La parola ambigua di oggi pare essere: #Costituzione

Sembra che la Corte d’Appello di Milano abbia motivato una sua recente sentenza con la seguente affermazione: “L’identità religiosa va garantita”.

Premessa: La Costituzione e le leggi basilari della democrazia, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, prevedono che non vi sia discriminazione fra religioni, etnie, sesso, razza e altre diversità.

Qualche domanda per la Corte d’Appello di Milano:

  • Esiste una lista di religioni che vanno garantite?
  • Nel qual caso chi ha steso quella lista e dove si può reperire?
  • Esiste per ciascuna religione un protocollo di simboli e comportamenti che devono essere garantiti?
  • È possibile inventare nuove religioni e farle entrare negli elenchi di cui sopra?
  • In assenza di leggi, elenchi e protocolli, è sufficiente un auto-certificazione, una dichiarazione del proprio principio religioso (o etnico, o razziale, ecc.) per ottenere la salvaguardia della propria diversità?

Per il principio transitivo implicito nell’eventuale sentenza della Corte d’Appello di Milano:

  • Anche l’identità etnica va garantita?
  • O sessuale, o razziale, e altre diversità vanno garantite?
  • In caso positivo, anche ad esse si applicano le stesse domande di cui sopra.

Principi costituzionali:

  • Se esiste un elenco di comportamenti religiosi, sessuali o etnici da garantire, sarebbero diversi da quelli garantiti dall’attuale sistema di leggi e norme vigente in Italia?
  • Se esistessero elenchi e protocolli per regolare quanto sopra, non sarebbero questi i presupposti per discriminare, o al contrario per regolare, i comportamenti dei vari gruppi religiosi, razziali, sessuali o etnici?

Restiamo in fiduciosa attesa di chiarimenti per dipanare le ambiguità interpretative sul caso e sui principi della democrazia e della Costituzione.

#Dittatura – È la parola ambigua di oggi

Quasi tutti i dizionari riportano la stessa definizione: regime politico caratterizzato dalla concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale, che l’esercita senza alcun controllo.

Di primo acchito non si coglie alcuna ambiguità. È scontato che la “dittatura” sia l’opposto della “democrazia”. Quasi sempre però il “dare per scontato” nasconde insidiose trappole culturali e ambigue polisemie, dove le parole assumono significati diversi dei quali spesso non siamo consapevoli.

Concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale – È relativamente facile riconoscere una dittatura quando il potere è concentrato in una sola persona. Molti Paesi sono dominati da sovrani assoluti, dinastici, militari e di altri tipi; dall’Arabia Saudita alla Corea del Nord che sono accomunate dall’attributo “una sola persona al comando per ragioni dinastiche”. Il criterio “mono-dinastico” è però insufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie; esistono infatti dittature fondate sul potere conquistato da un’intera categoria (oligo-dinastiche): i militari, il partito, la religione e altri gruppi. Proseguendo nella scala dei neri, dei verdi e dei rossi, si aggiungono i Paesi che simulano, più o meno credibilmente, di essere democrazie dotate di sistemi elettorali.
Entriamo infine nella nebbia quando prendiamo in considerazione il fatto che anche le democrazie governano tramite un organo amministrativo nel quale si concentra il potere: lo Stato.

In sintesi: la concertazione del potere in un solo organo, tanto più se è collegiale e anche elettivo, non è purtroppo condizione sufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie.

Senza alcun controllo – Noi, che viviamo in quella parte di mondo che riteniamo sia democraticamente governata, diamo per scontato che i cittadini possano “controllare” l’enorme potere concentrato nelle mani degli amministratori pubblici (eletti e cooptati). Sappiamo bene invece che abbiamo solo limitate possibilità di indirizzare le scelte degli amministratori pubblici; ciò accade  nei distanziati momenti in cui esercitiamo il diritto di voto e quando manifestiamo pubblicamente le nostre opinioni. Sull’altro versante, le dittature si distinguono non per la mancanza assoluta del voto o della libera opinione, ma solo nel grado di esercitabilità del voto e di libera opinione. Questo è un confine labile, retorico, soggettivo, sottile che si misura nella possibilità di esprimere la propria opinione e nella possibilità di tentare di sostituire una minima parte dei 120 mila amministratori pubblici eletti ai quali si sommano gli inamovibili 70mila dirigenti che governano 3.6 milioni di dipendenti pubblici, ugualmente inamovibili. Per tentare sostituire gli amministraotri pubblici sarebbe prima necessario valutare il loro operato, ma mancano quasi totalmente i resoconti di gestione e contabili leggibili da un normale cittadino. Si potrebbe dire che le possibilità di controllo sono molto limitate nelle democrazie, e anche peggio nelle dittature.

In sintesi, la pratica istituzionalizzata dei sistemi di controllo, da parte dei cittadini sugli amministratori pubblici, è indispensabile, ma nemmeno questo fattore è dirimente sull’ambiguità fra dittatura e democrazia.

Dovremmo forse esplorare due altri due criteri quantitativi.

1) Concentrazione della decisioni – Le comunità più efficienti adottano un sistema delle decisioni di ispirazione “gravitazionale”: le decisioni sono prese dal gruppo più vicino al problema da risolvere, in sintonia con i gruppi contigui. Per esemplificare, la contiguità “orizzontale” si realizza quando Comuni limitrofi si incontrano per decidere insieme come risolvere un problema di traffico che li coinvolge tutti. Questo sistema decisionale è spontaneo, non particolarmente istituzionalizzato nel nostro Paese, oltre che non frequentissimo. Un esempio invece di contiguità “verticale” (gerarchica) si concretizza quando il Comune, e non lo Stato, decide come deve essere fatto un marciapiede. Questo sistema è invece molto istituzionalizzato in una forte catena di comando e controllo, tanto che spesso interviene lo Stato, al massimo livello organizzaativo, a regolamentare questioni tutto sommato piuttosto locali come le righe blu dei parcheggi o le licenze dei taxi. Va aggiunto che i sistemi gerarchici tendono a sovrapporre, e perciò a confondere, le responsabilità, invece di segregarle con chiarezza.

In sintesi tanto più elevato è il valore dell’indice di concentrazione delle decisioni al più alto livello organizzativo, tanto più è probabile che il sistema di governo assomigli ad un sistema oligo-dittarioriale, ben mimetizzato.
2) Successione – Nelle dittature dinastiche il meccanismo di successione è ovvio: il capo resta in carica a vita, ovvero finchè non muore di morte naturale o fino a che non viene fisicamente eliminato dal concorrente più aggressivo e con meno scrupoli. È un sistema assai diffuso anche fra altri esseri viventi (es: il branco). Secondo questa prospettiva, i nostri passati governi nostrani assomigliano ad un’oligo-dittatura di geronti inamovibili dalle loro poltrone. Non che un anziano non possa essere efficace come un giovane, ma quando sono tutti anziani, il problema non sta nell’età del singolo, ma nel meccanismo successorio che non premia i risultati, ma premia la fedeltà ai capi. Oltre ad essere antropologicamente primitivo, il sistema che premia l’anzianità, specie se associata alla “competenza”, aumenta la concentrazione del potere  nelle mani degli autoproclamati “più competenti”, i quali proteggono sè stessi selezionano i futuri leader secondo il ferreo principio di fedeltà.  Perfino la Costituzione prevede, anche per i ruoli cooptati, criteri di rotazione per gli incarichi potenzialmente più pericolosi per la democrazia. Le dittature sono bene distinguibili con l’indicatore di anzianità media degli organismi amministrativi; quando essa è maggiore dell’anzianità media della popolazione, la probabilità dell’esistenza di una dittatura mimetizzata è piuttosto alta. Questo principio non vale per i sovvertimenti di sistema dovuti a rivoluzioni o golpe che abbassano imporovvisamente l’età media.  Si tratta infatti dell’altra faccia del sistema successorio dinastico: quando i vecchi esagerano, i giovani e forti si stufano e cacciano violentemente i vecchi. L’età media si abbassa, ma non è detto che cambi il sistema. È più probabile che il sistema successiorio resti lo stesso, ma cambino gli attori. Come le rivoluzioni insegnano; prima fra tutte quella francese.

In sintesi, l’indicatore di rotazione e non ripetibilità degli incarichi, non solo quelli elettivi, ma specialmente quelli cooptati, misura quanto il sistema dittatoriale prevalga, anche se ben mimetizzato in istituzioni che sembrano democratiche.

Prologo per una democrazia 3.0

Democrazia – Il presupposto per una democrazia 3.0 è che i cittadini ai quali ci rivolgiamo abbiano scelto ed interiorizzato la preferenza per la forma organizzativa di governo chiamata Democrazia:

  • Principio –La democrazia si fonda sul diritto di ciascuno di essere un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sulle proprie risorse e sui propri beni. La democrazia non è il luogo degli uguali, ma il luogo dei diversi.
  • Assioma – Gli esseri umani desiderano aggregarsi, contemporaneamente in molteplici società, e disassociarsene. Gli individui non appartengono alle società, ma al contrario ne possiedono una quota.

Storia della democrazia –  Non è inutile ricordare quanto recenti e poco esperte siano le organizzazioni con governo democratico:

  • Dem0 – In una fase che potremmo definire dem0, dalle origini alla fine del ‘700, la democrazia è stata sperimentata a macchia di leopardo in una sequenza di errori e aggiustamenti.
  • Dem1 – Alla fine del ‘700 alcuni Paesi hanno adottato organizzazioni democratiche funzionanti e stabili, per esempio le Sette Provincie Olandesi, gli USA, la Svizzera, UK con la sua progressiva trasformazione e pochissime altre.
  • Dem2 – Con la WWII (Seconda Guerra Mondiale) la democrazia è stata adottata in numerosi Paesi che hanno subito sentito la necessità di ulteriori organismi sovranazionali, ugualmente democratici, come l’EU, la BCE, l’ONU, il WTO, FMI, il Tribunale dell’Aja.
  • Dem3? – In questi anni ci chiediamo se dem2 regga al potente sviluppo dell’uomo generato delle democrazie moderne. Specialmente ci chiediamo se dem2 sia in grado di riconfigurarsi alla luce delle complessità:
    • delle democrazie multilivello oramai già largamente operative (Città, Regione, Paese, Continente, Globo)
    • della rapida scomparsa dei confini
    • dei poteri sempre meno centralizzati e spinti in giù al più basso livello possibile di decidibilità
    • dell’interazione peer-to-peer fra individui che supera qualsiasi confine fra società. Nel bene e nel male, la società liquida descritta da Baumann è globale e sta sfidando ogni confine, ogni separazione, ogni uniformità.

Cultura – Gli uomini hanno memoria e tendono a ripetere i comportamenti ritenuti di “successo”.

  • Individuo – Ciascun individuo fa decantare l’esperienza e la deposita in un catalogo di comportamenti che può essere trasmesso agli altri e alla sua discendenza con una infinità di mezzi attivi (racconti orali, scritti, rappresentati, ecc.) e passivi (per imitazione, per osservazione, ecc.).
  • Comunità – Ciascuno ha un proprio catalogo unico di comportamenti che costituisce il suo DNA etico. Quando molti elementi del catalogo sono comuni ad altri, si forma una comunità entro la quale gli individui si riconoscono e sono l’un l’altro affidabilmente prevedibili
  • Efficienza – L’efficienza è il prodotto principale del complesso processo di apprendimento dei “comportamenti di successo”: riduce il numero di errori, fa risparmiare energia, risorse e tempo, rende prevedibili i comportamenti dei membri della comunità, accelera lo scambio informativo, aumenta la cooperazione e in definitiva accumula una forza collettiva più che proporzionale a quella dei singoli individui. Aumenta le possibilità di resistere alle forze della natura e di competere con altri gruppi.
  • Standard – Pensate a cosa succederebbe se invece di circolare a destra, ciascuno circolasse a suo modo. La cultura (catalogo dei comportamenti) è il substrato che stimola l’invenzione e l’uso degli standard, il diametro dei tubi, le prese elettriche, il metro; anche il Diritto è uno standard. Senza standard dovremmo inventare l’acqua calda tutti i giorni. L’efficienza implicita dell’uso degli standard consente di recuperare tempo ed energia a favore dell’innovazione; ma l’innovazione non è cultura, semmai è il contrario: la cultura tende a produrre ripetitività, sicura tranquillizzante ripetitività.
  • Errori e innovazione – La cultura tende a omogeneizzare, uniformare, congelare i comportamenti “utili” in una ripetizione senza fine. Questa è una tendenza che però mai conduce al tutto uguale e ripetitivo. In un contesto in evoluzione, i comportamenti ripetitivi producono errori, inefficienze e anche gravi danni.  Fortunatamente la cultura contiene in sé anche i processi per riconoscimento degli errori e delle inefficienze, i processi di apprendimento, di innovazione e di sperimentazione. In sostanza la cultura da un lato rende tutto più efficiente, dall’altro apre la porta alla non-cultura, alla comprensione dell’inesplorato, del barbaro, dell’inesplicato e infine al cambiamento.
  • Qualità della vita – La cultura interpretata esclusivamente come efficienza, sicurezza, ripetitività non rende giustizia alla complessità dell’apprendimento proprio della cultura stessa. Solo una parte della vita è misurabile in termini di “successo quantitativo”; una larghissima parte dell’applicazione della cultura produce risultati percettibili, ma non misurabili. La cultura migliora la qualità della vita anche su dimensioni ancora poco esplorate come quelle dei sensi, dei sentimenti, dell’estetica. Nessuno sa cosa veramente vuol dire “successo”; può essere sinonimo di “qualità della vita”?

Morale ed etica – Fino al recente passato i due termini sono stati sovrapponibili. Entrambe le parole, morale ed etica, pongono in relazione l’individuo con i suoi pari e con un “alto”, più o meno trascendente. Col passare del tempo e con la crescente consapevolezza delle logiche (valori) della democrazia si avverte l’esigenza di distinguere e specializzare i significati delle due parole. Ecco un’ipotesi che sta facendosi strada:

  • La morale riguarda ciò che l’uomo deve al trascendente. La morale si converte in comportamenti quotidiani che discendono dalla fede/fiducia nella più grande capacità dell’”alto”, un capo o un’entità trascendente. L’espressione “rendere conto alla propria coscienza” bene interpreta il prevalere della coscienza, dell’immutabilità e dell’eternità delle leggi della morale. Nello stesso tempo descrive il conflitto fra individui che rispondo a coscienze (morali) diverse. Sono quotidianamente sotto i nostri occhi i tragici effetti delle morali di massa (società culturalmente troppo omogenee) che violentemente si scontrano. La democrazia al contrario è un sistema che tende a realizzare la convivenza pacifica fra individui con diverse morali; la democrazia è appunto il luogo dei diversi, a patto che tutti subordinino la propria individuale morale all’etica.
  • L’etica riguarda ciò che l’uomo deve ai suoi pari. L’etica ha labili interdipendenze con la morale. L’etica è l’insieme dei comportamenti, delle regole, che i membri di ciascuna società decidono di adottare; indipendentemente dalla morale di ciascuno. Al contrario della morale, l’etica non ha alcuna pretesa di totalità; all’etica è sufficiente che solo alcuni comportamenti siano comuni ai membri della società. Per i rimanenti comportamenti, ciascuno è libero di agire come crede. L’etica cambia con il mutare del contesto; il meccanismo del cambiare sta nei membri della società e non richiede il coinvolgimento dell’”alto”; la coerenza fra morale ed etica è un problema che deve essere risolto da ciascun individuo, nell’unicità della sua anima.

La morale risponde ad un codice totale, unitario, eterno, immutabile come spesso è scritto in un testo millenario.
L’etica risponde al cangiante insieme della cultura comune, delle regole non scritte e delle regole scritte, delle norme, delle leggi e delle costituzioni.
La distinzione fra morale ed etica assomiglia molto a quell’altra interessante differenza fra ius e lex, la legge della natura e la legge degli uomini. Ma questa è un’altra storia.

Beni comuni – Le società sono tali in quanto i loro membri condividono almeno un obiettivo comune. La democrazia separa la grande visione individuale (totale, unitaria, pervasiva) dai singoli obbiettivi “societari” (concreti, tangibili, limitati). In altri termini la democrazia agisce (prevalentemente e perciò non esclusivamente) sui cosiddetti “beni comuni” che a questo punto è indispensabile definire.
In generale la proprietà definisce il “bene”. La proprietà di un campo non richiede di distinguere i singoli sassi, piante e tipi di terra e acqua. La delimitazione geometrica è sufficiente a definire il “bene campo”. A maggior ragione i “beni comuni” sono identificati dalla proprietà, per esempio le scale sono proprietà collettiva dei condomini, la strada comunale è proprietà collettiva degli abitanti del comune. Molto più complesso è identificare oggetti dei quali è impossibile riconoscere la proprietà (per esempio l’aria). Questa eccezionalità, ci porta ad assimilare la proprietà alla responsabilità, all’accountabilty, su alcune caratteristiche del bene (indicatori); per esempio la quantità delle polveri sottili in una certa area. L’approfondimento in questa direzione ci porta lontano dal tema democrazia 3.0; ai nostri fini l’individuazione della proprietà è probabilmente un fattore sufficientemente dirimente per determinare i confini dei beni comuni.

Economia – Poiché in democrazia molti sono coinvolti nelle decisioni è necessario un sistema di misurazione comprensibile a tutti: ed “economia” fu. L’economia è un insieme di standard e di regole che tutti, persone e società, condividono e usano per efficientemente comunicare. Laddove la conoscenza dell’economia è lacunosa, la comunicazione si carica di ambiguità, si fa inaffidabile e talvolta fantasiosa (non sempre in senso positivo).

Politica – La parola rappresenta una sfida concettuale e organizzativa che richiede una preliminare “rimessa a nuovo”, una ripulitura dalle incrostazioni millenarie che vi si sono depositate sopra.

  • I cittadini sovrani affidano una parte dei propri beni agli Amministratori Pubblici. La politica è sostanzialmente il compito di amministrare i beni comuni, aggregati in ciascuna società (es:il comune, il territorio italiano), al fine di farli “rendere” in termini di migliore qualità della vita. Questo concetto è espresso, talvolta con complicate parafrasi, nelle Costituzioni democratiche.
  • Non abbiamo alcuna proposta sulla definizione di “qualità della vita”. Abbiamo però sufficienti argomentazioni per affermare che essa non è definibile in altro modo se non nella descrizione che ciascun individuo ne dà per sè stesso. La prima argomentazione risiede nel fatto che è insito nel concetto stesso di democrazia che ciascun individuo possa immaginare un proprio futuro e provi a realizzarlo. Già questa individualità costituisce di per sé l’ostacolo principale a definire un unico standard di “qualità della vita”. Al contrario, nei “sistemi centralistici” lo standard unico per tutti è il prerequisito fondante.
  • In democrazia la convergenza di interesse (qualità della vita) fra individui è temporanea. Per esemplificare, nei contratti è obbligatorio indicare la data di scadenza del contratto, pena la sua invalidità. Stiamo mettendo a fuoco che:
    • la morale può porre obiettivi totali, immutabili e centralmente governabili (forse)
    • al contrario in democrazia la “qualità della vita” è un obiettivo mobile.

In conclusione potremmo supporre che i Paesi, che chiamiamo più avanzati, abbiano prodotto una qualità della vita maggiore di qualsiasi altro Paese. Ma potrebbe non essere vero. Lasciamo la confutazione di questo diffuso convincimento a chi invece ritiene che altri Paesi e culture abbiano ottenuto risultati migliori. Pragmaticamente il dibattito fra le due fazioni potrebbe rivelarsi un’illusione intellettuale, un errore di identificazione degli obiettivi. Parrebbe infatti poco utile distinguere chi sia di maggiore successo in un mondo che ha rallentato la produzione di valore aggiunto. La domanda cruciale sembra piuttosto essere: come si può tornare a produrre valore aggiunto (qualità della vita)?

Quale organizzazione della società potrà liberare energie potenti almeno quanto hanno fatto i sistemi democratici negli ultimi due secoli? Ci sarà una dem3 che proietterà i nostri figli in un mondo entusiasmante? Come sarà fatta?
Gli indizi e i sintomi dell’esistenza di una dem3 in sperimentazione sono visibili. Ma questa è storia in divenire, da narrare in altri capitoli.

I valori della #Democrazia sono largamente sopravvalutati

Il primo errore di valutazione sta nel far riferimento ad essi come se fossero i principi fondanti di un’ideologia e o di una religione; ma la democrazia non è un’ideologia, è un metodo organizzativo, una forma di governo.

Il secondo errore sta appunto nel ritenere che nelle democrazie siano andati smarriti i valori fondanti. Non è stato perduto alcun valore, tantomeno quelli fondanti. Al contrario la democrazia ha vinto su ogni altra forma di governo; ha dimostrato di essere la più equa forma di governo mai applicata dall’umanità, oltre che la più rapida nel produrre qualità della vita. Nulla lascia intravvedere che il percorso si interrompa. I valori della democrazia, se esistono, hanno funzionato e funzionano bene. Anzi, la democrazia ha funzionato bene nonostante sia difficile identificarne i valori.

La democrazia è stata inventata per sostituire l’esausto e millenario modello organizzativo centralistico. A questo modello dobbiamo riconoscere i notevoli risultati raggiunti nelle società umane che contavano più di qualche centinaio o migliaio di persone. Le tribù dapprima sono diventate etnie e poi, crescendo, hanno progressivamente perduto l’omogeneità interna. Il fenomeno richiese il passaggio a forme di governo (regni) in grado di gestire gli accorpamenti di culture diverse. I regni, con massa ed estensione ancora più grande, divennero imperi.  In quest’ultima fase evolutiva,  la vecchia, ma mai ferma Europa, propose esperimenti sociali come la tanto ammirata, quanto fallimentare, rivoluzione francese, e in seguito i regimi nazionalfascisti o comunisti. Molti imperi vennero sostituiti da governi sempre fortemente centralistici che però già fingevano di essere elettivi.

Solo poche società si sono sottratte ai passaggi violenti che le trasformazioni repentine implicano. Le pragmatiche società del nord-Europa, dove il nord non è il centro, si sono intelligentemente, progressivamente e tempestivamente adattate all’evoluzione del contesto.

È curioso che i Paesi apripista nella sperimentazione di nuovi modelli sociali e di governo vengano indicati, quasi vergognosamente, con la parafrasi “economie avanzate”. Non è comprensibile la vergogna di riconoscere che i governi democratici hanno dato ai propri cittadini un beneficio maggiore di quanto abbiamo dato i governi centralistici, per esempio quelli del socialismo reale.

Il beneficio della democrazia è stato solo economico? Sarebbe un grave errore ritenere che la capacità di misurare i fenomeni economici, tipica delle democrazie, sia invece una una focalizziazione delle democrazie sui soli aspetti economici; il che condurrebbe alla distruzione del sistema sociale. L’argomentazione “la democrazia si occupa solo di economia e non dell’uomo” è ideologica ed è empiricamente inverosimile perché:

  1. Lo “sviluppo dell’uomo”, in altri termini una migliore equità fra esseri umani, è uno dei più brillanti risultati delle democrazie
  2. I socialismi, anche quelli devianti, hanno radicato la loro fede nelle teorie economiche di metà ottocento. Sono quindi i socialismi che hanno elevato le fragili teorie economiche ad utopie ideologiche; la loro applicazione nella realtà ha avuto impatto sfavorevole sulla qualità della vita dei Cittadini.

Nelle democrazie non si misurano i benefici sociali qualitativi, non perchè esse siano disinteressate o non vogliano, ma perché tali “qualità” sono non misurabili con gli strumenti attuali. Ciò nonostante il modello liberal democratico produce comunque ampi benefici sociali che appunto spaziano ben oltre il misurabile. Gli indicatori economici, come ad esempio il tanto contestato PIL e la ancor più contestata produttività (valore aggiunto), sono il prodotto di un’intelligenza diffusa, analitica, pragmatica, che apprende dall’esperienza e si adatta. Misurare è saper vedere, saper imparare e saper innovare; il ragionamento democratico non si ferma al piano delle teorie filosofiche ed economiche, al contrario le usa ma anche le sfida e quasi sempre le demolisce. Ciò detto, chi a lungo ha disprezato l’economia, ha dovuto seguire corsi accelerati di recupero.

Dello smarrimento della democrazia bisogna però prendere atto; è un sentimento che cresce in quella terra di mezzo che sta fra gli ormai bisecolari modelli organizzativi delle democrazie e i nuovi modelli sperimentali del terzo millennio.

I vecchi, e stanchi, Stati europei hanno generato, per mitosi, per distacco, le democrazie ultra-oceaniche, libere dagli inceppamenti della storia. Le nuove e le vecchie democrazie si ritrovano di nuovo insieme per fare i conti con i nuovi fenomeni che loro stesse hanno realizzato; per esempio la sparizione dei confini. Nessuno vuole rinunciare al faticosamente conquistato beneficio della libertà di circolazione delle persone; nonostante vi siano nuovi arrivati, che riconoscono il grande vantaggio di un mondo senza confini e pretendono di goderne senza averne letto il manuale d’uso. D’altra parte chi legge più i manuali d’uso? Il trambusto migratorio distrae l’attenzione e fa sembrare la scomparsa dei confini un male della democrazia. È invece un male prodotto da Amministratori Pubblici incapaci. Lo stesso vale per la libera circolazione delle merci, del denaro, per arrivare alla realizzazione degli altri diritti dell’uomo e dell’individuo.

Torniamo perciò al punto dei “valori della democrazia”. Esistono? Esiste un testo di riferimento che elenchi e descriva i valori della democrazia? Non ho una risposta, ma forse si può fare un esercizio che distilli i “valori della democrazia” dalle Costituzioni (che però sono i documenti organizzativi che definiscono il modello di governo di ciascuno Stato). Purtroppo a chi scrive viene in mente un solo principio e un solo assioma:

  • Principio – La democrazia si fonda sul diritto di ciascuno di essere un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sulle proprie risorse e sui propri beni
  • Assioma – Gli esseri umani desiderano aggregarsi contemporaneamente in molteplici società, e disassociarsene, alle quali non appartengono, ma delle quali possiedono partecipazioni.

Perché le democrazie sarebbero stanche? Non sono stanche, sono invece scientemente ostacolate nella loro evoluzione da una enorme popolazione di Amministratori Pubblici, eletti e cooptati, che difende una propria pretesa superiorità sui Cittadini.
Nei tempi andati è stato necessario rimuovere re, imperatori e le loro burocrazie; ora si tratta di ridimensionare il potere degli Amministratori Pubblici nazionali. Le Nazioni servono sempre meno; sono anacronistiche; ai Cittadini servono nuove società nelle quali risiedere temporaneamente e anche contemporaneamente. Gli uomini sono ora più liberi, più prosperi, più sovrani sul proprio destino. Gli Amministratori Pubblici non si capacitano e resistono.

Molti Cittadini però ancora esitano.
Molti Cittadini credono ancora nell’efficacia dei sistemi centralizzati.
Molti Cittadini credono che lo Stato, gli Amministratori Pubblici, siano “migliori” dei “propri” Cittadini.
I fatti quotidianamente (di)mostrano esattamente il contrario, eppure …

Ecco allora qualche domanda che potrebbe fornire qualche spunto per una rifondazione dei rapporti fra gli stessi Cittadini Sovrani e fra Cittadini e Amministratori Pubblici:

  1. Gli Amministratori Pubblici Nazionali non vogliono cedere il controllo sui loro servizi di intelligence nazionale. Per quale razionale motivo un cittadino italiano e uno tedesco dovrebbero opporsi ad un servizio di intelligence europea, continentale o addirittura di più vasta portata?
  2. Gli Amministratori Pubblici si riservano di decidere dove debba essere la residenza fiscale dei “loro” Cittadini. Gli AP hanno facoltà di decidere la residenza fiscale di ciascuno secondo il principio geografico del “centro degli interessi” non solo della singola persona, ma addirittura di tutta la sua famiglia. Perché un Cittadino non può avere interessi in vari Paesi e avere la certezza di pagare il giusto contributo fiscale a seconda dei servizi dei quali usufruisce in ciascun Paese?
  3. Gli Amministratori Pubblici tendono ad assecondare l’abolizione di Schengen. I Cittadini sono sicuri che gli AP non stiano approfittando dello stato emotivo generale per rafforzare il controllo nazionalistico dei propri confini? Sono sicuri i Cittadini che questo non sia strumentale a ritardare la creazione di servizi federali europei? Non è che gli AP stanno boicottando l’Europa e resistono alla creazione di un’Europa per i Cittadini, un’Europa con un governo elettivo, democratico?

Vi è la percezione piuttosto diffusa che l’Europa abbia un modello di governo primitivamente nazionalistico. Purtroppo il centralismo nazionalistico è sostenuto non solo dagli Amministratori Pubblici contro gli interessi dei Cittadini, ma anche da un’ampia parte della popolazione.

Inoltre vi è una grande confusione a proposito delle tensioni indipendentiste in varie regioni bloccate in ciascuna nazione. Gli indipendentismi sembrano giocare contro l’idea stessa di Europa, ma farebbero bene piuttosto ad esercitare il proprio indipendentismo a favore di un’Europa Unita, ma con Nazioni più deboli, similmente all’attuale linea scozzese.

Il prevalente incrocio di interessi nazionalistici sopprime, neutralizza, anestetizza, la necessità di un modello di governo “democrazia dem3 (del terzo millennio)” da applicarsi coerentemente entro gli Stati, nel continente e anche oltre. Tale necessità è respinta così nel profondo che viene interpretata come un’agitazione di pancia, come uno smarrimento, come una frustrazione provocata dall’inazione.

Eppure davvero abbiamo bisogno di un upgrade alla dem3.

#Associazione

L’associazione è pre-umana. La sua origine è ancora piena di misteri. Forse inizia prima dell’energia e della fisica che si sono scatenate con il Big Bang. È essenziale alla chimica che altrimenti non esisterebbe. Era largamente presente fin dai primi istanti dell’esistenza biologica. La vita sociale caratterizza tutti gli animali ed è particolarmente intensa nella specie umana. Ci aspettiamo che una parola dai significati così fondanti sia antichissima sia incastonata come una pietra angolare delle lingue umane. Le definizioni nei dizionari sono invece sorprendentemente scarne, parziali, lacunose, vaghe, insufficienti, equivoche. Tentando l’esperienza di restauratore di parole, ho aggiunto collante e riempitivi ai vari frammenti trovati nei dizionari ottenendo un’opinabile definizione di associazione:

  • aggregazione di persone, fisiche e giuridiche,
  • con uno specifico scopo condiviso
  • che temporaneamente
  • mettono in comune parte del loro patrimonio (relazioni, finanza, conoscenza, competenza, mezzi di produzione)
  • e contribuiscono con la loro opera (lavoro) alla produzione di un più grande patrimonio. Oppure lo distruggono.

Gli antropologi tendono ad essere abbastanza concordi nel ritenere che le società primitive fossero disperse in gruppi relativamente distanti fra loro, anche a causa delle loro relazioni rissose e banditesch con i vicini. Mentre pare che all’interno dei rigidi confini etnici, quasi mai territoriali, vi fosse un’elevata omogeneità.

Una singola persona era parte, ereditaria e per sempre, di un piccolo numero di “associazioni” tutte contenute entro i confini di ciascun gruppo/tribù: la famiglia (dai contorni elastici), i pari di ruolo (cacciatori, guerrieri, allevatori, donne, ecc), gli sciamani, ecc. A distanza di diecine di migliaia di anni la situazione è del tutto diversa: gli uomini entrano ed escono da gruppi sociali sempre meno etnici; si associano e si dissociano frequentemente da innumerevoli gruppi dai confini porosi, permeabili, labili. Le persone vivono in famiglie vagamente contornate, lavorano in organizzazioni di tutti i tipi, sono cittadini di paesi che possono abbandonare a favore di altri paesi, seguono religioni diverse oppure nessuna, si incontrano fra amici al circolo delle bocce, ma seguono anche la squadra del cuore. Tutto contemporaneamente e fluidamente. Anche il modo di competere si sta facendo meno violento, più tollerante e negoziale. Si preferisce un accordo ad una guerra. Non sempre purtroppo. Ai primordi, l’idea di associazione era un fatto, sempre presente, indistinto. Non serviva alcuna particolare parola per indicare che gli umani si associavano; erano sempre associati, ma solo all’interno del singolo gurppo. Il principio sott’inteso era sempre, e forse è ancora: qui siamo “noi“, e poi ci sono “gli altri”, immancabilmente odiosi.

Rarissimamente c’era un singolo solitario, ovviamente destinato alla morte conseguente all’esilio.

Le semplici e chiare regole di allora si sono progressivamente sgretolate senza però che venisse aggiunta la parola necessaria a descrivere la società umana. La parola umanità non sembra sufficiente a dare forma organizzativa all’interaspecie umana.

La famiglia è un’associazione, ma che nessuno penserebbe mai che sia una forma di associazione. Nel diritto le società, persone giuridiche, non sono e non possono essere “associazioni”. Nel diritto nazionale, non può esistere un’associazione di associazioni. Ci sono ordinamenti europei che non sembrano amare troppo le associazioni. Lo Stato, le regioni, le provincie, i comuni, la magistratura, ecc non sono nè società né associazioni, sono “Amministrazione Pubbliche”, forse.  Gruppi separati da distanze nella percezione prima che nei fatti.

Sempre più persone vivono e lavorano in un contesto globale senza una radicale preferenza per un paese o per un’altro, al contrario gli Stati hanno pretese di appartenenza su di loro (specie per ragioni fiscali). Tante persone (tutte?) operano insieme ad altre secondo la definizione che ho proposto all’inizio, ma raramente possiamo chiamarle associazioni.

Fa sognare l’idea che potrebbero esistere moltissime associazioni stratiformi, sovrapposte, contigue, gerarchiche, verticali, intersecantesi, tutte distintamente specializzate intorno ad un intento, ma simili a tutte le altre nei comportamenti essenziali (a voi l’esercizio di elencarli).

http://it.wikipedia.org/wiki/Associazione_%28diritto%29