Mini-job: meglio un uovo oggi od una gallina domani?

7,5 milioni di tedeschi lavora con un “mini-job”: una forma contrattuale che interessava 5,9 milioni di lavoratori nel 2003 ed oggi interessa il 25% degli occupati tedeschi. I mini-job sono rapporti di lavoro pagati meno di 500 euro il mese, esenti da contributi previdenziali per il lavoratore e contributi ridotti per il datore di lavoro. I mini-job
stanno dietro la modesta disoccupazione tedesca in una fase economica non semplice a livello europeo, la riduzione significativa dei contributi alla disoccupazione a sollievo dei conti pubblici, la bassa pressione salariale che ha sinora consentito alle imprese tedesche di operare a costi contenuti e crescere sul fronte delle esportazioni. Per contro, a fronte di ridotti contributi previdenziali versati oggi, il conto per il sistema previdenziale pubblico potrebbe essere elevato domani; la ridotta capacità reddituale dei lavoratori ne ha limitato, ma non escluso, la capacità di consumo: il mercato interno tedesco “beve poco, ma beve” ed i conti, come detto, stanno in piedi grazie all’export. Non tutto semplice, non tutto positivo; ma le luci ci sembrano superiori alle ombre.
Molti sono i punti che meritano riflessione, sia con riferimento alla società tedesca che a quella italiana, per confronto.
Dal punto di vista etico, riteniamo preferibile avere comunque un lavoro, seppure poco retribuito, piuttosto che ricevere un sussidio di disoccupazione, temporaneo o meno; questo ci sembra particolarmente importante quando l’alternativa alla disoccupazione è la “cattiva occupazione” in imprese decotte e senza prospettive, tenute in vita artificialmente con la cassa integrazione ordinaria e straordinaria.
Dal punto di vista sociale, avere una forza lavoro occupata migliora, spesso se non sempre, il clima di una comunità, dando ad ognuno un “senso” alla propria vita ed a quella del nucleo familiare di riferimento.
Dal punto di vista economico, la creazione di posti di lavoro accresce, seppure in misura non necessariamente proporzionale con la crescita degli occupati, l’efficienza di un sistema industriale.
A fronte di tali vantaggi, riteniamo che i maggiori svantaggi risiedano nell’equilibrio pensionistico di lungo termine e nello sviluppo di competenze professionali. Contributi pensionistici bassi, od insufficienti, determineranno inadeguate erogazioni pensionistiche future, a meno di prevederne un innalzamento dei contributi in una fase lavorativa successiva. Il sistema pensionistico ha sempre un equilibrio precario e modeste variazioni nei livelli di copertura possono alterarne la struttura nel medio e lungo termine. Un lavoro a bassa retribuzione è usualmente legato a prestazioni lavorative meno ricche e con professionalità richieste modeste; senza miglioramenti continui e costanti (quello che tradizionalmente ha fatto la Germania), è assai difficile mantenere vantaggi tecnologici, di processo, competitivi.
In un confronto con l’Italia, possiamo rilevare che misure come i mini job non sono nell’agenda politica di governo, partiti, sindacati, tutti legati ad una tradizione di “salvataggio”: di imprese decotte, non del lavoro.

 

Viva l’invecchiamento della popolazione

Una delle principali sfide del XXI secolo: secondo calcoli accurati, l’aspettativa di vita sale costantemente di 2,5 anni per decennio, dal 1840; l’obiettivo di vivere sino a 100 anni potrebbe non essere lontano: fine secolo. Risultato immediato di migliori tenore e stile di vita, istruzione, accesso alle cure mediche.

L’evidente incremento dell’aspettativa di vita chiede di rivedere il concetto di longevità ed il modello
di società: se nel XX secolo abbiamo assistito ad una redistribuzione della ricchezza fra nazioni ceti ed individui, nel XXI secolo la grande redistribuzione sarà in termini di orario di lavoro e tempo libero: se sappiamo di vivere 100 anni, 90-95 dei quali in buona salute fisica e mentale, ne deriva che “spalmeremo” il nostro tempo in modo nuovo fra studio, lavoro, famiglia ed educazione dei figli, tempo libero.

Sarà importante garantire che questa diversa allocazione non mini l’equilibrio del welfare e l’equità fra le generazioni; sappiamo che è molto più facile tutelare i diritti delle generazioni viventi (esse votano) rispetto a quelli delle generazioni future.

In termini economici, le sfide ci appaiono epocali: ci saranno crescenti necessità di accumulare risparmi nel corso della vita lavorativa per assicurarsi una (piacevole) vecchiaia, e questa richiesta di maggiore tutela sarà prevedibilmente indirizzata verso forme di investimento individuale; aumento della popolazione attiva ed incremento del “montante pensionistico” porteranno ad un aumento della “domanda di investimento” in azioni, obbligazioni societarie, obbligazioni del debito pubblico, altri beni (fondi di varia natura, immobili, opere d’arte,..); a fronte di una maggiore domanda, l’ “offerta” dovrà allinearsi e “seguire la domanda”. Se l’offerta non fosse allineata con la domanda, la richiesta crescente di investimenti “sicuri” (sia finanziari che non finanziari, immobili, opere d’arte) porterà ad un aumento del loro prezzo, comprimendone il rendimento: “it’s economy, my friend!”. Sarà una sfida per chi investe e per chi gestisce gli investimenti.

Gli investitori si confrontano già oggi con mercati azionari globali: le borse mondiali capitalizzano 57.200 miliardi di dollari, con un peso crescente dei mercati asiatici che hanno da tempo superato con 24.200 miliardi quelli delle aree americane, che sono a 17.600 miliardi (di cui 14.800 NYSE), e presto saranno 2 volte i mercati europei, fermi a 15.400 (EMEA): i capitali si dirigono dove vi sono opportunità di investimento e di rendimento in società e paesi che crescono, meglio tanto che poco. La capitalizzazione dei mercati obbligazionari e di stato è di ammontare equivalente, mentre il controvalore di fondi di investimento tradizionali, private equity ed hedge funds potrebbe essere un multiplo del totale. Cui aggiungere il “valore” di strumenti derivati stimabili in 25.000-30.000  miliardi (le sole prime 20 banche europee ne hanno sottoscritti per 6.000 miliardi). Un potenziale “mare” di strumenti finanziari fra i 300.000 ed i 350.000 miliardi di dollari. Stime del valore di immobili non sono disponibili; la “massa”di possibili investimenti ha con troppi zeri.

Nei  “mala tempora” che viviamo, vediamo quindi una luce in fondo al tunnel: la richiesta di nuove forme di investimento potrebbe essere un forte detonatore di crescita economica, meno aleatoria e più costante; laddove milioni di individui ricercano forme di accumulazione dei loro risparmi si creeranno opportunità di investimento in realtà industriali nuove, ci saranno nuove imprese che nasceranno per produrre nuovi “beni”, sia materiali che immateriali.

La “macchina del progresso”: starà alla lungimiranza dei governanti indirizzarla al meglio. La speranza, come si dice, è sempre l’ultima a morire.

 

La moneta non c’è più

C’è una Bit-coin mania, la moneta virtuale con cui pagare in modo anonimo ed elettronico, seduti a casa, senza commissioni bancarie, che non perde valore e che viene accettata dalla controparte in transazioni “peer-to-peer”. E’ una moneta che non è emessa da nessuna banca centrale e non “gira” su circuiti bancari o delle carte di credito, quindi non addebita commissioni; la sua emissione non è sostenuta da riserve d’oro o dalla fiducia e firma dello stato (solvibile o meno);
non c’è controllo sulla sua emissione e sulla sua circolazione nel circuito web; non essendo emessa da una banca centrale, questa non può accrescerne la circolazione emettendone di nuova, quindi il valore del bit-coin non segue l’andamento del debito pubblico, del deficit di bilancio, dell’inflazione. I bit-coin sono già stati indicati come la nuova frontiera della monetica: nessun controllo da parte delle banche centrali, massima libertà dell’individuo, nessun costo bancario, trasferimenti solo via web.
Le banche centrali e le istituzioni internazionali che controllano il sistema finanziario tradizionale non sono sinora intervenute su questo sistema-ombra che continua a sfuggire ai controlli, essendo inoltre localizzato nel mondo web, senza indirizzo e nazionalità.
Tutto così facile, bello, moderno, tecnologico. Scopriamo di più, che ne dite?
Oggi sono in circolazione 11.619.250 bit-coins, che valgono ciascuno 83.66 dollari l’uno (dati pubblicati su www.blockchain.info il 13.9.2013); il valore totale dei bit-coins è di 1.6 miliardi di dollari. Poca cosa rispetto alla dimensione della massa monetaria (nelle sue varie componenti, monete, banconote, conti bancari a vista), ma in potenziale crescita. Fino a quando? Come si muove e perché il prezzo del bit-coin? Come fare per comprarli? E per venderli? E chi ha avuto l’idea e li ha emessi?
L’ideatore dei bit-coins è avvolto dal mistero, e coi tempi che corrono è sicuramente una impresa tenere celato l’autore che nel 1998 ha messo in moto il “nuovo conio”.
I bit-coins si comprano ad una banca virtuale, depositando moneta vera su un conto virtuale (con un banale bonifico dal conto corrente); più alta la somma trasferita, più bit-coins si comprano, come fossero azioni. In caso di vendita, si fa il percorso inverso, chiedendone il rimborso. Trattandosi di “titoli” non quotati, la compravendita di bit-coins non è trasparente come si vorrebbe credere, e forse qualche ulteriore riflessione va fatta sia sulle modalità di transazione sia su chi controlla il processo.
La quotazione non ufficiale dei bit-coins (dati ripresi da www.blockchain.info il 13.9.2013) ha avuto un massimo ad aprile 2013 con un “prezzo” di 237.56$ per bit-coin, pari ad una capitalizzazione di 2.215.281.500$; peccato che nello stesso mese la quotazione sia crollata a 83.66$, in concomitanza della crisi-Cipro (isola mediterranea nota anche per essere un centro finanziario off-shore: poche regole, nessuna domanda). Il minimo è stato toccato il 16 giugno 2013 con 60$; l’ultimo “prezzo” disponibile è 141.30$ per una capitalizzazione di 1.641.799.327$. Una altalena vistosa, che se si fosse verificata per una “blue chip” di pari capitalizzazione avrebbe fatto scalpore e suscitato l’interesse dei “regulators” (SEC, SFA, Consob).
Oggi sono in circolazione 11.6 milioni di bit-coins; ne è prevista una emissione massima di 21 milioni; entro il 2017 si prevede che ne siano in circolazione i tre quarti. La richiesta di nuovi bit-coins è in forte crescita ed è possibile che crescerà più che proporzionalmente della sua offerta, facendo crescere il “prezzo” dei bit-coins (come per ogni bene od altra “cosa” che ha poca offerta e molta domanda). All’avvicinarsi della data fatidica di esaurimento di nuovi bit-coins il loro valore crescerà.
Che cosa succederà alla fine? Portatevi una pila se restate senza cerini per accendere la candela a qualche santo.

 

Lettera aperta a Nanni Moretti regista liberale

Perché chi si occupa nei suoi articoli di scienze sociali (economia, politica, diritto) dovrebbe scrivere di cinema? In parte perché è agosto, in parte poiché si tratta di un’arte che rappresenta anche la vita sociale e la interpreta secondo la particolare visione, o ideologia, del regista. Ebbene il 19 agosto Nanni Moretti ha compiuto 60 anni. Il regista-attore-produttore è uno degli uomini di cinema più apprezzato in Italia e all’estero (prova ne siano i numerosi premi e riconoscimenti, comprese le palme d’oro del festival di Cannes) e il suo personaggio pubblico è inestricabilmente legato alla Sinistra italiana. Per meglio dire, quella Sinistra intellettuale, purista ed idealista, che ha il suo humus ideale negli ambienti delle arti, della letteratura e del cinema e che è stata immortalata e canzonata nell’indimenticabile film “La Terrazza” di Ettore Scola (anche lui, peraltro, regista “organico” del PCI).
Ora, a dispetto dell’impegno personale di Moretti nei girotondi o per la campagna elettorale di Bersani oppure della sua conclamata idiosincrasia per Silvio Berlusconi, riflettendoci bene, se esaminiamo la produzione artistica del regista la conclusione è che egli sia un individualista, cultore delle virtù borghesi della responsabilità, del merito e della sobrietà, che guardi con diffidenza sia alle masse sia allo Stato e con benevolenza alle libere professioni e agli imprenditori ed infine che affermi il primato della coscienza individuale rispetto a quella collettiva. In poche parole, Moretti è l’archetipo dell’intellettuale liberale con tendenze anarchiche e gusti conservatori.
Ohibò, questa è bella! Lo stesso Nanni che implorava D’Alema di “dire qualcosa di sinistra” sarebbe ora una specie di Benedetto Croce dei Parioli?  Proprio così.
Allora, quali sono i vezzi e i difetti della società italiana che Moretti mette in croce? La volgarità, sicuramente, ma questo lo potrebbe accomunare a Prezzolini. In più, sono le autocoscienze ridicole di Ecce Bombo, i collettivi teatrali che si ispirano a Beckett di “Io sono un autarchico”, l’esaltata invadenza dei sindaci di minuscole isole disposti a qualsiasi stramberia coi soldi pubblici di “Caro Diario”, il ridicolo modernismo della scuola pubblica “Marylin Monroe” di “Bianca”, la rarefatta atmosfera intellettualoide del cinema italiano di “Sogni d’Oro”, la timorosa RAI di Stato, politicamente asservita, che non vuole produrre il film pericoloso di Silvio Orlando nel “Caimano”. Senza offesa per nessuno, potrebbe trattarsi degli stessi obiettivi polemici di Piero Ostellino e nessuno se ne accorgerebbe.
Nei suoi film i “ricchi” non sono mai personaggi negativi (il Cavaliere, lo vedremo, merita un discorso a parte), mentre i politici sì. In un lungometraggio da lui interpretato e prodotto, “Il portaborse”, Moretti dipinge, ad esempio, l’arroganza di chi ci governa e lo squallore del relativo sottobosco in un modo perfetto.
Che parti predilige interpretare Nanni? Se stesso (regista), o un libero professionista che per definizione sta sul mercato (è psicanalista sia nel toccante “La stanza del figlio” , dove la moglie è un editore, sia in “Habemus papam”) oppure un manager integerrimo in “Caos Calmo” nel quale é l’attore protagonista. Quali sono i ruoli, passatemi il termine, “sfigati”? Naturalmente il professore di scuola demotivato e ossessionato di “Bianca” e il funzionario del PCI di “Palombella Rossa”, dove la presa in giro della “diversità” della Sinistra è assai spassosa (“Noi siamo uguali agli altri, noi siamo come tutti gli altri, noi siamo diversi, noi siamo diversi, noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri, ma siamo diversi. Mamma! Mamma, vienimi a prendere!”).
Discorso a parte merita “La messa è finita” ove il sacerdote trova il coraggio interiore  di abbandonare la mediocrità e la tristezza in cui era ripiombato tornando a Roma e decide di compiere la propria missione tra i veri emarginati (mica gli aiuti alla cooperazione: la carità individuale è la via alla salvezza). D’altra parte, nella filmografia morettiana la classe operaia non va in Paradiso né all’Inferno. Semplicemente non esiste, né esistono i contadini o le masse. Solo borghesi, piccoli, medi, medio-alti, intellettuali o cafoni, ma solo borghesi, come un decadentista di inizio Novecento, uno Svevo o un Musil qualsiasi. D’altronde, quando in “Caro Diario”, fermatosi al semaforo e sceso dalla Vespa, Moretti dice ad un allibito automobilista che lui, anche in una società più decente di questa, sarà sempre minoranza, può far venire in mente più un Einaudi o un Ugo La Malfa che un Berlinguer.
La libertà di coscienza e la preminenza della scelta individuale, poi, emerge prepotente in “Habemus Papam”, ove l’istituzione Chiesa Cattolica è trattata con rispetto quasi affettuoso ma che alla fine vede il nuovo Pontefice ascoltare prima di tutto sé stesso e rifiutare il ruolo di successore di Pietro.
Quando in “Caro Diario” Moretti racconta della sua malattia, certamente giudica con amarezza l’incertezza della scienza medica che lo ha fatto rimbalzare come una trottola prima di azzeccare diagnosi e terapia, ma non è che si sia affidato allo specialista di turno affibbiatogli dal SSN, bensì ha approfittato della libertà di scelta che la sua posizione economica (o la sua assicurazione) gli consentiva per sottoporsi a molteplici consulti privati.
E i gusti morettiani? Le case sono belle, bene arredate. La Sacher Torte, il Mont Blanc, la Nutella non sono cibi né rivoluzionari né popolari tipo le tagliatelle o il culatello alla Peppone, sono…borghesi. Il fatto che “le parole sono importanti”, così tanto da far mollare un ceffone alla malcapitata giornalista che intervista Moretti in “Palombella Rossa”, denota una predilezione per una cultura tradizionale e rigorosa che il sistema educativo italiano non è più in grado di dare, come la maturità rappresentata in “Ecce Bombo” e la bizzarra scuola di “Bianca” sono lì a testimoniare.
Il valore più importante è quello della famiglia. Il rispetto per i genitori (che nella vita reale Moretti ha molto amato e fatto spesso recitare nei suoi film), la cura e l’amore per i figli (e lo straziante dolore per la perdita, curato solo dal rinsaldarsi del vincolo familiare, come rappresentato nella “Stanza del figlio”, per me, ad oggi, il vero capolavoro di Moretti), la tristezza della disgregazione del vincolo coniugale (dei genitori di Nanni-prete in “La messa é finita” o di Silvio Orlando in “Il Caimano”), sarebbero applauditi dai critici conservatori della National Review, non da quelli progressisti del New York Times.
Manca il Caimano. Certo, Moretti lo considera una disgrazia per l’Italia, un avvelenatore di costumi e della politica. In questo simile ad un anarco-conservatore come Indro Montanelli, peraltro. E anche quando Nanni inveisce contro D’Alema, la frase finale e significativa è “D’Alema dì qualcosa”, qualunque cosa, che importa se di sinistra, ma non ti fare attaccare sulla giustizia da Berlusconi!
E sul Cavaliere possiamo fermarci: nunc est bibendum! Interrompiamo perciò queste disquisizioni e rinnoviamo gli auguri a Nanni Moretti, grande regista narcisista, individualista, liberale del nostro tempo.

Alessandro De Nicola
da “La Repubblica” del 20 agosto 2013

Quel salvagente per le società pubbliche

Nel discorso di addio alla presidenza pronunciato da Dwight Eisenhower il 17 gennaio del 1961 c’è un drammatico passaggio in cui il presidente mette in guardia dalla pericolosa influenza che il “complesso militare-industriale” avrebbe potuto esercitare sulle scelte di governo. Eisenhower era stato un grande generale e questa sua preoccupazione, in piena Guerra Fredda e reduci dall’esperienza del maccartismo, suscitò una certa impressione.
I tempi
sono più tranquilli e l’Italia è un paese dove la situazione é sempre grave ma non seria, per dirla alla Flaiano: leggendo però il recentissimo provvedimento della Corte dei Conti ligure che ha sostanzialmente reso inutile il decreto del 2012 sulla spending review nella parte in cui impone la privatizzazione delle società pubbliche che operano solo a favore della PA, mi è tornato in mente il vecchio Ike. Solo che, al posto del complesso militar-industriale, mi è apparso un moloch politico-burocratico-giudiziario che travolge qualsiasi tipo di riforma in Italia.
Il caso dei servizi pubblici locali é emblematico. Le società create dai comuni per svolgerli sono inefficienti e ancor di più quando tale servizio lo prestano in regime di affidamento diretto, cioè senza gara. Un disastro fatto di sprechi e opacità.
Gli ultimi governi hanno tentato, in linea con gli orientamenti comunitari, di introdurre più concorrenza nel settore. La legge 133 del 2008 prevedeva all’art.23bis l’affidamento di tutti i servizi pubblici di rilievo economico a società private o a capitale misto con procedure ad evidenza pubblica (appalti competitivi, per capirci) e che tutte le gestioni “in house” sarebbero cessate al 31 dicembre 2011 a meno che non fosse entrato un socio privato.
Le società cosiddette “in house” sono la longa manus degli enti locali che li controllano con un potere assoluto di direzione, coordinamento e supervisione della loro attività. A tal fine l’intero capitale deve essere pubblico e i poteri di controllo del proprietario molto penetranti. Deve trattarsi, dicono i giuristi, di una relazione equivalente ad una subordinazione gerarchica: la Giunta o il Sindaco comandano e la società in house obbedisce.
Le società in house possono inoltre possedere il requisito della “strumentalità”, quando l’oggetto sociale è rivolto esclusivamente a favore degli enti proprietari per il perseguimento dei loro fini istituzionali: ad esempio una società il cui scopo sia quello di erogare formazione professionale ai dipendenti comunali. Ovviamente, quasi tutte le società strumentali sono in house e possono perciò acquisire affidamenti diretti, senza gara, dagli enti promotori.
Purtroppo, il referendum del 2011, quello della salvezza dell’acqua di tutti, appoggiato più per viltà e calcolo politico che per convinzione dal PD , ha cancellato l’articolo.
Arriva il governo Monti. Con il comma 1 dell’art. 4 del d.l. 95 del 2012 si impone all’ente locale alternativamente o la vendita a gara o la messa in liquidazione delle società controllate direttamente o indirettamente dalle pubbliche amministrazioni e che ricavino più del 90% del proprio fatturato proprio da commesse della PA (e quindi hanno la caratteristica della strumentalità)
Tuttavia, il comma 8 dello stesso articolo (lo so, chi legge si sta innervosendo, ma il problema è tutto qui, nell’astrusità del legislatore), dispone che l’affidamento diretto di servizi a favore di società in house a capitale interamente pubblico è ancora consentito. Se questo è vero, le società in house non vanno privatizzate e possono continuare ad evitare la concorrenza. Peccato che quelle che andrebbero vendute, le società strumentali, siano quasi tutte in house. Risultato: non si venderà un bel niente e con tanto di benedizione della Corte dei Conti ligure!
Ora, a prescindere dal fatto che il provvedimento della Corte, pur formalmente logico, tradisce appieno lo spirito della legge, ma è possibile che il nostro apparato politico-burocratico abbia un tale livello di incompetenza (o forse di malafede) da sfornare dei mostri giuridici di questo genere?
È appena il caso di ricordare che nel frattempo un buon numero di Regioni ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale lamentando che il governo centrale con il decreto della spending review si è appropriato delle loro competenze: prepariamoci ad ulteriori sviluppi.
La situazione è grave ma non è seria, ahinoi. I cittadini non vogliono privatizzare: preferiscono un servizio pessimo e senza concorrenza pur di affermare principi altisonanti come nel caso del referendum di “Sorella Acqua” che ha sfasciato anche ciò che con l’acqua non c’entrava. I partiti vogliono rimanere attaccati alla greppia delle società pubbliche, fonte di clientelismo e potere. I burocrati non sanno scrivere le leggi o fanno finta di non saperlo fare. Le Regioni non rinunciano ai loro privilegi senza combattere. I giudici volteggiano in punta di diritto e se ne infischiano della sostanza.
Sui giornali continuano a scrivere una dozzina di persone che denunciano il continuo tradimento dell’efficienza, della concorrenza, del mercato, della trasparenza. A pensarci bene non è così male. Se ci organizziamo bene, ci facciamo riconoscere come specie protetta e, chissà, magari ci scappa un bel sussidio. Con l’approvazione della Corte dei Conti, s’intende.

Alessandro De Nicola
La Repubblica – 15 luglio 2013

Vendere subito la RAI

Il portavoce del governo greco Simos Kedikoglou, ha annunciato martedì la chiusura della radiotelevisione pubblica, ERT, nonché il licenziamento di tutti i suoi 2.500 dipendenti. Nonostante il premier Samaras abbia poi aperto ad una parziale ripresa delle attività, si tratta di uno shock notevole: l’emittente statale ellenica fa parte della vita quotidiana di ogni greco quanto la Rai per noi italiani.

Eppure, nell’ambito del programma di privatizzazioni imposto ad Atene dalla troika di Fondo Monetario, BCE e Commissione Europea, anche la stazione TV non si è salvata. Verrà ristrutturata in vista della vendita e saranno riassunti solo i dipendenti indispensabili e che accetteranno nuovi contratti di lavoro meno onerosi per l’azienda.

ERT era il classico buco nero che costava ad un paese piccolo ed impoverito come la Grecia 300 milioni di euro l’anno di sussidi pubblici (in linea con l’Italia, dove, con una popolazione quasi 6 volte superiore, il canone frutta alla Rai poco più di 1,7 miliardi, essendo però il reddito medio dei greci inferiore al nostro). Inoltre, gli sprechi dell’emittente erano diventati leggendari e quindi il governo, per tagliare il nodo gordiano, ha deciso di prendere una misura draconiana.

Ebbene, se poniamo lo sguardo sulle vicende di casa nostra, forse potremmo prendere delle utili lezioni da quanto sta succedendo nella nazione culla della civiltà occidentale. La prima é che anche in un paese dove la tradizione dell’intervento statale in economia é forte e radicato culturalmente, quando le circostanze lo impongono, vengono smantellati i Tabù. Fortunatamente l’Italia non é nelle condizioni disastrate della Grecia, ma più si tarda a prendere certe decisioni, più quando si assumono esse sono dolorose, drastiche e meno redditizie di quanto avrebbero potuto essere.

Inoltre, quanto avviene ad Atene ci deve indurre a riflettere specificamente sulla RAI. La proprietà pubblica é protetta dall’innaturale alleanza tra due fazioni contrapposte: il “Partito RAI” , dominante nel centrosinistra e il “Partito Mediaset” del centrodestra. Ad entrambi fa comodo avere da un lato una radiotelevisione pubblica dominata dai partiti e con un impianto politico-culturale delle trasmissioni “di sinistra”, e dall’altro un impresa che non si comporti da vero concorrente del polo televisivo privato evitando di sottrargli risorse pubblicitarie.

Questo connubio ha fatto si che, per quanto professionali possano talvolta essere i presidenti e direttori generali RAI e nonostante la presenza al suo interno di ottimi giornalisti, autori e trasmissioni, l’andazzo prevalente sia sempre quello del carrozzone. L’ultimo bilancio approvato, quello del 2012, é stato particolarmente negativo: ricavi per 2.786,5 milioni di euro, quindi meno 211,8 mln di euro rispetto al 2011, e ciò nonostante i grandi eventi sportivi (Europei di calcio e Olimpiadi); la perdita di esercizio è stata di 244,6 milioni di euro rispetto ai 4 milioni di attivo del 2011 e la posizione finanziaria netta risulta negativa per 366,2 milioni di euro con un aggravio di 93,8 milioni.

Anche Mediaset ha avuto risultati (meno) negativi – la crisi c’é per tutti- ma naturalmente, se si prende il lungo periodo, i conti economici del Biscione non sono comparabili a quelli RAI. Nel triennio 2009-2011, nonostante abbia incassato circa 5 miliardi di canone, l’azienda televisiva statale ha infatti avuto perdite complessive per 156 milioni: deprimente.

La riscossione del canone, poi, origina una grande ingiustizia sociale. L’evasione dello stesso é stimata dalla stessa emittente pubblica in mezzo miliardo di euro, facendo ricadere in modo eclatante sulle spalle dei soliti poveri fessi onesti il peso della tassa.

Chi difende la funzione di servizio pubblico della RAI, inoltre, non ha tanti buoni argomenti. Non occorre nemmeno citare la diretta televisiva del matrimonio di Valeria Marini o il tanto trash che viene trasmesso o peggio le inchieste della Corte dei Conti o dei PM su presunti sprechi o fatturazioni gonfiate.

Invero,é il concetto stesso che lega proprietà statale a servizio pubblico ad essere sbagliato. In molti altri settori (telecomunicazioni e altre public utilities) gli operatori privati svolgono la loro attività gravati da oneri di servizio pubblico (in alcuni casi chiamato “universale”) senza troppi problemi. Oppure, a voler essere pratici, basterebbe affidare ad una fondazione governata da consiglieri indipendenti e sovvenzionata con pochissimo denaro pubblico i canali digitali di Rai News e Rai Storia e avremmo risolto il problema.

Privatizzando la RAI faremmo affluire verso le casse dello Stato denaro utile ad abbattere il debito pubblico e i relativi interessi (alcune stime preliminari ponevano il valore dell’azienda tra i 3 e i 4 miliardi), solleveremmo i cittadini da una inutile gabella che genera fenomeni di evasione ed ha importanti costi di riscossione, elimineremmo perdite di gestione che in ultima analisi paga il contribuente, toglieremmo le mani dei partiti politici dall’informazione e favoriremmo la concorrenza e l’innovazione nel settore televisivo.

Ci pensi bene il PD: i grillini, seppur nelle loro modalità confuse, sono favorevoli alla dismissione. Scelta Civica come potrebbe opporsi? Tra l’altro, il portavoce Della Vedova presentò una proposta di legge per la privatizzazione e pure il responsabile del programma Ichino è favorevole. Chi rimarrebbe ad obiettare alla vendita? Il partito liberale di massa, vale a dire il PDL, per mantenere il duopolio imperfetto in cui nomina anche i consiglieri di amministrazione dell’azienda concorrente di quella del suo leader? E che figura ci farebbe? Al PD conviene chiamare il bluff: sarebbe un raro caso in cui ad un vantaggio politico tattico si accompagnerebbe un beneficio non irrilevante per il paese.

(di Alessandro De Nicola)