e dal 10 al 20 tra quelli con tre membri, mentre è diminuita tra i single.

#Multiculturalità

La parola ambigua di oggi è multiculturalità.

Abbiamo cercato di riscoprire l’origine, i significati, le convenienze e gli errori della parola #Cultura. In particolare ricordiamo che la cultura (di ciascun individuo) è ritenuta essere l’insieme dei suoi comportamenti divenuti automaticamente ripetitivi perché tendenzialmente producono risultati prevedibili. Quando molte persone condividono un gran numero di comportamenti simili si forma la “cultura di gruppo”. Una parte di qui comportamenti si irrobustisce in regole sociali; dove le regole sono più stringenti prendono forma di Diritto, il quale traccia il confine tra il lecito e l’illecito.

Gli esseri umani del passato sembrano essersi raggruppati in variegate placche etniche (mono-culturali); quando queste si incontrano producono effetti pirotecnici, talvolta vulcanici. Probabilmente non esistono più mono-culture internamente omogenee; al più ne esiste ancora qualcuna in pochissimi gruppi umani estremamente isolati e a rischio di estensione.

Questo incipit sulla monoculturalità può suonare fuori tema, ma crediamo sia utile verificare se la sommatoria di diverse mono-culture formi una “multiculturalità”.

Millenni fa, la popolazione umana mondiale si contava in numeri assai modesti; grande era la distanza fisica fra gruppi, gli spostamenti erano lenti e difficili, gli scambi erano rari e straordinari. L’omogeneità culturale di ciascun gruppo era la norma; l’identità culturale si manifestava anche negli aspetti esteriori. Curioso che la parola identità venga usata per spiegare che gli individui di un gruppo sono simili fra loro, nei comportamenti e nell’estetica, tanto da sembrare appunto identici. Quasi certamente Darwin avrebbe spiegato il fenomeno in termini di omogeneità interna al gruppo e di diversità esterne, fra gruppi, tutte risultanti dall’adattamento ad habitat diversi.

Non vorremmo però dare l’impressione di proporre istantanee di un improbabile mondo geometricamente diviso in monoculture. Nei fatti, espandendosi per tutto il Globo, gli esseri umani si sono mescolati più volte.

Nessuno sa esattamente perché il cosmo si espande e nemmeno si conosce quale forza della natura faccia sì che i gruppi umani si respingano a vicenda. Viene in effetti il dubbio che gli uomini abbiano sempre saputo di essere i più pericolosi predatori sulla faccia della Terra e che per questo ritenessero prudente mantenere adeguate distanze di sicurezza fra un gruppo e l’altro.  Il successo e la crescita costrinsero i gruppi umani a fare i conti con i limiti fisici del Globo. La rarefazione diminuì e gli umani dovettero inventare qualche soluzione che, minimizzando i rischi di reciproca distruzione, facilitasse la convivenza ravvicinata. Secolo dopo secolo, prese corpo una soluzione pragmatica, un nuovo concetto: le “proprietà condivise” come ad esempio i confini, i commerci, gli standard. Fiorirono moltitudini di strumenti sociali, ad esempio le zone franche, utili a separare (i potenziali contendenti) e anche a facilitare gli scambi in assenza di pericoli eccessivi.

Secondo i paleontologi, gli archeologi, gli antropologi, gli storici i gruppi originari erano relativamente piccoli e avevano un’organizzazione di governo semplice: un capo(branco), le femmine, i maschi, i piccoli. Più avanti si aggiunsero altre specializzazioni: i militari, gli sciamani e gli agricoli. In seguito vennero inventate nuove categorie specializzate come i mercanti, gli scribi, la borghesia. Insomma i gruppi umani, crescendo in dimensione e densità di popolazione, aumentarono le “diversità interne” e nel contempo, grazie agli scambi intergruppo, diminuirono le “diversità esterne”.

Più la popolazione cresceva, più crescevano gli scambi, più gli uni copiavano dagli altri in un’immensa e crescente “copiatura” generale. La globalizzazione è sempre esistita, rallentata solo dalle distanze, dai confini e dalle monoculture che difendevano sé stesse. Gli umani imparano lentamente, anche un po’ furbescamente; infatti inizialmente interpretarono la globalizzazione, che allora non aveva questo nome, non come “copiare dagli altri” ma come “copiare sugli altri”. Mentre i mercanti furono uno, spesso deprecato, strumento di copiatura dagli altri, a lungo il metodo adottato dalle monoculture fu invece “copiare sugli altri: o ti converti o muori. Solo un paio di secoli fa, qualche placca culturale cominciò a pensare che sarebbe stato più efficiente evitare spargimenti di sangue e distruzione di risorse (valore).

Al tempo presente, la diffusione della conoscenza è tecnologicamente quasi istantanea e accelera l’uniformità, trasversalmente alle monoculture. Contemporaneamente, l’incessante lavorio dell’innovazione crea nuove diversità anch’esse trasversali alle monoculture pre-esistenti. Quelli che adottano le novità si riconoscono l’un l’altro e danno vita a nuovi gruppi. Nel processo di cambiamento i gruppi pre-esistenti ne escono menomati, frazionati, diminuiti, distrutti. Il cambiamento si compie nello sminuzzamento fine, di ciascun gruppo pre-esistente, che arriva a differenziare i singoli individui. La percezione di perdita dell’identità è immediata, dolorosa e panicante. Anche perché la nuova (tranquillizzante) identità viene percepita solo dopo un certo tempo, Serve infatti tempo per eliminare i comportamenti inutili o controproducenti e per aggiungerne di nuovi al “catalogo dei comportamenti utili”.

Nel frattempo lo sminuzzamento sembra “liquefazione sociale”, come Baumann ha così chiaramente colto e descritto. La “società liquida” si manifesta con i sintomi che i nostalgici dell’omogeneità stabile ed eterna chiamano disgregazione sociale.

Le associazioni umane per millenni hanno funzionato, con successo, secondo processi di aggregazione sociale tendenzialmente monoculturale. Negli ultimi due secoli in particolare, i meccanismi associativi sono stati messi sottosopra, letteralmente: il gruppo sotto e il singolo sopra. Suggeriamo a tal proposito una rilettura della Carta dei Diritti dell’Uomo).

Qui di seguito tentiamo un esercizio di riorganizzazione dei principi delle nuove associazioni umane:

  1. Sovranità individuale – L’individuo contemporaneo tende ad abbandonare l’idea di appartenere ad un solo gruppo omogeneo, etnico, monoculturale, esclusivo. Al contrario sente di possedere (sovranità) una quota di ciascun gruppo al quale liberamente aderisce.
  2. Identità collettiva – Nessun gruppo, etnico, monoculturale, è più in grado di rappresentare completamente le caratteristiche di ciascun suo singolo “aderente”. Nessun gruppo monocultura è più in grado di replicare le caratteristiche di un singolo individuo nelle caratteristiche comuni a tutti i membri del gruppo (identità collettiva).
  3. Identità individuale – L’individuo contemporaneo si sente sovrano, libero di scegliere a quanti e a quali gruppi aderire, o distaccarsi (identità individuale). Ritiene impossibile che un solo gruppo possa rappresentarlo nelle sue mille sfaccettature, diversità, singolarità e individualità. Probabilmente nemmeno tutti i gruppi ai quali sceglie di aderire sono in grado di rappresentare completamente il singolo individuo.

L’evidenza empirica della largamente avvenuta trasformazione sta per esempio nei confini, territoriali e di qualsiasi altra natura, che tendono a scomparire. Le mono-culturalità collettive si sciolgono in un unico più grande territorio nel quale convivono individui tutti diversi fra loro nei caratteri somatici, nelle opinioni, nelle religioni, nelle opinioni, nelle preferenze.

Con lo sminuzzamento delle mono-culturalità in culture individuali, scompare anche il presupposto secondo il quale possa esistere una multiculturalità che aggrega diverse mono-culture. Nel contempo appare che il sistema organizzativo “democrazia” sia in effetti l’unico sistema che pone nei suoi principi fondanti la coesistenza di molte diverse culture, anche finemente tritate fino al livello individuale. L’alternativa è riattivare le placche mono-culturali i cui metodi di copiatura, abbiamo imparato a nostre spese, sono assai inefficienti e dannosi.

Ammesso e non concesso che siamo giunti ad un punto di maggiore chiarezza, proprio qui viene un dubbio, una responsabilità: stiamo spacciando la fine delle monoculture mentre stiamo realizzando un’unica enorme monocultura che assorbe tutte le altre?

Dobbiamo ammettere che è possibile. Crediamo però valga la pena di mettere a fuoco alcune osservazioni empiriche sulle quali interrogarsi:

  • Nessuna società è stata mai progettata e realizzata con successo. Quelli che ci hanno provato, in particolare nel secolo scorso quello degli psicopatici, hanno fatto disastri a dimensione di strage globale.
  • È sotto i nostri che al momento il Globo è una multiculturalità fatta da molte mono-culturalità. Con uguale chiarezza vediamo che il modello multiculturale non funziona tanto bene.
  • Una parte rilevante dell’umanità ha abbandonato l’idea della mono-culturalità a placche per sposare l’idea che ogni singolo individuo ha la sua specifica cultura. I risultati ottenuti da questa parte di umanità (democrazie) non sono poi così male se paragonati ai sistemi a placche mono-culturali.
  • Nemmeno le democrazie funzionano tanto bene; ma stanno evolvendo grazie alle comparazioni di diverse sperimentazioni, eseguite a “bassa tensione”, con minori sprechi e con maggiore efficienza. Intuiamo che c’è molto da fare; per andare in avanti con un occhio allo specchietto retrovisore della Storia proprio per non dimenticarci degli errori.

L’illusione di costruire la società – Un elogio alla Repubblica delle Sette Province Unite (1581)

Nota della Redazione di Italiaperta: il concetto dello “stato moderno” corrisponde a quello napoleonico, centralistico, progettato, costruito sul finto mito della democrazia rivoluzionaria francese. Grave errore di parallasse che ancora oggi rimbalza perseguitandoci, bloccando lo sviluppo del pensiero civile, politico e democratico. La rivoluzione francese spazzò via le Sette Province, ci portò un impero che piacque a tutti i vecchi imperi e ne prolungò la vita per altri due secoli. Riusciremo mai a distaccarci dalla pavloviana acritica visione centralistica? 

I recenti tentativi di “state building” hanno fallito, e «dal Belgio alla Grecia,dall’Iraq alla Siria, a tanta parte dell’Africa, vanno in crisi anche gli Stati inventati nell’epoca d’oro di quella costruzione sociale». È possibile che non siamo più capaci “a fare gli Stati”?

La notizia della morte dello Stato è stata fortemente esagerata: il Leviatano presunto agonizzante continua a ingurgitare metà del prodotto interno lordo dei Paesi occidentali. Ma se serra la presa sui redditi dei suoi sudditi come non mai, non è detto che quest’istituzione non stia attraversando una crisi profonda. Siamo anzi forse circondati da dibattiti e precise scelte di policy che rappresentano il tentativo di rispondere con un ritocco di superficie, a quello che invece è un problema di struttura.
Caricandosi sulle spalle la lezione di Niklas Luhmann, col suo nuovo libro Luca Diotallevi prova a sciogliere il trucco. L’ordine imperfetto è un sentiero tutto in salita per il non specialista, ma conduce a un panorama notevole. Per Diotallevi, la fabbrica del moderno produce «differenziazione sociale». Questa crescente differenziazione è ciò che ci dà la complessità in cui viviamo: l’articolazione delle società è sempre più ramificata, le domande a cui dare risposta diventano, di conseguenza, sempre più varie. Per soddisfarle, servono «organizzazioni», realtà istituzionali ben definite e orientate al raggiungimento di un particolare fine. Peccato che «nessun sottosistema sociale, e dunque meno che mai il sistema della società,può essere organizzato». Una singola«organizzazione», per quanto ben congegnata, non può bastare: proprio perché plurali, e continuamente cangianti, sono bisogni e preferenze.
La società è un gigantesco puzzle restio a farsi comporre sulla base di un disegno predeterminato. Per questo non possiamo più leggere la modernità come una piramide al vertice della quale sta lo Stato. Il “primato della politica” coincide con quel «progetto prima e altrimenti letteralmente impensabile di organizzare l’intera società» che coincide con lo Stato moderno.
Il destino dello Stato sembrava essere il livellamento del territorio sul quale rivendicava il monopolio della violenza. Nel mondo degli Stati, quello che giunge al proprio massimo, si fa per dire, “splendore” con le due guerre mondiali, la differenza saliente è quella che sta scritta sul passaporto. Ma quando capitali e persone riacquistano, sia pure con tutti i limiti del caso, la loro libertà di movimento, ecco che sono altre ad apparire come le differenze più salienti. La globalizzazione segnala «rivincita dei luoghi». Ritrovano centralità le città. In parte, ciò avviene perché non sta scritto nella pietra che dimensioni e forma organizzativa dello Stato nazionale siano quelle ottimali, per rispondere alle diverse domande di cui si fa carico. In parte, è il riaccendersi di una antica conflittualità, «fra principio statuale e principio civico». Paradossalmente, i grandi Stati nazionali sono esclusivi, fondati su un noi-contro-di-loro. Al contrario, le città sono inclusive: da sempre punto di passaggio e piazza pero scambio e per il confronto.
Lo Stato moderno ci è entrato talmente nelle viscere, che di fatto non riusciamo nemmeno a pensare un mondo “dopo” di esso. La sua vittoria più straordinaria è forse aver chiuso gli occhi su quelle che non sono sfumature né variazioni sul tema della statualità. Diotallevi invita a guardare all’Inghilterra come altri, prima di lui, suggerivano di avvicinarsi alle esperienze della Svizzera, delle Province Unite, della Lega Anseatica. C’è un’«altra metà del cielo» nella modernità, suggeriva Gianfranco

Miglio. Con questo libro, Luca Diotallevi calibra il telescopio per osservarla.

Nerdy, il cocciuto

Circa 300.000 anni Nerdy (Neanderthal), nonostante disponesse di un cervello piuttosto grande 1600gr, pensò bene di insediarsi nel centro di un’Europa per metà coperta dai ghiacci. Nerdy era alto, anche oltre 160 cm, ma specialmente era largo, spesso, muscoloso e tendenzialmente grasso quasi come una foca di terra.  Se non fosse stato per i joule necessari per cacciare, probabilmente sarebbe stato obeso. I ricercatori dicono che il cervello era più grande dove normalmente risiedono le facoltà di elaborazione visiva, cioè quelle che servono alla caccia.

In quella fascia di terra piuttosto lunga, stretta e fredda tra la Spagna fino a oltre l’Anatolia, non c’erano molti rivali per un caterpillar di quella portata, capacissimo di difendersi, ma anche di offendere con quel cervello di grande calibro. Si era ben piazzato in un’area non propriamente accogliente dove non molti potevano contendergli il domino. Ciò nonostante, non superò mai i 70.000 individui in quell’enorme area.

A sud del Mediterraneo intanto cresceva Crò (CroMagnon, Femina sapiens sapiens) più adatta a climi più temperati. Il fenomeno termico è notissimo. Quando la glaciazione si ritirò un pochino, 50-70mila anni fa, Crò penso che l’Europa non era poi così male come si diceva; iniziò ad esplorarne le meraviglie turistiche, le numerose terme e i variegati giardini. Lamentandosi solo del fresco troppo fresco. Qualche suo parente venne a trovarla e non tornò più a casa sua. Nessuno sa esattamente quanto compatibili fossero Crò e Nerdy. Si sa solo che 40.000 anni fa Nerdy scomparve; in un modo strano. La leggenda dice che i due non si amassero molto e che Crò avesse cacciato di casa Nerdy. I fatti confermano che intorno ai 40.000 anni fa Nerdy si ritirò nelle ali estreme della sua area preferita, e cioè in Spagna, un pochino nel NordEuropa e nell’estremo anatolico-caucasico. Una sorta di esplosione (d’ira?) lo aveva scacciato via dal centro Europa. Un’altra leggenda dice che invece Nerdy decise di andarsi a comprare le sigarette e non tronò più, abbandonando casa sua a Crò. Storie umane molto frequenti anche ai giorni nostri. Lo strano è che i fumatori diminuiscono, invece aumentano i fuggitivi. Ma questa è un’altra storia.

I ricercatori dicono che sono tutti gossip di malelingue. Si trattò invece di altri tipi di ira e di esplosione. Scoppiò uno dei più violenti supervulcani sulla faccia del globo: I Campi Flegrei. La caldera, di più di 12 km di diametro, si sollevò non di qualche metro, ma di alcuni kilometri e sparò masse di cenere bruciante ovunque. La vita quasi si estinse per centinaia di kilometri intorno al baricentro napoletano, risparmiando un po’ di biosfera ai margini spagnoli, nordici, caucasici.

Non siamo nelle condizioni di raccontarvi cosa esattamente accadde in quei 5000 anni sotto lo stesso tetto e in quella bella pianura primaverile e fiorita dal riscaldamento globale. Tuttavia qualcosa sappiamo, i ricercatori hanno scoperto che nell’attuale popolazione europea vi sono picchi fino al 30% del patrimonio cromosomico di Nerdy.

C’è perfino chi dice che alcune caratteristiche di Nerdy sopravvivano nei capelli mossi quasi lisci, nei colori vari e sbiaditi dei capelli, degli occhi e della pelle. Qualcuno anche suggerisce che la tenacia di Nerdy sia sopravvissuta nello spirito della caccia, nella curiosità interessata con la quale gli europei si sono lanciati ad occupare il mondo con i loro metodi determinati, spesso aggressivi, ma per nulla stupidi (qui ci deve essere lo zampino di Crò).

Passato il trambusto, i cugini di Crò lentamente ripresero il cammino verso Nord e sovrastarono numericamente, anzi inglobarono, le popolazioni sopravvissute all’esplosione.

Ai giorni nostri, la caldera si è alzata di un paio di metri nell’arco di qualche anno e si teme una nuova esplosione. Forse siamo vicini ad una nuova svolta e la storia di Nerdy potrebbe ripetersi con Eury. Intanto i nipoti di Crò continuano a migrare verso nord.

Non è poi così male questa Europa.

Addio federalismo, anche se non ti abbiamo mai conosciuto

Ormai è quasi un luogo comune: in Italia il federalismo sarebbe fallito. Tale retorica inizia a produrre effetti, come rivela il modo in cui il governo di Matteo Renzi sta definitivamente rimodulando in queste ore la Costituzione, riportando al centro poteri decisionali in precedenza localizzati.

Anche taluni che intendono farsi interpreti di una prospettiva liberale e riformatrice affermano ormai che il federalismo può anche essere una buona cosa in altri contesti, ma da noi si è rivelato disastroso. La vulgata punta il dito contro gli sprechi dei comuni, delle province e delle regioni, ma oltre a ciò – soprattutto in considerazione degli esiti della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 – evidenzia al contempo i problemi derivanti dall’introduzione delle cosiddette “competenze condivise” e dall’assommarsi di vari livelli di autorizzazione e regolazione.

In sintesi, si contesta il federalismo perché avrebbe (nei fatti) accresciuto la tassazione e ampliato gli intralci che già prima esistevano sulla strada di quanti vogliono intraprendere. Talune critiche sono fondate, ma l’errore basilare consiste nel partire dagli ultimi vent’anni di riforme dette federaliste per arrivare diritti alla conclusione che il federalismo (inteso, in primo luogo, quale autogoverno delle comunità) andrebbe rigettato.

Il “federalismo” che è fallito, però, non era tale. Per due ragioni fondamentali: una di carattere più teorico e l’altra assai specifica.

Storicamente un ordine federale ha sempre implicato un accordo tra realtà istituzionali indipendenti che s’accordavano su come gestire assieme, fino a quando a loro aggradava, questo o quel problema che ritenevano di poter gestire meglio grazie a questa cooperazione. Tutto ciò sarà spazzato via dal modello statuale, i cui “sacerdoti” (i giuristi del nuovo diritto pubblico) s’incaricheranno pure d’introdurre una distinzione concettuale tra federazione e confederazione.

Negli ultimi decenni, a ogni modo, in Italia non abbiamo avuto comunità politiche indipendenti che hanno sottoscritto un “foedus” (un patto, insomma) per delineare un ordine retto dalla volontà di stare assieme. Molto semplicemente, il potere statale ha affidato a questa o quella struttura periferica taluni compiti. Tutto questo può essere definito in vari modi, ma non ha nulla a che fare con il federalismo.

In termini anche più specifici, è chiaro che non ci si dirige nemmeno a piccoli passi verso una società federale quando s’incarica qualche ente locale di assolvere a qualche competenza, ma non si mettono in stretta connessione le entrate e le uscite. Una delle grandi virtù dei sistemi un tempo realmente federali sta proprio nel fatto che, per ricordare una realtà a noi non distante, nel contesto elvetico i cantoni e i comuni vivono in larga misure di risorse che chiedono direttamente alle popolazioni amministrate. Autonomia di spesa e ampie competenze sono correlate al fatto che ognuno spende in larga misura quello che tassa: e ciò introduce elementi di una competitività istituzionale che spinge le differenti istituzioni a operare al meglio.

In Italia tutto questo non si è mai visto né capito, come dimostra il fatto che molti arrivano perfino a considerare federalista la regola, che ora sarà inserita in Costituzione, dei cosiddetti costi standard. Constatato che una siringa comprata dal sistema sanitario in Calabria può costare molto più che in Lombardia, si decide di definire un prezzo massimo al fine di evitare gli sprechi e, con ogni probabilità, anche il malaffare. Ma la risposta federalista sarebbe stata diversa, perché avrebbe costretto ogni realtà a finanziarsi da sé e rendere conto delle proprie azioni ai propri elettori. Non si realizza alcun federalismo costruendo, come si è fatto da noi, un’autonomia di spesa che non è gravata dall’onere della tassazione e che spinge, per forza di cose, a far dilatare le uscite.

Il fallimento di questo decentramento ben poco federalista era prevedibile e nessuno può davvero sorprendersi di fronte a quanto è avvenuto.

Carlo Lottieri su AffariPubblici.org

Il fattore E(stremismo): La malattia infantile del Comunismo

Nel 1979 uno dei più bravi giornalisti italiani, Alberto Ronchey, analista politico di prim’ordine, creò il cosiddetto Fattore K (K stava per Kommunizm ). Secondo Ronchey, in Europa occidentale la sinistra non poteva vincere le elezioni se al suo interno la forza dominante era un partito comunista. In effetti, l’assioma ha retto: finché è rimasta in piedi l’URSS, solo in Francia il Partito Comunista andò al potere ma come vassallo (poi cacciato) dei socialisti di Mitterrand.
Kart Marx sarebbe stato contento: l’inventore del materialismo dialettico aveva sfornato una serie di leggi implacabili della storia che poi si rivelarono fallaci. Vederne almeno una che riguardasse il comunismo e funzionasse gli avrebbe fatto piacere.
Bene. Qualche giorno fa si è concluso a Brighton il congresso annuale del Labour Party britannico, il primo dopo l’elezione-shock di James Corbyn a suo leader.
Corbyn, come è noto, propugna un programma vetero-socialista e pacifista, fatto di nazionalizzazioni, aumento delle tasse e della spesa pubblica, rinuncia al nucleare, sia civile che militare, eliminazione della scuola privata, forte ruolo di indirizzo dello Stato nella politica industriale, amicizia con Hamas ed Hezbollah. In cuor suo sarebbe anche per l’abolizione della monarchia e l’uscita del Regno Unito dalla NATO, ma a malincuore ammette che oggi non sono queste le priorità.
In un’intervista televisiva ha pure dato il benvenuto nel partito a trozkisti e comunisti: per sconfiggere il capitalismo tutto fa brodo.
Tale scelta è controintuitiva: i laburisti hanno appena perso le elezioni contro i conservatori in quanto il loro leader Miliband e il manifesto erano ritenuti troppo a sinistra (e lo erano moderatamente, meno di Fassina o Civati, per dire) e per tutta risposta Corbyn tira fuori un programma ancor più radicale?
Si pongono a questo punto due interessanti interrogativi. Il primo: esiste un erede del Fattore K per il quale in Occidente una forza estremista non può andare al governo se non eccezionalmente ed in posizione subalterna? Un fattore E per estremismo ( che non a caso Lenin definiva “malattia infantile del comunismo”) che si applica a destra come a sinistra e fa si che il Fronte Nazionale o il Partito per la Libertà olandese o Jobbik in Ungheria (o Donald Trump negli Stati Uniti), per quanto in crescita non saranno mai la forza-guida di un governo, così come non potranno esserlo il Labour di Corbyn, il M5S , il senatore Sanders negli USA o Podemos in Spagna? In Portogallo, l’elezione più recente, ha vinto addirittura il partito dell’austerità!
La duplice vittoria di Tsipras nel 2015 potrebbe essere la prova che il Fattore E non è un’implacabile legge storica. Dopotutto, un partito fino ad allora ai margini, dai toni e i programmi rivoluzionari, ha vinto per ben 2 volte le elezioni in Grecia. Tuttavia, forse Syriza non è una controprova calzante. In primis, per il noto fatto che la seconda vittoria è avvenuta sulla base di un promessa elettorale che prevede semplicemente di smussare il più possibile un programma dettato da Herr Schaeuble, Madame Lagarde e Mario Draghi. In secundis perché le condizioni elleniche, sia dal punto di vista della crisi economica che di cattiva reputazione delle forze tradizionali, Nea Demokratia e Pasok, sono difficilmente replicabili. In terzo luogo, perché l’estremismo deve sempre essere relativizzato rispetto al paese di cui parliamo: Syriza a inizio 2015 tutto sommato propugnava di continuare con le stesse politiche che per decenni avevano fatto la fortuna del Pasok, niente di più.
E a destra? In Finlandia (Veri Finnici) Norvegia e Danimarca (Partiti del Progresso), vi sono partiti populisti di destra al governo, ma in nessun caso esprimono il Primo ministro o rappresentano più del 20-21% dei voti: sono subalterni e, da bravi scandinavi, il loro tasso di estremismo è decisamente modesto.
Insomma, il Fattore E, pur non ancora sufficientemente provato, è avviato a sostituire il K. D’altronde, il candidato laburista a sindaco di Londra, per cercare di vincere, ha dichiarato al Financial Times che vuole fare della città la più “business-friendly” al mondo è mai aumenterà le tasse. Persino al congresso di Brighton, sotto pressione dei sindacati e dei parlamentari moderati, la mozione per l’abolizione dei Trident (i sommergibili nucleari britannici) è stata rinviata sine die con tanti saluti a Corbyn.
Insomma, è certamente vero che anche lo snaturamento in senso centrista dei partiti tradizionali non dura a lungo: dopo il New Labour di Blair che puntava a rappresentare il “radical centre”, sembrava impossibile si ripresentasse un partito più tradizionalmente socialista prima con Brown e poi con Miliband, eppure è accaduto. Tuttavia, il pendolo non può spostarsi fino al punto di scontentare ed impaurire quell’elettorato che era cambiato insieme al partito e ora non è disposto a riabbracciare vecchi dogmi. Questo vale anche per l’Italia: molto difficilmente sarà Landini a sostituire Renzi e se anche si riuscisse non andrebbe lontano alle elezioni. Il Fattore Extremismus sarebbe lì a sbarrargli la strada.

Alessandro De Nicola
adenicola at adamsmith.it
Twitter @aledenicola

Dizionario minimo: Cina, capitalismo, libertà

Difficile che chi non abbia almeno un po’ di capelli grigi sappia chi è Herbert Marcuse, filosofo e sociologo tedesco-americano, marxista eretico ed eroe dei movimenti studenteschi del ’68. In uno dei suoi libri più famosi, “L’uomo a una dimensione”, Marcuse ipotizzava che la tollerante non-democrazia capitalistica aveva ridotto i cittadini a uomini ad una dimensione, quella del consumatore compulsivo. Si era dunque in presenza di una società totalitaria “soft” che avrebbe potuto essere sconfitta solo con l’immaginazione al potere e i guerriglieri delle lotte di liberazione. Ovviamente Marcuse era un sognatore di talento, ma la somiglianza tra la sua teoria e quello che la dirigenza comunista cinese sembra progettare per il proprio paese è sorprendente. Da Deng in poi, infatti, pur con diverse sfumature (e l’eccezione dello sfortunato riformista Zhao Ziyang, esautorato dopo la repressione di Piazza Tienamen nel 1989), l’establishment di Pechino sembra aver mirato, come avrebbe chiosato il sociologo tedesco, a ridurre la popolazione cinese al perseguimento degli obiettivi primordiali della produzione e del consumo permettendo così di mantenere un conformismo politico gestito dal Partito Comunista.
Purtroppo, come capita ai marxisti, né Marcuse, né l’oligarchia cinese hanno capito un granché delle società liberali capitaliste e le attuali difficoltà della Borsa di Shanghai potrebbero essere un segnale d’allarme da non sottovalutare.
È stato infatti pubblicato qualche giorno fa l’Index of Human Freedom, uno studio sullo stato della libertà nel mondo curato dal Fraser Institute Canadese, dalla Fondazione Neumann tedesca e dal Cato Institute americano. Si tratta di una ricerca molto accurata che, diversamente da altri indici settoriali, prende in considerazione l’intero spettro di quelle che Isaiah Berlin chiamò “libertà negative” (la libertà delle persone da interferenze, soprattutto dello Stato, su cosa esse desiderano dire, fare, intraprendere, pensare senza infrangere il relativo diritto altrui).
La libertà economica é un aspetto sicuramente molto importante ma non l’unico. Ad esempio, la sicurezza personale e il governo della legge sono precondizioni senza le quali non è possibile godere i propri diritti. La libertà a tutto tondo è costituita, tra l’altro, dalla possibilità di vivere in pace le proprie preferenze sessuali, di scegliere i rapporti familiari o di lasciare i propri beni a chi si desidera (ed in molti paesi del mondo sono le donne a soffrire pesanti limitazioni), la libertà di associarsi senza interferenze o controlli del potere politico, di esprimere il proprio credo religioso e il proprio pensiero, di informarsi anche su mass media esteri, di fare informazione senza rischiare la vita o censure, di poter utilizzare internet senza controlli o restrizioni governativi, di muoversi liberamente all’interno del proprio paese e all’estero e di essere sottoposto ad un equo processo celebrato da una magistratura indipendente.
Ebbene, se andiamo a controllare dove si pone la Cina in questa speciale classifica di libertà, la troviamo ad un poco onorevole 132mo posto su 152, con una media di 5.86 su 10, raggiunta soprattutto grazie al relativo grado di libertà economica (a 6.39), laddove per i diritti civili e politici il risultato sarebbe vergognoso (5.33, 135ma posizione).
L’invidiabile crescita di ricchezza di cui ha potuto godere l’Impero Celeste negli ultimi 30 anni si è verificata in gran parte grazie al miglioramento del sistema educativo e alla decisa liberalizzazione dei meccanismi economici che partivano da infrastrutture primordiali e forme parossistiche di collettivismo che ponevano il paese in una posizione persino peggiore di quella del Venezuela, oggi il peggiore tra le 152 economie esaminate.
Ad un certo punto, tuttavia, questo non basta più. Quando non ci si può fidare più dei dati economici forniti dal governo perché non ci sono né autorità né stampa indipendenti (voto 0,3 sulla regolamentazione dei mass media) che possano controllarli, questo ha riflessi negativi sulla fiducia degli investitori. Se non c’è certezza di ottenere un giusto processo (voto 4,0) o di essere protetti dalle interferenze arbitrarie della burocrazia o dalle violazioni al diritto di proprietà (voto 4.1), gli imprenditori stranieri cominceranno ad investire sempre meno appena aumenta il costo del lavoro. Per quanto saggia sia una dirigenza, l’assenza di un vivace dibattito interno, la discrezionalità dei regolatori, l’opacità del processo decisionale bloccano l’economia.
D’altronde è difficile pensare ad una coincidenza quando il 25% delle nazioni più libere hanno un reddito medio pro-capite di 30.006 $, mentre nel secondo quartile è di 6.393 $, nel terzo di 5.416 $ e nell’ultimo di appena 2.615 $.
Perciò è certamente possibile che la tempesta scatenatasi in Cina possa nel breve periodo essere rimediata e ridursi ad un salutare aggiustamento, ma se il grande paese orientale vorrà continuare nel suo percorso di sviluppo dovrà cambiare profondamente, portando un po’ di quell’immaginazione al potere che avrebbe fatto contento Marcuse. La libertà, economica, politica o civile che sia, paga sempre.

PS: L’Italia si piazza al 34mo posto, senza infamia e senza lode.

Alessandro De Nicola
adenicola@adamsmith.it
Twitter @aledenicola

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Il cibo è roba seria, mica roba da Expo.

Una esposizione mondiale che parla di cibo, parla solo di una metà del tema: manca il suo complemento, l’assenza di cibo che colpisce, in modo episodico e più generalmente endemico, 2 miliardi di persone nel mondo su 7 miliardi che è la popolazione mondiale, quasi 1 essere vivente su 3, spesso un bambino in età pre-infantile ed infantile, in aree geografiche ben delimitate, come l’Africa sub-sahariana, il resto dell’Africa, ampie zone dell’Asia, l’India; su 805 milioni di affamati, quelli che non hanno una razione di cibo giornaliera (spesso saltuaria e non tutti i giorni, sempre insufficiente e ben inferiore alle 2.200 calorie quotidiane richieste per un adulto, che sono 700 per un bambino sino a 1 anni. 1.500 calorie a 5 anni), 295 milioni vivono in India dove rappresentano il 16% della popolazione; 135 milioni è il numero stimato degli affamati cinesi; nel c.d. Altro Mondo si concentrano 790 milioni di affamati: 1 essere umano ogni 9.

Parlare di cibo significa allora prima di tutto parlare del suo contrario: la fame.
Tema spesso affrontato in modo ideologico, sulla spinta di valori religiosi, etici, sociali, “perbenisti”.

Proviamo a declinare il tema in modo diverso, cercando di evidenziare alcuni punti:
Quale cibo mangia l’uomo?

Dove e perché c’è una carenza di cibo?

La tecnica agricola odierna sarebbe in grado di limitare, o cancellare, la fame nel mondo?

Le risorse alimentari disponibili sono prodotte in modo efficiente?

Salvo rare eccezioni, l’alimentazione umana di base è composta di cereali, che non apportano proteine sufficienti; in una chiave di accrescimento della disponibilità e della qualità del cibo, la prima cosa che si aggiunge sono i legumi; seguono i tuberi; quando il tenore di vita aumenta, si aggiungono gli oli; infine, si passa alla carne ed altri proteine animali (uova, latticini). Tre quarti del cibo consumato nel pianeta è fatto di riso, grano, mais; metà di tutto quanto mangiano i 7 miliardi di esseri umani è rappresentato da riso.
Nell’impero romano, un ettaro di terreno produceva 300 chili di cereali, ed un contadino poteva lavorare in media 3 ettari, quindi poteva produrre quasi 1 tonnellata di cereali; nel medioevo, un ettaro produceva 600 chili annui, ogni contadino poteva lavorare in media 4 ettari, producendo 2,4 tonnellate annue di cereali; negli Stati Uniti a metà del secolo scorso 1 ettaro produceva 2 tonnellate di cereali ed un contadino poteva lavorarne circa 25 con una produzione annua di 50 tonnellate; sempre negli States, grazie a miglioramenti nella tecnica e nell’irrigazione, la produttività consente di lavorare 100 ettari con una produzione annua di 1.000 tonnellate per ogni contadino; nell’Africa sub-sahariana, 1 ettaro produce quasi 700 chili di cereali ed ogni contadino lavora in media 1 ettaro, producendo quindi 700 chili annui. La produttività di 2.000 anni fa, 2.000 volte meno rispetto ad un agricoltore del XXI secolo.
Trasferire la tecnologia di un paese “avanzato” in un paese “non avanzato” è difficile: servono investimenti (che i singoli contadini dell’ Altro Mondo non possono permettersi, visto il loro stato di indigenza), serve terra da coltivare (ed i singoli contadini poveri spesso non hanno nemmeno un piccolo pezzo di terra di proprietà, in paesi dove la proprietà della terra si sta concentrando per svariati motivi, nessuno commendevole), servono concimi, semi, attrezzi che risultano troppo spesso troppo cari, impossibili da acquistare per i singoli contadini.
Parlare di cibo significa comprendere le tecniche di produzione, migliorarle per incrementare la resa, adottarle ed introdurle nel maggior numero di terreni coltivabili.
Mangiare animali, nel nostro mercato globale, è un lusso, che comincia a diffondersi in aree di recente sviluppo economico, come la Cina ed ampie zone del Sud Est asiatico (i paesi che crescono); mangiare carne mette l’uomo in competizione con gli animali nella scelta di che cosa mangiare; seppure per millenni gli animali abbiano mangiato erba, oggi essi mangiano gli stessi alimenti che rientrano nella dieta dell’uomo: soia, mais, altri cereali.

I bovini, 50 anni fa, erano 700 milioni: oggi sono 1.400 milioni, il doppio. Sono necessarie 4 calorie vegetali per produrre 1 caloria di pollo, 6 per 1 caloria di maiale, 10 per una caloria di bovino od agnello.
Occorrono 1.500 litri per produrre 1 chilo di mais, 15.000 litri per produrre 1 chilo di carne bovina. 1 ettaro di terra buona può produrre 35 chili di proteine vegetali, che scendono a 7 chili se utilizzate come alimento per animali.
In termini economici, mangiare carne significa “appropriarsi” di risorse vegetali che potrebbero bastare per 5 o 10 persone.
Negli ultimi decenni, il consumo di carne è raddoppiato rispetto alla popolazione, il consumo di uova è triplicato. L’allevamento di animali copre l’80% della superficie agricola coltivabile (a tecnologia attuale), assorbe il 40% della produzione mondiale di cereali ed il 10% delle risorse idriche del pianeta.
Il cibo, essenziale per la sopravvivenza, diviene sempre più una non-scelta, per mancanza di capacità di reddito o impossibilità di coltivare e produrre, per chi non ha accesso a “basic stuff and food” come acqua, cereali, legumi, tutti alimenti essenziali per la sua salute ed il suo sviluppo.
Parlare di cibo significa valutare come allocare la ripartizione dei terreni fra alimenti diversi, se convenga destinare i terreni alla produzione di cereali vegetali frutta e legumi, oppure destinarli alla produzione di mangime per animali, che a loro volta diventeranno cibo per l’uomo.

Il business del cibo – agricoltura, manifattura alimentare – costituisce soltanto il 6 per cento dell’economia mondiale: una minuzia, quantità dieci volte minori rispetto al settore dei servizi.
Il 43 per cento della popolazione economicamente attiva del mondo – circa 1,4 miliardi di persone – è costituita da agricoltori.
Demografia, peso economico e necessità reale sono stranamente lontani.
(Breve digressione: l’agricoltura – l’agricoltura dei poveri, zappa e vanga – è un’attività estremamente fisica, dove gli uomini possono avere un vantaggio: le donne si sforzano, cercano di fare alcune cose, ma è chiaro che spetta agli uomini nutrire la famiglia, e tutto questo produce un’idea della vita. La sottomissione femminile aveva una sua contropartita molto precisa: in cambio – dialettica del padrone e dello schiavo – l’uomo dava da mangiare alla donna. Nelle società opulente rompere con quest’idea può essere più semplice, più fattibile; in mondi arretrati, come nell’Africa sub-sahariana od in ampie zone del Sud-Est asiatico, si complica).

La malnutrizione è legata, con un filo esile ma fermo, allo stato di salute della popolazione.

Gli Stati Uniti spendono 8.600 US$ l’anno per abitante in sanità, la Francia 4.950, l’Argentina 890, la Colombia 432, l’India 8 dollari (che scendono a 4 a Bombay/Mumbai, il Niger 5 dollari; nel paese africano più povero, nel 2009 c’erano 583 medici, uno ogni 28.000 abitanti, scesi a 349 nel 2010, uno ogni 43.000 abitanti, quando in un paese medio (come Ecuador, Filippine, Sudafrica) la media è uno ogni 1.000 abitanti. In paesi “problematici”, molti medici sono emigrati, spesso scappati: la migrazione di chi sa, o vuole scappare dalla miseria e dalle malattie, produce ulteriore miseria. In Niger, ogni donna ha in media 7 figli (il tasso di fertilità più alto al mondo), ed un bambino su 7 muore prima di compiere 5 anni, quando la media dei paesi definiti ricchi è uno su 150. A Bombay/Mumbai 1/3 dei bambini è denutrito. La fame interessa 2 miliardi di persone nel mondo, circa 1/3 della popolazione della Terra; queste persone non mangiano a sufficienza, sono malnutriti, e questo endemico sottosviluppo colpisce principalmente i piccoli, che hanno necessità di mangiare almeno 700 calorie al giorno sotto l’anno di vita, 1.000 fino a 2 anni, 1.600 sino a 5 anni; un adulto necessita da 2.000 a 2.700 calorie giornaliere; sotto queste soglie, si patisce la fame. “L’eliminazione , ogni anno, di decine di milioni di uomini, donne e bambini ad opera della fame è lo scandalo del nostro secolo. Ogni 5 secondi un bambino sotto i 10 anni muore di fame (…). Allo stato attuale, l’agricoltura mondiale potrebbe nutrire senza problemi 12 miliardi di essere umani, quasi il doppio della popolazione mondiale” secondo la relazione “Destruction massive” dell’ex-relatore speciale ONU per il diritto all’alimentazione.

La carenza strutturale, endemica, di cibo è una concausa del progressivo inurbanesimo: oltre la metà della popolazione mondiale vive oggi, per la prima volta nella storia dell’umanità, in città, dove ci si trasferisce nella aspettativa, fallace, di trovare un lavoro, una casa, migliori condizioni di vita. Ma come anticipato in “Il pianeta degli slum” di Mike Davis, “le città del futuro (…) saranno in gran parte costruite di mattoni grezzi, paglia, plastica riciclata, blocchi di cemento e legname di recupero. Al posto delle città di luce che si slanciano verso il cielo, gran parte dei mondo urbano del XXI secolo vivrà nello squallore, circondato da inquinamento, escrementi e sfacelo.””; nel 1950 c’erano 85 città del mondo che superavano il milione di abitanti, nel 2015 saranno 550; delle 25 città che superano gli 8 milioni, 22 si trovano nell’ Altro Mondo, e sono quelle che crescono di più: ma nella maggior parte di queste città, tre quarti della crescita si deve a costruzioni marginali in terreni occupati: le baraccopoli. In tutta l’India, per citare un caso significativo per un paese che fa parte dei BRIC, 160 milioni di persone vivono in una baraccopoli. In una baraccopoli non ci sono acqua corrente, luce, fogne; la mancanza di bagni crea problemi sanitari enormi: 2 morti si 5 sono da ascriversi ad infezioni causate da parassiti portati da acqua inquinata (con cui si cucina, quando c’è da cucinare) ed assenza di fogne.

Nel mondo, 2,5 miliardi di persone vivono senza fogne, e muoiono senza fogne. In queste condizioni, anche il cibo è inquinato, quando c’è.
Parlare di cibo significa partire dalla sua assenza, dalla sua cattiva qualità, dalle modalità del suo stoccaggio e del suo trattamento.

Domande aperte; troppo spesso ricevono risposte chiuse.

Il dramma della malnutrizione: la fame.

Parlare di “fame”: malnutrizione, a diversi livelli di intensità e quindi di impatto immediato sulla capacità di resistere ad esistere: sino a domani? Sino a quando? Domande che per una vasta quantità di essere umani (quanti vivono, per approssimazione, nell’emisfero Nord) sono retoriche e prive di senso, sono la realtà quotidiana di miliardi di esseri umani, la cui sorte individuale resta, resterà “fuori radar”.

Fame si coniuga con salute, condizioni di vita accettabili, od almeno tollerabili. Esiste uno stretto legame, di andata e ritorno, fra stato di salute e livello di nutrizione (per molti, malnutrizione).

Facciamo riferimento ad alcune passi tratti da “La fame” di Martin Caparros, Einaudi, 2014-2015.

Gli Stati Uniti spendono 8.600 US$ l’anno per abitante in sanità, la Francia 4.950, l’Argentina 890, la Colombia 432, il Niger 5 dollari; nel paese africano più povero, nel 2009 c’erano 583 medici, uno ogni 28.000 abitanti, scesi a 349 nel 2010, uno ogni 43.000 abitanti, quando in un paese medio (come Ecuador, Filippine, Sudafrica) la media è uno ogni 1.000 abitanti. Molti medici sono emigrati, spesso scappati: la migrazione di chi sa, o vuole scappare dalla miseria e dalle malattie, produce ulteriore miseria. In Niger, ogni donna ha in media 7 figli (il tasso di fertilità più alto al mondo), ed un bambino su 7 muore prima di compiere 5 anni, quando la media dei paesi definiti ricchi è uno su 150.

La fame interessa 2 miliardi di persone nel mondo, circa 1/3 della popolazione della Terra; queste persone non mangiano a sufficienza, sono malnutriti, e questo endemico sottosviluppo colpisce principalmente i piccoli, che hanno necessità di mangiare almeno 700 calorie al giorno sotto l’anno di vita, 1.000 fino a 2 anni, 1.600 sino a 5 anni; un adulto necessita da 2.000 a 2.700 calorie giornaliere; sotto queste soglie, si patisce la fame.

“L’eliminazione , ogni anno, di decine di milioni di uomini, donne e bambini ad opera della fame è lo scandalo del nostro secolo. Ogni 5 secondi un bambino sotto i 10 anni muore di fame (…). Allo stato attuale, l’agricoltura mondiale potrebbe nutrire senza problemi 12 miliardi di essere umani, quasi il doppio della popolazione mondiale” secondo la relazione “Destruction massive” dell’ex-relatore speciale ONU per il diritto all’alimentazione.

Il business del cibo – agricoltura, manifattura alimentare – costituisce soltanto il 6 per cento dell’economia mondiale: una minuzia, quantità dieci volte minori rispetto al settore dei servizi. La cosa curiosa è che questa minuzia definisca tutto il resto; senza questa minuzia, non esisterebbe nulla di tutto il resto. E il 43 per cento della popolazione economicamente attiva del mondo – circa 1,4 miliardi di persone – è costituita da agricoltori. Demografia, peso economico e necessità reale sono stranamente lontani, non si incrociano, restano distanti e stranieri.

L’agricoltura – l’agricoltura dei poveri, zappa e vanga – è un’attività estremamente fisica, dove gli uomini possono avere un vantaggio: le donne si sforzano, cercano di fare alcune cose, ma è chiaro che spetta agli uomini nutrire la famiglia, e tutto questo produce un’idea della vita. La sottomissione femminile aveva una sua contropartita molto precisa: in cambio – dialettica del padrone e dello schiavo – l’uomo dava da mangiare alla donna. Nelle società opulente rompere con quest’idea può essere più semplice, più fattibile; in mondi come questo (nel Sahel, Africa sub-sahariana; nota) si complica: ma qui non dev’essere facile neppure essere un uomo: dover provvedere e non avere provviste, fallire di continuo.

Leggere, ovvero l’aggiornamento del nostro software.

Le biblioteche italiane sono quasi 17.500, comprese le 46 biblioteche pubbliche statali che conservano e raccolgono la produzione editoriale italiana a livello nazionale e locale, le 1.557 biblioteche degli enti religiosi, le 2.593 biblioteche delle università, le 7.014 degli enti locali. Read more