Studenti e scolarità.

Questo articolo è apparso nella rubrica “una tazzina di caffè…” su www.smartweek.it in data 23.6.2015

Il MIUR indica in 8.875.176 gli studenti delle scuole italiane, dall’infanzia alle superiori, per l’88.8% in istituti statali (7.881.632) e per l’11.2% in istituti parificati (993.544); in aumento gli studenti di nazionalità straniera, oggi 739.468 (il 9,4% degli studenti delle scuole pubbliche).

I dati più interessanti sono quelli riferiti all’indirizzo delle scuole superiori (secondarie di II grado): quasi 1 studente su 2 frequenta il liceo (47,1%), con una prevalenza del liceo scientifico tradizionale (428.767 studenti, il 16,4% del totale degli studenti alle superiori); il liceo classico è frequentato dal 6,2% (162.379 studenti), superato da quello linguistico (189.278 studenti, il 7,2%); gli studenti degli istituti ad indirizzo tecnico economico (i vecchi ragionieri) sono 366.660, il 14% del totale, e quelli che frequentato gli istituti ad indirizzo tecnologico (i vecchi geometri) sono 466.175 (il 17,9% del totale); il 21% degli studenti frequentano, infine, istituti professionali.

La scuola italiana copre una spesa pari al 4,6% del PIL (inclusi investimenti a scuole ed università), contro il 6,1% della Francia, il 5,1% della Germania, il 6,4% del Regno Unito, ed una media UE del 5,8%; nelle superiori, la composizione media della classe è di 19 allievi in Italia, 16 in Francia, 12 in Germania, 20 in UK, con una media UE di 16 allievi; un dato interessante è quello della scolarità attesa, c.d. permanenza in fase di istruzione, che è di 16,8 anni in Italia, 16,4 anni in Francia, 18,2 anni in Germani, 16,4 anni in UK, con una media UE di 17,8 anni. Nella fascia 15-19 anni, l’81% dei giovani italiani va a scuola, contro l’84% in Francia, il 90% in Germania, il 78% in UK, l’87% a livello UE.

E guardando ai risultati, nella fascia di età fra 25 ed i 34 anni, il 72% degli italiani ha un diploma di istruzione superiore, contro l’83% dei francesi, l’87% dei tedeschi, il 64% degli inglesi, con una media UE dell’84%. Si sta sui banchi di scuola come gli altri studenti europei, in una scuola dove si investe meno che nel resto dell’Europa, ed i risultati sono che i possessori di un diploma sono meno di quanto dovrebbe.

Non si finisce mai di aver bisogno di studiare.

Questo articolo è apparso nella rubrica “una tazzina di caffè…” di Corrado Griffa su smartweek

Le difficoltà di Gini

L’indice sorprende per le controintuitive “fotografie” sulle similitudini, e diversità, fra Stati.
È peculiare infatti la similitudine fra Stati che hanno sperimentato a lungo sistemi politico-economici molti diversi fra loro come ad esempio USA, Cina e Russia. L’approfondimento sull’algoritmo di costruzione dell’indice spiega che l’indice di Gini penalizza molto gli Stati molto grandi. Read more

Filantropia europea.

L’European Foundation Centre riunisce le associazioni e gli enti filantropici in Europa: sono 129.975 a fine 2014, di cui 19.150 in Germania, 12.400 in UK, 13.700 in Svezia, 6.220 in Italia. In termini di erogazioni fatte sul territorio per iniziative benemerite, gli enti in Germania hanno speso 17.000 milioni di euro nell’anno appena trascorso, seguiti da Italia con 9.950 milioni (per il 90% proveniente dalle erogazioni fatte dalle 88 fondazioni bancarie), Spagna con 8.520 milioni, Olanda con 6.000 milioni, per un totale stimato di 73.756 milioni in 13 paesi europei censiti. Altrettanto importanti i dati sul patrimonio complessivo di fondazioni, associazioni ed enti a scopo filantropico: 432.565 milioni, con le associazioni italiane che pesano per 90.000 milioni (dato che comprende il patrimonio delle 88 fondazioni bancarie, che da sole “pesano” per quasi 50.000 milioni), davanti ad Olanda (80.000 milioni), Germania (70.000), Svizzera (58.000 milioni). “Filantropia significa sostenere con passione un progetto, farlo crescere robusto fino a quando sarà i suoi frutti per il bene di tutti”: educazione, cultura, welfare.

 

Corrado Griffa, “Una tazzina di caffè…”

Disoccupati e potenziali lavoratori.

Nel Rapporto ISTAT presentato alla Camera, il confronto fra il 2008 ed il 2014, periodo di “sette anni della grande crisi”, evidenzia che nel 2008 i disoccupati erano 1.664.000, a fine 2014 sono 3.226.000, un +93,9% pari a 1.562.000 unità; la distribuzione geografica è indice delle difficoltà sia storiche che congiunturali: alla fine dello scorso anno il 47,0% dei disoccupati era nel Mezzogiorno (era il 52,7% nel 2008), il 19,1% nel Centro (il 18,6% nel 2008), il 33,9% nel Nord (il 28,7% nel 2008).

A tali numeri, vanno ad aggiungersi i “lavoratori potenziali”, quanti non hanno una occupazione, non sono censiti come disoccupati, e non cercano attivamente un lavoro: sono 4.457.000 in tutta Italia (dato fine 2014), erano 2.758.000 nel 2008.

“Mancano all’appello” quasi 8 milioni di possibili occupati: dare lavoro a tutti è impresa ardua, ma “conseguire un tasso di occupazione uguale a quello europeo significherebbe per il nostro paese un incremento di circa 3 milioni e mezzo di occupati”.

Questo articolo è apparso su www.smartweek.it  nella rubrica “Una tazzina di caffè…” martedì 26.5.2015

La ricchezza è diseguale.

L’OCSE rileva un divario crescente fra ricchi e poveri: sulla base dei dati elaborati (anno 2013), per quanto riguarda l’Italia, emerge che il reddito medio del 10% della popolazione più ricca è stato superiore di 11,4 volte quello del 10% più povera, rispetto ad una media OCSE di 9,6 volte (6,6 volte in Germania); il rapporto era di 8,9 volte nel 2007 e di 10,3 volte nel 2011.

In termini di patrimonio posseduto, l’1% della popolazione possiede il 14,3% della ricchezza complessiva, ed il 20% più benestante ne possiede il 61,6%.

L’indice Gini (che misura la diseguaglianza fra le capacità di reddito) segna un peggioramento per quanto riguarda l’Italia, con un valore di 0,327 contro una media OCSE di 0,306; la Germania, uno dei paesi con le minori diseguaglianze, ha un indice di 0,289.

Segno del crescente impoverimento della popolazione media, soprattutto fra i giovani, che nella fascia di età 18-25 anni in Italia sono il 14,7% dei poveri contro una media OCSE del 13,8%. “”Speriamo che con misure come la garanzia giovani e il jobs act il fenomeno venga finalmente ridotto””.

 

Questo articolo è apparso su www.smartweek.it nella rubrica “Una tazzina di caffè….”  venerdì 29.5.2015

La TTIP e i panda-italiani

La sigla TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) comincia a comparire in qualche raro trafiletto o commento sui media. La maggior parte dei quali largamente disinteressati. Eppure analoghi trattati sono stati aperti, per iniziativa degli USA, con il Pacific Ring, o con le Americhe. Lo stesso stanno facendo Cinesi e Indiani nelle loro aree di influenza, o di ambita influenza.

Le principali economie e società umane, stanno progettando un mondo futuro del quale noi italiani non sappiamo presso che nulla; nemmeno se e come stiamo attivamente partecipando.

La sigla TTIP comincia ad apparire in forma di “bersaglio” per qualche movimento, manifestazione, corteo. Al TTIP viene spesso applicato lo stesso spirito e metodo con cui sono trattate le scie chimiche. Il risultato è che l’analisi sulla TTIP scade nel ridicolo e nelle nicchie degli antagonisti. Proprio la fede e la fragile dialettica ideologica degli antagonisti relegano il tema ai confini dell’interesse civico e facilitano il compito a coloro che hanno interesse a mantenere estrema riservatezza e con ciò maggiore controllo sul processo negoziale.

Ci auguriamo, anzi facciamo il possibile per sollecitare gli amministratori pubblici, i ricercatori accademici e professionali, a fornire quante più informazioni possibili affinchè i cittadini possano costruirsi una opinione argomentata sui fatti e sui numeri dell’accordo TTIP.

Una larga parte degli antagonisti sostiene un’assolutistica posizione “contro” gli accordi, indipendentemente dai contenuti e dagli obiettivi. Questo approccio da struzzo tende a collocare la controparte nello spazio del “nemico”, in una contrapposizione talmente totalitaria da prefigurare che la soluzione non potrà che essere la vittoria dei buoni (gli antagonisti) contro i cattivi (gli USA). Difficile condividere questa logica negoziale in stile highlander, il cui esito è facilmente prevedibile. Il negoziato è l’irrinunciabile strumento della democrazia. La democrazia non è il mondo morale dei buoni e dei cattivi, ma è il regno delle diversità che sanno convivere senza massacrarsi vicendevolmente.

La prima questione da interiorizzare è che l’evoluzione demografica proietta l’Europa, e tanto più l’Italia, in una tendenza da panda-europei e da panda-italiani.

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Se ci fermassimo a questa considerazione, il destino del modello sociale Europeo e Italiano sarebbe già determinato: integrazione, non necessariamente volontaria, in uno dei futuri 3-4 blocchi supercontinentali.

La seconda questione è l’appartenenza. Essere cittadini europei, o italiani, significa appartenere a un gruppo di persone omogenee per etnia o religione? Gruppo guidato da un forte leader carismatico come quelli che in passato ci hanno portato al massacro o come quelli che vediamo eseguire massacri in TV? L’etnia e la religione sono criteri opposti alla logica democratica che i Paesi europei hanno scelto come sistema di convivenza delle diversità. Una scelta probabilmente dettata dalla terribile esperienza dei tragici spargimenti di sangue etnico-religiosi compiuti da noi europei, fino a pochissimi decenni fa, anche molto vicino ai confini italiani

Speriamo perciò che gli italiani preferiscano interpretare sé stessi come singoli individui, tutti diversi fra loro, persone che hanno “volontariamente” scelto di essere soci sovrani della Grande Associazione Italia e anche di un’Associazione più grande, l’Europa, e chi sa, anche mondiale. Il senso dell’appartenenza è perciò invertito: sono i cittadini italiani che posseggono il Paese, l’Associazione Italia; e non viceversa, non un pericoloso leader carismatico o una casta o un’oligarchia.

Dato per accettato quest’ultimo criterio (peraltro non scontato) la terza questione è la qualità del sistema che meglio realizza le aspettative dei Cittadini.

A noi italiani viene riconosciuto uno stile di vita di alta qualità che il nostro metodo di convivenza civile ha prodotto nei secoli. Va però ricordato che allora non eravamo affatto “democratici” e forse anche oggi lo siamo più formalmente che sostanzialmente. Ci sono inoltre, e purtroppo, evidenti segni che il nostro metodo non è stato tempestivamente aggiornato; esso dimostra di non essere più in grado di garantire molti miglioramenti alla qualità della vita. Almeno non tanto quanto altri sistemi sociali che marciano a velocità sostenute.

Siamo fiduciosi nella consapevolezza dei nostri successi passati; essi potrebbero darci l’energia e l’entusiasmo per riprende il cammino da dove l’abbiamo lasciato. In altre parole il nostro sistema, europeo e italiano, va aggiornato tenendo conto del fatto che altri, peraltro dotati di imponenti masse critiche, ci hanno largamente superato e tentano di assorbirci.

Infine abbiamo la questione del metodo per l’integrazione in blocchi più grandi: ci lasciamo assorbire per diluzione demografica? O volontariamente e consapevolmente scegliere il sistema più grande entro il quale possibilmente riprendere a sviluppare la nostra particolare passione per la qualità della vita?

Il nostro Paese ha attratto, e sempre più attrarrà, numerose popolazioni dalle culture più etnico-religiose che democratiche; dalla Cina alla fascia “islamica”. Senza scelte consapevoli, il sistema, la “cultura democratica delle diversità”, italiano ed europeo, necessariamente verranno diluiti per effetto della crescente miscelazione demografica. Il colore finale sarà, e forse è già, più un grigio tumultuoso che bianco democratico o nero etnico-religioso.

Gli amish hanno trovato un modo di far convivere le loro, per noi, strane regole sociali, all’interno di un più grande sistema che ha risorse sufficienti per consentire questa libertà. Noi Europei e Italiani non siamo una piccola strana comunità; forse abbiamo qualche probabilità in più di influenzare la fusione di pratiche comuni in un sistema più grande e di coltivare alcune specificità nelle quali siamo maestri.

Naturalmente, per coltivare le distintività e le specialità è necessario sapere quali sono. L’esercizio non è banale. Il rischio è di imboccare il semplicistico, comodo, pericoloso, piano inclinato che ci trascina in basso nel sistema delle appartenenze etnico-religiose.

Il passo successivo è comprendere i principi-attivi della ricetta della distintività (cosa facciamo particolarmente bene?) e infine praticare i comportamenti previsti dal suo “disciplinare” (Costituzioni locali e sovranazionali).

In sintesi crediamo sia necessario trovare un metodo negoziale per inserirci dignitosamente e vantaggiosamente, come un pezzo di un puzzle, in un contesto più grande entro il quale l’Associazione Italia possa esercitare le sue particolarità, possibilmente insieme all’’Associazione Europa.

Al momento conosciamo il parere ideologico degli antagonisti che preferiscono la rinuncia isolazionista, la ritirata che paradossalmente implica la sudditanza, e in qualche caso una dissimulata scelta verso uno dei blocchi non rappresentati nel TTIP. Cioè preferirebbero che l’Europa aprisse un negoziato con altre parti, per esempio la Russia, o i due blocchi asiatici. C’è anche chi preferirebbe l’area mediterranea. Tutte queste opzioni sono certamente e concretamente appoggiate  o scoraggiate dai blocchi che non partecipano al TTIP.

Nessuna delle opzioni è aprioristicamente svantaggiosa, ad esclusione di quella di restare piccoli vasi di coccio fra giganti d’acciaio. La questione perciò non è lo “stop alla negoziazione TTIP”, ma cosa si negozia per ottenere quali vantaggi per i cittadini. Ed eventualmente quali altri patti negoziare con altre grandi geo-placche continentali.

Al quadro di per sé piuttosto complesso, ma forse non più di tanto, si somma la scarsissima informazione sugli accordi in corso. La membrana di silenzio può essere parzialmente giustificata dalla complessità del negoziato che sta costituendo un blocco competitivo rispetto ad altri blocchi. Ma sarebbe assai utile per i cittadini italiani fare un esercizio di informazione per consentire loro di prepararsi ad un futuro nel quale dovranno adeguare rapidamente ed efficientemente il loro metodo sociale, economico e del diritto.

#In medio stat virtus è l’espressione ambigua di oggi

La frase ambigua di oggi è: In medio sta virtus

Il significato latino, originale e sostanziale della frase è: La virtù consiste nella moderazione.

Ora il significato che va per la maggiore è: La virtù sta nel mezzo.

Invece la virtù, come la bellezza, sta nell’occhio (nella morale) di chi guarda. Un aiutino: Le virtù cardinali

Immaginiamo di dover giudicare i comportamenti di due persone; l’una che vuole uccidere l’altra e l’altra che vuole solo pestare la prima. In medio stat virtus e perciò una buona pestata a sangue, sul filo della morte, è esercizio di medietà virtuosa?

Viene il sospetto che nella storia qualcuno abbia voluto manipolare i significati pro domo sua; un qualcuno che abbia avuto interesse pilatesco nel posizionare i probi viri né di qua nè di là, ma nel mezzo. Oppure che qualcuno che abbia interesse a non far emergere nessuno per i suoi meriti, ma piuttosto forzare moralmente a stare nella medietà, cioè a non infastidire con innovazioni e cambiamenti?

Un esempio: Il bene-morale della decrescita verso il male-morale-crescita. Investigate voi su chi possa avere interesse a sostenere che si stava meglio quando si stava peggio, per esempio prima della penicillina o della democrazia.

#Raccomandazione è la parola ambigua di oggi

Parola ambigua non troppo, a dire il vero: è chiaro che cosa è la Raccomandazione.

Ma procediamo con ordine.
Per raccomandazione si intende, comunemente, un’azione o una condizione che favorisce un soggetto, detto raccomandato, nell’ambito di una procedura di valutazione o selezione, a prescindere dalle finalità apparenti della procedura, che sarebbero (condizionale d’obbligo, coi tempi osceni che corrono) di indicare i più meritevoli e capaci. Per essere tale, la raccomandazione deve coinvolgere un altro soggetto, detto raccomandante o sponsor, il quale esercita un’influenza sulla procedura di valutazione, indipendentemente dalle qualità del soggetto raccomandato.

Le procedure di valutazione o selezione più frequentemente distorte dalle raccomandazioni sono i concorsi pubblici, le procedure di selezione del personale, i procedimenti di valutazione scolastica o di accesso a un corso di studi, gli esami universitari o di abilitazione professionale, o qualsiasi procedura dove si valuta l’idoneità o la competenza di un soggetto in un determinato ambito professionale o culturale. Coinvolgono raramente “poveri cristi”, più spesso “figli di papà”, talora altolocati (vale la pena ricordare, seppure di sfuggita, che si può rapidamente e clamorosamente cadere dalle alte vette, specialmente quando #staisereno).
La raccomandazione che agisce su queste procedure introducendo un criterio di valutazione estraneo ai criteri logici ordinari, che dovrebbero puntare a scegliere i più preparati e i più idonei. Questa caratteristica la distingue da altre pratiche apparentemente simili, ma eticamente legittime e socialmente funzionali, come la presentazione di un allievo, da parte di uno scienziato a un altro scienziato, affinché l’allievo prosegua con il secondo scienziato il percorso di ricerca già intrapreso con il primo. In questo caso, infatti, l’azione dello scienziato “raccomandante” non prescinde affatto dalla qualità del “raccomandato”, testata appropriatamente attraverso l’esperienza di ricerca. Per sincerare l’esistenza di una vera “raccomandazione” occorre dunque comprendere la natura dei rapporti tra i soggetti coinvolti, e chiarire se la natura di questi rapporti sono tali da introdurre, nel processo di valutazione, criteri estranei a quelli del merito e della capacità del valutando.
Quando la raccomandazione ha buon esito e il candidato è insediato nel posto di lavoro da lui richiesto, può succedere che gli venga segnalato dall’ex raccomandatario un nuovo candidato da favorire, aprendo così una catena che è molto difficile interrompere, ma che finisce spesso per premiare candidati impreparati o inadatti a quella mansione a danno di altre persone che avrebbero i titoli e la preparazione ottimale per accedere, ma che si vedono esclusi a priori dall’accesso. La raccomandazione viaggia spesso attraverso circuiti familiari (nepotismo): un parente può essere favorito da un membro della stessa famiglia che occupa una posizione importante in seno a un istituto della pubblica amministrazione, un ente privato o una struttura confessionale, se in tali istituzioni esistono soggetti in grado e propensi a favorire dei loro protetti e manchi la vigilanza delle istituzioni. Di padre in figlio, da figlio ad amico, da amico ad amico imbecille: la catena della raccomandazione ha tanti anelli deboli, che vengono rinforzati dalla “logica del gruppo chiuso di occupazione”.
Questa pratica danneggia quindi meritocrazia e efficienza che dovrebbero essere sempre alla base delle assunzioni e della gestione: l’accesso di nuovi assunti non in grado di assolvere ai requisiti richiesti può causare una diminuzione o un danno alla produttività e all’efficienza di una struttura, mentre in molti casi la macchina burocratica della stessa diventa più lenta per la presenza di personale assunto ad hoc in numero eccedente rispetto alle necessità effettive. Talvolta il raccomandatario, se in una posizione molto influente, può addirittura indire un concorso o una serie di colloqui per posizioni per esaudire le necessità del raccomandato.
La maggior parte delle raccomandazioni sono da considerare una vera e propria piaga sociale che danneggia alle fondamenta il sistema sociale ed economico, incentivando la “fuga dei cervelli”, minando la competitività del sistema produttivo, incentivando l’inefficienza, gli sprechi e l’illegalità nella pubblica amministrazione e contribuendo a diffondere un’atmosfera di sfiducia e scarsa propensione al lavoro e allo studio.

Sine qua non.

Dissesto, Anche del Suolo

Il Piano nazionale contro il dissesto idrogeologico non sarà pronto prima del 2016; il governo ha indicato in 7 miliardi di euro la somma disponibile per finanziamenti, contro i 21 miliardi richiesti dalle Regioni. Gli studi di fattibilità ed i progetti pesano per l’80% delle richieste fatte dagli amministratori, e solo il 4,9% sono progetti esecutivi, indice di un “ritardo strutturale” del sistema-paese; la stima dei lavori “cantierabili” esecutivi è indicata in 1 miliardo, che coprirebbe 12 mesi di lavori, e che possono “andare a bando di gara”; il 14%, per 3 miliardi, è classificato “definitivo”, per cui si deve attivare un “appalto integrato”; il 36,3% degli interventi, per 7,6 miliardi, è fermo allo studio di fattibilità; il 44,8%, per 9,4 miliardi, è allo stadio del preliminare. Il 16,4% dei 21 miliardi di interventi richiesti è previsto in Campania (3,4 miliardi), seguita da Sicilia (11,4%), Puglia (7,7%), Veneto (7,6%). Nell’attesa del riparto delle disponibilità del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC) e della graduatoria delle opere da finanziare, il governo conta “”di poter confezionare il nuovo piano entro i primi mesi dell’anno prossimo””: valanghe e smottamenti sono avvertiti di evitare imboscate intempestive.

http://www.smartweek.it/fatto-del-giorno/dissesto-anche-del-suolo/

Le donne sono il motore dell’Italia: anzi, dovrebbero.

Le donne sono il motore dell’Italia: anzi, dovrebbero.

di Diana Montagna e Diego Castagno.

La questione della parità di genere rimane aperta, in particolare nel nostro paese, in particolare nel mercato del lavoro. Le donne lavorano meno ed hanno un salario più basso di quello degli uomini, nonostante abbiano un tasso di scolarità molto più alto. Quando poi diventano mamme lavorare diventa un privilegio per poche.

In (quasi tutta) l’Europa le cose vanno diversamente. Le donne con la laurea sono 155 rispetto ai 100 uomini; il 57,8% di donne italiane con un bambino lavorano, su una media europea del 63,4%, e rispetto al 86% dei papà; il dato resta stabile per gli uomini mentre crolla per le donne al 35,5% quando i figli crescono, in Europa il tasso si attesta al 45,6%. Per fugare ogni dubbio ecco un paragone impietoso con la Danimarca, dove il 77% delle donne con tre o più figli lavora, rispetto al 57% delle donne italiane con un figlio solo.
I dati relativi all’Italia (Associazione Openpolis all’interno del dossier “Gender Equality fra politica imprese e lavoro”) sono aggregati, e nascondono le solite e ben note disparità tra le diverse regioni della Penisola. Una nota positiva infine, determinata dalla legge sulle quote rose: le donne ai posti di comando sono arrivate al 22% con un incremento costante a partire dall’entrata in vigore della legge voluta dal Governo Monti.
Al di là delle polemiche sulle quote rosa questi sono i dati. E‘ del tutto evidente che i dati sul mercato del lavoro rivelano un ritardo sul versante del lavoro femminile. Un ultimo dato (fonte ISTAT): la quota di donne occupate continua a essere molto bassa, il 46,5 per cento, contro un valore medio della Ue pari al 58,7%.
Se si guarda ai dati dell’Europa ci si accorge che il vecchio continente marcia a due velocità: il nord dell’Europa e i paesi mediterranei rivelano nelle disparità degli indicatori approcci al lavoro, alla maternità e alle politiche di welfare decisamente differenti. E il discorso si allarga inevitabilmente alle preoccupazioni degli esperti di statistica, i quali vedono un futuro nero per il nostro paese dal punto di vista della struttura demografica

Per approfondire due link consigliati, ben sapendo che sul tema le fonti sono molte e la narrativa non manca: http://blog.openpolis.it/2015/03/06/nuovo-minidossier-openpolis-gender-equality-fra-politica-imprese-e-lavoro-uguaglianza-genere/ e http://www.istat.it/it/files/2014/05/cap3.pdf

Diana Montagna e Diego Castagno