Provocazione geopolitica: la vanità e le affinità elettive

Le democrazie occidentali sono vittime della vanità intellettuale degli establishment che, dopo avere fatto del bene al mondo interno, si sono dimenticati di farsene riconoscere il merito, nel grande gioco globale hanno trascurato larghe fasce delle loro popolazioni scivolate nell’arretramento socio-economico. Il nazional-populismo è la  risposta già vista dei colpiti verso establishment arroccati fino alle peggiori conseguenze.

USA – Il nazional-populismo è particolarmente pericoloso nelle mani della più grande potenza economica e militare del globo e come al solito si agita confuso e contraddittorio salvo che per due aspetti:

  • I nazional-populisti sono terrorizzati dai vicini
  • L’affinità con il Paese nemico per eccellenza che ha perso il suo ruolo nel mondo.

La Germania e l’Europa – La Germania avrebbe potuto essere il leader aggregante e motore dell’Europa, invece ha rifiutato il ruolo preferendo la vanità del primo della classe, per giunta sbruffone, tirandosi addosso la reazione tribale di tutti: «dagli al secchione». Gli effetti disgreganti sono all’opera da tempo.

La Russia – Centocinquanta milioni di persone vivono nel Paese più vasto del mondo, hanno un GDP percapita piuttosto basso, ma un Gini e un HDI (Human Development Index) medio. La Russia non ha la massa critica per competere con USA, Cina, India, Europa. Prima o poi dovrà elettivamente avvicinarsi a qualcuno di questi.

Cina e India – I colossi demografici hanno contribuito più di tutti alla crescita mondiale. Nessuna sorpresa se il G7 venisse sostituito da un GX: USA&Co, Cina, India, Europa(se esisterà)&Co più qualche altro residuo storico o qualche emergente. L’Islam contro tutti capirà, meglio tardi che mai, che lo scontro non vale la candela.

Africa sub sahariana – Finalmente uscita dalla cruentissima fase post-coloniale, ha imboccato la strada per una crescita stabile.

America latina – Ancora incerta fra socialismo reale e modernità, prima o poi troverà la sua strada.

Forse l’unica cosa al momento comprensibile del neopopulisono trumpiano è che gli USA metteranno la Russia nelle condizioni di scegliere se stare con gli americani (già cooperano su molti fronti) o se dare una mano all’Europa nel liberarsi dalla vanità tedesca (e francese) per finalmente unirsi alle democrazie recenti, già vecchie e stanche, ma non così mal messe.

All’Europa forse converrebbe un’amicizia con la Russia post comunista. Tutto sommato centocinquanta milioni di persone aspettano di entrare nel club delle democrazie effettive e sono oggettivamente più vicine all’Europa di altre popolazioni in Paesi con i quali l’Europa dialoga più volentieri come ad esempio la Turchia più dittatorial-islamica che mai.

 

L’implacabile legge di Merton smonta l’idea del legislatore che comanda.

De Nicola e Bragantini ingaggiano una conversazione sulla legge di Merton secondo la quale falliscono, assai frequentemente, i tentativi del legislatore di imporre (con  leggi-comando) comportamenti economici ai Cittadini. Questi invece si inventano mille modi per comunque raggiungere il loro scopo nonostante i comandi nei quali non credono. È una storia assai datata; è difficile imporre agli uomini comportamenti che ritengono contrari ai loro interessi.

È l’idea stessa del comando degli Amministratori Pubblici sui Cittadini che ha fatto il suo tempo. La democrazia, in Italia particolarmente, garantisce al Cittadino il “diritto della sovranità”, ma chiama a sè, all’Amministrazione Pubblica, l’esercizio del potere, il comando. Da ottocento anni, la Storia della democrazia è un percorso di trasferimento evolutivo dell’effettivo esercizio del potere dagli Amministratori  Pubblici ai Cittadini. Non importa se gli Amministratori Pubblici sono autocrati o democratici; cambia l’intensità di violenza nel cambiamento, ma il cambiamento in sè non si ferma.

Qualche numero e fatto. Prima del 1940 le Costituzioni democratiche (quelle che, nelle dichiarazioni, sostengono la sovranità del popolo) erano una dozzina; ai giorni nostri sono circa duecento. L’incredibilmente rapida espansione delle democrazie non corrisponde però all’evoluzione delle forme dell’esercizio del potere. Salvo qualche rara eccezione, il comando rimane essenzialmente centralizzato.

La legge di Merton dimostra con gli esempi, che il comando del popolo (Amministratori Pubblici) sul popolo funziona sempre meno. Altri fenomeni sociologici lo dimostrano ancora di più. La democrazia non evolve da settant’anni ed è stanca. Il diritto alla sovranità non basta, è necessario trasferire anche parti del potere esecutivo, un passo alla volta.

Alessandro de Nicola: L’imprevedibilità delle leggi e gli effetti distorti sull’economia.

Il commento di Bragantini e la replica di De Nicola: Il rapporto migliore tra leggi ed economia

 

Gli scambi internazionali non si fermano. Meglio partecipare agli accordi o subire quelli degli altri?

L’ENNESIMA sessione di negoziati tra Unione europea e Stati Uniti relativa al Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, meglio conosciuto come Ttip, si è conclusa con lenti progressi ma non sufficienti a imprimere una svolta a una trattativa che ormai va avanti da anni tra frenate ed accelerazioni. Tuttavia, l’attenzione dell’opinione pubblica europea si è solo recentemente concentrata sulle vicende di questo partenariato, sull’onda del sentimento populistico e no-global che la pervade.
Alcuni temi che vengono negoziati tra Usa ed Europa e dove ci sono legittime divergenze, normali e presenti anche quando si contratta il prezzo di un appartamento, vengono presentati come complotti di “informi” multinazionali a scapito delle piccole imprese e dei cittadini. Si agita lo spettro di danni alla salute dei consumatori, di cessione di sovranità a tribunali arbitrali privati e così via.

Ma come funziona in realtà e a cosa serve la politica commerciale europea? Prima di tutto è bene sapere che l’Unione europea ha competenza esclusiva sul commercio internazionale. In altre parole non c’è la possibilità per l’Italia di fare un accordo separato con gli Usa, il Canada o chicchessia. Ciò rappresenta sicuramente un vantaggio, perché fa sì che economie tutto sommato simili e con un corpus di norme comuni possano negoziare con altre nazioni in una posizione più forte. Inoltre, nel corso degli anni si è formato un gruppo di funzionari specializzati e sofisticati che sono in grado di capire i vari dossier con maggiore maestria dei singoli paesi: uno dei problemi posti da Brexit al Regno Unito è proprio quello di dover partire da zero nel ricostruire un dipartimento in grado di prendere in mano i complessi argomenti del commercio internazionale. Lo svantaggio è che, siccome non si possono completamente ignorare i governi, alcune posizioni protezionistiche di nazioni importanti (la Francia, ad esempio) diventano di tutti.

Con le sempre maggiori difficoltà incontrate dal Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, a concludere accordi globali che abbassino le tariffe e soprattutto le barriere non tariffarie, la Ue è progressivamente più impegnata in negoziati bilaterali con singoli Stati o associazioni di Paesi (come l’Asean, l’area di libero scambio del sud-est asiatico). Si tratta di una tendenza mondiale: non solo la Russia negozia free trade agreement con la Cina e l’India e queste tra di loro, ma sorgono come funghi trattati multilaterali, unioni doganali (in Africa e nel Pacifico si nota un particolare dinamismo), persino monete uniche o codici di commercio transnazionali (ancora una volta la giovane Africa va veloce).

Il trattato più importante recentemente firmato è il Tpp, tra gli Usa e un nutrito numero di Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, dal Giappone all’Australia, passando per Nuova Zelanda, Messico, Malesia, Singapore, Cile e così via. Gli Stati Uniti però devono ancora ratificarlo e, con le politiche neo-protezioniste proclamate da Trump e da Hillary Clinton, la sua entrata in vigore non è così certa.

L’Unione europea non sta con le mani in mano: nel 2011 ha concluso un patto di libero scambio con la Corea del Sud (il primo con un Paese asiatico) che ha avuto effetti spettacolari. Infatti le esportazioni di merci europee sono aumentate in meno di 5 anni del 55% (con percentuali più alte per quelle liberalizzate anche solo parzialmente) da 30 a 47 miliardi di euro, e anche la Corea ha aumentato il suo export, benché quello che prima era un deficit commerciale per il Vecchio continente si sia trasformato in un surplus di 6 miliardi di euro. Simili exploit si sono registrati nella prestazione transfrontaliera di servizi.

Bruxelles ha poi firmato il Ceta, vale a dire il trattato con il Canada, che ora, con curiosa procedura, dovrà passare non solo per il Parlamento europeo ma per tutti i parlamenti nazionali, dando così potere di ricatto a chiunque e come minimo allungando i tempi di entrata in vigore. Infine, l’Unione sta negoziando altri importanti accordi con il Giappone ( Japan Free Trade Agreement) , la Cina ( China Investment Agreement) e sta rivedendo trattati già in vigore o è seduta a nuovi tavoli con l’America Latina (Mercosur), l’Africa soprattutto Occidentale e l’Asia meridionale.

Perché sarebbe importante fare presto e concludere le negoziazioni in corso? Prima di tutto perché più si aspetta più si ritardano i benefici che ad esempio il libero scambio con la Corea ha reso evidenti. Inoltre, in un mondo in cui nel futuro prevedibile (agli scenari a 30 anni non ho mai creduto, ed empiricamente direi che è uno scetticismo ragionevole) il peso di Cina, India e Africa è destinato a crescere di più di quello dell’Europa, è bene che le regole del gioco del commercio mondiale siano impostate ora con quei Paesi con cui condividiamo valori e strutture politiche. Se oggi come europei facciamo storie sulla presunta inflessibilità americana al tavolo delle trattative (che peraltro verte su punti non essenziali del Ttip), forse non abbiamo idea di cosa vorrà dire tra qualche anno sedersi al tavolo con diplomatici cinesi rappresentanti un Pil doppio del nostro.

@aledenicola

Sindaci dei Comuni terremotati: aprite un conto unico per gli aiuti in denaro e pubblicatelo

Cari Sindaci dei Comuni terremotati, tutti i Cittadini italiani e del mondo sono con voi; non vi è alcun dubbio su questo. Ma non è chiaro “quanto” siano con voi. Pensiamo che sarebbe davvero chiaro se:

  • Apriste un conto corrente unico, in ciascuno dei vostri Comuni, sul quale far confluire tutti gli aiuti in denaro provenienti da qualsiasi organizzazione pubblica o privata, sia quelli che provengono dallo Stato sia quelli che provengono dai privati o dai Paesi stranieri o dall’Europa
  • Pubblicaste sui vostri siti il denaro ricevuto e il denaro destinato a chi e a quale progetto
  • Pretendeste dai media (almeno stampa e TV nazionali) che tengano in prima pagina le coordinate del vostro conto sul quale versare e con quale mezzo.

Una semplice trasparenza che toglierebbe di torno intermediari politicanti e gli interessati a strumentalizzare le disgrazie occorse ai vostri Comune e ai vostri Cittadini.

Decidete voi a chi e a quali progetti destinare le risorse finanziarie. Non consentite che alcuno dubiti della vostra capacità, serietà ed equità nel fare il bene dei vostri Comuni e dei vostri Cittadini. Non lasciate che faccendieri, politici e non, interferiscano sulla capacità, dei vostri Cittadini e vostra, di decidere equamente per il bene generale e di ciascun cittadino danneggiato.

Avrete molto di più di quanto vi promettono i faccendieri.

PS

Prendete atto che le organizzazioni che vogliono donare con trasparenza non donano allo Stato o a i vostri Comuni, ma a organizzazioni che hanno immagine (es. Croce Rossa) di neutralità e distanza dagli interessi dei faccendieri.

Certo, molti vorranno impedirlo dicendo che così gli aiuti vanno ai Comuni con maggiore immagine mediatica, es. Amatrice. Crediamo invece che questa sia una palestra per voi di dimostrare di poter cooperare (es: distribuire pro capite gli aiuti fra di voi?) senza bisogno dello Stato-padre-padrone. E sia anche una palestra per i media per cooperare con voi invece che con gli intermediari pubblici e privati.

Le Città liquide e l’ordine immaginato

Il populismo è il dissenso verso l’”ordine costituito” i cui Amministratori non sono più in grado di fornire sicurezza e prosperità ai Cittadini, nemmeno in forma di sogno per il futuro. Il populismo è il sintomo inascoltato del desiderio di un mondo nuovo. Il populismo non propone nuovi modelli sociali, solamente mostra un insieme incongruente e disorganizzato di aspirazioni. La Storia insegna che il primo ad organizzare le aspettative dei Cittadini si prende la guida verso l’autodistruzione o verso un più grande futuro.

Gli Stati sono nati per separare gli “uguali” con muri di confine; dentro ci sono gli uguali (sempre i migliori) e fuori ci sono i diversi, inevitabilmente i peggiori. Da più di duecento anni i Cittadini stanno costruendo un sistema, la democrazia, nel quale gli uguali non sono più uguali, ma sono tutti individualmente diversi e hanno pieno diritto di esserlo. Il dentro e il fuori hanno sempre meno senso.

Le Città, al contrario degli Stati, sono sempre state il punto di aggregazione spontaneo degli uomini, di qualsiasi uomo. Sono connesse fra loro e sono nodi di una rete attiva, inclusiva, innovativa. Saranno le Città a proporre, sperimentandolo nel concreto, un nuovo modello di cooperazione che superi le rivalità fra nazioni?

Solo chi ha vissuto per mezzo secolo nel socialismo reale e per un altro mezzo insegnando sociologia in UK poteva coniare la definizione “società liquida”. Baumann ha visto e descritto il dissolversi del mito della “società solida” (la società governata da un “ordine unico” di princìpi universali, eterni, immutabili, divini) e l’inizio della “società liquida”, nella quale i comportamenti dei singoli sono congruenti solo in parte, per lo più sono mutevoli e valgono temporaneamente solo negli accordi fra pari.

L’”ordine immaginato” che regge le società solide (non così tanto solide)

Le prime Città – Si stima che all’epoca della Rivoluzione Agricola, 12.000 anni fa, sulla Terra vivessero 5-8 milioni di cacciatori-raccoglitori nomadi. Duemila anni fa 1-2 milioni di cacciatori-raccoglitori ancora resistevano sulla superficie terrestre che nel frattempo si era coperta da chiazze di una muffetta sottilissima composta da 250 milioni di agricoltori stanziali. Insieme all’agricoltura e alla stanzialità, gli umani avevano inventato i villaggi e le Città

I confini – La terra coltivata era costantemente minacciata dell’invadenza della vegetazione, degli insetti, degli animali, degli stranieri. Preoccupazioni di sopravvivenza, al limite del paranoico, occupavano l’animo degli agricoltori. Inventarono così la separazione difensiva installando steccati, siepi, fossati e infine anche mura.

Ricchezza individuale o collettiva? – C’è chi sostiene che la Rivoluzione Agricola portò enormi benefici all’umanità. È innegabile che la società umana collettivamente mise a segno un grande successo di crescita numerica, diffusione e occupazione territoriale. Molti però argomentano che, con l’aumento della popolazione, la qualità della vita del singolo individuo sia peggiorata.  La Rivoluzione Agricola in effetti incatenò gli umani alla terra, li costrinse a vivere sempre nello stesso posto, in capanne di pochi e angusti metri quadri e accalcate l’una sull’altra, nella pericolosità di una dieta poco varia, nella scarsa igiene che la stanzialità compressa implica.
Paradossalmente la tipica casa degli agricoltori conteneva costosi manufatti in numero molto superiore a quelli posseduti da un’intera tribù di cacciatori-raccoglitori. Gli attrezzi erano costosi, ma non erano esattamente una ricchezza; erano mezzi indispensabili per mantenere la produzione di cibo in quantità sufficienti a pareggiare il crescente fabbisogno delle comunità umane. Si era creata una spirale impressionante: più cibo c’era, più cresceva il numero di umani e più aumentava il fabbisogno di cibo. Gli agricoltori si erano ridotti a ricchi-poveri, schiavi della loro stessa terra che mai potevano abbandonare, che dovevano difendere, che dovevano coltivare con attrezzi complicati da costruire.

Qualcuno è più uguale – Troppo impegnati a produrre cibo e scorte, gli agricoltori non badarono troppo all’animo predatorio sopravvissuto in alcuni degli umani: i briganti. Questi capirono presto che avrebbero potuto campare con meno sforzo sottraendo le scorte agli agricoltori, ad alcuni anche il necessario per vivere. I briganti oziavano su tutto, ma non sulle arti della violenza necessarie ad ottenere la “cooperazione” degli agricoltori affinchè provvedessero al loro mantenimento. I briganti assunsero il ruolo a loro più confacente: amministratori delle comunità. La violenza però è piuttosto inefficiente; bisogna darsi da fare con la spada, qualche brigante moriva o restava mutilato; ma il peggior effetto è che la violenza decima la popolazione produttiva.
Al nostro tempo contemporaneo, la parola cooperazione è evocativa di buoni sentimenti e giudica la sudditanza una forma di cooperazione troppo forzosa. A quel tempo invece, gli umani, che sono gente inconsapevolmente pragmatica, cominciarono a credere ad un nuovo ordine delle cose: ai benefici della sudditanza volontaria.  Tutto sommato gli amministratori, briganti e violenti, tenevano tutto “ordinato” secondo il loro modo di vedere; allo scopo era a loro sufficiente eseguire, di tanto in tanto, qualcosa di violento per ricordare che avrebbero potuto essere molto pericolosi. Il sistema implicava quindi un uso minimo ed efficiente della violenza; così, con beneficio per tutti, gli agricoltori potevano moltiplicarsi più velocemente.
Nei fatti l””ordine immaginato” della sudditanza produsse un ulteriore successo. L’agricoltore e la sua famiglia stentavano, ma la collettività andava a gonfie vele. Nell’8500 a.C. Gerico contava alcune centinaia di abitanti. Nel 7.000 a.C. la Città di Çatalhöyük contava 5-10.000 abitanti. Come un sistema stellare in formazione, intorno al 4-5.000 a.C. molte erano le Città popolose in grado di controllare i villaggi vicini, anch’essi sempre più grandi. Le Città attraevano migliaia di individui e il processo di aggregazione era solo all’inizio. Ma l’espansione del genere umano stava per collassare, come Babele, sotto il peso del proprio successo.

La scrittura e la burocrazia – In milioni di anni, gli umani avevano affinato un metodo per stare insieme in gruppi che non superavano le poche decine di individui. Ma le Città si erano moltiplicate e ciascuna contava migliaia e migliaia abitanti. L’antico metodo sociale non era più sufficiente. Tutto stava succedendo molto rapidamente ed era assolutamente necessario trovare un metodo che facesse cooperare decine di migliaia di persone che non si conoscevano fra di loro. Molto tempo addietro gli umani avevano inventato i miti che gli anziani, e gli sciamani, ripetitivamente raccontavano per ricordare i comportamenti “utili” e quelli pericolosi; più o meno tutti fermamente credevano ai miti col risultato di tenere coesa la piccola comunità. Col sistema di trasmissione orale però i miti non potevano essere ricordati tutti quanti, a così tante persone e sempre con la stessa precisione.
Con l’aumento delle terre e delle popolazioni agricole, gli agricoltori avevano inventato una scrittura adatta a misurare la terra e i raccolti, a ricordare e comunicare. La scrittura non era stata pensata per scrivere un romanzo o una poesia. Ma Hammurabi ne capì il potenziale e intorno al 1776 a.C. fece scolpire sulla pietra il più famoso manuale di cooperazione sociale della Storia: il Codice di Hammurabi.
Fu un successone.
Intorno al 3.500 il primo regno egiziano unificò tutti gli insediamenti umani del basso Nilo. A partire dal 1.000 a.C. in Medio Oriente si moltiplicarono gli imperi con eserciti permanenti di decine di migliaia di soldati e con milioni di sudditi. Più o meno contemporaneamente alla formazione dell’Impero Romano, l’imperatore Qin unificò la Cina. Entrambi gli imperi erano amministrati ciascuno da una burocrazia con oltre centomila funzionari statali che registravano gli eventi e comunicavano fra loro con la scrittura. Tutti convintamente credevano nelle scritture e nei fatti che esse descrivevano. Il mondo dell’amministrazione (le leggi) era ormai immaginato come un sistema divino, universale, eterno, immutabile, scritto e creduto da tutti.

I principi universali, immutabili, eterni, divini – Alla Storia piace il gioco e l’ironia; nel 1776 d.C. venne scritto un altro famosissimo manuale di cooperazione sociale: La Dichiarazione di Indipendenza americana. Non sappiamo se i princìpi di Hammurabi, dei Romani, dei Qin e dei costituenti americani siano di origine divina. Da loro stessi però apprendiamo che i princìpi (da tutti loro dichiarati universali-immutabili-eterni-ispirati dal divino o dal “pre-esistente naturale”) sono in notevole contraddizione fra di loro. Evidentemente non sono affatto né universali, né eterni ed è da dubitare che siano giusti. Ma allora perché sono creduti “veri”, meritevoli di fiducia? Non si sa esattamente, ma il fatto è che, ciascuno nel suo tempo, ha “deciso” di credere al proprio “ordine immaginario” universale, immutabile, eterno, divino.
Gli osservatori, Baumann e più ancora i fatti che accadono intorno a noi, raccontano che ai nostri tempi sempre meno umani credono all’esistenza di un “unico solido ordine” immutabile, universale, eterno, divino.

Il solido si va facendo umido, anzi liquido.

Dal verticale all’orizzontale – Prima della Rivoluzione Industriale sulla superficie della Terra vi erano numerosissimi gruppi umani assoggettati a codici “verticali”, cioè scritti da un capo/re/imperatore come Hammurabi. Con la Rivoluzione Industriale iniziarono sporadici esperimenti di democrazia nei quali alcuni delegati dal popolo iniziarono a scrivere Costituzioni le quali proclamavano un “nuovo ordine”; la verticalità del divino e del capo cominciò a inclinarsi verso una società orizzontale di Cittadini “pari” e sovrani. Nel 1800 si contavano già sei Costituzioni. Il cambiamento fu lento e centocinquant’anni dopo (prima del 1945) le Costituzioni erano poco più di una dozzina. Settant’anni più tardi, ai nostri giorni, quasi tutti i 200 Stati iscritti all’ONU hanno una Costituzione, seppure con gradi di democraticità assai variabili. Possiamo affermare che l’umanità è oggi suddivisa in circa 200 “ordini immaginati” (Stati) ciascuno contenuto nei propri confini. Tutti separati quindi, ma anche tutti più simili. Ormai tutti hanno una Costituzione e hanno sempre più elementi in comune. Come abbiamo visto la convergenza fra gruppi umani è in aumento da sempre; sebbene qualcuno voglia disperatamente resistere e retrocedere predicando diversità incompatibili, in una specie di canto del cigno. La “convergenza” (più comunemente chiamata globalizzazione) è un processo complicato che forza gli Stati ad essere più simili. Gli Stati, per loro natura e origine, sono “ordini solidi” che esistono tanto in quanto esistono altri “ordini solidi”; tutti però condividono almeno una essenziale convinzione: essere diversi gli uni dagli altri. E se l’unica vera diversità fosse che hanno Amministratori diversi i quali ci tengono a restare al loro posto?  Anche a costo di inventare interessi contrastanti fra Cittadini?
Baumann ha descritto quest’evoluzione che ha battezzato liquefazione della società degli Stati (i Cittadini che non credono più ai propri amministratori); ha anche raccontato un mare agitato da onde incrociate, ancora più sfidante e pericoloso che, alla luce degli eventi attuali, ora vediamo più nitidamente:

  • Stati solidi e Cittadini solidi –  Vi sono Stati solidi che da tempo hanno seguito l’evoluzione del sentire dei loro Cittadini diventando parte integrante di un più vasto sistema sempre più globale. Esistono molti altri Stati solidi i cui Amministratori non intendono affatto abbandonare le proprie immaginate caratteristiche identitarie (leggi: potere). Essi retrocedono verso il rafforzamento dei simboli estetici quali l’abbigliamento e i comportamenti rituali pubblici, continuando a vivere nel privato in modo del tutto diverso e contraddittorio. La “solidità” dei sopravvissuti Stati solidi dipende da quanto a lungo i loro Cittadini resteranno ferventi credenti della sudditanza. Sembra però che questo convincimento sia tanto forte da non consentire loro di vedere la distruzione fisica dell’ambiente nel quale vivono. L’incredibile violenza verso i propri sudditi volontari  è l’ultimo tragico tentativo dei loro amministratori di ripristinare l’ordine immaginato da entrambi (sudditi e amministratori).
  • Cittadini e Stati evoluzionari – I Cittadini di molti Stati modificano progressivamente l’“ordine” del proprio Stato, copiando gli uni dagli altri, con il risultato di far sembrare gli Stati più simili fra loro. Gli Stati evoluzionari sono riconoscibili da vari sintomi; per esempio l’evanescenza dei confini condivisi e la frequente rotazione dei loro amministratori.
  • I Cittadini liquidi – Gli Stati non possono essere liquidi, per definizione. Gli Stati sono ciascuno espressione concreta di un sistema unitario e locale di regole e comportamenti. I Cittadini evoluzionari puntano diritto verso una mutazione in Cittadini liquidi. Il nuovo Cittadino liquido a) dà per scontato che i confini non esistano più e che non servano a nulla se non in particolari casi (es: immigrazione massiva), b) non “crede” all’esistenza di “un solo ordine”, ma ritiene di potersi associare contemporaneamente a molteplici “società”, ciascuna affine ai propri individuali interessi, anche transconfinarie e con loro propri ordinamenti.  Gli amministratori degli Stati solidi sono abituati ad essere: narcisi ammirati dal proprio popolo grazie alle elargizioni, alle dichiarazioni di giustizia, di uguaglianza, di libertà, di prosperità e di tante altre promesse vacue, non credibili e infatti sempre meno credute. La trasformazione del Cittadino da solido a liquido inevitabilmente conduce all’indebolimento dell’ordine unitario e monocromatico dello Stato che viene relegato a svolgere solo alcune funzioni faticose, scomode, antipatiche, divisive, impopolari. Insomma agli Amministratori degli Stati abitati da Cittadini liquidi viene richiesto di assolvere ad un ruolo “impossibile”,  specie se non producono positivi risultati concreti come accade da anni in tante economie “avanzate”.

Il mare incrociato – Nonostante la resistenza al processo di apertura verso la pacifica convivenza, i Cittadini solidi non sono più costretti entro i confini del proprio Stato. Si spostano facilmente fra uno Stato e l’altro, mescolandosi sia con altri Cittadino solidi sia con Cittadini liquidi. Lo smarrimento dei Cittadini solidi, abituati ad una sola regola, si confrontano con Cittadini senza altre regole se non quelle della tolleranza e del rispetto reciproco. Queste ultime sono peraltro quasi irrilevanti e incomprensibili per i Cittadini solidi. Non è sorprendente che lo smarrimento maggiore si abbia dove il rimescolamento di solidi e liquidi è più intenso. E non è nemmeno sorprendete che negli Stati solidi, dove si manifestano tentativi di cambiamento sociale, esplodano movimenti violentemente repressivi.

In conclusione

Gli Stati generalmente non spostano persone. Gli Stati tendono a spostare, o difendere, i confini con l’uso delle “forze dell’ordine” (qui la parola ordine trasporta pesi e significati nettamente percepibili).  Gli Stati, gli Amministratori, non sono abituati, e ancor meno sono attrezzati, per comprendere e trarre vantaggio dai molti “ordini” transnazionali costruiti e partecipati dai loro Cittadini (la scienza, la ricerca, la cultura, il turismo, il commercio, il diritto, la finanza, lo scambio, le merci, il lavoro, le arti, …).

Le Città, al contrario degli Stati, sono da sempre libere aggregazioni delle persone che hanno scelto di viverci. Da che esistono, la sfida (quasi sempre vinta) delle Città è quella di facilitare la convivenza pacifica di chiunque vi abiti. Lo è stato in passato e sperabilmente ancor più lo sarà in futuro. Le Città sono da sempre connesse da imponenti reti di trasporto e scambio globali. Le Città sono, da sempre, il motore sociale dell’umanità; anche questa volta, nel passare dal solido al liquido, sono meglio motivate ed attrezzate per trovare mille soluzioni convergenti.

Le Città e la Democrazia al tempo dei populismi

Con mirabile semplicità, tutti gli elementi del cosmo sono messi in relazione reciproca dalla legge universale dell’attrattività: essere attratti ed essere attraenti. Non so se la parola “democrazia” esprima la quintessenza dell’attrattività, ma certamente rappresenta l’arte di essere votati e l’arte di votare entro un sistema di comportamenti regolati che consentono agli esseri umani di esercitare reciproca attrattività senza per questo precipitare in violente collisioni. La democrazia sembra proprio una bella invenzione, eppure quasi ovunque mostra pericolosi sintomi di esaurimento:

  1. Da anni la democrazia non produce crescita (GDPpc – pro-capite)
  2. Cresce la distanza fra i cavalieri dello sviluppo e i feriti dal cambiamento
  3. Proliferano i vanitosi opportunisti che orribilmente manipolano i sentimenti dei feriti con l’unico intento di essere votati
  4. Aumenta la percezione del divario fra gli interessi degli AP (Amministratori Pubblici) e gli interessi dei Cittadini
  5. I risultati elettorali dimostrano l’incapacità degli AP di comprendere il senso degli interessi individuali dei cittadini e dei loro aggregati. Nello stesso tempo la competizione elettorale è diventata perenne e si gioca prevalentemente sulla vanità della retorica e sull’elargizione di privilegi (e spesso anche peggio). Sull’Europa a 28 Stati, il sole partitico-elettorale non tramonta mai.
  6. I Cittadini dimostrano, con risultati elettorali eclatanti, di essere stanchi di essere coinvolti in elezioni i cui effetti si manifestano in luoghi troppo distanti dai loro interessi più vicini.
  7. I super-stati continentali non sono capaci di correre più veloci della realtà; accade che EU che perda i pezzi; è accaduto che l’URSS collassasse senza bisogno di alcuna guerra. (L’ultimo caso di dissoluzione sanguinosa è forse la Yugoslavia)
  8. Nel mezzo dell’imponente cammino verso una maggiore condivisione fra democrazie, gli Stati sembrano essere i maggiori promotori delle separazioni, dei distinguo e dei confini.

Al contrario, sotto la superfice agitata del clangoroso mugugno, avanzano esperimenti e movimenti verso una democrazia aggiornata e rinnovata all’insegna dello scambio e della condivisione:

  • I produttori di conoscenza, come le università e i centri di ricerca, sono ormai una rete globale che anticipa e sopravanza qualsiasi regolazione “geografico statale”
  • I rapporti commerciali internazionali (il Diritto e l’Amministrazione della Giustizia) convergono verso principi e procedure simili.
  • Le metropoli Europee si mettono d’accordo fra di loro senza attendere il permesso dei propri Stati e dell’Europa.

Le metropoli sono ora consapevoli di essere i nodi vitali delle veloci vie aree, marittime, aeroportuali, stradali, ferroviarie, finanziarie, digitali, informative. Le Città non sono solo nodi, sono utilizzatori (e produttori) intensivi di conoscenza, sono i centri decisionali mondiali. Si moltiplicano gli eventi che marcano lo spartiacque fra chi è nella rete di Città e chi si è ritirato o ne è stato escluso. In ogni caso la democrazia ha bisogno di riorganizzare il proprio modello decisionale e partecipativo. Stiamo passando dalla dem 2.0, nata dalla WWII, alla dem 3.0 del terzo millennio.

I Cittadini sentono il bisogno di una democrazia dem 3.0 con processi decisionali più pratici

Un bell’articolo di Vitalba Azzollini apre una porta a quanti vogliono passare alla dem 3.0., e aiuta a focalizzare l’attenzione ai fondamenti della dem 2.0 per poterli ridiscutere e riorganizzarli.

Vitalba Azzollini riporta l’opinione di Madison:”La democrazia … altrimenti essa diviene il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse ad entrambe”.

Per ironia della Storia, la “democrazia americana” non sapeva di essere una “democrazia” fino a quando Tocqueville non la battezzò nel suo libro De la démocratie en Amerique”. La democratie fu pubblicata oltre cinquant’anni dopo la Costituzione Americana che fu scritta in gran parte da Madison, insieme a pochi altri, in tempi brevissimi e con un efficiente processo di condivisione. L’acuto osservatore francese, e post-rivoluzionario, dovette cercare un nome da assegnare a quella forma di autogoverno mai visto prima in Europa, nemmeno nei molti decenni successivi al gran fallimento della rivoluzione francese. Il punto più ironico di tutti è che Madison, insieme a moltissimi dei suoi concittadini, disprezzava la democrazia. Secondo lui quel processo decisionale era troppo complesso, contraddittorio, rischioso e inefficace. Lo spirito pragmatico americano (e anglosassone) richiedeva che alle dichiarazioni dovessero seguire i fatti, cioè le parole devono essere eseguibili (walk the talk). I principi astratti sono belli, ma portano sfortuna, come le rivoluzioni ideologiche ampiamente dimostrano.

Il primo insegnamento che ci viene dalla Storia dunque è che la democrazia non è un nome o un’astratta idea-ideologica o una serie di principi teorici buonisti e inapplicabili. La democrazia è un insieme di comportamenti interamente e immediatamente applicabili.

Amministrare non è cosa da narcisi

Vitalba Azzollini cita Toqueville: La democrazia può compiersi solo con un “popolo informato” .

La politica è l’arte del farsi votare. Sperare che gli AP spieghino accuratamente ed equamente i pro e i contro di provvedimenti da loro proposti è come chiedere all’imbonitore se il suo unguento magico è buono. La legge della seduzione e dell’attrattività non ha confini e spesso travalica anche il confine dell’omissione e della menzogna. Il lettore sa bene quanto in alcune culture la menzogna comprometta la dignità sociale degli individui, mentre in altre è tollerata. Il disprezzo per la menzogna è, a ragion veduta, un tipico anticorpo delle democrazie sostanziali. Ciò detto, non c’è colpa nel portare acqua al proprio mulino, ma è da sprovveduti credere a tutto quanto dicono gli imbonitori.
Sedurre è un’arte appassionate.  Cameron, Johnson, Farage hanno manipolato le pance dei feriti per ottenerne il voto. Il primo ha strizzato l’occhio ai feriti per raggranellare un po’ di voti da aggiungere a quelli del suo elettorato tradizionale ed elitario. Gli altri speravano di estrarre voti dall’elettorato di Cameron per batterlo nel suo giardinetto politico. Nessuno di questi obiettivi mira all’interesse dei Cittadini. Così è il gioco della politica elettorale.
Amministrare è un’arte faticosa, nessuno dei tre ammaliatori si è preoccupato del fatto che “dopo” avrebbe dovuto amministrare il Paese del Day After; il giorno nel quale i Cittadini avrebbero improvvisamente appreso di essere stati imbrogliati con tecniche di seduzione da playboy senza sostanza. Tutti e tre sono scappati ignominiosamente. Anche il trio “controparte” Merkel, Junker, Hollande si sono ritirati nella penombra e nel silenzio. Sono consapevoli di essere gli attori primari del fallimento?
Votare è un’arte difficile. I cittadini hanno scelto i flauti magici degli ammaliatori e sono caduti nel dirupo.

Dalla Brexit impariamo che una sana diffidenza verso gli AP aiuta sia gli elettori sia i seduttori (futuri amministratori). Un’equilibrata diffidenza sempre aiuta a porre domande per una maggiore trasparenza e chiarezza.

Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti.

Propendiamo per l’idea che non esista “un’informazione sufficiente”, e tanto meno che esista un'”informazione perfetta”; esistono solo informazioni parziali e lacunose. Non esiste alcuna condizione che possa condurre deterministicamente “al voto perfetto”. L’informazione è importantissima, più ce n’é meglio è, ma l’idea che il voto possa essere buono solo se informato è contraria ai principi fondanti della democrazia. In democrazia ciascuno ha una sua propria idea del proprio futuro, diversa da quella di tutti gli altri; la differenza di opinione sta più nel diverso futuro che nella diversa informazione. Il mito “dell’informazione perfetta” ha, per giunta, il grave difetto di spalancare la porta agli orrendi opportunisti portatori di semplicistiche verità assolute; ne abbiamo già visti anche troppi di imbonitori col flauto magico che pretendono di sapere dove noi Cittadini dobbiamo andare.

Oltre ad essere il tollerante luogo delle diversità (che stranamente vengono chiamate uguaglianze), la democrazia è modesta: evita di essere portatrice una sua propria idea di verità assoluta, unica, eterna e si accontenta di essere un metodo per far convergere i Cittadini su pochi obiettivi parziali, vicini nel tempo e nello spazio, condivisi dai più e che non provocano danni irreparabili a tutti gli altri. Più coerentemente con l’idea di democrazia, potremmo piuttosto adottare l’idea che (parafrasando): Votare è l’arte del prendere decisioni irrevocabili sulla base di informazioni insufficienti. Il che implicitamente ricorda che votare significa decidere sulle cose, sulle proposte, e non serve esclusivamente ad eleggere persone che poi decideranno sulle cose, forse. Certamente i greci, i veneziani, votavano sulle cose e tutt’ora lo fanno gli svizzeri e altri popoli, ma non noi Cittadini italiani. Anche se l’assunto sarebbe che la libertà di scegliere il proprio futuro sta nella sovranità di ciascun Cittadino. Se così fosse, il Cittadino avrebbe responsabilità piena e individuale sul proprio voto.

Gli AP hanno piena responsabilità sul processo del voto. Loro sono stati delegati a progettarlo e a condurlo in modo da consentire a ciascuno di esprimersi, ma specialmente a che le decisioni maggioritarie non producano iniquità irrimediabili per gli altri Cittadini. Non essenso elettoralmente impegnati, è per noi inutile occuparci dell’opinabile contenuto del voto; intendiamo invece focalizzarci sull’efficienza dei processi di partecipazione che al momento sembrano produrre più danni che benefici.

Il metodo Hybrid (“da vicino”) e il metodo F35 (“da lontano”) – Gli esseri umani hanno sviluppato un sofisticato sistema visivo che elabora le immagini secondo le (inconsapevoli) priorità umane. Propone infatti un notevole ingrandimento e molti dettagli agli eventi vicini e un modesto ingrandimento e pochi dettagli agli eventi che, pur essendo incredibilmente grandi, sono lontani. Lo strumento Hybrid- da vicino è quindi pienamente coerente con il fatto che le persone soppesano per mesi tutti i fattori che influenzano l’acquisto di una nuova auto. Al contrario non dedicano proporzionale attenzione all’acquisto di un F35. È così che acquistare un F35 diventa una bazzecola sulla quale si può decidere fra amici al bar; il metodo F35 non sembra garantire i risultati migliori.

Se perdonate il gioco di parole, abbiamo messo a fuoco che gli esseri umani sono piuttosto bravi a prevedere gli effetti delle loro decisioni su problemi piccoli che si presentano in luoghi vicini. Il rischio di sbagliare (produrre effetti collaterali indesiderati) è minimo. Il rischio di sbagliare invece aumenta in funzione della distanza (e anche della dimensione reale del problema). Il lettore ha certo familiarità con l’espressione “decisione miope” la quale ironizza sul fatto che il metodo “da vicino” (miope) non funziona per i problemi “da lontano”.

Problemi-vicini-e-lontani-01

Riduzione dei rischi – Accettato il principio secondo il quale una buona decisione, qualsiasi ne sia il contenuto, deve minimizzare gli effetti collaterali indesiderati (danni per sé e per gli altri), si pone il problema di come ridurre i rischi di mancare il bersaglio. Ci sono almeno due intuitive leve per ridurre i rischi.

La prima, e più efficiente, è quella di frazionare il grande problema in problemi più piccoli. L’esempio sociologico-antropologico più evidente è la democrazia: funzionano decisamente meglio quelle evolutive, costruite un pezzo di cambiamento alla volta, rispetto a quelle di quelle costruite su un progetto omnicomprensivo e totalizzante (es. rivoluzione francese, rivoluzione russa et similia). Nell’immaginario umano resiste tuttavia il mito del grande progetto unico mirato al “grande obbiettivo”. Tenderemmo a convergere con l’idea del progetto unico, forse più efficiente, se condividessimo l’idea di un “grande obbiettivo” unico per tutti. La Storia in effetti racconta che i “grandi obbiettivi” non durano e che i grandi progetti sono fragili castelli di carte. L’idea di fare un passo alla volta (nell’area verde) è buona prassi da molti punti di vista.

La seconda leva è più organizzativa: avvicinare il decisore al problema. Non è per caso che gli umani tendono ad affidare la soluzione dei grandi problemi a chi è disposto a studiarli da vicino. Si chiama delega e funziona benissimo per i problemi lontani e complicati  per i cittadini impegnati nel loro proprio lavoro quotidiano; ma sono problemi vicini, e tutto sommato gestibili anche se grandi, per quelli che vi si dedicano quotidianamente. Si tratta di considerazioni di banale buon senso. Ma allora:

  • Perchè il singolo cittadino è ostacolato nel decidere sul destino del marciapiede davanti a casa sua (decisione facile)? Perché la decisione è resa inefficientemente difficile ponendo il punto di decisione lontano dal problema?
  • Perché d’istinto molti pensano che sia giusto chiedere ai cittadini di decidere su un F35? (decisione molto rischiosa)?
  • Perchè qualcuno ha chiesto agli amici del bar di decidere su Brexit?
  • Perché il super-stato franco-germanico sembra proprio volersi occupare dei piccoli problemi lontani (zucchine, vongole e banane) lasciando i problemi ad alto rischio del tutto trascurati?

A pensarci bene, anche noi ora la pensiamo come Madison a proposito della democrazia in salsa francese. Alla dem 3.0 servono meno “irrinunciabili rincipi e diritti” e alcune fattibili in concreto:

  • il massivo avvicinamento dei Cittadini ai processi di decisione sui problemi nei quali sono coinvolti “da vicino”.
  • una maggiore attenzione al divario fra cavalieri dello sviluppo e i “feriti” dal cambiamento. (Lincoln diceva che la democrazia non sta nel tirare giù chi è in alto, ma nel tirare su chi è rimasto indietro. A destra hanno dimenticato la seconda metà della frase, a sinistra hanno dimenticato la prima metà, gli AP hanno dimenticato tutt’e due le metà).

In conclusione: le grandi città sono sistemi più piccoli e più agili degli Stati. Non hanno il problema dei distinguo, dei confini e dei nazionalismi. Sono sistemi molto più omogenei fra di loro che con il resto dei “loro” stessi Stati. Sono inoltre sempre più connesse fra di loro rispondendo positivamente al richiamo dell’attrattività. Non stupisce che, al palese fallimento delle Amministrazioni Pubbliche (super)Nazionali, le Città si stiano proponendo di risolvere le sfide e i problemi che le riguardano, cercando di superare gli ostacoli, più immaginari che reali, posti dagli Stati. Le Città ospitano oltre il 50% della popolazione mondiale e si stima garantiscano un PIL procapite medio da due a tre volte più grande del PIL procapite medio. Se non ce la fanno loro, gli Stati ci divideranno.

 

 

La sfida post-Brexit e post-Europa-degli-Stati: Milano sarà un nodo della rete di Città-Mondo?

All’ombra di una Brexit, che stenta a concretizzarsi nelle regole della EU, si stanno consumando i nostalgici del centralismo, eventualmente democratico. L’Europa degli Stati, proclamata ieri dalla Merkel, è un ulteriore passo indietro contro la democrazia e verso i retrogradi nazionalismi degli Stati. Con lo sguardo al passato, l’EU dei sessantottini sessantenni, stancamente si esaurisce impaurita e incapace di pensare e condurre cambiamenti rilevanti.

I vertici dei “Grandi Stati” europei si incontrano per concordare una linea di condotta sugli altri 24 Stati; discutono di argomenti più contro UK che pro-cittadini europei, quelli rimasti. Rimbalzano smentite e conferme di risentimenti, di rancori, di possibili vendette contro UK; seguono minacce di rigido rigore contro chi esce, di segnalazioni “guai a voi” per chi sta pensando di uscire. Si intravede l’architettura di nuove regole di controllo e comando per preservare il potere su un popoloso continente in rapida evoluzione.

Difficilmente verrà rimossa, sciolta, semplificata la metafisica dell’obsoleto partitismo alla spagnola, del partitismo fallimentare della Brexit, del traballante partitismo centralistico francese, del mediato partitismo della media della coalizione tedesca.

Il populismo guadagna terreno ovunque terrorizzando e immobilizzando i partiti tradizionali. I populismi sono a tutti gli effetti l’espressione di protesta contro una democrazia che ha smesso di evolvere e di produrre GDP pro capite (crescita). I Cittadini vogliono un ripensamento profondo della democrazia che tenga conto delle novità comparse sulla Terra negli ultimi cinquant’anni. I Cittadini vogliono che il GDPpc torni a crescere. Il populismo intercetta questo desiderio che non ha ancora forma concretamente propositiva e applicabile. Il populismo, come sempre, è la benna che prima di tutto mira a spazzare via i resistenti, quelli al comando che si arroccano sulle loro poltrone. Il potere, non ascolta; il potere disprezza coloro che presentano istanze di cambiamento, seppure ancora strampalate, ma pur sempre legittime; le richieste populiste, se ben distillate, mostrano la loro utile essenza. I populisti strumentalizzano il populismo per alimentare i propri opportunismi, che talvolta sono solo personale narcisismo; i populisti talvolta sono calcolatori e rimestatori amanti del potere, talvolta sono solo ingenui appassionati in buona fede. Gli uomini al comando, dannosamente per sé e per gli altri, reagiscono ignorando, spesso disprezzando, i segnali ed ottengono l’opposto effetto di infiammare l’ostilità verso gli amministratori pubblici, anche negli animi tradizionalmente pragmatici e stoici dei britannici. I populisti prima o poi spariscono e il populismo si trasforma in  qualcosa di sistemico ed applicabile. Non sempre, ma lo speriamo. Il passaggio per il populismo non è necessario; potrebbe essere evitato, o minimizzato, per esempio con un ricambio frequente delle persone al comando  e anche da un diverso metodo decisionale, un pò meno centralistico. Fenomeni che sono incrostazioni residue di imperi lontani, nei quali i ruoli durano durano troppo a lungo.

A questo punto è l’Europa (e non solo).

Da qui, Brexit-o-non-Brexit, è già iniziata la costruzione di una Europa nuova meno ideo-romantica, meno media delle medie degli Stati, meno intrappolata dall’eccesso di noiose regole tanto minuziose quanto controproducenti, con meno confini statali, con più ricambi generazionali.

Anne Hidalgo e Sadiq Khan, sindaci di Parigi e Londra, si sono incontrati per formare un asse in alternativa “al letargo degli Stati-nazione”. Stupisce che due cognomi, non francesi e non inglesi, lontani dai sessanta, pensino ad un grande futuro euro-globale invece che alla piccola cucina sotto casa? I due dichiarano: “se il XIX secolo è stato definito il secolo degli imperi e il XX degli Stati-nazione, il XXI è quello della Città-mondo”.

Condividiamo quest’idea di futuro.

Milano ha cominciato a lavorare per esserci?

L’Europa della medietà mediocre della media delle medie

Hollande e Merkel, con l’aiuto del loro portaborse Junker-ki-moon, sostengono l’idea di un’Europa super-stato, nostalgica del centralismo imperial-ideologico. La principale caratteristica di questo modello è che rappresenta la media del pensiero espresso dagli Stati che a loro volta sono la media delle loro diversità interne. Il risultato è la mediocrità affidata alle maggioranze dei più spaventati e dei più avversi alla dinamicità del cambiamento.

La risposta più frequente in questi giorni è che questa è la democrazia, dove i più esprimono l’obiettivo che dovrà essere perseguito da tutti.

È un offensiva banalizzazione della democrazia che ha il vago sapore di Weimar, preda predata dagli agitatori dello spavento. È un peccato che la democrazia sia così umiliata e svilita da questo terribile semplicismo che riconduce la democrazia al sistema piatto e grigio del Grande Fratello. Tutti ricordiamo che il Grande Fratello, con metodi assai convincenti, spiega alle personaniltà più briose e brillanti  che è meglio stare zitti e ben nascosti nella penombra dove non si vedono le diversità. Nei grigi anfratti dove vivono bene gli stanchi, i consumati, i delusi, i nostalgici del bel tempo andato, gli svuotati che hanno più bisogno di aiuto che di responsabilità governative.

Nel dopo Brexit siamo bombardati da spiegazioni ridicolmente generiche ed emotive come quella clamorosa, e offensiva, di Junker che ci informa che la Brexit è un divorzio fra Stati che non sono mai stati veramente innamorati. Ma lui non è il primo responsabile e custode dell’Unità Europea? Per quale ragione si esprime con tale arroganza con noi cittadini che ci siamo considerati europei per un futuro comune?  Con quale idea si rivolge a noi che ora ci ritroviamo con un leader-non-leader di un’Europa meno Europa di ieri? Presume che noi abbiamo apprezzato lo sfaldamento dell’Europa?

Evidentemente il leader-non-accountable-di-nulla parla con i capi di Stato, non con i Cittadini. Lui vede che l’Inghilterra (più popolosa della Scozia e dell’Irlanda del Nord), vuole andarsene. Ma non vede le forti maggioranze pro-Europa di importanti aree del Regno Unito. Lui vede solo la media delle medie e pensa di essere apprezzato da quel 48 % Bremain che comunque pensa che l’Europa sia inadeguatamente pilotata dal trio “L’Etat, c’est moi” (Hollande, Merkel, Junker). Ricordiamoci che UK aveva proposto un candidato diverso da Junker; candidato sdegnosamente rigettato dai compagni di merende (apprendiamo oggi che la Francia ci ha gravemente mentito a proposito dell’ITAVIA e che ha fatto volare molti caccia quella notte).

Inutile spiegare a Junker che l’Impero Napoleonico e i vari Reich sono stati piuttosto diversi dall’Impero Britannico. Questo si è prima formato e poi riformato in commonwealth senza eccessivi spargimenti di sangue mondiali. Prima ancora dell’Impero, il Regno Inglese si è trasformato, giorno dopo giorno, nella millenaria democrazia di oggi, molto più duratura e solida della millantata democrazia delle rivoluzione francese della quale ricordiamo prima di tutto le ghigliottine e poi il susseguirsi di dittature, imperi, regni e repubbliche centralistiche. Il Regno Inglese, seppure con lo stile muscolare vigente all’epoca, ha prima Unito più regni, ma poi ha anche consentito il (quasi) pacifico ripristino di vari gradi di indipendenza. Cosa mai avvenuta in Europa senza spargimenti di sangue più o meno globali. A parte i pochi esempi accaduti all’ombra del disfacimento dell’URSS; sta a dire la separazione della Cechia dalla Slovacchia, e la reintegrazione della Germania dell’est con la temibile Grande Germania. Le altre separazioni e integrazioni si sono fatte nel sangue, mentre l’Europa (centrale) guardava quasi indifferente, come nel caso dell’ex Jugoslavia.

Lo sguardo dell’Europa rimane quello supponente della medietà mediocre della media delle medie; è lo sguardo paternalista del padre-padrone che tiene a bada i figli discoli nel tentativo di convincerli ad essere obbedienti. Anche misurando la lunghezza delle zucchine e il diametro delle vongole. Così distratto dai dettagli e dalle procedure, il centro Europa non si è accorto che intanto molti flauti magici offrivano sollievo, senso della rivincita e l’idea di poter essere di nuovo quelli che possono, ai molti spaventati e ai molti che hanno pagato il prezzo di avere perso il treno del cambiamento. Il Centro Europa non si è accorto dei rimestatori, perchè non si è accorto che esistono i Cittadini e che il loro capi di Stato sono solo dei portavoce non sempre sinceramente votati a raccontare la verità dei loro Paesi. Il Centro Europa ha lasciato crescere il malumore e ha lasciato spazio ai rimestatori; mentre i burocrati se ne stavano chiusi nelle loro stanzette ovattate a godersi lo sconquasso che i nazionalisti e gli opportunisti stavano preparando.

Forse noi cittadini italiani dovremmo imparare dai pragmatici metodi inglesi e nordici quell’esperienza di unire e di distinguere con il massimo vantaggio per tutti e con il minimo danno per tutti.

Dobbiamo purtroppo tristemente ammettere che Junker ha ragione; anche noi cittadini ex-europei, non siamo democratici e la pensiamo come Junker: UK è un cosa diversa dall’Europa e noi ex-europei non saremo mai come gli inglesi. Anche noi cittadini italiani pensiamo che essendo i britannici diversi, allora sono da disprezzare e allontanare. Peccato, c’è tanto da imparare dai diversi. Mentre dagli uguali non c’è gran che da imparare; al massimo si tratta di perfezionare le tecniche per rubare, vicendevolmente, le fette della sempre più piccola torta. Poco valore aggiunto e molta noia. Infatti molti si sono stufati.

La media delle medie è mediocre e stufa.

Eppure fra Italia e UK ci sono molti punti in comune. Per esempio anche noi italiani siamo partiti dalle diversissime città murate, che rimangono diversissime, per arrivare ad uno Stato unico che, nonostante tutto, resiste da 150 anni; fra di noi mugugnamo, ma raramente facciamo scoppiare guerre e massacri. Non è stato così per il centro Europa che non è democratico per scelta, nemmeno dopo la rivoluzione francese, ed è ossessionato dall’idea dell’impero unico al quale poi si è sovrapposta l’idea del pensiero unico, dai colori forti e con gli stessi violenti estremismi intellettuali studiati nelle univeristà parigine e nelle città industriali germaniche.

Brexit ci ha dato una nuova lezione di democrazia: il passaggio da una società locale ad una globale. O quanto meno continentale.  Ci ha fatto vedere quanto questo passaggio sia sostenuto, o avversato, da importanti maggiornanze nelle singole aree di interesse geografico, economico, demografico. Le opinioni sono state precise e maggioritarie, area per area; peccato che Junker vi abbia visto solo la media delle medie e pochi punti di differenza fra il si e il no.

I giovani da tempo danno per scontato il libero accesso a qualsiasi parte di conoscenza ovunque sia nel mondo. Questi hanno visto che l’accesso libero al mondo non è affatto scontato; avranno il loro bel da fare con il Farage e il civico Boris che hanno promesso di rendere le cose più difficili.

Gli anziani ricordano un passato che non tornerà mai più. Nel mezzo poi ci sono tutti coloro i quali hanno sofferto dall’avere perso il treno del cambiamento e ne pagano il prezzo. Nessuno può chiedere loro di essere contenti; dobbiamo invece dare loro una mano per alleviare il peso della loro condizione e possibilmente proporre nuove opportunità. Corbyn intanto, non sapendo cosa dire al suo presunto popolo degli indifesi, se ne è stato zitto. Forse ha sperato nell’arrivo del Grande Fratello.

La democrazia impone di prendere atto del parere di tutti, ma non è certamente democratico interpretare il parere di tutti mediato dalla media delle medie. Se la media delle medie fosse il criterio, la democrazia coinciderebbe con l’incontrollabile punto di sintesi concentrato nel superiore parere del Grande Fratello.

La Brexit indebolisce i tre dello “L’Etat, c’est moi” che, se fossero attenti alla democrazia invece che al proprio potere, dovrebbe reagire velocemente per rimuovere le condizioni che hanno portato in Europa a questa clamorosa crepa. Sfortunatamente la percezione è che invece di riconoscere le proprie responsabilità, il triumvirato cerca di portarsi a bordo un quarto con il quale ripartire colpe e danni. È già successo in passato e sarebbe brutto se la storia si ripetesse.

Serve mettere a fuoco, molto rapidamente, che la democrazia sta nel trovare il modo di consentire che ciascuno faccia liberamente le proprie scelte a seconda di come immagina il proprio futuro e senza altro vincolo che il rispetto del prossimo. Ciascuna area o grande comunità, sia libera di scegliere a seconda degli interessi maggioritari espressa dai suoi Cittadini.

Da questo punto di vista, il trium-tetra-virato dovrebbe promuovere un nuovo processo decisionale europeo. Per esempio prendendo atto che il partitismo non funziona più, come Spagna e UK ci stanno dimostrando nei fatti. Il partitismo implica che il partito, o una coalizione, prenda decisioni su tutto, centralmente, minuziosamente in stile Grande Fratello. Non solo, è inutile proporre elezioni politiche europee che già ci sono e che palesemente non funzionano perché replicano peggiorando, a livello continentale, i malanni di ciascuno stato-nazional-statalista.

Per virare verso una democrazia più solida, più sostanziale che formale, l’Europa dovrebbe piuttosto:

  1. lasciare perdere il modello centralizzato del minuzioso maniaco del controllo (Grande Fratello)
  2. occuparsi solo e soltanto:
    1. della Sicurezza interna dell’Europa e dei suoi confini
    2. dei rapporti con i Paesi extra-europei, sempre difendendo i Cittadini Europei ovunque si trovino nel mondo (un caccia inglese a difendere un italiano in Nigeria sarebbe un bell’esempio di cooperazione)
    3. di rendere più (equamente) ricchi e più liberi i Cittadini Europei
  3. Facilitare il dialogo fra le diversità regionali, in particolare quelle confinanti e con interessi convergenti; l’Europa la faranno loro giorno per giorno, un pezzetto alla volta, lavorando insieme su interessi concreti e condivisi. Tutto sommato sarebbe anche il caso di ribilanciare l’eccesso di potere degli Stati sui Cittadini.

La parola ambigua di oggi è: #accountability

La parola ambigua di oggi non è affatto ambigua. Ambiguo invece è l’uso che se ne fa nella maggior parte dei casi.
Mi imbatto spesso in persone che traducono accountability in “responsabilità” sempre premettendo che la parola è intraducibile in italiano. Il che è una contraddizione in termini. La mia impressione è che tale atteggiamento sia piuttosto una fuga semplicistica da qualsiasi tentativo di comprendere il sottostante significato etico-sociale.

Ho vanamente cercato nei dizionari una definizione semplice e comprensibile. Non mi sono arreso. Ora mi sento accountable verso me stesso per un uso responsabile di una parola così difficile.

Per il momento ho trovato uno schema un po’ provocatorio, ma non privo di efficacia: la parola accountable è diversa e complementare rispetto alla parola responsabile.

Responsabilità è una parola verticale che mette in relazione il subordinato con il suo capo. Sì che entrambi sono responsabili del proprio operato l’uno verso l’altro, ma con pesi diversi che è interessante mettere a fuoco. Il capo è responsabile per avere emanato la disposizione che impone al sottoposto di eseguire un ordine. All’estremo opposto, il subordinato non è per nulla responsabile degli effetti dell’esecuzione dell’ordine. Il subordinato non è affatto responsabile dei risultati, ma solo dell’esecuzione della procedura. La sua unica vera responsabilità è di dimostrare di avere eseguito quanto ordinato. Paradossalmente i sistemi sociali “verticali”, quand’anche collettivistici, si fondano sulla (ir)responsabilità dei subordinati. Per meglio interiorizzare il concetto,  come esperimento di antropologia pratica suggerisco di applicare questo principio comportamentale alle varie culture, per esempio, mediterranee, monocratiche, democratiche e di altra natura. Gli esiti possono porre in evidenza il significato etico della parola. È di aiuto anche osservare che nella maggior parte dei casi la responsabilità è precisamente definita e circosritta dalle leggi o dai rituali sociali. Le implicazioni legali e rituali della parola possono estendersi fino all’obbligo di non traferire alcuna informazione all’esterno del rapporto capo/subordinato.  Ad esempio, nelle appartenenze delle associazioni per delinquere. Gli esterni all’appartenenza, sono per definzione sacrificabili per il bene dell’appartenenza.

Accountability è una parola orizzontale che mette in relazione paritetica i concittadini. L’accountability implica l’obbligo etico, ma non legale, di riferire ai pari i fatti noti e utili ai concittadini a proposito del progresso nel raggiungimento degli obiettivi comuni, dei risultati attesi. È irrilevante se su di essi vi sia anche la responsabilità diretta.  L’obbligo di rendere conto di quanto si sa in merito, è un dovere non scritto, che non si può imporre con alcuna legge, e determina la dignità e la statura etica, civile, sociale della persona. Un modo frequente di tradurre accountability è appunto la parola trasparenza. Questa è una traduzione parziale, ma più precisa della parola responsabilità. Chi è a conoscenza dei fatti non può tacere; l’omertà è l’opposto dell’accountability. L’accountability misura la serità sociale, la dignità della singola persona rispetto ai propri pari. In certi casi l’accountability obbliga ad andare contro il principio di responsabilità. L’esempio forse più forte è rappresentato in alcuni codici militari nei quali è d’obbligo non eseguire l’ordine del superiore quando questo è acclamatamente contrario all’etica dei coinvolti. Dove per “acclamatamente” si intende che “più persone coinvolte nel contrasto etico” sono obbligate a non dare seguito ad un ordine ritenuto pericolosamente dannoso. Questo schema pone l’individuo, e le sue libere scelte, al centro della scena sociale e, ciò che colpisce di più, al centro di un’etica condivisa in una società paritetica tendenzialmente senza confini.

In conclusione, ecco due provocazioni che discendono direttamente da quanto detto:
– La democrazia si fonda sull’accountability individuale senza la quale la democrazia non esiste e non può esistere
– Colpisce che in italiano il concetto non sia facilmente traducibile se non con complesse e confondenti perifrasi.

PS
È evidente che le due parole sono qui presentate in un paradossale bianco e nero. Nelle infinite prospettive della “realtà” la convivenza delle due parole si mescola in una vasta gamma di grigio. Però gli esperimenti pratici di antropologia di cui sopra mostrano facilmente le prevalenze dell’una o dell’altra, in ciascun sistema sociale. Tali prevalenze spiegano anche alcuni enigmi comportamentali che difficilmente sono riconducibili ad altri fattori. Per esempio la tendenza a trascurare il bene pubblico oppure sistemi legali troppo complessi proprio perchè forzosi tentativi di piegare le istituzioni tendenzialmente democratiche ad adattarsi a culuture sostanzialmente monocratiche o collettivistiche, perciò contrarie alla pariteticità fra cittadini.

Il conto finale delle olimpiadi

L’IMPORTANTE non è vincere, ma partecipare: chi non conosce il bellissimo motto reso noto (ma non coniato) dal barone De Coubertin che tutt’oggi ispira i Giochi olimpici? Meno nota è un’altra considerazione dello stesso barone che nel 1911 fece riferimento «ai costi spesso esagerati incorsi nelle più recenti Olimpiadi». Poiché il tema delle Olimpiadi a Roma sta tenendo banco e non solo per via della campagna elettorale, forse è bene capire cosa l’organizzazione di un evento di questo genere comporti. Chiarito subito che non è possibile, come auspicato dalla senatrice Taverna del M5S, «rimandarlo», sarebbe opportuno cercare di farsi un’idea dei pro e dei contro di un’eventuale aggiudicazione sulla base dell’esperienza passata e di chi coinvolgere nel processo decisionale.

La letteratura relativa all’analisi economica dei Giochi olimpici è variegata: alcuni rapporti vengono considerati non attendibili perché effettuati “su commissione”; in altri casi si sono riscontrate difficoltà a reperire i dati necessari. Uno dei lavori più accurati è quello della Said Business School dell’Università di Oxford che affronta un tema particolare ma significativo, lo sforamento dei costi previsti. Prendendo in analisi le spese direttamente legate all’evento sportivo (trasporti, costo del lavoro, sicurezza, amministrazione, cerimonie e così via) e quelli indiretti (villaggio olimpico, media center, ecc) per le Olimpiadi sia estive che invernali dal 1960 al 2010, viene fuori un quadro sconfortante: rispetto al budget preparato dal comitato organizzatore le uscite in media sono schizzate in termini reali del 179%. Le Olimpiadi invernali di Torino sono state un po’ migliori con un aumento solo dell’82 % sulle stime, ma in peggioramento rispetto alla media delle Olimpiadi più recenti dal 1998 in poi. D’altronde, i Giochi di Pechino, che si sono discostati solo del 4% da quanto previsto, secondo i ricercatori di Oxford nascondono i cosiddetti costi indiretti accessori, quelli per aeroporti, strade, ferrovie o ristrutturazione di alberghi che in Cina sono stati enormi (si stimano esborsi complessivi di addirittura 43-45 miliardi di dollari).

Si dirà che tutti i progetti di grandi infrastrutture sforano le previsioni: sì, ma non di così tanto, in genere, tra il 20 e il 45% e la ricerca conclude che ospitare i Giochi dovrebbe essere considerato con grande cautela specialmente dalle economie “problematiche che avrebbero difficoltà ad assorbire costi in aumento e i relativi debiti”. Al lettore giudicare se l’Italia sia o meno in questa categoria.

Riguardo agli effetti macroeconomici delle Olimpiadi, guardando a quelle di Londra, le più recenti e considerate di successo, non c’è alcun accordo tra gli analisti. Alcuni (Pwc e Moody’s) stimano un beneficio per il Pil di + 0,1% l’anno, altri fanno risalire il buon andamento del terzo trimestre del 2012 (data dei Giochi) al giorno di vacanza supplementare goduto dai britannici nel primo trimestre. Le vendite al dettaglio sono calate perché la gente stava davanti alla tv e le visite a musei, teatri e luoghi di attrazione sono calate del 30%. Il villaggio olimpico è costato 1,1 miliardi di sterline ed è stato rivenduto a 825 milioni, lo stadio olimpico 484 milioni ed è stato affittato per 99 anni a poco più di 200. Solo per la sicurezza si sono volatilizzate 5,7 miliardi di sterline.

I soli Giochi in attivo sono stati quelli di Los Angeles del 1984, gestiti con logica privatistica, senza fondi pubblici, evitando di costruire cattedrali nel deserto e costringendo il Comitato Internazionale Olimpico ad abbassare ogni pretesa in quanto mancavano altre città candidate. Per il resto Barcellona ha lasciato 6,1 miliardi di euro di debito, Atene 2004 ha praticamente rovinato la Grecia.

Anche Torino 2006, che pure è stata organizzata bene, ha lasciato opere inutili (il solo trampolino per il salto con gli sci è costato 34 milioni, è inutilizzato e succhia un milione di manutenzione l’anno), perdite (coperte dai fondi pubblici) e debiti. D’altronde basta leggere l’eccellente libro dell’economista Andrew Zimbalist sugli aspetti economici delle Olimpiadi dall’eloquente titolo Circus Maximus per convincersi che, con l’eccezione di Los Angeles, l’organizzazione dei Giochi è stata un cattivo affare.

Se poi volgiamo lo sguardo ad altri mega-eventi organizzati nel nostro Paese, la memoria va ad Italia 90 (costata ai prezzi di oggi 7 miliardi di euro con gli appalti assegnati senza gare) e ai Mondiali di nuoto del 2009, le cui storie di sprechi, corruzione, mancato utilizzo degli impianti sono leggendarie, rappresentate plasticamente dallo scheletro del palazzetto con le vele a pinne di squalo di Tor Vergata, costato 250 milioni.

Ciò detto, si pone il problema di chi dovrebbe deliberare la candidatura di una città a divenire sede olimpica. In Italia il decisore ultimo è il governo. Tuttavia, ci sarebbe un modo più semplice di assicurare un processo accurato ed equo ed esso passa attraverso il referendum. In realtà, come suggerisce l’Istituto Bruno Leoni, questo dovrebbe coinvolgere l’intero Paese, perché le eventuali perdite sarebbero ripianate anche con la casse statali. Purtroppo questa sembra una soluzione complessa mentre assai più praticabile è la consultazione cittadina. Pure qui c’è un problema: i romani potrebbero essere ben felici di votare sì ad un evento che porterebbe a loro i maggiori benefici e al resto d’Italia il conto da pagare. Ecco quindi che si potrebbe prospettare una soluzione simile a quella che il governo canadese negoziò con Montreal e la provincia del Québec: la candidatura deve prevedere obbligatoriamente un equilibrio tra costi e ricavi (diretti e indiretti). Se alla fine le previsioni si riveleranno sbagliate, la differenza la metteranno coloro i quali saranno chiamati a votare, i cittadini romani (o laziali), che potranno quindi scegliere tra rischio di nuove tasse e orgoglio cittadino. No taxation without representation: vale anche il contrario però.

Alessandro De Nicola

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PS
I soli Giochi in attivo sono stati quelli di Los Angeles del 1984, gestiti con logica privatistica, senza fondi pubblici
Alessandro De Nicola