Weidmann ha ragione, ma si comporta come chi ha torto.

Weidmann (Bundesbank) ha ragione, ma le sue parole sono dialettica pelosa.
In sostanza Weidmann dice che l’Europa soffre di un grave deficit esecutivo che origina da una carente capacità politica continentale. Secondo il suo discorso, ma non secondo il suo intimo pensiero, l’Europa è debole e incapace di produrre politiche continentali in contrasto di interesse con le riemergenti logiche nazionalisitiche.
Tutto il suo lungo ragionamento è incentrato su esempi di conflitto fra interessi nazionalistici, italiani in particolare, e interessi dell’Europa della quale lui sembra proporsi paladino.
Come mai allora non sceglie di concretamente seguire la strada che lui stesso predica? Perché non sceglie di spingere sulla costruzione di un’Europa politica ed esecutiva?

Non c’è che una risposta: Weidmann non è dal lato giusto della storia. E nemmeno la Merkel.

Eppure hanno ragione sull’Italia, sua altri paesi incapaci di portarsi alla pari degli altri, sulla debolezza dell’Europa che dovrebbe tenere a bada gli zombi-nazionalismi.

È necessario rifare la democrazia e rifare l’Europa, prima che sia troppo tardi.

Google, Vestager, Ricossa e le imperfezioni del pensiero perfettista

È di mercoledì scorso la notizia della contestazione da parte della Commissione Europea  nei confronti di Google per aver abusato della sua posizione dominante, imponendo a chi  utilizza le piattaforme Android l’installazione di alcune app (tra cui Google Chrome). Il Commissario alla concorrenza, Vestager, nella sua conferenza stampa ha affermato che è dovere delle istituzioni europee garantire la libera concorrenza per poter assicurare l’innovazione che genera a sua volta crescita economica.

Lo stesso mercoledì, si è tenuto a Roma, organizzato dalla Fondazione Einaudi, un convegno (con una bella relazione introduttiva di Lorenzo Infantino) che commemorava l’economista torinese Sergio Ricossa recentemente scomparso. Naturalmente, i due eventi non sono legati se non idealmente, perché Ricossa sarebbe stato certamente d’accordo con  quanto detto dalla Vestager, ma avrebbe sollevato dubbi sul fatto che a preservare la  competizione debba essere un’autorità pubblica.

L’economista torinese, infatti, aveva sviluppato una teoria dell’imprenditore sulla falsariga degli insegnamenti della scuola austriaca di economia (i cui principali esponenti sono Hayek e Mises) che giudicava con scetticismo l’intervento del governo anche quando effettuato a fin di bene, per proteggere il mercato. La base del ragionamento di Ricossa parte dalla divisione filosofica tra “perfettisti” e “imperfettisti”. I primi pensano che si possa raggiungere la Città di Dio in terra, sia essa la società comunista marxiana o una teocrazia o una economia semi-statica  di gente civilizzata che! guidata da civil servant illuminati,  ha bisogni spirituali e non volgari (più o meno la concezione di Keynes). Gli imperfettisti, invece, pensano che la società non abbia uno scopo finale ma sia la somma di fini individuali che si possono realizzare in una condizione di libertà . Non ci sono pianificatori che possono prevedere dove e come si evolverà l’umanità e nemmeno l’economia. Sotto quest’ultimo profilo, anche il concetto di “equilibrio” neoclassico, vale a dire la situazione in cui domanda e offerta combaciano in un contesto di concorrenza perfetta raggiungendo un prezzo per l’appunto “di equilibrio”, non è realistico.

L’economia progredisce proprio perché sconvolge in continuazione gli equilibri presistenti. Ciò che era ottimo vent’anni fa non lo è più ora, nuovi bisogni emergono e nuovi prodotti, prima nemmeno immaginati, invadono prepotentemente il mercato. E chi rende possibile questo incessante progresso? L’imprenditore, figura che assomma in sé la distruzione creatrice Schumpeteriana, che attraverso nuove tecnologie rende obsoleto il sistema di produzione precedente, e l’intuito e la fantasia teorizzata da un altro economista “austriaco”, Kirzner. L’imprenditore si accorge prima degli altri che un nuovo servizio o una nuova merce potrebbe soddisfare un’esigenza non ancora espressa. Si pensi ad AirBnb. Le case vuote esistevano, i turisti e gli uomini d’affari pure, internet anche, eppure c’è voluto l’intuito di qualcuno per mettere insieme le tre cose e creare un servizio popolarissimo e in continua espansione.

Tuttavia, secondo Ricossa non bisogna dimenticare che chi vince nel gioco concorrenziale è qualcuno che lo fa per diventare temporaneamente un monopolista. Se però sussistono condizioni per le quali non ci sono barriere normative in un contesto di piena libertà di impresa, questo non deve spaventare: prima o poi la fantasia di qualche innovatore renderà il prodotto del monopolista obsoleto ed in ogni caso la semplice minaccia farà sì che l’operatore dominante non ne approfitti troppo (o, come dice Ricossa, “non dorma sugli allori”) pena l’ingresso di un concorrente che gli soffi quote di mercato.

Questa visione, astrattamente coerente, deve essere temperata dalla constatazione che nell’economia reale non può esserci l’equilibrio neoclassico, ma nemmeno una completa assenza di vincoli legislativi (ad esempio, la protezione della proprietà intellettuale, per altri versi utile) che non consolidino le posizioni di monopolio. Posizioni che il monopolista tenderà a trincerare facendo un uso anche politico del suo sovraprofitto, cercando di influenzare il regolatore e il legislatore. Ed in più esiste il fattore tempo: persino l’Impero Romano crollò, ma non possiamo aspettare l’arrivo di Odoacre ogni volta
che si crea un monopolio.

Il contenzioso Google-Commissione UE è destinato a durare a lungo e può darsi che il colosso di Mountain View abbia abusato della sua posizione dominante. Ma gli ammonimenti di Ricossa rimangono validi e ci aiutano a mantenere il giusto scetticismo nei confronti di chiunque pretenda di rendere qualcosa di umano perfetto. Fosse anche il mercato.

Alessandro De Nicola
Presidente Adam Smith Society
adenicola@adamsmith.it

I valori della #Democrazia sono largamente sopravvalutati

Il primo errore di valutazione sta nel far riferimento ad essi come se fossero i principi fondanti di un’ideologia e o di una religione; ma la democrazia non è un’ideologia, è un metodo organizzativo, una forma di governo.

Il secondo errore sta appunto nel ritenere che nelle democrazie siano andati smarriti i valori fondanti. Non è stato perduto alcun valore, tantomeno quelli fondanti. Al contrario la democrazia ha vinto su ogni altra forma di governo; ha dimostrato di essere la più equa forma di governo mai applicata dall’umanità, oltre che la più rapida nel produrre qualità della vita. Nulla lascia intravvedere che il percorso si interrompa. I valori della democrazia, se esistono, hanno funzionato e funzionano bene. Anzi, la democrazia ha funzionato bene nonostante sia difficile identificarne i valori.

La democrazia è stata inventata per sostituire l’esausto e millenario modello organizzativo centralistico. A questo modello dobbiamo riconoscere i notevoli risultati raggiunti nelle società umane che contavano più di qualche centinaio o migliaio di persone. Le tribù dapprima sono diventate etnie e poi, crescendo, hanno progressivamente perduto l’omogeneità interna. Il fenomeno richiese il passaggio a forme di governo (regni) in grado di gestire gli accorpamenti di culture diverse. I regni, con massa ed estensione ancora più grande, divennero imperi.  In quest’ultima fase evolutiva,  la vecchia, ma mai ferma Europa, propose esperimenti sociali come la tanto ammirata, quanto fallimentare, rivoluzione francese, e in seguito i regimi nazionalfascisti o comunisti. Molti imperi vennero sostituiti da governi sempre fortemente centralistici che però già fingevano di essere elettivi.

Solo poche società si sono sottratte ai passaggi violenti che le trasformazioni repentine implicano. Le pragmatiche società del nord-Europa, dove il nord non è il centro, si sono intelligentemente, progressivamente e tempestivamente adattate all’evoluzione del contesto.

È curioso che i Paesi apripista nella sperimentazione di nuovi modelli sociali e di governo vengano indicati, quasi vergognosamente, con la parafrasi “economie avanzate”. Non è comprensibile la vergogna di riconoscere che i governi democratici hanno dato ai propri cittadini un beneficio maggiore di quanto abbiamo dato i governi centralistici, per esempio quelli del socialismo reale.

Il beneficio della democrazia è stato solo economico? Sarebbe un grave errore ritenere che la capacità di misurare i fenomeni economici, tipica delle democrazie, sia invece una una focalizziazione delle democrazie sui soli aspetti economici; il che condurrebbe alla distruzione del sistema sociale. L’argomentazione “la democrazia si occupa solo di economia e non dell’uomo” è ideologica ed è empiricamente inverosimile perché:

  1. Lo “sviluppo dell’uomo”, in altri termini una migliore equità fra esseri umani, è uno dei più brillanti risultati delle democrazie
  2. I socialismi, anche quelli devianti, hanno radicato la loro fede nelle teorie economiche di metà ottocento. Sono quindi i socialismi che hanno elevato le fragili teorie economiche ad utopie ideologiche; la loro applicazione nella realtà ha avuto impatto sfavorevole sulla qualità della vita dei Cittadini.

Nelle democrazie non si misurano i benefici sociali qualitativi, non perchè esse siano disinteressate o non vogliano, ma perché tali “qualità” sono non misurabili con gli strumenti attuali. Ciò nonostante il modello liberal democratico produce comunque ampi benefici sociali che appunto spaziano ben oltre il misurabile. Gli indicatori economici, come ad esempio il tanto contestato PIL e la ancor più contestata produttività (valore aggiunto), sono il prodotto di un’intelligenza diffusa, analitica, pragmatica, che apprende dall’esperienza e si adatta. Misurare è saper vedere, saper imparare e saper innovare; il ragionamento democratico non si ferma al piano delle teorie filosofiche ed economiche, al contrario le usa ma anche le sfida e quasi sempre le demolisce. Ciò detto, chi a lungo ha disprezato l’economia, ha dovuto seguire corsi accelerati di recupero.

Dello smarrimento della democrazia bisogna però prendere atto; è un sentimento che cresce in quella terra di mezzo che sta fra gli ormai bisecolari modelli organizzativi delle democrazie e i nuovi modelli sperimentali del terzo millennio.

I vecchi, e stanchi, Stati europei hanno generato, per mitosi, per distacco, le democrazie ultra-oceaniche, libere dagli inceppamenti della storia. Le nuove e le vecchie democrazie si ritrovano di nuovo insieme per fare i conti con i nuovi fenomeni che loro stesse hanno realizzato; per esempio la sparizione dei confini. Nessuno vuole rinunciare al faticosamente conquistato beneficio della libertà di circolazione delle persone; nonostante vi siano nuovi arrivati, che riconoscono il grande vantaggio di un mondo senza confini e pretendono di goderne senza averne letto il manuale d’uso. D’altra parte chi legge più i manuali d’uso? Il trambusto migratorio distrae l’attenzione e fa sembrare la scomparsa dei confini un male della democrazia. È invece un male prodotto da Amministratori Pubblici incapaci. Lo stesso vale per la libera circolazione delle merci, del denaro, per arrivare alla realizzazione degli altri diritti dell’uomo e dell’individuo.

Torniamo perciò al punto dei “valori della democrazia”. Esistono? Esiste un testo di riferimento che elenchi e descriva i valori della democrazia? Non ho una risposta, ma forse si può fare un esercizio che distilli i “valori della democrazia” dalle Costituzioni (che però sono i documenti organizzativi che definiscono il modello di governo di ciascuno Stato). Purtroppo a chi scrive viene in mente un solo principio e un solo assioma:

  • Principio – La democrazia si fonda sul diritto di ciascuno di essere un individuo unico, diverso da tutti gli altri, sovrano sul proprio corpo, sulle proprie opinioni, sul proprio futuro, sulle proprie risorse e sui propri beni
  • Assioma – Gli esseri umani desiderano aggregarsi contemporaneamente in molteplici società, e disassociarsene, alle quali non appartengono, ma delle quali possiedono partecipazioni.

Perché le democrazie sarebbero stanche? Non sono stanche, sono invece scientemente ostacolate nella loro evoluzione da una enorme popolazione di Amministratori Pubblici, eletti e cooptati, che difende una propria pretesa superiorità sui Cittadini.
Nei tempi andati è stato necessario rimuovere re, imperatori e le loro burocrazie; ora si tratta di ridimensionare il potere degli Amministratori Pubblici nazionali. Le Nazioni servono sempre meno; sono anacronistiche; ai Cittadini servono nuove società nelle quali risiedere temporaneamente e anche contemporaneamente. Gli uomini sono ora più liberi, più prosperi, più sovrani sul proprio destino. Gli Amministratori Pubblici non si capacitano e resistono.

Molti Cittadini però ancora esitano.
Molti Cittadini credono ancora nell’efficacia dei sistemi centralizzati.
Molti Cittadini credono che lo Stato, gli Amministratori Pubblici, siano “migliori” dei “propri” Cittadini.
I fatti quotidianamente (di)mostrano esattamente il contrario, eppure …

Ecco allora qualche domanda che potrebbe fornire qualche spunto per una rifondazione dei rapporti fra gli stessi Cittadini Sovrani e fra Cittadini e Amministratori Pubblici:

  1. Gli Amministratori Pubblici Nazionali non vogliono cedere il controllo sui loro servizi di intelligence nazionale. Per quale razionale motivo un cittadino italiano e uno tedesco dovrebbero opporsi ad un servizio di intelligence europea, continentale o addirittura di più vasta portata?
  2. Gli Amministratori Pubblici si riservano di decidere dove debba essere la residenza fiscale dei “loro” Cittadini. Gli AP hanno facoltà di decidere la residenza fiscale di ciascuno secondo il principio geografico del “centro degli interessi” non solo della singola persona, ma addirittura di tutta la sua famiglia. Perché un Cittadino non può avere interessi in vari Paesi e avere la certezza di pagare il giusto contributo fiscale a seconda dei servizi dei quali usufruisce in ciascun Paese?
  3. Gli Amministratori Pubblici tendono ad assecondare l’abolizione di Schengen. I Cittadini sono sicuri che gli AP non stiano approfittando dello stato emotivo generale per rafforzare il controllo nazionalistico dei propri confini? Sono sicuri i Cittadini che questo non sia strumentale a ritardare la creazione di servizi federali europei? Non è che gli AP stanno boicottando l’Europa e resistono alla creazione di un’Europa per i Cittadini, un’Europa con un governo elettivo, democratico?

Vi è la percezione piuttosto diffusa che l’Europa abbia un modello di governo primitivamente nazionalistico. Purtroppo il centralismo nazionalistico è sostenuto non solo dagli Amministratori Pubblici contro gli interessi dei Cittadini, ma anche da un’ampia parte della popolazione.

Inoltre vi è una grande confusione a proposito delle tensioni indipendentiste in varie regioni bloccate in ciascuna nazione. Gli indipendentismi sembrano giocare contro l’idea stessa di Europa, ma farebbero bene piuttosto ad esercitare il proprio indipendentismo a favore di un’Europa Unita, ma con Nazioni più deboli, similmente all’attuale linea scozzese.

Il prevalente incrocio di interessi nazionalistici sopprime, neutralizza, anestetizza, la necessità di un modello di governo “democrazia dem3 (del terzo millennio)” da applicarsi coerentemente entro gli Stati, nel continente e anche oltre. Tale necessità è respinta così nel profondo che viene interpretata come un’agitazione di pancia, come uno smarrimento, come una frustrazione provocata dall’inazione.

Eppure davvero abbiamo bisogno di un upgrade alla dem3.

#Produttività: la malattia dell’OCSE, del mondo, ma non di tutti

Gli economisti degli aggregati (es:dati aggregati per Paese) non sanno più che pesci pigliare. Non riescono a spiegare come mai il GDP non cresca più. Forse sperano nelle taumaturgiche, ingenti e impensabili azioni monetaristiche (es.QE, tassi negativi, ecc.) messe in campo dal sistema finanziario. Niente da fare; anche a non far nulla di diverso dal solito, la domanda non riparte.

C’è da chiedersi se la questione non sia né di crisi della domanda né di manipolazioni monetarie.

Il fatto è che la misteriosa “produttività” non ingrana la marcia giusta. Per alcuni poi è peggio di altri; guardate qui le variazione del GDP nell’ultimo quindicennio. L’aggregato Italia è veramente messo male.

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Eppure la MdPpc (Media del Pollo per capita) italiana è allineata con la media OCSE.

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Che considerazioni possiamo trarre da questa prima visione aggregata?
La prima osservazione è che, ammesso che i governi si preoccupino di far crescere il GDPpc (per capita), in generale non ci riescono.
La seconda è che il GDP per capita racconta cose diverse dal tasso di crescita GDPaggregato(nazionale).
La terza è che si intravede una sorta di specularità inversa rappresentata dalla figura che segue, commentata subito dopo.

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  1. I Paesi con il GDPpc più elevato crescono meno velocemente dei migliori (a dx in alto). Alcuni addirittura precipitano nell’area di crescita negativa (IRLanda, Olanda, Danimarca)
  2. Quattro dei Paesi con il GDPpc più basso (in basso a sx – Messico, Turchia, POLonia, Slovacchia) crescono a tassi elevati, sono i migliori (in alto a dx). Tutti gli altri restano in area di crescita quasi nulla o negativa.
  3. I Paesi con GDPpc medio, crescono poco o nulla; salvo alcuni Paesi che invece continuano a precipitare (FINlandia, Spagna, ITAlia)
  4. Ci alcune eccezioni notevoli come ad esempio AUStralia e CANada che mantengono sia un’ottima posizione sul GDPpc sia un tasso di crescita molto buono

In sintesi quelli che una volta erano le migliori locomotive, non tirano più come una volta. Si affacciano pochi nuovi giocatori, non ancora in grado di trainare l’economia dei vecchi stanchi. Gli incapaci sono sempre più incapaci.

Gli economisti dicono di non capire perchè la crescita non riparte. Potrebbero forse arricchire i loro studi esplorando “territori” al di sotto del “cielo” delle medie del pollo. Potrebbero forse imbattersi in qualche dato analitico coerente con i fenomeni “meno aggregati”. Potrebbero porsi domande quali:

  • Non sarà che la tanto odiata globalizzazione sta ribilanciando il benessere del mondo?
  • Non sarà che il sistema economico umano mostra sintomi di autoregolazione? Anche in assenza dell’azione pianificatoria di un governo centrale?
  • Non sarà che, oltre certi limiti, è inutile che i governi, e con loro gli economisti, cerchino metodi per prevedere,  stimolare se non forzare le scelte dei Cittadini?

A breve usciranno i report 2016 che mostreranno dati aggiornati e così potremo meglio esaminare l’accaduto e confrontarlo con le aspettative di chi, governo centrale e sistema finanziario, ha pensato alle misure e contromisure per reindirizzare l’economia degli aggregati.

La bistecca protetta

Non tira una buona aria per il libero scambio. Purtroppo quella più metifica spira da oltreoceano, dove il front-runner repubblicano, l’ineffabile Donald Trump, propone oltre al muro anti –messicani anche tariffe del 45% per i prodotti cinesi e dazi di ogni genere. Le cose non vanno molto meglio in casa democratica: Hillary Clinton, cinica come sempre, ha abbandonato il suo precedente appoggio al Trattato sul libero commercio col Pacifico e le politiche di apertura a suo tempo incoraggiate dal marito Bill, sostituendole con una retorica protezionistica che scimmiotta il rivale Sanders.

È per questo motivo che i segnali di per sé insignificanti registrati ultimamente in Italia possono destare qualche preoccupazione: si inseriscono in una deriva culturale che invece di vedere nel libero scambio un’occasione di progresso, efficienza economica, maggior scelta, rafforzamento di legami tra le nazioni, lo dipinge come una minaccia.

Da noi, però,queste nubi sono fortunatamente accompagnate da un certo gusto per la farsa che alleggerisce l’atmosfera.

Prendete la vicenda dell’olio tunisino. Un fronte quasi unanime, dai 5 stelle alla Lega passando da molti PD, ha fatto un gran chiasso sulla decisione del Parlamento Europeo di ammettere per il 2016 e 2017un’importazione supplementare all’interno della UE di 35.000 tonnellate all’anno di olio tunisino sgravandolo da dazi. Per mettere il tutto in prospettiva, già oggi l’esenzione si applica per 57.000 tonnellate provenienti dal paese nordafricano e il consumo italianoè di circa 660.000 tonnellate. Non solo: la produzione nostrana è largamente insufficiente a coprire il fabbisogno (nel 2013-4 solo 440.000 tonnellate di cui ben 376.000riesportate) e  quelli pregiati“Dop” rappresentano solo il 2% del mercato.Quindi, a che pro tante grida di dolore per 35.000 tonnellate divise tra tutti i mercati europei per un prodotto che viene tranquillamente utilizzato anche dai nostri produttori nelle miscele che essi stessi mettono in commercio? E se Stati Uniti e Canada si comportassero allo stesso modo con noi? Senza contare l’aspetto più generale per il quale si blatera spesso dell’”aiutiamoli a casa loro” (al posto di accogliere immigrati) e quando finalmente c’è un’opportunità virtuosa anche per i nostri consumatori la si vorrebbe rifiutare.

Ancor più patetica e molto probabilmente illegale secondo le regole europee sulla libera circolazione, l’ordinanza del sindaco di Firenze che richiede a chi vuol aprire in centro città di prevedere nell’assortimento almeno il 70% di prodotti alimentari toscani con delle eccezioni in caso di vetrine di buon gusto ( si sa, a Firenze…). Gli chef hanno già bollato l’iniziativa come ottusa, ma in realtà essa è potenzialmente anche pericolosa. Quando la chianina o l’olio toscanoverranno bloccati da simili ordinanze romane (“per far la vita meno amara, magna l’abbacchio co la chitara”), partenopee (“se si nu verenapuletano,accattete‘o sammarzano“) o milanesi (“Ci vuol lumbarda la cutuletta, qui da noi si va di fretta!”) che diranno i sempre arguti fiorentini? E quando saranno Berlino (“Kartoffel, Kartoffel, uberalles!”) Londra (“so pudding, so cool”) o Parigi (« Vin français, c’est plus facile!”) a sbarrare la strada a alimenti e bevande italiane, ci rivolgeremo agli strateghi di Palazzo Vecchio?

È appena il caso di notare che Confagricoltura ha comunicato che finalmente l’export italiano di prodotti agricoli è aumentatonel 2015 dell’11,2% e quello dei prodotti alimentari del 6,5% raggiungendo, secondo le statistiche del MISE, oltre 35 miliardi di euro di valore. Le industrie alimentari italiane, Campari e Lavazza, hanno appena conquistato Grand Marnier e Carte Noir, la Ferrero si avvia ai 10 miliardi di fatturato e l’interesse nazionale sarebbe quello di incoraggiare il km zero o ostacolare il libero flusso di capitali, servizi e merci nel settore agroalimentare?

Il Belpaese ha evitato una ben più grave recessione negli ultimi anni proprio grazie alla tenuta e all’incremento dell’export in tutti i settori economici. Qualsiasi spinta da parte nostra che porti alla chiusura delle frontiere sarebbe autolesionista per consumatori e produttori. Problemi ce ne sono già abbastanza, potrebbe essere una buona idea evitare di crearcene di nuovi senza motivo.

Alessandro De Nicola

@aledenicola

Meritocrazia, Italia ancora al palo. E la crescita arranca

Sembra ormai probabile che la ripresa del nostro Pil, iniziata a cavallo dell’estate del 2015, sia in rallentamento e, nonostante le misure imponenti di Quantitative Easing dell’Ue per il 2016, la nostra crescita pare resterà abbastanza piatta. Le molte misure economiche promosse da questo Governo ( 80 euro, Jobs Act, 100.000 assunzioni nelle scuole, qualche taglio di Irpef e Tasi) sembrano non risvegliare la crescita economica come servirebbe. Perchè?

Una possibile risposta la si può trovare guardando il tasso di Meritocrazia del nostro Paese. Anche quest’anno il Forum della Meritocrazia ha diffuso il suo indicatore di Meritocrazia ( Meritometro) per il 2016, in collaborazione con l’università Cattolica di Milano , che si basa su 7 pilastri, tratti da indicatori internazionali ( Libertà economica, Regole, Trasparenza, Educazione, Mobilità sociale, Pari opportunità, Attrattività dei Talenti).

Nei confronti dei 12 paesi europei considerati (Finlandia, Norvegia, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Germania, Gran Bretagna, Austria, Francia, Polonia, Spagna) l’Italia rimane in ultima posizione nel 2016, praticamente ferma (più 0,06 per cento) rispetto al 2015.

meritometro 2016 (1)

L’Italia ha poi il triste primato di essere ultima nel ranking riguardante tutti i pilastri. Le maggiori differenze rispetto alla media europea si riscontrano nei pilastri della trasparenza, delle regole, della libertà economica e delle pari opportunità. Il divario rispetto agli altri stati membri dell’Ue sta crescendo: il nostro paese, rispetto al 2015, si conferma in un’ultima posizione nel ranking europeo, con un punteggio di 23,4 con più di 40 punti di distacco dalla Finlandia (67,7), 20 dalla Francia (41,5) e quasi 30 dalla Germania (52,3); punteggio inferiore di oltre 16 punti della Polonia (39,6) e 12 punti della Spagna (35,1).

meritometro 2016 (2)

Che rapporto c’è tra meritocrazia e crescita economica? In un Paese in cui c’è poca Meritocrazia le persone, le aziende e le istituzioni non sono incentivate e non hanno gli strumenti per attivarsi e quindi il sistema nel complesso non cresce. Ancora pesanti infatti sono i disincentivi per molti a mettersi “in moto”, mentre sempre forti sono gli incentivi a mantenere le proprie posizioni di rendita a causa delle ancora deboli e parziali liberalizzazioni e alla conservazione delle tante lobby che bloccano il cambiamento.
Cosa fare allora ? Il Paese ha fatto sicuramente qualche passo avanti in termini di selezione della classe dirigente e della classe politica e di tornare ad investire in Istruzione ( seppure in modo forse poco qualitativo), ma ora il cambiamento non è più solo questione di Leadership, ma di cambiare sensibilmente il nostro sistema di Regole e come vengono applicate.

Proprio sul pilastro delle Regole il nostro Meritometro indica un peggioramento nel 2016. Le Regole nel nostro Paese infatti non solo non vengono applicate in modo efficiente, ma sono  spesso inique.
Cosa blocca il cambiamento? Essenzialmente il grosso potere conservativo della maggioranza della popolazione in Italia (e in Ue) ostacola un riassetto del sistema di Regole che crei un sistema più equo e bilanciato.

E’ successo così per il sistema pensionistico nel passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo e nella diversificazione delle condizioni delle varie casse previdenziali ( quasi tutte in perdita). E’ successo anche nel Mercato del Lavoro, prima con la Legge Biagi e ora con il Jobs act, che si applica solo sui nuovi contratti di lavoro e non per tutti (si applicherebbe al Pubblico Impiego secondo una sentenza della Cassazione). Succede quando si chiede di poter fare più debito a scapito delle future generazioni. Succede poi quando non si liberalizzano i servizi pubblici locali e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Questo continua a produrre situazioni in cui persone e categorie sociali diverse sono sottoposte a Regole più o meno vantaggiose. Perché impegnarsi in un gioco dove gli altri sono avvantaggiati dall’arbitro? Perché fare uno sforzo se tanto il mio avversario parte con le gambe legate?

Il Paese non crescerà quindi fino a che il dipendente pubblico non avrà le stesse regole del dipendente privato, fino a che il giovane o il commerciante non avrà gli stessi ritorni pensionistici dai propri contributi dei più anziani, fino a che l’azienda Y non avrà la stessa possibilità di avere un appalto dalla Pa dell’azienda Z e fino a che il lavoratore autonomo non avrà le stesse possibilità di lavorare per un azienda del lavoratore dipendente, al Nord come al Sud. Troppe categorie hanno condizioni di lavoro e di vita diverse non per il proprio Merito, ma per essere nate dopo, o in una particolare Regione del Paese,  con il cognome Rossi invece che Bianchi etc.

Un altro fattore di scarsa Meritocrazia segnalato dal Meritometro è la bassa Attrattività per i talenti del nostro Paese. Si dice che ogni anno 100.000 giovani laureati lasciano il Paese contro poche migliaia che rientrano. Su questo fattore pesano la mancanza di investimenti significativi oltre al depotenziamento di alcune misure, come la legge 238/2010 sul rientro dei talenti.

Non è un caso che investiamo circa un centinaio di milioni di euro per riportare i talenti italiani dall’estero contro diversi miliardi di euro per trasformare i contratti a progetto in contratti a tutele crescenti per lavoratori in Italia come avviene con la decontribuzione per il Jobs Act. Non è il primo un migliore investimento in termini di crescita economica di qualità?

Sembra una questione secondaria, ma attrarre giovani talenti dall’estero sarebbe uno dei modi più intelligenti di investire sul futuro e correggere quello sbilanciamento sociale, politico, demografico ed economico che minaccia il nostro Paese.

Purtroppo dobbiamo ancora dire che questo Paese non crescerà fino a che non ci sarà più Meritocrazia ( non solo nelle Nomine) e fino a che non si faranno Riforme delle Regole e investimenti per tutti e non solo a favore di pochi. Fino a che non lo capiremo e non seguiremo questa strada,  continueremo a fare riforme selettive e non generali e renderemo più difficile il cambiamento e la crescita.
Per il momento non possiamo quindi che applaudire i casi eccezionali di Merito di Aziende, Scuole e Persone che dimostrano che fare Meritocrazia anche in Italia è possibile, sapendo però che da soli non possono fare “sistema”.

Su affaritaliani.it

Francesco Griffo: una storia di standard, tecnologia, economia, conoscenza e libertà.

La damnatio memoriae colpì il nome di Francesco Griffo, l’uomo che letteralmente scrisse una parte fondamentale dell’arte della scrittura per la stampa. Quotidianamente sotto i nostri occhi scorrono file di caratteri che lui ha inventato e che sono all’origine della storia dei font.

Bene conosciamo la grandezza degli antichi romani nelle loro qualità maestre: l’ingegneria, la logistica, l’efficienza. Standarizzarono tutto: le unità di misura, lo “scartamento” delle strade e la larghezza dei carri, la scrittura, il diritto e con questo l’organizzazione sociale, la moneta, la lingua, l’idraulica, l’esercito, il fisco, il servizio postale e tanti altri standard ancora in uso che ci rendono la vita più facile.
Quando cadde l’Impero, trascinò con sè tutto il Mediterraneo. Oltre trecento anni di secoli bui dovettero trascorrere prima della riunificazione dell’Europa. Il baricentro questa volta fu Aachen (Aquisgrana, vicina a Maastricht). Proprio lì, il forse ancora analfabeta Carlo Magno decise che in ogni monastero europeo vi fosse una scuola per insegnare a leggere e a scrivere. Decretò anche la fine della babele grafica della scrittura; ordinò di progettare e diffondere il primo font standard europeo: la carolina, l’archetipo di tutti i caratteri stampati nelle lingue occidentali.
Ci vollero altri seicento anni di accumulazione di invenzioni per dare adeguata consistenza al substrato necessario all’esplosiva invenzione di Gutenberg: gli standard che consentivano la stampa.

Nei secoli oscuri del Medioevo qualche inventore, dotato di visone notturna, aveva reso la carta adatta alla stampa; era ancora molto costosa, ma evitava la macellazione di intere greggi di pecore per ogni singola copia di un libro. Nel contempo il millenario torchio divenne più forte, più piccolo e più preciso grazie all’utilizzo di molte componenti prodotte dalla metallurgia (perfezionata da altri che aguzzavano la vista nel buio di quei secoli). La metallurgia apportò anche la lega di metallo morbido adatto ai caratteri mobili. Eppure, forse perché allora non ci si vedeva tanto bene, l’idea di Gutenberg, e del suo dimenticato socio Fust, non appariva molto pratica. Agli uomini prudenti infatti sembrava che l’equipaggiamento per stampare, l’enorme lavoro per incidere i caratteri e tutto il resto avrebbe avuto un costo spropositato, non inferiore a quello del minuzioso lavoro dei monaci amanuensi sulla pergamena.

Era proprio un problema di vista, gli uomini prudenti non avevano notato l’impennata di domanda di un certo libro. Da meno di trent’anni infatti la rivoluzione protestante aveva scardinato il controllo dell’élite sulle poche costosissime Bibbie per giunta scritte in una lingua sconosciuta ai più. Fino ad allora il testo fondante della religione dei popoli europei era stato, senza l’aiuto degli intermediari, inaccessibile; dopo la liberazione di Wittenberg (e la disintermediazione), i singoli europei potevano leggere la Bibbia nella loro lingua preferita, e perfino tenerne una copia in casa. L’acume imprenditoriale di Gutenberg e Fust mise a fuoco l’enormità quantitativa della domanda.

La loro rivoluzione stava nell’avere messo insieme varie tecnologie da utilizzare con l’arte nella quale erano entrambi esperti: l’incisione orafa. Tutto era disponibile e pronto per l’esplosione. Mancava giusto la rottura di quel sottile diaframma che separava l’idea dalla realtà concreta. Era un diaframma di dubbi, di incertezze il cui superamento richiedeva coraggio e un po’ di follia. (Ac)cadde nel 1455.

Ogni rivoluzione mirata a riorganizzare la società in tempi brevi, porta con sé fenomeni distruttivi. In quei decenni l’Europa fu attraversata da feroci rivolte e guerre politico-religiose. Pochi anni dopo le prime stampe, anche Gutenberg ebbe la sua tipografia distrutta.

Nel frattempo la mercantile Serenissima Repubblica Veneziana, patria di straordinarie libertà sociali, religiose e politiche, si trovava al centro di mille pacifiche rivoluzioni economiche. Bisanzio cadeva con la lentezza dovuta alla vastità del suo patrimonio; era così grande che ci voleva molto tempo per spenderlo tutto. Forse questo ci ricorda qualcosa a proposito del nostro Paese, ma è un’altra storia. All’epoca Venezia era la prima beneficiaria della debolezza di Bisanzio. Altra ricchezza le derivava, già prima del Mille, dal noleggio delle flotte militari e commerciali per i traffici sud-nord. Talvolta partecipava essa stessa alle “rapine” (es. la crociata del 1209 dalla quale derivano i famosi cavalli di bronzo, le colonne, i tetrarchi, il paliotto di San Marco e molto molto altro).

Più o meno all’epoca di Gutenberg, il cardinale greco-ortodosso e cattolico (sic!) Bessarione (cittadino onorario di Venezia) aveva lasciato in eredità a Venezia la sua immensa biblioteca personale che fu il fondo all’origine della biblioteca marciana tutt’oggi visitabile in Piazza San Marco. Le culture Bizantina, Italiana dell’antichità, Musulmana, Europea si incrociavano nei porti della Serenissima depositandovi ad ogni passaggio non poca ricchezza monetaria, ma specialmente un’immensità di ricchezze culturali diverse, grazie alla straordinaria libertà e tolleranza di cui godevano i suoi cittadini. Per esempio, l’inquisizione papalina non poteva esercitare alcun potere nel territorio veneziano; i veneziani erano orgogliosi difensori dell’indipendenza da Roma del loro Patriarca di Aquileia, un pari del Papa come ora lo è Alessio II. Esiste presso che un unico caso di interferenza papalina su Venezia, quando il Papa riuscì a farsi consegnare Giordano Bruno.

Gli sconvolgimenti europei aggiunsero a Venezia un’altra sorgente alimentante il suo floridissimo mercato: tutti coloro che volevano stampare libri proibiti in patria, potevano farlo a Venezia; anche Erasmo da Rotterdam stampò a Venezia. In quegl’anni di favorevolissimo humus, Aldo Manuzio frequentava l’amico Pico della Mirandola e altri dotti italiani e mediterranei. Manuzio, che era un imprenditore colto ed efficace, si era scelto un motto molto veneziano: festine lente; che tradotto in italiano significa: affrettati lentamente, ma il concetto è anche più efficacemente reso dall’espressione veneziana: avanti pian, quasi indrio. Principio che Manuzio applica con perseverante prudenza per esempio quando si mette in società con Nicolas Jenson, maestro della Zecca di Tours che aveva studiato la tecnologia dei caratteri mobili per conto del Re di Francia e aveva scelto Venezia per impiantarvi la prima tipografia fuori dei confini germanici. Manuzio si era preoccupato di coinvolgere nella società la famiglia dei dogi Barbarigo, un appoggio che in materia di cultura e annessi rischi pesava non poco. In somma, il minimo investimento, il minimo rischio, inizialmente più per passione che per denaro ma tutt’altro che privi di intento imprenditoriale. Con l’enormità di materiale editoriale proveniente dal mediterraneo e ora anche dall’Europa, in breve tempo Manuzio portò via la leadership tedesca sulla nuova tecnologia. Fu l’ultima volta che accadde? Anche questa è un’altra storia.
Ancora una volta un uomo seppe vedere cose che altri non avevano visto; Manuzio individuò e combinò sapientemente molti fattori; non ultimo la qualità della stampa che non dipendeva solamente dai macchinari, dalla carta e dai testi da pubblicare. Dipendeva anche dall’efficienza del sistema (prezzi bassi che allargavano il mercato) e dall’arte del pubblicare (capitale di conoscenza e inventori). Come abbiamo visto, molti avevano contribuito a fornire i singoli tasselli del puzzle. Gli incisori dei caratteri e delle figure furono il collante estetico ed efficienziale del sistema di stampa.
Le nebbie della damnatio memoriae hanno nascosto a lungo i meriti di Francesco Griffo, grande incisore bolognese che riordinò e rese standard molti aspetti della stampa. Uniformò la punteggiatura fornendo così un’interpretazione facilitata delle frasi più complesse. L’interpunzione consentiva infatti di pre-sezionare le frasi, qualificare e contornare ciascun concetto. Griffo, e Manuzio, sentivano la necessità di venire incontro al cittadino-lettore dal quale non esigevano la dotta erudizione degli intellettuali. La più grande invenzione di Griffo tuttavia fu il corsivo (letra grifa, oggi internazionalmente chiamato italic) che non solo era bello, ma anche accorciava sensibilmente la lunghezza delle righe; in altri termini rese possibile ridurre il costo e la dimensione dei libri; un efficientamento che riduce i prezzi e le difficoltà d’uso. Francesco Griffo inventò inoltre una moltitudine di bei font che troviamo nei nostri computer chiamati con nomi moderni come ad esempio il Garamond.
Francesco Griffo purtroppo restò impicciato in vicende personali che agli occhi dell’etica contemporanea sarebbero probabilmente accettabili, ma all’epoca gli costarono la morte per impiccagione e la conseguente damnatio memoriae. Solo Manuzio è rimasto nella memoria collettiva e viene ricordato come l’unico campione stampatore del mondo occidentale.

Molti sono gli insegnamenti che la Storia lascia intrecciati in questa narrazione; elencarli richiede senz’altro molto più del tempo e dello spazio dedicato a questo post. Ciascuno però può distillare quanto vede e immagina dalle parole e fra le righe.

Finalmente anche in Italia una legge sul whistleblowing

Con l’abituale ritardo rispetto ai Paesi più evoluti, anche noi stiamo per dotarrci di una legge mirata ad attivare e proteggere la collaborazione civica per far emergere eposodi di Corruzione e altri reati o irregolarità amministrative.

Draft della relazione che svolgerò nei giorni prossimi alla Commissione Lavoro del Senato sul disegno di legge  n. 2208, approvato dalla Camera dei Deputati in prima lettura il 21 gennaio 2016.

“Relazione del senatore Pietro Ichino alla 11ma Commissione permanente, Lavoro e Previdenza sociale, sul disegno di legge A.S. n. 2208 recante “Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato”

Sommario
1. Premessa: l’impatto del provvedimento sulla disciplina generale del segreto professionale e del segreto d’ufficio
2. Due prime questioni che si pongono in riferimento al contenuto del provvedimento: a) sulle modalità della rivelazione del segreto professionale o d’ufficio; b) sul segreto professionale dell’avvocato e del commercialista
3 . Contenuto del disegno di legge nella parte relativa al rapporto di impiego pubblico (articolo 1)
4. Contenuto del disegno di legge nella parte relativa al rapporto di lavoro privato (articolo 2)
5. Considerazioni conclusive e di sintesi

  1. – Premessa: l’impatto del provvedimento sulla disciplina generale del segreto professionale e del segreto d’ufficio

È opinione diffusa quella secondo cui il disegno di legge che viene posto al nostro esame – approvato in prima lettura dalla Camera dei deputati il 21 gennaio 2016 – si proporrebbe soltanto l’effetto di proteggere coloro che segnalano o denunciano reati o irregolarità commessi all’interno di amministrazioni o aziende dalle possibili rappresaglie e ritorsioni da parte di datori di lavoro e committenti. In realtà il provvedimento, se e quando entrerà in vigore, avrà anche l’effetto di modificare, o quanto meno precisare in modo incisivo, il contenuto degli obblighi del segreto di ufficio e del segreto professionale, che su lavoratori dipendenti e collaboratori gravano, nei confronti dei loro datori di lavoro o committenti, pubblici o privati, in forza rispettivamente degli articoli 326 e 622 del Codice penale.

La discussione dei contenuti del provvedimento richiede dunque un chiarimento preliminare circa la disciplina generale dei suddetti obblighi di segreto. Esaminiamo innanzitutto la disciplina del segreto professionale, cui – come vedremo tra breve – secondo la migliore dottrina deve considerarsi informata anche la disciplina del segreto d’ufficio:

Articolo 622. Rivelazione di segreto professionale

Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 50 a euro 516.

La pena è aggravata se il fatto è commesso da amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, sindaci o liquidatori o se è commesso da chi svolge la revisione contabile della società.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Pur essendo la norma contenuta nel Codice penale, il suo contenuto non si esaurisce nella comminatoria penale, ma costituisce anche fonte e disciplina di una obbligazione civile: quella che vieta la rivelazione “senza giusta causa” di una notizia, sulla quale il soggetto attivo dell’obbligazione abbia un interesse rilevante al segreto, da parte di chi abbia appreso la notizia stessa per ragione della propria prestazione di lavoro.

È molto importante mettere a fuoco lo snodo cruciale di questa disposizione: quello della giusta causa di rivelazione. Dottrina e giurisprudenza prevalenti hanno interpretato questa nozione come principio di bilanciamento tra gli interessi in gioco, ovvero l’interesse del soggetto attivo dell’obbligazione al segreto e l’interesse del soggetto passivo o di terzi alla conoscibilità e quindi alla circolazione della notizia. Questa impostazione ha consentito di graduare il contenuto pratico dell’obbligo di segreto a seconda del tipo di rapporto di collaborazione tra soggetti attivo e passivo e della natura dell’interesse alla circolazione della notizia concretamente in gioco. Così, in particolare, si è ritenuto che debba essere privilegiato al massimo grado l’interesse del soggetto attivo al segreto sulla notizia comunicata all’avvocato in funzione della difesa in giudizio o al medico in funzione della cura di una infermità; si è ritenuto, viceversa, che debba essere privilegiato al massimo grado l’interesse di un soggetto terzo alla prevenzione di un danno grave alla persona, quando la soddisfazione di questo interesse presupponga la rivelazione della notizia protetta dal segreto professionale (ciò anche quando il soggetto obbligato sia l’avvocato o il medico curante).

Dottrina e giurisprudenza prevalenti hanno ritenuto che il principio di giusta causa della rilevazione, così inteso, si applichi non soltanto al segreto professionale, ma a qualsiasi altro obbligo di segreto (segreto aziendale di cui all’art. 2105 c.c., segreto a carico di amministratori e sindaci di società di cui all’art. 2622 c.c., segreto scientifico e industriale di cui all’art. 623 c.p., segreto d’ufficio di cui all’art. 326 c.p.), anche quando non sia menzionato nella norma che lo istituisce e disciplina.

Il bilanciamento tra gli interessi in gioco implica anche delle conseguenze nella valutazione del modo in cui la rivelazione della notizia segreta avviene: è infatti evidente la diversa qualificazione giuridica che è dovuta in relazione alla rivelazione attuata mediante comunicazione riservata alla sola autorità competente, rispetto alla rivelazione attuata, per esempio, mediante affissione di un manifesto per le strade della città o intervista a un giornale.

Orbene, i due interessi che vengono in rilievo nella materia cui il disegno di legge n. 2208 si riferisce sono, da un lato, l’interesse dell’ordinamento alla persecuzione dei reati e degli illeciti amministrativi, dall’altro l’interesse del datore di lavoro o committente al riserbo su notizie riservate di cui un soggetto terzo venga a conoscenza solo in conseguenza del cosiddetto “contatto contrattuale”, ovvero dell’intimità operativa che inevitabilmente in qualche misura si determina nello svolgimento di un rapporto di collaborazione, sia essa di natura subordinata o autonoma, in un contesto pubblicistico o privatistico. L’effetto della nuova disciplina consiste nel chiarire che, in linea generale, l’interesse pubblico alla prevenzione, rimozione e punizione dei reati e irregolarità amministrative prevale sull’interesse al segreto, costituendo dunque giusta causa di rivelazione.

Da questa chiave di lettura del disegno di legge derivano alcune conseguenze di rilievo non secondario per la formulazione del parere di competenza di questa Commissione.

  1. – Due prime questioni che si pongono in riferimento al contenuto del provvedimento: a) sulla modalità della rivelazione del segreto professionale o d’ufficio; b) sul segreto professionale dell’avvocato e del commercialista

Il disegno di legge in esame, dunque, non si limita a tutelare i lavoratori dipendenti e collaboratori autonomi di enti pubblici o privati, che segnalino a un organo amministrativo o denuncino all’autorità giudiziaria reati o altre condotte illecite di cui siano venuti a conoscenza nell’àmbito del proprio rapporto di lavoro: prima ancora esso ha l’effetto di limitare il loro obbligo di segreto professionale o d’ufficio sulla notizia. Più precisamente, il disegno di legge deve leggersi come specificazione del principio di giusta causa di rivelazione di segreto, nel senso che l’interesse generale dell’ordinamento alla persecuzione di reati e irregolarità amministrative prevale sull’interesse di qualsiasi soggetto, pubblico o privato, al riserbo su notizie e documenti dai quali emerga l’evidenza di quegli illeciti (interesse che sarebbe altrimenti protetto dall’obbligo contrattuale di segreto del dipendente o collaboratore).

a) Sulle modalità di rivelazione della notizia protetta da segreto professionale o d’ufficio – Questa collocazione delle nuove disposizioni nell’alveo del principio della giusta causa di rivelazione del segreto, dunque di un principio di bilanciamento di interessi contrapposti, implica tuttavia l’applicazione anche nella materia specifica oggetto del disegno di legge dei criteri generali di applicazione della giusta causa, dei quali si è detto sopra (§ 1): non qualsiasi forma ed estensione della rivelazione di notizie e documenti riservati può ritenersi giustificata, bensì soltanto quella giustificata in relazione alla finalità di interesse pubblico. È giustificata, dunque, solo la rivelazione compiuta:
– con le modalità strettamente necessarie ai fini dell’attivazione efficace dell’organo amministrativo o giudiziario competente, e
– con le cautele necessarie per evitare il sacrificio non necessario dell’interesse al segreto del soggetto attivo dell’obbligo.

In altre parole – e forse può essere opportuno che nel provvedimento legislativo questo venga precisato esplicitamente – quando notizie e documenti siano oggetto di segreto professionale o d’ufficio, costituisce violazione del detto obbligo la rivelazione con modalità e contenuti eccedenti rispetto alla comunicazione dell’illecito e delle sue prove all’organo amministrativo o giudiziario competente (per esempio, mediante pubblicazione attraverso i media, oppure mediante diffusione di documenti contenenti anche notizie e dati non rilevanti ai fini della persecuzione degli illeciti in questione).

b) La questione del segreto professionale dell’avvocato e del commercialista – Una seconda questione riguarda l’estensione soggettiva del campo di applicazione delle nuove norme anche ai collaboratori autonomi. Questa estensione, che appare pienamente giustificata in linea generale, alla luce della ratio generale del disegno di legge, è invece probabilmente eccessiva in riferimento al segreto professionale gravante sull’avvocato e sul commercialista. Appare infatti necessario – anche in applicazione del principio del diritto alla difesa, di cui all’articolo 24 Cost. – tutelare l’affidamento del soggetto, pubblico o privato che sia, sul doveroso riserbo del professionista cui venga affidata la consulenza e difesa giudiziale sulle materie civili, amministrative o tributarie di interesse dell’ente medesimo.

Sottopongo pertanto all’attenzione della Commissione l’opportunità che nel parere venga raccomandato un chiarimento nel senso della non incidenza della nuova disciplina sull’obbligo di segreto professionale dell’avvocato e del commercialista.

  1. – Contenuto del disegno di legge nella parte relativa al rapporto di impiego pubblico (articolo 1)

L’articolo 1 del provvedimento al nostro esame modifica l’attuale disciplina in materia relativa agli impiegati pubblici, posta dall’art. 54-bis del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni.

Rispetto all’attuale normativa per i lavoratori pubblici, le novelle di cui a questo articolo confermano il principio di tutela – in base al quale l’autore della segnalazione o denuncia non può essere sottoposto a misure (determinate dalla segnalazione o denuncia) aventi effetti negativi, diretti o indiretti, sulle condizioni di lavoro – con le modifiche e integrazioni che seguono.

  • Sotto il profilo soggettivo, il comma 1, capoverso 2, estende – come si è visto (§ 2) – l’àmbito di applicazione della disciplina anche ai lavoratori pubblici diversi dai lavoratori dipendenti (“collaboratori o consulenti, con qualsiasi tipologia di contratto o di incarico”), nonché ai lavoratori, collaboratori e consulenti degli enti pubblici economici; a quelli degli enti di diritto privato sottoposti a controllo pubblico (secondo la nozione di società controllata di cui all’art. 2359 del codice civile), nonché ai lavoratori e ai collaboratori, a qualsiasi titolo, di imprese fornitrici di beni o servizi e che realizzino opere in favore dell’amministrazione pubblica.
  • Sotto il profilo oggettivo, il comma 1, ai capoversi 1 e 2, specifica che l’àmbito di applicazione riguarda le segnalazioni o denunce effettuate nell’interesse dell’integrità della pubblica amministrazione e in buona fede (definita come la ragionevole convinzione, fondata su elementi di fatto, che la condotta in questione sia stata tenuta e che essa sia illecita). La buona fede è, in ogni caso, esclusa qualora il segnalante abbia agito con colpa grave, se non addirittura con dolo.
  • Riguardo ai possibili soggetti destinatari della segnalazione, il comma 1, capoverso 1, sostituisce il riferimento al “superiore gerarchico” con quello al responsabile della prevenzione della corruzione (figura ora presente in ogni pubblica amministrazione[1] ai sensi dell’art. 1, comma 7, della L. 6 novembre 2012, n. 190, e dell’art. 43, comma 1, del D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33); resta ferma l’ipotesi di segnalazione all’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) o di denuncia all’autorità giudiziaria ordinaria o contabile.
  • In merito al principio di tutela summenzionato, lo stesso comma 1, capoverso 1, prevede che l’adozione di misure ritenute ritorsive sia comunicata in ogni caso all’ANAC, da parte dell’interessato o delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative (nell’amministrazione nella quale le stesse misure siano state poste in essere) e che l’ANAC informi il Dipartimento della funzione pubblica o gli altri organismi di garanzia o di disciplina, per le attività e gli eventuali provvedimenti di competenza (in merito, la norma vigente prevede, invece, che l’interessato o le suddette organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative segnalino le misure ritenute discriminatorie al Dipartimento della funzione pubblica).
  • Per il caso di adozione di una misura discriminatoria il comma 1, capoverso 6, primo periodo, introduce una sanzione amministrativa pecuniaria, da 5.000 a 30.000 euro, a carico del responsabile che abbia adottato la misura, “fermi restando gli altri profili di responsabilità”; la sussistenza di una misura discriminatoria è accertata dall’ANAC, che è altresì competente a irrogare la relativa sanzione (qui potrebbe essere opportuna l’aggiunta nella disposizione dell’inciso “senza pregiudizio per l’eventuale accertamento giudiziale”).
  • Con riferimento ai procedimenti disciplinari, il comma 1, capoverso 3, modifica la tutela della riservatezza circa l’identità dell’autore della segnalazione o denuncia, limitando la vigente deroga (al principio di riservatezza) relativa al caso in cui la conoscenza dell’identità sia indispensabile per la difesa dell’incolpato, e sempre che la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione o denuncia. La norma vigente prevede che, in tale ipotesi, l’identità possa essere rilevata; la novella richiede, invece, per la medesima fattispecie, il consenso dell’interessato alla rilevazione della propria identità e, in assenza di consenso, l’impossibilità di utilizzare la segnalazione o denuncia ai fini disciplinari.
  • Il comma 1, capoverso 5, prevede che l’ANAC, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, adotti apposite linee guida, relative alle procedure per la presentazione e la gestione delle segnalazioni in questione, che devono contemplare l’impiego di modalità anche informatiche e promuovere il ricorso a strumenti di crittografia, per garantire la riservatezza sia dell’identità del segnalante sia del contenuto delle segnalazioni e della relativa documentazione. L’ANAC ha già adottato linee guida sui suddetti profili con la determina n. 6 del 28 aprile 2015 “Linee guida in materia di tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti (c.d. whistleblower)”: la novella, in merito, sembra dunque, da un lato, offrire un fondamento legislativo esplicito alle determinazioni dell’ANAC, ma, d’altro lato, prevedendo il parere sulla proposta di linee guida da parte del Garante per la protezione dei dati personali, sembra richiedere un nuovo atto di definizione delle stesse. A questo proposito potrebbe essere opportuno prevedere esplicitamente che l’ANAC stabilisca, nelle linee guida, un termine temporale per l’adozione, da parte di ogni soggetto interessato, dei suddetti strumenti e procedure, considerato che la novella introduce una sanzione amministrativa pecuniaria per l’ipotesi di omissione.
  • Il comma 1, capoverso 7, esclude l’applicazione delle tutele, per i casi in cui sia accertata, anche con sentenza di primo grado, la responsabilità penale del segnalante o denunciante per i reati di calunnia o diffamazione o comunque per reati commessi con la medesima segnalazione o denuncia ovvero la sua responsabilità civile, “per lo stesso titolo”, nei casi di dolo o colpa grave; rispetto alla norma vigente[2], tra l’altro, la disposizione estende esplicitamente la medesima esclusione anche ai casi decisi da sentenze non passate in giudicato. La disposizione sembra fornire un avallo alla citata determina n. 6 del 28 aprile 2015 dell’ANAC, dove la norma vigente, che fa riferimento sinteticamente ai “casi di responsabilità”, è stata interpretata nel senso che, appunto, anche una sentenza di primo grado che accerti il dolo o la colpa grave determini la cessazione della tutela.
  • Il comma 1, capoverso 8, specifica che, qualora al termine del procedimento penale, civile o contabile, oppure dell’attività di accertamento dell’ANAC, risultino l’infondatezza della segnalazione e la mancanza di buona fede, il segnalante o denunciante è sottoposto a procedimento disciplinare dall’ente di appartenenza, al termine del quale, sulla base di quanto stabilito dai contratti collettivi, può essere irrogata anche la sanzione del licenziamento in tronco.

Resta fermo (come nella disciplina oggi vigente) che alle segnalazioni in esame non si applica la disciplina sul diritto di accesso, di cui agli artt. 22 e seguenti della L. 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni (comma 1, capoverso 4). Questa opportuna precisazione è indispensabile per impedire che una applicazione indebita del principio di trasparenza degli atti amministrativi finisca col compromettere le finalità del provvedimento.

Va infine osservato, in riferimento all’articolo 1, che la distinzione tra segnalazione e denuncia compare solo nella parte iniziale del comma 1, capoverso 1, e non anche nella restante parte del capoverso né nei successivi capoversi della novella (e neppure nella rubrica dell’articolo 1). Appare invece opportuno che le formulazioni vengano uniformate per questo aspetto: in particolare nelle norme che si riferiscono alle ipotesi di denuncia all’autorità giudiziaria ordinaria o contabile. Nel secondo e nel terzo periodo del comma 1, capoverso 3, il riferimento al segnalante dovrebbe invece essere sostituito con il riferimento al denunciante e nella seconda parte del comma 1, capoverso 7, andrebbe aggiunto il riferimento alla fattispecie della segnalazione.

  1. – Contenuto del disegno di legge nella parte relativa al rapporto di lavoro privato (articolo 2)

A differenza dell’articolo 1, l’articolo 2 concerne i lavoratori del settore privato e in particolare le segnalazioni (ma deve intendersi compreso nella protezione anche il caso della denuncia), da parte di questi ultimi, di reati o di altre specifiche violazioni di cui siano venuti a conoscenza in occasione della propria prestazione di lavoro.

Le prime novelle integrano la disciplina della responsabilità amministrativa degli enti privati derivante da reati, di cui al D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231. Si ricorda che tale disciplina concerne gli enti, società ed associazioni (anche prive di personalità giuridica) privati, nonché gli enti pubblici economici: in base a questa normativa, essi sono responsabili (sotto il profilo amministrativo) per i reati commessi da determinati soggetti[3] nell’interesse o a vantaggio dell’ente; ma la responsabilità di quest’ultimo è esclusa, a norma degli artt. 6 e 7 del citato D.Lgs. n. 231 del 2001, qualora ricorrano alcune condizioni, tra cui l’adozione e l’attuazione di un modello di organizzazione e gestione specificamente orientato alla prevenzione ed eliminazione degli illeciti penali e amministrativi.

Le novelle di cui al comma 1, capoverso 2-bis, dell’articolo 2 integrano e specificano i requisiti stabiliti per i suddetti modelli. Sottopongo alla Commissione la valutazione circa l’opportunità di raccomandare l’introduzione nel provvedimento di una norma transitoria che, in fase di prima applicazione, fissi un termine temporale per l’adempimento di questi nuovi requisiti.

Secondo i requisiti aggiunti con le novelle, i modelli atti a esentare gli enti, società ed associazioni interessate dalla responsabilità amministrativa devono essere integrati come segue.

  • Deve essere disposto, a carico di coloro che a qualsiasi titolo dirigano o collaborino con l’ente o società o associazione, l’obbligo di presentare, a tutela dell’integrità del medesimo, segnalazioni circostanziate di condotte costituenti reati (qualora, in buona fede, sulla base della ragionevole convinzione fondata su elementi di fatto, si ritenga che esse si siano verificate) o di violazioni del modello di organizzazione e gestione, di cui siano venuti a conoscenza in ragione delle funzioni svolte (lettera a). Osservo in proposito che, contrariamente a quanto previsto per altri obblighi e divieti posti dalla novella (cfr. infra), per l’obbligo in esame non si richiede esplicitamente che il modello contempli sanzioni disciplinari: parrebbe opportuna una formulazione che non lasci dubbi al riguardo, considerato anche che le sanzioni disciplinari sono, a ben vedere, in ogni caso richieste dalla norma generale che definisce il modello organizzativo, di cui all’art. 6, comma 2, lettera e), del citato D.Lgs. n. 231 del 2001.
  • Il capoverso 2-bis, lettera b) impone che vengano istituiti canali alternativi di segnalazione, di cui almeno uno idoneo a garantire, anche con modalità informatiche, la riservatezza dell’identità del segnalante.
  • Il capoverso 2-bis, lettere c) ed e), impone che vengano adottate misure idonee – assistite da sanzioni disciplinari – per tutelare l’identità del segnalante e mantenere la segretezza dell’informazione in ogni contesto successivo alla segnalazione, nei limiti in cui l’anonimato e la riservatezza siano opponibili in base alle norme di legge. Osservo, a questo proposito, che andrebbero chiariti gli effetti dell’uso, in questa disposizione, del termine “anonimato”, considerato che le altre novelle di cui allo stesso capoverso fanno riferimento esclusivamente alla riservatezza (probabilmente l’intendimento è lo stesso: ma allora sarebbe meglio uniformare i termini utilizzati).
  • Il capoverso 2-bis, lettere d) ed e) impone che venga posto il divieto esplicito (assistito da sanzioni disciplinari) di atti di ritorsione o discriminatori, diretti o indiretti, nei confronti del segnalante, per motivi collegati, direttamente o indirettamente, alla segnalazione, fatto salvo il diritto degli aventi causa di tutelarsi qualora siano accertate in capo al segnalante responsabilità di natura penale o civile, legate alla falsità della dichiarazione. A questo proposito osservo che, mentre – come si è visto nel § 3 – la novella all’articolo 1 fa riferimento anche alle sentenze di primo grado, la novella corrispondente relativa ai lavoratori privati, di cui all’articolo 2, comma 1, capoverso 2-bis, lettera d), qui in esame, prevede l’esclusione dalla tutela ivi disciplinata per i casi di accertamento di responsabilità di natura penale o civile, legate alla falsità della dichiarazione: disposizione, quest’ultima, che sembra fare riferimento solo alle sentenze passate in giudicato; essa, inoltre pare individuare un àmbito di fattispecie parzialmente diverso da quello suddetto di cui all’articolo 1, non ponendo una limitazione ai casi di dolo o colpa grave e facendo, da un lato, riferimento alle sole responsabilità legate a ipotesi di falsità della dichiarazione e, dall’altro lato, non ponendo un eventuale nesso tra responsabilità civile e reato (in quanto non si adopera la locuzione “per lo stesso titolo”). In proposito va altresì ricordato che il parere approvato dalla I Commissione permanente della Camera il 19 novembre 2015 ha invitato a valutare l’opportunità di inserire il riferimento anche alle sentenze non definitive, alla luce del principio costituzionale – relativo però al solo processo penale – della presunzione di non colpevolezza fino alla condanna definitiva[4].

Le novelle specificano che l’adozione di misure discriminatorie nei confronti dei soggetti che effettuino le segnalazioni in oggetto può essere denunciata all’Ispettorato nazionale del lavoro, per i provvedimenti di sua competenza, oltre che dal segnalante o denunciante, anche dall’organizzazione sindacale indicata dal medesimo (capoverso 2-ter). Sotto il profilo terminologico, sembrerebbe preferibile far riferimento qui non solo alla discriminazione, ma anche alla ritorsione, per coerenza con l’espressione che compare nei capoversi 2-bis e 2-quater.

Il capoverso 2-quater sancisce che i licenziamenti o altre misure ritorsive o discriminatorie, adottati nei confronti del segnalante, ivi compreso il mutamento di mansioni, sono nulli e pone a carico del datore di lavoro, per le controversie inerenti a misure organizzative aventi effetti negativi, diretti o indiretti, sulle condizioni di lavoro e successive alla presentazione della segnalazione, l’onere della prova che le medesime misure siano fondate su ragioni estranee alla segnalazione stessa. La disposizione si riferisce qui testualmente ai soli rapporti di lavoro subordinato, ma la regola in essa contenuta deve intendersi ovviamente estesa anche alle possibili discriminazioni e ritorsioni nell’ambito di rapporti di collaborazione autonoma. Un adattamento della terminologia usata (per esempio il riferimento al “datore di lavoro o committente”) potrebbe essere opportuno.

Riguardo ai princìpi di tutela di cui al capoverso 2-quater, occorrerebbe altresì valutare se sia congruo non formularli anche con riferimento ai datori e committenti pubblici, i quali, come si è detto, sono esclusi, ad eccezione degli enti pubblici economici, dall’àmbito del D.Lgs. n. 231.

 Più in generale, sottopongo alla Commissione l’opportunità che il parere sul disegno di legge raccomandi un chiarimento sul punto che le novelle di cui all’articolo 2 riguardino, come quelle contenute nell’articolo 1, non solo le segnalazioni amministrative, ma anche le denunce alla magistratura. 

  1. – Considerazioni conclusive e di sintesi

Per concludere, oltre a proporre un parere positivo circa il disegno di legge nel suo complesso, invito la Commissione a valutare l’opportunità di inserire nel parere stesso le seguenti raccomandazioni alla Commissione di merito:

  • esplicitare nel provvedimento che l’interesse pubblico alla rimozione e punizione degli illeciti costituisce giusta causa di comunicazione degli stessi e delle relative prove all’organo amministrativo o giudiziario competente, anche quando la notizia rientri nell’area soggettiva e oggettiva nella quale opera il segreto professionale e/o il segreto d’ufficio, con la sola esclusione del caso in cui la persona obbligata al segreto sull’illecito sia un avvocato o un commercializta, per ragione della sua professione;
  • precisare nel provvedimento legislativo che, quando notizie e documenti che vengono comunicati all’organo amministrativo o giudiziario competente siano oggetto di segreto professionale o d’ufficio, costituisce violazione del detto obbligo la rivelazione con modalità e contenuti eccedenti rispetto alle finalità dell’eliminazione e della punizione dell’illecito;
  • nell’articolo 1, comma 1, capoverso 5, prevedere esplicitamente che l’ANAC stabilisca, nelle linee guida, un termine temporale per l’adozione, da parte di ogni soggetto interessato, dei nuovi strumenti e procedure ivi contemplati, considerato che la novella introduce una sanzione amministrativa pecuniaria per l’ipotesi di omissione;
  • nell’articolo 1, comma 1, capoverso 6, primo periodo, dove si prevede che la sussistenza di una misura discriminatoria sia accertata dall’ANAC, aggiungere l’inciso “senza pregiudizio per l’eventuale accertamento giudiziale”;
  • sia nell’articolo 1, sia nell’articolo 2, uniformare le formulazioni vengano uniformate in modo che tutte le norme si riferiscano sia alle ipotesi di denuncia all’autorità giudiziaria ordinaria o contabile, sia alle ipotesi di segnalazione all’autorità amministrativa competente;
  • nell’articolo 1, secondo e terzo periodo del comma 1, capoverso 3, sostituire il riferimento al segnalante con il riferimento al denunciante e nella seconda parte del comma 1, capoverso 7, aggiungere il riferimento alla fattispecie della segnalazione;
  • all’articolo 2, comma 1, capoverso 2-bis, aggiungere norma transitoria che, in fase di prima applicazione, fissi un termine temporale per l’adempimento dei nuovi requisiti;
  • all’articolo 2, capoverso 2-bis, lettere c) ed e), chiarire gli effetti dell’uso, in questa disposizione, del termine “anonimato”, considerato che le altre novelle di cui allo stesso capoverso fanno riferimento esclusivamente alla riservatezza: è forse meglio uniformare i termini utilizzati;
  • all’articolo 2, capoverso 2-bis, lettere d) ed e), chiarire se si debba fare riferimento soltanto a sentenze (che accertino il dolo o la colpa grave) passate in giudicato, o anche a sentenze ancora suscettibili di riforma;
  • all’articolo 2, capoverso 2-ter fare riferimento non solo alla discriminazione, ma anche alla ritorsione, per coerenza con l’espressione che compare nei capoversi 2-bis e 2-quater;
  • all’articolo 2, far sì che tutte le novelle riguardino, come quelle contenute nell’articolo 1, non solo le segnalazioni amministrative, bensì anche le denunce alla magistratura.

Roma, 9 febbraio 2016

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[1] Nonché in altre strutture (diverse dalle pubbliche amministrazioni), individuate dall’art. 11 del D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33, e successive modificazioni.

[2] Cfr. in proposito la prima parte del comma 1 del citato art. 54-bis del D.Lgs. n. 165/2001, e successive modificazioni.

[3] Questi ultimi (a norma dell’art. 5 del citato D.Lgs. n. 231/2001) sono costituiti da: a) le persone che rivestano funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente, o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, nonché le persone che esercitino, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso; b) le persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a). In ogni caso, l’ente non è responsabile qualora le persone suddette abbiano agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi.

[4] Principio di cui all’art. 27, secondo comma, della Costituzione.

IBL: Il Papa e l’impresa che collabora e coopera

Volentieri rilanciamo l’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni. Riconosciamo all’impresa il valore del fare concreto, collaborativo, cooperatico e specialmente della creazione di valore per tutti dell’impresa. Nelle imprese prima che altrove si sperimentano modelli sociali innovativi. Si può fare di più e meglio? Certamente; si può fare molto molto di più. Ma dove si dovrebbe fare? Nelle imprese si deve fare, lo faranno e tutti dobbiamo sorvegliare che ciò accada veramente. Nelle imprese, nel pubblico e fra tutti i cittadini.

È di gran lunga di maggiore impatto sociale abbattere le vetuste barriere ideologiche che divide imprenditori dagli altri cittadini. Chi sono poi “gli altri cittadini”? Sia chiaro: eliminare gli abusi, le ingiustizie sociali, aiutare chi è rimasto indietro è di grande valore per tutti, ma questo obiettivo non si raggiunge demonizzando (sic!) chi ha nel DNA l’energia e il gusto di creare lavoro, creare benessere e creare valore per tutti.

Il Papa si rivolge alle anime e sprona tutti gli uomini alla cooperazione per il benessere di tutti. Ma diverso sarebbe se intere categorie di persone fossero accusate di essere peggiori di altri uomini e di peccare più di altri uomini.

All’incontro con i rappresentanti del mondo industriale, il pontefice ha evocato l’etica del fare impresa. Un’espressione che nell’uso corrente pare significare l’opposto dell’etica dell’impresa.

Contribuire attraverso la quotidiana attività imprenditoriale all’edificazione di una società più prossima ai bisogni dell’uomo è nello stesso atto costitutivo dell’impresa. Ci sono persone che scommettono su un bisogno e organizzano il lavoro proprio e altrui per soddisfarlo: generano occupazione, danno salari e stipendi, forniscono beni e servizi che altrimenti non si riuscirebbe ad organizzare, contribuiscono alla creatività e all’elevazione dalla schiavitù dei bisogni. Dietro un’impresa, non necessariamente c’è la benevolenza verso i propri simili: c’è il desiderio di benessere per sé e i propri cari, ma anche il desiderio di migliorare, progredire, soddisfare lo spirito creativo dell’uomo e adoperarsi al meglio nel ruolo che si è dati.

Il papa, riconoscendo negli imprenditori i costruttori del bene comune, ha ricordato il valore sociale del «fare insieme», invitando gli industriali alla collaborazione e condivisione: cosa altro è, tuttavia, un’impresa se non essenzialmente un luogo di collaborazione e cooperazione?

Nelle parole del pontefice, invece, è risuonato prevedibile il pregiudizio dell’imprenditore come affarista dedito alle raccomandazione e ai favoritismi, ai facili compromessi e alla disonestà e, soprattutto, ai «tristi egoismi» alla «sete di guadagno».

Da qui, l’esigenza di un riscatto dell’impresa e l’invito a farsi veicolo di giustizia e dignità, come se essa già non fosse, per dirla con le parole del predecessore Giovanni Paolo II, «più che un patrimonio di strutture materiali», «un bene sociale».

Un’esigenza e un invito non originali: la responsabilità sociale d’impresa, i bilanci sociali e ambientali, le attività filantropiche sono iniziative lodevoli, ma non necessarie a conferire all’impresa il carattere solidaristico che essa, per sua natura, ha. Non abbiamo bisogno di prediche che ci ricordino che l’impresa deve imparare a contribuire all’edificazione materiale e spirituale dell’uomo. Abbiamo, anzi, bisogno di prediche che ci ricordino che l’impresa è un sistema collaborativo di uomini, lavoro e mezzi che già adempiono a questi compiti.

Vocazione: campare a debito

Il Corriere ci mostra oggi chi ha fatto crescere il debito pubblico in questi anni implicitamente suggerendo l’idea-ideologia del “complotto degli stati ricchi e cattivi” contro l’Italia che invece è stata brava (entro i limiti delle regole UE).

Con i numeri si possono fare tante cose, anche le manipolazioni. Allora vi sottopongo una mia manipolazione.

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Gli AP cattivoni sono dunque Spagna, Irlanda, Portogallo, UK, Grecia e Lussemburgo: hanno accresciuto il proprio debito più della media.

  • L’anomalia Italia è che la troviamo fra i virtuosi, cioè per dirla alla vecchia maniera meditterranea: gli AP (Amministratori Pubblici) italiani sembrano comportarsi come i polentoni (stupidi Vs furbi).
  • L’altra anomalia è UK che ha aumentato il debito pur non avendone strettamente bisogno. Non sarà che invece sono AP polentoni, ma intelligenti?
  • La terza anomalia è la Germania che si ritrova fra i paesi piccoli che generalmente sono meglio amministrati dei grandi (vedere tabella del GDPpp di seguito). La Germania ha invece amministrato i soldi dei cittadini senza particolari meriti: il GDPpp è nella media (vedere le successive analisi).

160209 01

Secondo le recenti statistiche OECD, le “anomalie” sembrano molto meno anomale.

Gli AP italiani hanno creato nel tempo un debito gigantesco in valore assoluto e in pecentuale. Superato in percentuale solo dalla minuscola Grecia. Che gli AP italiani non abbiano potuto, quando era necessario, indebitarsi oltre è ovvio; non c’era alcuna “capienza” per ulteriore debito. Gli AP italiani hanno indebitato i cittadini italiani del tutto fuori tempo (in anticipo) e quando sarebbe stato utile un aiutino dal debito, non è stato possibile. Si sono comportati da pessimi amministratori; hanno sprecato massivamente in tempi di vacche grasse (quando invece era il caso di ridurre il debito) e non hanno potuto fare nulla quando serviva (in tempi di vacche magre). Furbi poco intelligenti, sempre a dirla alla mediterranea maniera.

Ma ciò che conta veramente è il GDP procapite.

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160209 03

Siamo alle conclusioni: chi veramente ha voluto far guadagnare di più i propri cittadini? (GDPpp)

Un po’ tutti sono stati vittima della crisi e hanno subito un abbassamento del GDPpp; ma c’è chi ha perso di più e chi di meno. Per esempio Irlanda e UK hanno perso meno del 6%, mentre i tre peggiori sono Grecia (-19,4%), Svezia (-18,5%), Italia (-16,7%).

Possiamo dire che la Germania è stata al centro della media, senza eccellere come tanti erroneamente pensano (e come il grafico del Corriere lascia intendere).

Alcuni dei Paesi che si sono indebitati in questo periodo (Spagna, Portogallo e Grecia) ne avevano un gran bisogno e tutto sommato hanno usato bene la leva del debito non solo per sopravvivere, ma anche per imparare e recuperare terreno. Il lloro GDPpp ha perso terreno tanto quanto quello della Germania (Grecia ha fatto peggio). Non tutti gli altri Stati che hanno aumentato il debito (UK, Lussemburgo e Irlanda) avevano una forte necessità di farlo, mentre avevano una buona capacità residua di indebitamento; ebbene essi hanno tempestivamente colto l’occasione per efficacemente  minimizzare i danni della crisi attestando la perdita di GDPpp intorno al -5,6% (Lux a – 10%); metà delle perdite medie del gruppo.

Tutti gli altri, non hanno fatto ricorso al debito; la loro normale buona gestione li ha fatti rimanere nella media.

La questione quindi non è nè la quantità del debito nè chi lo ha accresciuto in questo periodo di crisi, ma piuttosto gli elementi caratterizzanti sono il tempismo dell’indebitamento e il taglio del debito. La grande bouffe degli AP italiani all’epoca delle vacche grasse non ha pagato; ora pagano i cittadini. Ancora una volta fare i furbi, sprecare le risorse quando ci sono, inseguire sogni ideologico-pelosi non ha pagato e non pagherà.

La furbetteria di bottega dei nostri AP ha inoltre creato un grande spazio di indebitamento per gli AP eruopei che non hanno mancato l’occasione di indebitarsi, comunque meno dell’Italia. Per ironia della sorte, e degli antieuropei nostrani,  gli AP italici hanno contribuito ad uniformare l’Europa su livelli di indebitamento più omogenei; peccato che lo abbiano fatto a svantaggio dei cittadini italiani e un poco anche a svantaggio dei cittadini europei che hanno innalzato i livelli medi di indebitamento.

In quale categoria Cipolla metteva chi fa danno a sé stesso e agli altri?