D3.0 – Articolo 6 – La Città

Articolo 6 – La Città

  • La Città è un aggregato spontaneo di Cittadini che liberamente la eleggono loro luogo di residenza civica, fiscale e amministrativa.
  • La Città è il centro di un insieme di centri urbani salettite collocati in un territorio continuo che include aree non urbanizzate.
  • L’insieme delle Città italiane forma l’intero territorio italiano
  • La Città è l’unità amministrativa minima dell’Italia e della Repubblica Italiana
  • Noi Cittadini Italiani affidiamo alle Società, che chiamiamo Comuni, l’amministrazione delle Città.

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Commentario

Gli esseri umani gradiscono attrarre ed essere attratti dalla forza gravito-relazionale delle Città. Noi italiani abbiamo costruito le nostre eccellenze sulla storia delle nostre Città. Le nostre Città rimangono il punto di concentrazione della qualità della vita distillato dal territorio circostante. Da qui tutto viene redistribuito ovunque.

In passato, il modello sociale della Città era uno dei tanti modelli a confronto con altri che sembravano più adatti agli ormai rari sconfinati territori ancora scarsamente abitati. Con la crescita della popolazione, il fenomeno dell’urbanizzazione si è diffuso sull’intera superficie della Terra. I cittadini si confrontano sempre meno fra nazioni e sempre più fra città; le Città infatti sono i nodi della rete globale delle persone, delle merci, dei capitali, delle informazioni, dei trasporti. Ci sono sempre meno confini nazionali e sempre più collegamenti fra Città.

I rappresentanti delle Città possono portare gli interessi dei Cittadini a confronto con quelli delle Città collegate; sono ormai molti gli esempi di reciproca copiatura o di armonizzazione per esempio dei provvedimenti contro l’inquinamento, sui trasporti, sui servizi. Queste sperimentazioni di aggregazione di Cittò, a perimetro variabile, ono spesso chiamati con nuovi nomi come ad esempio l'”area vasta” o la “Città metropolitana”.

Questa prospettiva fa sorgere alcune domande sul futuro:

  • Le Città potrebbero essere il primo strato di tessere sul quale poggia il sistema in formazione di Società di Cittadini multilivello  (Comune Stato, Federazioni continentali) e trasversali (comunità scientifiche, comunita sanitarie, comunitò scistiche, comunitò turistiche, comunità commerciali – Wto)?
  • Può essere che l’incrocio di tante Società, ciascuna con obiettivi diversi e focalizzati, mitighi gli eccessivi conflitti elettoral-competitivi dei partiti tradizionali e nazionali?
  • Può essere che le Città aiutino a meglio distinguere i ruoli nazionali da quelli locali, e a concentrare gli amministratori pubblici nazionali e locali sui provvedimenti di specifica competenza?
  • Se i comuni si riducessero da 8000 a 1000, avrebbe senso avere una specie di Camera dei Comuni?

È intanto significativo che per la prima volta alla festa della Repubblica abbiano sfilato i sindaci.

La formula del “Sindaco” sembra avere dimostrato di poter mitigare il problema delle democrazie di tipo Weimar, l’immobilismo e le lentezze dell’initerrompibile confronto elettoral-politico dei partiti. Il Paese ha sofferto per una sessantina d’anni della brutta malattia “resistenza al cambiamento” che inoltre ha provocato l’azione di controforze violente e sproporzionate.  La formula Sindaco funziona; ha migliorato la capacità di decidere senza per questo creare un eccessivo potere centralizzato che è il nemico numero uno della democrazia. Purtroppo, è quest’ultimo (centralizzazione) il modello corrente di amministrazione del Paese.

Buona Costituzione a tutti.

La festa della Repubblica cade nella ricorrenze del giorno nel quale “l’assemblea dei cittadini” espresse la volontà di dotarsi di istituzioni democratiche per la regolazione dei reciproci e paritetici rapporti. Dopo 18 mesi, nel Dicembre 1947, venne approvata la Costituzione della Repubblica Italiana, la società degli italiani, che delegò allo Stato, una diversa società nello stesso giorno costitutita, l’applicazione della Costituzione e il funzionamento della Repubblica Italiana. La festa della Costituzione sarebbe il 17 Marzo, e non si sa perchè, ma de facto con la Festa della Repubblica si festeggia, giustamente, anche il suo atto costitutivo.

Leggere Sabino Cassese è un obbligo per tutti i cittadini italiani. Rivolta la nostra Costituzione solco per solco con la tenace linearità dell’agricoltore che vuole farci crescere il popolo italiano. In questo suo articolo però ci mostra un momento di tristezza che preferisco interpretare come uno stimolo a far meglio. Cassese ritiene che la Costituzione abbia, come minimo, liberato le istituzioni dai vincoli che allora impedivano il cambiamento. Il cambiamento c’è stato, ma lento, troppo lento. La creatività italiana sembra esercitarsi in tutte le direzioni, ma non nella governance del Paese e non nelle regole della convivenza, quelle vere, sostanziali, non scritte della società umana.
Cassese insegna, sempre.
Questa volta ci porge fra le righe alcuni aspetti forse un po’ troppo sacrileghi da leggere proprio nel giorno del “compleanno” della Costituzione.

L’amorevole critica rende onore alla Costituzione per quanto ha fatto per noi ed è giusto augurarle di trovare la forza di rinnovarsi alla luce di quanto abbiamo imparato, del mondo di oggi, e del futuro immediato.
Seguendo quanto ci dice Cassese, la Costituzione regola, in modo diverso dal mondo di prima, i rapporti fra i cittadini, fra gli individui che formano la società italiana; la Costituzione rimuove gli ostacoli all’innovazione, stimola la costruzione di una società migliore. La Costituzione ha fatto molto per gli abitanti di questo Paese; siamo andati avanti e non importa se non ha prodotto tutto quanto si riprometteva.

La lettura dell’articolo di Cassese si fa più interessante e più profonda proprio su questo punto: La Costituzione prometteva che le ragioni della società prevalessero su quelle degli individui.

Non è una promessa mancata. Anzi forse è una promessa che saggiamente non è stata mantenuta. Da allora ad oggi abbiamo scoperto che la società è fatta di individui. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che gli individui, le persone, sono i sovrani ultimi di qualsiasi società. Il loro parere collettivo, misurato in prevalenze, determina la volontà comune. Non è vero il viceversa. Il “collettivo”, qualsiasi collettivo, qualsiasi società, non comanda mai contro la volontà prevalente dei cittadini; la pena, per la rottura di questa regola ferrea, la dà la Storia con disastrose rivoluzioni, guerre e collassi. Oggi le “ragioni della società” richiedono di essere meglio identificate, specialmente deve essere bene identificata la “società” le cui ragioni dovrebbero prevalere. Oggi più di ieri, le “società”, trascurate dalla Costituzione, sono gli aggregatori di uomini che vanno molto oltre i confini nazionali, anzi oltre ogni confine che separa le omogeneità e le appartenenze. Forse Cassese non intende effettivamente dire che la Società (quale società?) prevale sugli individui. In ogni caso la frase spinge ad approfondire oltre il suo significato letterale.

Nel tempo abbiamo imparato che la democrazia origina dall’intento di proteggere i singoli individui dal potere concentrato delle forze aggregate nelle società. Di qualsiasi forza aggregata. Di qualsiasi società. Lo stesso Cassese ci informa che la Costituzione non ha realizzato le parti più interessanti del progetto costituzionale proprio a causa del potere asimmetrico della “società”, dei gruppi, delle forze aggregate che ancora prevalgono sugli individui, soggetti deboli del sistema sociale.

Gli italiani speravano in un nuovo Stato, ricostruito dalle fondamenta: si dovettero invece accontentare di una modifica del vertice (la Costituzione), mentre il resto rimase immutato, nel segno della continuità. L’apparato regolatorio e amministrativo, denuncia Cassese, è cambiato troppo poco rispetto agli intenti. L’apparato riesce ancora a subordinare la libertà di scelta dei cittadini alla forza concentrata dell’amministrazione pubblica. Nessuno dubita che l’amministrazione pubblica debba esistere e debba essere garante del rispetto reciproco fra cittadini, ma Cassese ci dice che non è ancora così come si desiderava.

Si voleva che il potere pubblico fosse limitato da contrappesi: invece, è stato solo ritardato da impedimenti. Quale Società, anzi quali società si sono prese il diritto di “prendersi cura” dei cittadini contro la loro libertà di scelta? Come mai ancora oggi le “ragioni della società” continuano a prevalere sull’interesse dei cittadini? È evidente la necessità di chiarire quali ruoli abbiano le società, e quali società si siano sostituite ai poteri ante-Costituzione impedendo l’accelerazione verso una più ampia democrazia.

Si volevano evitare le degenerazioni del parlamentarismo … il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo. Sebbene le cause non siano meglio precisate, non è difficile intuire che sono sotto accusa le battaglie elettorali e per l’”occupazione” dell’esecutivo e dei centri dai quali si esercita il potere. Esse sono più spesso battaglie fra clan che confronti civili sui provvedimenti. Il Parlamento sembra il luogo della contesa per il potere e non il luogo del controllo sul potere. Ma come si fa ad essere equi e capaci esercitare il controllo su sé stessi? Si può evitare la convergenza di interessi eventualmente innescando la forza degli interessi in conflitto (contrappesi)? Questa è una malattia genetica della democrazia; nessun popolo è riuscito a trovare un metodo perfetto, che forse non esiste. Possiamo però riconoscere che vi sono ingredienti che dovremmo rispettare profondamente e che purtroppo non sono citati nella Costituzione: la trasparenza, il merito e l’efficienza. Si tratta del valore della degnità sociale, che in un’altra lingua si chiama accountability: essere sempre pronti e proattivi nel rendere conto pubblicamente del proprio operato. Indipendentemente dal proprio ruolo organizzativo. Non nei racconti del linguaggio elettorale, ma nei frequenti resoconti, fattuali e quantitativi prima di tutto. Nel piccolo prima ancora che nel grande, nei luoghi dove sono gli interessi diretti dei cittadini.

All’ordine giudiziario è stata riconosciuta indipendenza, ma la politica è rispuntata nel suo seno, mentre i processi sono troppo lenti e la giustizia si fa sempre attendere. Viene adombrata una società nella società che, pur tenendo conto del bene che ha portato, non tiene il ritmo del mondo reale nel quale vivono i cittadini. È una società che si esprime con il linguaggio dell’ ”è colpa degli altri” quando succedono fatti contro l’interesse dei cittadini. Un linguaggio da clan contro clan contrapposto alla cooperazione sui problemi e sulle loro soluzioni. Dove sono i contrappesi?

I dislivelli di statalità sono cresciuti, perché intere zone non sono sotto controllo pubblico, ma nel dominio di ordinamenti criminali. Ancora società che dominano sugli individui; società di fatto contro società costituite. Talvolta convergenti per l’interesse sul controllo sul popolo e sulle sue risorse. Nella Costituzione ben poco abbiamo a proposito delle società costituite o di fatto, e delle loro responsabilità sociali. Le società sono metafisicamente sacre, come lo Stato, oppure sono tremendi mostri, come le imprese, oppure ancora sono sotterranee e nascoste. Sembrano il nemico dell’uomo, quando invece le società sono i millenari, spontanei, desiderati, gradevoli punti di aggregazione degli uomini. Certo non tutte, e appunto per questo bisognerebbe regolarne i comportamenti sociali. Perché le società sono oggetti quasi estranei nella nostra Costituzione? Forse perché vi è una sola Società accettabile: lo Stato? Se così fosse sarebbe una visione primitiva e profondamente antidemocratica. Le democrazie si fondano sull’equilibrio del potere fra società e individuo, con prevalenze dell’individuo, del cittadino sovrano.

Nel giorno della “sua” festa dobbiamo onorare la Costituzione della Repubblica per ciò che ha fatto per noi e dobbiamo porgerle il migliore augurio possibile: che la Repubblica trovi la forza di cambiare frequentemente la Costituzionee per adattarsi al mondo di oggi e dell’immediato futuro.

Democrazia 3.0 – Il paradosso della democrazia

Pare che le democrazie più datate, più stabili e più ammirate non siano affatto nate su ispirazione del pensiero filosofico greco. Forse nemmeno quella ateniese alla fin fine è stata una democrazia nata dal pensiero filosofico greco. Infatti i molti filosofi greci che raccontano della loro democrazia, ci hanno trasmesso dettagliati commentari piuttosto critici verso il sistema democratico. Pur vivendoci immersi e godendo dei benefici della democrazia, come la libertà di pensiero e di parola, avevano consapevolezza delle debolezze specialmente nei confronti le forze esterne alla loro Città Stato. E infatti, nonostante l’eroica resistenza, furono battute da forze molto più grandi e assai meno democratiche.

Gli stessi estensori della costituzione americana, sembrano piuttosto critici nei confronti della forma di governo “democrazia” nella quale vedevano più o meno le stesse debolezze che vi vedevano i pensatori greci. I fondatori della nuova forma di governo americana, sospettosi verso la democrazia, avevano ragioni scarsamente filosofiche e molto pragmatiche:

  1. Non volevano pagare tasse richieste da un governo da loro non riconosciuto (cioè da un governo che spendeva i soldi dei cittadini non per gli interessi dei cittadini, ma per altri scopi)
  2. Non volevano un governo che chiedeva loro servizi incomprensibilmente lontani dai loro interessi.
  3. Volevano un governo forte ed efficace nella difesa degli interessi americani fuori dei confini
  4. Volevano un governo forte nel far rispettare le regole di convivenza interna, ma anche la libertà di pensare, dire e fare
  5. Avevano il terrore che un governo, che concentrasse nelle proprie mani un potere sproporzionato, alla fine potesse diventare quel pericoloso governo di cui ai punti 1 e 2.

Un dilemma irrisolvibile che trovò risposta nella stabile instabilità di un sistema di contrappesi pronti a scattare nel momento in cui il governo forte fosse diventato troppo forte.

Sono pochi gli esperimenti europei originati dall’esigenza di tenere sotto controllo governi troppo forti. E sì che l’Europa del ‘700 e dell’800 aveva governi talmente forti da governare il mondo intero. Eppure i cittadini europei non apparivano particolarmente preoccupati.  Forse perchè le entrate, provenienti da tutto il mondo, fornivano sufficienti risorse per una ragionevole qualità della vita?
Giusto un po’ prima del periodo di massima potenza mondiale, in effetti c’erano stati alcuni, pochi, Paesi che si erano trovati in condizioni analoghe a quelle americane: popoli dominati da governi imperiali lontani dalla loro casa. Per esempio le Province Olandesi, il Belgio, e pochi altri. Furono tutti spazzati via dalla strapotenza degli imperi dell’epoca contro i quali avevano osato erigere una barriera di resistenza con le nuove organizzazioni “moderno-democratiche”. Interessante è notare che inizialmente, sia di là dell’Atlantico sia in Olanda e in Belgio, i rivoltosi (verso governi troppo forti) ritenevano indispensabile mantenere milizie locali (il cui comando fosse locale).

Pare che la parola stessa “democrazia” non fosse particolarmente amata né in America né nei Paesi europei di cui sopra. La parola democrazia arrivò in America solo dopo che Tocqueville, a metà ottocento, volle tentare di descrivere ai suoi conterranei francesi gli strani comportamenti degli americani. Il suo libro aveva il titolo “De la démocratie en Amérique”. (*) Fu così che gli americani inconsapevolmente divennero democratici anche di nome.

Pare poi che gli altri tentativi di democrazia, cioè quelli ispirati alla mitologia della democrazia greca, siano sempre tutti falliti non senza danno per le popolazioni. Almeno fino alla seconda guerra mondiale, quando il mondo cambiò davvero.

Possiamo allora sintetizzare che la parola democrazia moderna potrebbe avere un’origine più pragmatica e meno filosofica? La democrazia moderna potrebbe essere, non la realizzazione di un’idea, ma la realizzazione di un più efficiente bilanciamento di poteri fra i cittadini e i loro governi?
Se fosse vero, la democrazia moderna potrebbe essere applicata solo da cittadini consapevoli di sé (liberi e sovrani) e da governi con la matura consapevolezza di non poter governare contro gli interessi dei cittadini.
L’esempio più tremendo è quello dei governi europei, fuori tempo e irragionevoli, che furono spazzati via non da una rivoluzione, ma da una guerra (WWII) o dal collasso economico. Il motore del cambiamento non fu necessariamente il desiderio di democrazia e di libertà, ma probabilmente l’aspirazione a una maggiore qualità della vita che i governi forti e centralizzati di allora dimostravano di non essere più in grado di fornire, anzi la facevano declinare.  L’aspirazione alla libertà è fin troppo spesso confusa, dai teorici, con l’aspirazione alla maggior qualità della vita; forse esse vengono confuse perchè camminano inseparabilmente a braccetto. La differenza sta forse nel fatto che la qualità della vita si può misurare, seppur parzialmente, e quando i parametri scendono, la tensione sociale cresce proporzionalmente; quando accade, i cittadini tendono a sollecitare soluzioni diametralmente opposte alla situazione amministrativa corrente.

L’Europa deve imparare in fretta dalla storia dell’umanità.

(*) È un’interessante coincidenza che De la démocratie en Amérique precedesse di soli trent’anni circa Das Kapital che di fatto sosteneva la molto europea convinzione che il potere dovesse essere molto concentrato e che non necessitava affatto di controlli. Più precisamente il problema dei controlli sul potere non era assolutamente percepito.

La resilienza e il cambiamento

Dal 1947 la Costituzione Italiana è stata emendata 15 volte. Nello stesso periodo:

  • la Svizzera 63 volte
  • UK 52 volte (anche se la loro Costituzione è un pò diversa dalla nostra idea formale di costituzione)
  • la Francia 21 volte,
  • la Germania 36 volte
  • Olanda 15 volte
  • la più stabile è la Danimarca con i suoi circa 90 articoli mai cambiata dalla sua integrale riscrittura del 1953,
  • l’Irlanda 20 volte
  • la Svezia 39 volte
  • la Norvegia 30 volte
  • l’Austria 49 volte.

La bellezza delle statistiche sta negli occhi di chi le guarda. Osservo che:

  • senza dubbio la Costituzione Italiana deve essere la più bella del mondo perché si è dovuto cambiarla pochissime volte
  • ben poche volte è passata l’idea di fare cambiamenti alla Costituzione e questo rende onore al suo progetto iniziale così profondo, così dettagliato (139 articoli), così lungimirante da prevedere e codificare qualsiasi cambiamento antropo-economico accaduto nei suoi settantanni
  • una moltitudine di persone hanno lungamente lavorato, applicando una vastissima esperienza costituzionale sviluppata a partire dalla Costituzione del 1861 che aveva forse un non sgradito difetto di essere una Costituzione monarchica. Ha svolto benissimo il suo compito fino al 1947 (diversamente dai molti Paesi qui sopra che, nonostante la monarchia tuttora vigente, hanno dovuto emendare la loro Costituzione numerose volte)
  • il popolo italiano ha una indiscutibile, e quantitativa, esperienza nel frequentemente rileggere le proprie regole sociali ed efficientemente discuterle e approvarle; certamente le istituzioni e il popolo italiano sono molto più efficienti della maggior parte delle altre democrazie europee e non. Queste infatti hanno dovuto cambiare la loro Costituzione moltissime volte per fare fronte ai loro “errori iniziali” dovuti a mancanza di esperienza, capacità di prevedere il futuro e pragmatismo. È peraltro da segnalare che, esse democrazie continuamente aggiornantesi, recidivamente ritengono che aggiustare la Costituzione sia prova di solida democrazia (anche nei meccanismi approvativi).
  • Quasi tutti i Paesi evidentemente hanno Costituzioni fra le peggiori del mondo, tanto da essere costretti a cambiarle in continuazione
  • La Costituzione Italiana è talmente sacra ed intoccabile che è opportuno non cambiarla; anche il solo pensare di cambiare la Costituzione è, giustamente, un pò troppo dissacrante. Forse addirittura blasfemo. Bene fanno tutti i cittadini in massa a trovare ragioni di qualsiasi genere per non cambiarla e per ostacolare chi eventualmente volesse provarci.

Concludo ossevando in particolare l’ultimo punto che bene delinea il successo dell’apparato pubblico nel convincere i cittadini italiani sulla solidità della Costituzione più bella del mondo: meglio non abituare i cittadini a cambiarla perchè, non si sa mai, potrebbero iniziare a  pensare di essere cittadini sovrani.

PS Un pensiero evoluzionario mi perseguita: l’ottimo è nemico del buono. Il perfetto è il peggior nemico del bene. Meglio non far nulla che fare qualcosa che potrebbe essere cambiato.

La Costituzione 3.0 del 2016

La democrazia è vecchia e stanca. La “stagnazione secolare” rattrista la vitalità dei Cittadini che l’hanno inventata e applicata con successo. La forma di governo “democrazia” non sembra più in grado di produrre sogni, crescita e maggiore qualità della vita. La democrazia sembra si stia prendendo una pausa, forse secolare, e forse ha passato il testimone alle così dette “economie emergenti” che sono guidate per lo più da forme di governo centralizzate.

La situazione impone una scelta: le democrazie o vanno messe ad ammuffire nei polverosi studi degli azzeccagarbugli o devono essere rinfrescate per rilanciare con la versione 3.0. È probabilmente il momento giusto di provocare, di scandalizzare, di dissacrare se necessario, di mettere nelle teche dei musei la vecchia cara democrazia 2.0, quella che ha funzionato dal 1945 ad oggi (dal 1947 per l’Italia). In ogni caso è ora di rinnovare, di metterci alla prova con il nuovo.

Non è stato finora possibile estrarre dai database dell’ONU i dati relativi alla storia e ai contenuti delle costituzioni dei circa 200 Paesi aderenti; fortunatamente ci sta pensando Google con il suo sito Constitute nel quale vengono poste a confronto le costituzioni di 194 Paesi.  Le date sono già un’informazione piuttosto scioccante.

Dem 0 – Dalle origini delle Società umane al 1800, non abbiamo trovato notizie storiche certe; quelle disponibili conducono a solo cinque Costituzioni arrivate, emendate e quasi senza interruzioni, fino ai giorni nostri:

  • UK dal 1215
  • USA dal 1787
  • Francia 1791
  • Olanda 1795
  • Svizzera 1798.

Alcune sono state democrazie effettive (USA, Svizzera), altre sono state embrioni di democrazie in transizione, più o meno morbida, da governi centralizzati a democrazie

Dem 1 – Nei 145 anni fra il 1800 e il 1945 i Paesi con Costituzione sono passati dai cinque a poco più di una dozzina. Un secolo e mezzo speso per un deludente raddoppio.

Dem 2 – Dal 1945 ad oggi le Costituzioni sono esplose e tutti i 194 Paesi sono ora dotati di Costituzione. Gli ultimi 45 Paesi si sono aggiunti dopo il 2000. Il 1945 è stato l’anno della svolta, il canto del cigno degli ultimi psicotici tentativi di mantenere il potere centralizzato. Da allora in poi i punti di decisione abbandonano il “centro” per avvicinarsi progressivamente ai problemi da risolvere.

Dobbiamo a questo punto ricordarci che la Costituzione è un fattore essenziale, ma non sufficiente per istituire una democrazia; inoltre non esistono criteri condivisi per separare gli Stati solo Costituzionali dagli Stati sostanzialmente Democratici. È ancora più difficile distinguere gli Stati con governi centralizzati e dagli Stati con poteri decisionali relativamente distribuiti.

Dem 3.0 –  Dem 2 ha dato una spinta enorme allo sviluppo dell’umanità. Nella direzione giusta? Le opinioni non sono concordi; nei dibattiti i sostenitori della decrescita sono molti. Gli indicatori raccontano condizioni di vita in miglioramento nonostante l’esplosione demografica che è in sè un indicatore di miglioramento; vi è maggiore aspettativa di vita, più malattie sono evitabili e curabili, la popolazione è più alfabetizzata. Vi sono, in contrasto, altri indicatori sfavorevoli come ad esempio il noto indice di Gini o la maggiore distanza nelle retribuzioni. Ma non è questo il luogo dove confrontarci sulle qualità o sui disvalori della crescita. Qui si tratta di comprendere se non sia il caso di lanciare la sfida, di proporre, di verificare se davvero, ai fini di una maggiore qualità della vita, possa essere utile una diversa Costituzione, più matura, meno enfatica nel linguaggio, più chiara, che inglobi quanto imparato in settant’anni di democrazia 2.0.

 

#Dittatura – È la parola ambigua di oggi

Quasi tutti i dizionari riportano la stessa definizione: regime politico caratterizzato dalla concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale, che l’esercita senza alcun controllo.

Di primo acchito non si coglie alcuna ambiguità. È scontato che la “dittatura” sia l’opposto della “democrazia”. Quasi sempre però il “dare per scontato” nasconde insidiose trappole culturali e ambigue polisemie, dove le parole assumono significati diversi dei quali spesso non siamo consapevoli.

Concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale – È relativamente facile riconoscere una dittatura quando il potere è concentrato in una sola persona. Molti Paesi sono dominati da sovrani assoluti, dinastici, militari e di altri tipi; dall’Arabia Saudita alla Corea del Nord che sono accomunate dall’attributo “una sola persona al comando per ragioni dinastiche”. Il criterio “mono-dinastico” è però insufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie; esistono infatti dittature fondate sul potere conquistato da un’intera categoria (oligo-dinastiche): i militari, il partito, la religione e altri gruppi. Proseguendo nella scala dei neri, dei verdi e dei rossi, si aggiungono i Paesi che simulano, più o meno credibilmente, di essere democrazie dotate di sistemi elettorali.
Entriamo infine nella nebbia quando prendiamo in considerazione il fatto che anche le democrazie governano tramite un organo amministrativo nel quale si concentra il potere: lo Stato.

In sintesi: la concertazione del potere in un solo organo, tanto più se è collegiale e anche elettivo, non è purtroppo condizione sufficiente a distinguere le dittature dalle democrazie.

Senza alcun controllo – Noi, che viviamo in quella parte di mondo che riteniamo sia democraticamente governata, diamo per scontato che i cittadini possano “controllare” l’enorme potere concentrato nelle mani degli amministratori pubblici (eletti e cooptati). Sappiamo bene invece che abbiamo solo limitate possibilità di indirizzare le scelte degli amministratori pubblici; ciò accade  nei distanziati momenti in cui esercitiamo il diritto di voto e quando manifestiamo pubblicamente le nostre opinioni. Sull’altro versante, le dittature si distinguono non per la mancanza assoluta del voto o della libera opinione, ma solo nel grado di esercitabilità del voto e di libera opinione. Questo è un confine labile, retorico, soggettivo, sottile che si misura nella possibilità di esprimere la propria opinione e nella possibilità di tentare di sostituire una minima parte dei 120 mila amministratori pubblici eletti ai quali si sommano gli inamovibili 70mila dirigenti che governano 3.6 milioni di dipendenti pubblici, ugualmente inamovibili. Per tentare sostituire gli amministraotri pubblici sarebbe prima necessario valutare il loro operato, ma mancano quasi totalmente i resoconti di gestione e contabili leggibili da un normale cittadino. Si potrebbe dire che le possibilità di controllo sono molto limitate nelle democrazie, e anche peggio nelle dittature.

In sintesi, la pratica istituzionalizzata dei sistemi di controllo, da parte dei cittadini sugli amministratori pubblici, è indispensabile, ma nemmeno questo fattore è dirimente sull’ambiguità fra dittatura e democrazia.

Dovremmo forse esplorare due altri due criteri quantitativi.

1) Concentrazione della decisioni – Le comunità più efficienti adottano un sistema delle decisioni di ispirazione “gravitazionale”: le decisioni sono prese dal gruppo più vicino al problema da risolvere, in sintonia con i gruppi contigui. Per esemplificare, la contiguità “orizzontale” si realizza quando Comuni limitrofi si incontrano per decidere insieme come risolvere un problema di traffico che li coinvolge tutti. Questo sistema decisionale è spontaneo, non particolarmente istituzionalizzato nel nostro Paese, oltre che non frequentissimo. Un esempio invece di contiguità “verticale” (gerarchica) si concretizza quando il Comune, e non lo Stato, decide come deve essere fatto un marciapiede. Questo sistema è invece molto istituzionalizzato in una forte catena di comando e controllo, tanto che spesso interviene lo Stato, al massimo livello organizzaativo, a regolamentare questioni tutto sommato piuttosto locali come le righe blu dei parcheggi o le licenze dei taxi. Va aggiunto che i sistemi gerarchici tendono a sovrapporre, e perciò a confondere, le responsabilità, invece di segregarle con chiarezza.

In sintesi tanto più elevato è il valore dell’indice di concentrazione delle decisioni al più alto livello organizzativo, tanto più è probabile che il sistema di governo assomigli ad un sistema oligo-dittarioriale, ben mimetizzato.
2) Successione – Nelle dittature dinastiche il meccanismo di successione è ovvio: il capo resta in carica a vita, ovvero finchè non muore di morte naturale o fino a che non viene fisicamente eliminato dal concorrente più aggressivo e con meno scrupoli. È un sistema assai diffuso anche fra altri esseri viventi (es: il branco). Secondo questa prospettiva, i nostri passati governi nostrani assomigliano ad un’oligo-dittatura di geronti inamovibili dalle loro poltrone. Non che un anziano non possa essere efficace come un giovane, ma quando sono tutti anziani, il problema non sta nell’età del singolo, ma nel meccanismo successorio che non premia i risultati, ma premia la fedeltà ai capi. Oltre ad essere antropologicamente primitivo, il sistema che premia l’anzianità, specie se associata alla “competenza”, aumenta la concentrazione del potere  nelle mani degli autoproclamati “più competenti”, i quali proteggono sè stessi selezionano i futuri leader secondo il ferreo principio di fedeltà.  Perfino la Costituzione prevede, anche per i ruoli cooptati, criteri di rotazione per gli incarichi potenzialmente più pericolosi per la democrazia. Le dittature sono bene distinguibili con l’indicatore di anzianità media degli organismi amministrativi; quando essa è maggiore dell’anzianità media della popolazione, la probabilità dell’esistenza di una dittatura mimetizzata è piuttosto alta. Questo principio non vale per i sovvertimenti di sistema dovuti a rivoluzioni o golpe che abbassano imporovvisamente l’età media.  Si tratta infatti dell’altra faccia del sistema successorio dinastico: quando i vecchi esagerano, i giovani e forti si stufano e cacciano violentemente i vecchi. L’età media si abbassa, ma non è detto che cambi il sistema. È più probabile che il sistema successiorio resti lo stesso, ma cambino gli attori. Come le rivoluzioni insegnano; prima fra tutte quella francese.

In sintesi, l’indicatore di rotazione e non ripetibilità degli incarichi, non solo quelli elettivi, ma specialmente quelli cooptati, misura quanto il sistema dittatoriale prevalga, anche se ben mimetizzato in istituzioni che sembrano democratiche.

TTIP – I nazionalismi, i populismi e le lotte elettorali, tutti d’accordo: meglio litigare!

Io credo fermamente che un uomo di stato debba conoscere i principali dettami della scienza economica; o per lo meno saper ascoltare coloro che tali dettami conoscono. Quando essi ignorano tali dettami, commettono grandi errori: costringono gli agricoltori a coltivare prodotti comparativamente più costosi e si aspettano poi che il prodotto netto dell’agricoltura nazionale aumenti. Ingiungono agli industriali di scemar con ogni mezzo il costo dei prodotti della loro industria e proibiscono loro di acquistare anche all’estero materie prime, macchine e altri strumenti”. Per questa sua frase contro l’autarchia e la “battaglia del grano”, Umberto Ricci, economista liberale della prima metà del ‘900, dopo essersi già dimesso dall’Accademia dei Lincei per non giurare fedeltà al fascismo, nel 1934 perse la cattedra universitaria e andò in esilio a insegnare al Cairo e a Istanbul.

Oggi la situazione non è certo la stessa, ma i venti che spirano contro il libero commercio sono ripresi vigorosi. Si è creata infatti in Europa un’alleanza tra gli eredi del fascismo e del comunismo (entrambe in versione democratica e 2.0, certo) che, appoggiati da certi esponenti di una pluri-millenaria tradizione religiosa (la religione in sé niente ebbe da dire sui vantaggi comparativi del libero scambio, salvo dover intervenire deus ex machina quando – per difetto della distribuzione commerciale dell’epoca – mancarono pani e pesci nei pressi del Mare di Galilea e il vino alle nozze di Cana) e da concreti interessi economici di industrie inefficienti, ha organizzato una vera e propria crociata contro l’apertura delle frontiere, che trova un bersaglio ideale nel Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) in negoziazione tra Stati Uniti e Unione europea.

Per carità, anche negli Stati Uniti la chioma argentea di un vecchio socialista ciarliero e quella cotonata di un astuto trombone miliardario stanno sferrando pesanti attacchi contro il libero scambio, ma questo non ci è di consolazione, semmai aggrava lo sconforto. La conservazione e l’ideologia hanno sempre frenato le innovazioni anche più ovvie (basti pensare ai luddisti inglesi) ma certamente risulta strano che in epoca di piena globalizzazione, dove si è perennemente connessi o in viaggio e si acquistano gadget, macchinari e servizi provenienti da ogni parte del mondo, si sia sviluppata una repulsione così irrazionale nei confronti del commercio. Fortunatamente la quasi totalità degli economisti ancora accetta l’assunto che il “free trade” è benefico per tutte le nazioni, sia che importino sia che esportino. L’intuizione la possiamo far risalire alle parole che, mentre era predominante la teoria mercantilista, Adam Smith scrisse nella “Ricchezza delle nazioni”: “E’ la massima di ogni uomo prudente, a capo della sua famiglia, di non cercare mai di fare a casa ciò che gli costerà più fare che andare a comprare”.

Ma torniamo al Ttip. Porterà vantaggi economici? Finora la stragrande maggioranza degli studi (Cepii, Cepr, Fondazione Bertelsmann, World Trade Institute, Atlantic Council) dice di sì. In prospettiva, dallo 0,3 allo 0,5 per cento del pil di crescita in più all’anno (un’enormità, soprattutto per paesi a basso tasso di sviluppo come l’Italia) equamente distribuita tra Europa e America. E’ vero che questi studi sono a volte un po’ simpatetici e in più stimano anche gli effetti dell’eliminazione di barriere non tariffarie, più difficili da calcolare dell’abbassamento dei dazi doganali, ma tant’è. E comunque l’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri. Il fatto che su alcuni argomenti le parti non siano d’accordo (come l’apertura alle merci europee negli appalti americani o la denominazione di origine controllata di cibo e vino) è la scoperta dell’acqua calda: cosa si negozierebbe altrimenti?

Il Ttip porterà senza dubbio anche vantaggi politici. Prima di tutto impedirà la deriva degli Stati Uniti verso il Pacifico: ricordiamoci che il Trans-Pacific Partnership (Tpp), accordo con 11 stati affacciati su quell’oceano, è già stato firmato. Anche il più convinto anti-yankee non può avere piacere che l’Europa abbia scarsa influenza su Washington e che il mercato americano sia meno accogliente verso le merci del Vecchio continente. Inoltre, le regole del commercio internazionale è meglio scriverle insieme, tra paesi democratici e a economia di mercato, piuttosto che doverle negoziare in posizione disunita con paesi che prendono i loro interessi molto sul serio, come Cina, Russia e India, e che hanno sistemi di valori non proprio coincidenti con i nostri.

Pericoli del Ttip? “Ogm, carni con ormoni, polli alla candeggina, esperimenti sugli animali per testare i cosmetici!”. Ora, a prescindere dal fatto che, per esempio, sugli ogm il pragmatico approccio americano sarebbe migliore di quello europeo che è “prudente” e abbastanza antiscientifico, la Commissione europea e molti governi hanno ribadito varie volte che questi argomenti non sono negoziabili; anzi, la commissaria per il Commercio, Cecilia Malmström, esagerando, ha affermato che le regolamentazioni potranno essere solo più stringenti, non meno (che razza di liberale! Il presupposto è che più si regola meglio è).

Insomma, crescita economica, convenienza politica, rischi limitati e persino concordanza tra gli studiosi sulla teoria dei vantaggi comparativi del libero scambio: cosa potrebbe fermare il Trattato? Il populismo e la legge di Murphy, che nella scienza economica è stata così teorizzata dall’accademico di Princeton, Alan Blinder: “Gli economisti hanno la minima influenza sulle politiche dove ne sanno di più e sono maggiormente in accordo; hanno la massima influenza sulle politiche dove ne capiscono di meno e litigano nel modo più veemente”. Appunto.

Ancora su stagnazione secolare

Molti articoli, come questo, pur partendo da prospettive diverse tendono a sostenere un’interpretazione convergente: eccesso di “inventario” finanziario improduttivo.

Fenomeno che viene chiamato in molti altri modi: eccesso di capitale in circolazione, troppa massa monetaria, troppi debiti da pagare, capitale che cresce più del lavoro o del GDP (in particolare quello pro capite), bassa produttività, e in altri modi. Insomma il sistema starebbe riassorbendo l’enorme massa monetaria artificiosamente e inutilmente creata negli ultimi trent’anni. Il problema si aggrava anche perché mentre l’enorme massa di denaro si riduce, si riducono anche le persone che campano sulla movimentazione del denaro, in una spirale la cui rotazione è molto difficile da invertire.
Ma forse gli elementi che colpiscono maggiormente sono:

  • L’efficienza sui costi di produzione – La globalizzazione ha consentito gigantesche efficienze spostando la produzione in aree dove il lavoro costa meno. Il risultato è stato un generale abbassamento dei costi cioè dei prezzi (deflazione). Il fenomeno non può che essere transitorio, dato che la ridistribuzione della ricchezza fra Paesi ricchi e Paesi emergenti colmerà il divario sul costo del lavoro, ma i tempi di allineamento fra le economie globali sono lunghi.
  • L’efficienza dell’economy sharing – La disintermediazione, la smaterializzazione (es: prodotti editoriali, amministrativi, bancari), lo spossessamento dovuto alla condivisione dei mezzi, abbatte la domanda dei mezzi. Non si tratta solo del bike-sharing, ma anche per esempio dello sharing dei voli aerei a favore della saturazione dei velivoli. Paradossalmente il sistema abbassa i costi diminuendo la domanda di mezzi invece di aumentarla come è accaduto nel passato.
  • L’efficienza energetica – Gli altissimi costi, semi-monopolistici, dell’energia hanno spinto la ricerca a trovare soluzioni per abbassarne i consumi (trasporti, forme di energia, ecc.). È un altro abbattimento della domanda che espelle dal sistema i produttori di energia ad alto prezzo e riduce la domanda di mezzi energivori.
  • La saturazione della domanda – Non si può comprare più di un certo numero di cellulari procapite o altri ammennicoli che sembrano ad alta innovazione, ma in realtà sono solamente grandi volumi di prodotti venduti massivamente alla popolazione mondiale che a loro volta indirettamente aumentano l’efficienza del sistema globale
  • La velocità della produzione – La capacità produttiva si misura anche in capacità di consegnare grandi quantità di prodotti in tempi brevissimi. Il che implica un’enorme capacità produttiva utilizzata in intervalli di tempo compressi. È una capacità produttiva costosa e perciò va alimentata da un flusso continuo di nuovi prodotti che non ci sono né vengono richiesti dal mercato.

In sintesi, alla popolazione servono prodotti e servizi realmente innovativi, mentre il sistema continua a produrre oggetti e servizi scarsamente attrattivi. Decisamente i più grandi “consumatori” di denaro sono i governi che per lo più producono servizi a valore aggiunto veramente molto basso, salvo che nei rari casi di innovazione, spesso tecnologica, per esempio nei sistemi di intelligence e di security e nei sistemi della salute. L’efficienza della globalizzazione e dello sharing è ancora lontana dalla soglia del massimo “risparmio”. Continuerà a mietere fabbriche e lavoro. Non si tratterebbe quindi di scarsità di domanda, ma di eccesso di offerta accompagnata da un’offerta finanziaria anche più ingombrante.

Qual è dunque la ricetta per tornare a crescere in produttività e in GDP procapite?
Nessuno lo sa. Ma forse gli ingredienti della ricetta vanno ricercati nella troppo rara e troppo poco distribuita disponibilità del capitale di conoscenza che da sempre è il motore primario dell’innovazione e della migliore qualità della vita (domanda e offerta).

La “giungla” delle 11 mila partecipate pubbliche nel rapporto Istat

Di Francesco Bruno

Rapporto ISTAT sulle partecipate

“10.964 unità”, è questa la cifra indicata nel report pubblicato dall’Istat lunedì 16 novembre sulle società che presentavano una forma di partecipazione pubblica in Italia nel 2013. Per fare un semplice e banale paragone con i partner dell’Eurozona, la Francia (che in quanto a intervento dello Stato nell’economia sa il fatto suo) ne conta circa un migliaio.

Il secondo dato che attira subito dopo l’attenzione nella lettura del report, è che le società attive sono state 7.767, quindi vi erano 3.197 imprese con partecipazione pubbliche inattive, che impiegavano il 2,7% degli addetti totali (tra queste anche un migliaio di imprese fuori dal Registro Asia Imprese da cui il report ha estratto i dati). Inevitabile chiedersi immediatamente perché si debba mantenere partecipazioni pubbliche in imprese inattive e sarebbe molto interessante scoprire se nel corso degli ultimi due anni siano avvenute le doverose dismissioni dalle stesse.

Terzo dato, nelle unità con partecipazioni pubbliche operavano quasi un milione di persone(927.559), un milione di tessere elettorali per quanto interessa alla politica. Agevole capire il perché è così arduo razionalizzare tali partecipazioni in maniera efficiente.

Ma il report dice anche altro.

Utili e perdite

Con riguardo alle società sottoposte a controllo pubblico, il bilancio di esercizio è stato in utile per i due terzi, mentre il 23% ha fatto registrare una perdita. Le migliori performance di bilancio si segnalano nei settori di fornitura dell’acqua, nella gestione dei rifiuti e nell’erogazione di gas ed energia elettrica, mentre le maggiori perdite si rilevano nel settore dei traporti.

Nel 2013, le società controllate hanno prodotto utili per circa due miliardi di euro e perdite maggiori al miliardo. Il saldo complessivo è quindi positivo. Ma restano diverse ombre dietro i dati.

Innanzitutto, le perdite sono molto pesanti. Un miliardo di euro che finisce inevitabilmente a gravare sulla fiscalità generale, perché gli enti pubblici sono costretti a destinare risorse al risanamento dei bilanci. Si badi bene che si tratta di società che nella quasi totalità dei casi opera in regime di monopolio e con l’apporto di erogazioni pubbliche. Sentendo parlare spessissimo di “fallimenti del mercato”, vien da chiedersi perché nel mercato privato le imprese in perdita finiscono inevitabilmente per fallire, mentre lo stesso destino non tocchi alle società controllate da enti pubblici. “Per garantire i servizi pubblici essenziali” si potrebbe facilmente obiettare. Ma una società che non è in grado di evitare perdite di esercizio nonostante erogazioni di fondi pubblici e regimi di monopolio, sarà in grado di offrire un buon servizio ai cittadini? Difficile da credere.

Secondariamente, anche sul versante delle società in utile non si può ritenere che sia tutto oro qualcosa che luccica. In primis è doveroso far notare nuovamente che si tratta di società che ricevono erogazioni pubbliche, che operano in regime quasi esclusivo di monopolio e in settore altamente remunerativi, come quelli della fornitura di energia e gas. Se fossero in perdita anche tali società…..

Inoltre, quando si valuta il costo delle partecipate per i cittadini, non si può non tener conto anche delle tariffe applicate da queste aziende che vediamo nelle nostre bollette. Sarebbe minore questo costo in caso di apertura al mercato e alla concorrenza? Difficile dare risposte secche, ma sicuramente se la liberalizzazione e la dismissione delle quote pubbliche venisse eseguita correttamente, è probabile che gli utenti ci guadagnerebbero.

L’opinione della Corte dei Conti

Nella relazione depositata il 22 luglio 2015 dalla Corte dei Conti – Sezione delle Autonomie inerente “Gli Organismi partecipati degli enti territoriali”, sono molte le summenzionate ombre evidenziate dalla magistratura contabile.

Per brevità, le più rilevanti:

  1. Nei bilanci 2013 delle società a totale controllo pubblico, la Corte individua importanti squilibri tra le Regioni in merito a utili (di seguito “U”) e perdite (di seguito “P). In particolare il riferimento è a Lazio (U 4,4, mln – P 31,9 mln), Umbria (U 6,4 mln – P 32,7 mln), Molise (U 292 mila – P 2,9 mln), Campania (U 4,6 mln – P 24,3 mln), Calabria (U 798 mila – P 7,4 mln).
  2. In Calabria, Basilicata, Campania e Sicilia il costo del lavoro incide pesantemente sul costo della produzione, anche in modo superiore al 50%. Il dato è probabilmente dovuto al fenomeno delle assunzioni inutilidecise dalla mala-politica che controlla dette società.
  3. La Corte evidenzia che nelle società a totale partecipazione pubblica il fattore tecnologico è meno prevalente di quello umano. Anche qui la produttività fa spazio a esigenze occupazionali e di consenso politico.
  4. Dalle analisi si ricavano perfino molti casi di eccedenze delle erogazioni pubbliche rispetto al valore della produzione. Inoltre l’ente pubblico affidatario spesso riconosce alla partecipata altri finanziamenti ordinari e straordinari, nonché contributi per ripianare le perdite. In tali situazioni il peso della partecipazione è eccessivamente gravoso per le finanze dell’ente pubblico.

Da questi dati emergono alcune criticità importanti inerenti le società a totale controllo pubblico, nelle quali è la politica a prendere tutte le decisioni. Ma anche le società dove il controllo pubblico non è totale o è minoritario destano forti preoccupazioni di sostenibilità finanziaria. I risultati possono indignarci, ma non devono sorprenderci. Il politico razionale pensa alla sua rielezione ed ha quindi un incentivo ad allargare il suo consenso, a danno delle casse pubbliche ovviamente.

Cosa si può fare

Tanto, tantissimo. Non servono genialate, Carlo Cottarelli – come tanti altri – ha già suggerito cosa si dovrebbe fare nelle sue memorie pre-licenziamento senza giusta causa.

Cosa si può fare concretamente? Assolutamente nulla se manca la volontà politica. Il Rottamatore avrebbe dovuto ridurle a mille, ma Palazzo Chigi favorisce l’oblio.

Affinché la riduzione delle partecipazioni pubbliche in società private avvenga, è necessario che questo risulti conveniente per la politica. Evidentemente al momento questo non avviene perché le misure di efficientamento della spesa pubblica non godono di un favore popolare che sia superiore o almeno pari al malumore generato dai tagli (ricordare il milione di addetti).

Probabilmente è errato anche il messaggio comunicativo trasmesso. I tagli indiscriminati generano tensioni e paure per un’eventuale diminuzione nel livello di alcuni servizi fondamentali che svolgono le partecipate. Si dovrebbe far capire che mentre esistono dei casi dove tali aziende vanno chiuse o dove è necessario che l’ente pubblico controllante ceda il controllo o il non controllante dismetta le sue quote, ve ne sono tanti altri dove non si deve necessariamente decurtare le erogazioni pubbliche: i soldi possono rimanere gli stessi, ma si può spenderli meglio.

Inoltre, a mo’ di esempio, se si fa capire che queste società hanno bisogno di investire in tecnologie innovative piuttosto che assumere scriteriatamente, forse sarà più facile incontrare il favore popolare.

Il messaggio potrebbe altresì far leva sui benevoli effetti della concorrenza per gli utenti, derivante da un’aperura al libero mercato della gestione di servizi notoriamente affidati ad aziende pubbliche: se si fa capire che la liberalizzazione degli affidamenti dei servizi può comportare unariduzione cospicua delle tariffe, il cittadino potrebbe essere maggiormente favorevole al cambiamento.

Ovviamente non è facile convincere il contribuente, il quale resta preoccupato, perché l’esperienza gli insegna che spesso in Italia specialmente la privatizzazione di aziende pubbliche o a controllo pubblico è coincisa con il passaggio da un monopolio pubblico a uno privato. La sfida diventa quindi quella della totale trasparenza delle gare e di una migliore regolamentazione sul conflitto d’interessi.

Trovare l’incentivo giusto che convinca la politica a farsi spazio nella giungla delle partecipate, tagliare molti rami e potandone altri, è una sfida senz’altro difficile, ma non impossibile, perché in fondo sarebbe sufficiente rendere l’intervento popolare e il politico razionale reagirebbe di conseguenza.

Se questo non avverrà, continueremo invece a narrare di perdite che aumentano, di numeri esorbitanti e ci consoleremo alla sera ascoltando i Guns N’Roses (https://www.youtube.com/watch?v=o1tj2zJ2Wvg).

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Prologo per una democrazia 3.0

Democrazia – Il presupposto per una democrazia 3.0 è che i cittadini ai quali ci rivolgiamo abbiano scelto ed interiorizzato la preferenza per la forma organizzativa di governo chiamata Democrazia:

  • Principio –La democrazia si fonda sul diritto di ciascuno di essere un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sulle proprie risorse e sui propri beni. La democrazia non è il luogo degli uguali, ma il luogo dei diversi.
  • Assioma – Gli esseri umani desiderano aggregarsi, contemporaneamente in molteplici società, e disassociarsene. Gli individui non appartengono alle società, ma al contrario ne possiedono una quota.

Storia della democrazia –  Non è inutile ricordare quanto recenti e poco esperte siano le organizzazioni con governo democratico:

  • Dem0 – In una fase che potremmo definire dem0, dalle origini alla fine del ‘700, la democrazia è stata sperimentata a macchia di leopardo in una sequenza di errori e aggiustamenti.
  • Dem1 – Alla fine del ‘700 alcuni Paesi hanno adottato organizzazioni democratiche funzionanti e stabili, per esempio le Sette Provincie Olandesi, gli USA, la Svizzera, UK con la sua progressiva trasformazione e pochissime altre.
  • Dem2 – Con la WWII (Seconda Guerra Mondiale) la democrazia è stata adottata in numerosi Paesi che hanno subito sentito la necessità di ulteriori organismi sovranazionali, ugualmente democratici, come l’EU, la BCE, l’ONU, il WTO, FMI, il Tribunale dell’Aja.
  • Dem3? – In questi anni ci chiediamo se dem2 regga al potente sviluppo dell’uomo generato delle democrazie moderne. Specialmente ci chiediamo se dem2 sia in grado di riconfigurarsi alla luce delle complessità:
    • delle democrazie multilivello oramai già largamente operative (Città, Regione, Paese, Continente, Globo)
    • della rapida scomparsa dei confini
    • dei poteri sempre meno centralizzati e spinti in giù al più basso livello possibile di decidibilità
    • dell’interazione peer-to-peer fra individui che supera qualsiasi confine fra società. Nel bene e nel male, la società liquida descritta da Baumann è globale e sta sfidando ogni confine, ogni separazione, ogni uniformità.

Cultura – Gli uomini hanno memoria e tendono a ripetere i comportamenti ritenuti di “successo”.

  • Individuo – Ciascun individuo fa decantare l’esperienza e la deposita in un catalogo di comportamenti che può essere trasmesso agli altri e alla sua discendenza con una infinità di mezzi attivi (racconti orali, scritti, rappresentati, ecc.) e passivi (per imitazione, per osservazione, ecc.).
  • Comunità – Ciascuno ha un proprio catalogo unico di comportamenti che costituisce il suo DNA etico. Quando molti elementi del catalogo sono comuni ad altri, si forma una comunità entro la quale gli individui si riconoscono e sono l’un l’altro affidabilmente prevedibili
  • Efficienza – L’efficienza è il prodotto principale del complesso processo di apprendimento dei “comportamenti di successo”: riduce il numero di errori, fa risparmiare energia, risorse e tempo, rende prevedibili i comportamenti dei membri della comunità, accelera lo scambio informativo, aumenta la cooperazione e in definitiva accumula una forza collettiva più che proporzionale a quella dei singoli individui. Aumenta le possibilità di resistere alle forze della natura e di competere con altri gruppi.
  • Standard – Pensate a cosa succederebbe se invece di circolare a destra, ciascuno circolasse a suo modo. La cultura (catalogo dei comportamenti) è il substrato che stimola l’invenzione e l’uso degli standard, il diametro dei tubi, le prese elettriche, il metro; anche il Diritto è uno standard. Senza standard dovremmo inventare l’acqua calda tutti i giorni. L’efficienza implicita dell’uso degli standard consente di recuperare tempo ed energia a favore dell’innovazione; ma l’innovazione non è cultura, semmai è il contrario: la cultura tende a produrre ripetitività, sicura tranquillizzante ripetitività.
  • Errori e innovazione – La cultura tende a omogeneizzare, uniformare, congelare i comportamenti “utili” in una ripetizione senza fine. Questa è una tendenza che però mai conduce al tutto uguale e ripetitivo. In un contesto in evoluzione, i comportamenti ripetitivi producono errori, inefficienze e anche gravi danni.  Fortunatamente la cultura contiene in sé anche i processi per riconoscimento degli errori e delle inefficienze, i processi di apprendimento, di innovazione e di sperimentazione. In sostanza la cultura da un lato rende tutto più efficiente, dall’altro apre la porta alla non-cultura, alla comprensione dell’inesplorato, del barbaro, dell’inesplicato e infine al cambiamento.
  • Qualità della vita – La cultura interpretata esclusivamente come efficienza, sicurezza, ripetitività non rende giustizia alla complessità dell’apprendimento proprio della cultura stessa. Solo una parte della vita è misurabile in termini di “successo quantitativo”; una larghissima parte dell’applicazione della cultura produce risultati percettibili, ma non misurabili. La cultura migliora la qualità della vita anche su dimensioni ancora poco esplorate come quelle dei sensi, dei sentimenti, dell’estetica. Nessuno sa cosa veramente vuol dire “successo”; può essere sinonimo di “qualità della vita”?

Morale ed etica – Fino al recente passato i due termini sono stati sovrapponibili. Entrambe le parole, morale ed etica, pongono in relazione l’individuo con i suoi pari e con un “alto”, più o meno trascendente. Col passare del tempo e con la crescente consapevolezza delle logiche (valori) della democrazia si avverte l’esigenza di distinguere e specializzare i significati delle due parole. Ecco un’ipotesi che sta facendosi strada:

  • La morale riguarda ciò che l’uomo deve al trascendente. La morale si converte in comportamenti quotidiani che discendono dalla fede/fiducia nella più grande capacità dell’”alto”, un capo o un’entità trascendente. L’espressione “rendere conto alla propria coscienza” bene interpreta il prevalere della coscienza, dell’immutabilità e dell’eternità delle leggi della morale. Nello stesso tempo descrive il conflitto fra individui che rispondo a coscienze (morali) diverse. Sono quotidianamente sotto i nostri occhi i tragici effetti delle morali di massa (società culturalmente troppo omogenee) che violentemente si scontrano. La democrazia al contrario è un sistema che tende a realizzare la convivenza pacifica fra individui con diverse morali; la democrazia è appunto il luogo dei diversi, a patto che tutti subordinino la propria individuale morale all’etica.
  • L’etica riguarda ciò che l’uomo deve ai suoi pari. L’etica ha labili interdipendenze con la morale. L’etica è l’insieme dei comportamenti, delle regole, che i membri di ciascuna società decidono di adottare; indipendentemente dalla morale di ciascuno. Al contrario della morale, l’etica non ha alcuna pretesa di totalità; all’etica è sufficiente che solo alcuni comportamenti siano comuni ai membri della società. Per i rimanenti comportamenti, ciascuno è libero di agire come crede. L’etica cambia con il mutare del contesto; il meccanismo del cambiare sta nei membri della società e non richiede il coinvolgimento dell’”alto”; la coerenza fra morale ed etica è un problema che deve essere risolto da ciascun individuo, nell’unicità della sua anima.

La morale risponde ad un codice totale, unitario, eterno, immutabile come spesso è scritto in un testo millenario.
L’etica risponde al cangiante insieme della cultura comune, delle regole non scritte e delle regole scritte, delle norme, delle leggi e delle costituzioni.
La distinzione fra morale ed etica assomiglia molto a quell’altra interessante differenza fra ius e lex, la legge della natura e la legge degli uomini. Ma questa è un’altra storia.

Beni comuni – Le società sono tali in quanto i loro membri condividono almeno un obiettivo comune. La democrazia separa la grande visione individuale (totale, unitaria, pervasiva) dai singoli obbiettivi “societari” (concreti, tangibili, limitati). In altri termini la democrazia agisce (prevalentemente e perciò non esclusivamente) sui cosiddetti “beni comuni” che a questo punto è indispensabile definire.
In generale la proprietà definisce il “bene”. La proprietà di un campo non richiede di distinguere i singoli sassi, piante e tipi di terra e acqua. La delimitazione geometrica è sufficiente a definire il “bene campo”. A maggior ragione i “beni comuni” sono identificati dalla proprietà, per esempio le scale sono proprietà collettiva dei condomini, la strada comunale è proprietà collettiva degli abitanti del comune. Molto più complesso è identificare oggetti dei quali è impossibile riconoscere la proprietà (per esempio l’aria). Questa eccezionalità, ci porta ad assimilare la proprietà alla responsabilità, all’accountabilty, su alcune caratteristiche del bene (indicatori); per esempio la quantità delle polveri sottili in una certa area. L’approfondimento in questa direzione ci porta lontano dal tema democrazia 3.0; ai nostri fini l’individuazione della proprietà è probabilmente un fattore sufficientemente dirimente per determinare i confini dei beni comuni.

Economia – Poiché in democrazia molti sono coinvolti nelle decisioni è necessario un sistema di misurazione comprensibile a tutti: ed “economia” fu. L’economia è un insieme di standard e di regole che tutti, persone e società, condividono e usano per efficientemente comunicare. Laddove la conoscenza dell’economia è lacunosa, la comunicazione si carica di ambiguità, si fa inaffidabile e talvolta fantasiosa (non sempre in senso positivo).

Politica – La parola rappresenta una sfida concettuale e organizzativa che richiede una preliminare “rimessa a nuovo”, una ripulitura dalle incrostazioni millenarie che vi si sono depositate sopra.

  • I cittadini sovrani affidano una parte dei propri beni agli Amministratori Pubblici. La politica è sostanzialmente il compito di amministrare i beni comuni, aggregati in ciascuna società (es:il comune, il territorio italiano), al fine di farli “rendere” in termini di migliore qualità della vita. Questo concetto è espresso, talvolta con complicate parafrasi, nelle Costituzioni democratiche.
  • Non abbiamo alcuna proposta sulla definizione di “qualità della vita”. Abbiamo però sufficienti argomentazioni per affermare che essa non è definibile in altro modo se non nella descrizione che ciascun individuo ne dà per sè stesso. La prima argomentazione risiede nel fatto che è insito nel concetto stesso di democrazia che ciascun individuo possa immaginare un proprio futuro e provi a realizzarlo. Già questa individualità costituisce di per sé l’ostacolo principale a definire un unico standard di “qualità della vita”. Al contrario, nei “sistemi centralistici” lo standard unico per tutti è il prerequisito fondante.
  • In democrazia la convergenza di interesse (qualità della vita) fra individui è temporanea. Per esemplificare, nei contratti è obbligatorio indicare la data di scadenza del contratto, pena la sua invalidità. Stiamo mettendo a fuoco che:
    • la morale può porre obiettivi totali, immutabili e centralmente governabili (forse)
    • al contrario in democrazia la “qualità della vita” è un obiettivo mobile.

In conclusione potremmo supporre che i Paesi, che chiamiamo più avanzati, abbiano prodotto una qualità della vita maggiore di qualsiasi altro Paese. Ma potrebbe non essere vero. Lasciamo la confutazione di questo diffuso convincimento a chi invece ritiene che altri Paesi e culture abbiano ottenuto risultati migliori. Pragmaticamente il dibattito fra le due fazioni potrebbe rivelarsi un’illusione intellettuale, un errore di identificazione degli obiettivi. Parrebbe infatti poco utile distinguere chi sia di maggiore successo in un mondo che ha rallentato la produzione di valore aggiunto. La domanda cruciale sembra piuttosto essere: come si può tornare a produrre valore aggiunto (qualità della vita)?

Quale organizzazione della società potrà liberare energie potenti almeno quanto hanno fatto i sistemi democratici negli ultimi due secoli? Ci sarà una dem3 che proietterà i nostri figli in un mondo entusiasmante? Come sarà fatta?
Gli indizi e i sintomi dell’esistenza di una dem3 in sperimentazione sono visibili. Ma questa è storia in divenire, da narrare in altri capitoli.