D3.0 – Articolo 6 – La Città

Articolo 6 – La Città

  • La Città è un aggregato spontaneo di Cittadini che liberamente la eleggono loro luogo di residenza civica, fiscale e amministrativa.
  • La Città è il centro di un insieme di centri urbani salettite collocati in un territorio continuo che include aree non urbanizzate.
  • L’insieme delle Città italiane forma l’intero territorio italiano
  • La Città è l’unità amministrativa minima dell’Italia e della Repubblica Italiana
  • Noi Cittadini Italiani affidiamo alle Società, che chiamiamo Comuni, l’amministrazione delle Città.

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Commentario

Gli esseri umani gradiscono attrarre ed essere attratti dalla forza gravito-relazionale delle Città. Noi italiani abbiamo costruito le nostre eccellenze sulla storia delle nostre Città. Le nostre Città rimangono il punto di concentrazione della qualità della vita distillato dal territorio circostante. Da qui tutto viene redistribuito ovunque.

In passato, il modello sociale della Città era uno dei tanti modelli a confronto con altri che sembravano più adatti agli ormai rari sconfinati territori ancora scarsamente abitati. Con la crescita della popolazione, il fenomeno dell’urbanizzazione si è diffuso sull’intera superficie della Terra. I cittadini si confrontano sempre meno fra nazioni e sempre più fra città; le Città infatti sono i nodi della rete globale delle persone, delle merci, dei capitali, delle informazioni, dei trasporti. Ci sono sempre meno confini nazionali e sempre più collegamenti fra Città.

I rappresentanti delle Città possono portare gli interessi dei Cittadini a confronto con quelli delle Città collegate; sono ormai molti gli esempi di reciproca copiatura o di armonizzazione per esempio dei provvedimenti contro l’inquinamento, sui trasporti, sui servizi. Queste sperimentazioni di aggregazione di Cittò, a perimetro variabile, ono spesso chiamati con nuovi nomi come ad esempio l'”area vasta” o la “Città metropolitana”.

Questa prospettiva fa sorgere alcune domande sul futuro:

  • Le Città potrebbero essere il primo strato di tessere sul quale poggia il sistema in formazione di Società di Cittadini multilivello  (Comune Stato, Federazioni continentali) e trasversali (comunità scientifiche, comunita sanitarie, comunitò scistiche, comunitò turistiche, comunità commerciali – Wto)?
  • Può essere che l’incrocio di tante Società, ciascuna con obiettivi diversi e focalizzati, mitighi gli eccessivi conflitti elettoral-competitivi dei partiti tradizionali e nazionali?
  • Può essere che le Città aiutino a meglio distinguere i ruoli nazionali da quelli locali, e a concentrare gli amministratori pubblici nazionali e locali sui provvedimenti di specifica competenza?
  • Se i comuni si riducessero da 8000 a 1000, avrebbe senso avere una specie di Camera dei Comuni?

È intanto significativo che per la prima volta alla festa della Repubblica abbiano sfilato i sindaci.

La formula del “Sindaco” sembra avere dimostrato di poter mitigare il problema delle democrazie di tipo Weimar, l’immobilismo e le lentezze dell’initerrompibile confronto elettoral-politico dei partiti. Il Paese ha sofferto per una sessantina d’anni della brutta malattia “resistenza al cambiamento” che inoltre ha provocato l’azione di controforze violente e sproporzionate.  La formula Sindaco funziona; ha migliorato la capacità di decidere senza per questo creare un eccessivo potere centralizzato che è il nemico numero uno della democrazia. Purtroppo, è quest’ultimo (centralizzazione) il modello corrente di amministrazione del Paese.

Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

D3.0 – Articolo 4 – La Repubblica Italiana

Articolo 4 – La Repubblica Italiana

  • Noi Cittadini Italiani intendiamo regolare i rapporti fra di noi e con le nostre Società, fra noi e i Cittadini del Mondo e le loro Società; per questo scopo ci siamo aggregati in una Società che chiamiamo Repubblica Italiana
  • Noi Cittadini Italiani aderiamo incondizionatamente alla Società Repubblica Italiana e alla sua qui presente Costituzione.

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Chiarito nell’Articolo 3 che l’Italia è il territorio entro i cui confini agisce la giurisdizione italiana, ne consegue che la Repubblica Italiana è la Società dei Cittadini Italiani qui costituita con lo scopo di regolare i comportamenti dei Cittadini, italiani e non, sul territorio italiano.

Nella vigente Costituzione, non è prevista l’Assemblea dei Cittadini Sovrani (La Repubblica Italiana) che è parzialmente surrogata da alcune forme di consultazione diretta come il referendum.

L’Amministrazione della Repubblica Italiana e dell’Italia è affidata allo Stato, che è una Società che raggruppa tutte le persone dedite al funzionamento degli organi dello Stato.

 

 

Democrazia 3.0 – Il paradosso della democrazia

Pare che le democrazie più datate, più stabili e più ammirate non siano affatto nate su ispirazione del pensiero filosofico greco. Forse nemmeno quella ateniese alla fin fine è stata una democrazia nata dal pensiero filosofico greco. Infatti i molti filosofi greci che raccontano della loro democrazia, ci hanno trasmesso dettagliati commentari piuttosto critici verso il sistema democratico. Pur vivendoci immersi e godendo dei benefici della democrazia, come la libertà di pensiero e di parola, avevano consapevolezza delle debolezze specialmente nei confronti le forze esterne alla loro Città Stato. E infatti, nonostante l’eroica resistenza, furono battute da forze molto più grandi e assai meno democratiche.

Gli stessi estensori della costituzione americana, sembrano piuttosto critici nei confronti della forma di governo “democrazia” nella quale vedevano più o meno le stesse debolezze che vi vedevano i pensatori greci. I fondatori della nuova forma di governo americana, sospettosi verso la democrazia, avevano ragioni scarsamente filosofiche e molto pragmatiche:

  1. Non volevano pagare tasse richieste da un governo da loro non riconosciuto (cioè da un governo che spendeva i soldi dei cittadini non per gli interessi dei cittadini, ma per altri scopi)
  2. Non volevano un governo che chiedeva loro servizi incomprensibilmente lontani dai loro interessi.
  3. Volevano un governo forte ed efficace nella difesa degli interessi americani fuori dei confini
  4. Volevano un governo forte nel far rispettare le regole di convivenza interna, ma anche la libertà di pensare, dire e fare
  5. Avevano il terrore che un governo, che concentrasse nelle proprie mani un potere sproporzionato, alla fine potesse diventare quel pericoloso governo di cui ai punti 1 e 2.

Un dilemma irrisolvibile che trovò risposta nella stabile instabilità di un sistema di contrappesi pronti a scattare nel momento in cui il governo forte fosse diventato troppo forte.

Sono pochi gli esperimenti europei originati dall’esigenza di tenere sotto controllo governi troppo forti. E sì che l’Europa del ‘700 e dell’800 aveva governi talmente forti da governare il mondo intero. Eppure i cittadini europei non apparivano particolarmente preoccupati.  Forse perchè le entrate, provenienti da tutto il mondo, fornivano sufficienti risorse per una ragionevole qualità della vita?
Giusto un po’ prima del periodo di massima potenza mondiale, in effetti c’erano stati alcuni, pochi, Paesi che si erano trovati in condizioni analoghe a quelle americane: popoli dominati da governi imperiali lontani dalla loro casa. Per esempio le Province Olandesi, il Belgio, e pochi altri. Furono tutti spazzati via dalla strapotenza degli imperi dell’epoca contro i quali avevano osato erigere una barriera di resistenza con le nuove organizzazioni “moderno-democratiche”. Interessante è notare che inizialmente, sia di là dell’Atlantico sia in Olanda e in Belgio, i rivoltosi (verso governi troppo forti) ritenevano indispensabile mantenere milizie locali (il cui comando fosse locale).

Pare che la parola stessa “democrazia” non fosse particolarmente amata né in America né nei Paesi europei di cui sopra. La parola democrazia arrivò in America solo dopo che Tocqueville, a metà ottocento, volle tentare di descrivere ai suoi conterranei francesi gli strani comportamenti degli americani. Il suo libro aveva il titolo “De la démocratie en Amérique”. (*) Fu così che gli americani inconsapevolmente divennero democratici anche di nome.

Pare poi che gli altri tentativi di democrazia, cioè quelli ispirati alla mitologia della democrazia greca, siano sempre tutti falliti non senza danno per le popolazioni. Almeno fino alla seconda guerra mondiale, quando il mondo cambiò davvero.

Possiamo allora sintetizzare che la parola democrazia moderna potrebbe avere un’origine più pragmatica e meno filosofica? La democrazia moderna potrebbe essere, non la realizzazione di un’idea, ma la realizzazione di un più efficiente bilanciamento di poteri fra i cittadini e i loro governi?
Se fosse vero, la democrazia moderna potrebbe essere applicata solo da cittadini consapevoli di sé (liberi e sovrani) e da governi con la matura consapevolezza di non poter governare contro gli interessi dei cittadini.
L’esempio più tremendo è quello dei governi europei, fuori tempo e irragionevoli, che furono spazzati via non da una rivoluzione, ma da una guerra (WWII) o dal collasso economico. Il motore del cambiamento non fu necessariamente il desiderio di democrazia e di libertà, ma probabilmente l’aspirazione a una maggiore qualità della vita che i governi forti e centralizzati di allora dimostravano di non essere più in grado di fornire, anzi la facevano declinare.  L’aspirazione alla libertà è fin troppo spesso confusa, dai teorici, con l’aspirazione alla maggior qualità della vita; forse esse vengono confuse perchè camminano inseparabilmente a braccetto. La differenza sta forse nel fatto che la qualità della vita si può misurare, seppur parzialmente, e quando i parametri scendono, la tensione sociale cresce proporzionalmente; quando accade, i cittadini tendono a sollecitare soluzioni diametralmente opposte alla situazione amministrativa corrente.

L’Europa deve imparare in fretta dalla storia dell’umanità.

(*) È un’interessante coincidenza che De la démocratie en Amérique precedesse di soli trent’anni circa Das Kapital che di fatto sosteneva la molto europea convinzione che il potere dovesse essere molto concentrato e che non necessitava affatto di controlli. Più precisamente il problema dei controlli sul potere non era assolutamente percepito.

La resilienza e il cambiamento

Dal 1947 la Costituzione Italiana è stata emendata 15 volte. Nello stesso periodo:

  • la Svizzera 63 volte
  • UK 52 volte (anche se la loro Costituzione è un pò diversa dalla nostra idea formale di costituzione)
  • la Francia 21 volte,
  • la Germania 36 volte
  • Olanda 15 volte
  • la più stabile è la Danimarca con i suoi circa 90 articoli mai cambiata dalla sua integrale riscrittura del 1953,
  • l’Irlanda 20 volte
  • la Svezia 39 volte
  • la Norvegia 30 volte
  • l’Austria 49 volte.

La bellezza delle statistiche sta negli occhi di chi le guarda. Osservo che:

  • senza dubbio la Costituzione Italiana deve essere la più bella del mondo perché si è dovuto cambiarla pochissime volte
  • ben poche volte è passata l’idea di fare cambiamenti alla Costituzione e questo rende onore al suo progetto iniziale così profondo, così dettagliato (139 articoli), così lungimirante da prevedere e codificare qualsiasi cambiamento antropo-economico accaduto nei suoi settantanni
  • una moltitudine di persone hanno lungamente lavorato, applicando una vastissima esperienza costituzionale sviluppata a partire dalla Costituzione del 1861 che aveva forse un non sgradito difetto di essere una Costituzione monarchica. Ha svolto benissimo il suo compito fino al 1947 (diversamente dai molti Paesi qui sopra che, nonostante la monarchia tuttora vigente, hanno dovuto emendare la loro Costituzione numerose volte)
  • il popolo italiano ha una indiscutibile, e quantitativa, esperienza nel frequentemente rileggere le proprie regole sociali ed efficientemente discuterle e approvarle; certamente le istituzioni e il popolo italiano sono molto più efficienti della maggior parte delle altre democrazie europee e non. Queste infatti hanno dovuto cambiare la loro Costituzione moltissime volte per fare fronte ai loro “errori iniziali” dovuti a mancanza di esperienza, capacità di prevedere il futuro e pragmatismo. È peraltro da segnalare che, esse democrazie continuamente aggiornantesi, recidivamente ritengono che aggiustare la Costituzione sia prova di solida democrazia (anche nei meccanismi approvativi).
  • Quasi tutti i Paesi evidentemente hanno Costituzioni fra le peggiori del mondo, tanto da essere costretti a cambiarle in continuazione
  • La Costituzione Italiana è talmente sacra ed intoccabile che è opportuno non cambiarla; anche il solo pensare di cambiare la Costituzione è, giustamente, un pò troppo dissacrante. Forse addirittura blasfemo. Bene fanno tutti i cittadini in massa a trovare ragioni di qualsiasi genere per non cambiarla e per ostacolare chi eventualmente volesse provarci.

Concludo ossevando in particolare l’ultimo punto che bene delinea il successo dell’apparato pubblico nel convincere i cittadini italiani sulla solidità della Costituzione più bella del mondo: meglio non abituare i cittadini a cambiarla perchè, non si sa mai, potrebbero iniziare a  pensare di essere cittadini sovrani.

PS Un pensiero evoluzionario mi perseguita: l’ottimo è nemico del buono. Il perfetto è il peggior nemico del bene. Meglio non far nulla che fare qualcosa che potrebbe essere cambiato.

D3.0 – Articolo 5 – Lo Stato

Articolo 5 – Lo Stato

  • Noi Cittadini Italiani qui costituiamo una Società che chiamiamo Stato e nel cui patrimonio temporaneamente conferiamo l’Italia e altri nostri beni.
  • Noi Cittadini Italiani affidiamo temporaneamente allo Stato il compito di amministrare il proprio patrimonio,  le relazioni con gli Stati degli altri Paesi, la Repubblica Italiana, le relazioni fra i Cittadini Italiani, le relazioni fra Cittadini anche non italiani e fra essi e le Società presenti sul territorio italiano.
  • Noi Cittadini Italiani eleggiamo gli Amministratori dello Stato ai quali affidiamo, per periodi di tempo limitati, l’amministrazione dello Stato che opera esclusivamente per la protezione e per il miglioramento della qualità della vita dei presenti e futuri Cittadini Italiani.
  • Lo Stato amministra tramite la formulazione di leggi e di disposizioni esecutive compatibili con le leggi derivanti dalla presente Costituzione
  • Lo Stato coopta Amministratori dello Stato, non-eletti e per periodi di tempo limitati, per l’esecuzione delle proprie funzioni.
  • I conflitti di interesse che coinvolgono Cittadini e Società, incluso lo Stato, italiani e non italiani, sono risolti pacificamente ed efficientemente dall’Amministrazione della Giustizia.

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Lo Stato dunque è cosa diversa e subordinata alla volontà dei Cittadini Italiani associatisi nella Repubblica Italiana.

Fra i beni patrimoniali di proprietà dello Stato, e da esso amministrati, ci sono non esaustivamente:

  • il territorio non assegnato in proprietà ai Cittadini e alle Società private e pubbliche come ad esempio i Comuni
  • le proprietà mobili e immobili quali ad esempio il debito dello Stato e le partecipazioni in imprese e altre Società.

All’organizzazione dello Stato e alle sue primarie funzioni sono dedicati molti dei successivi articoli.

D3.0 – Articolo 3 – L’Italia

Articolo 3 – L’Italia

  • L’Italia è il territorio italiano
  • L’Italia è suddivisa in parti che sono di proprietà delle Società e dei Cittadini, italiani e non italiani.
  • L’Italia, in tutte le sue parti, è amministrata dai rispettivi proprietari nel rispetto delle leggi che discendono dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

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Commentario

L’enfasi linguistica dell’attuale Costituzione induce qualche potenziale misinterpretazione. Per esempio l’Articolo 1 dell’attuale Costituzione (L’Italia è una Repubblica fondata ..) non è particolaremente diretto, linerare, inequivoco. Preferiamo la chiarezza non ambigua e adottiamo il principio secondo il quale l’Italia è il nome con il quale universalmente viene designato il territorio italiano.

Sono i confini in 3D del territorio (inclusi sottosuolo, mari e cieli) che delimitano, facendoli coincidere,  il dominio, l’ambito fisico, la giurisdizione entro i quali valgono le leggi italiane e prima fra tutte la Costituzione.

I singoli Cittadini e Società, italiani e non italiani, sono proprietari di frazioni del territorio italiano. Ad alcune Società di attribuisce l’aggettivo “pubblico” per ragioni storiche, sempre meno corrispondeni all’iniziale criterio territoriale secondo il quale esse erano di proprietà di un singolo prìncipe. Nel tempo le grandi proprietà territoriali sono passate ai Cittadini residenti in certe aree continue chiamate Comuni, Regioni, Stato, Parchi e in altro modo.  Ora è sempre meno distinguibile la natura pubblica o privata delle Società.

Il frazionamento della proprietà del territorio italiano non implica affatto il frazionamento della giurisdizione che rimane unitaria anche accadesse, nel caso estremo, che la maggior parte del territorio fosse di proprietà di Cittadini e Società non italiani.

Esistono molte forme di società come l’antica famiglia, le più recenti e più diversificate unioni civili, le società collettive territoriali come i Comuni o lo Stato, le società di impresa, le società civiche, le società sovranazionali o internazionali.

D3.0 – Articolo 2 – Le Società

Articolo 02 – Le Società

  • Le Società sono fondamento dell’intera società umana. Gli esseri umani si aggregano, contemporaneamente in molteplici società, e se ne disassociano liberamente
  • Noi Cittadini Italiani siamo consapevoli che le aspirazioni di ciascuno si realizzano con la partecipazione di altri individui.
  • Noi Cittadini Italiani riconosciamo le Società nelle quali si aggregano Cittadini, anche non italiani.
  • Gli individui non appartengono alle Società; al contrario ne possiedono una quota.

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Commentario

Da sempre gli esseri umani si associano, formano gruppi e anche li sciolgono quando vengono meno le forze dell’attrattività reciproca.

Gli effetti dell’attrattività assomigliano a quelli della gravità. Si vedono, ma sono ancora inspiegati, misteriosi e anche un pò magici. L’attrattività è un fenomeno che non richiede alcuna dimostrazione; semplicemente accade e gli individui lo considerano un gradevole fatto naturale. L’attrattività umana è però diversa dalla gravità che è monopolare. L’uomo può agire anche come il lato respingente di un sistema bipolare. Da una parte attrae e dall’altra respinge; in tutti i casi non sempre e non per sempre. L’attrattività attraversa i muri più solidi e nulla può ostacolarne gli effetti se non la distanza. La repulsione agisce in opposta direzione all’attrattività, ma secondo le stesse leggi.  La repulsione può essere tollerata dall’uomo, ma diventa esplosivamente distruttiva se troppo coercita nel ristretto forzoso di una relazione. L’attrattività piace agli umani che, pur di andare d’accordo, rinunciano alla libertà assoluta e anche a molte libertà relative. Agli umani l’attrattività piace con tale passione che, se respinti, sono capaci di uccidere. Solo la tolleranza implicita nella democrazia consente di evitare l’inefficiente conversione forzata “all’unica verità”.

Stupisce che la Costituzione 2.0 (quella attuale) dedichi alle Società uno spazio limitato, frammentato e disordinato, tanto da farle sembrare un argomento tabù che non si può evitare e perciò è opportuno dire il meno possibile. In qualche Articolo si percepisce perfino una paura latente verso le Società, verso alcune Società, o forse verso tutte le Società diverse dalla Società Repubblica Italiana.

La Costituzione2016 intende invece dare adeguato ruolo e importante spazio alle Società, che dopo i Cittadini persone fisiche sono il secondo attore della Società Repubblica Italiana e per questo li poniamo nel secondo Articolo della Costituzione2016.

Altrettanto stranamente la Costituzione attuale molto raramente nomina l’individuo, o il Cittadino, come titolare di diritti individuali o attore primo della Costituzione; quasi a significare che sarebbe prudente limitare l’egoismo del singolo, il suo spirito anarchico, la sua innata asocialità, il suo istinto di rapina, la sua violenta bramosia, la sua brutalità morale verso il prossimo. Si intuisce un sotterraneo desiderio di limitare la libertà individuale a favore di organismi collettivi che, inspiegabilmente, sarebbero meno ingiusti, meno ladri, meno violenti, meno bramosi, più liberi dalle oscure pulsioni morali degli individui. Se la percezione e il sospetto fossero fondati, vi sarebbe però una sovversione dell’Articolo 30 nella Dichiarazione dei Diritti Umani: Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuni dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

La realtà dei fatti è che l’individuo, nonostante i peggiori sospetti, esiste e fermamente vuole associarsi con altri individui, vuole dare vita a Società regolate da Costituzioni che tendono a limitare il potere concentrato dei totalitarismi che per questo manifestano furibondo odio per le Costituzioni. I totalitarismi più perversi hanno resisitito a lungo, ma alla fine anche loro sono stati costretti a dotarsi di Costituzioni, seppure di facciata nel tentativo di rendersi almeno  formalmente credibili agli occhi del Mondo.

Questa stessa Costituzione2016, ancor più delle precedenti, è un atto di associazione fra individui liberi e solidali.

L’individuo vuole però anche potersi disassociare dalle Società che lo obbligano a comportamenti il cui scopo non condivide. Se un tempo l’esilio era una sorta di condanna a morte dall’esecuzione differita, ora sono gli individui che vogliono lasciare il gruppo quando il gruppo non soddisfa le loro esigenze sociali. L’individuo non gradisce i confini e non vuole limitare il suo diritto ad associarsi in Società che si estendono oltre i confini nazionali. L’individuo vuole associarsi senza limiti di spazio, di tempo, di intenti, di numero, di qualità dei soci. Regolare le Società non vuol suggerire però che i confini debbano sparire; regolare vuol dire concordare sui criteri di entrata e di uscita sulla base delle regole vigenti nella Società.

Al secondo e terzo punto si chiarisce che i Cittadini Italiani intendono rafforzare la Costituzione della Società “Repubblica Italiana” favorendo la libera associazione senza confini.

All’ultimo punto si ribadisce, e non è mai abbastanza, l’Articolo 30 della Carta Universale dei Diritti Umani. Anche la Costituzione2016 è avversa alla prevalenza delle Società sui singoli individui. Le Società meritano l’importanza di essere al secondo Articolo, cioè in alto nelle priorità e comunque subordinate alla sovranità dell’individuo, dei Cittadini. Per dare concreta applicazione al principio di prevalenza dell’individuo, l’Articolo 2 afferma che nessun individuo “appartiene” ad un gruppo, semmai sono i Cittadini-soci che detengono una quota di proprietà sulle Società alle quali partecipano, e con la proprietà detengono il pieno diritto di determinarne il destino.

 

D3.0 – Articolo 1 – La Sovranità individuale e gli Italiani

Articolo 1
La Sovranità individuale e gli Italiani

  • Ciascun essere umano è un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sui propri beni, sulle proprie risorse.
  • Noi Cittadini Italiani abbiamo ereditato dai nostri predecessori l’Italia e il diritto di chiamarci Cittadini Italiani.

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Commentario

L’attuale Articolo 1 della Costituzione recita:

  • L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
  • La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

I costituenti hanno posto l’Italia nell’incipit della Costituzione e nel ruolo attore di tutto ciò che segue. Non è però chiaro chi o cosa sia l’Italia: un territorio o una collettività? Un territorio può essere “cosa pubblica”, ma si intuisce che l’idea di Repubblica implichi una forma organizzativa che riguarda sia le persone sia le cose, fra le quali anche il territorio. La correlazione fra le persone e le cose appartenenti all’Italia e della Repubblica, o viceversa, appare piuttosto vaga. Le nebbie non vengono diradate nemmeno dall’aiutino indotto dalla parola democratica della quale non esiste un’inequivoca definizione. In queste prime tre parole (Italia, Repubblica, democratica) ci sono troppi sottintesi, troppe possibili interpretazioni, troppi complessi rimandi ad altro ancora da spiegare. La Costituzione è dei Cittadini e per i Cittadini; deve essere chiara e leggibile da tutti senza l’aiuto interpretativo di iniziati al culto costituzionale.

La complessità dell’Articolo 1 continua e si aggrava sull’espressione “fondata sul lavoro” che sembra richiamare l’idea che tutti debbano (?), possano (?) lavorare. Ma perché bisognerebbe lavorare? Si tratta di un rimando alla cultura protestante secondo la quale il lavoro non solo gratifica, ma anche santifica? Purtroppo esistono esempi di interpretazioni alquanto terribili. Da ottimisti preferiamo pensare l’idea di fondo sia che tutti dovrebbero contribuire alla comunità portando valore aggiunto a sé stessi e agli altri. Il principio può essere molto apprezzabile e generoso, ma è comunque un enigma da decodificare.

Nel secondo punto viene introdotto nel secondo punto: la sovranità. La Treccani ne spiega i significati (plurale) con non meno di 250 parole. Mentre il Dizionario del Corriere propone: a) La sovranità è il potere pieno e indipendente, come qualità giuridica e potestà politica – b) la sovranità popolare, è il principio per cui il potere dello Stato si fonda sulla volontà di tutti i suoi cittadini – c) la sovranità della legge è l’autorità suprema e generale della legge. Le contraddizioni si sommano e si incrociano.

Nell’attuale Articolo 1 si intende che la sovranità sta nello Stato? In questo caso è palese la contraddizione con la sostanza della Repubblica Democratica. Gli inglesi non indulgono su strani giri di parole: la sovranità sta nel Parlamento.

Sovranità vuol dire pieno potere? Ma allora è importante definire chi possegga il potere e lo possa esercitare.

A qualcuno è venuto il dubbio che i costituenti si sarebbero lasciati prendere dalla sfiducia sull’autonoma “capacità di decidere” dei Cittadini. Forse i dubbi dei costituenti si reggevano su argomenti razionali e oggettivi; oggi il mondo è diverso e segnaliamo che le statistiche raccontano che in questi decenni quando si vota su “cose” rilevanti (referendum) i Cittadini partecipano numerosi e gli esiti sono rimarchevoli, mentre quando si votano le persone (politica) la partecipazione cala velocemente. Con l’esperienza di oggi, riteniamo che:

  1. la sovranità o esiste senza limitazioni oppure non è sovranità
  2. è più opportuno essere crudamente chiari che ipocritamente confusi.

Nella provocatoria proposta di Costituzione, versione 2016, abbiamo riesumato due principi fondanti già presenti nell’attuale Costituzione: l’individualità e la diversità. Se essi sono dissimulati in complesse circonvoluzioni dialettiche è perchè all’epoca della stesura della versione 1947 molti saggi compromessi ammorbidirono gli spigoli e la forza della rivoluzione civile. Non fu possibile cambiare in un giorno le caratteristiche fondanti della precedente cultura civica quali ad esempio le appartenenze, la nazione, l’autorità discendente dall’alto, l’irrilevanza civile delle donne e dei figli, l’onore, il sangue. Ma sono passati settant’anni e ora possiamo ripulire e lucidare gli articoli della Costituzione 1947.

Uno dei più rischiosi compromessi culturali riguarda l’uguaglianza. Da diversi secoli la parola uguaglianza è stata usata, prima dalla borghesia e poi dai “proletari”, in chiave anti-classe contro la diversità dei gruppi aristocratici, dei gruppi militari, dei gruppi dei ministri delle religioni e di altre categorie di privilegiati (ciascuna dotata di regole civili proprie). Guardando ancora più indietro nel tempo, la parola uguaglianza ha da sempre distinto gli appartenenti ad una certo gruppo di persone diverso da altri gruppi di persone. La lenta evoluzione della convivenza civile ha progressivamente diminuito le differenze fra gruppi fino a che l’umanità a cominciato a sognare un’unica società mondiale di uguali. Siamo forse troppo ottimisti nel pensare che quasi ci siamo? Forse in effetti siamo troppo ottimisti e la realtà ci racconta che in effetti l’uguaglianza è ancora utilizzata per dividere, distinguere fra noi e loro, come nel caso della fanatica uguaglianza pseudo-religiosa.  Possiamo però sperare che questi fenomeni siano quantitativamente molto più limitati che in passato i diminuzione.  Possiamo sperare che il problema ora non sia più quello dell’uguaglianza, ma quello della diversità individuale. Teoricamente la democrazia è il luogo delle diversità di opinioni, di  religione, di caratteristiche fisiche, di preferenze, di aspettative per il futuro. La sfida è ora quella di rispettare le diversità individuali. Per dare un segno concreto del passaggio evolutivo dalla versione 1947 alla versione 2016, anticipiamo e rafforziamo i principio delle diversità individuali.

Non abbiamo ancora risolto un quesito: chi sono i Cittadini Italiani?

Nella Storia ciascuna comunità umana si è dichiarata l’unica nazione dei veri e unici uomini; ciascuna comunità riteneva che tutti gli altri fossero “non-umani” o “umani di ordine inferiore”. È la prima volta che una comunità umana dichiara di non essere l’unica vera nazione dei veri e unici uomini. I Cittadini Italiani sono solo una parte, un sottoinsieme, degli esseri umani. Sono gli esseri umani tutti ad essere individualmente sovrani, senza alcuna limitazione. Conseguentemente anche i Cittadini Italiani sono individualmente sovrani. L’italianità deriva solamente dal fatto di riconoscersi l’un l’altro parte di una società “italiana” il cui atto costitutivo è appunto la Costituzione alla quale esplicitamente aderiscono.

Non vi è senso logico nell’affermare che i Cittadini esercitano la loro sovranità nei limiti della Costituzione che essi stessi hanno scritto. È ovvio che i Cittadini sottoscrivono un patto costituzionale paritetico fra Cittadini che si presume rispetteranno. Abbiamo superato la necessità culturale di questa circonvoluzione linguistica e possiamo guardare con serenità alla nuova prospettiva di sovranità individuale illimitata che è condizione necessaria per poter impostare accordi sociali fra pari quale è la Costituzione.

La Costituzione 3.0 del 2016

La democrazia è vecchia e stanca. La “stagnazione secolare” rattrista la vitalità dei Cittadini che l’hanno inventata e applicata con successo. La forma di governo “democrazia” non sembra più in grado di produrre sogni, crescita e maggiore qualità della vita. La democrazia sembra si stia prendendo una pausa, forse secolare, e forse ha passato il testimone alle così dette “economie emergenti” che sono guidate per lo più da forme di governo centralizzate.

La situazione impone una scelta: le democrazie o vanno messe ad ammuffire nei polverosi studi degli azzeccagarbugli o devono essere rinfrescate per rilanciare con la versione 3.0. È probabilmente il momento giusto di provocare, di scandalizzare, di dissacrare se necessario, di mettere nelle teche dei musei la vecchia cara democrazia 2.0, quella che ha funzionato dal 1945 ad oggi (dal 1947 per l’Italia). In ogni caso è ora di rinnovare, di metterci alla prova con il nuovo.

Non è stato finora possibile estrarre dai database dell’ONU i dati relativi alla storia e ai contenuti delle costituzioni dei circa 200 Paesi aderenti; fortunatamente ci sta pensando Google con il suo sito Constitute nel quale vengono poste a confronto le costituzioni di 194 Paesi.  Le date sono già un’informazione piuttosto scioccante.

Dem 0 – Dalle origini delle Società umane al 1800, non abbiamo trovato notizie storiche certe; quelle disponibili conducono a solo cinque Costituzioni arrivate, emendate e quasi senza interruzioni, fino ai giorni nostri:

  • UK dal 1215
  • USA dal 1787
  • Francia 1791
  • Olanda 1795
  • Svizzera 1798.

Alcune sono state democrazie effettive (USA, Svizzera), altre sono state embrioni di democrazie in transizione, più o meno morbida, da governi centralizzati a democrazie

Dem 1 – Nei 145 anni fra il 1800 e il 1945 i Paesi con Costituzione sono passati dai cinque a poco più di una dozzina. Un secolo e mezzo speso per un deludente raddoppio.

Dem 2 – Dal 1945 ad oggi le Costituzioni sono esplose e tutti i 194 Paesi sono ora dotati di Costituzione. Gli ultimi 45 Paesi si sono aggiunti dopo il 2000. Il 1945 è stato l’anno della svolta, il canto del cigno degli ultimi psicotici tentativi di mantenere il potere centralizzato. Da allora in poi i punti di decisione abbandonano il “centro” per avvicinarsi progressivamente ai problemi da risolvere.

Dobbiamo a questo punto ricordarci che la Costituzione è un fattore essenziale, ma non sufficiente per istituire una democrazia; inoltre non esistono criteri condivisi per separare gli Stati solo Costituzionali dagli Stati sostanzialmente Democratici. È ancora più difficile distinguere gli Stati con governi centralizzati e dagli Stati con poteri decisionali relativamente distribuiti.

Dem 3.0 –  Dem 2 ha dato una spinta enorme allo sviluppo dell’umanità. Nella direzione giusta? Le opinioni non sono concordi; nei dibattiti i sostenitori della decrescita sono molti. Gli indicatori raccontano condizioni di vita in miglioramento nonostante l’esplosione demografica che è in sè un indicatore di miglioramento; vi è maggiore aspettativa di vita, più malattie sono evitabili e curabili, la popolazione è più alfabetizzata. Vi sono, in contrasto, altri indicatori sfavorevoli come ad esempio il noto indice di Gini o la maggiore distanza nelle retribuzioni. Ma non è questo il luogo dove confrontarci sulle qualità o sui disvalori della crescita. Qui si tratta di comprendere se non sia il caso di lanciare la sfida, di proporre, di verificare se davvero, ai fini di una maggiore qualità della vita, possa essere utile una diversa Costituzione, più matura, meno enfatica nel linguaggio, più chiara, che inglobi quanto imparato in settant’anni di democrazia 2.0.