L’implacabile legge di Merton smonta l’idea del legislatore che comanda.

De Nicola e Bragantini ingaggiano una conversazione sulla legge di Merton secondo la quale falliscono, assai frequentemente, i tentativi del legislatore di imporre (con  leggi-comando) comportamenti economici ai Cittadini. Questi invece si inventano mille modi per comunque raggiungere il loro scopo nonostante i comandi nei quali non credono. È una storia assai datata; è difficile imporre agli uomini comportamenti che ritengono contrari ai loro interessi.

È l’idea stessa del comando degli Amministratori Pubblici sui Cittadini che ha fatto il suo tempo. La democrazia, in Italia particolarmente, garantisce al Cittadino il “diritto della sovranità”, ma chiama a sè, all’Amministrazione Pubblica, l’esercizio del potere, il comando. Da ottocento anni, la Storia della democrazia è un percorso di trasferimento evolutivo dell’effettivo esercizio del potere dagli Amministratori  Pubblici ai Cittadini. Non importa se gli Amministratori Pubblici sono autocrati o democratici; cambia l’intensità di violenza nel cambiamento, ma il cambiamento in sè non si ferma.

Qualche numero e fatto. Prima del 1940 le Costituzioni democratiche (quelle che, nelle dichiarazioni, sostengono la sovranità del popolo) erano una dozzina; ai giorni nostri sono circa duecento. L’incredibilmente rapida espansione delle democrazie non corrisponde però all’evoluzione delle forme dell’esercizio del potere. Salvo qualche rara eccezione, il comando rimane essenzialmente centralizzato.

La legge di Merton dimostra con gli esempi, che il comando del popolo (Amministratori Pubblici) sul popolo funziona sempre meno. Altri fenomeni sociologici lo dimostrano ancora di più. La democrazia non evolve da settant’anni ed è stanca. Il diritto alla sovranità non basta, è necessario trasferire anche parti del potere esecutivo, un passo alla volta.

Alessandro de Nicola: L’imprevedibilità delle leggi e gli effetti distorti sull’economia.

Il commento di Bragantini e la replica di De Nicola: Il rapporto migliore tra leggi ed economia

 

Siae, un monopolio da non difendere

“Mi ricordo che anni fa/ di sfuggita dentro a un bar/ ho sentito un juke-box che suonava…”: il giovane Edoardo allora non lo immaginare ma, mentre la sua fantasia volava, la Siae ne ricavava qualche liretta. Nata nel 1882 come associazione privata con soci quali Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis e Giuseppe Verdi, negli anni la Siae si è trasformata in uno di quegli ircocervi del diritto, “ente pubblico economico”: si obbliga con atti di diritto privato, fa votare lo statuto ai suoi associati ma allo stesso tempo deve ottenere l’approvazione dello stesso da vari ministeri ed è dotata di poteri autoritativi e privilegi di legge, primo tra tutti il monopolio nell’intermediazione dei diritti d’autore. Nella musica, la Siae associa autori e produttori e concede in licenza agli utilizzatori (radio, tv, organizzatori di concerti) la possibilità di fruire dei brani o delle performance dietro pagamento di una tariffa. Lo schema si ripete per arti visive, film, spettacoli, libri. Se invitate 20 amici a vedere un film a casa dovreste avere la licenza Siae: lo stabilisce la legge 633 del 1941, che pur subendo varie modifiche ha mantenuto l’assetto monopolistico del mercato. Monopolio garantito per legge solo in Italia e Cechia mentre nel resto del mondo ogni autore è libero di affidare a chi vuole la tutela dei propri diritti. La Siae non gode di buona stampa. Bilanci in perdita per decine di milioni, scarsa trasparenza nei rapporti con gli autori e i riproduttori, numero pletorico

di sedi inefficienti, familismo nelle assunzioni, applicazione di penali punitive per violazioni insignificanti, insoddisfazione degli autori molti dei quali pagano più per associarsi di quanto ricavino dalle loro opere. In questo contesto, la tecnologia e l’Europa hanno cominciato a sgretolare il monolite. La musica via web è difficile da accalappiare e la Direttiva Europea 84 del 2014, prevede una liberalizzazione dell’intermediazione. Sfruttando il Trattato di Roma e la giurisprudenza della Corte di Giustizia, alcuni operatori, soprattutto start-up, si son fatti furbi e hanno costituito in Europa società di gestione di repertori musicali e di diritti di autore. Per il principio della libertà di prestazione di servizi, la legge del 1941 non può impedire che questi enti abbiano come clienti autori o produttori stranieri e diano ad esempio in licenza una propria music list da mettere come sottofondo alla grande distribuzione o a un dentista. Questo è quello che ha stabilitoil Tribunale di Milano in una sentenza a favore di Soundreef, start-up costituita a Londra ma attiva in Italia, diventata famosa quando Fedez, un rapper che inspiegabilmente viene considerato un opinion leader, ha mollato la Siae per diventarne cliente in nome della concorrenza e del merito. La Direttiva 84 del 2014 prima menzionata, giace nel frattempo in Parlamento, in ritardo rispetto alla data del 10 aprile 2016 entro la quale avrebbe dovuto essere recepita nell’ordinamento italiano. Qual è l’oggetto del contendere? Il ministro Franceschini non vuole far perdere il monopolio alla Siae in via definitiva e senza ambiguità interpretative. Parla di riforma, di efficienza, di trasparenza ma non di concorrenza, aggrappandosi ad una interpretazione restrittiva degli obblighi di liberalizzazione previsti dalla UE (“I titolari dei diritti dovrebbero avere il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti…”) . E sbaglia di grosso: i “pirati” di Soundreef, grazie ad un’ottima organizzazione, riescono a fare prezzi più bassi ed attrarre clienti seppur in una condizione di incertezza normativa, il che vuol dire che in una situazione di piena e legale concorrenza sorgerebbero nuovi protagonisti dell’intermediazione ed autori e produttori avrebbero più libertà di scelta. In effetti, niente quanto la competizione stimolerebbe l’efficienza della Siae e non ci sarebbe bisogno di prescriverla per legge. D’altronde, se Franceschini pensa che questo mercato sia un “monopolio naturale” e l’attuale monopolista possa riformarsi, quest’ultimo non ha nulla da temere dai nuovi entranti: ha i clienti, la presenza sul territorio, il know how e quindi non può che sbaragliare la concorrenza e magari diventare un player europeo. Comunque la si giri il risultato è identico: preservare lo status quo monopolista, soprattutto in un contesto tecnologico in continua evoluzione, non può che soffocare l’innovazione, salvare i perdenti e distruggere ricchezza. Non sono solo canzonette.

Scavare buche e poi riempirle: l’uovo di Colombo della crescita economica

UNO dei mantra più ripetuti dai politici di ogni colore e da molti commentatori è che condizione indispensabile per una maggiore crescita economica è far ripartire gli investimenti pubblici. E, per rafforzare il concetto, si sottolinea che l’Italia è terzultima in Europa, seguita solo da Grecia e Portogallo, come percentuale di spesa pubblica dedicata agli investimenti rispetto al Pil. Il piano Juncker è stato presentato come una occasione di sviluppo e non passa giorno in cui i ministri non annuncino deroghe intelligenti al Patto di Stabilità per permettere ai Comuni di spendere in infrastrutture, nuovi stanziamenti per metropolitane, strade, ferrovie, tram, fibre ottiche e ogni opera che renda più efficiente il Paese in attesa della possibile apoteosi dell’investimento infrastrutturale, vale a dire le Olimpiadi di Roma del 2024.

Ma è proprio vero, per utilizzare il paradosso keynesiano, che mettere uomini a scavare buche e poi riempirle genera reddito? Partiamo da due recenti episodi. Il primo è l’audizione del ministro Delrio del 20 aprile sull’autostrada Pedemontana, progetto vecchio di lustri che avrebbe dovuto decongestionare il traffico nell’Alta Lombardia nell’affollata area tra Milano, Como e Varese. Ebbene, la parte finora realizzata di strada non attira traffico sufficiente, il 30% in meno rispetto al budget, nonostante sconti ed esenzioni distribuiti a pioggia agli automobilisti poco inclini a pagare il pedaggio. Lo Stato ha già stanziato per l’opera 1,245 miliardi con contributi a fondo perduto ed è previsto un ulteriore sconto fiscale di quasi 400 milioni. Nonostante in teoria i 4,2 miliardi previsti per il completamento dell’autostrada (schizzati a 5,87 se si comprendono gli oneri finanziari) dovrebbero essere in gran parte messi a disposizione da privati, finora la parte del leone l’hanno avuta i contribuenti, avendo lo Stato versato ben 900 milioni. Né sorte migliore sembra arridere alla Brebemi, che collega Milano a Brescia ed è in cronica perdita di esercizio. Minacciando sfracelli, i soci privati della società concessionaria sono riusciti ad ottenere nel 2015 ben 320 milioni da Stato e Regioni e l’allungamento della concessione per sei anni con la garanzia che alla fine lo Stato rileverà la tratta per 1,25 miliardi.

Questi investimenti hanno creato o distrutto valore? Uno studio del 2014 di tre economisti, Maffii, Parolin e Ponti, esaminando una lista di progetti costosi ed inefficienti, ha concluso che le “grandi opere”, presentate dai governi come fiore all’occhiello dell’investimento pubblico, sono caratterizzate da alcuni elementi poco lusinghieri. Primo: sistematica assenza di valutazioni negative nelle analisi costi-benefici rese note al pubblico; secondo, scarsità di tali analisi; terzo, assoluta mancanza di terzietà delle stesse, che perdono così di credibilità in quanto eseguite da «portatori di interessi favorevoli della fattibilità dell’opera analizzata»; quarto, assenza di analisi comparative. Le conseguenze sono ovvie: scorretta definizione del progetto da attuare e delle soluzioni proposte, carenza di alternative, previsioni di domanda sovrastimate.

Un bell’esempio di come una semplice analisi comparativa potrebbe fare miracoli è fornito dalla linea Alta Velocità Milano-Venezia. Nel 2005 il costo stimato per l’opera era di 8,6 miliardi. Nel 2014 era schizzato a 13,368 miliardi, quasi 5 in più! Notevoli i 1202 milioni per il collegamento con l’aeroporto di Montichiari vicino Brescia: zero voli passeggeri e solo un paio al giorno per la posta (vogliamo dimenticarci gli inutili, deserti aeroporti in perdita di cui è disseminata l’Italia, da Siena a Pescara?). Le tratte padane orientali hanno un costo superiore a quelle occidentali, Torino-Milano e a quelle appenniniche Firenze-Bologna. Se poi facciamo la comparazione di costo per chilometro con Francia e Spagna, i binari italiani vengono pagati multipli rispetto a quelli franco-iberici.

Esempi eclatanti che vanno inquadrati in un contesto più ampio? Meglio di no. Sia lo studio del Fondo Monetario Internazionale del 2015 che quello della Banca Mondiale del 2014 mettono in luce la scarsa efficienza dei nostri investimenti pubblici a causa di aggiramento delle leggi, decisioni prese per motivi elettorali, corruzione, ritardi, innalzamento dei costi e bassa qualità di quanto realizzato. Solito pregiudizio anti- italiano? Chissà. Certo è che nell’Allegato sulle infrastrutture al recente Def 2106, annunciando nuovi criteri di valutazione e velocizzazione delle opere pubbliche, il governo ha sottolineato carenza nella progettazione che porta a realizzazioni di bassa qualità; polverizzazione delle risorse; incertezza dei finanziamenti, addebitabile, tra l’altro, alla necessità di reperire risorse a causa dell’aumento dei costi delle opere ed ai contenziosi in fase di aggiudicazione ed esecuzione dei lavori; rapporti conflittuali con i territori dovuti anche all’incertezza sull’utilità delle opere.

Insomma, quando sentiamo magnificare le buche keynesiane, non occorrerà essere filosofi liberisti per ricordarci che, quando si impugna il badile, di sicuramente pubblici ci sono i fondi sovvenzionati dai contribuenti, mentre i benefici sono spesso privatamente allocati tra politici, burocrati ed appaltatori.

adenicola@ adamsmith. it Twitter @ aledenicola

#Produttività: la malattia dell’OCSE, del mondo, ma non di tutti

Gli economisti degli aggregati (es:dati aggregati per Paese) non sanno più che pesci pigliare. Non riescono a spiegare come mai il GDP non cresca più. Forse sperano nelle taumaturgiche, ingenti e impensabili azioni monetaristiche (es.QE, tassi negativi, ecc.) messe in campo dal sistema finanziario. Niente da fare; anche a non far nulla di diverso dal solito, la domanda non riparte.

C’è da chiedersi se la questione non sia né di crisi della domanda né di manipolazioni monetarie.

Il fatto è che la misteriosa “produttività” non ingrana la marcia giusta. Per alcuni poi è peggio di altri; guardate qui le variazione del GDP nell’ultimo quindicennio. L’aggregato Italia è veramente messo male.

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Eppure la MdPpc (Media del Pollo per capita) italiana è allineata con la media OCSE.

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Che considerazioni possiamo trarre da questa prima visione aggregata?
La prima osservazione è che, ammesso che i governi si preoccupino di far crescere il GDPpc (per capita), in generale non ci riescono.
La seconda è che il GDP per capita racconta cose diverse dal tasso di crescita GDPaggregato(nazionale).
La terza è che si intravede una sorta di specularità inversa rappresentata dalla figura che segue, commentata subito dopo.

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  1. I Paesi con il GDPpc più elevato crescono meno velocemente dei migliori (a dx in alto). Alcuni addirittura precipitano nell’area di crescita negativa (IRLanda, Olanda, Danimarca)
  2. Quattro dei Paesi con il GDPpc più basso (in basso a sx – Messico, Turchia, POLonia, Slovacchia) crescono a tassi elevati, sono i migliori (in alto a dx). Tutti gli altri restano in area di crescita quasi nulla o negativa.
  3. I Paesi con GDPpc medio, crescono poco o nulla; salvo alcuni Paesi che invece continuano a precipitare (FINlandia, Spagna, ITAlia)
  4. Ci alcune eccezioni notevoli come ad esempio AUStralia e CANada che mantengono sia un’ottima posizione sul GDPpc sia un tasso di crescita molto buono

In sintesi quelli che una volta erano le migliori locomotive, non tirano più come una volta. Si affacciano pochi nuovi giocatori, non ancora in grado di trainare l’economia dei vecchi stanchi. Gli incapaci sono sempre più incapaci.

Gli economisti dicono di non capire perchè la crescita non riparte. Potrebbero forse arricchire i loro studi esplorando “territori” al di sotto del “cielo” delle medie del pollo. Potrebbero forse imbattersi in qualche dato analitico coerente con i fenomeni “meno aggregati”. Potrebbero porsi domande quali:

  • Non sarà che la tanto odiata globalizzazione sta ribilanciando il benessere del mondo?
  • Non sarà che il sistema economico umano mostra sintomi di autoregolazione? Anche in assenza dell’azione pianificatoria di un governo centrale?
  • Non sarà che, oltre certi limiti, è inutile che i governi, e con loro gli economisti, cerchino metodi per prevedere,  stimolare se non forzare le scelte dei Cittadini?

A breve usciranno i report 2016 che mostreranno dati aggiornati e così potremo meglio esaminare l’accaduto e confrontarlo con le aspettative di chi, governo centrale e sistema finanziario, ha pensato alle misure e contromisure per reindirizzare l’economia degli aggregati.

Più greggio per tutti: la rivoluzione shale negli USA, le reazioni dell’OPEC e dell’OCSE

La lettura del bollettino 296 della Banca d’Italia ispira alcune considerazioni di geoconcorrenza, geopolitica e perciò di geoeconomia. Read more

Libero arbitrio o così fan tutti?

In Italia il sistema organizzativo democratico è troppo centralistico e tende a centralizzare anche di più. Da 150 anni sono in sperimentazione sistemi federali che superano i sistemi nazionalistici e sembrano essere efficaci nel facilitare il successo di chi li adotta. Nelle economie avanzate ci sono forti spinte ad accelerare il passo verso nuovi sistemi organizzativi democratici. Di che natura?

Il sistema democratico è diventato il modello organizzativo di riferimento, a tendere quasi per tutti. Alcune popolazioni particolarmente resistenti contrastano il procedere della democrazia, forse perché, come si faceva una volta, sono pilotate da immensi flussi di denaro maneggiati da anacronistici “principi”. La progressione verso una maggiore libertà individuale è però inarrestabile. Il libero arbitrio non è più una domanda filosofica a proposito della teorica possibilità di esercitare qualche grado di libertà individuale. Oggi è possibile praticare molto più libero arbitrio di quanto non fosse stato possibile nella prima metà del ‘900.

Gli “imperi” sono stati le forme più evolute dei sistemi gerarchico centralistiche che hanno radici millenarie nelle famiglie e nelle tribù. Gli imperi sono la massima espressione di un destino immutabile governato da un (allora) utile ed efficace “centro di decisioni”.  Recentemente, quasi tutti gli imperi sono stati sostituiti da più efficaci sistemi organizzativi democratici.

A questo punto l’osservatore socio-filosofo potrebbe affermare che anche il movimento verso maggiori libertà individuali è solo percezione perché “così fan tutti”; sarebbe infatti la dimostrazione de facto dell’inesistenza del libero arbitrio.
C’è anche qualche ricercatore che, emulando Pareto nel correlare fisica ed economia, cerca di dimostrare che la distribuzione della ricchezza riflette la curva di distribuzione dell’energia termica. Nella figura che segue la sovrapposizione delle rilevazioni statistiche, della distribuzione delle entrate di una famiglia campione e dell’energia delle molecole del vapore, è in effetti impressionante.

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Proprio in questi giorni, due ricercatori del MIT hanno presentato un algoritmo che sarebbe in grado di prevedere i comportamenti umani meglio degli stessi umani. Pare sia impostato sulla correlazione fra comportamenti futuri e automatismi ripetitivi del passato.
Con gran festa di chi difende il potere centralizzato, questi ed altri studi sembrano anticipare la “dimostrazione scientifica” che i macrosistemi socio-organizzativi vanno dove vogliono andare senza tenere conto della volontà dei singoli e della loro capacità di scegliere individualmente.

Invece no. Questa visione macro-socio-economica marxiana è contraddetta dai più attuali studi statistico-econometrici come per esempio quelli di A.Deaton, il recente premio Nobel per l’economia, che dimostra che, non i fenomeni macroeconomici, ma proprio le scelte individuali “spostano” la direzione della socio-economia. Molti i ricercatori, in varie discipline fra le quali l’antropologia e la sociologia, ci spiegano che la spinta mimetica, le pulsioni all’innovazione interagiscono fluidamente fra di loro generando scelte individuali, punto per punto, che sommate cambiano il “sistema”. Forse lo preannunciava anche Darwin.

La mimetica (la tendenza dell’uomo a copiare; vedere ad esempio R.Girard) spinge l’uomo ad adottare comportamenti ampiamente sperimentati con risultati prevedibili e positivi; in altri termini: quelli che sembrano implicare il minimo dei rischi. Nonostante la Storia racconti che talvolta alcuni dei comportamenti imitati portino al disastro, nel lungo periodo il sistema pare funzionare. È la “logica” del “così fan tutti” che è percepita come prudente criterio per decidere, più sicuro di altri poco sperimentati e dai risultati imprevedibili: si guadagna meno, ma con maggiore sicurezza e durata. Nella figura che esegue il prevalere numerico dei comportamenti mimetici è rappresentato nella sezione (rossa) picco-destra della distribuzione della ricchezza

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L’innovazione genera continui cambiamenti accettati massivamente dopo il ritardo dovuto ai tempi della creazione della massa critica necessaria a passare alla fase mimetica. Il processo di creazione della massa critica è disseminato di frequenti fallimenti che coinvolgono una parte relativamente piccola della popolazione e nel breve termine. Gli utilizzatori iniziali sono pochi, pionieri apripista, che pagano la sperimentazione e per primi ne godono i benefici, quando ci sono. Il loro numero è rappresentato dalla sezione picco-sinistra (verde) della curva.

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Le scelte individuali sono più casual-emotive che razionali, come pile di studi evidenziano in quasi tutte le discipline. Naturalmente ciò accade solo negli ambienti nei quali le scelte individuali siano possibili. Dove le scelte individuali sono possibili, il movimento “termico” degli umani e delle particelle potrebbe anche avere qualche Maxwelliana analogia. Più libertà di scelta c’è, più “liquida” è la società.

Come anche Baumann e altri hanno osservato, la maggiore libertà individuale non è solo un principio ideale, ma è anche l’effetto della maggiore accessibilità ad una più ampia offerta facilitata dalla disponibilità dell’informazione, della conoscenza (non ultima la tecnologia) e delle condizioni socio-economiche. Il fenomeno rende più simili i fruitori della telefonia cellulare e contemporaneamente rende più diversi i cittadini ad alta mobilità rispetto a quelli a bassa mobilità. L’accesso facilitato all’abbondante offerta, facilita la formazione di gruppi socio-economici interessati a specifiche sezioni dell’offerta: i bocciofili, i motociclisti, gli economisti, gli ingegneri bio-medici, i pigri e così via. Ciascun gruppo socio-demografico contiene individui con interessi relativamente simili. Nel contempo contiene individui che fanno parte anche di altri gruppi incentrati su interessi diversi. Ogni individuo fa parte di molti gruppi e nessun gruppo è in grado di rappresentare interamente tutta la popolazione che contiene. Se un tempo l’omogeneità etnico-religiosa tracciava i confini della “nazione”, ora non è più possibile tracciare confini di aree che contengono individui totalmente omologhi (salvo casi sempre più rari). Anche fosse possibile, sarebbe un momento evanescente di un divenire nel quale i confini vengono continuamente attraversati e modificati.
Il fattore tempo è una dimensione irrompente nella socio-economia attuale. I gruppi etnico-religiosi hanno la caratteristica di contare su una durata immutabilmente eterna; il tempo è irrilevante e non implica cambiamenti rilevabili nell’arco di una via umana. I nuovi gruppi sociali invece durano poco e la permanenza di un individuo in ciascuno di essi dura ancora meno. Qui ritorniamo sull’analogia fra fisica e socioeconomia che assimila solidità sociale a alla solidità fisica, e la liquefazione sociale alla liquidità fisica. È interessante notare che la parola “liquefazione” sembra avere connotati nostalgicamente negativi, più per anziani che per giovani; la parola non recupera nemmeno un pochino l’origine liquida della vita.

L’effetto liquidità è dato dagli individui e dalle popolazioni (ciascun gruppo) che chiedono sempre maggiore flessibilità,  maggiore libertà individuale, maggiore fluidità. Le strutture organizzative sociali devono essere diverse e devono essere in grado di rispondere dinamicamente sia alle esigenze di omogeneità sia a quelle delle diversità.  Alle esigenze di diversità risponde molto meglio un sistema democratico di un sistema gerarchico che invece richiede e risponde alla richiesta di massima omogeneità. Tuttavia nemmeno gli attuali sistemi democratici sono sufficientemente adeguati. Anche i più evoluti sembrano essere ancora assai nazionalistici e centralistici.

Non possiamo sapere quali risposte produrranno le esperienze e gli esperimenti sociali degli uomini, ma non è da escludere che la riposta si sviluppi in direzione di aggregazioni e stratificazioni di gruppi che si aggregano su specifiche diversità e che contemporaneamente si riconoscono in più vasti gruppi omogenei rispetto a pochi fattori appunto di vasto ed omogeneo interesse. In un siffatto sistema, ciascun gruppo si autoregola all’interno delle sue specificità, adeguandosi alle regole di livello più ampio; per esempio i bocciofili determinano i prezzi locali della partita e del bar, ma si adattano alle norme antincendio valide pertutti i gruppi bocciofili “boschivi”, ma non per i gruppi bocciofili “polari”. Qualche gruppo bocciofilo locale potrebbe anche ospitare gruppi di bowling.

La resistenza al cambiamento degli Amministratori Pubblici è “naturale” per il loro ruolo di difensori del perpetuarsi del sistema status-quo (scelte di sistema, scelte macro, scelte imitative). Sta ai Cittadini prendersi la sovranità (scelte individuali e scelte innovative) e con quella fare pressione per cambiare.
L’aspettativa che un “leader illuminato” possa cambiare la società, non solo è inefficace, ma è anche molto pericolosamente regressiva. Solo Cittadini con alta consapevolezza della propria sovranità possono sollecitare gli AP ad adeguarsi al cambiamento. Solo Cittadini preparati e consapevoli possono dare energica sostanza alla propria sovranità. Solo Cittadini abituati a decidere per il proprio interesse, ma tenendo conto dell’interesse degli altri concittadini, possono spingere verso maggiori libertà (che non possono che essere libertà individuali). Solo Cittadini che cooperano in autonomie (dimensionalmente) crescenti possono esercitarsi al governo dei nuovi modelli socioeconomici, delle nuove “democrazie cellulari”.

Stipendi bassi? Serve il rotore del valore aggiunto

Perché in Italia gli stipendi sono bassi? Perché sono come gli elicotteri:
A – Pochi sanno come farli alzare in volo
B – Molti preferiscono la medietà del suolo
C – Il lavoro dei “mediatori del lavoro” è mediare (stare nella media)
D – Tutt’e tre

La metafora – L’elicottero si presta bene alla metafora per vari motivi, alcuni divertenti:

  1. La leva al centro non si chiama “cloche”, si chiama “ciclico”; parola che ricorda il ciclo di trasformazione che genera valore aggiunto
  2. L’altra strana leva laterale si chiama “collettivo” e comanda tutte le pale contemporaneamente
  3. Per volare non si può assolutamente spostare un solo comando, devono essere mossi tutti insieme contemporaneamente, in equilibrio
  4. Se l’elicottero sale, salgono anche gli stipendi. Se scende anche gli stipendi scendono.

Ciascun Cittadino, persona fisica o giuridica-impresa, è paragonabile a un elicottero. Ciascuno genera valore aggiunto, o lo consuma. Tutti insieme fanno uno stormo, a terra o in volo.

Gli AP non fanno crescere il GDP/GDPpc– Gli AP producono qualcosa che vale tanto quanto costa (*); perciò niente valore aggiunto e niente aumento di GDPpc (compenso medio per persona). Al massimo gli AP facilitano, oppure ostacolano manovrando coefficienti lineari (tasse e tassi, con moneta) all’economia reale. Spesso seguendo i suggerimenti degli “economisti degli aggregati” i cui interlocutori preferenziali sono gli AP (Amministratori Pubblici), globali e nazionali, e i generali del Sistema Finanziario.

Difficilmente i Cittadini riescono a individuare realmente chi facilita e chi ostacola; riescono però a comprendere che gli AP sono costosi, ma servono. Più precisamente: dovrebbero servire. Il dubbio che veramente servano viene quando variano le tasse, i tassi, la moneta e, nel 99% dei casi, abbassano il GDPpc. Se lo stormo volasse i Cittadini non se ne accorgerebbero, ma quando lo stormo è bloccato a terra, l’orizzonte è basso e le montagne dei costi si vedono benissimo.

Gli Italiani fanno il GDP? Gli economisti sono concordi: da decenni gli italiani producono poco o nessun valore aggiunto. Lo stormo è bloccato a terra. Non tutti lo sono, ma quei i Cittadini che sono in grado di generare valore sono molti meno di quelli che lo consumano. Il risultato complessivo tende quindi al ribasso. Sarebbe bello che molti di più generassero più valore di quanto ne consumino. È per questo che qui cerchiamo di capire la formula magica di quelli che generano valore aggiunto (di nuovo: i coefficienti lineari tasse, tassi e moneta che tanto appassionano il dibattito sono solo costose leve secondarie).

La cattiva notizia è che nessuno conosce un metodo certo per aggiungere valore. La seconda cattiva notizia è che il principio generatore di valore è il lavoro. La terza cattiva notizia è che, a causa di insegnamenti mal erogati e mal recepiti, molte persone credono che basti pedalare, possibilmente poco, per creare valore aggiunto; la dura realtà è che pedalare è fatica, ma non necessariamente è lavoro (**).

Il rotore del valore aggiunto – Il motore del valore aggiunto può essere rappresentato in molti modi, questa volta abbiamo scelto “Il rotore del valore aggiunto”.  È composto da 4 pale predisposte in modo che a ogni rotazione l’elicottero prenda un po’ di quota. La quota corrisponde alla misura del patrimonio/valore corrente. Se fossimo fisici, diremmo che salendo l’elicottero accumula energia cinetica. Un certo numero di economisti invece direbbe che il lavoro ben congegnato produce patrimonio/valore aggiunto. Insomma, se il rotore gira bene, le pale spingono in su l’elicottero, il valore aggiunto, il patrimonio, la crescita, i compensi e molto altro:

  1. Persone preparate – Per fare un prodotto innovativo, attrattivo vendibile ad un prezzo vantaggioso serve la cooperazione di persone istruite, preparate, esperte, capaci di accedere, utilizzare, assemblare conoscenze e materiali.
    • Il più attivo trasformatore esistente sulla superficie della Terra è l’uomo. Un certo numero, non piccolo, di persone dispongono di un micidiale strumento di trasformazione che, senza sollecitazioni particolari, progetta e fa produrre beni e servizi di tutti i tipi. Uso la parola “micidiali” perché talvolta gli uomini producono più mali e che beni.
    • L’uomo è strabiliante; è in grado di far cooperare innumerevoli persone e macchine, che lui stesso ha costruito; fa eseguire loro migliaia di operazioni diverse. Ci vuole più di un dizionario per elencarle: tagliare, cucire, piegare, imparare, pensare, cucinare, spedire in alto, scrivere, ricordare, avvitare, insegnare, stampare, ……
  2. Conoscenze
    • Conoscenze libere – I nostri predecessori ci hanno messo a disposizione un’enormità di conoscenze, liberamente e gratuitamente accessibili: la ruota, il fuoco, la stampa, la ricetta del risotto, ecc.
    • Conoscenze Proprietary(Rassegniamoci: gli italiani hanno insegnato l’allegretto andante, gli anglofoni hanno insegnato l’IP-Intellectual Property). Non tutte le conoscenze sono libere, alcune conoscenze sono “proprietary”. Se si desidera usare le conoscenze proprietary, è necessario provare ad acquisirne i diritti d’uso.
    • Densità di conoscenze – Tanto più dense, e facilmente accessibili, sono le conoscenze dell’ecosistema, tanto maggiore è la probabilità che l’elicottero voli più in alto; più l’ambiente è denso di conoscenze, più è probabile che lì sia prodotto maggiore valore aggiunto.
  3. Materiali – Naturalmente è meglio acquistarli al prezzo il più basso possibile (il caso del giorno è il petrolio – basso prezzo, alta spinta economica). Una volta poteva succedere che fosse sufficiente estrarre certi materiali senza altro costo che quello del lavoro; con la fine del colonialismo e con la progressiva riduzione dei regimi autoritari non è più possibile; bisogna comprarli sul sempre più libero mercato
  4. Compensi crescenti, più elevate sono le capacità delle persone, più sono ricercate le loro competenze, più sono bene compensate. Più le persone sono gratificate dal lavoro che fanno, più sono professionalmente e personalmente motivate e più sono spinte a innovare, inventare, studiare, scoprendo e inventando nuova conoscenza. Più le persone producono valore aggiunto, maggiori sono i loro compensi (***).

Patrimonio/valore Ad ogni giro del rotore nuovo patrimonio/valore viene aggiunto al patrimonio/valore pre-esistente. Ciascun umano, ciascuna impresa, utilizza quante più conoscenze possibili, le miscela ordinatamente con risorse fisiche ed energia con l’esito di ottenere un manufatto/servizio che prima non esisteva e nuova conoscenza che prima non c’era. Nuovi beni e nuove conoscenze vanno a sommarsi al patrimonio pre-esistente di valore e di conoscenza. Una parte del Patrimonio di valore e di conoscenza viene reimmesso in circolo per alimentare il moto del rotore e si può chiamare “circolante”. E una parte si accumula immobile. L’Italia ha avuto grandissimi generatori di patrimonio/valore; tanto che oggi i cittadini italiani sono fra i primi in classifica mondiale per ricchezza pro-capite. Il problema è che da oltre dieci anni consumiamo patrimonio/risparmi invece di aggiungerne.

Compensi crescenti, o calanti? – Se l’elicottero sale, anche ciascuna pala sale. Ovvietà non ovvia, perché se una delle pale inizia a scendere, prima o poi scende tutto l’elicottero. A tal proposito può essere interessante analizzare quale “pala” può dare il maggior contributo alla quota dell’elicottero e alla qualità della vita.

  • Il costo dei materiali, per quando bravi siano i compratori dell’ufficio acquisti, il risultato finale non può scostarsi troppo dalla media di mercati mondiali. Il mondo è sempre più globalizzato con meno confini, meno valute, con più circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, non ha più bisogno delle vie della seta e delle spezie per connettere mercati con prezzi diversi. Quasi tutto è raggiungibile, con relativa abbondanza, a prezzi simili e sempre più bassi. Il mondo è sempre più efficiente. Lo sharing (bike, car, devices, ecc ) e la circular economy riducono enormemente scarti e inefficienze. Nel contempo i rubinetti che controllano le scarsità (cioè i prezzi forzosi) sono sempre meno numerosi (es: petrolio). Le materie prime e i semilavorati a basso valore aggiunto non possono modificare di molto il valore aggiunto finale.
  • Il patrimonio iniziale (pre-esistente) è un essenziale facilitatore iniziale. Nonostante tutto, anche i mercati finanziari tendono ad essere più efficienti e il denaro può essere “affittato” a prezzi simili ovunque.
  • La conoscenza è potenzialmente infinita. Risiede nei singoli individui e nell’ecosistema. Si sposta facilmente verso i luoghi più confacenti all’innovazione e dove le persone sono meglio compensate per la loro conoscenza. Anche se il mondo è più alfabetizzato, con gradi di conoscenza distribuiti e simili, la conoscenza rimane la leva che può indurre le più ampie variazioni di valore. La distribuzione massiva della conoscenza esistente è ormai efficientissima; il web ha rimosso le barriere all’accesso ad un prezzo bassissimo (esclusi i paesi autoritari e arretrati). La distribuzione di alta qualità (sistema educativo universitario) è invece strumento costoso, non facilmente accessibile, piuttosto “localizzato”. I punti di generazione di conoscenza, i Centri di Ricerca e Sviluppo, sono ancora meno accessibili, spesso protetti da filtri per difenderne la natura “proprietary” (scarsa e a prezzi/compensi alti). Ve ne sono di pubblici e di privati. La loro densità territoriale e la loro attrattività sono essenziali per la crescita. “Essenziali” vuol dire che se sono nella media o sotto la media il declino collettivo è assicurato. Anche i recenti studi e dibattiti sulla “stagnazione secolare” tendono a confermare che se da una parte il divario di conoscenza tende a livellarsi, dall’altra la densità di conoscenze è la più promettente leva di crescita.  È la principale leva che può aumentare il GDPpc, i compensi per capita.

—- Note —-

(*) L’incremento del GDPpc prodotto dalla PA è, per ragionevole convenzione internazionale, pari al suo costo. E’ un criterio ragionevole perchè molti dei servizi, come la difesa, la diplomazia, ecc non hanno nè un momento di cessione fra le parti né ovviamente hanno un prezzo di cessione. Però i princìpi della contabilità richiedono che la “partita doppia” sia sempre “quadrata”.  Convenzionalmente perciò si assume che vi sia un’effettiva cessione complessiva annuale (chiusura annua del bilancio) nel quale il “valore di cessione” è fissato pari al costo. Perciò il GDP/GDPpc della PA può aumentare solo, ed esattamente, tanto quanto aumentano, o diminuiscono, i costi. In pratica: più l’amministrazione pubblica aumenta i compensi a sé stessa più il GDP/GDPpc aumenta; e viceversa. In entrambi i casi non aumentano nè il valore aggiunto, né la crescita, né la produttività; semmai decrescono perchè tante più persone lavorano per la PA, tante più vengono sottratte da attività che invece possono, e dovrebbbero, produrre valore aggiunto. Le regole della contabilità per la PA sono fissate, chiare e condivise. La discussione filosofica-economica-politica sull’uso della PA, e delle sue leve-coefficienti-lineari, può oscillare dallo “stimolo” al “freno” che la spesa pubblica può fornire all’economia reale. Torniamo quindi a quanto può fare il manovratore di tasse, tassi e moneta: può “stimolare”, verso l’alto o verso il basso, applicando coefficienti all’economia reale, ma non può direttamente produrre variazioni di valore aggiunto.

(**) Nel linguaggio comune, la parola ‘’lavoro ‘’ è applicata a qualsiasi forma di attività che sia in grado di produrre un risultato. Se non c’è risultato, non c’è nemmeno lavoro, solo spreco di energie.  http://www.rosarioberardi.it/sitoberardi/centralielettrichenew/schede%20didattiche/unitapprendienergia.pdf.

(***) Nei manipolati miti metropolitani ancora vive la distorta interpretazione secondo dal quale la produttività si ottiene solamente forzando più ore di lavoro. In realtà la produttività aumenta più facilmente se il “prodotto/servizio” contiene un’alta densità di know-how distintivo. Fenomeno che si può facilmente riscontrare dei settori ad alta densità di conoscenza come i comparti farmaceutici, info-tech, aerospaziali, difesa (industria), ecc.

Mini-econoregole: Il debito a banda larga

Il debito è a banda limitata, nella quantità e nel tempo.
Il debito è lo specchio del credito; sebbene non indispensabile, è un utile acceleratore dell’innovazione e del valore aggiunto.

Le istruzioni per l’uso ci avvertono però di alcuni pericolosi rischi:

  • Il debito non è a banda larga. ATTENZIONE: non superare la soglia della restituibilità (*)
  • Il debito/credito va impiegato solo per la produzione valore aggiunto (non usare a copertura della spesa corrente).

Quando il debito supera questi limiti, il fallimento è irreversibile e si paga con la perdita della libertà (**).

Sono regole semplici e di basilare buonsenso;  sono invece capovolte dagli Amministratori Pubblici che decidono in modo totalmente avverso. I gravissimi danni ai cittadini, nel presente e nella storia, sono evidenti; eppure anche molti cittadini si sono lasciati convincere che il debito a banda larga, smisurato, è cosa buona e utile. Misteri dell’umanità.

(*)  Nei recenti decenni il Sistema Finanziario ci ha fatto credere che il debito “si rinnova”, non si restituisce. Il senso completo della frase è invece che il debito viene nel tempo eroso dall’inflazione e perciò sparisce. Non ci è stato spiegato dal Sistema Finanziario che l’inflazione è una sorta di tassa lineare che lima risparmi e compensi. Anche i Governi tendono a farci credere alla stessa favola; d’altra parte questa favola offre grande convenienza nel giustificare indebitamenti pericolosi per la libertà dei cittadini.

(**)  La libertà è la sintesi delle aspirazioni dell’uomo, dalla possibilità di realizzare una piccola aspirazione alla vita stessa.

Il Paradosso del PIL

PIL e resilienza – Per qualcuno la resilienza è un pregio e per altri un problema. Una molla compressa prima o poi torna al suo stato precedente senza nulla cambiare; reagisce come “un muro di gomma”. In alcune circostanze è utile, in altre meno. Per esempio quando occorre cambiare è opportuno farlo e farlo con tempismo ed energia. Si butta via la vecchia molla e se ne mette un’altra: fatta una resilienza se ne fa un’altra. Qui vorremmo rendere l’idea che un’unica resilienza, per buona che sia,  può costare molto.

In passato noi italiani siamo stati convinti europeisti. Tutto sommato, leggendo i numeri qui poco oltre, abbiamo scelto bene. Ma ci siamo occupati relativamente poco di cosa facevano in Europa. Non sempre abbiamo controllato l’operato dei nostri amministratori e non sempre siamo stati attivi, presenti e inicisivi.  Ci siamo confrontati relativamente poco con l’Europa e specialmente con i G7 con i quali abbiamo fatto molta strada, da leader economici mondiali. Oggi che la nostra posizione si è economicamente indebolita è ancora più importante che ci misuriamo e che reagiamo. Ci criticano, forse, ma non siamo stati così pessimi come ci dipingono. Anzi direi quasi che ci usano come capro espiatorio generale e noi li lasciamo fare. Altrove affronteremo meglio questo nostro contraddittorio comportamento. Ora invece leggiamo i numeri e confrontiamoli sforzandoci di operare col minimo del pregiudizio.

Partiamo dal PIL che è internazionalmente considerato il parametro basilare di riferimento per ogni confronto internazionale. I dati ci raccontano storie spesso sorprendentemente diverse da quelle che ci immaginiamo nei luoghi comuni entro cui fin troppo spesso ci cacciamo. O provano a cacciarci.

L’andamento del PIL Italia (qui sotto nella traccia arancione), come ricavato dai dati di World Bank, mostra calma piatta dal 1995 al 2001, forte crescita dal 2001 al 2007 (nonostante i detrattori dell’euro) e da lì decrescita che al 2012 torna ai valori del 2007 e da allora continua a scendere.

tabella 14La comparazione con altri del G7 è sugli andamenti (percentuali) e non sulle quantità. Volutamente abbiamo “forzato” un ipotetico punto di partenza uguale per tutti per poi verificare come ciascuno si è comportato nell’arco dei 17 anni pre e post arrivo dell’euro. Un primo insieme di considerazioni generali:

  • ciascuno ha approcciato l’arrivo dell’Euro in modo diverso e i posizionamenti divergono alquanto dal 1995 al 2001. Chi guadagnandoci e chi perdendoci. L’Italia né l’uno né l’altro.
  • Poi tutti insieme ci hanno guadagnato per sette anni consecutivi
  • Dopo l’annus terribilis 2007 ci hanno perso, di nuovo tutti insieme, ma con esiti diversi al punto di arrivo: UK leader e Italia ultimo posto
  • Le aree sottostanti a ciascuna traccia rendono l’idea dell’accumulazione della ricchezza. Qui le posizioni in parte cambiano
    • UK largamente in testa
    • Italia al secondo posto. La resiliente Italia perde poco e guadagna poco. Interessante fenomeno da analizzare bene.
    • Germania non così performante come appare nell’immaginario comune. Forse capiamo perché i tedeschi sono così preoccupati dell’Europa. Forse non è solo desiderio di egemonia.
    • Per tasso di crescita del PIL, per trascinamento l’accumulo di ricchezza, dopo i primi sei anni sono tutti più simili. Le differenze di andamento tendono a diminuire.

Più analiticamante:

  • La Germania sviluppa valori assoluti di due/tre volte superiori a quelli dell’Italia, ma:
    • nel suo periodo di “marco forte” pre-euro perde pesantemente quota in termini di PIL. Contrariamente alle credenze sulle valute forti e deboli pre Euro.
    • dal 2001, introduzione dell’euro,  inizia un recupero strabiliante, ininterrotto fino al 2008
    • da quel momento rimane sostanzialmente a crescita zero
    • La Francia parte effettivamente con volumi quasi uguali a quelli dell’Italia:
      • nell’era del franco pre-euro il PIL perde quota un poco più dell’Italia, ma  recupera e il suo trend alla lunga supera quello dell’Italia
      • dal 2008, come quasi tutti inizia una discesa non ancora interrotta
      • Colpisce l’andamento di UK che:
        • prima dell’Euro cresce, in antitesi alle altre economie (effetto delle loro riforme?)
        • con l’entrata dell’euro cresce con lo stesso tasso di crescita degli altri
        • nel 2008 subisce il trauma come tutti, ma reagisce alla crisi e nel 2009 svolta e da allora cresce costantemente – euro o non euro. Una flessibilità, tutt’altro che resiliente, e una dinamicità da fare invidia.

La Germania è giustificatamente preoccupata dal suo PIL di lungo periodo, che però è già in miglioramento. Nel contempo noi non siamo per nulla preoccupati della nostra resilienza, nemmeno quando la fotografia al 2012 (grafico precedente) ci mostra con il PIL (in valore) proporzionalmente peggiore del gruppetto.

Il PIL è una misura di interesse primario dei cittadini perché stima le entrate delle loro famiglie. Ancor di maggiore interesse è il PIL pro-capite. Eurostat ci dice che gli amministratori di USA, UK e Germania davvero si sono presi cura dei loro cittadini (PIL procapite) creando le migliori condizioni affinchè essi potessero esprimere la loro capacità di generare prosperità.

tabella 14.1

Il paradosso del PIL – Il grafico qui sopra derivato dai dati Eurostat mostra che il PIL procapite italiano è da sempre piatto (in percentuale di crescita) e in declino progressivo dal 2007 in poi. Situazione apparentemente contraddetta dall’analisi qui di seguito.

tabella 14.2

Ci viene proposta una interpretazione incoraggiante del PIL italiano aggregato che sembrerebbe performare assai meglio della media Europea. Nonostante un declino complessivo del tipo “mal comune mezzo gaudio”.

Il trend comparativo apparentemente mal si concilia con gli andamenti dei PIL procapite dei G7. Non è da escludere che i grafici, pur ciascuno corretto, tendano a suggerire alcune interpretazioni. Probabilmente per noi cittadini è più rilevante il PIL procapite e il confronto con i G7 (i più performanti di cui ancora facciamo parte) invece che con le medie di tutti gli stati europei. È possibile tuttavia che certi grafici e certe interpretazioni siano più gradite ai lettori che preferiscono la medietà alla leadership. Agli italiani resilienti forse piace di più la medietà che la leadership. Comunque pare che ai resilienti non piaccia sentirsi dire cose sgradevoli.

Siamo pronti per le considerazioni finali:

  • Noi cittadini siamo stati bravi a produrre Ricchezza, sebbene miracolosamente senza far crescere il PIL procapite. Vi sono varie controverse ipotesi sul come questo sia accaduto questo strano fenomeno.
  • I nostri amministratori hanno contribuito alla crescita, ma non abbiamo ancora capito come e in che misura. Forse mettendo in circolo il denaro che lo Stato si è fatto prestare (debito dello Stato). Ma senza utilizzarlo per far cresce il PIL procapite.
  • Siamo preoccupati perché da sette anni stiamo bruciando patrimonio. Anche su questo gli amministratori hanno contribuito, ma non è chiaro come e quanto. Bisogna invertire la tendenza
  • Questo è il grande e insoluto problema: come facciamo a invertire il trend e a tornare fra i primi della classe? Ammesso che effettivamente vogliamo tornare fra i primi della classe che, notoriamente stanno meglio degli ultimi?
  • Il quesito ne sottointende un altro che è anche un  prerequisito: quali entità sono in grado di generare crescita del PIL procapite? Certamente non l’Amministrazione Pubblica che per definizione contabilizza PIL pari al valore dei compensi dei dipendenti. Ovvero quel PIL può crescere solo se aumentano i costi (compensi) dell’amministrazione pubblica, obiettivo che non credo sia nelle priorità dei cittadini.