La sfida post-Brexit e post-Europa-degli-Stati: Milano sarà un nodo della rete di Città-Mondo?

All’ombra di una Brexit, che stenta a concretizzarsi nelle regole della EU, si stanno consumando i nostalgici del centralismo, eventualmente democratico. L’Europa degli Stati, proclamata ieri dalla Merkel, è un ulteriore passo indietro contro la democrazia e verso i retrogradi nazionalismi degli Stati. Con lo sguardo al passato, l’EU dei sessantottini sessantenni, stancamente si esaurisce impaurita e incapace di pensare e condurre cambiamenti rilevanti.

I vertici dei “Grandi Stati” europei si incontrano per concordare una linea di condotta sugli altri 24 Stati; discutono di argomenti più contro UK che pro-cittadini europei, quelli rimasti. Rimbalzano smentite e conferme di risentimenti, di rancori, di possibili vendette contro UK; seguono minacce di rigido rigore contro chi esce, di segnalazioni “guai a voi” per chi sta pensando di uscire. Si intravede l’architettura di nuove regole di controllo e comando per preservare il potere su un popoloso continente in rapida evoluzione.

Difficilmente verrà rimossa, sciolta, semplificata la metafisica dell’obsoleto partitismo alla spagnola, del partitismo fallimentare della Brexit, del traballante partitismo centralistico francese, del mediato partitismo della media della coalizione tedesca.

Il populismo guadagna terreno ovunque terrorizzando e immobilizzando i partiti tradizionali. I populismi sono a tutti gli effetti l’espressione di protesta contro una democrazia che ha smesso di evolvere e di produrre GDP pro capite (crescita). I Cittadini vogliono un ripensamento profondo della democrazia che tenga conto delle novità comparse sulla Terra negli ultimi cinquant’anni. I Cittadini vogliono che il GDPpc torni a crescere. Il populismo intercetta questo desiderio che non ha ancora forma concretamente propositiva e applicabile. Il populismo, come sempre, è la benna che prima di tutto mira a spazzare via i resistenti, quelli al comando che si arroccano sulle loro poltrone. Il potere, non ascolta; il potere disprezza coloro che presentano istanze di cambiamento, seppure ancora strampalate, ma pur sempre legittime; le richieste populiste, se ben distillate, mostrano la loro utile essenza. I populisti strumentalizzano il populismo per alimentare i propri opportunismi, che talvolta sono solo personale narcisismo; i populisti talvolta sono calcolatori e rimestatori amanti del potere, talvolta sono solo ingenui appassionati in buona fede. Gli uomini al comando, dannosamente per sé e per gli altri, reagiscono ignorando, spesso disprezzando, i segnali ed ottengono l’opposto effetto di infiammare l’ostilità verso gli amministratori pubblici, anche negli animi tradizionalmente pragmatici e stoici dei britannici. I populisti prima o poi spariscono e il populismo si trasforma in  qualcosa di sistemico ed applicabile. Non sempre, ma lo speriamo. Il passaggio per il populismo non è necessario; potrebbe essere evitato, o minimizzato, per esempio con un ricambio frequente delle persone al comando  e anche da un diverso metodo decisionale, un pò meno centralistico. Fenomeni che sono incrostazioni residue di imperi lontani, nei quali i ruoli durano durano troppo a lungo.

A questo punto è l’Europa (e non solo).

Da qui, Brexit-o-non-Brexit, è già iniziata la costruzione di una Europa nuova meno ideo-romantica, meno media delle medie degli Stati, meno intrappolata dall’eccesso di noiose regole tanto minuziose quanto controproducenti, con meno confini statali, con più ricambi generazionali.

Anne Hidalgo e Sadiq Khan, sindaci di Parigi e Londra, si sono incontrati per formare un asse in alternativa “al letargo degli Stati-nazione”. Stupisce che due cognomi, non francesi e non inglesi, lontani dai sessanta, pensino ad un grande futuro euro-globale invece che alla piccola cucina sotto casa? I due dichiarano: “se il XIX secolo è stato definito il secolo degli imperi e il XX degli Stati-nazione, il XXI è quello della Città-mondo”.

Condividiamo quest’idea di futuro.

Milano ha cominciato a lavorare per esserci?

D3.0 – Articolo 6 – La Città

Articolo 6 – La Città

  • La Città è un aggregato spontaneo di Cittadini che liberamente la eleggono loro luogo di residenza civica, fiscale e amministrativa.
  • La Città è il centro di un insieme di centri urbani salettite collocati in un territorio continuo che include aree non urbanizzate.
  • L’insieme delle Città italiane forma l’intero territorio italiano
  • La Città è l’unità amministrativa minima dell’Italia e della Repubblica Italiana
  • Noi Cittadini Italiani affidiamo alle Società, che chiamiamo Comuni, l’amministrazione delle Città.

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Commentario

Gli esseri umani gradiscono attrarre ed essere attratti dalla forza gravito-relazionale delle Città. Noi italiani abbiamo costruito le nostre eccellenze sulla storia delle nostre Città. Le nostre Città rimangono il punto di concentrazione della qualità della vita distillato dal territorio circostante. Da qui tutto viene redistribuito ovunque.

In passato, il modello sociale della Città era uno dei tanti modelli a confronto con altri che sembravano più adatti agli ormai rari sconfinati territori ancora scarsamente abitati. Con la crescita della popolazione, il fenomeno dell’urbanizzazione si è diffuso sull’intera superficie della Terra. I cittadini si confrontano sempre meno fra nazioni e sempre più fra città; le Città infatti sono i nodi della rete globale delle persone, delle merci, dei capitali, delle informazioni, dei trasporti. Ci sono sempre meno confini nazionali e sempre più collegamenti fra Città.

I rappresentanti delle Città possono portare gli interessi dei Cittadini a confronto con quelli delle Città collegate; sono ormai molti gli esempi di reciproca copiatura o di armonizzazione per esempio dei provvedimenti contro l’inquinamento, sui trasporti, sui servizi. Queste sperimentazioni di aggregazione di Cittò, a perimetro variabile, ono spesso chiamati con nuovi nomi come ad esempio l'”area vasta” o la “Città metropolitana”.

Questa prospettiva fa sorgere alcune domande sul futuro:

  • Le Città potrebbero essere il primo strato di tessere sul quale poggia il sistema in formazione di Società di Cittadini multilivello  (Comune Stato, Federazioni continentali) e trasversali (comunità scientifiche, comunita sanitarie, comunitò scistiche, comunitò turistiche, comunità commerciali – Wto)?
  • Può essere che l’incrocio di tante Società, ciascuna con obiettivi diversi e focalizzati, mitighi gli eccessivi conflitti elettoral-competitivi dei partiti tradizionali e nazionali?
  • Può essere che le Città aiutino a meglio distinguere i ruoli nazionali da quelli locali, e a concentrare gli amministratori pubblici nazionali e locali sui provvedimenti di specifica competenza?
  • Se i comuni si riducessero da 8000 a 1000, avrebbe senso avere una specie di Camera dei Comuni?

È intanto significativo che per la prima volta alla festa della Repubblica abbiano sfilato i sindaci.

La formula del “Sindaco” sembra avere dimostrato di poter mitigare il problema delle democrazie di tipo Weimar, l’immobilismo e le lentezze dell’initerrompibile confronto elettoral-politico dei partiti. Il Paese ha sofferto per una sessantina d’anni della brutta malattia “resistenza al cambiamento” che inoltre ha provocato l’azione di controforze violente e sproporzionate.  La formula Sindaco funziona; ha migliorato la capacità di decidere senza per questo creare un eccessivo potere centralizzato che è il nemico numero uno della democrazia. Purtroppo, è quest’ultimo (centralizzazione) il modello corrente di amministrazione del Paese.

Gli amministratori pubblici sono diversi e dominanti – Il caso PMxx a Milano

Sul Corriere un chiaro articolo in tema di polveri sottili ben ci esemplifica due fenomeni:

  1. La lunga pratica dello spirito moral-buonista, di cui è impregnata l’italica cultura, colloca gli AP fra i santi, i cherubini e gli angeli: essi sempre e indubitabilmente operano nell’interesse dei cittadini. Gli innumerevoli e macroscopici casi di abuso, di corruzione, di ingiustizia e anche di semplice arroganza, mai scalfiscono l’adamantino mantello degli AP. Nel caso uno schizzo di fango impudentemente vi si appoggiasse, è pronto a scattare l’intricato sistema delle barriere corporative bene incastonate nelle leggi, nelle norme, nelle procedure, nei contratti di lavoro. Gli AP (Amministratori Pubblici) eletti o cooptati (dipendenti pubblici) sono diversi dai “cittadini-non-pubblici”; gli AP sono santi e sono dominanti
  2. L’arroganza collettiva degli AP non ha limiti.

Il caso PMxx a Milano

Lo scorso dicembre sono scoppiati due tormentoni che sono tornati:
a) il numero di morti da inquinamento esplode
b) le PMxx (polveri sottili) superano di molto i limiti e vi restano pericolosamente a lungo.

Gli istituti di sorveglianza spiegano le cause predominanti: il traffico diesel e i riscaldamenti. Raccontano anche che il “fermo traffico”, largamente praticato da quanrant’anni, si è dimostrato tanto spettacolare quanto inutile. Specialmente nella Pianura Padana dove alle due cause già citate si somma il trasporto merci su ruota a medio e lungo raggio che attraversa l’Italia da Lubiana a Lione, e da Sud a Nord. I mezzi sono tutti diesel fin troppo spesso più anziani di dieci anni.

Pareto, e il buon senso, ci direbbero che se i nostri AP volessero incidessero su queste cause, la probabilità di ottenere buoni risultati sarebbe ragionevolmente buona. Invece gli AP prediligono il fermo traffico.

Perchè?

Le ragioni sono molteplici. Il blocco del traffico:

  1. è spettacolare, nel senso che fa spettacolo e non necessariamente sostanza. Esibisce decisionismo. Proprio quello che serve all’AP; costa poco o nulla (agli AP), è di immediato beneficio elettoral-mediatico, risponde all’esigenza di mostrare che l’AP agisce velocemente ed è pure moralmente buono.
  2. dirotta l’attenzione dalle cause reali, la cui soluzione richiederebbe decisioni dolorose per più di una categoria di elettori. La perdita del supporto degli elettori e degli stessi dipendenti pubblici  è politicamente mortale per gli AP.
  3. è transitorio, il buon ventostellone (una fortunata pioggia pioggia, un casuale tiro di vento da nord) porta via tutto, anche il ricordo del problema. In questa ammuina (link), il sindaco di Napoli è stato veramente geniale. Ha tirato in lungo le decisioni fino a quando le previsioni meteorologiche hanno indicato i giorni nei quali il tempo avrebbe girato al brutto; poi ha ordinato un blocco del traffico totale per un’intera settimana. È un esercizio di machismo decisionista: a Napoli non fanno come a Milano dove si ferma il traffico di domenica; cosa che non disturba nessuno, tantomeno le PMxx. A Napoli si ferma tutto, quando serve salvare la città. Per pura coincidenza, il giorno successivo ha cominciato a piovere e il fermo è stato revocato prima ancora che venisse applicato. Geniale.
  4. evita il costo elettorale degli investimenti –  La parola investimento per gli AP è blasfemia assoluta. Gli investimenti hanno la pessima caratteristca di costare subito moltissimo,di svuotare le casse, pesano non solo economicamente, ma anche in peso elettoral-emotivo. Il risultato degli investimenti, oltre che essere per definizione a rischio, si realizza in tempi piuttosto lunghi e ne godranno altri. Più grande è l’investimento più in là nel tempo si realizza il risultato. Sono effetti satanici che ogni avveduto AP evita con estrema cura. È imprudente pagare ora per risultati futuri che avvantaggeranno  i successori che potrebbe anche essere della parte politica avversa. Chi si ricorda più di Albertini che decenni fa ha lanciato la ristrutturazione delle aree disastrate sulle quali ora svettano i grattacieli di una Milano che promette di riprendersi il ruolo di città europea se non mondiale? L’avveduto politico semmai approva un grande investimento in prossimità delle elezioni, così da far ederitare ai successori il problema di disinnescarlo o di pagarlo. L’apparato AP da tempo applica una strategia efficacissima: la neolingua (per chi avesse letto 1984). Nella neolingua del presente, la parola “investimento” non sta a significare un progetto di lungo termine, rischioso e che rende disponibile un manufatto grandioso e utile alla società. Nel dizionario della neolingua degli AP, l’investimento è diventato “elargizione”, anche solo dichiarata, a gruppi di elettori, o portatori di interesse, con ritorno a brevissimo termine (in termini di voti).

La soluzione spettacolare “blocco del traffico” sembra perfettta per questi scopi.

Tra le righe, l’articolo del Corriere ben descrive la logica dell’AP, diverso e dominante: illegalità e arroganza.

Le leggi non sono fatte per gli AP che sono intoccabili, ma sono a carico esclusivo dei volgari cittadini-non-pubblici. Nel caso specifico, questi ultimi sono obbligati dalla legge ad applicare i sistemi di riscaldamento con valvole di regolazione automatica, ad osservare limiti di temperatura e orari limitati. Tutto ciò naturalmente non riguarda gli AP.

A Palazzo Lombardia il picco, ad esempio nella torre N1 si passa dai 23 gradi dell’ottavo piano ai 26 gradi del sesto, proprio lì dove ha sede l’assessorato all’Ambiente. Enrico Maiocchi, responsabile servizi di facility dell’edificio che ospita 2.800 dipendenti, tiene però a precisare due aspetti. «Primo — spiega — il nostro riscaldamento non inquina perché funziona a energia elettrica e con una pompa di calore. Secondo, il regolamento per l’igiene del lavoro impone di creare benessere. E qui — conclude — il problema è semmai che tutti si lamentano del freddo, non il contrario».

Come dobbiamo interpretare questa risposta?  Possiamo proporvi la nostra interpretazione?

    • Noi AP siamo santi – Noi applichiamo tecnologie di risparmio energetico, non inquiniamo per nulla, e perciò teniamo le temperture che ci piace tenere. Non c’entriamo nulla nè con le PMxx nè con le leggi che comunque non ci riguardano. Se proprio volete giudicare i nostri comportamenti, se siete venuti a criticare, ebbene avete visto che noi siamo santi. (A proposito dove viene prodotta l’energia elettrica per alimentare le pur efficienti pompe di calore?)
    • Noi AP rispettiamo il regolamento – Gli AP si sono fatti il regolamento da sè e per sè. Ci spiegano poi che loro stessi rispettano il loro stesso regolamento. Un giro di parole con lo scopo di farci capire che loro sono ammantati di buonistica-santità e sono diversi da noi anarcoidi che invece cerchiamo di sfuggire alle leggi alla prima occasione.
    • Noi AP rispettimo i principi civili della città – “… il regolamento per l’igiene del lavoro impone di creare benessere...”. Il principio è moralmente ammirevole, quasi come l’aspirazione alla pace nel mondo. Ma viene spontanea una domanda: il benessere di chi? Il sospetto è che si stia parlando del benessere degli AP dipendenti pubblici. Ci chiediamo allora per quale ragione i cittadini-non-pubblici debbano accontentarsi di un benessere di seconda categoria. Il sospetto ci viene confermato dal mitico Maiocchi che riporta le lamentele dei dipendenti pubblici a proposito del troppo freddo (fra i 23 e i 26 gradi è una vera tortura).  I rozzi cittadini-non-AP sono evidentemente più resistenti alla brutalità delle intemperie; nemmeno percepiscono il freddo; perciò è giusto che vivano in ambienti con temperature inferiori di 5-10 gradi. Qui il moral-buonismo del siamo tutti uguali, ma noi siamo un pò più uguali, forse vacilla un pò, ma non troppo perchè vige il pragmaismo delle soluzioni. Infatti gli AP, è vero che dominano, ma si prendono cura di noi cittadini. Ecco le loro soluzioni strutturali (di lunga durata) al problema PMxx.

Una nuova restizione al blocco del traffico.
Un ulteriore ribasso delle temperature negli edifici (privati).
Una riduzione delle ore di funzionamento degli impianti da 12 a 14 ore.

Mai, mai e poi mai ci saremmo aspettati così tanti provvedimenti strutturali in una sola volta e di così rilevante portata innovativa. Non solo, ecco la più straordinaria delle novità: l’assessore alla Mobilità, Pierfrancesco Maran afferma che: ” ..le misure devono essere condivise e applicate da tutti, per essere efficaci». Noi aggiungiamo che, come sempre, saranno applicate da tutti, ma non dagli AP, che ovviamente sono, per ragione della loro illuminata santità, esentati da qualsiasi obbligo.

PS
I cittadini milanesi si apprestano ad eleggere una nuova tornata di Amministratori Pubblici che probabilmente coopteranno (assumeranno) un buon numero di nuovi dirigenti pubblici. Sommessamente suggeriamo di non dimenticare che gli AP amministrano per nostro conto; che sarebbe bene che applicassero il principio dell’esempio personale. In altre parole che i provvedimenti destinati ai cittadini-non-politici venissero applicati prima di tutto alle migliaia di dipendenti pubblici, che venissero eliminate le caldaie a gasolio che ancora sono in esercizio, che le valvole automatiche siano applicate in tutti gli uffici; che gli orari del riscaldamento sia rigorsamente entro gli orari previsti. forse anche che l’accesso a tutti i diesel inquinamenti più delle auto a benzina non possano entrare nell’area C, ma forse in una ben più vasta area. Che i camion senza adeguati filtri e tecnologie, non possano circolare in tutta la regione, inclusi i camion in transito da Lubiana a Lione. Che tutti gli autobus, e gli altri mezzi dell’AP rispettino le stesse logiche, meglio se ancora più stringenti. Magari adottare qualche norma per limitare il traffico generato dal movimento dei dipendenti pubblici. L’esempio personale vale molto più dell’esercizio del potere; senza dire dell’arroganza del potere.

Per chi volesse approfondire ecco un articolo dell’ARPA toscana che illustra cosa fa l’inutile Europa; sì quella che ha obbligato tutti agli standard progressivi Euro1, Euro2, … EuroX senza i quali saremmo ancora qui a dibattere in quali orari e giorni limitare il traffico.

Riforma Madia, non tutte le partecipate si porta via

Uno dei rari bersagli che ha sempre accumunato, almeno nelle intenzioni, il governo Renzi con la pattuglia di bizzarri liberisti pur presente nel nostro paese, è quello delle società partecipate. Sin dai tempi della Leopolda le quasi 8.000 imprese, che secondo l’Istat (ma per il ministero delle Pari opportunità sono 10.000: il povero commissario alla revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, non si raccapezzava) sono in mano pubblica, hanno costituito un elemento duraturo (seppure intermittente, un po’ come quegli amori estivi che rinascono a ogni bella stagione sotto lo stesso ombrellone) della demonologia renziana. Tuttavia, finora poco o nulla era stato fatto per razionalizzare, sfoltire, chiudere, vendere, accorpare questa enorme galassia di enti che, con stipendi manageriali un po’ ridotti e con qualche risparmiuccio qui e là, han continuato tranquilli a sopravvivere e in taluni casi a prosperare. Ecco perché, quando nel prossimo consiglio dei ministri del 15 gennaio verrà presentata la “Riforma Madia”, il capitolo delle partecipate susciterà una particolare attenzione.

In cosa consiste la riforma? I capisaldi degni di attenzione sono tre: guadagna o chiudi, il potere in mano a una persona sola, obbligo di non proliferazione.

Partiamo dall’ultimo pilastro: le pubbliche amministrazioni non potranno più costituire o partecipare a società (e in ogni caso solo s.r.l e s.p.a.) che non debbano costruire un’opera pubblica; non si dedichino all’autoproduzione di beni o servizi strumentali agli enti pubblici; non abbiano come oggetto sociale la produzione o gestione (anche in coabitazione con privati) di servizi di interesse generale. Questi servizi sono individuati dalla legge in modo un po’ ampio e quindi è vero che difficilmente un Comune potrà produrre prosciutti, ma molte altre cose rimangono incluse. Nella bozza di decreto fin qui circolata, si parla infatti di attività di produzione o fornitura di beni o servizi che sarebbero svolte dal mercato “a condizioni differenti in termini di accessibilità fisica ed economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza che le amministrazioni pubbliche assumono come necessarie” per soddisfare i bisogni della comunità e “garantire l’omogeneità dello sviluppo e della coesione sociale”. Beh, è facile capire che una pubblica amministrazione un po’ audace può far rientrare nel concetto di tutto: da internet alla pay tv, dalle librerie ai supermercati. Manca un bel panificio in centro città? ci pensa il sindaco! Dopotutto, non bisogna essere Manzoni per capire cosa succede quando a Novembre nel giorno di San Martino manca il pane  in piazza Cordusio a Milano… Il fatto che le società in cui può partecipare lo Stato e gli altri enti debbano essere una s.r.l o una s.p.a. non è di grande ostacolo, basta trasformare quelle che oggi sono cooperative o società in accomandita. La prescrizione che le imprese con meno di un milione di fatturato o più amministratori che dipendenti debbano essere vendute o liquidate, sarà pure facilmente aggirabile tramite fusioni e accorpamenti. E’ vero che la costituzione e l’acquisto di partecipazioni in società da parte di un ente pubblico deve passare il vaglio della Corte dei Conti e dell’Autorità Antitrust, tuttavia il diniego da parte della Corte non è chiaro se abbia il potere di bloccare la delibera ed in secondo luogo il Tar potrà pur sempre dire che la valutazione del Comune, della Regione o del Governo rientra nell’ambito di una inevitabile discrezionalità di alta amministrazione difficile da smontare se non nei casi più eclatanti.

Staremo a vedere. Un po’ più efficace sembra essere il requisito “guadagna o chiudi” per quelle società che hanno chiuso in rosso 4 degli ultimi 5 anni. Anche dimenticandoci il trucchetto della fusione, stiamo parlando di casi probabilmente non frequentissimi e rimediabili con contratti di servizi più generosi. Vengono poi liquidate le scatole vuote che per 3 anni non compiono atti di gestione o non presentano il bilancio. Anche in questo caso l’alternativa della presentazione del bilancio è un’inutile scappatoia, perché in teoria basterà depositare un bilancino da foglio Excel per uscire dalla categoria a rischio. E’ pur vero che le amministrazioni dovranno annualmente approntare un piano di razionalizzazione delle proprie partecipazioni sottoposto all’occhiuto vaglio dell’ennesima authority di vigilanza e che le società partecipate potranno fallire come tutte le altre. Insomma, qualcosa succederà, ma bisognerà contare molto sulla volontà politica perché la legge non venga interpretata in modo cavilloso e dilatorio.

Infine la donna sola al comando (utilizzare la vetusta espressione “uomo solo al comando” avrebbe sicuramente comportato un intervento indignato della Presidenta Onorevola Boldrini). Salvo che per le società quotate, tutte le altre avranno un solo amministratore unico a meno che i gli enti proprietari decidano diversamente per ragioni di “adeguatezza organizzativa” e pur sempre rispettando il famigerato “equilibrio di genere”. Niente pensionati in consiglio e retribuzione determinata in parte avendo riguardo alla dimensione della società, in parte in base ai risultati. L’amministratore unico assicura qualche risparmio ma, salvo che in piccole società, non è una scelta gestionale intelligente. Ci sarà un motivo per il quale le imprese private hanno dei consigli di amministrazione ed è quello di far sì che il management esecutivo possa essere consigliato e controllato da suoi pari. Il problema è di eliminare il controllo pubblico e decurtare il numero di società esistenti, non dotarle di meno amministratori, anche perché rimane la solita discrezionalità, che è un po’ la piaga della legge, di fare esattamente il contrario appellandosi a vaghe esigenze organizzative.

Mettiamola così: le intenzioni della riforma non sono malvagie (nel preambolo si fa un gran parlare di concorrenza e mercato). Sembra che il governo, però, non fidandosi del fatto che le buone intenzioni fossero prese troppo sul serio abbia lasciato delle scappatoie anche per chi ne avesse di cattive.

@Aledenicola

#Disuguaglianza è la parola ambigua di oggi

La minacciosa parola “disuguaglianza” risuona e riverbera seminando indignazione e ostilità per le diseguaglianze.

Il richiamo alla maggiore uguaglianza è costantemente rinforzato dal Presidente della Repubblica, dal Papa e da numerose altre forze sociali, politiche, civili ed economiche. I media ci informano delle quotidiane disuguaglianze (etero-religiose, etero-etniche, etero-qualsiasi cosa) ragione di immense tragedie.
La disuguaglianza è il problema numero uno che minaccia la coesione sociale. Read more

L’impegno civico dei cittadini

La lettera, sul Corriere di oggi, di Federico Sassoli De Bianchi (Presidente Associazione Civicum e Portavoce del Tavolo Civico) e la risposta di Giangiacomo Schiavi

L’articolo di Giangiacomo Schiavi e il commento di Nando Pagnoncelli al sondaggio Ipsos sul senso civico (Corriere, 31 maggio) sono ricchi di spunti.

Credo però che l’Osservatorio dovrebbe tener conto anche di altro. Il senso civico non può ridursi a fare la raccolta differenziata o a ripulire i muri, cose egregie. C’è una dimensione nuova che sta emergendo. È quella della relazione tra cittadino azionista dello Stato e istituzioni. Sempre più cittadini sono stanchi di lamentarsi che lo Stato non funziona e chiedono alle istituzioni di essere più efficaci ed efficienti, favorendo sviluppo sostenibile e premiando il merito. Questo avviene a livello centrale e soprattutto locale. I cittadini cominciano a impegnarsi per migliorare il funzionamento della scuola dei figli, del Tribunale o del museo della propria città. I volontari di Civicum, ad esempio, hanno offerto le proprie competenze ed energie per coinvolgere cittadini aziende e Amministrazione dello Stato per migliorare l’organizzazione del museo di Brera e del Tribunale di Bologna. I volontari di Cittadinanzattiva hanno avviato audit civici per migliorare il servizio delle Asl. I volontari di Fondazione Etica lavorano per rendere trasparente l’amministrazione delle Regioni creando un rating che faccia emergere le migliori pratiche. I volontari di OpenPolis lavorano per rendere più comprensibili i bilanci dei Comuni e l’attività del Parlamento. I volontari di Transparency International Italia promuovono il «whistleblowing» per facilitare la segnalazione di pratiche scorrette nella P. A. da parte di funzionari e utenti. Altre organizzazioni del Tavolo civico per migliorare lo Stato lavorano allo stesso modo. Il nuovo modo di interpretare il ruolo di cittadino, magari non ancora rilevabile statisticamente, forse anche perché non presente nelle domande del vostro questionnario, rappresenta il futuro. Proprio perché i cittadini non si fidano delle istituzioni, come dimostra il sondaggio, la speranza risiede nel loro impegno diretto per richiedere miglioramenti dal basso, partendo da pezzi di Stato vicini a loro: l’ufficio delle dogane, la caserma o il teatro stabile.

Federico Sassoli de Bianchi @civicum_it
Presidente Associaz ione Civicum

L’Osservatorio ha lo scopo di fare emergere ì tanti esempi (spesso sconosciuti) dì civismo. Se l’Italia resiste, molto si deve al gratuito impegno dei cittadini attivi. Ringraziamo Sassoli de Bianchi: ogni segnalazione ci aiuta a spingere verso l’atto il barometro del senso civico.

Giangiacomo Schiavi @ggschiavi

La forza della trasparenza e del cambiamento al MIBACT

Questa è la lettera spedita oggi a:

Al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
On. Dario Franceschini
Via del Collegio Romano, 27 – 00186 Roma
Ministro.segreteria@beniculturali.it

e, per conoscenza

Al Segretario Generale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
Arch. Antonia Pasqua Recchia
Via del Collegio Romano, 27 – 00186 Roma
sg@beniculturali.it

Al Sottosegretario di Stato al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
On. Francesca Barracciu
Via del Collegio Romano, 27 – 00186 Roma
sottosegretariobarracciu@beniculturali.it

Al Sottosegretario di Stato al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
On. Ilaria Borletti Buitoni
Via del Collegio Romano, 27 – 00186 Roma
sottosegretarioborletti@beniculturali.it

Egregio Signor Ministro
La riforma che Lei ha avviato modifica profondamente la struttura del Ministero dei Beni Culturali e delle sue articolazioni territoriali.

La riforma e la procedura innovativa avviata per la selezione dei direttori dei 20 musei maggiori attraverso un bando internazionale sono sicuramente segnali importanti di un processo di rinnovamento delle strutture museali dello Stato che sembra procedere verso obiettivi di maggiore flessibilità ed autonomia gestionale.

Civicum, insieme con iLoveItaly!, ItaliAperta, Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà, Officine Einstein e Transparency International Italia, le organizzazioni cofirmatarie di questa lettera, operanti nell’ambito del Tavolo Civico per migliorare lo Stato, vuole dare un contributo affinché tale processo di rinnovamento venga attuato in modo ottimale.

In particolare Civicum, associazione non profit che opera da anni per promuovere trasparenza ed efficienza nella Pubblica Amministrazione, ha recentemente realizzato il primo rendiconto economico di un grande museo italiano, la Pinacoteca di Brera, attualmente incardinata nella sovrintendenza BSAE di Milano e della Lombardia Occidentale.

Come Lei sa, i conti delle Sovrintendenze e della maggior parte dei musei statali non sono conosciuti in dettaglio dalla struttura del MiBACT, in quanto le voci di costo e di ricavo fino ad ora sono gestite e conosciute da diversi ministeri e nessuno fino ad ora li aveva analizzati nel loro complesso per avere una visione di insieme dei costi e dei ricavi dei Musei e delle Sovrintendenze.

Vorremmo suggerire che anche le strutture che saranno raccolte nei diciassette nuovi poli museali regionali godano di maggiore autonomia e che anche essi redigano dei rendiconti completi.

Pensiamo che sarebbe opportuno avviare procedure per permettere una chiara visione di insieme della produzione di servizi alla collettività in termini culturali, di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio affidato, sia dei grandi musei che dei poli museali regionali.

Una contabilizzazione economica chiara dei costi e ricavi non è certamente l’unico metro di giudizio, ma è sicuramente un utile strumento per la valutazione del funzionamento del nostro sistema museale statale, che ha enormi responsabilità non solo nei confronti della comunità nazionale, ma dell’umanità, considerando l’importanza del patrimonio da esso gestito.

Tale conoscenza è essenziale per migliorarne la gestione, ricordando che il patrimonio italiano di beni culturali non è “nostro”, è dell’umanità. Noi ne siamo i custodi. I beni culturali si trovano in Italia grazie all’opera di generazioni di nostri antenati, ma sono un bene comune di tutti gli uomini, quelli presenti e quelli futuri ai quali dobbiamo consegnarli.

Civicum ha elaborato con la Sovrintendenza di Milano, la collaborazione di The Boston Consulting Group ed il supporto della Ragioneria Generale dello Stato, un formato innovativo di rendiconto economico della Pinacoteca di Brera, che potrebbe facilmente essere adottato come modello dalle Sovrintendenze e dalle costituende istituzioni museali statali: auspichiamo che l’adozione del modello che è stato gratuitamente messo a disposizione dello Stato possa essere favorita dal Suo Ministero.

In particolare, dall’analisi condotta è emerso un potenziale di ricavi non pienamente sfruttato se comparato con altre realtà museali internazionali.

Questo è un doppio peccato, perché non vengono offerti servizi che invece sarebbero graditi dal pubblico e perché maggiori ricavi permetterebbero di ridurre il peso economico a carico dei contribuenti.

Se le nuove articolazioni del sistema museale statale saranno dotate di maggiore autonomia i nuovi direttori potranno essere in grado di sfruttarne meglio le potenzialità, a condizione che essi stessi siano competenti, si aprano alla collaborazione con la società civile, e che il loro operato sia controllato e valutato non solo in funzione del rispetto delle procedure ma anche degli obiettivi raggiunti.

In questo senso riteniamo fondamentale, anche per dare credibilità internazionale alla riforma, che il Suo Ministero dia avvio ad una procedura il più possibile trasparente per la selezione dei candidati direttori, possibilmente con l’ausilio pro bono di società di selezione professionali.

Andrebbero a nostro avviso indicati i criteri di selezione in modo molto preciso, dando un peso ad ogni caratteristica richiesta; inoltre andrebbe considerata come essenziale la prova di aver gestito con un successo documentabile strutture aperte al pubblico pagante.

Per i nuovi musei andrebbe specificato che l’autonomia gestionale significa la libertà di perseguire gli obiettivi assegnati operando non per “obblighi burocratici senza obiettivi di risultato”, ma “per risultati rispettando (semplici) regole”. Senza tali chiarimenti rischieremmo di avere nuove dirigenze ma di mantenere inalterati i vecchi problemi di rigidità amministrativa.  La maggiore libertà deve essere accompagnata da un migliore sistema di controllo non formale dell’operato. Per questo sarebbe auspicabile l’introduzione di un sistema di contabilità e di controllo di gestione analitico che metta tra l’altro in evidenza il costo totale per visitatore di ogni struttura. Sarebbe opportuno che venisse chiarito che la proprietà dei beni  affidati ai Musei – opere d’arte e immobili – rimarrà al Demanio dello Stato, che eventualmente potrebbe anche percepire un canone per la concessione delle opere e dei beni.

Infine, per fare opera di vera trasparenza ci permetta un’ultima considerazione. È molto importante esplicitare i criteri con cui verranno scelti i selezionatori. La nomina dei nuovi direttori spetterà a Lei, che dovrà scegliere i nomi in una rosa di candidati predisposta da una commissione di personalità a loro volta da Lei incaricate.

Noi ci auguriamo che queste persone diano garanzia di competenza e professionalità. Ci sembrerebbe che tale ruolo dovrebbe essere affidato a persone italiane e straniere con profili complementari che includano, oltre alle competenze di storia dell’arte e tutela, anche competenze manageriali, di marketing e amministrative, meglio se messe alla prova in strutture culturali aperte al pubblico pagante.

Civicum e le organizzazioni cofirmatarie sono naturalmente a disposizione per un incontro di approfondimento e, qualora lo ritenesse opportuno, per collaborare partendo dai risultati degli studi effettuati e, se richiesti, con suggerimenti sulle best practices internazionali in tema di selezione di persone qualificate per posizioni di così elevato prestigio per la tutela e l’adeguato sfruttamento del nostro patrimonio artistico.

Con i migliori saluti.

Federico Sassoli de Bianchilogo CIVICUM 150x50
Presidente Civicum

Organizzazioni firmatarie:

Associazione Civicum
iLoveItaly!
ItaliAperta
Labsus – Laboratorio per la sussidiarietà
Officine Einstein
Transparency International Italia

Lo strano caso del Dr. Taxi e di Mr. Uber

Lo strano caso del Dr. Taxi e di Mr. Uber

A Milano, e non solo, molti cittadini ce l’hanno con i tassisti. In compenso i tassisti se la prendono con Uber. È il conflitto fra il Dr. Taxi e Mr.Uber, il capro espiatorio, il cattivone. Il Comune, che tutto controlla anche per conto dello Stato, se ne sta defilato. Fra i due litiganti il terzo gode? Perché Dr.Taxi e Mr.Uber non fanno un’alleanza?
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9 anni dopo – La delibera Antiriciclaggio di Pisapia

La deliberaCollaborazione in materia di contrasto al riciclaggio. Approvazione del Protocollo d’intesa tra Comune di Milano e l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia. Approvazione delle linee di indirizzo per la costituzione del Tavolo Tecnico Lombardia” del 09/05/2014 su proposta dell’Assessore Francesca Balzani – con il coordinamento della Direzione Centrale Entrate e Lotta all’Evasione (Silvia Brandodoro)

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Scelte inevitabili

Nella ormai famosa vicenda Uber, torti e ragioni, privilegi e diritti si intersecano in un modo che rende problematica qualsiasi soluzione. Il vero rammarico consiste nel fatto che l’odierno guazzabuglio avrebbe potuto essere facilmente evitato se la politica avesse fatto il suo mestiere.

Andiamo con ordine. I fatti principali sono noti: Uber, azienda multinazionale partecipata anche da Google, ha sviluppato una applicazione che permette di prenotare un auto a noleggio anche con scarso preavviso. La centrale operativa riceve la richiesta dal cliente, la diffonde agli autisti in circolazione e chi è in grado di meglio soddisfarla lo segnala. Le auto sono tutte di ottima qualità, si paga direttamente con addebito sulla carta di credito che si registra sul sito, il prezzo è in media superiore del 20% a quello dei taxi ma i consumatori sembrano non curarsene e aumentano costantemente. Soprattutto per i viaggiatori internazionali, avere un’unica compagnia che assicura il servizio in diverse città con gli stessi standard e modalità risulta molto attraente.

Qui scatta la rivolta dei tassisti, che accusano Uber di concorrenza sleale in quanto, secondo loro, la normativa imporrebbe alle compagnie di auto a noleggio di non occupare pubblici spazi (quindi impossibilità di sosta), avere tariffe prefissate (invece grazie al GPS si ha istantaneamente il calcolo del prezzo del trasporto) e soprattutto passare per l’autorimessa alla conclusione di ogni viaggio e attendere colà il cliente. Peggio ancora è stata giudicata l’app Uberpop, che permette una sorta di servizio svolto da privati cittadini che danno la disponibilità della propria vettura e si improvvisano tassisti on-demand.

Il TAR Lombardia ha dato però torto sia ai tassisti che al Comune di Milano, il quale, con una delibera dell’anno scorso, aveva cercato di ricondurre l’attività di Uber entro l’interpretazione rigida della normativa, ribadendo il divieto per chi aveva una licenza “fuori porta” ed era sprovvisto di rimessa all’interno della città di procurarsi il cliente entro i confini del capoluogo lombardo. I giudici amministrativi, infatti, hanno considerato che apparivano dubbi sul piano costituzionale e comunitario sia il divieto per i vettori con autorizzazione rilasciata da altri comuni di procurarsi un servizio da svolgere nel territorio comunale sia l’ obbligo che il servizio debba essere effettuato con partenza dal territorio del Comune che ha rilasciato la licenza.

In più il TAR esprimeva a chiare lettere l’opinione che sia irrazionale alla luce del progresso della tecnica che, dopo la conclusione di una corsa, il conducente, ricevuta immediatamente dopo in via telematica altra richiesta, debba necessariamente fare ritorno alla propria rimessa anziché raggiungere direttamente il cliente in attesa, fermo restando il divieto di stazionamento sulle aree pubbliche.

Dopo le ultime agitazioni, durante le quali ci sono state minacce e violenze e interruzioni di un pubblico servizio totalmente inaccettabili, il ministro Lupi e il governatore Maroni hanno un po’ stabilito l’ovvio e cioè che la legge va rispettata (ci mancherebbe) e in particolare non è possibile  a ciascun cittadino di improvvisarsi tassista senza alcuna licenza o autorizzazione (cosa ragionevole, in quanto è bene che le persone cui affidiamo le nostre vite facendoci trasportare in auto possiedano alcuni requisiti di capacità e sanità mentale).

Sulla questione cruciale decisa dal TAR, invece, silenzio e farfugliamenti e non poteva essere che così in attesa di una legge più chiara.

Perché qui le scelte sono drammatiche? Perché non si può ignorare il disagio dei conducenti di taxi che magari si sono comprati la licenza per 200.000€ e oggi tra la crisi economica e la caduta delle barriere all’entrata vedono ridursi i loro guadagni ed il valore stesso della licenza che finora serviva loro come una sorta di TFR. D’altra parte non è ammissibile né arrestare il progresso tecnologico, né soffocare la concorrenza e l’efficienza soprattutto in un momento in cui il paese é attraversato da una profonda crisi economica.

La lezione é duplice. Quando l’Autorità Antitrust propose non molto tempo fa una soluzione ragionevole, vale a dire regalare una licenza in più a tutti gli attuali possessori che poi avrebbero potuto monetizzarla vendendola a un nuovo entrante, la categoria si oppose ferocemente: era più comoda l’esclusiva. L’arrocco, però, nel mondo globale funziona sempre meno: i consumatori sono più consapevoli e la tecnologia è impossibile da fermare. É necessario adattarsi in tempo e competere.

La seconda lezione é che non è più accettabile la politica del rinvio e dello struzzo, fatta di norme incomprensibili, che rimandano a decreti da attuare e non decidono un percorso serio e, quando lo abbozzano, si assiste poi a una precipitosa ritirata al primo strepito dei parlamentari che rappresentano le lobby. La politica dovrebbe stare fuori dall’economia ed adempiere la sua funzione più nobile cercando soluzioni che aumentino la libertà di scelta, l’innovazione e il benessere generale, dando il tempo sufficiente a chi ha posizioni di rendita di adattarsi al cambiamento. In Italia questo non succede mai, anche se Renzi ha detto di trovare Uber “straordinaria”. Staremo a vedere.