L’asilo con il coworking ce lo facciamo da noi

Eccoci a Milano, in preda all’adrenalina da Expo, alla scoperta di Piano C, il coworking delle mamme, pensato da una donna che ha trovato il modo di conciliare la sua vita lavorativa con la maternità, e che ha trasformato il suo progetto in una realtà praticamente unica in Italia.

Se vi immaginate il solito spazio Coworking in edificio di archeologia industriale, cadente all’esterno e tirato a lucido all’interno, con arredi minimalisti in legno chiaro tipo catalogo di mobili di design, allora il Piano C, il COWO di Via D’Orsenigo a Milano a due passi da Porta Romana, vi stupirà in tutti i sensi.
Lo spazio è ricavato all’interno di un grosso appartamento al piano rialzato di una palazzina residenziale costruita come si usava fra gli anni sessanta e settanta, con il giardinetto intorno, un pò retrò vista con i gusti di oggi. All’interno cambia tutto, il luogo è vissuto ed accogliente, con alcuni elementi di arredo di grande personalità, tipo i tavoli in EcoBen, un materiale ricavato da due fogli di plexiglass incollati ad una anima di nido d’ape in cartone, una vera raffinatezza. Entrando la sala lavoro, coworking classico, tavolone, sedie, scaffali, poi la cucina e le sale riunione. Al fondo dell’appartamento la sorpresa: uno spazio bimbi coloratissimo e pieno zeppo di giochi, che accoglie piccolini dai tre mesi ai tre anni. Ed ecco Spazio C: da una parte le mamme che lavorano, dall’altra i bimbi che giocano accuditi dalle educatrici. E il nome, “Piano C”, è il contenitore e assieme il contenuto: le mamme trovano il modo di conciliare impegni e maternità, in una rete di relazioni e di servizi preziosa per la gestione dei tempi, che consente di recuperare spazi di autonomia e costruire nuove opportunità. L’offerta dei servizi condivisi è ampia e continuamente aggiornata: comprende il pagamento delle bollette, la spesa domestica o corsi di formazione degni del miglior incubatore di start-up. E soprattutto l’idea: Piano C nasce nel 2012 dall’iniziativa di Riccarda Zezza e vince il premio del “miglior progetto di innovazione sociale d’Europa” dato dalla Banca Europea degli Investimenti, dimostrando cosa sono le politiche attive per il lavoro, oppure cosa serve e come dovrebbe funzionare un Coworking. Tra avere figli rinunciando al lavoro, o lavorare e rinunciare alla maternità ecco il Piano C, fare la mamma e lavorare. Se mancano gli asili si fa un baby parking annesso al coworking, o se si preferisce un coworking con dentro il micronido, condividendo le spese per la postazione e soprattutto per chi guarda il bimbo, o i bimbi.
E Piano C non è solo un posto per mamme. Ci sono anche i papà, che alla fine spesso hanno gli stessi problemi delle loro gentili consorti, con urgenze e necessita’ del tutto analoghe.
I prezzi sono quelli soliti: 300 Euro la postazione al mese, compreso il servizio di baby-parking. E quel servizio, per le neo mamme e i neo papà, non ha prezzo.

Info: http://www.pianoc.it

#Incentivo è la parola ambigua di oggi

Un incentivo è qualcosa che motiva un individuo a compiere un’azione.

Lo studio delle strutture degli incentivi è essenziale per l’analisi di tutte le attività economiche (sia in termini di decisioni individuali che in termini di cooperazione e competizione all’interno di una più grande istituzione). Read more

#Tumulto è la parola ambigua di oggi

Il Tumulto è così definito dalla Treccani: “”Confusione rumorosa, soprattutto di gente che grida e si agita; Manifestazione clamorosa, disordinata e violenta, di un massa o di un gruppo più o meno numeroso di persone, come azione e reazione intesa a protestare o a ottenere determinati cambiamenti e provvedimenti; Agitazione confusa di stati d’animo contrastanti, stato di grave concitazione spirituale.””

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#Franco tiratore è l’espressione equivoca di oggi

Franco tiratore è una locuzione per definire un individuo che non segue i modi d’azione generalmente utilizzati dai componenti della schiera in cui milita e, invece, adotta un comportamento autonomo e imprevedibile, spesso fuori dai limiti imposti dalle convenzioni.

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#Sottobanco e Inciucio sono le parole ambigue di oggi

La parola ambigua di oggi è duplice: Sottobanco ed il suo sinonimo Inciucio.

Sottobanco viene così definito nella Treccani: sottobanco (o sótto banco) avv. – Di nascosto, senza farsi vedere: vendere, acquistare una merce s., o di s.; i tagli di carne più scelti li dà s. ai clienti abituali; agire (di) s.; la soluzione dell’esercizio di matematica gliel’ha passata (di) s. un compagno. Con altro sign., mettere, passare s. (o sotto banco), mettere a tacere, non dar séguito o evasione, riferito a pratiche e atti burocratici, procedimenti giudiziarî, ecc.

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#Accordo è la parola ambigua di oggi

La parola ambigua che oggi abbiamo scelto è Accordo.

Nella lingua italiana, è l’incontro di volontà per cui due o più persone convengono di seguire un determinato comportamento nel reciproco interesse, per raggiungere un fine comune o per compiere insieme un’azione o un’impresa.

Sottolineiamo il reciproco interesse, talora non equivalente, come elemento centrale, insieme al fine comune. Ognuno potrà indovinare quale sia il fine comune, ed il relativo reciproco interesse, di scelte politiche recenti, anzi recentissime. Non è sempre necessario scomodare santi, od invocare personalità ad esse superiori. Read more

Le bacchette magiche.

In tempi di disoccupazione ai massimi storici di sempre, e cioè da quando nacque la rilevazione statistica in Italia, la domanda che ci si deve porre è soprattutto una: quale è la relazione tra crisi economica e disoccupazione? in altri termini, la ripresa porterà una riduzione della disoccupazione in Italia? E la ripresa, se e quando ci sarà, come agirà sulla redistribuzione del reddito in Italia?

Difficile immaginare che il Belpaese possa sopportare ancora a lungo un livello di disparità e di sperequazione di redditi e di risorse come quello attuale. Ancora più difficile pensare che le famiglie, tristemente l’unico sistema di welfare italiano in grado finora di alleviare i morsi della crisi, possano reggere a lungo, per il banale motivo che le risorse a disposizione stanno finendo. Una delle risposte che la politica sarà chiamata a dare in un futuro molto prossimo è come ridurre il tasso di disoccupazione in Italia e come stimolare nuova imprenditoria e iniziativa economica.
Il mercato del lavoro in Italia è alle prese con un tentativo di riforma che lascerà il segno, ma che difficilmente basterà a far ripartire una economia stagnante. Le “politiche attive” del lavoro (n.d.r.: tutte le forme che richiedono un intervento attivo da parte del lavoratore interessato, con un coinvolgimento nella gestione o partecipazione al programma di intervento), di cui tanto ci sarebbe bisogno, restano appannaggio esclusivamente di una parte della forza lavoro attiva, e scontano la nota mancanza di risorse che affligge il bilancio dello stato. Tanto per fare qualche numero: il programma di politiche attive, secondo il decreto del governo di Dicembre 2014, dispone di un capitale di 20 milioni di Euro per il 2015 e altrettanti per l’anno successivo. Con questi 20 milioni di Euro si dovrebbero fare interventi a sostegno della ricollocazione di chi è rimasto senza lavoro, ovvero formazione, servizi per l’impiego e ricollocazione sul mercato del lavoro, e sostenere le iniziative per la nuova imprenditorialità, dagli incubatori ai “co-working”. E magari aiutare le PMI a crescere per assumere. Se si guarda a quello che hanno fatto le regioni sui bandi speciali di ricollocazione degli espulsi dal mercato del lavoro, si scopre che un percorso di ricollocazione secondo l’ente costa in media 7 mila euro, quindi i 20 milioni di euro potrebbero contribuire a ricollocare su tutto il territorio nazionale 2700 disoccupati, a fronte dei 7 milioni di persone che non trovano lavoro.
In Italia le politiche attive del lavoro non hanno mai avuto grossa fortuna, rispetto a quelle “passive”: in generale si sconta un ritardo culturale ed empirico su questo tema che solo negli ultimi anni, ed alla luce dell’emergenza occupazione, si è tentato di colmare.
Il mercato del lavoro e l’impianto del Welfare italiano, basato sulla centralità del “Centro per l’impiego” pubblico nella logica del lavoro dipendente e subordinato, oggi tenta nuove strade per aumentare efficienza, scontando le resistenze di un sistema basato su analisi e dinamiche ormai del tutto superate. In generale il ritardo è prima politico e culturale, poi tecnico. La materia finora è stata affidata a tecnici, con la politica che si è ritagliata un ruolo di scarso peso. Non c’è stato finora un piano coerente di crescita e di sviluppo che guidasse l’azione del legislatore, incapace di esprimere un linea o un progetto che fossero condivisi. (per un confronto, si guardi alle ultime vicende sulle Partite Iva e sul regime dei minimi, a dimostrazione di questa ambiguità). Il mercato del lavoro resta quello dipendente: il resto è un incidente di percorso, o una situazione transitoria, poco di più.
In questa ottica si può leggere il disegno del “JobsAct”, che si concentra sull’allentamento della rigidità in uscita, o la difficoltà con cui governo, politica, sindacato affrontano il tema dei lavoratori autonomi e la piccola impresa in generale.
Una ultima riflessione sulle politiche attive del lavoro aiuta a comprendere meglio quanto potrebbe accadere.
Non esistono ricette magiche per fare ripartire l’economia: esistono tentativi e interventi complessi che rispondono alla complessità del tema e del mondo moderno. L’economia non riparte con una legge che sblocca il mercato del lavoro, e le aziende non incominciano a nascere perché un politecnico costruisce un incubatore tecnologico; servono una serie di misure la cui azione converge in vista di un obiettivo comune. Serve una nuova cultura del lavoro su cui incardinare interventi complessi e proattivi. Il fattore culturale non è un esercizio di retorica ma una questione di sostanza. Finché la logica del posto di lavoro fisso rappresenterà il sogno nel cassetto della maggioranza degli adolescenti italiani in età scolare, difficilmente prenderà forma una cultura dell’impresa, del merito e del rischio, necessaria ad un nuovo sviluppo di aziende e di crescita dell’economia.
In altre parole creare impresa in Italia deve essere una priorità, non una moda. Gli interventi devono essere centrati sulla persona che crea valore, non sulla struttura che lo assiste. Stesso discorso sulla formazione, sulla ricollocazione, sui servizi per l’impiego. Ed in questo senso è sempre più necessario ragionare su una sinergia di attori in grado di condividere competenze e sviluppare quelle poche risorse di cui si può ancora disporre. Magari condividendo anche oltre alle opportunità la capacità di scommettere e portare sviluppo.

 

#Demagogia

Ambigua, sempiterna, invocata come panacea o rifuggita come peste, la Demagogia, come un fiume carsico, riemerge ad ogni crisi sistemica, politica, sociale.

Demagogia, termine di origine greca (composto di demos, “popolo”, e agein, “trascinare”), indica un comportamento politico che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore. Spesso il demagogo fa leva su sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, alimentando la paura o l’odio nei confronti dell’avversario politico o di minoranze utilizzate come “capro espiatorio” e come “nemico pubblico”, utile alla formazione di un fronte comune, uniformato temporaneamente dalla medesima lotta e dunque scevro di dissenso interno.

Lo storico Tucidide definiva “demagoghi” (capi popolo) tutti gli Ateniesi che, in seguito alla morte per peste di Pericle nel 429 a.C., cercavano di prendere il suo posto ingannando e seducendo l’assemblea popolare ateniese, tramite false promesse ed istigazione contro gli avversari politici.

Fu Platone a dare un’ulteriore definizione di demagogia: questa è nient’altro che la forma di governo corrotta che deriva dalla democrazia, forma virtuosa del governo di molti. Platone aggiunge che in caso di governo corrotto la forma migliore tra le tre possibili (tirannide, oligarchia e demagogia) era proprio la demagogia, perché almeno veniva salvaguardata la libertà.

Successivamente, Aristotele approfondì ulteriormente la definizione, affermando che la demagogia è la peggiore possibile tra le forme di governo, poiché mira a favorire in maniera indebita i poveri rispetto ai ricchi, incorrendo nell’errore di considerare tutti gli uomini uguali in tutto, mentre sono uguali solo per natura.

Quanti mali hanno fatto, e continuano a fare, le forme di governo nelle mani di improvvidi “apprendisti stregoni”, che mai mancano al gran banchetto della politica.

La demagogia rivive una nuova giovinezza nell’era moderna, minacciando di ripetere i “fasti” dell’ era imperiale romana (I – III secolo d.C.), quando una parte sostanziale della società era composta da nullatenenti e disoccupati, ed il potere politico favoriva e assecondava le aspettative e i bisogni primari di questa fetta della popolazione, per ottenere consensi ed evitare rivolte. Il risultato è ben descritto dal poeta Giovenale in un celebre motto: “panem et circenses” cioè “pane e spettacoli del circo”. Venivano (forse verranno…) elargite razioni di cibo, denaro e spettacoli pubblici. I costi altissimi venivano sobbarcati dalle province dell’impero che pagavano ingenti tasse alla capitale.

La storia, specie quella peggiore, si ripete con costanza matematica.

Sine qua non.

 

#Simulacro è la parola ambigua di oggi

Ambiguità evidente ed incertezza sulla sua reale esistenza caratterizzano l’odierna parola ambigua: “Simulacro”.

Simulacro designa una apparenza che non rinvia ad alcuna realtà, ma pretende di valere per quella stessa realtà.

La parola deriva dal latino simulacrum, statua, figura, e indicava originariamente l’immagine o la rappresentazione di una divinità.

Sinonimo di parvenza, di pura immagine, di rappresentazione esteriore, non rispondente alla realtà: “sotto l’Impero non restò in Roma che un simulacro di libertà“. Parola antica, che ostinatamente ricompare nella modernità e nel presente, evocando scenari (questa volta reali, od almeno realistici) di pura apparenza delle istituzioni. Nessuna sorpresa, essendo la parola simulacro sinonimo di ombra, fantasma di persona morta, di essere non reale: “Qual l’inferno talor ch’in sogno scorge Drago o cinta di fiamme alta Chimera, Se ben sospetta o in parte anco s’accorge Che ’l simulacro sia non forma vera, Pur desia fuggir” (T. Tasso).

Sine qua non.

#Mutualità: la parola ambigua di oggi.

Nel linguaggio giuridico e sociologico, è il complesso di istituzioni a base associativa regolate dal principio dell’aiuto scambievole e delle prestazioni reciproche. Ciò che la caratterizza è la sua volontarietà e l’assenza del fine di lucro. Da tale definizione appare chiaro che il termine non è usato in senso proprio quando lo si adopera per designare gli enti e le organizzazioni pubbliche non basati sul carattere volontario dell’adesione, ma su un elemento coercitivo, connesso all’obbligatorietà delle contribuzioni da parte della collettività o delle categorie economiche destinatarie delle loro prestazioni assistenziali. Questo carattere si riscontra nei numerosi organismi denominati comunemente mutue (abbreviazione di locuzioni quali cassa mutua, società di mutuo soccorso), i quali, utilizzando tali contribuzioni, integrate spesso dal contributo dello Stato, erogano prestazioni assistenziali in relazione al verificarsi di determinati eventi: malattia, incidenti, esigenze di finanziamento, ritiro dal lavoro ecc.

Manifestazioni di mutualità possono riscontrarsi fin dalla più remota antichità. Nell’antica Roma esistevano diversi sodalizi, costituiti tra fedeli delle varie divinità pagane, chiamati sodalicia e sodalitates e tra essi si distinguevano particolarmente i collegia funeraticia, il cui scopo era quello di garantire le onoranze funebri e i soccorsi alle famiglie dei soci defunti. Scopi analoghi si proposero nel Medioevo le confraternite chiamate della buona morte o fratelli della misericordia e simili. Ma ben presto a queste finalità se ne aggiunsero altre di natura più spiccatamente economica, cioè quelle di aiutare gli associati nelle circostanze avverse, come pure di assicurare un vitalizio per la vecchiaia, di facilitare l’acquisto di attrezzi del mestiere e così via. Tali finalità assunsero con il tempo maggiore importanza e nel primo Ottocento diedero luogo al fiorire di numerose associazioni specie nell’ambiente operaio. Nella stessa epoca e in quella successiva si delinearono due tendenze evolutive che dovevano imprimere all’associazionismo mutualistico una svolta decisiva. Da un lato, accanto e oltre le forme puramente associazionistiche, prive quasi sempre di solida base finanziaria e perciò non in grado di assicurare ai consociati garanzie e sicurezza di prestazioni in caso di bisogno, andarono sviluppandosi vere e proprie imprese, che assunsero il nome di cooperative, le quali, pur essendo anch’esse basate sull’assenza di finalità lucrative, assunsero come scopo caratteristico il ‘servizio’ degli associati in quanto portatori di analoghi bisogni e interessi. L’altra tendenza evolutiva riguarda l’obbligatorietà e la progressiva generalizzazione a tutte le categorie sociali delle prestazioni che sul piano propriamente volontario sono proprie della mutualità. L’onere finanziario (sostenuto dalle contribuzioni coattive delle categorie economiche interessate) tende sempre più a essere posto a totale carico della collettività (cosiddetta fiscalizzazione degli oneri sociali), togliendo alla mutualità il suo carattere distintivo fondamentale: la spontaneità del movimento associativo che tali fini si propone.
Il movimento mutualistico a base volontaria continua tuttavia a operare in molti casi, come le prestazioni integrative di quelle (spesso inadeguate ed insufficienti) erogate dagli enti pubblici di assistenza e previdenza; come pure le attività di tipo ricreativo, culturale ecc.

Sine qua non.